Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 1 (of 13)
Edward Gibbon
Translator: Davide Bertolotti
STORIA
DELLA DECADENZA E ROVINA
DELL'IMPERO ROMANO
DI
EDOARDO GIBBON
TRADUZIONE DALL'INGLESE
VOLUME PRIMO
MILANO
PER NICOLÒ BETTONI
M.DCCC.XX
A LADY FANNY HARLEY
Piacciavi, nobilissima LADY, cedere che il vostro nome divenga
leggiadro ornamento al volume con che s'apre il terzo anello della
-Biblioteca Storica di tutti i Tempi e di tutte le Nazioni-. Prende
quinci principio la serie degli storici vostri, fra' quali, dotta qual
siete in varie favelle, vi sarà grato rivedere nelle nuove italiche
vesti quel valoroso che sì maestrevolmente dipinse il Tramonto del
grande Imperio di Roma. Ed a chi potrei io intitolar quest'Opera più
convenevolmente che a Voi, onde sì bene è giustificata quella sentenza
del divino Platone: «Nulla avervi di più ammirabile sopra la terra che
la somma venustà della persona, commista alla peregrina gentilezza
dell'animo.» Accogliete, illustre Donzella, questo pegno del conoscente
mio ossequio, e sia esso quale iscrizione votiva, che segni i giorni in
cui la bella Milano si allegrava allo splendore della vostra avvenenza.
Milano 20 agosto 1820.
DEV.mo OSSEQ.mo SERVITORE
NICOLÒ BETTONI.
AVVERTIMENTO
-Io ti presento, o lettore, la- Storia della Decadenza e Rovina
dell'Imperio romano, -scritta da Edoardo Gibbon, ed ora interamente e
fedelmente trasportata dall'-originale inglese -nella lingua italiana.
Non una idea, non una parola importante, venne ad essa tolta, mutata od
aggiunta. Il testo a cui mi sono attenuto, è quello impresso da Strahan
e Cadell, in Londra, colla data del 1791 in 8.º, ottima e sicura
edizione, di cui fa cenno l'Autore nelle sue- Memorie.
-Di due parti è composto il mio lavoro: una comprende l'emendazione de'
volumi di questa Istoria, già pubblicati in italiano colle stampe di
Pisa, per opera di monsignor Fabbroni[1]: l'altra risguarda i rimanenti
volumi, da me per la prima volta recati nella nostra favella.-
-Intorno a questa seconda parte non moverò parola. A te spetta, o
Lettore, di giudicare la mia fatica. Ti prego soltanto a por mente che
essendomi fatto continuatore di una traduzione, non ho potuto nè dovuto
governarmi come se fossi stato l'unico traduttore di tutta l'Opera.-
-Per rispetto al racconciamento della Traduzione Pisana, avvertirai che
la prima mia cura fu intesa a confrontare, linea per linea, parola per
parola, il testo italiano col testo inglese[2], onde restaurare le
numerose imperfezioni e troncature di quello, raddrizzarne le rilevanti
diversità, ed emendarne i notabilissimi errori[3]. Mi diedi poscia a
ripulirne lo stile, ma confesso di non aver moltissimo esercitato la
lima, tranne intorno al primo tomo, di cui ho dovuto rifare le intere
pagine[4]. Gli altri tomi mi apparvero lodevolmente tradotti, per quanto
concerne la qualità del dire, e se non sempre esprimono l'enfasi
dell'originale, spiccano tuttavia per una chiarezza che di rado
s'incontra ne' volgarizzamenti ricavati dalle lingue settentrionali.-
-Altra cosa ora debbo soggiugnere. Lo scetticismo di Odoardo Gibbon in
materia di religione, ha tirato addosso a lui molte veementi censure.
Tra suoi avversari, splende primissimo Nicola Spedalieri, celebre Autore
dei «Diritti dell'Uomo», e rivale ben degno di starsi a fronte di un
tanto istorico e filosofo. Per tranquillare le menti, ed opporre, come
altri dice, l'antidoto al veleno, ho messo infine al capitolo 16.º il
Compendio della Confutazione di Gibbon, scritta dall'Apologista della
Chiesa Romana.- Le tre Lettere dirette ai signori Foothead e Kirk,
Inglesi cattolici, -seguiteranno il capitolo 25.º, e con ciò sarà
proveduto ai timori dei più riguardosi.-
-Avrei potuto inserire moltissime note di erudizione, giovandomi a tal
fine dei lavori di varj cospicui stranieri. Ma sì abbondanti già sono
quelle dell'Autore, che non ho giudicato opportuno di seppellire il
testo sotto le note; e mi sono ristretto ad apporne alcune pochissime e
brevissime che troverai impresse in corsivo. Di queste sole mi si
aspetta il rendere conto. Potrebbe avvenire che nel corso della stampa
fossero richieste alcune altre postille, alle quali sin dal presente
dichiaro di non aver parte veruna. Le materie teologiche non sono di mia
pertinenza, nè voglio che alcuno abbia ad applicarmi la nota sentenza di
Apelle.-
DAVIDE BERTOLOTTI.
NOTE:
[1] Il Fabbroni, a quanto ne viene scritto da Pisa, non v'ebbe altra
parte che nella spesa. Il primo tomo fu volgarizzato dal Gonnella. Gli
altri tomi, dal 2 al 10, ebbero il professore Foggi per traduttore. La
versione Pisana conduce l'Istoria del Gibbon sino alla disgrazia di
Belisario.
[2] Il traduttore Pisano ha seguito la prima edizione di Londra, che fu
poscia riveduta ed accresciuta dall'Autore come egli stesso ne avverte:
-The History of the Decline and Fall of the Roman Empire is now
delivered to the Public in a more convenient form. Some alterations and
improvements had presented themselves to my mind ecc. April 20, 1783.-
Pag. VIII dell'edizione inglese sopra citata.
[3]
ESEMPJ D'IMPERFEZIONI.
-Tomo I.º pag. 3 ediz. ingl.-
The experience of Augustus added weight to these salutary reflections,
-and effectually convinced him, that, by the prudent vigour of his
counsels, it would be easy to secure every concession, which the safety
or the dignity of Rome might require from the most formidable
Barbarians-.
Nella traduzione Pisana manca tutto il segnato in corsivo.
-Tomo I.º pag. 400 ediz. ingl.-
Montesquieu, -Grandeur et Decadence des Romains-. C. VII. He illustrates
the nature and use of the censorship with his usual ingenuity and with
uncommon precision.
-Manca tutto il passo.-
-Tomo I.º pag. 444, cap. X ediz. ingl.-
This singular character has, I believe, been fairly transmitted to us.
