[617] Bernier, quel curiosissimo viaggiatore (Vedi Stor. dei viaggi tom.
X) che seguitò il campo di Aurengzebe da Dehli a Cashmir, descrive con
grande esattezza l'immensa ambulante città. La guardia della cavalleria
era di trentacinquemila uomini; quella dell'infanteria di centomila. Fu
calcolato che il campo conteneva centocinquantamila tra cavalli, muli ed
elefanti; cinquantamila buoi e da trecento a quattrocentomila persone.
Quasi tutto Dehli seguitava la Corte, la cui magnificenza ne manteneva
l'industria.
[618] Dione l. LXXI p. 1178. Stor. Aug. p. 38. Eutrop. VIII 10 Euseb. in
Chronic. Quadrato (citato nella Stor. Aug.) tentò di vendicare i Romani,
allegando, che i cittadini di Seleucia avevano i primi violata la fede
loro.
[619] Dione l. LXXV. p. 1263. Erodian. l. III p. 120. Stor. Aug. P. 70.
[620] I culti cittadini di Antiochia nominavano quelli di Edessa un
mescuglio di Barbari. Era però un qualche pregio che il dialetto Arameo,
il più puro ed il più elegante dei tre dialetti del Siriaco, si parlasse
in Edessa. Il Sig. Bayer (Stor. Edess. p. 5.) ha ricavata questa
osservazione da Giorgio di Malatia, scrittore siriaco.
[621] Dione l. LXXV p. 1248, 1249, 1250. Il Sig. Bayer ha trascurato di
far uso di un passo così importante.
[622] Questo regno, da Osroe, che dette un nuovo nome al paese, fino
all'ultimo Abgaro avea durato 353 anni. Vedi l'erudita opera del Sig.
Bayer, -Historia Osrhoena et Edessena-.
[623] Senofonte, nella prefazione alla Ciropedia, dà una chiara e
magnifica idea dell'estensione dell'Impero di Ciro. Erodoto (l. III c.
79 ec.) entra in una curiosa e particolar descrizione delle venti grandi
-Satrapie-, nelle quali l'Impero persiano fu diviso da Dario Istaspe.
[624] Erodian. VI 209, 212.
[625] Vi erano dugento carri armati di falci alla battaglia di Arbella
nell'esercito di Dario. Nel numeroso esercito di Tigrane, che fu vinto
da Lucullo, diciassettemila cavalli soltanto erano interamente armati.
Antioco mise in campo contro i Romani cinquantaquattro elefanti: con le
sue frequenti guerre e negoziazioni con i Sovrani dell'India, egli aveva
una volta raccolti centocinquanta di quei grandi animali; ma si può
mettere in dubbio se il più potente Monarca dell'Indostan formasse mai
in battaglia una linea di settecento elefanti. In luogo dei tre o
quattromila elefanti che il Gran Mogol si dicea possedere, Tavernier
(Viaggi, parte II lib. I p. 198) scoprì con più diligenti ricerche, che
quel Principe non ne aveva che cinquecento pe' suoi equipaggi, ed
ottanta o novanta pel un servizio della guerra. I Greci hanno variato
sul numero degli elefanti, tratti in campo da Poro. Ma Quinto Curzio
(VIII. 13) che in questo passo mostrasi giudizioso e moderato, non parla
che di ottantacinque elefanti riguardevoli per la loro mole e fortezza.
Nel paese di Siam, dove questi animali sono più numerosi e stimati,
diciotto elefanti si riguardano come una proporzione sufficiente per
ciascuna delle nuove brigate in cui un compiuto esercito viene diviso.
L'intero numero di cento e settantadue elefanti da guerra, può alcune
volte essere raddoppiato. Vedi -Storia de' viaggi- tom. I. X pag. 260.
[626] Stor. Aug. p. 135.
[627] Il Sig. de Tillemont ha già osservato che la geografia di Erodiano
è alquanto confusa.
[628] Mosè di Corene (Stor. Armen. l. II c. 71) illustra questa
invasione della Media sostenendo, che Cosroe Re dell'Armenia disfece
Artaserse e lo inseguì fino ai confini dell'India. Le imprese di Cosroe
sono state esagerale; ed agì come dipendente alleato dei Romani.
[629] Per il ragguaglio di questa guerra, vedi Erodiano (l. VI p. 209,
212.) Gli antichi abbreviatori, ed i compilatori moderni hanno
ciecamente seguitata la Storia Augusta.
[630] Eutichio tom. II p. 180 vers. Pocock. Il gran Cosroe Noushirwan
mandò il Codice di Artaserse a tutti i suoi Satrapi, per invariabile
regola della loro condotta.
[631] D'Herbelot Bibliot. Orient. alla parola -Ardshir-. Possiamo
osservare, che dopo un antico periodo di favole, ed un lungo intervallo
di oscurità, le storie moderne della Persia cominciano con la Dinastia
dei Sassanidi a prendere un'aria di verità.
[632] Erodian. lib. VI p. 214. Ammiano Marcell. lib. XXIII c. 6. Sono da
osservarsi alcune differenze tra questi due storici, conseguenze
naturali dei cambiamenti prodotti da un secolo e mezzo.
[633] I Persiani sono tuttavia i più abili cavalcatori, ed i loro
cavalli, i più belli d'Oriente.
CAPITOLO IX.
-Stato della Germania fino all'invasione dei Barbari al tempo
dell'Imperatore Decio.-
Il governo e la religione della Persia hanno meritato qualche riguardo
per la loro connessione colla decadenza e rovina dell'Impero romano. Noi
faremo accidentalmente menzione delle tribù degli Sciti, e dei Sarmati,
che colle loro armi, e co' loro cavalli, con i greggi e gli armenti,
colle mogli e famiglie andavano errando per le immense pianure, che si
stendono dal mar Caspio alla Vistola, dai confini della Persia a quelli
della Germania. Ma i guerrieri Germani, che dopo avere resistito
all'occidental monarchia dei Romani, ne divennero gl'invasori, e poi i
distruttori, occuperanno un luogo più importante in questa Storia, ed
hanno un diritto maggiore, e (se dir si può) più domestico per
richiamare la nostra attenzione. Le più civili nazioni della moderna
Europa uscirono dalle foreste della Germania, e nelle rozze istituzioni
di quei Barbari si possono rintracciar tuttavia gli originali principj
delle nostre leggi, e dei nostri costumi presenti. Tacito, il primo tra
gli storici che applicasse la filosofia allo studio dei fatti, ha con
occhio perspicace considerato i Germani nel loro primo stato di
semplicità e d'indipendenza, e gli ha delineati coi soliti tratti del
suo eccellente pennello. L'espressiva concisione delle sue descrizioni
ha meritato di esercitare la diligenza d'innumerabili antiquarj, e di
eccitare l'ingegno e l'acume degli storici filosofici de' nostri giorni.
Questo soggetto, benchè vario e importante, è già stato discusso così
spesso, così dottamente, e con tanto successo, che è divenuto ormai
famigliare al lettore e difficile per lo scrittore. Ci contenteremo
pertanto di osservare, o (per meglio dire) di ripetere alcune delle più
importanti circostanze del clima, dei costumi, e delle istituzioni, per
le quali i rozzi Barbari della Germania divennero nemici tanto
formidabili alla potenza romana.
L'antica Germania, escludendo da' suoi indipendenti confini
l'occidentale provincia del Reno, che già era soggetta al giogo romano,
comprendeva una terza parte dell'Europa. Quasi tutta la moderna
Germania, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la
Livonia, la Prussia, e la maggior parte della Polonia erano popolate
dalle diverse tribù di una numerosa nazione, le quali nel colore, nei
costumi, e nel linguaggio indicavano una comune origine, e conservavano
una forte rassomiglianza. All'occidente il Reno separava l'antica
Germania dalle galliche province dell'Impero, e al mezzogiorno il
Danubio la dividea dalle illiriche. La catena dei monti Carpazj, che
cominciavano dal Danubio, copriva la Germania dalla parte della Dacia, o
dell'Ungheria. La frontiera orientale era debolmente segnata dai timori
scambievoli dei Germani e dei Sarmati, e spesso confusa per lo mescuglio
delle due confinanti nazioni, ora nemiche ed ora confederate. Nella
remota oscurità del Settentrione gli antichi descrivevano
imperfettamente un gelato Oceano che giace di là del Baltico, e dalla
penisola, ovvero dall'isole[635] della Scandinavia.
