X.
Tutti ricordano come è stata rigida la fine dell'inverno. Alla metà
d'aprile c'era ancora la neve alta per le strade. La mattina tutto
gelava. Pareva che il tempo ci portasse verso una più cruda stagione,
anzichè verso la sospirata primavera. Una notte ero così pieno di freddo
in tutto il corpo che non riuscivo ad addormentarmi. Luisa, Luisa,
invece, respirava tranquilla nel sonno, con quel sibilo nella gola, e
pareva che il gelo del letto lo avesse lasciato tutto a me.
Improvvisamente accadde qualche cosa d'insolito nella stanza di Isacco.
Udii il passo zoppo di Savina, la nostra vecchia padrona di casa,
avvicinarsi nel corridoio, e un altro passo meno pesante che s'alternava
col suo. Una voce d'uomo disse:--Ah! è qui... Ed essi aprirono la porta
di Isacco ed entrarono nella sua stanza. Allora mi ricordai che
veramente, quella sera, non aveva udito Isacco rincasare come il solito,
all'ora sua, poco dopo le nove. Comunemente arrivava alla svelta,
cantarellando (quel canto mi stizziva: lo consideravo una provocazione,
un insulto, sia che cantasse per Luisa, sia che cantasse per me), con un
rumore secco ficcava la chiave nella serratura e l'apriva, e prima di
richiuderla accendeva il lume. Poi, con un colpo, sbatacchiava l'uscio e
dava il paletto di dentro. Subito incominciava a gargarizzarsi. Tossiva,
sputava, versava l'acqua nel catino, si lavava le mani. Quindi si sedeva
sulla sedia o sul letto, e in fretta si spogliava, gettando scarpe ed
abiti uno qua ed uno là, con fracasso. Quando s'era coricato, prima che
si addormentasse, il suo letto non faceva che stridere e cigolare. Ma
quella sera niente di tutto questo era accaduto; come se Isacco non
fosse esistito mai. Ora, quando quei due furono entrati nella stanza, il
letto d'Isacco stridette e cigolò. La voce di Savina disse:--Non vuol
bere, non vuol mangiare. Non si lamenta. Non si muove mai. E quando si
parla, non risponde. La voce dell'uomo soggiunse:--È molto grave... Poi
il letto cigolò e stridette di nuovo, e infine la voce dell'uomo
disse:--Non c'è niente da fare... Vedremo domani. Riaprirono la porta ed
uscirono. Li udii scendere, parlando, le scale. Tutto ritornò in
silenzio.
Isacco doveva essere ammalato. Il medico aveva detto:--Grave. Isacco era
dunque gravemente ammalato. Ora mi spiegavo come mai non lo avessi udito
rincasare come ogni sera. Quella mattina certo non s'era neppure alzato
e tutto il giorno era rimasto coricato lassù. Forse, senza che io ne
sapessi nulla, la sua malattia durava già da tempo. Forse da due, da tre
giorni. E che malattia era quella? Savina avrebbe potuto informarmi.
Avrei potuto chiedere a lei. Domani mattina, uscendo, le chiederò di che
male sia malato Isacco. Non che mi stia molto a cuore saperlo. Ma così,
per una semplice curiosità. Mi sta tanto poco a cuore la malattia di
Isacco, che proprio non ne provo alcuna pietà. Anzi... Debbo esser
sincero? Pensare ch'egli sia malato mi fa quasi piacere. Forse dire:
piacere, non è dire cosa esattissima. No: veramente non mi fa proprio
piacere, ma penso che, infine, il male che avrebbe voluto fare a me, con
quella sua aria di malizioso sventato, in qualche modo ricade sopra il
suo capo. Un castigo, qualunque sia, gli sta bene. Imparerà che il
dolore è giustamente distribuito in questo mondo, e che ciascuno ne ha
la sua parte. Non ho nessun sentimento caritatevole per lui. Non penso
nemmeno quanto egli sia solo e abbandonato in quella mezza soffitta,
alla mercè di Savina. Non mi si affaccia nemmeno per un attimo l'idea
che egli possa aver bisogno di aiuto, durante la notte, così solo com'è.