The reign of his immediate successor was short and busy; and the
historians who wrote before the elevation of the family of Constantine,
could not have the most remote interest to misrepresent the character of
Gallienus.
-Manca tutto il passo.-
-Tomo II.º pag. 42 ediz. ingl.-
Though the camel is a heavy beast of burden, the dromedary, who is
either of the same or of a kindred species, is used by the natives of
Asia and Affrica on all occasions which require celerity. The Arabs
affirm, that he will run over as much ground in one day, as their
fleetest horses can perform in eight or ten. See Buffon hist. naturelle,
t. XI p. 222 and Shaw's Travels, p. 167.
-Manca tutto il passo.-
-Tomo II.º pag. 303 ediz. ingl.-
The testimony of Justin, of his own faith and that of his orthodox
brethren, in the doctrine of a Millenium, is delivered in the clearest
and most solemn manner (Dialog cum Tryphonte Jud. p. 177, 178, edit.
Benedictin.). If in the beginning of this important passage there is any
thing like an inconsistency, we may impute it, as we think proper,
either to the author or to his transcribers.
-Manca tutto il passo.-
ESEMPJ DI MUTAZIONI E RIFORME.
-Tomo I.º pag. 78 ediz. ingl.-
The spirit of improvement had passed the Alps, and been felt even in the
woods of Britain, which were gradually cleared away to open a free
space, for convenient and elegant habitations. York was the seat of
governement; London was already enriched by commerce; and Bath was
celebrated for the salutary effects of his medicinal waters.
-Traduzione Pisana.-
Lo spirito di miglioramento avea passato le alpi, e si sentiva ancora
nei boschi della Britannia. York era la sede del Governo, e già Londra
si arricchiva col commercio.
-Detta Traduzione emendata.-
-Tomo I.º pag. 86.-
Lo spirito di miglioramento avea passato le alpi, e si sentiva perfino
nei boschi della Britannia, che a poco a poco venivano scomparendo per
dar luogo a comode ed eleganti abitazioni. York era la sede del Governo,
Londra già si arricchiva col commercio, e Bath era celebre pel salutare
effetto delle medicinali sue acque.
-Tomo I.º pag. 411 ediz. ingl.-
The consciousness of his decline engaged him to share the throne with a
younger and more active associate: the emergency of the times demanded a
general no less than a prince; and the experience of the Roman censor
might have directed him where to bestow the Imperial purple, as the
reward of military merit. But instead of making a judicious choice,
which would have confirmed his reign and endeared his memory, Valerian,
consulting only the dictates of affection or vanity, immediately
invested with the supreme honours his son Gallienus, a youth whose
effeminate vices had been hitherto concealed by the oscurity of a
private station. The joint governement of the father and the son
subsisted about seven, and the sole administration of Gallienus
continued about eight years. But the whole period was one uninterrupted
series of confusion and calamity.
-Traduzione Pisana.-
Forse le circostanze dei tempi richiedevano i talenti di un soldato, non
meno che la virtù di un Censore: ma l'intero regno di Valeriano, che
insieme con quel di Gallieno suo figliuolo, collega e successore, durò
quindici anni, fu una continua serie di confusione e di calamità.
-Detta Traduzione emendata.-
La conoscenza del suo declinare lo trasse a dividere il trono con un più
giovine e più attivo collega: le necessità de' tempi chiedevano un
Generale non meno che un Principe; e la sperienza del romano Censore
avrebbe dovuto guidarlo nel conferire la porpora imperiale a chi la
maritasse, qual ricompensa di guerriere virtù. Ma in cambio di fare una
giudiziosa scelta, che avrebbe assodato il suo regno e fatto amare la
sua memoria, Valeriano, non consultando che i dettami dell'affetto o
della vanità, immediatamente investì de' supremi onori il suo figliuolo
Gallieno, giovane i cui effeminati vizj erano fino allora rimasti ascosi
dall'oscurità di una condizione privata. Il governo congiunto del padre
e del figlio durò circa sette anni, e l'amministrazione sola di Gallieno
continuò circa ott'anni. Ma tutto quel periodo di tempo fu una serie non
interrotta di confusione e di calamità.
-Tomo I.º pag. 443 ed. ingl.-
But as the use of irony may seem unworthy of the gravity of the Roman
mint, M. de Vallemont has deduced from a passage of Trebellius Pollio
(Hist. Aug. p. 198) an ingenious and natural solution. -Galliena- was
first cousin to the emperor. By delivering Africa from the usurper
Celsus, she deserved the title of Auguste. On a medal in the French
King's collection, we read a similar inscription of -Faustina Augusta-
round the head of Marcus Aurelius. With regard to the -Ubique Pax-, it
is easily explained by the vanity of Gallienus, who seized, perhaps, the
occasion of some momentary calm. See Nouvelles de la République des
Lettres, Janvier 1700, p. 21-34.
-Traduzione Pisana.-
Ma siccome l'ironia sembra indegna della gravità della moneta romana,
perciò il sig. di Vallemont da un passo di Trebellio Pollione, (Stor.
Aug.) deduce il contrario.
-Detta Traduzione emendata.-
Ma siccome l'uso dell'ironia sembra indegno della gravità della moneta
romana, il sig. di Vallemont da un passo di Trebellio Pollione (Stor.
Aug.) ha dedotto una spiegazione ingegnosa e naturale. Galliena era
cugina prima dell'Imperatore. Avendo liberato l'Affrica dall'usurpatore
Celso, ella meritossi il titolo di -Augusta-. Sopra una medaglia
esistente nella raccolta del gabinetto del Re (di Francia), si legge una
iscrizione simile di -Faustina Augusta- intorno alla testa di Marco
Aurelio. Quanto all'-Ubique Pax-, si spiega facilmente colla vanità di
Gallieno, il quale forse avrà colto l'occasione di qualche momentanea
calma. Vedi -Nouvelles de la République des Lettres-. Gennaio 1700, pag.
21-34.
ESEMPJ DI ERRORI.
-Tomo I.º pag. 299 ed. ingl.-
And his wanton and -ill-timed- (-INTEMPESTIVA-) cruelty.
-Trad. Pisana.-
E la sua sfrenata e -mal temuta- crudeltà.
-Tomo I.º pag. 329 ed. ingl.-
The aera of Seleucus -appears as late as- (-COMPARISCE FINO A-) the year
508, of Christ 196, on the medals of the Greek cities.
-Trad. Pisana.-
L'era di Seleuco -par che combini- con l'anno 508 di Cristo 196 sulle
medaglie delle città greche, ec.
-Tomo I.º pag. 403 ed. ingl.-
The -high-spirited- (-MAGNANIMI-) barbarians preferred death to slavery.
