una mano e toccai una cosa dura che mi sembrò la punta d'uno scarpino.
Mi buttai col capo in giù, e vidi che sotto il mio letto, tutta
raggomitolata, c'era una donna.
Allora mi rivestii, sospirando, e m'inginocchiai, e le parlai
dolcemente, le dissi:
--Che cosa volete fare? Passare tutta la vostra vita sotto il mio letto?
Andiamo: via! Siate ragionevole... Esposito non tornerà subito. Non
avete un amico nel mondo, al quale chiedere aiuto e ospitalità per
questa notte? Se volete, vi accompagno... Vi conduco io... Se
incontriamo Esposito, io vi nascondo, io vi difenderò... Ormai il peggio
è passato, Luisa... Vedete? Conosco anche il vostro nome. Ma intanto non
piangete, Luisa... E fatevi almeno vedere...
Stesi una mano sotto il letto e trovai una sua mano. La strinsi e cercai
di trarla a me con forza. Ella resistette un poco, poi si lasciò
trascinare. Sbucò prima il braccio, poi la spalla, poi la testa con i
capelli tutti arruffati che le coprivano il viso, poi tutto il resto. E
rimase così accasciata accanto a me, con la faccia nascosta fra le mani.
--Dunque, soggiunsi, ditemi: che cosa debbo fare per voi, ora, Luisa?...
Luisa rimase qualche minuto immobile. Soltanto quando le toccai
bruscamente una spalla per indurla a parlare, incominciò a sciogliere
adagio adagio il nodo delle mani che s'era stretto sul viso. Sollevò il
capo, agitandolo in un segno di sconsolato diniego, come per dire:--Che
so, che so, io?--e allora vidi improvvisamente con infinito stupore
dinnanzi a me il volto stralunato di Armida. Mi alzai di scatto. Non
c'era dubbio! Quella era Armida. Quantunque la sua faccia fosse gonfia
di pianto, inselvatichita da quell'arruffamento di capelli, la sua
somiglianza con la fotografia che avevo tante volte contemplato quel
giorno era indubitabile.
--E voi? gridai non appena mi riebbi dallo stupore, che fate voi qui,
disgraziata? Sotto il mio letto? Che cosa c'entro io con i vostri drammi
d'amore? Signora, signora Armida, esclamai esasperato, uscite subito di
qui! Tutto il giorno, non mi avete dato altro che brividi ed ansie!...
Basta! Basta! Se volete vendicarvi di un amante spergiuro, fatelo fuori
di casa mia! A me poco importa di Esposito e dell'epilogo che finirete
per dare alla vostra goffa tragedia...
Così dicendo girai la chiave nella toppa e spalancai la porta. Ma Armida
non si mosse e ruppe in un pianto ancora più disperato. In quel punto
s'udirono dei passi frettolosi nel corridoio e sulla soglia della mia
stanza apparve Esposito.
--Bene! gridai, affrontandolo con le braccia levate al cielo. Poichè sei
venuto, ecco qui quel che ci vuole per te!... Prenditela, e andate...
Andate lontano, tu e la tua Armida! E scegliete la morte che più vi
conviene, purchè vi decidiate una buona volta a morire!
Ma Esposito mi allontanò con un urto della mano e, afferrata la donna
per le spalle, la squassò come se avesse voluto stroncarla.
--Maledetta! gridò. Ti ho trovata finalmente! Qui, qui, eri! Ora penso
io a tutti e due!
Si raddrizzò e mi venne incontro minaccioso.
--Che dici tu di Armida? domandò con voce cupa. Che cosa ti importa di
Armida? Di Luisa, di lei dobbiamo parlare! Tu l'hai nascosta qui... Tu
lo sapevi... Ecco perchè hai tardato tanto stamani! Tu l'hai nascosta, e
hai rovinato me, e tutti noi, per sempre. Per tua colpa le nozze non si
sono fatte e non si faranno mai più... Infine, l'hai disonorata...
Poichè Luisa è una fanciulla, e tu sei un uomo, e questa è la tua
casa... Sai tu che cos'è l'onore di una fanciulla? Di una fidanzata?
Ebbene: ora che l'hai disonorata, ora la sposi, tu!
Egli fece per afferrarmi le mani. Io lo respinsi violento. Mi sembrò
d'essere divenuto cieco d'un tratto. Mi mossi, e mi piantai fra lui e
Luisa, fra Luisa e la porta.
--Ebbene, sì, gli risposi con ira senza rendermi conto di ciò che
dicevo. Non fu mai la fidanzata di nessuno, tua sorella, Luisa, se non
mia... Mia fidanzata! Io l'ho nascosta, io l'ho salvata da te, dai tuoi
intrighi infami... Domani, se ricapitasse, la nasconderei, la salverei
ancora. Perchè, infine, sappilo, Luisa, tua sorella, io l'amo... Noi,
noi ci amiamo! E da quest'istante è mia sposa!