Tutto mi perdo dietro altri sentimenti, altri pensieri. Il male, la
solitudine in cui Isacco si trova abbandonato, persino il pensiero della
sua morte, non mi toccano affatto. Seguo ora una fantasia che mi conduce
molto lontano di qui, in anni tanto tanto lontani, quand'ero bambino, e
mi ammalai di tifo. Mi ricordo che mia madre mi vegliava le intere notti
con una cuffietta bianca e rossa in capo, con un nastrino rosso annodato
sotto il mento. Questo ricordo, sì, e specialmente il ricordo di quella
cuffiettina rossa e bianca, mi tocca e mi commuove. Quando si è ammalati
tutto è molto confuso. Ma quasi sempre, in tanta confusione di
impressioni e di idee, un particolare insignificante, un particolare da
nulla, sempre emerge, con una chiarezza meravigliosa, e si ficca nella
memoria per non uscirne mai più.
Mentre così sognavo ad occhi aperti, sentii Luisa muoversi leggermente
al mio fianco. Credevo che dormisse. Ma ella non si muoveva come ci si
muove nel sonno. Pareva che cercasse di allontanarsi da me a poco a
poco, preoccupandosi di non fare movimenti bruschi, ai quali il letto
avrebbe scricchiolato. Strisciava fra le lenzuola, ed io sentivo
benissimo, rimanendo immobile come se fossi addormentato profondamente;
che Luisa aveva già piegato le gambe sulla sponda e che fra poco sarebbe
uscita tutta dal letto. Un minuto dopo era in piedi. E nella penombra
della stanza vedevo, attraverso le ciglia socchiuse, l'ombra bianca
della sua camicia, diritta, che lentamente si muoveva. Il viso lo teneva
sempre rivolto verso di me (la vedevo contro la finestra grigia
illuminata) come se, mentre cercava qualche cosa annaspando con le mani
nel buio, sorvegliasse il mio sonno per timore d'essere sorpresa in
quell'atto. Così s'avvicinò alla sedia su cui erano posati i suoi abiti,
e s'infilò una sottana e un giubbettino di lana. Poi si curvò, e
credetti di sentire che raccoglieva le sue scarpe. Io non mi muovevo,
ma, dentro, il cuore incominciava a martellare dandomi una pena enorme.
Che cosa faceva Luisa? Quando ebbe le scarpe in mano, si curvò sul letto
per meglio assicurarsi che io sempre dormivo tranquillo. Nulla m'aveva
destato. Poteva andare sicura. Allora, camminando sulla punta dei piedi,
scalza, si accostò all'uscio e posò una mano sulla gruccia. Qui
incominciava il difficile. Quella porta aveva i gangheri arrugginiti.
Sempre, quando si apriva o si chiudeva, dava in un miagolio che
terminava con un rantolo quand'era tutta spalancata. In silenzio non
concedeva che un'apertura d'un palmo, tanto da passarci un cane o un
gatto. Luisa rimase qualche minuto immobile, preoccupata del rumore che
quella porta avrebbe fatto nell'aprirsi. Poi si decise, girò la maniglia
e trasse a sè adagio adagio l'imposta. Che fortuna esser magri, piccini,
in talune circostanze della vita! Certo Luisa allora benedisse d'esser
così sottile, perchè dove ci sarebbe appena passato un cane o un gatto,
anche lei ci passò. Senza chiudere, riaccostò l'uscio. Dopo, per quanto
non udissi nulla, capii che, appoggiandosi col fianco alla parete, si
infilò le scarpe. Il suo passo lungo il corridoio lo percepii appena. Al
rumore che fece la chiave della porta di Isacco girando nella serratura
fu leggiero come il rosichìo del topo. La porta s'aprì con un soffio,
con un soffio si richiuse, e Luisa fu nella stanza di Isacco.