-Trad. Pisana.-
Gli -altri- Barbari preferirono la morte alla schiavitù.
-Tomo I.º pag. 442 ed. ingl.-
A -useful- (-UTILE-) commander.
-Trad. Pisana.-
un -inutile- comandante.
-Tomo II.º pag. 40 ed. ingl.-
robbers, who watched the moment of surprise, and -eluded-
(-DELUDEVANO-) the slow pursuit of the legions.
-Trad. Pisana.-
ladri, i quali aspettavan il momento della sorpresa, e -determinavano la
direzione- delle legioni che lentamente li seguitavano.
-Tomo II.º pag. 75 ed. ingl.-
He must -secretely- (-SECRETAMENTE-) have despised.
-Trad. Pisana.-
Nè deve -in seguito- avere disprezzata.
-Tomo II.º pag. 164 ed. ingl.-
This strange contradiction (-CONTRADDIZIONE-) puzzles the commentators,
who think (-PENSANO-); and the translators who can write.
-Trad. Pisana.-
Questa strana -espressione- imbroglia i commentatori che -spiegano-, ed
i traduttori che possono scrivere.
-Tomo II.º pag. 196 ed. ingl.-
Expected, -without- (-SENZA-) impatience.
-Trad. Pisana.-
Attendeva -con- impazienza.
Non si allegano che questi pochissimi esempj di mancanze, di mutazioni e
di errori, esempj tratti unicamente dal tomo 1.º e dal 2.º Si può
tuttavia per essi argomentare l'importanza delle nuove correzioni che
ascendono a più centinaia. Vi hanno pure nella Traduzione Pisana alcuni
passi in cui si fa tenere all'Autore un linguaggio affatto diverso dal
suo.
ESEMPIO.
-Tomo I.º pag. 76.-
The second must strike every modern traveller (-Il secondo dee colpire
ogni viaggiatore moderno.-).
-Trad. Pisana.-
Il secondo -deve perdonarsi ad uno scrittore inglese-.
Aggiungasi a tutto ciò le riguardevoli mutilazioni che disfigurano
quella traduzione, come può vedersi nel Capitolo XVI.
[4]
ESEMPIO DI RIFACIMENTO.
-Tomo I.º principio del capitolo III.-
The obvious definition of a monarchy seems to be that of a state, in
which a single person, by whatsoever name he may be distinguished, is
entrusted with the execution of the law, the management of the revenue,
and the command of the army. But, unless public liberty is protected by
intrepid and vigilant guardians, the authority of so formidable a
magistrate will soon degenerate into despotism. The influence of the
clergy, in an age of superstition might be usefully employed to assert
the rights of mankind; but so intimate is the connexion between the
throne and the altar, that the banner of the church has very seldom been
seen on the side of the people. A martial nobility and stubborn commons,
possessed of arms, tenacious of property, and collected into
costitutional assemblies, forms the only balance capable of preserving a
free constitution against enterprises of an aspiring prince.
-Traduzione Pisana.-
Una Monarchia secondo la generale definizione è uno Stato, in cui ad una
sola persona, venga questa con qualsisia nome distinta, si affida
l'esecuzione delle leggi, la direzione dell'entrate, ed il comando
dell'armi. Ma se la pubblica libertà non è protetta da intrepidi e
vigilanti custodi, l'autorità di un magistrato così formidabile presto
degenera in dispotismo. In un secolo di superstizione, il genere umano
per assicurare i suoi diritti avrebbe potuto servirsi dell'influenza del
clero: ma il trono e l'altare son tanto connessi, che raramente lo
stendardo della Chiesa si è visto alla testa del Popolo. Una nobiltà
guerriera e un popolo inflessibile padrone delle armi, tenace del
diritto di proprietà, e raccolto in regolari adunanze formano la sola
barriera, che possa continuamente resistere agli attacchi perpetui di un
Principe ambizioso.
-Detta Traduzione emendata.-
Una Monarchia, secondo la definizione che più facile presentasi, è uno
Stato, in cui ad una sola persona, venga questa con qualsisia nome
distinta, si affida l'esecuzione delle leggi, il governo dell'entrate,
ed il comando dell'armi. Ma se la pubblica libertà non è protetta da
intrepidi e vigilanti custodi, l'autorità di un magistrato così
formidabile tralignerà in dispotismo fra breve. In un secolo di
superstizione l'influenza del clero potrebbe utilmente servire a
sicurare i diritti del genere umano: ma il trono e l'altare sono sì
strettamente connessi, che di rado lo stendardo della Chiesa si è veduto
a sventolare dal lato del Popolo. Una nobiltà guerriera ed un popolo
inflessibile, padrone dell'armi, tenace del diritto di proprietà, e
raccolto in adunanze secondo la legge, formano il solo contrappeso atto
a sostenere una costituzione libera contro le usurpazioni di un Principe
ambizioso.
CENNI SOPRA LA VITA DI EDOARDO GIBBON
L'istoria della Decadenza e Rovina dell'Impero di Roma viene
generalmente collocata tra i più bei lavori della Musa dell'Istoria,
illuminata dalla face della Filosofia. Zimmermann, nome caro a tutti i
cuori gentili, diceva parlando di essa: «Tutta la dignità, tutto il
diletto di cui è suscettivo lo stile dell'Istoria si trovano in Gibbon:
tutti i suoi pensieri hanno nerbo ed ordine, ed i suoi periodi scorrono
melodiosamente». -- «Io cercherò mai sempre la verità, esclamava Gibbon,
finora non ho trovato che la verisimiglianza[5]». Ed in fatto, se
l'assenza delle passioni, la moderazione dei desiderj, e quel medio
stato di fortuna atto a reprimere le lusinghe dell'ambizione e il grido
del bisogno, offrono l'idea dell'uomo sommamente acconcio
all'imparzialità necessaria per dettare l'istoria, nessun uomo dovea più
di Gibbon possedere le qualità di un istorico.
