la grandezza dello Stato, era corrotta dall'ambizione, o rilassata dalla
debolezza degl'Imperatori. La forza delle frontiere, che prima
consisteva nelle armi, più che nelle fortificazioni, si era indebolita
insensibilmente; e le più belle province giacevano esposte alla rapacità
o all'ambizione dei Barbari, che presto si accorsero della decadenza
dell'Impero di Roma.
NOTE:
[520] Non vi era ancora stato esempio di tre generazioni successive sul
trono: si erano soltanto veduti tre figli governare l'Impero dopo la
morte dei loro padri. Non ostante la permissione e la frequente pratica
del divorzio, i matrimonj dei Cesari generalmente furono infruttuosi.
[521] Storia Aug. p. 138.
[522] Stor. Aug. p. 140. Erod. l. VI p. 223, Aurel. Vittore. Paragonando
questi autori, sembra che Massimino avesse il comando particolare della
cavalleria Triballiana, e la commissione di disciplinare le reclute di
tutto l'esercito. Il suo biografo avrebbe dovuto più accuratamente
indicare le sue imprese, ed i diversi gradi, pei quali egli passò.
[523] Vedi la lettera originale di Alessandro Severo. Storia Aug. p.
149.
[524] Stor. Aug. p. 135. Ho moderate alcune delle più improbabili
circostanze riferite nella sua vita, per quanto se ne può giudicare
dalla narrazione di questo sciaurato biografo, secondo il quale parrebbe
che il buffone di Alessandro entrasse a caso nella sua tenda, mentre ei
dormiva, e lo svegliasse, e che il timor del castigo l'inducesse a
persuadere ai malcontenti soldati di commettere quell'assassinio.
[525] Erod. l. VI. p. 223. 227.
[526] Caligola, il maggiore dei quattro, non aveva che 25 anni quando
ascese al trono; Caracalla ne avea 23; Commodo 19, e Nerone 17 soltanto.
[527] Sembra ch'egli ignorasse interamente il greco, linguaggio d'uso
universale allora nello scrivere e nel conversare, lo studio che faceva
parte essenziale d'ogni culta educazione.
[528] Stor. Aug. p. 141. Erod. l. VII p. 237. Ingiustamente si accusa
quest'ultimo Storico di aver nascosti i vizj di Massimino.
[529] Veniva paragonato a Spartaco, e ad Atenione: Stor. Aug. p. 141.
Alcune volte la moglie di Massimino sapeva con i suoi savj e dolci
consigli rimettere il tiranno sulla via della verità e dell'umanità.
Ved. Am. Marcellino l. XVII. c. 1, dove fa allusione a quella
circostanza, ch'egli ha più estesamente riferita sotto il regno di
Gallieno. Si può vedere dalle medaglie, che quella benefica Imperatrice
si nominava Paulina: il titolo di -Diva- indica ch'essa morì avanti
Massimino. (Valois, -ad loc. cit.- Amm.) Spanheim -de U. Et P. N.- tom.
II. p. 300.
[530] Erod. l. VII p. 238; Zosimo l. I p. 15.
[531] Nel fertile territorio di Bizacena a cento cinquanta miglia da
Cartagine verso mezzogiorno. Fu probabilmente Gordiano, che dette il
nome di Colonia a quella città, e vi fece fabbricare un anfiteatro, che
il tempo ha rispettato. Vedi -Itineraria- Wesseling p. 59, ed i viaggi
di Shaw pag. 117.
[532] Erod. l. VII p. 239, Stor. Aug. p. 153.
[533] Stor. Aug. p. 152. Marco Antonio s'impadronì della bella casa di
Pompeo, -in carinis-. Dopo la morte del Triumviro essa fece parte del
dominio imperiale. Traiano permise ai Senatori opulenti di comprare
questi magnifici palazzi già divenuti inutili al Principe (Plinio
Panegir. c. 50.) Allora probabilmente il bisavolo di Gordiano acquistò
la casa di Pompeo.
[534] Queste quattro specie di marmo erano il claudiano, il numidico, il
caristio, ed il sinnadio: non sono stati molto ben descritti i loro
colori per poterli esattamente riconoscere. Sembra però che il caristio
fosse un verdemare, e che il sinnadio fosse un bianco mischiato di
macchie di porpora ovali. Vedi Salmasio, ad -Hist. Aug.- p. 164.
[535] Stor. Aug. p. 151 152. Faceva talvolta comparir sull'arena
cinquecento coppie di gladiatori, e non mai meno di centocinquanta:
dette egli una volta per l'uso del Circo cento cavalli Siciliani ed
altrettanti della Cappadocia. Gli animali per le cacce erano orsi,
cignali, tori, corvi, alci, asini selvaggi ec. Pare che i leoni e gli
elefanti fossero riservati per l'imperiale magnificenza.
[536] Vedi nella Stor. Aug. p. 152 la lettera originale, che mostra il
rispetto di Alessandro pel Senato, e la sua stima pel Proconsole
designato da quell'Assemblea.
[537] Il giovane Gordiano ebbe tre o quattro figli da ogni concubina; le
sue produzioni letterarie, avvegnachè in minor numero, non sono da
disprezzarsi.
[538] Erod. l. VII p. 243; Stor. Aug. p. 144.
[539] -Quod tamen patres dum periculosum existimant, inermes armato
resistere approbaverunt.- Aurel. Vittor.
[540] Gli Uffiziali e gli stessi famigli del Senato erano esclusi, ed i
Senatori esercitavano essi medesimi le funzioni di Cancelliere ec. Siam
debitori alla Stor. Aug. p. 159 di questo curioso esempio dell'antico
uso osservato nel tempo della Repubblica.
[541] Questo discorso, degno di un zelante cittadino, pare che sia stato
estratto dai registri del Senato, e trovasi inserito nella Storia Aug.
p. 156.
[542] Erod. l. VII p. 244.
[543] Erod. l. VII p. 147; l. VIII p. 277; Stor. Aug. p. 156 158.
[544] Erod. l. VII. p. 254; Stor. Aug. p. 150 160. In vece di un anno e
sei mesi pel regno di Gordiano, il che è assurdo, bisogna leggere nel
Casaubono e nel Panvinio un mese e sei giorni. Ved. Comment. p. 193;
Zosimo riferisce con una strana ignoranza della Storia, o per uno strano
abuso della metafora (l. I p. 17.), che i due Gordiani perirono in una
tempesta in mezzo alla loro navigazione.
[545] Vedi Stor. Aug. p. 166 sull'autorità dei registri del Senato. La
data è sicuramente falsa: ma è facile di correggere questo sbaglio,
riflettendo che si celebravano allora i giuochi Apollinari.
[546] Discendeva da Cornelio Balbo, nobile spagnuolo, e figlio adottivo
di Teofane, Storico greco. Balbo ottenne il diritto di cittadinanza pel
favor di Pompeo, e lo conservò per l'eloquenza di Cicerone (Vedi -orat.
pro Corn. Balbo-). L'amicizia di Cesare, al quale egli rendè in secreto
importanti servigi nella guerra civile, gli procurò le dignità di
Console e di Pontefice, onori dei quali niun forestiero era stato
peranco rivestito. Il nipote di questo Balbo trionfò dei Garamanti. Vedi
il Dizionario del Baile alla parola -Balbo-. Questo giudizioso scrittore
distingue varj personaggi di tale nome, e rileva con la sua ordinaria
esattezza, gli abbagli di coloro che hanno trattato lo stesso soggetto.
[547] Zonara l. XII. p. 622; ma come possiamo fidarci della autorità di
un Greco sì poco istrutto della Storia del terzo secolo, che crea
diversi immaginarj Imperatori, e confonde i Principi che hanno realmente
esistito?
[548] Erod. l. VII p. 256, suppone che il Senato fosse prima convocato
nel Campidoglio, e lo fa parlare con molta eloquenza. La Stor. Aug. p.