Poi, curvatomi su Luisa, la presi per le mani e la sollevai. Ed ella si
lasciò sollevare, e si lasciò stringere fra le mie braccia, si lasciò
baciare sulle gote, sulla fronte, sulla bocca, inerte, abbandonata,
muta, tremando in tutto il suo povero corpo, che io soverchiavo col mio.
Mi rivolsi quindi nuovamente contro Esposito, che mi guardava stupito.
--Vattene! gli gridai. E non tenere l'immagine di tua sorella fra le
lettere delle tue sgualdrine!
Lo sospinsi di viva forza fuori dell'uscio, chiusi con fracasso
l'imposta e sfinito, smarrito, mi lasciai cadere sul letto.
V.
Sposai Luisa. La sposai. Presi per moglie Luisa. Io che volevo lasciarmi
morire, che certo avrei finito per uccidermi, fui costretto a riprendere
la mia vita come prima. Per lei: per lei sola. Perchè la sposai? Perchè
non mi misi a ridere come un pazzo, quando Esposito mi accusò d'aver
disonorata sua sorella, anzichè rispondere, come un pazzo, di volerla
sposare? Pazzia per pazzia, sarebbe stato meglio che mi fossi messo a
ridere senza fermarmi più, finchè non fossero venuti a prendermi con la
camicia di forza. Ma Luisa, quando rimase sola con me, quella sera, dopo
le mie parole insensate, mi prese le mani e incominciò a baciarmele
piangendo e a bagnarmele delle sue lacrime. Io stavo seduto sul letto,
con gli occhi fissi su lei, come un idiota. Ma Luisa di quando in quando
levava su me il suo sguardo di bambina spaurita, come per domandarmi:
Dunque è vero? È proprio vero ciò che ho udito? Tu mi sposi? Tu mi
liberi?
Luisa non credette veramente che la sposassi se non quando fummo
benedetti dinnanzi all'altare del prete che ci unì. Soltanto allora non
dubitò più di essere vittima di un perfido sogno e di doversi ridestare
d'un tratto nella consueta realtà della sua vita. Esposito non
assistette alle nostre nozze. Dopo quella sera non lo vidi più. Io venni
ad abitare qui con Luisa. Divisi con lei, diventata mia moglie, il suo
piccolo letto di fanciulla, e la nostra prima notte fu senza amore. Non
rispettai la sua verginità, dopo averla sottratta al commercio che
voleva farne Esposito, suo fratello; ma rispettai il rantolo di sua
madre che riposava in un altro letto, separata da noi appena da una
tenda. Luisa mi teneva le mani strette nelle sue e posate all'altezza
del cuore, sotto il suo piccolo seno molle, tepido e nudo. Così passò
quella notte. Luisa aveva trent'anni, ma ne dimostrava sedici. Veramente
non so se la magrezza e la povertà del suo corpo fossero indizio di una
giovinezza precocemente sfiorita o che ancora dovesse sbocciare. Era
giovane e vecchia. Non aveva età. Io non potei fare a meno di pensare
con ironia al caso che dopo avermi negata ogni felicità d'amore aveva
voluto infine regalarmi quella gran donna per moglie. Finalmente qualche
cosa potevo godere anch'io nella vita! Una donna! E non dico solo una
donna, poichè certo ne avrei trovata una ad ogni angolo di strada che si
sarebbe lasciata prendere e godere da me per una notte, ma una donna
-mia-, interamente mia, e mia per tutta la vita. Il sogno di tanti anni
alfine lo avevo realizzato. Oh! potevo ben considerarmi più fortunato di
tanti altri, i cui sogni non si realizzano mai. Avevo una donna mia,
coricata nuda accanto a me, in mio assoluto potere. No: non era Daria.
Non era propriamente neppure una donna. Io non l'amavo, non la
desideravo: non l'avrei nè amata nè desiderata mai. Eppure era mia
moglie. Avrei piuttosto voluto alzarmi pian piano, in silenzio,
cautamente, da quel letto di sposo, e lasciarla al suo sonno innocente e
beato, e andarmene come ero venuto, lontano, e non rivederla mai più:
essere generoso con lei come il destino era stato generoso con me. Avrei
voluto anche domandarle:--Luisa, se hai sposato me, perchè non hai
sposato quell'altro? Se hai sposato me senza amore, e senza amore mi
stai ora nuda fra le braccia, non potevi senza amore sposare lui in mia
vece, e coricarti al suo fianco? Far contento Esposito ed evitare a me
questo atto pietoso? Non sono mica io quello che tu vorresti avere ora
vicino e dargli tutta te stessa! E chi sarà dunque mai?
Così venne l'alba, e incominciò la nostra vita in comune. Io non ebbi il
coraggio di rivolgermi a Pietro Suavis per chiedergli di essere
riammesso al mio impiego. Oltre tutto la presenza di Esposito mi sarebbe
stata intollerabile. Rimasi alcuni giorni senza lavoro. Infine fui
assunto nella redazione di un piccolo giornale settimanale, che era una
specie di bollettino dei mercati e delle fiere della città. Avevo il mio
ufficio nell'angolo più buio di una piccola tipografia. Il mio guadagno
non sarebbe bastato a sfamare me, Luisa e sua madre se non avessi
trovato da racimolare qualche altro soldo come correttore di bozze.