Nato a Putney nella contea di Surrey li 27 Aprile 1737, da una famiglia
a sufficienza antica, ma senza splendore, ei non poteva ritrarre da'
suoi antenati nè fama nè infamia[6]. Le dissipazioni di suo padre avean
ridotto ad una discreta misura le molte ricchezze adunate da suo avo,
onde a lui ne tornava la necessità di adornare la vita con que' nobili e
pacifici trionfi che dall'ingegno son procurati. La vivacità della sua
mente s'era manifestata fin dall'infanzia, negl'intervalli che a lui
lasciavano una debole e vacillante salute, e le infermità che sino ai
quindici anni lo afflissero. Al qual tempo la sua complessione
afforzossi in un tratto, senza che di poi risentito egli abbia altro
male, fuori della podagra. Trascurato da' suoi educatori, Gibbon non
andò obbligato che alla fertile sua memoria delle fondamenta del suo
vasto sapere. Dotato di perspicacissimo spirito d'indagine, egli prese a
comporre, di sedici anni, un'opera istorica in cui volea determinare il
secolo di Sesostri verso il tempo di Salomone. Datosi quindi alle
controversie di religione, fu vinto dall'eloquenza degli scritti di
Bossuet[7] ed abbiurò il protestantismo nelle mani di un prete cattolico
in Londra. Cacciato dall'Università di Oxford per tal atto, e mandato da
suo padre, che fieramente ne avea preso sdegno, a Losanna, presso il
ministro protestante Pavillard, con assai meschina pensione, Gibbon si
ricondusse alla religione riformata, o veramente non fu più in appresso
nè cattolico nè protestante, ma bensì scettico come Bayle[8].
Il soggiorno di cinque anni in Losanna riuscì però assai favorevole allo
spiegamento del suo intelletto. Le immense letture da lui fatte e
intorno alle quali egli avea preso per divisa: -Mai non dobbiam leggere,
se non se per aiutarci a pensare-[9] gli porsero i materiali di quella
dottrina che con tanta sagacità e con tanto splendore egli seppe
svolgere ed applicare in appresso. Con tutto ciò la calma dello studio
non lo pose interamente al riparo delle perturbazioni della giovanezza.
Egli vide a Losanna, ed amò la damigella Curchod, poscia Mad. Necker,
ragguardevole pei fregi della persona, del cuore e dell'ingegno.
Quest'amore fu quale provare il dovea un garzone d'onorati sensi per una
virtuosa donzella, ed egli si rallegrava al sol pensarvi, fin nei suoi
anni più tardi. Amendue inclinavano a tal nodo, ma il padre di Gibbon
richiamollo in Inghilterra, e -questi-, sono le sue stesse parole,
-sospirò come amante, ma obbedì come figlio-[10]. Ei la rivide a Parigi
nel 1763, sposa del celebre Necker, e ritrovò appresso lei, in tutti i
tempi della sua vita, quella dolce intrinsichezza, conseguenza di un
tenero ed onesto sentimento, cui la necessità e la ragione hanno potuto
vincere, senza che di parte o d'altra vi fosse campo a rimproveri o ad
amarezze.
Lo studio aveva sparso di fiori a Gibbon il soggiorno di Losanna: la sua
immaginazione languiva in seno alle grandi città; la placid'aria de'
campi la ravvivava. Di ritorno in Londra, ei non ricercò che nello
studio i suoi piaceri. Tre anni dopo il suo ritorno in Inghilterra,
pubblicò in francese il -Saggio sullo studio della Letteratura-, opera
lodevolmente scritta, e piena di eccellente critica: poco letta in
Inghilterra, essa piacque in Francia moltissimo[11].
Deliberato di dedicar la sua penna all'istoria, Gibbon ondeggiava fra
diverse epoche, tutte egualmente importanti, quando un viaggio da lui
fatto in Italia lo trasse in un subito dalla sua irresoluzione. «Egli è
a Roma», esso dice, «che ragionando co' miei pensieri, seduto sulle
rovine del Campidoglio, mentre i frati cantavano vespro nel tempio di
Giove, l'idea di delineare il declino e l'occaso di questa città venne
per la prima volta ad occupar la mia mente»[12].
Critico giudizioso e profondo, Gibbon passa a rassegna tutti i fatti, e
supera tutti gl'inciampi. -L'Istoria della decadenza e rovina
dell'Impero di Roma- valse a Gibbon gli elogj di Hume[13] e di
Robertson, e gli assegnò non l'ultimo posto nel triumvirato degli
storici inglesi.
Vent'anni di assiduo lavoro costò questa famosa Istoria al suo autore.
Con affettuose tinte egli descrive il momento in cui l'ebbe finita.
«Fu il dì, o per meglio spiegarmi, la notte del 27 Giugno 1789, che nel
mio giardino, nella mia villa d'estate, io scrissi le ultime linee
dell'ultima pagina. Poscia ch'ebbi giù posta la penna, feci alcuni giri
sotto un pergolato di acacie, d'onde lo sguardo si estende in lontano, e
domina la campagna, il lago ed i monti. Temperato era l'aere ed il cielo
sereno; l'argenteo globo della luna si rifletteva nell'onde, e tutta la
natura posava in silenzio. Non occulterò i miei primi sensi di gioia, in
quell'istante della mia libertà ricovrata, e forse della mia fama
sodamente stabilita. Ma ben tosto fu umiliato il mio orgoglio, ed una
pensosa malinconia mi si pose nell'animo, al riflettere che avea preso
eterno commiato da un antico e grazioso compagno di viaggio, e che
qualunque essere potesse il futuro durare della mia istoria, la precaria
vita dello istorico più non poteva esser lunga.»
Da molte e gagliarde critiche venne però assalita quell'Opera che con
tanti studj egli avea tratta a compimento.
«Gibbon,» dice la Biblioteca istorica di Muselio, dotto e laborioso
Tedesco «ha trovato nemici in patria e fuori di essa, perchè espose la
propagazione della fede cristiana, non come suol fare il volgo, o come è
usanza de' teologi, ma bensì come si conviene allo storico ed al
filosofo[14].»
Gibbon fu due volte deputato al Parlamento. Nel 1779 egli ottenne da'
ministri il posto di Lord commessario del commercio e dell'agricoltura,
che perdè col cadere della famosa amministrazione di Bute. Egli applaudì
da principio la rivoluzione francese; ma i delitti commessi in nome
della libertà, o piuttosto i sentimenti di timore cui mal sapeva
resistere, voltarono il suo animo, e desiderar gli fecero i trionfi
della confederazione[15]. Egli viveva da dieci anni in Losanna, dimora
ove ogni cosa gli tornava al pensiero le più grate memorie della sua
gioventù, quando gli giunse a notizia che Lord Sheffield, suo dolcissimo
amico, avea perduto una moglie diletta. Gibbon vola in Inghilterra per
consolarlo, e sei mesi dopo scende nella tomba egli pure (16 gennajo
1794). Odoardo Gibbon ha lasciato le -Memorie della sua Vita- scritte da
esso.