Alcuni ingegnosi Scrittori[636] hanno sospettato che l'Europa fosse
prima molto più fredda di quel che sia di presente, e le più antiche
descrizioni del clima della Germania tendono moltissimo a confermare la
loro teoria. Poco forse meritano di essere considerate le generali
lagnanze d'intenso gelo, e di perpetuo inverno, giacchè non abbiamo un
metodo di ridurre all'esatta misura del termometro i sensi o le
espressioni di un oratore nato nelle più fortunate regioni della Grecia
o dell'Asia. Ma io sceglierò due notevoli e meno equivoche prove. I. I
due grandi fiumi, che coprivano le province romane, il Reno ed il
Danubio, erano spesso gelati, e capaci di sostenere i pesi più enormi. I
Barbari, scegliendo sovente quella rigida stagione per le loro
incursioni, passavano senza timore o pericolo, con le loro numerose
armate, con la cavalleria e con i pesanti carri sopra un vasto e stabile
ponte di ghiaccio[637]. I secoli moderni non ci hanno dato alcun esempio
di somigliante fenomeno. II. I Rangiferi, quegli animali sì utili, da
cui ricava il Selvaggio del Settentrione i migliori sollievi della sua
orrida vita, sono di un temperamento che soffre, anzi richiede il freddo
più intenso. Si trovano sugli scogli di Spitzberg, dentro dieci gradi
dal polo; sembrano dilettarsi delle nevi della Lapponia e della Siberia;
ma adesso non possono vivere, e molto meno moltiplicare, in alcun paese
al mezzogiorno del Baltico[638]. Ai tempi di Cesare i Rangiferi, come
pure la Gran Bestia ed il toro salvatico, erano naturali della selva
Ercinia, che allora occupava una gran parte della Germania e della
Polonia[639]. I moderni miglioramenti spiegano abbastanza le cagioni
della diminuzione del freddo. A poco a poco si sono abbattuti quei
boschi immensi, che toglievano al suolo i raggi solari[640]. Si sono
seccate le paludi, ed a proporzione che il terreno è stato coltivato,
l'aria è divenuta più temperata. Il Canadà ai giorni nostri è l'esatto
quadro dell'antica Germania. Benchè situato sotto il medesimo parallelo
colle più belle province della Francia e dell'Inghilterra, soffre quel
paese il freddo più rigoroso. Vi sono in gran numero i Rangiferi; la
terra è coperta di neve alta e durevole; ed il gran fiume di S. Lorenzo
è regolarmente gelato in una stagione, nella quale le acque della Senna
e del Tamigi sono ordinariamente sciolte dal ghiaccio[641].
È difficile il determinare, e facile l'ingrandire l'influenza del clima
dell'antica Germania sopra gli animi e sopra i corpi dei nazionali.
Molti Scrittori hanno supposto, e moltissimi hanno affermato (benchè,
per quanto sembra, senza alcuna adeguata prova) che il freddo rigoroso
del settentrione fosse favorevole alla lunga vita, ed alla forza
generatrice; che le donne vi fossero più feconde, e la specie umana più
prolifica, che nei climi più caldi o più temperati[642]. Noi possiamo
asserire con maggior confidanza che l'aria pungente della Germania
formasse le grandi e maschie membra dei nazionali, i quali erano in
generale di una più alla statura, che i popoli del mezzogiorno[643]; e
desse loro una specie di forza meglio adatta ai violenti esercizj che
alla paziente fatica; ed inspirasse un valor macchinale, che è l'effetto
dei nervi e degli spiriti. L'asprezza di una campagna d'inverno, che
agghiacciava il coraggio dello truppe romane, veniva appena sentita da
quei robusti figli del Settentrione[644], i quali erano a lor volta
incapaci di resistere ai calori estivi, e cadevano in languidezza ed
infermità sotto i raggi d'un sole d'Italia[645].
Non v'è in tutto il globo un largo tratto di paese, che sia stato
scoperto privo d'abitatori, o la cui prima popolazione possa fissarsi
con qualche grado di storica certezza. E ciò non ostante, siccome le
menti le più filosofiche possono raramente trattenersi dall'investigare
l'infanzia delle grandi nazioni, la nostra curiosità si consuma in
faticosi ed inutili sforzi. Quando Tacito considerò la purità del sangue
germano, e il ributtante aspetto del paese, si determinò a dichiarare
Indigeni, ovvero nativi del suolo quei barbari. Possiamo asserire con
sicurezza e forse con verità, che l'antica Germania non fu
originariamente popolata da alcuna colonia straniera, già unita in
società politica[646], ma che il nome e la nazione riceverono
l'esistenza dalla lenta unione dei vagabondi selvaggi delle Ercinie
foreste. Il sostenere che quei Selvaggi erano una naturale produzione
della terra da loro abitata, sarebbe una temeraria dottrina, condannata
dalla religione, e non sostenuta dalla ragione.
Un dubbio così ragionevole mal si combina collo spirito della vanità
popolare. Le nazioni, che adottarono la storia Mosaica del Mondo, han
fatto dell'Arca di Noè quell'uso medesimo che fecero una volta i Greci e
i Romani dell'assedio di Troia. Sulla angusta base di quella
riconosciuta verità, è stato innalzato un vasto ma uniforme edifizio di
favole; ed il rozzo Irlandese[647] non meno che il Tartaro
selvaggio[648] potrebbero indicare qual fu tra i figli di Jafet quegli,
da' cui lombi direttamente discesero i lor maggiori. L'ultimo secolo fu
fertile in dottissimi e creduli antiquarj, i quali colla dubbia scorta
delle leggende e delle tradizioni, delle congetture e delle etimologie,
condussero i discendenti di Noè dalla torre di Babel fino alle estremità
del Globo. Tra que' critici giudiziosi, Olao Rudbeck, professore
dell'Università di Upsal[649], è il più dilettevole. Questo zelante
cittadino riferisce alla sua patria tutto ciò, che vi ha di celebre
nella favola o nella storia. Dalla Svezia (ch'era una parte
considerabile della Germania) riceverono i Greci il loro alfabeto, la
religione e l'astronomia. Quella amena regione, (che tal pareva agli
occhi di un nazionale), avea dato luogo alle deboli ed imperfette copie
dell'Atlantide di Platone, del paese degli Iperborei, degli orti
Esperidi, delle Isole Fortunate, e dei campi Elisi. Un clima, sì
prodigamente favorito dalla natura, non potea rimanere lungo tempo
disabitato dopo il diluvio. Il dotto Rudbeck concede alla famiglia di
Noè pochi anni per moltiplicare da otto sole persone a ventimila. Li
disperde quindi in diverse piccole colonie per popolar la terra e
propagare la specie umana. Il distaccamento germano o svezzese (che, se
non m'inganno, marciò sotto il comando di Askenaz, figlio di Gomer,
figlio di Jafet) si distinse con una straordinaria diligenza nel
proseguimento di questa grand'opera. Il settentrionale alveare mandò i
suoi sciami nella maggior parte della Europa, dell'Affrica e dell'Asia,
e (per servirsi della metafora dell'autore) il sangue tornò indietro
dalle estremità al cuore.
Ma tutto questo ingegnoso sistema delle germane antichità è distrutto da
un semplice fatto, troppo bene attestato per metterlo in dubbio, e
troppo decisivo per dar luogo ad alcuna replica. I Germani ai tempi di
Tacito non conoscevano l'uso delle lettere[650]; e l'uso delle lettere è
la principale circostanza che distingue una culta nazione da un gregge
di Selvaggi, incapaci di scienza o riflessione. Senza questo aiuto
artificiale, l'umana memoria perde presto o corrompe le idee affidatele;
e le facoltà più nobili della mente, non più aiutate dagli esempj o dai
materiali, perdono a poco a poco la loro attività: l'intendimento divien
debole ed assopito, l'immaginazione languida o irregolare. Per meglio
comprendere una verità sì importante, procuriamo di calcolare, in una
società incivilita, l'immensa distanza, che passa tra l'uomo scienziato,
ed il contadino ignorante. Il primo, con la lettura e con la
riflessione, moltiplica la sua propria esperienza, e vive in secoli ed
in paesi remoti; mentre il secondo, attaccato ad un sol pezzo di terra,
è confinato a pochi anni di esistenza, e supera, ma molto poco,
nell'esercizio delle facoltà della mente, il bove compagno di sue
fatiche. Si troverà la medesima differenza, e forse ancora più grande,
fra le nazioni che fra gl'individui; e si può con sicurezza asserire,
che senza qualche genere di scrittura niun popolo ha mai conservato i
fedeli annali della sua storia, nè fatti progressi considerabili nelle
scienze astratte, nè mai posseduto in un grado tollerabile di perfezione
le arti utili, o dilettevoli per la vita.