116 sembra molto più autentica.
[549] In Erod. l. VII p. 249, e nella Storia Aug. abbiamo tre diverse
arringhe di Massimino alla sua armata per la ribellione dell'Affrica e
di Roma. Tillemont ha osservato che non sono coerenti tra loro, nè
s'accordano con la verità. Stor. degl'Imperatori tom. III p. 799.
[550] L'inesattezza degli Scrittori di quel secolo ci pone in un grande
imbarazzo: I. Sappiamo che Massimo e Balbino furono uccisi nel tempo dei
giuochi Capitolini (Erodiano l. VIII p. 285). L'autorità di Censoriano
(-de die natali- c. 18.) c'insegna che questi giuochi furono celebrati
nell'anno 238, ma noi non sappiamo nè il mese nè il giorno. II. Non si
può dubitare che Gordiano non sia stato eletto dal Senato il 27 di
Maggio; ma è difficile di sapere se ciò fu nello stesso anno o nel
precedente. Tillemont e Muratori, che sostengono le due opposte
opinioni, si fondano sopra molte autorità, congetture, e probabilità.
L'uno ristringe la serie dei fatti tra queste due epoche, l'altro
l'estende al di là, e sembra che ambidue si allontanino ugualmente dalla
ragione e dalla Storia. È per altro necessario seguire uno dei due.
[551] Velleio Patercolo l. II c. 24. Il presidente di Montesquieu, nel
suo dialogo tra Silla ed Eucrate, esprime il sentimento del Dittatore in
una maniera sublime ed ingegnosa.
[552] Il Muratori (Ann. d'Italia tom. II. p. 294) crede che lo
scioglimento delle nevi indichi piuttosto il mese di Giugno o di Luglio,
che quel di Febbraio. L'opinione di uno che passava la vita tra le Alpi
e gli Appennini, è senza dubbio di gran peso: conviene per altro
osservare; I. che il lungo inverno, sul quale si fonda il Muratori, non
si trova che nella versione latina, e che il testo greco di Erodiano non
ne fa menzione. II. che le piogge ed il sole, al quale furono i soldati
di Massimino esposti successivamente (Erod. l. VIII p. 277), indicano
piuttosto la primavera che la state. Sono queste le diverse correnti che
insieme unite formano il Timavo, di cui Virgilio ci ha data una
descrizione tanto poetica, prendendo questa parola in tutta la sua
estensione. Le loro acque scorrono a dodici miglia in circa a levante di
Aquileia. Vedi Cluverio -Italia Antiq.- tom. I p. 189.
[553] Erodiano l. VIII p. 272. La divinità Celtica fu supposta essere
Apollo, e sotto questo nome gli rendè grazie il Senato. Si fabbricò
ancora un tempio a Venere Calva per eternare la gloria delle donne di
Aquileia, le quali aveano in quell'assedio generosamente sacrificati i
loro capelli, per farne corde ad uso delle macchine di guerra.
[554] Erodiano l. VIII p. 279. Stor. Aug. p. 145. Eutropio fa regnare
Massimino tre anni ed alcuni giorni (l. IX I.) Possiamo credere che il
testo di questo autore non è corrotto, poichè l'originale latino
confronta colla versione greca di Peanio.
[555] Otto piedi romani e un terzo. Vedi il trattato di Graves sul piede
romano. Massimino potea bere in un giorno un'-anfora- di vino, o
mangiare trenta o quaranta libbre di carne. Poteva strascinare una
carretta carica, rompere con un pugno la gamba ad un cavallo, stritolare
con le mani le pietre, e svellere piccoli alberi. Vedi la sua vita nella
Storia Augusta.
[556] Vedi nella Stor. Aug. la lettera di congratulazione scritta dal
Console Claudio Giuliano ai due Imperatori.
[557] Stor Aug. p. 171.
[558] Erod. l. VIII p. 258.
[559] Erod. l. VIII p. 213.
[560] Il Senato aveva imprudentemente fatta questa osservazione; e lo
notarono i soldati come un insulto. Stor. Aug. p. 270.
[561] -Discordiae tacitae, et quae intelligerentur potius quam
viderentur.- Stor. Aug. p. 170. Questa felice espressione è
probabilmente presa da qualche migliore Scrittore.
[562] Erodiano l. VIII p. 287 288.
[563] -Quia non alius erat in praesenti.- Stor. Aug.
[564] Quinto Curzio (l. X c. 9) elegantemente si rallegra
coll'Imperatore del giorno, perchè colla felice sua assunzione al trono
ha spente tante fiamme, fatti rientrare tanti brandi nella guaina, e
posto fine ai mali di un diviso Governo. Dopo avere attentamente pesate
tutte le parole di questo passo, non vedo in tutta la Storia romana
altr'epoca, alla quale possa meglio convenire che all'innalzamento di
Gordiano. In questo caso si potrebbe determinare il tempo in cui ha
scritto Quinto Curzio. Quei che lo pongono sotto i primi Cesari, si
fondano sulla purità e sull'eleganza del suo stile; ma non possono
spiegare il silenzio di Quintiliano, che ci ha data una lista
esattissima degli Storici romani senza far menzione dell'autore della
vita di Alessandro.
[565] Storia Aug. p. 161. Da alcune particolarità contenute in queste
due lettere, io penso che gli eunuchi fossero scacciati dal palazzo con
qualche violenza, e che il giovane Gordiano si contentò di approvare la
loro disgrazia senza acconsentirvi.
[566] -Duxit uxorem filiam Misithei, quem causa eloquentiae dignum
parentela sua putavit, et praefectum statim fecit; post quod, non
puerile jam et contemptibile videbatur imperium.-
[567] Stor. Aug. 162, Aurel. Vittore, Porfirio -in vita Plotini ap.
Fabricium-, -Biblioth. graeca- l. IV c. 36. Il filosofo Plotino
accompagnò l'esercito, mosso dal desiderio d'istruirsi e di penetrare
nell'India.
[568] A diciotto miglia incirca dalla piccola città di Circesio su i
confini dei due Imperi.
[569] L'iscrizione, che conteneva un curioso equivoco, fu cancellata per
ordine di Licinio, il quale vantava qualche grado di parentela con
Filippo (Stor. Aug. pag. 165); ma il -tumulus- o monticello di terra,
che formava il sepolcro, sussisteva nel tempo di Giuliano. Vedi Amm.
Marcellino XXIII 5.
[570] Aurelio Vittore, Eutrop, IX 2; Orosio VII 20 Ammian, Marcell.
XXIII. Zosimo l. I p. 10. Filippo era nato a Bostra e non aveva allora
che verso quarant'anni.
[571] Il termine di aristocrazia può egli essere giustamente applicato
al governo d'Algeri? Ogni governo militare ondeggia fra gli estremi di
un'assoluta monarchia e di una feroce, rozza democrazia.
[572] La Repubblica militare dei Mammalucchi nell'Egitto avrebbe
somministrato al Signore di Montesquieu (v. -Considerations sur la
grandeur et la décadence des Romains- cap. 16.) un parallelo più giusto
e più nobile.
[573] La Storia Augusta (p. 163 164.) non può in questo passo
conciliarsi con se medesima, nè con la probabilità. Come potea Filippo
condannare il suo predecessore, e ciò non ostante consacrarne la
memoria? Come potea egli mai far pubblicamente morire il giovane
Gordiano, e scrivendo poi al Senato discolparsi della taccia della di
lui morte? Filippo, benchè usurpatore ambizioso, non era però un furioso
tiranno. Gli acuti occhi di Tillemont e del Muratori hanno anch'essi
scoperte alcune cronologiche difficoltà in questa pretesa associazione
di Filippo all'Impero.