NOTE:
[5] Car je rechercherai toujours la verité, quoique je n'aye guères
trouvé jusqu'ici que la vraisemblance. -Memorie di Gibbon scritte da
esso.-
NB. -Sono costretto a citare la traduzione francese di queste- Memorie,
-non avendo potuto procurarmene l'edizione inglese.-
[6] Car je n'ai ni gloire ni honte à recueillir de mes ancêtres. -Ivi.-
[7] Les traductions anglaises de Bossuet évêque de Meaux, l'exposition
de la doctrine catholique, et l'histoire des variations des Protestants,
achevèrent ma conversion: et certes, je fus renversé par un noble
adversaire. -Ivi.-
[8] Je n'ai point à rougir que mon esprit si tendre encore se soit
embarassé dans les pièges sophistiques dont n'ont pu se defendre les
entendemens subtils et vigoureux d'un Chillingworth et d'un Bayle, qui
de la superstition se sont élevés ensuite au scepticisme. -Ivi.-
[9] Gibbon dice altrove che non permuterebbe l'invincibil suo amore per
la lettura, con tutti i tesori dell'India.
[10] Je la vis et j'amai. Je la trouvai sans pédanterie, animée dans la
conversation, pure dans ses sentimens, et élégante dans les manières. La
première et soudaine émotion se fortifia par l'habitude et le
rapprochement d'une connaissance plus familière. Elle me permit de lui
faire deux ou trois visites chez son père. J'ai passé quelques jours
heureux dans les montagnes de Franche-Comté. Ses parens encouragèrent
honorablement ma recherche. Dans le calme de la retraite, les légères
vanités de la jeunesse n'agitant plus son coeur distrait, elle prêta
l'oreille à la voix de la vérité et de la passion; et je puis me flatter
de l'espérance d'avoir fait quelque impression sur un coeur vertueux. A
Crassi, a Lausanne, je me livrai à l'illusion du bonheur: mais, à mon
retour en Angleterre, je découvris bientôt que mon pêre ne voudrait
jamais consentir à cette alliance, et que, sans son consentement, je
serais abandonné et sans espérance. Après un combat pénible, je cédai à
ma destinée. Je soupirai comme amant, j'obéis comme fils.
Insensiblement, le tems, l'absence et l'habitude d'une nouvelle vie
guérirent ma blessure. Ma guérison fut accélêrée par un rapport fidèle
de la tranquillité et de la gaieté de la demoiselle elle même; et mon
amour se convertit peu-à-peu en amitié et en estime. -Ivi.-
[11] Tout considéré, je puis appliquer au premier fruit de ma plume, les
paroles d'un artiste bien supérieur, passant en revue les premières
productions de son pinceau. Après avoir examiné quelques portraits qu'il
avait peint dans sa jeunesse, mon ami, Sir Josué Raynolds, convint avec
moi, qu'il était plus humilié que flatté de la comparaison avec ses
ouvrages actuels; et qu'après tant de tems et d'application, il s'était
imaginé que ses progrès étaient beaucoup au-dessus de ce qu'il
reconnaissait qu'ils etaient en effet. -Ivi.-
[12] C'est à Rome, un 15 octobre 1764, que rêvant, assis au milieu des
ruines du capitôle, pendant que nus-pieds les moines chantaient vêpres
dans le temple de Jupiter, l'idée de tracer le déclin, et la chûte de
cette ville, vint pour la première fois se saisir de mon esprit. Mais
mon plan était borné d'abord à la decadence de la capitale plutôt qu'à
celle de l'Empire; et quoique mes lectures et mes réflexions
commençassent à se diriger vers cet objet, quelques années s'ecoulèrent,
et bien des diversions survinrent, avant de m'engager sérieusement dans
l'exécution de ce laborieux ouvrage.
[13] Edimbourg, le 18 mars 1776.
Mon cher Monsieur, pendant que je suis encore à dévorer avec autant
d'avidité que d'impatience votre volume historique, je ne puis résister
au besoin de laisser percer quelque chose de cette impatience, en vous
remerciant de votre agréable présent, et vous exprimant la satisfaction
que votre ouvrage m'a fait éprouver. Soit que je considère la dignité de
votre style, la profondeur de votre sujet, on l'étendue de votre savoir,
votre livre me parait également digne d'estime; et j'avoue que si je
n'avais pas déjà joui du bonheur de votre connaissance personelle, un
tel ouvrage dans notre siècle, de la part d'un Anglais, m'aurait donné
quelque surprise. Vous pouvez en rire; mais comme il me parait que vos
compatriotes se sont livrés à-peu-près pour une génération entière, à
une faction barbare et absurde, et ont totalement négligé tous les beaux
arts, je ne m'attendais plus de leur part à aucune production estimable.
Je suis sûr que vous aurez du plaisir comme j'en ai moi même à apprendre
que tous les hommes de lettres de cette ville, se reunissent à admirer
votre ouvrage et à désirer sa continuation avec sollicitude.
Quand j'entendis parler de votre entreprise, il y a déjà quelque tems,
j'avoue que je fus un peu curieux de voir comment vous vous tireriez du
sujet de vos deux derniers chapitres (XV e XVI). Je trouve que vous avez
observé un tempérament très prudent, mais il était impossible de traiter
ce sujet de manière à ne pas donner prise à des soupçons contre vous, et
vous devez vous attendre que des clameurs s'élèveront. Si quelque chose
peut retarder votre succès auprès du public, c'est cela; car à tout
autre égard, votre ouvrage est fait pour réussir généralement. Mais
parmi beaucoup d'autres signes de décadence, la superstition, qui
prevaut en Angleterre, annonce la chûte de la philosophie et la perte du
goût, et quoique personne ne soit plus capable de les faire revivre que
vous, vous aurez probablement à votre début des combats à livrer.
Je vois, ecc. ecc.
DAVID HUME.
-Ivi.-
[14] Gibbonus adversarios cum in, tum extra patriam nactus est, quia
propagationem religionis christianae, non, ut vulgo fieri solet, aut
more theologorum, sed ut historicum et philosophum decet, exposuerat.
[15] L'ouvrage de Burke est le remède le plus admirable contre la
contagion française qui a fait trop de progrès, même dans cet heureux
pays. J'admire son éloquence, j'approuve sa politique, j'adore sa
chevalerie, et il n'y a pas jusqu'à sa superstition que je lui passe.
L'église primitive, que j'ai traitée avec un peu de liberté, fût
elle-même à sa naissance une innovation, et je tenais à la vieille
machine du paganisme.