Luisa cominciò col cucirmi una camicia, poichè quella che portavo era
tutta rammendi e brandelli. Ma la nostra miseria era tale ch'ella
dovette rassegnarsi a vedermi addosso quest'abito logoro ed unto, che
oggi non è più che uno straccio. Quando rientravo a casa la sera, tardi,
con le pupille addolorate per la penosa fatica degli occhi, Luisa mi
veniva incontro con il suo mesto sorriso, mi toglieva il cappello dal
capo, mi sollevava sulla fronte i capelli disordinati, e, guardandomi
pietosa, mi domandava:--Sei stanco? Sei molto stanco anche oggi? E
siccome io scrollavo il capo sconfortato senza rispondere, ritraeva la
mano già alzata per accarezzarmi e se ne andava a capo chino presso il
fornello, dove c'era la pentola della minestra a bollire. Io mi lasciavo
cadere di peso sopra una sedia accanto al tavolo e guardavo sua madre,
che mi fissava muta tentennando il capo, con quei suoi occhi senza
pensiero che parevano intenti a decifrare i tratti del mio viso, come
per indovinare chi fossi io, quell'intruso dai capelli arruffati, dalla
barba incolta, che ogni sera entrava silenzioso e si sedeva da padrone a
quel tavolo. Ed io, esasperato dalla fatica della mia giornata, dallo
spettacolo di quella tristezza e di quella miseria che mi vedevo
d'intorno, da quella ripugnante immagine del dolore e dell'idiozia che
mi fissava tremando, avrei voluto afferrarla per le spalle, e, facendole
sbatacchiare la testa come ad un fantoccio di stoppa, avrei voluto
rispondere:--Chi sono? Ora te lo dico chi sono. Sono uno che era
sull'orlo della felicità, di quella felicità dalla quale tu mi guardi
con il tuo ghigno di ebete. Ed ora se ne è allontanato per sempre, per
sostentare il tuo corpo di bestia e quello tisico di tua figlia! Per
sfamare voi due, io vivo e fatico e mi accieco dalla mattina alla sera.
Per pietà di voi due io mi sono rassegnato ad essere il più ridicolo e
il più infelice degli uomini... Ma perchè ci ostiniamo tutti e tre a
vivere? Su via, madre nostra: dacci l'esempio... E le avrei tirato il
collo come ad una vecchia gallina. Ma Luisa con la scodella fumante e
colma, camminando in punta di piedi, trattenendo il respiro per paura di
versarne una goccia, mi veniva accanto, e quando mi aveva posato il
piatto dinnanzi, allora soddisfatta mi sorrideva del suo sorriso buono e
innocente di bambina intristita.
--Mangia, povero piccolo, mi diceva posandomi una mano leggiera leggiera
sopra una spalla. È buona, vedrai... Ti farà bene.
Ed io, distratto improvvisamente dai miei lugubri pensieri, sentivo
nascere dentro di me un'ilarità cattiva, che avrebbe voluto prorompere
in un riso sguaiato, rovesciarsi brutalmente su tutta quella tristezza.
--Piccolo, a me, a me, piccolo! pensavo con una smorfia beffarda. Io,
qui, vecchio e sfiancato, brutto e sporco come un cesso, io qui un
rifiuto d'uomo, con una faccia da ergastolano, con tutto il mio dolore,
e la mia pena, e la mia stanchezza scritta sulla fronte, io, io, mi si
chiama così, come un bambino: povero piccolo, povero piccolo! Chi ti
crede, bella mia? Chi vuoi che la beva? Non mi vedi mica tu quanto sono
brutto e sporco, miserabile, e vecchio, e stracco; quanto sono
ripugnante ed odioso; come sono irritato e cattivo!... Niente affatto
piccolo. Povero: povero sì. Ma povero diavolo, povero cane, povero
idiota... Ecco i miei veri nomi. E tu li sai, via, cara Luisa: li sai
meglio ancora di me!...
Mi curvavo sulla minestra e mi mettevo a mangiare in silenzio. Luisa con
una mezza scodellina allora mi sedeva di fronte, e v'intingeva appena la
punta del cucchiaio, e non mangiava che con la punta delle labbra.
Bastava ch'io levassi gli occhi dal piatto e facessi un gesto vago,
indeciso, un gesto qualunque, il più insignificante, il più
indeterminato, per vederla saltare in piedi e sentirla domandare
premurosa:
--Che cosa vuoi, dimmelo, caro? Il pane? Ah! Il sale...
E correva a prendere un cartoccino di sale pestato e me lo scartocciava
dinnanzi. Io non volevo il sale. Non volevo nulla.
--Grazie, le dicevo, secco, irritato da quell'esagerato zelo, non voglio
sale... Ce n'è anche troppo...