M'ero sollevato sul gomito. Non ne potevo più di quell'immobilità in cui
ero rimasto fino allora. Non tossivo mai, ma proprio in quel momento un
prurito tormentoso mi salì alla gola, e mi mise addosso una specie di
frenesia, un bisogno invincibile di tossire. Doveva essere una
conseguenza della soffocazione che mi dava il cuore in tumulto, con il
suo battere precipitato e ineguale. Credevo di scoppiare. Stando così,
vedevo come se questa maledetta parete tanto sottile fosse divenuta
anche trasparente, di vetro, vedevo Luisa curva sul letto di Isacco, con
il viso vicino vicino al suo. Aveva strofinato uno zolfanello, una
candela s'era accesa. Al lume di quella candela Luisa contemplava Isacco
che sembrava addormentato. Il suo viso non era più grigio pallido come
sempre. Era rosso, infiammato dalla febbre. Ed ella non si contentava di
guardarlo, ma lo accarezzava dolcemente con una mano, sulla fronte,
sulle gote, sul collo. Poi si curvava ancora di più, e posava la sua
gota sulla sua bocca, come per sentire se le sue labbra bruciassero.
Bruciavano. Oh! certo: bruciavano le labbra di Isacco, arse dalla
febbre. Ma Luisa non staccava la gota da quella bocca, non prendeva un
bicchiere d'acqua e v'immergeva un dito per inumidirgliela, ma, voltando
appena il capo, posava la sua bocca sulla bocca di Isacco. Teneva gli
occhi chiusi, e dai suoi occhi gocciolavano due lacrime.--Amore, povero
amore, bisbigliava, sono qui, sono venuta... Sentimi, guardami... Non
sei più solo. Luisa tua è con te... Non me ne vado più... No, amore, mai
più, mai più.
Nelle orecchie avevo un ronzio confuso, come il rumore di un risucchio
lontano. Come non vedevo nulla, così pure non udivo nulla. Ma mi
sembrava di udire. Luisa non si muoveva, non dava un sospiro, una voce.
Ma mi sembrava che bisbigliasse non so quali parole oltre quelle che ho
scritte. Luisa? Luisa? E anch'io, cauto come un ladro, leggiero come
un'ombra, rovesciai le coperte, silenziosamente scesi dal letto, mi
avvicinai alla porta, girai lento lento la gruccia, chiusi il battente,
detti il paletto. Era fatto. Luisa non sarebbe rientrata più, quella
notte, in casa mia. Quando, dopo poco, uscì dalla stanza d'Isacco e,
sfilate nuovamente le scarpe, posò una mano contro la porta e sentì che
non cedeva alla pressione della sua mano, Luisa non volle credere subito
che la porta fosse chiusa. Si ostinò, prima con molta prudenza, poi con
orgasmo, a tormentare la maniglia, a graffiare con le unghie il
battente. Quindi sentendosi perduta, incominciò a bussare pian piano,
poi più forte, finchè disperata si decise a chiamarmi per nome.
--Paris, sei sveglio? Paris, aprimi, Paris, Paris!
Allora mi sentii vendicato dal mio silenzio, mi sentii grande nel
silenzio che ebbi la forza, dovrei dire la crudeltà, di opporre ai suoi
richiami. Tacevo. Non risposi una sillaba alle preghiere di Luisa. Mi
sentivo grande e potente, invincibile, mi sentivo immenso, contro la
debolezza, la vergogna, il pianto di quella creatura debole, umiliata,
implorante pietà e perdono. Mi sarei mostrato nel centro d'un'apoteosi,
con una mitra d'oro in testa, un mantello d'ermellino, ritto sopra una
piramide, perchè tutti potessero ammirare la mia potenza, la mia
grandezza. La potenza e la grandezza d'un uomo che aveva ridotta in
disperazione così, con un semplice giro di chiave, una povera donna,
della forza d'un bimbo o d'un uccellino. Io ve lo dico: guardatevi da
chi ha troppo sofferto, da quelli ai quali la fortuna ha sempre voltato
le spalle, da chi ha subìto affronti e persecuzioni, da chi è stato
offeso, insultato, tradito, calpestato, deluso in tutte le sue speranze,
deriso, privato d'ogni felicità! Sono i peggiori nemici, i più crudeli,
i più pericolosi nemici del bene. Non troverete nè carità, nè
tolleranza, nè perdono il giorno in cui cadrete in loro potere. Io ero
uno di questi! Io lasciai, senza batter ciglio, che Luisa si disperasse
in lacrime contro quell'uscio chiuso. Non ebbi neppure per un attimo
l'impulso di aprirle. Non ebbi alcuna pietà di lei. Invece mi rallegrai
quando l'udii che s'allontanava singhiozzando, e poi l'udiii,
singhiozzando, rientrare nella stanza di Isacco, e abbandonarsi perduta
sul suo letto. Era quasi giorno. Incominciava a sbiancarsi l'ombra. Mi
vestii in gran fretta, e in punta di piedi m'avvicinai alla porta.