Di queste arti erano miseramente privi gli antichi Germani. Passavano la
vita nello stato d'ignoranza e di povertà, che alcuni declamatori si
sono compiaciuti di decorare col nome di virtuosa semplicità. La moderna
Germania si dice contenere quasi duemila trecento città cinte di
mura[651]. In una più vasta estensione di paese, il geografo Tolomeo non
potè discoprire più di novanta luoghi, ch'ei decorò col nome di
città[652]; quantunque (secondo le nostre idee) mal meritassero quello
splendido titolo. Si può soltanto supporre che fossero informi fortezze,
costruite nel centro dei boschi, e destinate a porre in sicuro le donne,
i ragazzi, ed il bestiame, nel tempo che i guerrieri delle tribù
uscivano fuori a respingere un'improvvisa invasione[653]. Ma Tacito
asserisce, come fatto ben noto, che i Germani dell'età sua non aveano
città[654]; ed affettavano di sprezzare le opere dell'industria romana,
come luoghi piuttosto di prigionia che di sicurezza[655]. Le loro case
non erano nè contigue, nè distribuite in regolari villaggi[656]; ogni
Barbaro fissava la sua indipendente abitazione nel sito, al quale una
pianura, un bosco, o una sorgente di acqua dolce lo aveva indotto a dare
la preferenza. In quei deboli abituri non s'impiegavano pietre, nè
mattoni, nè tegole[657]. Non erano di fatto più che basse capanne di
circolare figura, fabbricate di rozzo legno, coperte di strame, e aperte
in cima per lasciare un passo libero al fumo. Nel più rigido inverno il
duro Germano si contentava d'uno scarso vestito, fatto della pelle di
qualche animale. Le nazioni che abitavano verso il Settentrione si
coprivano di pellicce; e le donne si facevano per loro uso le vesti di
un lino assai rozzo[658]. La cacciagione di varie sorte, di cui eran
piene le foreste della Germania, serviva a nutrire ed esercitare i suoi
abitatori[659]. I loro numerosi bestiami, più utili in vero che
belli[660], formavano la loro ricchezza principale. Una piccola quantità
di grano era il solo prodotto di quelle contrade. L'uso dei prati e
degli orti era sconosciuto ai Germani; nè si poteva sperare alcun
progresso nell'agricoltura da un popolo, le cui possessioni soffrivano
ogni anno una generale mutazione per la nuova divisione delle terre
arative; e che in quella strana operazione evitava le dispute, lasciando
una gran parte de' terreni nuda ed inculta[661].
L'oro, l'argento, ed il ferro erano rarissimi nella Germania. I suoi
barbari abitatori non avevano nè abilità, nè pazienza per investigare
quelle ricche vene di argento, che hanno ricompensata sì generosamente
l'attenzione dei Principi di Brunswich e della Sassonia. La Svezia, che
ora dispensa il ferro all'Europa, non conosceva neppur essa le proprie
ricchezze; e l'aspetto dell'armi dei Germani era una prova bastante
della piccola quantità di ferro, ch'essi poteano impiegare nell'uso da
loro creduto il più nobile di questo metallo. I varj trattati di pace e
di guerra aveano introdotto alcune monete romane (specialmente
d'argento) tra gli abitanti delle rive del Danubio e del Reno; ma le
tribù più remote ignoravano affatto l'uso della moneta, faceano il lor
piccolo traffico con il cambio delle merci, e tanto stimavano i rozzi
lor vasi di terra, quanto quelli di argento, che i loro Principi, ed
Ambasciatori riceveano in dono da Roma[662]. Uno spirito riflessivo
ricaverà maggiore istruzione da quegli fatti principali, che da una
tediosa serie di minuti racconti. Il valore della moneta è stato
istituito dal generale consenso per rappresentare i nostri bisogni ed i
nostri beni, come le lettere furono inventate per esprimere le nostre
idee; ed ambedue queste istruzioni dando alle potenze e alle passioni
degli uomini una più attiva energia, hanno contribuito a moltiplicare
gli oggetti cui furono destinate a rappresentare. L'uso dell'oro e
dell'argento è in gran parte fattizio; ma sarebbe impossibile di
enumerare i diversi ed importanti vantaggi che l'agricoltura e tutte le
arti hanno ricevuti dal ferro temperato e manipolato dal fuoco e dalla
industriosa mano dell'uomo. La moneta, in una parola, è l'incitamento
più universale; ed il ferro è il più potente strumento dell'industria
umana; ed è molto difficile di concepire come un popolo non animato dal
primo, nè secondato dall'altro, sorger potesse fuori dalla più rozza
barbarie[663].
Se contempliamo una nazione selvaggia in qualunque parte del Globo,
vedremo che il suo carattere generale è una supina indolenza e non
curanza dell'avvenire. In uno Stato civile l'uomo esercita ed estende
ogni sua facoltà; e la gran catena dei bisogni scambievoli lega ed
unisce i diversi membri della società. La maggior parte di essa è
impiegata in lavori perseveranti ed utili. Quei pochi che la fortuna ha
messi al di sopra della necessità, possono per altro occuparsi nel
cercar l'interesse o la gloria, nel migliorare il loro patrimonio o il
loro intelletto, nei doveri, nei piaceri, e nelle follìe ancora della
vita sociale. Non aveano i Germani tanti compensi. I vecchi e i malati,
le donne e gli schiavi tenevano il governo della casa e della famiglia,
e la cura delle terre e degli armenti. Gli oziosi guerrieri, privi
d'ogn'arte che potesse impiegare le ore loro disoccupate, passavano i
giorni e le notti negli animaleschi piaceri del sonno e del cibo. E ciò
nonostante, per una maravigliosa contrarietà di natura (secondo
l'osservazione di uno Scrittore che è penetrato ne' più oscuri di lei
recessi) i Barbari stessi sono a vicenda i più indolenti, e più attivi
degli uomini. Amano la pigrizia, detestano la tranquillità[664]. L'anima
illanguidita ed oppressa dal suo proprio peso, ansiosamente ricercava
qualche nuova e forte sensazione; e la guerra e pericoli erano i soli
trattenimenti adeguati al loro fiero temperamento. La tromba che
invitava il Germano alle armi, era grata alle orecchie di lui. Lo
scuoteva dal suo tristo letargo, gli dava un attivo vigore, e col forte
esercizio del corpo, e colle scosse violente dell'animo, ravvivava in
esso il sentimento della propria esistenza. Negli oziosi intervalli di
pace, quei Barbari s'abbandonavano con eccesso al giuoco ed al bere: e
queste due occupazioni, la prima infiammando le loro passioni, l'altra
estinguendo la loro ragione, egualmente li liberavano dalla pena di
pensare. Si vantavano di passare gl'interi giorni e le notti alla mensa;
ed il sangue degli amici e dei parenti spesso macchiava le numerose loro
e intemperanti assemblee[665]. Pagavano i loro debiti di onore (giacchè
in questo aspetto ci hanno trasmesso l'uso di soddisfare quelli del
giuoco) con la più romanzesca esattezza[666]. Il disperato giuocatore,
che aveva arrischiato la sua vita e la sua libertà ad un ultimo tiro di
dado, ubbidiva con pazienza alla decisione della fortuna, e soffriva di
essere legato, castigato, e venduto schiavo in luoghi remoti dal suo più
debole, ma più fortunato avversario.