[574] Sarebbe difficile determinar l'epoca nella quale furono celebrati
per l'ultima volta que' giuochi. Allorquando Bonifacio VIII stabilì i
giubbilei pontificj, che sono una copia dei giuochi secolari, l'avveduto
Papa pretese di non aver fatto altro che richiamare a vita un'antica
istituzione. Vedi -Le Chais, Let. sur les Jubil.-
[575] Questo intervallo era di cento, o centodieci anni. Varrone e Livio
adottarono la prima opinione, ma l'ultima fu consacrata dalla
infallibile autorità delle Sibille (Censorino. -De die Natali- c. 17.)
Gl'Imperatori Claudio e Filippo non si conformarono agli ordini
dell'oracolo.
[576] L'idea dei giuochi secolari si ricava meglio dall'ode di Orazio e
dalla descrizione di Zosimo l. II p. 167 ec.
[577] L'adottato calcolo di Varrone, assegna alla fondazione di Roma
un'Era che corrisponde all'anno 754 avanti G. C. Ma così poco conto può
farsi della cronologia romana nei primi secoli, che il Cav. Isacco
Newton ha trasportata la medesima epoca all'anno 627.
CAPITOLO VIII.
-Stato della Persia dopo il ristabilimento della Monarchia per
opera di Artaserse.-
Qualunque volta Tacito si compiace in quei belli episodj, nei quali
rapporta qualche domestico interesse dei Germani o dei Parti, il suo
oggetto principale è di sollevare l'attenzione del lettore da una scena
uniforme di vizj e di sciagure. Dal regno di Augusto al tempo di
Alessandro Severo, i nemici di Roma erano nel suo seno, i tiranni cioè
ed i soldati, e la prosperità della medesima aveva un interesse ben
debole e remoto in rivoluzioni, che accadessero al di là dell'Eufrate e
del Reno. Ma quando le milizie ebbero ridotto in una strana anarchia il
potere del Principe, le leggi del Senato, e la disciplina istessa del
campo, i Barbari del Settentrione e dell'Oriente, che fin allora avevano
fatte scorrerie su i confini, assalirono arditamente le province di un
Impero cadente. Le loro inquiete incursioni divennero irruzioni
formidabili, e dopo una lunga vicenda di scambievoli calamità, molte
tribù di quei vittoriosi invasori si stabilirono nelle province
dell'Imperio romano. Per avere una più chiara notizia di questi grandi
avvenimenti, procureremo di dar prima una idea del carattere, delle
forze, e dei disegni di quelle nazioni, che vendicarono il fato di
Annibale e di Mitridate.
Nei più antichi secoli del mondo, quando le selve che copriano l'Europa
servivano di ritiro a pochi vagabondi selvaggi, gli abitatori dell'Asia
erano già raccolti in città popolate, e ridotti sotto vasti Imperi, sedi
delle arti, del lusso, e del dispotismo. Gli Assiri regnarono
sull'Oriente[578], finchè lo scettro di Nino e di Semiramide cadde dalle
mani degl'infiacchiti loro successori. I Medi ed i Babilonesi si
divisero il loro Impero, poi furono essi stessi assorbiti nella
monarchia dei Persiani, le cui armi non poterono contenersi negli
angusti confini dell'Asia. Serse, il discendente di Ciro, seguitato,
come si dice, da due milioni d'uomini, invase la Grecia. Trentamila
soldati, comandati da Alessandro, figliuolo di Filippo, a cui i Greci
avean affidata la loro gloria e vendetta, bastarono per soggiogare la
Persia. I Principi della famiglia di Seleuco usurparono e perderono
l'Impero macedone dell'Oriente. Quasi nel tempo stesso che con un
vergognoso trattato cedevano ai Romani il paese, che giace di qua dal
monte Tauro, i Parti, oscura tribù d'origine scitica, li discacciarono
da tutte le province dell'Asia superiore. La formidabile potenza dei
Parti, che si stendeva dall'India alle frontiere della Siria, fu
distrutta a sua volta da Ardshir o Artaserse, fondatore di una nuova
dinastia, la quale sotto il nome di Sassanidi governò la Persia fino
all'invasione degli Arabi. Questa grande rivoluzione, di cui presto
sentirono i Romani la fatale influenza, seguì nel quarto anno di
Alessandro Severo, dugento ventisei anni dopo[579] l'Era Cristiana.
Artaserse avea servito con molta riputazione nelle armate di Artabano,
ultimo Re dei Parti, e si vede che l'ingratitudine regia (solita
ricompensa del merito sopreminente) lo rendette esule e ribelle. Oscura
era la costui nascita, e questa oscurità diede egualmente luogo alle
satire dei nemici, ed all'adulazione degli aderenti. Se porgiamo fede
alle accuse dei primi, Artaserse nasceva dall'adulterio della moglie di
un conciatore di pelli[580] con un soldato comune. Gli ultimi poi lo
rappresentano come discendente da un ramo degli antichi Re di Persia,
benchè il tempo e le disgrazie avessero a poco a poco ridotti i suoi
antenati all'umile condizione di cittadini privati[581]. Come erede per
discendenza della monarchia, sostenne i suoi diritti al trono, e prese
il nobile impegno di liberare i Persiani dall'oppressione, sotto la
quale gemevano per più di cinque secoli dopo la morte di Dario. I Parti
furon disfatti in tre grandi battaglie. Nell'ultima di queste perì il
loro Re Artabano, e con esso fu abbattuto per sempre lo spirito della
nazione[582]. L'autorità di Artaserse venne riconosciuta solennemente in
una grande adunanza tenuta a Balch nel Korasan. Due più giovani rampolli
della reale famiglia di Arsace furon confusi tra i Satrapi umiliati. Un
terzo, più ricordevole dell'antica grandezza che della presente
necessità, tentò di ritirarsi con un seguito numeroso di vassalli verso
il Re di Armenia, suo congiunto; ma questa piccola armata di disertori
fu sorpresa e distrutta dalla vigilanza del conquistatore[583], il quale
prese arditamente il doppio diadema, e il titolo di Re dei Re, goduto
dal suo predecessore. Ma questi pomposi titoli in vece di gratificare la
vanità del Persiano, servirono solamente a rammentargli il suo dovere, e
a destargli in seno l'ambizione di render alla religione e all'Impero di
Ciro tutto il suo primiero splendore.
I. Durante la lunga servitù della Persia sotto il giogo dei Macedoni e
dei Parti, le nazioni dell'Europa e dell'Asia avevano scambievolmente
adottate e corrotte le superstizioni l'una dell'altra. Gli Arsacidi
osservavano, è vero, il culto dei Magi; ma lo disonoravano macchiandolo
con vario mescuglio di straniera idolatria. La memoria di Zoroastro,
antico profeta e filosofo dei Persiani[584], era sempre venerata
nell'Oriente; ma il linguaggio antiquato e misterioso nel quale era
composto lo Zendavesta[585], apriva un campo di controversie a settanta
differenti Sette, che variamente spiegavano le dottrine fondamentali
della loro religione, ed erano tutte egualmente derise da una
moltitudine di infedeli, i quali rigettavano la divina missione ed i
miracoli del Profeta. Il pio Artaserse chiamò i Magi da tutte le parti
del suo Impero per sopprimere gl'idolatri, unire gli scismatici, e
confutare gl'increduli con l'infallibile decisione di un concilio
generale. Questi preti che sì lungamente avean gemuto nel disprezzo e
nell'oscurità, obbedirono al grato invito; ed in numero di quasi
ottantamila comparvero tutti nel giorno prefisso. Ma siccome le
discussioni di una assemblea così tumultuosa non avrebbero potuto essere
regolate dalla autorità della ragione o dirette dall'arte della
politica, il Sinodo persiano fu con successive operazioni ridotto a
quarantamila, a quattromila, a quattrocento, a quaranta, e finalmente a
sette magi i più rispettabili per la loro scienza e pietà. Erdavirabo,
uno di essi, prelato giovane, e tenuto per santo, ricevè dalle mani dei
suoi fratelli tre tazze di vino soporifero, e bevutolo, subito cadde in
un sonno lungo e profondo. Svegliato appena, raccontò al Re ed alla
credula moltitudine il suo viaggio al Cielo, e le sue intime conferenze
con la divinità. Ogni dubbio fu quietato con questa soprannaturale
testimonianza, e gli articoli della fede di Zoroastro vennero
determinati con eguale autorità e precisione[586]. Un breve quadro di
quel famoso sistema sarà utile non solo per conoscere il carattere dei
Persiani, ma ancora per ischiarire molte delle loro azioni le più
importanti in pace ed in guerra con l'Impero romano[587].