Volevo uscire senza essere udito. Ma, fatti due passi, con un brivido di
terrore, sentii due mani ossute, dure, che mi si posarono sulle spalle
e, voltandomi, vidi contro il mio viso il viso spaventoso dell'idiota.
Sua madre, sua madre, mi stava di fronte! Era anche lei uscita dal letto
in camicia. Quella camicia era ampia e lunga, e giù per la scollatura si
vedeva il suo corpo schifoso di vecchia, la sua orrenda nudità. Il suo
capo tremava vertiginosamente, i suoi occhi mi fissavano morti. Non
c'era di vivo in lei che quel gesto delle mani ossute lunghe che mi
stringevano per le spalle. Allora, freddamente, le afferrai i polsi e a
rinculoni la sospinsi verso la sua poltrona e ve la piegai; ve la
costrinsi per forza, e la lasciai là seduta, in camicia, a tremare e a
gemere. Poi a passi lunghi, senza distogliere gli occhi da lei,
attraversai la stanza, aprii l'uscio e lo richiusi d'un colpo dietro di
me.
XI.
Luisa rientrò in questa stanza, si gettò piangendo sulle ginocchia di
sua madre. Sua madre l'afferrò per i capelli e glieli tirò con furia
rabbiosa come una scimmia: le piantò le unghie nella fronte, e gliela
fece sanguinare. Luisa pensò che sua madre era in camicia. Con molta
pena la vestì. Poi con le mani sugli occhi si avvicinò allo specchio, e
osò guardarsi. Vide il suo volto disfatto, la sua fronte che era
tuttavia macchiata di rosso come se l'avesse stretta una corona di
spine; si sentì distrutta, annientata, non più ben viva, e tuttavia
incapace di continuare a vivere così. La vista di quel sangue che le
arrossava le tempie le dette un tremito febbrile in tutte le membra, e
le suggerì forse un'idea che non le era mai balenata prima d'allora: una
cosa alla quale non aveva mai pensato.
Tutta la notte aveva pianto. Era stanca, sfinita. Il cuore le doleva
tanto, il respiro le pesava, tutto il corpo lo sentiva spezzato in ogni
giuntura, come se l'avessero bastonata. Il letto era là sfatto, come io
l'avevo lasciato. Luisa si trascinò accanto al letto e per spogliarsi
non ebbe che da lasciar cadere la sottana e il giubbettino, infilati
sulla camicia. Si coricò, si abbandonò Luisa sul letto, si coprì con le
lenzuola ancora tepide del mio calore. Distese le braccia lungo i
fianchi, chiuse gli occhi. Incominciava allora il giorno. Luisa avrebbe
voluto che fosse ancora notte profonda, e che nessun pallore di luce le
attraversasse le palpebre. In una mano stringeva, Luisa, un coltellino
d'argento, un coltellino che le apparteneva, credo, da quando era
bambina, e che si vedeva sempre in giro, ora qua ora là, sopra questo o
quel mobile, non si sa come, e per che uso, come tante altre piccole
cose inutili. Lo aveva ripreso sul cassettone, se lo era portato a letto
con sè. Ora lo stringeva in una mano, e sapeva benissimo che era quel
suo coltellino d'argento che teneva stretto fra le dita, ma non voleva
confessare a sè stessa di sapere che era proprio quel coltellino. No.