La birra gagliarda, liquore estratto con pochissimo artifizio dal grano,
o dall'orzo, e corrotto (secondo la forte espressione di Tacito) ad una
certa somiglianza col vino, bastava alle grossolane dissolutezze dei
Germani. Ma quelli che avevano gustati i preziosi vini dell'Italia, e
poi delle Gallie, sospiravano per quella più deliziosa sorgente di
ubbriachezza. Non tentarono per altro (come dopo è stato eseguito con
tanto successo) di far germogliare le viti sulle rive del Danubio e del
Reno; nè procurarono di acquistare con l'industria i materiali di un
vantaggioso commercio. Il procacciarsi con la fatica ciò che rapir si
poteva con le armi, si riputava cosa indegna di uno spirito
Germano[667]. L'inestinguibile sete di liquori forti spesso costrinse
quei Barbari ad invadere quelle province, alle quali la natura o l'arte
aveva accordati quei tanto invidiati doni. Il Toscano, che abbandonò la
sua patria alle celtiche nazioni, le attrasse in Italia col bell'aspetto
dei preziosi frutti, o dei deliziosi vini, produzioni di un clima più
fortunato[668]. E nella stessa maniera i Germani ausiliarj, chiamati in
Francia nelle guerre civili del sedicesimo secolo, furono allettati
dalla promessa di avere abbondanti quartieri nelle province della
Sciampagna e della Borgogna[669]. L'ubbriachezza, il più vile, ma non il
più pericoloso dei nostri vizj, fu qualche volta capace di eccitare una
battaglia, una guerra, o una rivoluzione tra gli uomini in uno Stato
inferiore di civiltà.
Il lavoro di dieci secoli, dal tempo di Carlo Magno in poi, ha
raddolcito il clima dell'antica Germania, e fertilizzato il terreno. La
medesima estensione di paese che adesso mantiene nell'agio e
nell'abbondanza un milione di agricoltori e di artefici, non era prima
capace di fornire a centomila oziosi guerrieri le sole cose necessario
alla vita[670]. I Germani lasciavano le loro immense foreste per
l'esercizio della caccia, impiegavano nei pascoli la maggior parte de'
loro terreni, davano una rozza e indolente cultura al piccolo resto, ed
accusavano poi la scarsezza e la sterilità di un paese, che non bastava
a mantenere la moltitudine dei suoi abitatori. Quando il ritorno della
carestia severamente gli avvertiva della necessità delle arti, la
nazionale miseria s'alleggeriva talvolta con l'emigrazione di una terza,
e forse di una quarta parte della sua gioventù[671]. Il possesso ed il
godimento di un patrimonio sono i vincoli che ritengono un popolo
incivilito in un paese culto. Ma i Germani, che seco loro portavano ciò
che più stimavano, le armi, il bestiame, e le donne, abbandonarono con
piacere il vasto silenzio dei loro boschi per le illimitate speranze di
preda e di conquista. Gl'innumerabili sciami, che uscirono, o parvero
uscire dal grande alveare delle nazioni, furono moltiplicati dal timore
dei vinti, e dalla credulità dei secoli successivi. E sopra fatti così
esagerati, a poco a poco si stabilì l'opinione sostenuta da varj
scrittori di riputazione distinta, che nel secolo di Cesare e Tacito gli
abitanti del Settentrione erano molto più numerosi che non lo sono a' dì
nostri[672]. Un più serio esame sulle cause della popolazione pare che
abbia convinto i moderni filosofi della falsità, anzi dell'impossibilità
di questa supposizione. Ai nomi di Mariana e di Macchiavello[673],
possiamo opporre i non meno illustri nomi di Robertson e di Hume[674].
Una nazione bellicosa come i Germani, senza città, lettere, arti, o
moneta, trovava qualche compenso a questo stato selvaggio nel godimento
della libertà. La loro povertà ne assicurava la indipendenza, giacchè i
nostri desiderj e i nostri possessi sono le più forti catene del
dispotismo. «Tra i Suioni,» dice Tacito, «i ricchi vengono onorati: Sono
però soggetti ad un assoluto monarca, che invece di permettere al suo
popolo il libero uso delle armi, come si pratica nel resto della
Germania, le confida alla sicura custodia non di un cittadino, o di un
liberto, ma di uno schiavo. I Sitoni, vicini dei Suioni, oppressi dalla
servitù, obbediscono ad una donna[675]». Nel riferire queste eccezioni,
quel grande Storico riconosce bastantemente la generale teoria del
Governo. Quello che non possiamo concepire, è come le ricchezze e il
dispotismo penetrassero in una remota contrada del Settentrione, ed
estinguessero la generosa fiamma che ardeva con tanto vigore sulla
frontiera delle province romane; o come gli antenati di quei Danesi e
Norvegi, così illustri nei secoli successivi pel loro indomabile
spirito, potessero abbandonare così tranquillamente il gran carattere
della germana libertà[676]. Alcune tribù per altro, sulle coste del
Baltico, riconoscevano l'autorità dei Re, ma senza rinunziare ai diritti
degli uomini[677]; nella maggior parte della Germania però il Governo
era una democrazia moderata, e frenata non tanto dalle leggi generali e
positive, quanto dall'accidentale ascendente della nascita o del valore,
dell'eloquenza o della superstizione[678].
I Governi civili nella loro prima istituzione sono volontarie
confederazioni per difesa scambievole. Per ottenere il fine desiderato,
è assolutamente necessario che ogni individuo si creda obbligato a
sottoporre la sua opinione e le sue azioni private al giudizio del
maggior numero de' suoi compagni. Le Tribù germane eran contente di un
rozzo, ma non servile abbozzo di politica società. Appena che un
giovane, nato da genitori liberi, era giunto all'età virile, veniva
introdotto nel Consiglio generale de' suoi concittadini, solennemente
armato di uno scudo e di una lancia, e adottato come uguale e degno
membro di quella militare repubblica. L'assemblea dei guerrieri della
tribù si convocava in certi tempi stabiliti, o nelle subite emergenze:
si decideva dal suo voto inappellabile il processo delle pubbliche
offese, l'elezione dei magistrati, e il grande affare della pace e della
guerra. Talora però queste importanti questioni erano previamente
esaminate, e preparate in un più scelto consiglio dei principali
capitani[679]. I Magistrati potevano deliberare e persuadere; il popolo
solo potea risolvere od eseguire; e le risoluzioni dei Germani erano
quasi sempre pronte e violente. Quei Barbari, avvezzi a far consistere
la libertà nel soddisfare la presente passione, ed il coraggio nel
disprezzare tutte le conseguenze future, rigettavano con isdegnoso
disprezzo le rappresentanze della giustizia e della politica, e solevano
dimostrare con un cupo bisbiglio la loro avversione pe' timorosi
consigli. Ma qualora un più gradito oratore proponeva di vendicare
l'infimo cittadino di una offesa straniera o domestica, qualora esortava
i suoi concittadini a sostenere l'onore della nazione, o ad abbracciare
un'impresa piena di pericolo e di gloria, un alto strepito di scudi e di
lance esprimeva l'ardente applauso dell'assemblea. I Germani, di fatto,
si radunavano armati; ed era sempre da temersi, che una sfrenata
moltitudine, infiammata dalla fazione e dai forti liquori, non si
servisse di quelle armi per dichiarare o per avvalorare le sue furiose
risoluzioni. Ricordiamoci quanto spesso le Diete della Polonia sono
stato macchiate di sangue, ed il partito più numeroso è stato costretto
a cedere al più violento e sedizioso[680].
Si eleggeva un Generale della tribù all'occasione d'un pericolo; e se
questo era pressante ed esteso, diverse tribù concorrevano nella scolta
del medesimo Generale. Il guerriero più prode era nominato a guidare nel
campo i suoi concittadini più coll'esempio, che col comando. Ma questo
potere, benchè ristretto, era sempre invidiato. Finiva con la guerra; e
in tempo di pace le germane tribù non riconoscevano alcun Capo
supremo[681]. Si creavano però nella generale assemblea alcuni
-Principi-, per amministrar la giustizia, o piuttosto per comporre le
liti[682] nei loro rispettivi distretti. Nella scelta di questi
magistrati si aveva riguardo alla nascita come al merito[683]. Il
Pubblico dava a ciascuno di essi una guardia e un Consiglio di cento
persone; e sembra che il primo di questi -Principi- godesse una
preeminenza di grado e di onore, per la quale furono talora tentati i
Romani di salutarlo col titolo regio[684].