Il grande e fondamentale articolo del sistema era la celebre dottrina
dei due principj; ardito e irragionevole sforzo della filosofia
Orientale per conciliare l'esistenza del male fisico e morale, con gli
attributi di un benefico Creatore e Rettore dell'Universo. L'Ente primo
e originale, nel quale, o per il quale l'Universo esiste, è nominato
negli scritti di Zoroastro -Tempo senza limiti-; ma conviene confessare,
che questa sostanza infinita sembra piuttosto un'astrazione metafisica
della mente, che un oggetto reale dotato della cognizione di se stesso,
o ricolmo di perfezioni morali. Dalla cieca dunque o intelligente
operazione di questo Tempo Infinito, che ha una grande affinità con il
Caos dei Greci, furon ab eterno prodotti i due secondarj ed attivi
principj dell'universo, -Ormusd-, e -Ahriman-, avente ciascuno la
potenza creatrice, ma ciascuno disposto, per la sua invariabile natura,
ad esercitarla con mire diverse. Il principio del bene è eternamente
assorto nella luce; quello del male è eternamente sepolto nelle tenebre.
La saggia beneficenza di Ormusd formò l'uomo capace di virtù, e provvide
abbondantemente la sua bella abitazione di materiali per la felicità.
Dalla sua vigilante provvidenza si mantengono e il moto dei pianeti, e
l'ordine delle stagioni, e la mescolata temperanza degli elementi. Ma la
malizia di Ahriman ha da gran tempo rotto -l'uovo di Ormusd-; o in altri
termini, ha violata l'armonia delle sue opere. Da quella fatale rottura
in poi, le più minute particelle del bene e del male sono intimamente
frammischiate e agitate fra loro; tra le piante più salutifere
germogliano l'erbe più velenose; i diluvj, i terremoti, gl'incendj
indicano il conflitto della natura, e il piccol mondo dell'uomo è
perpetuamente perturbato dal vizio e dalle sciagure. Mentre il resto del
genere umano è tratto prigione nelle catene dal suo infernale nemico, il
fedel Persiano soltanto riserva la sua religiosa adorazione per il suo
amico e protettore Ormusd, e combatte sotto la sua bandiera di luce, con
la piena confidenza che nel giorno finale sarà a parte del suo glorioso
trionfo. In quel giorno decisivo, l'illuminata sapienza della bontà
renderà la potenza di Ormusd superiore alla furiosa malizia del suo
rivale. Ahriman ed i suoi seguaci, disarmati ed oppressi, piomberanno
nella nativa loro oscurità; e la virtù conserverà eternamente la pace e
l'armonia dell'Universo[588].
Gli stranieri e la maggior parte ancora de' suoi discepoli intendevano
confusamente la teologia di Zoroastro; ma gli osservatori anche meno
attenti ammiravano la filosofica semplicità del culto persiano. «Questa
nazione», dice Erodoto[589], rigetta l'uso de' templi, delle are, dei
simulacri, e deride la follia di quei popoli, i quali s'immaginano che
gli Dei derivino dalla natura umana o abbiano con essa qualche affinità.
Le cime delle più alte montagne sono i luoghi destinati a sacrifizj.
Gl'inni e le preci sono il culto principale. Il supremo Nume, che
riempie il vasto cerchio del cielo, è l'oggetto a cui s'indirizzano».
Nel tempo stesso però, da vero politeista li accusa di adorare la Terra,
l'Acqua, il Fuoco, i Venti, il Sole e la Luna. Ma i Persiani hanno in
ogni secolo smentita una tale accusa, spiegando la condotta equivoca,
che sembrava accreditarla. Gli elementi, e più specialmente il Fuoco, la
Luce ed il Sole, da essi chiamato Mithra, erano gli oggetti della loro
religiosa venerazione, perchè li consideravano come i simboli più puri,
le produzioni più nobili, e gli agenti più grandi della Potenza e Natura
Divina[590].
Ogni religione, per fare una impressione profonda e durevole nello
spirito umano, deve esercitare la nostra obbedienza, imponendo pratiche
di devozione, delle quali non possiamo assegnare ragione veruna; e deve
acquistare la nostra stima inculcando massime morali analoghe ai dettami
del nostro cuore. La religione di Zoroastro abbondava moltissimo delle
prime, e sufficientemente dell'altre. Il fedel Persiano, giunto alla
pubertà, era adornato di una misteriosa cintura, pegno della protezione
divina; e da quel momento in poi tutte le azioni della sua vita, anche
le più indifferenti o le più necessarie, erano santificate da
particolari preghiere, da giaculatorie o genuflessioni, l'omissione
delle quali in qualunque circostanza era un grave peccato, non inferiore
alla violazione dei doveri morali. I morali doveri però di giustizia, di
misericordia, di liberalità ec., erano ancor essi necessarj ai discepoli
di Zoroastro, i quali desideravano di fuggire dalla persecuzione di
Ahriman e vivere con Ormusd in una beata eternità, dove il grado di
felicità sarà esattamente proporzionato al grado di virtù e di
pietà[591].
Ma vi sono alcuni passi notevoli, nei quali Zoroastro, non più profeta,
ma legislatore, mostra per la pubblica e privata felicità un generoso
interesse, che raramente si trova nei meschini o visionarj sistemi della
superstizione. Il digiuno ed il celibato, ordinarj mezzi per acquistarsi
il favore divino, sono da lui con orror condannati, come un colpevol
rifiuto dei migliori doni della provvidenza. Il santo, nella religione
dei Magi, è obbligato a procreare figliuoli, a piantare alberi utili, a
distruggere gli animali nocivi, a condur l'acqua nei terreni aridi della
Persia, ed a lavorare per la propria salvezza, non omettendo alcuna
delle fatiche dell'agricoltura. Si può ricavare dallo Zendavesta una
massima saggia e benefica che compensa molte assurdità. «Quegli che
semina il terreno con attenzione e diligenza, acquista un capitale più
grande di merito religioso, che se ripetesse diecimila orazioni[592]».
Ogni anno di primavera si celebrava una festa destinata a rappresentare
la primitiva uguaglianza, e l'attuale connessione degli uomini. I
superbi Re di Persia, cambiando la vana lor pompa con una più sincera
grandezza, si frammischiavano liberamente con i più umili ed i più utili
insieme dei loro sudditi. In quel giorno gli agricoltori erano ammessi
senza distinzione alla tavola del Re e dei Satrapi. Il monarca riceveva
le loro suppliche, esaminava le loro querele, e conversava con essi con
la maggiore famigliarità. «Dalle vostre fatiche» soleva egli dire (e
dirlo con verità se non con sincerità), «noi riceviamo la nostra
sussistenza; voi dovete la vostra quiete alla vigilanza nostra; giacchè
adunque noi siamo scambievolmente necessarj l'uno all'altro, viviamo
insieme come fratelli in concordia ed amore[593]». Una tal festa in un
opulento e dispotico Impero dovea, per vero dire, degenerare in una
rappresentanza teatrale; ma era almeno una commedia ben degna della
presenza sovrana, e che potea talvolta imprimere nella mente di un
Principe giovane una lezione salutevole.