Luisa s'alzava per tempo la mattina: prima di me. Sgusciava dal nostro
lettuccio stretto senza che io la sentissi, e per prima cosa accendeva
il fornello e riscaldava il caffè. Poi lustrava le mie vecchie scarpe, e
con infinita pazienza smacchiava il bavero, le maniche e i calzoni del
mio abito tutto unto e sdrucito. Poi, vestita sua madre, le lavava il
viso e le mani con una pezzuola inzuppata, e la conduceva a sedere sulla
poltrona. Tutto questo in punta di piedi e scalza, quantunque si fosse
d'inverno, per non destarmi. Mi destava quando tutto era in ordine, il
caffè caldo. Mi toccava leggermente una spalla e mi sospirava quasi sul
viso un:--Dèstati, Paris... Paris, ti svegli?... Io, la mattina, avevo
il sonno stanco e pesante. Ella temeva di sentirmi gridare, di vedermi
adirato. Aspettava qualche minuto, zitta, immobile, per conoscere
l'effetto del suo primo richiamo. Io non l'avevo udito nemmeno, non mi
muovevo, continuavo a respirare profondo e grave, addormentato. Allora
la sua mano mi si posava sul capo e un poco più forte la sua voce
diceva:--Paris, è tardi... Ti svegli, Paris? Finalmente mi svegliavo, e
la prima cosa che vedevo svegliandomi era quel sorriso malinconico e
pietoso sul visuccio di Luisa.
VI.
Era una santa? L'avrebbero beatificata un giorno? Ci sarebbe stata una
Beata Luisa di Paris? Ah! Ah! Una buona, una devota serva: secondo la
mia opinione d'allora questo era Luisa, mia moglie.
Tutto il giorno io lo passavo fuori. A mezzodì la mia colezione
consisteva in un pezzo di pane inzuppato in un po' di vino. Nessuno
degli operai che lavoravano in quella tipografia era miserabile quanto
me: un borghese. Luisa, quando aveva ripulito tutta la casa, si metteva
in capo il suo cappellino spennacchiato, al collo una sciarpetta di
lana, e andava a misurar camicie ai suoi clienti. Il suo mestiere era
infatti di tagliare e cucire camicie da uomo. Questo lavoro non le
rendeva quasi nulla, ed io veramente ho sempre pensato che le servisse
più che altro da pretesto per uscire e rimanere lunghe ore fuori di
casa. Ma non ero geloso. Non me ne importava nulla di lei. Io non la
consideravo neppure una moglie. Era una cosa, niente altro che una cosa,
per me. Ma anche Luisa aveva le sue piccole vanità. Quando si vestiva
per uscire, il suo povero cappellino se lo appuntava con civetteria
sulla fronte, e non si staccava dallo specchio senza prima essersi
assicurata che i due ricciolini, sulle orecchie, fossero bene
inanellati. Il suo modo di camminare per la strada era franco e
disinvolto, mentre in casa aveva sempre l'atteggiamento d'una persona
timida ed impacciata. Era donna, in fine, Luisa, come tutte le altre.
Un giorno di domenica, la mattina ero ancora a letto, e Luisa si vestiva
per uscire. Quando fu vestita, come sempre si sedette dinnanzi allo
specchio e incominciò ad arricciarsi con la punta delle dita i capelli
corti delle tempie. Non erano nè i capelli neri di Daria, nè i capelli
biondi di Silvina. Erano castano-grigi i capelli di Luisa. Erano dei
brutti capelli. Mentre facevo fra me questa considerazione, ella vide
nello specchio che la guardavo. Arrossì tutta, d'un tratto, e confusa si
volse verso di me.
--Perchè mi guardi così? mi domandò cercando di sorridere, timida.
--Niente, risposi anch'io confuso. Non ti guardo più.
--Ti dispiace? mi domandò allora Luisa senza più sorridere.
--Che cosa? Che cosa mi dispiace?
Luisa esitò un istante.
--Credevo, soggiunse abbassando gli occhi, credevo che ti dispiacesse di
vedermi allo specchio. Sono così brutta, Paris...
Poi nascose il viso sempre coperto di porpora e mormorò:
--Vorrei essere bella... bella... bella...
Io mi misi a ridere. Luisa, piegatasi sul tavolo, ruppe in singhiozzi.
Il mio primo impulso fu di alzarmi per picchiarla. Ma mi girai sopra un
fianco e le voltai la schiena.
--Che cosa sono queste scene? gridai. Che cos'è questo piangere? Spetta
forse a me di consolarti? Per me sei bella: bellissima. Per me sei anche
troppo bella... Finiscila, Luisa! Ci sono mali peggiori... Se si deve
piangere, piangiamo per qualche altra ragione.
Luisa cessò di piangere. Forse continuò a piangere, ma pianse in
silenzio.
--Guarda, adesso, che storie! pensavo. Lo racconta a me, che non è
bella. Le ho mai chiesto di essere bella, io? L'ho forse mai
rimproverata di non essere bella abbastanza?
--Come siete curiose voi donne! dissi forte. Non avete il più piccolo
senso dell'opportunità.
Dopo un poco Luisa si alzò, si avvolse la sciarpa di lana due volte
intorno al collo e si incamminò verso l'uscio. Con la mano posata sulla
maniglia, rimase un momento a guardarmi.