Il solo paragone della diversa autorità dei magistrati, in due
importanti articoli, basta per esporre tutto il sistema dei costumi
della Germania. Da loro assolutamente dipendeva la distribuzione dei
terreni situati ne' rispettivi distretti, distribuzione ch'essi facevano
ogni anno secondo una nuova divisione[685]. Ma nel tempo stesso, non
potevano essi nè punir con la morte, nè imprigionare, nè tampoco
percuotere un cittadino privato[686]. Popoli tanto gelosi delle loro
persone, e sì poco dei loro beni, devono essere stati affatto privi
dell'industria e delle arti, ma animati da un sentimento profondo di
onore e d'indipendenza.
I Germani rispettavano quei doveri soltanto, che s'imponevano da se
stessi. Il più oscuro soldato resisteva con disprezzo all'autorità dei
magistrati. «I più nobili giovani non arrossivano di essere contati tra
i fedeli -compagni- di qualche illustre Capo, al quale consacravano le
loro armi ed i loro servigi. Regnava tra questi compagni una nobile
emulazione di ottenere il primo posto nella stima del loro Capo, e tra i
Capi, di acquistare il numero maggiore di valorosi -compagni-.
L'ambizione e la forza dei Capi consisteva nell'essere sempre
accompagnati da una truppa di scelti giovani, loro ornamento in pace, e
loro difesa in guerra. La gloria di eroi così illustri si diffondeva
oltre gli angusti confini della loro propria tribù. Con regali e con
ambasciate si ricercava la loro amicizia; e la fama delle loro armi
assicurava sovente la vittoria a quel partito ch'essi abbracciavano.
Nell'ora del pericolo era vergogna pel Capo l'essere superato in valore
da' suoi compagni; e per questi era vergogna il non eguagliare il valore
del loro Capo. Il sopravvivere alla caduta di lui nella battaglia, era
una eterna infamia. Il più sacro de' loro doveri stava nel proteggere la
persona e adornare la gloria di lui con i trofei delle proprie geste. I
Capi combattevano per la vittoria, i compagni pel Capo. I più nobili
guerrieri, quando il loro paese nativo era immerso nell'ozio della pace,
mantenevano le numerose lor truppe in qualche remota scena d'azione, per
esercitarne l'instancabil coraggio, ed acquistar fama in quei volontarj
pericoli. Il feroce destriero, la sanguinosa ed invitta lancia, doni ben
degni di un soldato, erano le ricompense, che i compagni esigevano dalla
liberalità del loro Capo. La rustica abbondanza della sua mensa ospitale
era l'unica paga ch'egli potesse accordare, e ch'essi volessero
ricevere. La guerra, la rapina, e le volontarie offerte de' suoi amici
fornivano i materiali di tale munificenza[687].» Questa istituzione, per
quanto potesse accidentalmente indebolire le diverse repubbliche dei
Germani, invigoriva però il generale carattere della nazione, e
conduceva ancora a maturità tutte le virtù, delle quali i Barbari sono
capaci, la fede, l'ospitalità e la cortesia, virtù tanto cospicue, gran
tempo dopo, nei secoli della cavalleria. Un ingegnoso scrittore ha
supposto, che gli onorevoli doni largiti dal Cupo ai suoi valorosi
compagni, contengano i primi rudimenti dei feudi, distribuiti dopo la
conquista delle province romane dai barbari Signori ai loro vassalli,
con un obbligo somigliante di militar servigio ed omaggio[688]. Queste
condizioni sono però ripugnanti alle massime degli antichi Germani, che
si facevano con piacere doni scambievoli, ma senza imporre o ricevere il
peso delle obbligazioni[689].
«Al tempo della cavalleria, o per meglio dire dei romanzi, tutti gli
uomini erano valorosi, tutte le donne eran caste»; e benchè quest'ultima
virtù si conservi con maggiore difficoltà della prima, viene per altro
attribuita, quasi senza eccezione, alle mogli degli antichi Germani. Non
era in uso la poligamia che tra i Principi, e questa soltanto per
moltiplicare le loro parentele. I costumi più che le leggi proibivano i
divorzi. Gli adulteri venivano puniti come delitti rari ed inespiabili;
nè l'esempio o la moda[690] giustificava la seduzione. Facilmente si
vede che Tacito si lancia trasportare dall'onesto piacere di mostrare il
contrasto della -barbarica- virtù con la dissoluta condotta delle dame
romane, ma pure vi sono alcune circostanze molto notevoli, che danno
un'aria di verità, o almeno di probabilità, alla fede e castità
coniugale dei Germani.
Benchè il progresso della cultura abbia indubitatamente contribuito a
raddolcire le più fiere passioni della natura umana, sembra però che sia
stato men favorevole alla virtù della castità, il cui più pericoloso
nemico è la mollezza dell'animo. I raffinamenti della vita corrompono,
mentre rendono più gentile la corrispondenza dei due sessi. Il
grossolano appetito dell'amore diviene più pericoloso, quando è
sublimato, o piuttosto in verità mascherato dal sentimento. L'eleganza
del vestire, dei modi, e dei costumi da un risalto alla bellezza, ed
infiamma i sensi per via della immaginazione. Liberi discorsi, balli
notturni, e licenziosi spettacoli presentano la tentazione e lo
occasioni alla fragilità femminile[691]. La povertà, la solitudine, e le
penose cure della vita domestica assicuravano da tali pericoli le rozze
mogli de' Barbari. Le capanne germane, da per tutto aperte all'occhio
della indiscretezza o della gelosia, custodivano meglio la fedeltà
coniugale, che non le mura, i chiavistelli, e gli eunuchi di un
serraglio persiano. A questa ragione un'altra se ne può aggiugnere di
più onorevol natura. I Germani trattavano le loro mogli con istima e
confidenza; le consultavano in ogni importante occasione, e ciecamente
credevano che risedesse nei loro petti una santità e prudenza sovrumana.
Alcune di queste, interpreti del fato, come Velleda nella guerra dei
Batavi, governavano a nomo della Divinità le più feroci nazioni della
Germania[692]. Le altre, senza essere adorate come Dee, erano rispettate
come libere ed uguali compagne dei soldati; associate ancora dalla
cerimonia del matrimonio ad una vita piena di fatica, di pericolo, e di
gloria[693]. Nelle loro grandi invasioni, il campo dei Barbari era
ripieno di una moltitudine di donne che stavansi ferme ed intrepide in
mezzo al suono delle armi, ai diversi aspetti della distruzione, ed alle
gloriose ferite dei loro figli e mariti[694]. Più di una volta i
fuggitivi Germani sono stati ricondotti contro il nemico dalla generosa
disperazione delle donne, più atterrite dalla schiavitù che dalla morte.
Se la battaglia era irreparabilmente perduta, sapevan bene con le
proprie mani liberare se stesse ed i figli dagl' insulti del
vincitore[695]. Eroine di questa tempra meritano, è vero, la nostra
ammirazione, ma sicuramente non erano nè amabili, nè molto capaci di
amore. Affettando di emulare le fiere virtù degli uomini, doveano avere
rinunziato a quella seducente dolcezza, nella quale principalmente
consiste l'incanto e la debolezza della donna. Il proprio orgoglio aveva
avvezzate le donne germane a sopprimere ogni tenera commozione contraria
al loro onore, ed il primo onore del sesso è sempre stata la castità. I
sentimenti, e la condotta di quelle coraggiose matrone possono essere
considerati nel tempo medesimo come una causa, un effetto, e una prova
del carattere generale della nazione. Il coraggio femminile, per quanto
sia animato dal fanatismo, o confermato dall'abito, non può essere che
una debole ed imperfetta imitazione del valore degli uomini, che
illustrano il secolo, od il paese, nel quale essi vivono.