Non ne sapeva nulla, Luisa, di quella piccola cosa fredda che teneva
chiusa nel pugno, nè perchè l'avesse presa sul cassettone, nè perchè
l'avesse portata a letto con sè. Luisa non pensava più; era
addormentata. Voleva persuadere sè stessa d'essersi addormentata, di non
pensare più, di non ricordare, di non sentire più nulla. Come se anche
ella fosse divenuta una cosa, una piccola cosa anche lei, posata su quel
letto da qualche immenso gigante che l'avesse presa nel palmo della
mano, e l'avesse coricata là nel suo letto per farle fare la nanna.
In me il ricordo di quella giornata è terribilmente lucido e angoscioso,
come se al solo parlarne la rivivessi intera in ogni suo minuto. Fu una
giornata di una brevità assurda. Subito la sera cadde su quelle poche
grige ore di luce. M'ero presentato al mattino nella tipografia con una
faccia stralunata, da folle. Bastava che uno mi rivolgesse la parola
perchè io mi mettessi a ridere. Su ogni bozza di stampa che mi portavano
perchè la correggessi, facevo lunghi discorsi: la leggevo ad alta voce,
declamando, a rovescio, risalendo dall'ultima parola alla prima. Poi
gridavo:--Eccellente! Magnifico! Superlativo! Va tutto bene. Non ci
manca nemmeno una virgola! Il proto mi battè amichevolmente sulla spalla
e mi disse:--Perchè non vai a prendere una boccata d'aria?--Giusto,
risposi: vado subito. Mi calcai il cappello sulle orecchie, e me ne
uscii per la strada. Cominciai a girare qua e là. Mi parve molto strano
ch'io portassi il soprabito come tutti quanti gli altri uomini che
camminavano con me per la via. Stetti più d'un'ora a guardarmi in uno
specchio. Poi, battendomi un pugno sulla fronte, mi sfilai il soprabito,
e me lo rinfilai alla rovescia. La fodera era a scacchi bianchi e neri,
con grosse righe gialle. Le maniche erano nere. Molto soddisfatto
dell'aspetto che avevo con quei colori da arlecchino sulla schiena, mi
parve che in generale la gente mi desse troppo poca importanza. Allora
incominciai a fare grandi inchini a tutti quelli che passavano in
carrozza, e toccavo terra con la falda del mio cappello. Ma poco dopo mi
stancai, e ripresi a camminare tranquillamente, avviandomi verso il
fiume. Molte ore rimasi così, in un tratto semi deserto della sponda, a
guardare alcuni barcaioli che scaricavano della legna sulla banchina e
un uomo che pescava con la bilancia. Mi pareva di aspettare qualcuno,
che dovesse approdare a quella riva con una barca a vapore, e intanto mi
domandavo perchè mai in quel punto del fiume non avessero costruito un
gran porto. Sarebbe stato facilissimo allargare le due sponde e
costruirvi un molo, anzi tutto un sistema di docks, su cui poi avrei
pensato io a piantare alcune gigantesche gru. Il problema era
semplicissimo. A ognuno che passava domandavo, toccandomi l'ala del
cappello:--Scusi, perchè non si costruisce un porto qui? Non le pare che
ci starebbe bene? Mi guardavano sorridendo, e scrollando il capo si
allontanavano. Nessuno si era posto un problema così semplice, eppure
così importante per il commercio della città! Ma incominciò ad
imbrunire, scese la nebbia, il pescatore si caricò la rete sulle spalle,
e non passò più nessuno per quel tratto di viale. E allora io mi staccai
dalla balaustra del muraglione e macchinalmente m'incamminai verso casa
mia.