-Lettere di GIBBON,
Traduzione francese.-
PREFAZIONE DELL'AUTORE
-Non è mio intendimento di trattenere il lettore con estendermi sulla
varietà, o sulla importanza del soggetto, che ho preso a trattare; il
merito della scelta non servirebbe che a rendere più manifesta e meno
scusabile la debolezza dell'esecuzione. Ma nondimeno, parendomi
necessario di far conoscere al Pubblico l'Opera che gli presento, credo
conveniente l'esporre con brevità la natura e i confini del mio disegno
generale.-
-La memorabile serie di rivoluzioni, che nel corso di quasi tredici
secoli indebolirono a poco a poco, e finalmente distrussero il saldo
edifizio dell'umana grandezza, può giustamente dividersi nei tre
seguenti periodi.-
-I. Il primo di questi, principiando dal secolo di Traiano e degli
Antonini, quando la Monarchia Romana, già arrivata al sommo della forza
e della maturità, cominciò a pendere verso la sua rovina, si estende
fino alla distruzione dell'Impero d'Occidente per opera dei Barbari
della Germania e dalla Scizia, rozzi antenati delle più civili nazioni
dell'Europa moderna. Questa straordinaria rivoluzione che soggettò Roma
al dominio di un Gotico conquistatore, si compì verso il principio del
sesto secolo.-
-II. Il secondo periodo della decadenza e rovina di Roma può dirsi
cominciare dal Regno di Giustiniano, le leggi e le vittorie del quale
rendettero all'Impero d'Oriente uno splendor passeggiero: questo periodo
comprende l'invasione dei Longobardi nell'Italia; la conquista delle
province Asiatiche e Affricane fatta dagli Arabi, i quali avevano
abbracciato la religione di Maometto; la ribellione del Popolo romano
contro i deboli Principi di Costantinopoli; e l'elevazione di Carlo
Magno, che nell'anno 800 stabilì il secondo Impero d'Occidente, o sia
l'Impero Germanico.-
-III. L'ultimo ed il più lungo di questi periodi è composto quasi di
sette secoli e mezzo, dal risorgimento dell'Impero Occidentale fino alla
presa di Costantinopoli fatta dai Turchi, ed all'estinzione di una
degenerata stirpe di Principi, i quali continuarono ad assumere i titoli
di Cesare e di Augusto, anche di poi che i loro dominj furono ristretti
dentro i limiti di una sola città, nella quale non restava da gran tempo
vestigio alcuno della lingua e dei costumi degli antichi Romani. Dovendo
riferire gli avvenimenti di questo periodo, non si può a meno di non
internarsi nella Storia generale delle Crociate, in quanto esse
contribuirono alla rovina dell'Impero greco. Le molte ricerche che ho
dovuto fare sullo stato di Roma, durante l'oscurità e la confusione dei
secoli di mezzo, mi fecero differire più che non l'avrei creduto il
compimento del mio lavoro, che da principio non erami sembrato tanto
lungo come lo sperimentai in appresso.-
-Ch'io abbia eseguito il vasto disegno immaginato, non ardisco
lusingarmene: n'ebbi però l'intenzione, ed il Pubblico imparziale potrà
giudicarne leggendo la mia Opera.-
AVVERTIMENTO RELATIVO ALLE NOTE
-La diligenza e l'esattezza sono i soli meriti che uno Storico possa
dire suoi propri, se pur vi è qualche merito reale nell'esecuzione di un
indispensabile dovere. Posso pertanto dir con ragione, che ho
diligentemente esaminati tutti i documenti originali, che potevano
illustrare il soggetto da me preso a trattare. Per dare un'idea al
Leggitore del metodo da me tenuto nel lavoro delle annotazioni, mi
ristringerò ad una sola osservazione.-
-I Biografi che a' tempi di Diocleziano e di Costantino composero o
piuttosto compilarono le vite degli Imperatori, da Adriano fino ai figli
di Caro, vengono ordinariamente citati sotto i nomi di Elio Sparziano,
Giulio Capitolino, Elio Lampridio, Vulcazio Gallicano, Trebellio
Pollione, e Flavio Vopisco. Ma vi è tanta confusione nei titoli dei
MSS., e tante dispute sono insorte tra i critici- (vedi Fabricio
Biblioth. Lat. l. III, c. 6) -intorno al numero, ai nomi ed alle opere
loro, che io gli ho citati perloppiù senza distinzione alcuna, sotto il
generico e ben noto titolo della- STORIA AUGUSTA.
STORIA DELLA DECADENZA E ROVINA DELL'IMPERO ROMANO
CAPITOLO I.
-Estensione e forza militare dell'Impero nel secolo degli
Antonini.-
[Dal 98 al 180.]
Nel secondo secolo dell'Era cristiana, l'Impero di Roma comprendeva la
parte più bella della Terra, e la porzione più civile del genere umano.
Il valore, la disciplina, e l'antica rinomanza difendevano le frontiere
di quella vasta monarchia. La gentile, ma potente influenza delle leggi
e dei costumi aveva a poco a poco assodata l'unione delle province, i
cui pacifici abitatori godevano ed abusavano dei vantaggi che nascono
dalle ricchezze e dal lusso. Si conservava ancora, con decente rispetto,
l'immagine di una libera costituzione; e l'autorità sovrana
apparentemente risedeva nel Senato romano, il quale affidava
agl'Imperatori tutta la potenza esecutiva del Governo. Nel felice corso
di più d'ottant'anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla
virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due
Antonini. In questo e nei due seguenti capitoli, descriveremo il
prospero stato del loro Impero, ed esporremo le più importanti
circostanze della sua decadenza e rovina, dopo la morte di Marco
Antonino; rivoluzione che sarà rammentata mai sempre, e della quale le
nazioni della terra tuttor si risentono.
Le principali conquiste dei Romani furon terminate al tempo della
Repubblica, e gl'Imperatori quasi tutti si contentarono di conservare
quegli Stati, che la politica del Senato, l'attiva emulazione dei
Consoli, ed il marziale entusiasmo del popolo avevano acquistati. I
sette primi secoli furono una rapida successione di trionfi; ma era
riservato ad Augusto di abbandonare l'ambizioso disegno di soggiogare
tutta la Terra, e introdurre nei pubblici Consigli uno spirito di
moderazione. Egli, e per temperamento e per le circostanze, inclinato
alla pace, facilmente conobbe, che Roma in quello stato di elevazione
avea molto più da temer che da sperare per l'evento dell'armi; e che
nella continuazione di guerre remote, l'impresa diveniva ogni dì più
difficile, più incerto l'esito, il possesso più precario e men
vantaggioso. L'esperienza di Augusto aggiunse peso a queste savie
riflessioni, ed efficacemente il convinse, che col prudente vigor dei
consigli, agevole gli riuscirebbe ottenere ogni concessione cui la
salvezza o la dignità di Roma potesse richiedere dai più formidabili
Barbari. Invece di espor se e le sue legioni ai dardi dei Parti, egli
ottenne con un trattato onorifico la restituzione delle insegne e dei
prigionieri stati già presi nella disfatta di Crasso[16].