--Mi devi credere ben sciocca, tu, Paris, mormorò.
Non mi mossi. Allora ella si avvicinò a me e mi disse umilmente:
--Paris... Mi perdoni?
--Sì, sì, risposi, ti perdono. Di che? Ti perdono, ti perdono...
--Non così, ti prego, Paris... Lo so: sono tanto sciocca... Ma tu -devi-
compatirmi.
--Sì, cara, sì, sì, risposi questa volta con voce dolce, da ipocrita.
Non ci pensare più... Ti ho già perdonato.
Luisa uscì ed io rimasi a ridere di me stesso.--Ma se non le chiedo
nulla! pensavo. Che cosa vuole ancora da me? Se lei non è bella, che
cosa sono io, al suo confronto? Non sarò certo il suo tipo. Ogni donna,
infatti, ha un -tipo- suo d'uomo. E quantunque il più delle volte le
donne finiscano per amare proprio un uomo che non è il loro -tipo-, io
veramente non potevo essere il -tipo- di nessuna, nemmeno quello di
Luisa. Ciò che m'irritava contro di lei era appunto quel suo continuo
mascherare la gratitudine, che certamente nutriva per me, che la rendeva
così docile, così sottomessa, così affettuosa, così premurosa in ogni
suo atto e pensiero, era proprio questo volerla mascherare da amore,
mentre amore non poteva essere, che mi irritava contro di lei. E anche
la sua gratitudine in fondo mi irritava. Avrei voluto diventare ricco
d'un colpo, o soltanto ricuperare la mia agiatezza d'un tempo, per far
sì ch'ella non si sentisse più in obbligo di lavorare per me, di
alleggerirmi del peso dell'esistenza sua e di sua madre, adattandosi
alle fatiche più umili e mortificanti per pagarmi il suo debito di
riconoscenza. Ma, infine, perchè dunque mi affaticavo tanto per una cosa
di così poco conto? A me bastava di vedere chiaramente quale fosse la
mia vera situazione di fronte a Luisa, senza lasciarmi ingannare dalle
apparenze. Sopratutto mi bastava di vivere andando alla deriva,
sottoponendo il mio corpo a tutte le pene necessarie, costringendo i
miei occhi a consumarsi sulle bozze nella falsa luce della tipografia,
il mio stomaco a sopportare l'appetito come una regola di perfetta
igiene, i miei poveri piedi a guazzare nell'umidità del fango che mi
riempiva le scarpe tutte buchi e strappi, a subire le punture gelide
della tramontana invernale le carni mal difese da quella ragnatela di
vestito; ma lasciando inerte e addormentato il mio pensiero, il cervello
arrugginito, l'anima lontana, ignara, assente. Così, soltanto così, mi
sentivo ancora la forza di vivere.
Luisa rientrò poco dopo con un mazzolino di viole mammole, che si
affrettò a mettere in un bicchiere. Il bicchiere lo posò poi in mezzo al
tavolo, e mi guardò come perchè le dicessi:
--Oh! un po' di fiori... Brava piccola! Hai fatto bene a comprare questo
mazzolino di viole.
Ma non dissi nulla e pensai:
--Tutte trovano chi regala un mazzolino di fiori. Povera piccola! Anche
tu hai diritto alle tue illusioni...
--Non ti piacciono? mi domandò Luisa, vedendo che continuavo a tacere.
Prese di nuovo in mano quelle poche viole e le odorò, e avvicinatasi a
me disse:
--Senti che profumo di primavera...
Me le porgeva perchè le odorassi. Vi accostai appena il naso. Dissi
semplicemente:
--Buono...
Allora Luisa disse:
--Le ho comperate per te. Credevo che ti piacessero i fiori. Ce ne erano
tante. Costano appena tre soldi...
--Tre soldi, tre soldi, brontolai io. Ci vuol poco, giusto, a sudarli,
tre soldi!
Luisa disillusa abbassò la fronte.
--E anche per lei, soggiunse poi, a voce bassa, indicando sua madre. È
la sola cosa che la faccia ancora sorridere.
Si voltò e si avvicinò alla poltrona dove era seduta sua madre, nel vano
della finestra.
--Mammuzza, le disse, senti come sono profumate...
E le accostò il mazzolino alla bocca.