Se avesse Zoroastro in tutte le sue istituzioni sostenuto
invariabilmente questo sublime carattere, il suo nome ben si starebbe
accanto a quelli di Numa e di Confucio, ed il suo sistema meriterebbe
giustamente tutti gli applausi, che alcuni tra i nostri teologi, e tra i
filosofi ancora si sono compiaciuti di dargli. Ma in quella mista
composizione, dettata dalla ragione e dalla passione, dall'entusiasmo e
dai motivi personali, alcune verità utili e sublimi sono degradate da un
mescuglio della più vile e pericolosa superstizione. I Magi, o sia
l'ordine sacerdotale, erano numerosissimi, giacchè (come abbiam di sopra
osservato) ottantamila se ne adunarono in un concilio generale. Le loro
forze si accrebbero con la disciplina. Fu stabilita in tutte le province
della Persia una regolare gerarchia; e l'Arcimago dio risedeva a Balch,
era rispettato come il capo visibile della chiesa, ed il legittimo
successore di Zoroastro[594]. Era considerabile il patrimonio dei Magi.
Oltre al meno invidiabil possesso di un largo tratto delle terre più
fertili della Media[595], levavano una tassa generale su i beni e
sull'industria dei Persiani[596]. «Sebbene le vostre buone opere,» dice
l'interessato profeta, «superassero in numero le foglie degli alberi, le
gocciole della pioggia, le stelle del cielo, le arene del lido, saranno
tutte inutili per voi, se accettate non sono dal -Destor- o sacerdote.
Per ottenere l'accettazione di questa guida alla salvezza, dovete
fedelmente pagargli le -decime- di tutto ciò che possedete, dei vostri
beni, dei vostri terreni e del vostro denaro. Se il -Destor- sarà
soddisfatto, l'anima vostra scamperà dai tormenti infernali; e vi
assicurerete gloria in questo mondo, e felicità nell'altro. Perchè i
-Destori- sono maestri della religione; essi sanno tutto, e liberano
tutti gli uomini[597]».
Queste comode massime di venerazione e di fede implicita erano con gran
cura impresse come certissime nelle tenere menti della gioventù; giacchè
i Magi erano i direttori dell'educazione in Persia, e i figli medesimi
della famiglia reale erano affidati alle loro mani[598]. I Sacerdoti
persiani che aveano un talento speculativo, conservavano ed
investigavano i segreti dell'orientale filosofia; ed acquistavano o per
superiore dottrina o per superior arte la riputazione di essere molto
versati in alcune scienze occulte, che devono ai Magi il lor nome[599].
Quelli di più attiva disposizione si mescolavano col mondo nelle Corti e
nelle città; e si osserva che l'amministrazione di Artaserse era in gran
parte regolata dai consigli dell'ordine sacerdotale, alla cui dignità
avea quel Principe o per politica, o per divozione restituito l'antico
splendore[600].
Il primo consiglio dei Magi fu conveniente all'indole insociabile della
lor religione[601], all'uso degli antichi Re[602], ed anche all'esempio
del loro legislatore, che era caduto vittima di una guerra di religione,
suscitata dall'intollerante suo zelo[603]. Artaserse con un editto
proibì severamente l'esercizio di ogni altro culto, fuor quello di
Zoroastro. I tempj dei Parti, ed i simulacri dei loro divinizzati
monarchi, furono ignominiosamente abbattuti[604]. La spada di Aristotile
(tale era il nome dato dagli Orientali al politeismo ed alla filosofia
dei Greci) fu facilmente spezzata[605]; le fiamme della persecuzione
distrussero ben presto i più ostinati Ebrei e Cristiani[606], nè fu
perdonato agli eretici della propria nazione e religione. La maestà di
Ormusd, ch'era gelosa di un rivale, fu secondata dal dispotismo di
Artaserse, che non potea soffrire un ribelle; e gli scismatici di tutto
quel vasto impero furono in breve ridotti allo spregevole numero di
ottantamila[607]. Questo spirito di persecuzione copre di disonore la
religione di Zoroastro; ma siccome non produsse veruna turbolenza
civile, servì a fortificare la nuova monarchia, unendo tutti i diversi
abitatori della Persia col il legame dello zelo di religione.
II. Artaserse, con il suo valore e la sua condotta, avea tolto lo
scettro dell'Oriente all'antica reale famiglia dei Parti. Restava ancora
la più difficile impresa di stabilire per tutta la vasta estensione
della Persia un'amministrazione vigorosa ed uniforme. Gli Arsacidi, per
una debole compiacenza, avean accordate ai loro figli e ai fratelli le
principali province e le cariche le più importanti del Regno come beni
ereditarj. I -Vitassi-, ovvero i diciotto Satrapi più potenti, aveano il
privilegio di portare il titolo di Re; ed il vano orgoglio del Monarca
era ben lusingato dal dominio di puro nome sopra tanti Re suoi vassalli.
I Barbari stessi nelle loro montagne, e le greche città dell'Asia
superiore[608], dentro le loro mura, riconoscevano appena un superiore,
o gli ubbidivano raramente; e l'Impero dei Parti presentava sotto altro
nome una viva immagine del sistema feudale[609], che poi si stabilì
nella Europa. Ma l'attivo vincitore visitò in persona, alla testa di un
esercito numeroso e disciplinato, tutte le province della Persia. La
disfatta de' più audaci ribelli, e la riduzione delle piazze più
forti[610] diffusero il terrore delle sue armi, e aprirono la strada al
pacifico riconoscimento della sua autorità. Una resistenza ostinata era
fatale ai capi, ma i loro seguaci erano clementemente trattati[611]. Una
volontaria sommissione era ricompensata con ricchezze ed onori; ma il
prudente Artaserse non soffrendo che altri fuori di lui prendesse il
titolo di Re, abolì ogni intermedia potenza fra il trono ed il popolo.
Il suo regno, quasi uguale in estensione alla Persia moderna, era per
ogni parte circondato dal mare o da fiumi considerabili; dall'Eufrate,
dal Tigri, dall'Arasse, dall'Oxo e dall'Indo; dal mar Caspio e dal golfo
Persico. Nell'ultimo secolo quel paese si pretendeva che contenesse
cinquecento cinquantaquattro città, sessantamila villaggi, e quasi
quaranta milioni di sudditi[612]. Se paragoniamo il governo dei
Sassanidi con quello della famiglia di Sefi, e la politica influenza
della religione dei Magi con quella della maomettana, ne dedurremo con
molta probabilità, che il regno di Artaserse conteneva almeno un numero
eguale di città, di villaggi e di abitatori. Ma conviene confessare
altresì, che in ogni secolo la mancanza di porti di mare, e la scarsezza
di acqua dolce nelle province interne, hanno molto impedito il commercio
e l'agricoltura dei Persiani; e sembra che nel calcolo del loro numero,
essi abbiano usato uno de' più meschini, benchè comuni artifizi della
vanità nazionale.
Appena che l'ambizioso Artaserse ebbe trionfato della resistenza de'
suoi vassalli, cominciò a minacciare gli Stati vicini, che durante il
lungo letargo de' suoi predecessori avevano impunemente insultata la
Persia. Ottenne diverse facili vittorie contro i barbari Sciti e gli
effeminati Indiani; ma i Romani erano nemici, che per le offese passate
e per la potenza presente esigevano tutto lo sforzo delle sue armi. Alle
vittorie di Traiano erano succeduti quarant'anni di tranquillità, frutto
del valore e della moderazione di esso. Nell'intervallo che passò dal
principio del regno di Marco Aurelio al regno di Alessandro, vi fu due
volte la guerra tra i Parti ed i Romani; e benchè gli Arsacidi
impiegassero tutte le loro forze contro una parte delle milizie di Roma,
questa fu per lo più vittoriosa. Macrino, mosso dalla sua precaria
situazione e dalla sua pusillanimità, comprò la pace pel prezzo di quasi
quattro milioni di zecchini[613]; ma i Generali di Marco Aurelio,
l'imperatore Severo ed il suo figlio eressero molti trofei nella
Armenia, nella Mesopotamia, e nella Siria. Di tutte le loro imprese
(l'imperfetta relazione delle quali avrebbe intempestivamente interrotta
la serie più importante delle domestiche risoluzioni) noi riferiremo
soltanto le replicate calamità delle due grandi città Seleucia e
Ctesifonte.