Ero come il cavallo che, quando si sente le briglie abbandonate sul
collo, prende la via della stalla. Poichè non pensavo affatto che quella
fosse la strada per cui ogni sera passavo uscendo dalla tipografia per
ritornarmene a casa. Non potrei giurarlo, ma mi sembra che durante tutte
quelle ore, durante tutta quella giornata, il pensiero di Luisa non
abbia mai attraversato, neppure per un attimo, la mia mente sconvolta.
Quando la casa dove avevo fino allora abitato mi si parò dinnanzi nera,
con tutte le sue finestre, le sue botteghe, la sua grande porta
quadrata, non mi stupì affatto di trovarmi in quel luogo, nè di vedere
Savina, sull'ingresso, fare grandi gesti con le mani levate in alto, e
zoppicando corrermi incontro affannata, afferrarmi per il soprabito,
gridare:
--Signore, signore... Che cosa è stato! La signora Luisa... Corra
dunque! La signora Luisa è morta...
--Morta? Morta? domandai calmo, guardando gravemente Savina.
--Morta le dico! gridò Savina, battendo le mani esterrefatta, come per
dire:--Ma capisce lei che cosa vuol dire morta?
Ed io soggiunsi:--Va bene, va bene. E attraversata la strada a passi
lenti e solenni, infilai la porta, salii le scale e m'affacciai qui a
questa stanza.
Ricordo che questa stanza era insolitamente illuminata. Dappertutto
c'erano candele accese. Sul letto non vidi nulla che non fosse bianco,
fuorchè gli occhi e i capelli e le mani di Luisa. Il viso di Luisa, le
sue labbra, erano d'un biancore di neve. Le sue mani, le sue mani erano
rosse! Io non ricordo che il rosso di quelle mani che mi ferì le pupille
come un lampo. C'è poi una lacuna, un buio assoluto nella mia memoria, e
non so che cosa accadde di me in quel momento. Mi ritrovai inginocchiato
accanto al letto dove Luisa giaceva immobile nel suo pallore di morte,
con quelle sue mani rosse, pesanti, inerti nelle mie, che urlavo:
--Si è uccisa? Si è uccisa? Perchè si è uccisa?
Intorno a me non vedevo che volti pallidi e muti. Anche Isacco era là,
avvolto in un lungo pastrano nero, dal cui bavero non uscivano che i
suoi occhi enormemente dilatati dalla febbre.
--Tu! tu! lo supplicavo, perchè si è uccisa? Perchè si è uccisa?
Ma Isacco non mi rispondeva, e continuava a fissare su me quei suoi
occhi spiritati. Allora mi rivoltavo verso costei, verso sua madre,
verso quest'idiota sorda e muta, e le chiedevo:
--Maledetta fra tutte! Dimmi! Perchè si è uccisa?
Ma la vecchia scuoteva il capo facendo dondolare il filo sottile di bava
che le pendeva dal mento, e sorda ai miei richiami, muta alle mie
domande, fissava un punto lontano, chissà quanto lontano da me, con le
sue morte pupille. Allora, disperato, mi piegavo su Luisa, le prendevo
fra le mani, fra le mani tutte macchiate del suo sangue, il viso bianco,
freddo e duro, e le domandavo singhiozzando:
--Perchè, perchè ti sei uccisa? Luisa perchè hai voluto morire?
Non ero più ora agitato da nessuna strana follia. Ero nuovamente io, in
tutta la mia lucidità e pienezza di comprensione. Ora capivo
perfettamente che cosa era accaduto la notte prima di quella, e la
mattina, e il giorno, fino al momento in cui ero entrato in quella
camera con tutte quelle candele accese, e quell'odore di medicine, e
quella gente attonita, impietrita, muta, e Luisa con il suo viso bianco,
di cera, e le sue mani rosse, di sangue. Quella era Luisa, morta. Io ero
Paris, vivo. Ah! sapevo anche che si era uccisa per me, Luisa, per mia
colpa, per me, per me solo! Ma non mi bastava. Volevo sapere, sapere,
sapere perchè si fosse uccisa Luisa.