Il sistema religioso dei Germani (se pur le rozze opinioni dei selvaggi
meritano questo nome) era dettato dai loro bisogni, dai loro timori, e
dalla loro ignoranza[696]. Adoravano i grandi oggetti visibili ed agenti
della natura, il Sole e la Luna, il Fuoco e la Terra, insieme con quelle
immaginarie divinità, le quali si supponevano presedere alle più
importanti occupazioni dell'umana vita. Erano persuasi di potere, colle
ridicole arti della divinazione, indagare la volontà degli enti
superiori, e credevano che i sacrifizj umani fossero le più preziose o
gradite offerte ai loro altari. È stato con troppa fretta fatto applauso
alla sublime idea, che quei popoli avevano della divinità, non confinata
da loro dentro le mura di un tempio, nè rappresentata sotto alcuna
figura umana; ma quando si riflette che i Germani erano imperiti
nell'architettura, ignoranti affatto nella scultura, presto trovasi la
vera ragione di uno scrupolo, derivante non tanto da superiorità
d'intelletto, quanto da mancanza d'ingegno. I soli tempj della Germania
erano gli oscuri ed antichi boschi, consacrati dalla venerazione di
varie generazioni. Il loro tenebroso silenzio, l'immaginaria residenza
di un invisibil potere, non presentando alcun distinto oggetto di
terrore o di adorazione, imprimea nella mente un profondo sentimento di
orrore religioso[697]; ed i sacerdoti, rozzi ed ignoranti com'erano,
avevano appreso dall'esperienza l'uso di tutti quegli artifizj, che
potessero conservare e fortificare impressioni sì convenienti al loro
proprio interesse.
La stessa ignoranza, che rende i Barbari incapaci di comprendere il
bene, o di accettare l'utile freno delle leggi, gli espone nudi e
disarmati ai ciechi terrori della superstizione. I sacerdoti germani,
aumentando questa favorevole disposizione dei loro concittadini, avevano
usurpata, anche negli affari temporali, una giurisdizione, che i
Magistrati non avrebbero ardito di esercitare, ed il superbo guerriero
pazientemente si sottoponeva alla sferza della correzione, quando veniva
non da alcuna potenza umana, ma dall'ordine immediato del Dio della
guerra[698]. Ai difetti della politica civile suppliva talora
l'interposizione della sacerdotale autorità. L'ultima era costantemente
impiegata a mantenere il silenzio e la decenza nelle assemblee popolari;
e si estendeva talvolta ad interessi più importanti per la pubblica
prosperità. Fu per qualche casuale circostanza fatta una solenne
processione nei paesi or conosciuti sotto i nomi di Meclenburgo e di
Pomerania. L'ignoto simbolo della -Terra-, coperto con un denso velo, fu
posto sopra un carro tirato dalle vacche; e in questa guisa la Dea, che
risedeva ordinariamente nell'isola di Rugen, visitò le diverse
circonvicine Tribù de' suoi adoratori. Durante il suo viaggio fu
acchetato ogni rumore di guerra, le discordie rimasero sospese, le armi
deposte: e gl'inquieti Germani ebbero l'occasione di godere i beni della
pace e della concordia[699]. La -tregua di Dio-, così spesso e così
inutilmente proclamata dal clero dell'undecimo secolo, era un'ovvia
imitazione di quell'antica usanza[700].
Ma l'influenza della religione era molto più capace d'infiammare, che di
moderare le feroci passioni dei Germani. L'interesse ed il fanatismo
spesso mossero i suoi ministri a santificare le più temerarie ed
ingiuste imprese coll'approvazione del Cielo, e colle promesse di un
felice successo. Le sacre insegne lungamente venerate ne' boschi della
superstizione, erano messe alla fronte della battaglia[701]; e
l'esercito nemico veniva consacrato con orribili imprecazioni agli Dei
della guerra e del fulmine[702]. Nella credenza dei soldati (e tali
erano i Germani) la codardia è il più imperdonabile di tutti i peccati.
Un uomo coraggioso era il degno favorito delle loro marziali divinità;
lo sciagurato, che aveva perduto il suo scudo, era bandito dalle
religiose e dalle civili assemblee dei suoi concittadini. Sembra che
alcune Tribù settentrionali avessero abbracciata la dottrina della
trasmigrazione[703], ed altre immaginato un materiale paradiso di
perpetua ubbriachezza[704]. Tutte però convenivano che la vita spesa
nell'armi, ed una gloriosa morte in battaglia erano i migliori
preparativi per un felice avvenire in questo, ed in un altro Mondo.
L'immortalità così vanamente promessa dai sacerdoti, era in qualche modo
conferita dai -Bardi-. Questo ordine singolare d'uomini ha meritamente
occupata l'attenzione di tutti coloro, che hanno tentato d'investigare
le antichità dei Celti, degli Scandinavi, e dei Germani. Il loro genio
ed il loro carattere, come ancora la venerazione portata al loro
importante uffizio, sono state bastantemente illustrate. Ma non si può
con eguale facilità esprimere, e neppur concepire l'entusiasmo di armi e
di gloria, ch'essi accendevano nel petto dei loro uditori. Tra un popolo
culto, il gusto per la poesia è piuttosto un trattenimento della
fantasia, che una passione dell'animo. Pure, quando in un tranquillo
ritiro si rileggono le battaglie descritte da Omero e dal Tasso, siamo
insensibilmente sedotti dalla finzione, e proviamo un momentaneo
trasporto di ardor militare. Ma quanto mai debole, e quanto fredda è mai
la sensazione, che da uno studio solitario può ricevere un animo quieto!
Nel momento della battaglia, o nella allegrezza della vittoria,
celebravano i Bardi la gloria degli antichi Eroi, antenati di quei
bellicosi capitani, che ascoltavano con trasporto le loro semplici, ma
animate canzoni. La vista delle armi o del pericolo ingrandiva gli
effetti del canto militare; e le passioni, che si volevano con quello
eccitare, la sete di gloria, e il disprezzo della morte, erano gli
abituali sentimenti di un animo germano[705].
Tale la condizione, e tali erano i costumi degli antichi Germani. Il
loro clima, la loro ignoranza delle scienze, delle arti e delle leggi,
le loro idee di onore, di valore e di religione, il sentimento di
libertà, l'avversione alla pace, e la sete di nuove imprese, tutto in
somma contribuì a formare un popolo di Eroi militari. Ma nonostante si
vede che per più di dugento cinquanta anni, che passarono dalla disfatta
di Varo al regno di Decio, questi Barbari formidabili fecero pochi
considerabili tentativi, e niuna riguardevole impresa contro le
dissolute o schiave province dell'Impero. Il loro progresso fu impedito
dalla mancanza d'armi e di disciplina, ed il loro furore divertito dalle
intestine discordie dell'antica Germania.
I. È stato ingegnosamente osservato e non senza verità, che una nazione
padrona del ferro, diventa ben presto padrona dell'oro. Ma le selvagge
Tribù della Germania, prive ugualmente d'ambidue questi stimabili
metalli, erano ridotte a lentamente acquistare colla non secondata lor
forza il possesso dell'uno o dell'altro. L'aspetto di un esercito di
Germani mostrava la penuria che avevano di ferro. Di rado poterono far
uso delle spade e delle lance più lunghe. Le loro -framee- (come essi
nella lor lingua le nominavano) erano lunghe aste, che in cima aveano
un'acuta e stretta punta di ferro, e ch'essi, secondo l'occasione, o
lanciavano da lontano, o maneggiavano combattendo a corpo a corpo. La
loro cavalleria non aveva altre armi, che quest'asta e uno scudo. Una
moltitudine di dardi scagliati con incredibile forza[706] era quel di
più che avesse l'infanteria. L'abito militare, quando pure l'avevano,
altro non era che uno sciolto mantello. Una varietà di colori era
l'unico ornamento dei loro scudi, fatti di legno o di giunco. Pochi tra
i Capi erano distinti dalla corazza, e niuno quasi dall'elmo. Benchè i
cavalli della Germania non fossero nè belli, nè veloci, nè avvezzi alle
artificiose evoluzioni della cavalleria romana, contuttociò parecchie di
quelle nazioni furono rinomate per la loro cavalleria; ma generalmente
la principale forza dei Germani consisteva nell'infanteria[707] che si
ordinava in profonde colonne, secondo la distinzione delle tribù e delle
famiglie. Impazienti della fatica o dell'indugio questi guerrieri mezzo
armati correvano alla battaglia con dissonanti strida e in disordinate
file; e talvolta collo sforzo del valor naturale superavano la forzata e
più artificiale bravura dei mercenarj romani. Ma siccome i Barbari
perdevano tutto il loro vigore nel primo assalto, non sapevano nè come
riordinarsi, nè come ritirarsi. Una resistenza improvvisa cagionava la
loro disfatta; e la disfatta era quasi sempre una total distruzione.