La vecchia perdeva un filo di bava dall'angolo delle labbra e tentennava
la testa facendo no no no, sempre no, e tutte le cose no, a tutte le
parole no, sempre sempre quel no no no che non potevo sopportare senza
un senso di irritazione profonda, quasi non fosse il moto involontario
di un'idiota, ma una sua negazione cosciente e beffarda di tutto ciò che
vedeva e udiva e le passava dinnanzi. Ma quando ebbe le viole mammole
sotto il naso, il suo viso di mummia io lo vidi subitamente illuminarsi
di un sorriso macabro, come quello di un teschio in un grottesco di
Goya; e la sua testa cessò di oscillare. Allora notai, che così, disteso
da quel sorriso, il viso della madre somigliava al viso della figlia
come ogni caricatura somiglia all'originale. Era proprio Luisa,
ottantenne ed idiota, che sorrideva in quel viso odioso! Ella sarebbe
stata così un giorno... Così: ed io avrei dovuto farle odorare dei fiori
per provare se qualche cosa della sua anima vivesse ancora... Anche
costei era stata giovane come Luisa ed era stata amata. Anche lei era
uscita le domeniche vestita a festa, e aveva ricevuto in dono un
mazzolino di viole mammole da qualche spasimante accorato... Anche lei
aveva preteso di allietare con il suo amore la vita di un uomo, e forse
di due o tre uomini nello stesso tempo; ed essi l'avevano considerata
come un ornamento della loro vita, come un bene desiderabile e degno di
essere conquistato, goduto e difeso. Si sarebbero uccisi per lei...
L'avrebbero uccisa... Forse avevano sofferto e pianto, s'erano disperati
per lei... Questo era l'amore che avrei dovuto chiedere a Luisa, che
ella sembrava volesse offrirmi con quelle prime viole d'inverno...
Allora mi rivoltai e le dissi:
--Luisa, siamo marito e moglie: dovremo vivere forse lungamente insieme.
Ebbene: sappi che non amo nessuna di queste cose che quasi tutti gli
altri amano. I fiori, i dolci, i sorrisi, le tenerezze, non mi
piacciono. Queste cose mi commovevano un tempo. Ora non le sento più,
Luisa... Non le posso più sopportare... La vita ha distrutto in me tutto
ciò che sapeva di poesia: tutto. E ricordati che se ti ho sposato, ti ho
sposato per me, per me solo, perchè mi faceva piacere sposarti e per
nessuna altra ragione...
Così le parlai dolce e cattivo. Luisa non fiatò, ma da quel giorno fu
un'altra donna con me.
VII.
Era questo il nostro stato d'animo quando Isacco venne ad occupare lo
sgabuzzino che io occupavo prima di sposare Luisa: quella cameretta dove
ora dorme tranquillo. La nostra vita era come l'ho descritta: una vita
grigia, senza gioia, senza pace. Isacco è di natura ciarliero come un
merlo. Egli si mise subito a chiacchierare con noi attraverso questo
paravento di parete che divide la mia dalla sua stanza. Era accaduto
qualche cosa di insolito in città, e, tardi, verso mezzanotte, fummo
destati da uno scoppio cupo e lungo come un tuono. Luisa, spaventata,
non potè fare a meno di gridare:--Paris, che sarà, che sarà? E Isacco si
credette in obbligo di rassicurarla. Doveva essere scoppiato il
gazometro. Infatti da dieci giorni gli operai delle officine
minacciavano di farlo saltare. Senza dubbio la città sarebbe ora rimasta
al buio per intere settimane, poichè le officine elettriche, che erano
adiacenti al gazometro, dovevano aver subito gravi danni a causa
dell'esplosione. In molti punti della città, in previsione di quella
catastrofe, fino dalla sera innanzi i soldati del genio avevano piazzato
dei riflettori. E Isacco descrisse a vivi colori l'aspetto delle vie e
delle case illuminate da quei fasci di luce bianchissima.--Sembrava
tutto un altro mondo, disse. Ogni cosa ha un aspetto diverso da quello
che noi vediamo abitualmente... Vatti a fidare ora della realtà!... E se
anche quella che chiamiamo realtà non fosse altro che un'opinione? Vi
stupirebbe?
--Poco importa!.. dissi io. E per conchiudere, soggiunsi:--Buona
notte...
--Buona notte, signora, rispose Isacco, e tacque.
Dopo un momento di silenzio, durante il quale, indifferente all'annuncio
di quei cataclismi sociali, io mi stavo riaddormentando, la vocina di
Isacco ricominciò:
--Non vi sembra di udire come un crepitìo di fucilate?
Riaprii gli occhi e stetti un momento in ascolto.
--Non mi sembra, risposi. E ripetei:--Buona notte...
--Buona notte, disse Isacco.
Passarono ancora pochi minuti, durante i quali mi rannicchiai tutto nel
mio angolo di letto, con le coperte sul capo. Poi la voce di Isacco
domandò:
--Domani mattina si potrà attraversare il ponte? O saremo tagliati fuori
dai quartieri del centro?
--Speriamo di no, dissi. E ancora una volta ripetei:--Buona notte...
--Buona notte, disse Isacco.
M'ero quasi riaddormentato, quando la voce di Isacco più sveglia che mai
esclamò:
--Questi sono fucili!...
Ma io, fingendo di russare, non gli risposi più nulla.