[A. D. 165-198]
Seleucia, situata sulla riva occidentale del Tigri, quasi quarantacinque
miglia a settentrione dell'antica Babilonia, era la Capitale delle
conquiste fatte dai Macedoni nell'Asia superiore[614]. Molti secoli dopo
la rovina del loro Impero, Seleucia conservava i genuini caratteri di
una greca colonia, le belle arti, il valor militare, e l'amore della
libertà. Questa indipendente Repubblica era governata da un Senato di
trecento nobili; i cittadini erano in numero di seicentomila. Forti
erano le sue mura, e finchè tra i diversi ordini dello Stato regnò la
concordia, essi riguardarono con disprezzo la potenza dei Parti. Ma il
furore di una fazione fu diverse volte incitato ad implorare il
pericoloso aiuto del comune inimico, che stava quasi alle porte della
colonia[615]. I Monarchi parti, come i Sovrani mogol dell'Indostan,
facevano la vita pastorale degli Sciti loro antenati; ed il campo
imperiale era spesso attendato nella pianura di Ctesifonte, sulla riva
orientale del Tigri, a tre sole miglia di lontananza da Seleucia[616].
Gli innumerabili seguaci del lusso e del dispotismo concorrevano alla
Corte, ed il piccolo villaggio di Ctesifonte diventò insensibilmente una
gran città[617]. Sotto il regno di Marco Aurelio, i Generali romani
penetrarono sino a Ctesifonte e Seleucia. Furono essi ricevuti come
amici da quella greca colonia, ma attaccarono come nemici la sede dei
Parti; l'una e l'altra città ricevè il medesimo trattamento. Il
saccheggio e l'incendio di Seleucia, con la strage di trecentomila
abitanti, oscurarono la gloria del trionfo romano[618]. Seleucia,
già indebolita per la vicinanza di un rivale troppo potente
dovè succumbere senza riparo al colpo fatale; ma Ctesifonte, quasi dopo
trentatre anni, avea ricuperate forze bastanti per sostenere un ostinato
assedio contro l'Imperatore Severo. La città per altro fu presa
d'assalto; il Re che la difendeva in persona si diede precipitosamente
alla fuga; e centomila prigioni con un ricco bottino ricompensarono le
fatiche dei soldati romani[619]. Nonostante questi disastri Ctesifonte
succede a Babilonia ed a Seleucia, come una delle grandi Capitali
dell'Oriente. Nell'estate il Monarca persiano godeva a Ecbatana il
fresco vento dei monti della Media; e passava l'inverno nel più dolce
clima di Ctesifonte.
Da queste felici incursioni per altro non ricavarono i Romani alcun
reale o durevole vantaggio; nè tentarono di conservare quelle remote
conquiste, che un immenso deserto separava dalle province dell'Impero.
La riduzione del regno di Osroene fu una conquista meno gloriosa, è
vero, ma di più solido vantaggio. Quel piccolo Stato comprendeva la
parte settentrionale e più fertile della Mesopotamia, tra l'Eufrate ed
il Tigri, Edessa, sua capitale, era in distanza di quasi venti miglia di
là dall'Eufrate; ed il suo popolo, fino dal tempo di Alessandro, era un
mescuglio di Greci, di Arabi, di Siri, e di Armeni[620]. I deboli
Sovrani di Osroene posti fra i pericolosi confini dei due Imperi rivali,
erano per inclinazione parziali dei Parti; ma la potenza superiore di
Roma esigeva da loro un forzato omaggio, che viene tuttora attestato
dalle loro medaglie. Finita sotto Marco Aurelio la guerra dei Parti, fu
giudicato prudente cosa l'assicurarsi della lor dubbia fede con
mezzi più certi. Furono perciò costruiti in varie parti del loro paese
diversi Forti, ed una guarnigione romana fu posta nella fortissima
piazza di Nisibe. Nella confusione che accompagnò la morte di Commodo, i
Principi di Osroene procurarono di scuotere il giogo; ma l'austera
politica di Severo assicurò la loro dipendenza[621], e la perfidia di
Caracalla compì la facil conquista. Abgaro, ultimo Re di Edessa, fu
mandato a Roma in catene, il suo regno fu ridotto in provincia, e la
Capitale onorata col titolo di colonia. Così i Romani, quasi dieci anni
avanti la rovina dell'Impero dei Parti, acquistarono di là dall'Eufrate
un fermo e permanente stabilimento[622].
[A. D. 230]
La prudenza insieme e la sete di gloria avrebbero potuto giustificare la
guerra per parte di Artaserse, se le sue mire si fossero limitate alla
difesa, o all'acquisto di una vantaggiosa frontiera. Ma l'ambizioso
Persiano apertamente manifestò un disegno molto più vasto di
conquistare, e si credè di poter sostenere l'alte sue pretensioni con le
armi della ragione insieme e della forza. Ciro, egli diceva, avea il
primo soggiogata ed i successori avean posseduta per lungo tempo tutta
l'estensione dell'Asia fino alla Propontide ed al mare Egeo. Sotto il
loro Impero, le province della Caria e della Jonia erano state governate
dai Satrapi persiani, e tutto l'Egitto fino ai confini dell'Etiopia avea
riconosciuta la loro sovranità[623]. Una lunga usurpazione aveva
sospesi, ma non distrutti questi diritti; e non appena egli ebbe
ricevuto il diadema persiano, che la nascita ed il fortunato valore
messo gli aveano sopra la fronte, il principal dovere del suo posto lo
richiamò a ristabilire gli antichi limiti e l'antico splendore della
monarchia. Il gran Re pertanto (tale era il superbo stile delle sue
imbasciate all'Imperatore Alessandro) comandò ai Romani di ritirarsi
immediatamente dalle province dei loro antenati, e cedendo ai Persiani
l'Impero dell'Asia, contentarsi della tranquilla possessione
dell'Europa. Questo altiero comando fu fatto da quattrocento dei più
alti e più belli Persiani, i quali con i loro superbi cavalli, colle
armi lucenti, e col magnifico treno ostentavano l'orgoglio e la
grandezza del loro Signore[624]. Una tale imbasciata era piuttosto una
dichiarazione di guerra, che un principio di trattato. Alessandro Severo
ed Artaserse, radunando ambidue le forze militari dei loro Imperi,
risolverono di comandare in persona le loro armate in quella importante
contesa.
Se diamo fede a quella che sembrerebbe la più autentica di tutte le
memorie, che è a dire, un'orazione ancora esistente, inviata
dall'Imperatore medesimo al Senato, dobbiamo confessare che la vittoria
di Alessandro Severo non fu inferiore ad alcuna di quelle riportate una
volta sopra i Persiani dal figliuol di Filippo. L'armata del gran Re era
di centoventimila uomini a cavallo vestiti con l'intera armatura di
acciaio: di settecento elefanti, che portavano sul dorso torri piene di
arcieri, e di mille ottocento carri armati di falci. Un cotanto
formidabile esercito, simile al quale mai non si trova nella storia
degli Orientali, ed è appena stato immaginato nei loro romanzi[625], fu
sconfitto in una gran battaglia, nella quale il romano Alessandro si
mostrò intrepido soldato ed abilissimo generale. Il gran Re fu messo in
fuga dal di lui valore; e un immenso bottino e la conquista della
Mesopotamia furono gl'immediati frutti di una segnalata vittoria. Tali
sono le circostanze di così fastosa ed improbabile relazione, dettata,
come troppo chiaramente apparisce, dalla vanità del Monarca, adornata
dalla sfacciata adulazione dei cortigiani, e ricevuta senza
contraddizione dal lontano, ed ossequioso Senato[626]. Lungi dal credere
che le armi di Alessandro riportassero alcun memorabile vantaggio sopra
i Persiani, siamo indotti a dubitare che tutta questa luce di gloria
immaginaria fosse diretta a nascondere qualche vero disastro.