Passarono così ore di spasimo, di pianto, di disperazione convulsa. Non
so quando, come, la stanza si vuotò. Non so che ora fosse di quella
notte, allorchè, sollevato il viso dalle coltri tutte umide dalle mie
lagrime, vidi la camera ridivenuta semibuia, dove solo due o tre candele
ancora bruciavano languide e tremole, e in quella luce, seduta laggiù,
la paralitica con il suo viso di scimmia, qui Isacco con la sua faccia
pallida e trasudata. Su Isacco fermai il mio sguardo a lungo. Non so
perchè lo guardassi così. Non so che cosa gli dicessero i miei occhi con
quello sguardo. So che dopo un lungo silenzio, scuotendo desolatamente
il capo:
--Lo vedi, mormorai, lo vedi Isacco? È morta, Luisa. Perchè? Perchè?
Allora Isacco schiuse le labbra gonfie e livide, e disse con un filo di
voce:
--Per te... Per amor tuo...
--Per amor mio? gli domandai.
--Per amore, bisbigliò Isacco. Per quell'amore che tu non hai mai
veduto...
--Luisa? gli domandai.
--Ah! esclamò Isacco. Nessuna donna ti amerà mai così, fino a morirne...
--Isacco! Isacco! lo supplicai. Ella è ancora qui che ti ascolta!
--Ne sarà felice, soggiunse Isacco. Tutto eri tu per lei. Quei fiori,
quei dolci, quel vino che tu bevevi, quelle scarpe che porti ai piedi,
tutto veniva da lei... Lavorava giorno e notte per te... E aveva paura
che tu lo sapessi! Per quei fiori... Per quelle piccole cose, Paris...
--Tutto? domandai. Quei fiori? Queste scarpe? Tutto, tutto?
--Tutto, tutto, mormorò Isacco, perchè tu l'amassi un poco... E tu l'hai
uccisa!
Isacco chiuse gli occhi. Il suo viso spettrale si rigò di due lunghe
lacrime...
XII.
Ora, chi sono io? Che sarà di me? Ora che ho perduto l'amore di Luisa,
ora che ho perduto il solo amore della mia vita, che sarà, che sarà di
me? Non quello di Daria! Non quello di Silvina! Questo, questo era il
-mio- amore...
Costei mi tiene ancor vivo. Io la guardo e la vedo vivere. Debbo vivere
anch'io per lei. Sono qui, in attesa. Ogni ora che passa la conto. Ne ho
già contate migliaia. Anch'io come Robinson ho un bastone, su cui incido
un segno per ogni ora che passa...
Sono qui, in quest'isola deserta, io solo, e lei, due naufraghi, perduti
nel tempo. Il tempo è infinito come il mare. Noi lo attraverseremo un
giorno insieme, per navigare verso il nulla da cui approdammo per caso a
quest'isola abbandonata.
FINE.
ERRATA CORRIGE
Pag.7--linea 23--del mondo -per- dal mondo.
»137-- »13--quelli mi guardano -per- quelli che mi guardano.
»154-- » 8--brilava -per- brillava.
»159-- »13--madanna -per- madonna.
»165-- » 2--abiti di veli leggieri -per- abiti tanto leggieri.
»168-- » 4--«certe» -per- «certes».
»173-- »13---l'intera linea va soppressa-.
»182-- » 4--gli aveva -per- le aveva.
»207-- »26--glielo lo giurò -per- glielo giurò.
»210-- »27--li ricadevano -per- le ricadevano.
»254-- » 7--cartoncino -per- cartoccino.
»285-- »14--nascondeterlo -per- nascondertelo.
»291-- »25--cinciò -per- minciò.
»307-- » 4--Poi vestita -per- Poi, vestita.
»309-- »14--cappelli -per- capelli.
»321-- » 1--E lo trattavo -per- Io lo trattavo.
»326-- »17--tavoa -per- tavola.
»328-- »17--per lei -per- in lei.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni della pagina
"Errata Corrige" sono state riportate nel testo.
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