La mattina dopo veramente tutti i ponti erano sbarrati da cordoni di
soldati. Il nostro quartiere era isolato dal centro della città. Tentai
invano di passare, spiegando a un sergente come la tipografia nella
quale lavoravo fosse proprio subito al di là del ponte. La consegna era
rigorosa. Ritornai perciò lentamente verso casa mia, percorrendo un
tratto del viale lungo il fiume. Incominciò a nevicare attraverso i rami
nudi degli alberi. Il fiume era gonfio. Sempre così silenzioso, si
levava allora dalla corrente tutta mulinelli e spume un cupo e lungo
boato. Le due rive erano semideserte. Soltanto alle due estremità di
ogni ponte c'era radunata una folla che si guardava silenziosa, con
buffa curiosità, come se da una parte e dall'altra non fossero stati gli
stessi che fino alla sera prima si erano trovati a camminare insieme su
quei ponti che allora li dividevano. Già stavo per affrettare il passo
sotto la neve che cadeva sempre più fitta, quando qualcuno mi si mise al
fianco e mi salutò. Era uno che non avevo mai veduto. Ma subito si fece
conoscere.
--Sono il vostro nuovo vicino, mi dichiarò sorridendo. Ve lo dicevo,
iersera, che i ponti sarebbero stati sbarrati?
Lo guardai. Era un piccolo uomo più basso di statura molto di me: mi
arrivava appena alla spalla. Andava un po' curvo, a passi brevi e
ineguali, stretto in un mantellino color cioccolato, con il cappuccio
tirato sopra una berretta di panno verde, tonda come una papalina.
Doveva avere poco meno di trent'anni. La sua faccia era olivastra
pallida, con una rada barba corta e increspata e tutti i tratti propri
della sua razza: gli occhi grandi e neri, le labbra leggermente tumide.
Sentii che da quel momento avrei dovuto subirlo come una mosca. Infatti,
con quelle parole mi si accompagnò, salì con me le scale, entrò con me
nella nostra camera. E poi che si fu sgrullata la neve dal mantellino ed
ebbe abbassato il cappuccio, si tolse il berretto, e, rivolto a Luisa,
le domandò con il tono più naturale del mondo, come se l'avesse
conosciuta da vent'anni:
--Che ne dice lei, signora Luisa?
Così Isacco si introdusse nella nostra intimità: senza cerimonie,
divenne uno di casa. Isacco era commesso in una botteghina di libri
usati situata all'angolo dell'Università, molto frequentata dagli
studenti poveri. Si credeva, e ancora si crede, un sapiente. Sa a
memoria i titoli di centinaia di libri. Conosce la storia dei loro
autori, l'anno in cui furono stampati. Ben presto manifestò per me una
simpatia esagerata, un attaccamento quasi morboso. Ogni sera veniva ad
aspettarmi quando uscivo dalla tipografia e mi riaccompagnava a casa. Se
mi vedeva con un viso più buio del solito:
--Capisco, mi diceva, che questa sera non vi va di parlare...
E, facendo uno sforzo che doveva costargli molta fatica, camminava al
mio fianco in silenzio, misurando il suo passo sul mio, le mani
affondate in tasca, il capo insaccato tra le spalle. Me se per poco
avevo il viso sereno, allora incominciava a raccontarmi mille storie
diverse e non si stancava di domandarmi che cosa io ne pensassi. Io non
pensavo mai nulla di nulla, ma Isacco non si arrendeva facilmente alla
mia indifferenza. Spesso non ritornavo subito a casa, ma mi perdevo in
lunghi giri per le vie più deserte della città. Senza mostrare nè
impazienza nè stanchezza, mi seguiva nei miei vagabondaggi, anche sotto
la pioggia o nella neve, come se non avesse altro desiderio che di
camminare senza uno scopo in quelle fredde sere d'inverno. Giunti
all'angolo della nostra casa, Isacco si separava da me per andare a
mangiare in una bettola poco lontana, mentre io salivo quassù dove
m'aspettava la mia magra cena. Ma prima di allontanarsi mi diceva:
--Fra poco vi rivedo... Voglio augurare la buona notte alla signora
Luisa...
Così bussava discreto alla porta, metteva fra i battenti la sua faccia
pallida tutta annerita dai peli e dagli occhi, e domandava dolce:
--Si può?
Io levavo il capo dalla tavola e lo guardavo senza simpatia. Mi era
odioso. Non lo potevo soffrire. Lo giudicavo il più grande importuno che
fosse mai nato sulla terra e consideravo la sua compagnia come l'ultima
delle mie sventure. Ma Isacco, incoraggiato da un mezzo sorriso di
Luisa, entrava facendo un profondo inchino alla vecchia che lo guardava
dalla poltrona con quei suoi occhi di stupore, e si veniva a sedere fra
noi due, accanto al lume.
Io lo trattavo rudemente, quasi con villania, sperando, che, offeso, se
ne andasse per non ritornare mai più. Ma Isacco, la sera, non vedeva che
Luisa; non si occupava che di lei. Le ripeteva tutte le storie che aveva
già raccontato a me durante la strada, e sempre chiedeva che cosa ne
pensasse la signora Luisa. Luisa si credeva in obbligo di rispondere, e
ne nascevano conversazioni interminabili. A un certo punto, senza
parlare, io mi alzavo in piedi e mi avvicinavo lento lento al letto.