Sono confermati i nostri sospetti dall'autorità di uno storico
contemporaneo, il quale parla con rispetto delle virtù di Alessandro, e
con sincerità de' suoi difetti. Egli descrive il giudizioso disegno,
ch'era stato formato per la condotta di quella guerra. Tre eserciti
romani doveano invadere nel tempo stesso, e da tre diverse parti, la
Persia: ma le operazioni della campagna, benchè saggiamente concertate,
non vennero eseguite con abilità, o con buon successo. La prima di
queste armate appena si fu innoltrata nelle paludose pianure di
Babilonia, verso l'artificiale confluente dell'Eufrate e del Tigri[627],
fu circondata dal numero superiore dei nemici, e distrutta dalle loro
saette. L'alleanza di Cosroe re dell'Armenia[628], e il lungo tratto di
montuoso paese, nel quale poco agiva la cavalleria persiana, aprì un
libero ingresso nel cuore della Media alla seconda armata romana. Queste
valorose truppe devastarono le province adiacenti, e con diversi felici
combattimenti contro Artaserse diedero un debole colore alla vanità del
Monarca romano. Ma la ritirata di questo esercito vittorioso fu
imprudente, o almeno infelice. Ripassando i monti, un gran numero di
soldati perì per la difficoltà delle strade, e pel rigore del verno. Era
stato risoluto, che mentre questi due numerosi distaccamenti penetravano
negli opposti confini dell'Impero persiano, il grosso dell'esercito,
sotto il comando di Alessandro medesimo, sostenesse i loro assalti
facendo un'invasione nel centro del Regno. Ma l'inesperto giovane,
sedotto dai consigli della madre, e forse dai suoi timori, abbandonò
quei coraggiosi soldati, e il bel prospetto della vittoria; e dopo aver
consumato nella Mesopotamia un'estate in un ozio inglorioso, ricondusse
ad Antiochia un'armata diminuita dalle malattie, ed irritata dal cattivo
successo. La condotta di Artaserse era stata ben differente. Correndo
rapidamente dai monti della Media alle paludi dell'Eufrate, si era da
per tutto opposto in persona agl'invasori; e nell'una e nell'altra
fortuna aveva unito alla più saggia condotta a la più intrepida
risolutezza. Ma in diversi ostinati conflitti contro le legioni veterane
di Roma, il Monarca persiano avea perduto il fiore delle sue truppe. Le
sue vittorie medesime ne avevano indebolite le forze. In vano si
presentarono alla sua ambizione le favorevoli occasioni dell'assenza di
Alessandro, e della confusione, che succedè alla morte di
quell'Imperatore. In vece di scacciare i Romani (com'ei pretendeva) dal
continente dell'Asia, non gli fu possibile di togliere dalle loro mani
la piccola provincia della Mesopotamia[629].
[A. D. 240]
Il Regno di Artaserse, che durò solamente 14 anni dopo l'ultima disfatta
dei Parti, è un'epoca memorabile nella Storia orientale, e ancora nella
romana. Sembra che il carattere di lui abbia avuto quell'espressione
ardita ed imperiosa, che distingue generalmente i conquistatori degli
eredi di un Impero. Fino all'ultimo periodo della Monarchia persiana, il
codice delle sue leggi fu rispettato come la base del loro reggimento
civile e religioso[630]. Molte delle sue sentenze si sono conservate.
Una di queste particolarmente mostra una profonda cognizione della
costituzione del Governo. «L'autorità del Principe» (diceva Artaserse)
«deve essere difesa dalla forza militare; questa forza non può
mantenersi che colle tasse; tutte le tasse devono, in ultimo, cadere
sull'agricoltura; e l'agricoltura non può mai fiorire se non è protetta
dalla giustizia e dalla moderazione[631].» Artaserse lasciò a Sapore,
figlio degno di un sì gran padre, il suo nuovo Impero ed i suoi
ambiziosi disegni contro i Romani; ma questi disegni erano troppo vasti
per le forze della Persia, e servirono soltanto ad involgere ambedue le
nazioni in una lunga serie di sanguinose guerre, e di scambievoli
calamità.
I Persiani già da gran tempo dirozzati e corrotti, erano già lungi dal
possedere quella marziale indipendenza, e quell'intrepido ardire di
animo e di corpo, che hanno renduto i Barbari del settentrione padroni
del Mondo. La scienza della guerra ch'era la più ragionata forza della
Grecia e di Roma, come presentemente è dell'Europa, non fece mai
progressi considerabili nell'Oriente. Quelle disciplinate evoluzioni che
fanno agir di concerto ed animano una confusa moltitudine, erano
sconosciute ai Persiani. Ignoravano parimente l'arte di costruire,
assediare, e difendere le regolari fortificazioni. Si fidavano più nel
numero che nel coraggio, e più nel coraggio che nella disciplina.
L'infanteria era una truppa di contadini, codardi ed armati a metà,
reclutati in fretta, ed adescati dalla speranza delle prede, e che
egualmente si disperdevano per una vittoria o per una disfatta. Il
Monarca ed i nobili portavano al campo la vanità ed il lusso del
serraglio. Le militari operazioni erano impedite da un treno inutile di
donne, di eunuchi, di cavalli e di cammelli; ed in mezzo ai successi di
una fortunata campagna l'esercito persiano era spesso disperso, o
distrutto da una fame improvvisa[632].
Ma i nobili Persiani, nel seno del lusso e del dispotismo, conservavano
un forte sentimento di personale bravura, e d'onor nazionale. Dall'età
di sette anni erano avvezzati a dir sempre la verità, a maneggiare
l'arco, ed a cavalcare; e per confessione universale aveano in queste
due ultime arti fatto progressi incredibili[633]. La gioventù più
illustre veniva educata sotto l'occhio del Monarca. Faceva gli esercizj
dinanzi alla porta del palazzo di lui, ed era severamente avvezzata alla
temperanza, ed all'obbedienza nelle lunghe e faticose cacce. In ogni
provincia, il Satrapo manteneva una simile scuola di virtù militare. I
nobili persiani (tanto naturale è l'idea dei beni feudali) ricevevano
dalla generosità del Re case e terreni, coll'obbligo di prestargli
servizio in guerra. Alla prima chiamata montavano prontamente a cavallo,
e con un guerriero e magnifico treno si univano ai numerosi corpi di
guardie, ch'erano diligentemente scelte tra gli schiavi più robusti, e
tra i più coraggiosi venturieri dell'Asia. Questi eserciti di
cavalleria, e grave e leggiera, formidabile per l'impeto del primo
assalto non meno che per la rapidità delle sue evoluzioni, minacciavano
una vicina tempesta alle province orientali del decadente Impero
romano[634].
NOTE:
[578] Un antico cronologista citato da Velleio Patercolo (l. I. c. 6)
osserva che gli Assiri, i Medi, i Persiani, ed i Macedoni regnarono
nell'Asia per il corso di 1995 anni, dall'avvenimento di Nino alla
disfatta di Antioco ad opera dei Romani. Siccome quest'ultimo memorabile
successo seguì 289 anni avanti Gesù Cristo, il primo può riferirsi
all'anno 2184 innanzi l'epoca suddetta. Le osservazioni astronomiche,
trovate da Alessandro in Babilonia, cominciavano 50 anni prima.