Nel principio del suo regno tentarono i suoi Generali di soggiogare
l'Etiopia e l'Arabia Felice. S'innoltrarono essi per mille miglia verso
la parte meridionale del Tropico; ma l'eccessivo calore del clima ben
tosto respinse questi invasori, e difese i pacifici abitatori di quelle
separate contrade[17]. Le regioni settentrionali dell'Europa meritavano
appena la spesa e la fatica di conquistarle. Le foreste e le paludi
della Germania erano popolate da una moltitudine di uomini barbari e
coraggiosi, che disprezzavano una vita, a cui la libertà non fosse
compagna; e sebbene nel primo assalto parvero cedere al peso della
potenza romana, ben presto con un atto segnalato di disperazione
riacquistarono la loro indipendenza, e rammentarono ad Augusto le
vicende della fortuna[18].
Dopo la morte di questo Imperatore fu il suo testamento pubblicamente
letto in Senato. Lasciava egli a' suoi successori, come legato
importante, il consiglio di contenere l'Impero in quei limiti, che la
natura medesima pareva aver posti per sue stabili barriere e confini. A
ponente l'Oceano Atlantico; a tramontana il Reno ed il Danubio;
l'Eufrate a levante, e verso il mezzogiorno gli arenosi deserti
dell'Arabia e dell'Affrica[19].
Fu gran fortuna pel riposo del genere umano, che i vizj ed il timore
obbligassero i primi successori di Augusto ad apprendersi al moderato
sistema, che la prudenza di lui aveva raccomandato. Occupati nel correr
dietro al piacere, o nell'esercizio della tirannide, i primi Cesari
raramente si mostravano agli eserciti od alle province; nè erano
disposti a soffrire, che la condotta ed il valore dei loro comandanti
usurpassero i trionfi, trascurati dalla loro indolenza. La gloria
militare di un suddito era riguardata come una insolente usurpazione
della prerogativa imperiale; e divenne un dovere egualmente che un
interesse di ogni Generale romano il difendere le frontiere affidate
alla sua cura, senza aspirare a conquiste, che sarebber potute divenire
non meno fatali a lui stesso, che ai Barbari da lui soggiogati[20].
L'unico ingrandimento che ricevesse l'Impero romano, nel primo secolo
dell'Era cristiana, fu la provincia della Britannia. In questa sola
circostanza i successori di Cesare e di Augusto crederono di dover
seguire piuttosto l'esempio del primo, che il precetto del secondo. La
sua situazione, vicina alle coste della Gallia, pareva invitar le lor
armi; la lusinghiera, sebbene incerta speranza della pesca delle perle
vi chiamava la loro avarizia[21]; e poichè la Britannia era considerata
come un Mondo distinto ed isolato, la sua conquista faceva appena
eccezione al general sistema dei confini nel continente. Dopo una guerra
di circa 40 anni[22] intrapresa dal più stupido, continuata dal più
dissoluto, e terminata dal più timido di tutti gl'Imperatori, la maggior
parte dell'isola soggiacque al giogo romano[23]. Le diverse tribù dei
Britanni avevan valore senza condotta, ed amore di libertà senza spirito
di unione. Prendevano le armi con una ferocia selvaggia, le posavano, o
se le rivolgevano gli uni contro gli altri con una fiera incostanza; e
mentre combattevan divisi, venivano successivamente domati. Nè la
fortezza di Caractaco, nè la disperazione di Boadicea, nè il fanatismo
dei Druidi potè preservare la lor patria dalla schiavitù, o resistere ai
saldi progressi dei Generali cesarei, che sostenevano la gloria della
nazione, mentre il trono era disonorato dai più vili e più viziosi degli
uomini. Nel tempo stesso in cui Domiziano, confinato nel suo palazzo,
sentiva i terrori ch'egli inspirava, le sue legioni, comandate dal
virtuoso Agricola, disfacevano le forze riunite dei Caledonj a piè delle
colline Grampiane, ed i suoi vascelli, arrischiatisi a scoprire una
navigazione sconosciuta e perigliosa, spiegavano le insegne romane
intorno ad ogni parte dell'isola. La conquista della Britannia già si
riguardava come terminata; ed Agricola aveva disegno di compirne ed
assicurarne il successo con la facile riduzion dell'Irlanda, per la
quale credea sufficiente una legione con poche truppe ausiliari[24]. Il
possesso di questa isola occidentale potea divenir vantaggioso; ed i
Britanni avrebbero portate le loro catene con minor ripugnanza, se
l'esempio e l'aspetto della libertà fosse loro stato per ogni parte
tolto dagli occhi.
Ma il merito preminente di Agricola cagionò ben presto il suo richiamo
dal governo della Britannia, e sconcertò per sempre quel vasto, ma
ragionato piano di conquista. Avanti la sua partenza, il prudente
Generale aveva provveduto alla sicurezza non men che al possesso.
Osservando che l'isola è quasi divisa in due parti diseguali dagli
opposti golfi, chiamati adesso le Sirti di Scozia, avea tirato, a
traverso l'angusto intervallo di circa 40 miglia, una linea di posti
militari, la qual fu poi fortificata nel regno di Antonino Pio con un
terrapieno alzato su fondamenti di pietra[25]. Questa muraglia di
Antonino, poco al di là delle moderne città di Edimburgo e Glascovia, fu
stabilita come il confine della provincia romana. I nativi Caledonj,
nell'estremità settentrionale dell'isola, conservarono la loro selvaggia
indipendenza, della quale andarono debitori alla loro povertà non meno
che al loro valore. Furono spesso e respinte e punite le loro
incursioni, ma il lor paese non fu mai soggiogato[26] . I padroni delle
contrade più belle e più ricche del globo, con disprezzo si
allontanavano dai cupi monti, dove sempre regnano le tempeste del verno,
dai laghi coperti di azzurra nebbia, e dalle fredde e solitarie macchie,
dove i cervi della foresta erano inseguiti da una truppa di nudi
Selvaggi[27].
Questo era lo stato delle frontiere romane, e tali eran le massime della
politica imperiale, dalla morte di Augusto fino all'esaltazione di
Traiano. Questo Principe virtuoso ed attivo, all'educazione di un
soldato univa i talenti di un Generale[28]. Il pacifico sistema de' suoi
predecessori fu interrotto da scene di guerra e di conquista; e le
legioni, dopo un lungo intervallo, videro finalmente alla loro testa un
Imperatore soldato. Le prime imprese di Traiano furono contro i Daci,
popoli i più bellicosi tra quelli che abitavano di là dal Danubio, e che
sotto il regno di Domiziano avevano impunemente insultato la maestà di
Roma[29]. Alla forza ed alla ferocia propria dei Barbari, essi univano
un disprezzo per la vita, originato in loro dalla ferma persuasione
della immortalità e trasmigrazione delle anime[30]. Decebalo, lor Re, si
mostrò rivale non indegno di Traiano; nè disperò mai della propria e
della pubblica fortuna, finchè, per confessione ancora de' suoi nemici,
non ebbe esauriti tutti i ripieghi del valore e della politica[31].