Quando noi riflettiamo all'intera armatura dei soldati romani, alla loro
disciplina, agli esercizj, all'evoluzioni, ai campi fortificati, e alle
macchine militari, restiamo giustamente sorpresi, che il nudo e non
assistito valore dei Barbari osasse incontrare in campo la forza delle
legioni, e delle diverse truppe ausiliarie, che secondavano le loro
operazioni. Troppo fu ineguale il conflitto, finchè il lusso non ebbe
snervato il vigore degli eserciti romani, e lo spirito di disubbidienza
e di sedizione non n'ebbe corrotta la disciplina. L'introduzione dei
Barbari ausiliarj in quelle armate fu un passo accompagnato da molti
ovvj pericoli, giacchè così poterono i Germani a poco a poco istruirsi
nelle arti della guerra e della politica. Benchè vi fossero ammessi in
piccol numero e con le maggiori precauzioni, l'esempio di Civile fu
proprio a convincere i Romani che il pericolo non era immaginario, e che
le loro precauzioni non erano sempre bastanti[708]. Nelle guerre civili,
che seguitarono la morte di Nerone, quell'artificioso ed intrepido
Batavo, che i suoi nemici medesimi paragonarono ad Annibale ed a
Sertorio[709], formò un gran disegno di libertà e di ambizione. Otto
coorti batave, rinomate nelle guerre della Britannia e dell'Italia,
corsero sotto il di lui stendardo. Egli condusse un'armata di Germani
nella Gallia, fece abbracciare il suo partito alle potenti città di
Treveri e di Langres, disfece le legioni, distrusse i loro campi
fortificati, ed impiegò contro i Romani quella scienza militare, ch'egli
aveva acquistata nel loro servizio. Quando finalmente, dopo una ostinata
resistenza, cedè al potere dell'Impero, Civile assicurò sè stesso e la
patria con un trattato onorevole. I Batavi continuarono sempre ad
occupare le isole del Reno[710], come alleati, non come schiavi della
Monarchia romana.
II. La forza dell'antica Germania par formidabile, quando consideriamo
gli effetti che gli uniti sforzi della medesima avrebbero potuto
produrre. Quella vasta estensione di paese potea contenere un milione di
guerrieri, giacchè chiunque v'era in età di portar le armi, era ancora
disposto ad usarle. Ma questa feroce moltitudine, incapace di
concertare, o di eseguire alcun piano di grandezza nazionale, veniva
agitata da diverse e spesso nemiche fazioni. La Germania era divisa in
più di quaranta Stati indipendenti; ed in ciascuno di questi Stati
ancora l'unione delle diverse tribù era assai debole o precaria. Questi
Barbari facilmente si sdegnavano; non sapevano dimenticare un'ingiuria,
e molto meno un insulto; i loro risentimenti erano sanguinosi ed
implacabili. Le casuali contese, che sì spesso insorgevano nelle loro
tumultuose compagnie, o cacciando o bevendo, erano bastanti ad accendere
gli animi d'intere nazioni; la privata nimicizia di due considerabili
capitani si diffondeva tra i loro seguaci ed i loro alleati. Il
castigare gl'insolenti, il saccheggiar gl'indifesi erano eguali motivi
di far la guerra. Gli Stati più formidabili della Germania si studiavano
di circondare i loro territorj con una larga frontiera di solitudine e
di devastazione. Così quella spaventosa distanza gli assicurava dai loro
vicini, attestava il terrore delle loro armi, e in qualche modo li
difendeva dal pericolo d'inaspettate incursioni[711].
«I Bruteri (è Tacito che parla) furono totalmente esterminati dalle
vicine tribù[712], provocate dalla loro insolenza, lusingate dalla
speranza del bottino, e forse inspirate dai Numi tutelari dell'Impero.
Quasi sessantamila Barbari furon distrutti non dall'armi romane, ma
sotto i nostri occhi, e per darci un grato spettacolo. Così le nazioni
nemiche di Roma conservino sempre fra loro questa scambievole
inimicizia. Noi siamo giunti al colmo della prosperità[713], ed altro
non ci resta ad implorare dalla fortuna, che le discordie dei
Barbari[714].» Questi sentimenti men degni dell'umanità, che del
patriottismo di Tacito, mostrano le invariabili massime di politica de'
suoi concittadini. Consideravan eglino più sicuro espediente il
dividere, che il combattere quei Barbari, dalla disfatta dei quali non
potean ritrarre nè onor nè vantaggio. Il danaro e gli artifizj di Roma
penetravano nel cuore della Germania; e col giusto decoro si metteva in
opera ogni seduzione per conciliarsi quei popoli, che la lor vicinanza
al Danubio ed al Reno potea rendere utilissimi amici, o nemici
pericolosissimi. I Capi rinomati e potenti erano adulati co' più frivoli
doni, ch'essi ricevevano o come segni di distinzione, o come strumenti
di lusso. Nelle civili dissensioni la fazione più debole procurava di
avvalorare la sua causa unendosi secretamente coi governatori delle
confinanti province. Ogni discordia fra i Germani era fomentata
dagl'intrighi di Roma; ed ogni disegno di unione e di pubblico bene
veniva sconcertato dalla forza maggiore della gelosia e dell'interesse
privato[715].
La generale congiura, che atterrì i Romani sotto il regno di Marco
Antonino, comprendeva quasi tutte le nazioni della Germania e fino della
Sarmazia, dalla foce del Reno a quella del Danubio[716]. E impossibile
di stabilire se questa precipitosa confederazione fu formata dalla
necessità, dalla ragione, o dalla passione, ma siamo sicuri che i
Barbari non furono allettati dall'indolenza, nè provocati dall'ambizione
del Monarca romano. Questa pericolosa invasione richiese tutta
l'intrepidezza e vigilanza di Marc'Aurelio. Egli pose Generali molto
esperti nei diversi posti d'attacco, e prese in persona il comando
dell'armi nella più importante provincia del Danubio superiore. Dopo un
lungo e dubbioso conflitto il coraggio di quei Barbari fu domato, I
Quadi ed i Marcomanni[717], che si erano fatti i capi della guerra,
furono in quella catastrofe più degli altri severamente puniti. Vennero
costretti a ritirarsi cinque miglia[718] dalle rive del Danubio, ch'essi
abitavano, e a dare in ostaggio il fiore de' loro giovani, i quali
furono immediatamente mandati nella Britannia, isola remota, dove
potessero essere sicuri come ostaggi, ed utili come soldati[719].
Irritato l'Imperatore per le frequenti ribellioni dei Quadi e dei
Marcomanni, si risolvè di ridurre il lor paese in Provincia. La morte
sconcertò i suoi disegni. Questa lega formidabile, la sola che
comparisca nei due primi secoli della Storia Augusta, fu interamente
dissipata, senza lasciare di se traccia veruna nella Germania.
Nel corso di questo capitolo, che servir dee d'introduzione, ci siamo
ristretti ai generali lineamenti dei costumi della Germania, senza
tentar di descrivere o distinguere le varie tribù, che riempivano quel
vasto paese ai tempi di Cesare, di Tacito, o di Tolomeo. A misura che le
antiche o le nuove tribù si presenteranno nel corso di questa Storia,
noi faremo breve menzione delle loro origini, e situazioni, e dei loro
particolari caratteri. Le nazioni moderne sono società fisse e
permanenti, unite tra loro dalle leggi e dal Governo, attaccate al suolo
nativo per le arti e per l'agricoltura. Le tribù della Germania erano
volontarie e fluttuanti associazioni di soldati, quasi direi di
selvaggi. Un medesimo territorio cangiava spesso di abitatori nelle
varie vicende di conquiste e di emigrazioni. Le stesse comunità,
unendosi per formare un piano di difesa o d'invasione, davano un nuovo
nome alla nuova loro confederazione. Lo scioglimento di una antica lega
rendeva alle indipendenti tribù i loro particolari nomi, da lungo tempo
obbliati. Un popolo vittorioso spesso comunicava il suo proprio nome al
vinto. Turme di volontarj correvano talora da tutte le parti sotto le
insegne di un condottier favorito; il suo campo diveniva la loro patria,
e qualche circostanza di quella impresa dava ben presto un nome comune a
quella mista moltitudine. Le distinzioni dei feroci invasori erano
continuamente mutate da loro medesimi, o confuse dagli attoniti sudditi
dell'Impero romano[720].