[579] L'anno 538 dell'Era di Seleuco. Vedi Agatia, l. II. p. 63. Questo
grande avvenimento è riferito da Eutichio (tanta è la negligenza degli
Orientali) all'anno decimo del regno di Commodo, e da Mosè di Corene al
regno di Filippo. Ammiano Marcellino ha preso da buone sorgenti le cose
appartenenti alla Storia dell'Asia; ma ha seguito sì servilmente gli
antichi monumenti da lui veduti, che non ha dubitato di asserire, che la
famiglia degli Arsacidi regnava ancora in Persia verso la metà del
quarto secolo.
[580] Il nome di questo conciatore di pelli era -Babec-; quello del
soldato, -Sassan-; dal primo è stato preso il nome di Babegano dato ad
Artaserse, e dal secondo, quello di Sassanidi dato a tutti i discendenti
di quel Principe.
[581] D'Erbelot. Biblioteca Orient. -Ardshir-.
[582] Dione Cassio l. XXX; Erodiano l. VI p. 207; Abulfaragio Dinast. p.
80.
[583] Ved. Mosè Corenen. l. II. c. 65, 71.
[584] Hyde e Prideaux fabbricando una Storia molto curiosa sopra le
leggende persiane e le loro proprie congetture, rappresentano Zoroastro
come contemporaneo di Dario Istaspe. Ma basta osservare che gli
Scrittori greci, i quali vivevano quasi nel secolo di Dario, si uniscono
nel riferire l'Era di Zoroastro a più centinaia ed ancor migliaia di
anni avanti. Il Sig. Moile, critico giudizioso, conobbe e sostenne
contro Prideaux suo zio l'antichità del Profeta persiano. Vedi le sue
opere, Vol. II.
[585] Quell'antico idioma fu chiamato -Zend-. Il linguaggio dei
commentarj, -Pehlvi-, benchè molto più moderno, non è però da molti
secoli in poi una lingua viva. Questo fatto solo (se fosse autentico)
basterebbe a provare l'antichità di quegli scritti, che il sig.
d'Anquetil ha portati in Europa, e tradotti in francese.
[586] Hyde. -De Relig. vet. Persar.- c. 21.
[587] Io ho tratto questo ragguaglio principalmente dal -Zendavesta- del
Sig. d'Anquetil, e dal -Sadder- annesso al trattato di Hyde. Conviene
confessare per altro, che la studiata oscurità di un Profeta, lo stile
figurato degli Orientali, e l'alterazione di una traduzione francese o
latina, possono avermi indotto in qualche errore od in qualche eresia
nel fare il compendio della teologia persiana.
[588] I Persiani moderni (ed il Sadder in qualche parte) riconoscono
Ormusd per prima ed onnipotente cagione, mentre degradano Ahriman come
spirito inferiore e ribelle. Il desiderio di adulare i Maomettani può
aver contribuito a raffinare il loro sistema teologico.
[589] Erodoto l. I. 131. Ma il D. Prideaux crede, e con ragione, che
l'uso dei tempj fosse poi permesso nella religione dei Magi.
[590] -Hyde de relig. Pers.- Nonostante tutte le loro distinzioni e
proteste, che sembrano abbastanza sincere, i Maomettani loro tiranni gli
hanno costantemente accusati quali idolatri adoratori del fuoco.
[591] Vedi il Sadder, la più piccola parte del quale consiste in
precetti morali. Le cerimonie inseritevi sono frivole ed infinite.
Quindici genuflessioni, quindici preghiere, ec., erano necessarie ogni
volta che il divoto Persiano si tagliava le unghie o che orinava; ed
ogni volta che si metteva il sacro cinto. Sadder art. 14 50 60.
[592] -Zendavesta- tom. I. p. 224, ed il compendio del sistema di
Zoroastro tom. III.
[593] -Hyde De Relig. Pers.- c. 19.
[594] Detto cap. 28. Hyde e Prideaux affettano di applicare alla
gerarchia dei Magi i termini consacrati alla cristiana.
[595] Ammiano Marcellino, XXIII 6 ci informa (per quanto se gli può
prestar fede) di due curiose particolarità: I. che i Magi dovevano
alcune delle più segrete loro dottrine a' Bracmani dell'India; II.
ch'essi erano una tribù o sia famiglia, ugualmente che un ordine.
[596] La divina istituzione delle decime presenta un singolare esempio
di conformità tra la legge di Zoroastro e quella di Mosè. Quelli che non
sanno diversamente spiegarla, possono, se così lor piace, supporre che i
Magi degli ultimi tempi abbiano inserito una falsificazione così utile
negli scritti del loro profeta.
[597] Sadder art. 8.
[598] Platon. in Alcibiad.
[599] Plinio, Stor. Nat. l. XXX c. 1, osserva che la magia legava gli
uomini con la triplice catena della religione, della medicina e
dell'astronomia.
[600] Agatia l. IV p. 134.
[601] Il Sig. Hume, nella Stor. Nat. della religione, sagacemente
osserva, che le più raffinate e più filosofiche Sette sono costantemente
le più intolleranti.
[602] -Cicero de Legib.- II 10. Serse, per consiglio dei Magi, distrusse
i tempj della Grecia.
[603] Hyde de Rel. Persar. c. 23 24. D'Herbelot Bibliot. Orient.
-Zerdusht.- Vita di Zoroastro nel tom II. del Zendavesta.
[604] Confrontisi Mosè di Corene l. II. c. 74 con Ammian. Marcell. XXIII
6. Da qui avanti io farò uso di questi passi.
[605] Rabbi Abraham nel Tarick Schickard p. 108 109.
[606] -Basnage, Histoire des Juifs- l. VIII c. 3. Sozomen l. II. c. 1.
Manes, che soffrì una morte ignominiosa, si può riguardare come un
eretico dei Magi non meno che dei Cristiani.
[607] Hyde de Relig. Persar. c. 21.
[608] Queste colonie erano numerosissime. Seleuco Nicatore fondò
trentanove città, alle quali tutte egli o dette il suo proprio nome, o
quello di alcuni parenti (Vedi Appian. in Syriac. p. 124). L'Era di
Seleuco (tutt'ora usata dai Cristiani orientali) comparisce sino
all'anno 508, di Cristo 196, sulle medaglie delle città greche racchiuse
nell'Impero dei Parti. Vedi le opere di Moile vol. I p. 275 ec. e Freret
-Mém. de l'Académie- tom. XIX.
[609] I Persiani moderni chiamano quel periodo la Dinastia dei Re delle
Nazioni. Ved. Plin. Stor. Nat. VI 25.
[610] Eutichio (tom I. p. 367 371 375) riferisce l'assedio dell'isola di
Mesene nel Tigri, con alcune circostanze non diverse dalla Storia di
Niso e di Scilla.
[611] Agatia II. 164. I Principi del Segestan difesero per molti anni la
loro indipendenza. Siccome i romanzi generalmente trasportano ad un
epoca antica gli avvenimenti dei loro tempi, non è impossibile che le
favolose imprese di Ruslan Principe del Segestan sieno state, per così
dire, innestate a questa vera Storia.
[612] Chardin. tom. III c. 1, 2, 3.
[613] Dione l. XXVIII p. 1355.
[614] Per la precisa situazione di Babilonia, Seleucia, Ctesifonte,
Modain e Bagdad, città spesso confuse l'una con l'altra. Vedi un
eccellente Trattato geografico del Sig. d'Anville, nelle Memor.
dell'Accadem tom. XXX.
[615] Tacit. Annal. XI. 42 Plinio Stor. Nat. VI. 26.
[616] Questo si può dedurre da Strabone l. XVI p. 743.
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