Questa memorabil guerra, interrotta da una brevissima tregua, durò
cinque anni; e siccome l'Imperatore potè impiegarvi, senza riserva, le
intere forze dello Stato, essa finì con la perfetta sommissione dei
Barbari[32]. La nuova provincia della Dacia, che formava una seconda
eccezione al precetto di Augusto, aveva quasi mille trecento miglia di
circonferenza. I suoi naturali confini erano il Niester, il Teyso ossia
Tibisco, il Danubio inferiore, e il mare Eusino. Si vedono ancora i
vestigi di una via militare dalle rive del Danubio fino alle vicinanze
di Bender, piazza famosa nella storia moderna, ed ora frontiera
dell'Impero turco e del russo[33].
Traiano era avido di gloria, e finchè gli uomini saranno più liberali di
applausi verso chi li distrugge che verso chi li benefica, la sete della
gloria militare sarà sempre il vizio degli animi più elevati. Le lodi di
Alessandro, trasmesse da una successione di poeti e di storici, avevano
accesa nello spirito di Traiano una pericolosa emulazione. Simile ad
Alessandro, l'Imperatore romano intraprese una spedizione contro le
nazioni dell'Oriente, ma sospirando si lamentava che la sua età avanzata
non gli lasciasse speranza di eguagliare la fama del figliuol di
Filippo[34]. I successi però di Traiano furon rapidi ed insigni, benchè
passeggieri. I Parti, già degenerati e divisi per le intestine
discordie, fuggirono dinanzi alle sue armi. Egli trionfante scese pel
fiume Tigri, dalle montagne della Armenia fino al golfo Persico, e godè
l'onore di essere il primo, come ei fu l'ultimo, dei Generali romani che
navigasse in quel mare lontano. Le sue flotte devastarono le coste
dell'Arabia; e Traiano si lusingò, ma indarno, di toccare i confini
dell'India[35]. Ogni giorno il Senato riceveva con istupore la notizia
di nuovi nomi e di nuove nazioni, le quali riconoscevano la sua
autorità. Seppe che i Re del Bosforo, di Colco, dell'Iberia,
dell'Albania, di Osroene e sino il Monarca istesso dei Parti avevano
accettato i loro diademi dalle mani dell'Imperatore; che le indipendenti
tribù delle montagne della Media e dei monti Carduchi avevano implorata
la sua protezione, e che le doviziose regioni dell'Armenia, della
Mesopotamia e dell'Assiria erano ridotte in province[36]. Ma la morte di
Traiano oscurò in un momento un prospetto così luminoso; ed era
giustamente da temersi, che tante lontane nazioni non iscuotessero il
giogo insolito, quando non più le frenasse la mano possente che loro
avealo imposto.
Era antica tradizione, che quando un Re di Roma fabbricò il Campidoglio,
il Dio Termine (che presedeva ai confini, e secondo l'uso di quei secoli
veniva rappresentato da una gran pietra) fosse il solo tra tutti gli Dei
inferiori, che ricusasse di cedere il suo posto a Giove medesimo. Da
questa ostinazione si dedusse una favorevol conseguenza, interpretata
dagli Auguri come sicuro presagio, che i confini della potenza romana
non si sarebber ristretti giammai[37]. Per molti secoli la predizione,
come è solito, contribuì al suo adempimento[38]. Ma quel Dio Termine,
che avea resistito alla maestà di Giove, cedè all'autorità di Adriano.
La cessione di tutte le conquiste orientali di Traiano fu la prima
determinazione del suo regno. Egli rendè ai Parti il diritto di eleggere
un Sovrano indipendente, ritirò le guarnigioni romane dalle province
dell'Armenia, della Mesopotamia e dell'Assiria, e secondo il precetto di
Augusto, stabilì un'altra volta l'Eufrate per frontiera dell'Impero[39].
La critica, che processa le azioni pubbliche ed i motivi privati dei
Principi, ha imputata all'invidia una condotta, che potrebbe attribuirsi
alla prudenza ed alla moderazione di Adriano. Il carattere incostante di
questo Imperatore, capace a vicenda e dei più bassi e dei più generosi
sentimenti, può dare qualche colore al sospetto. Non poteva egli per
altro mettere in luce più luminosa la superiorità del suo predecessore,
se non se confessandosi in tal modo incapace di difendere quello che
Traiano avea conquistato.
Lo spirito marziale ed ambizioso di Traiano faceva un contrasto molto
singolare con la moderazione del suo successore; nè men notevole fu
l'inquieta attività di Adriano, ove si paragoni al tranquillo riposo di
Antonino Pio. La vita di Adriano fu quasi un viaggio continuo; e siccome
possedeva i diversi talenti di soldato, di politico e di letterato, così
contentava la sua curiosità, soddisfacendo al suo dovere. Non curando la
differenza delle stagioni e dei climi, andava a piedi e a testa nuda
sulle nevi della Caledonia, e sulle cocenti pianure dell'Egitto
superiore; nè vi fu provincia dell'Impero che nel corso del regno di
lui, non fosse onorata dalla presenza del suo Monarca[40]. Al contrario,
Antonino Pio passò la sua vita tranquilla in seno all'Italia; e nel
corso di ventitre anni che tenne la pubblica amministrazione, i più
lunghi viaggi di questo Principe amabile non si estesero più in là che
dal palazzo di Roma al suo ritiro nella villa Lanuvia[41].
Non ostante questa differenza nella lor personale condotta, Adriano, e i
due Antonini egualmente adottarono, e seguirono uniformemente il sistema
generale di Augusto. Essi persisterono nel disegno di mantenere la
dignità dell'Impero senza tentare di estenderne i confini. Con ogni
onorevole espediente invitarono i Barbari alla loro amicizia, e
procurarono di convincere il genere umano, che la romana potenza,
superiore alla brama di conquistare, era soltanto animata dall'amore
dell'ordine e della giustizia. Per il lungo giro di quarantatre anni un
prospero successo coronò le loro virtuose fatiche; e se si eccettuino
poche leggiere ostilità, che servirono ad esercitare le legioni delle
frontiere, i regni di Adriano e di Antonino Pio presentano il bel
prospetto di una pace universale[42]. Il nome romano era venerato dalle
più remote nazioni della Terra. I Barbari più feroci spesso eleggevano
l'Imperatore per arbitro delle loro dissensioni; ed uno storico
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