Le guerre e l'amministrazione dei pubblici affari sono i soggetti
principali della Storia; ma il numero delle persone interessate in
quelle scene di affari è molto diverso secondo che diversa è la
condizione degli uomini. Nelle grandi Monarchie, milioni di sudditi
ubbidienti attendono alle loro utili occupazioni in seno alla pace ed
all'oscurità. L'attenzione dello scrittore e del lettore allora è
solamente ristretta ad una Corte, ad una capitale, ad un esercito
regolare, ed a distretti che accidentalmente divengono teatri di
militari operazioni. Ma uno Stato d'indipendenza e barbarie, il tempo
delle turbolenze civili, o la situazione delle piccole Repubbliche[721],
mette quasi ogni membro della società in azione e per conseguenza in
veduta. Le divisioni irregolari, e le inquiete turbolenze della Germania
abbagliano la nostra immaginazione, e par che moltiplichino il loro
numero. La prolissa enumerazione di tanti Re e di tanti guerrieri, di
eserciti e di nazioni, ci fa quasi dimenticare, che i medesimi oggetti
vengono continuamente ripetuti sotto nomi diversi e che spesso i nomi
più illustri sono stati largamente conceduti agli oggetti meno degni di
considerazione.
NOTE:
[634] Da Erodoto, Senofonte, Erodiano, Ammiano, Chardin, ec., ho
estratto alcune -probabili- notizie sulla nobiltà persiana, le quali
sembrano o comuni ad ogni secolo, o particolari a quelle dei Sassanidi.
[635] I moderni filosofi della Svezia sembrano accordarsi a credere, che
le acque del Baltico gradatamente scemino in una regolare proporzione,
ch'e' si sono avventurati a valutare mezzo pollice ogni anno. Venti
secoli addietro, il basso terreno della Scandinavia deve essere stato
coperto dal mare; mentre le terre più alte sovrastavano alle acque, come
altrettante isole di forme e dimensioni diverse. Tale difatto è l'idea
che Mela, Plinio e Tacito ci danno delle vaste contrade intorno al
Baltico. Vedi nella -Bibliothèque raisonnée-, tom. XL e XLV un lungo
estratto della Storia di Svezia di Dalin, scritta in lingua Svezzese.
[636] Particolarmente il Sig. Hume, l'Abate du Bos, ed il Sig.
Pelloutier Stor. dei Celti tom. I.
[637] Diod. Sic. l. V p. 340 ediz. Wessel. Erodiano l. VI p. 221.
Jornandes c. 55. Sulle rive del Danubio il vino, quando era portato in
tavola, veniva ghiacciato in grossi pezzi, -frusta vini-. Ovid. Epist.
ex Ponto l. IV 7, 9, 10. Virgil. Georg. l. III 355. Il fatto è
confermato da un soldato filosofo, che avea provato l'intenso freddo
della Tracia. Vedi Senofonte, Anabasis l. VII p. 560, edizione
Hutchinson.
[638] Buffon Stor. Nat. tom. 12 p. 79, 116.
[639] Caesar de bello Gallico VI 23 ec. I più curiosi esploratori tra i
Germani ne ignoravano gli ultimi confini, benchè molti di essi vi
avessero viaggiato per più di 60 giorni di cammino.
[640] Cluverio (-Germania Antiqua- l. III c. 47) rintraccia piccoli
dispersi avanzi della foresta Ercinia.
[641] Charlevoix -Histoire du Canada-.
[642] Olao Rudbeck sostiene che le donne svezzesi generavano sovente
dieci o dodici figli, e non è straordinario il numero di venti o di
trenta; ma l'autorità di Rudbeck si deve avere per molto sospetta.
[643] -In hos artus, in haec corpora, quae miramur, excrescunt.- Tacit.
German. 3, 20. Cluver l. 1, c. 14.
[644] Plutar. in Mario. I Cimbri per divertimento sdrucciolavano dalle
montagne di neve sopra i loro grandi scudi.
[645] Fecero i Romani la guerra in tutti i climi, e con l'eccellente lor
disciplina si conservarono in gran parte la salute ed il vigore. È da
osservarsi, che l'uomo è il solo animale, il quale possa vivere e
moltiplicare in ogni paese, dall'Equatore ai Poli. Sembra che in questo
privilegio il porco si avvicini più d'ogni altro animale alla nostra
specie.
[646] Tacit. German. c. 3. I Galli nella loro emigrazione seguitarono il
corso del Danubio, e si sparsero nella Grecia e nell'Asia. Tacito non
potè rinvenire che una sola piccola tribù, la quale conservasse alcune
tracce di una gallica origine.
[647] Secondo il Dott. Keating. (Stor. d'Irlanda p. 13, 14) il gigante
Partolano, ch'era figlio di Seara, figlio di Esra, figlio di Sru, figlio
di Framant, figlio di Fathaclan, figlio di Magog, figlio di Jafet,
figlio di Noè, approdò alla costa di Munster, ai 14. Maggio, l'anno del
Mondo 1978. Benchè egli avesse un felice successo nella sua grande
impresa, la rilassata condotta della sua moglie gli rendè la vita
domestica molto infelice, e lo irrito a un segno, che uccise.... di lei
favorito veltro. Questo, come il dotto Storico osserva, fu il -primo-
esempio di falsità e d'infedeltà femminile che mai si conoscesse
nell'Irlanda.
[648] Stor. Genealog. dei Tartari, di Abulghazi Bahadur Khan.
[649] La sua opera intitolata -Atlantica-, è rarissima; Bayer ne ha
fatto due curiosi estratti, -République des Lettres, Janvier et Février
1685-.
[650] Tacit. Germ. II 19. -Litterarum secreta viri pariter ac foeminae
ignorant.- Possiam contentarci di questa decisiva autorità, senza
entrare nelle oscure dispute concernenti l'antichità dei caratteri
Runici. Il dotto Celsio, svezzese, letterato e filosofo, era d'opinione
che quei caratteri altro non fossero che lettere romane, con le curve
cangiate in linee rette per la facilità dell'incisione. Ved. Pelloutier
Stor. dei Celti l. II c. 11. -Dictionnaire Diplomat.- tom. I. p. 223.
Possiamo aggiugnere che le più antiche iscrizioni runiche si credono
essere del terzo secolo, ed il più antico Scrittore che le rammenti, è
Venanzio Fortunato (Carmen. VII 18) il quale viveva verso la fine del
sesto secolo.
-Barbara fraxineis pingatur RUNA tabellis.-
[651] -Recherches Philosoph. sur les Améric.- tom. III. pag. 228.
L'autore di questa bella opera è (se non sono male informato) tedesco di
nascita.
[652] Il geografo Alessandrino è spesso criticato dall'esatto Cluverio.
[653] Vedi Cesare ed il dotto Sig. Whitaker nella sua Storia di
Manchester vol. I.
[654] Tacit. German. 15.
[655] Quando i Germani ordinarono agli Ubii di Colonia di scuotere il
giogo romano, e ripigliare con la nuova lor libertà gli antichi costumi,
insisterono sull'immediata demolizione delle mura della Colonia.
-Postulamus a vobis, muros coloniae, munimenta servitii detrahatis;
etiam fera animalia, si clausa teneas, virtutis obliscuntur.- Tacit.
Hist. IV. 64.
[656] Gli sparsi villaggi della Slesia si estendono per diverse miglia
di lunghezza. Vedi Cluver. l. I c. 13.
[657] Centoquaranta anni dopo Tacito, furono erette alcune fabbriche più
regolari vicino al Reno e al Danubio Erodiano, l. VII p. 234.
[658] Tacit. Germ. 17.
[659] Tacit. German. 5.
[660] Caesar De bell. Gall. VI 21.
[661] Tacit. Germ. 26 Caesar VI 22.
[662] Tacit. Germ. 6.
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