Incominciavo in silenzio a sbottonarmi la camicia; mi sfilavo la giacca
e l'appendevo al piolo. Allora Isacco diceva:
--Lasciamolo che si corichi... Stasera, signor Paris, avete più sonno
del solito...
Rimetteva la sedia al suo posto e Luisa lo accompagnava nel corridoio, e
là rimanevano ancora a chiacchierare. Io mi spogliavo tutto e mi
stendevo tra le lenzuola. Quando finalmente Isacco le dava la buona
notte, Luisa rientrava e io le dicevo:
--Basta, basta, per carità! Non la finirete più di parlare... Costui
s'attacca come la rogna...
--Piano piano, supplicava Luisa. Lo sai che si sente tutto, di là...
--E che importa a me, se si sente? replicavo. Dico che basta. È peggio
della rogna.
Passarono così alcune settimane. A un certo punto Isacco inventò di
avere uno zio ricco, che possedeva anche un giardino, e mi capitò
davanti una sera con un mazzo di rose.
--Che m'avete detto ieri, passando dinnanzi al fioraio? mi domandò.
--Che cosa?
--Oh! oh! esclamò Isacco ridendo. Non avete detto: «Che belle rose? Un
tempo erano la mia delizia, le rose. Chi si ricorda più di quel tempo?»
Era vero. Avevo veduto delle rose carnicine, d'un colore chiaro e vivo
come la gota di un bimbo, nella vetrina d'un fioraio, e m'ero lasciato
sfuggire quelle parole. Dissi:
--Ebbene?
Isacco mi porse il mazzo.
--Ho pensato a voi, rispose. Le ho colte nel giardino di mio zio.
Presi quelle rose, che erano delicate e profumate, fresche ancora di
goccioline d'argento, e vi affondai il viso per odorarle.
--Che soavità, dissi. E le porsi a Luisa.
Luisa le mise in una brocca, posò la brocca in mezzo alla tavola, e mi
guardò sorridendo.
--Ah! esclamai senza pensare alle conseguenze che le parole che stavo
per pronunciare potevano avere per me, queste sono le vere gioie del
ricco! La vita è grama per tutti: per tutti ha un fondo di dolore... Ma
alla superficie almeno si hanno delle piccole gioie che versano una
goccia di oblio sui più tristi pensieri. Un fiore... Queste rose... E
tutto si dimentica per un istante.
--Sì, continuai dopo una pausa, tu per esempio hai freddo: ecco un
dolore fisico atroce, una sofferenza che dà la disperazione. Il povero
la conosce. Il ricco accende una bella stufa o si avvolge nella sua
pelliccia e dimentica che c'è un inverno tetro, la neve, il vento, una
desolata stagione...
Isacco che mi udiva per la prima volta parlare, mi guardava meravigliato
e non faceva che assentire col capo.
--E tutto forse finisce qui? domandai. Ora, dissi, io ho mangiato, tutti
abbiamo mangiato. Possiamo dire di aver fame? Sete? No, certo: non
abbiamo nè fame nè sete. Eppure se ci fosse qui, in mezzo alla tavola,
una pasta sfoglia, un pasticciotto di crema, e un po' di rosolio, o un
bicchiere di vino dolce, non ci sentiremmo forse men tristi? Meno
stanchi della nostra giornata? Meno desiderosi di coricarci e di
dormire, per non pensare più all'oggi e al domani, alla nostra povera
vita di sempre?
--Così è, caro Isacco! soggiunsi battendogli una mano sulla spalla. Io
lo so per esperienza. Ma ciò che si è voluto perdere, è inutile che si
rimpianga. Allora si finge di credere di non amare più nessuna delle
piccole cose che ci davano gioia e piacere un tempo. Addirittura si
rinnegano, si disprezzano. Che cosa sono, in fondo, dei fiori? Sono
degli stupidi balocchi della natura, una delle tante cose superflue che
essa crea, a scapito di tante altre cose necessarie, di cui invece è
avara. E a che servono? Quando li hai ben bene tenuti in fresco due
giorni, appassiscono e muoiono, e bisogna buttarli via. E i dolci? Siamo
forse dei bambini golosi? Vogliamo credere davvero che uno zuccherino ci
farebbe contenti? Dobbiamo dichiararci schiavi di una debolezza
infantile? Via! Via! Il male è, caro Isacco, che così, a poco a poco,
l'uomo discende al bruto. Si riduce, Isacco, alla nostra feroce miseria,
alla nostra universale negazione del bene. Con le cose frivole si
distruggono anche le cose sublimi, e la nostra vita si riduce arida come
un deserto...
Isacco soggiunse:
--È vero, è vero...
Io dissi:
--Ma questa, Isacco, è la nostra vita, ormai...
VIII.
Quando quelle prime rose furono sfiorite, Isacco ritornò a mietere nel
giardino dello zio ricco, e mi portò degli anemoni. Poi scese nella
cantina di quello zio misterioso e fantastico, e ne rubò uno, due, tre
fiaschi di buon vino chiaretto che venne a bere con noi dopo cena. Come
se non bastasse, alcuni giorni dopo Isacco si fece amico del cuoco di
suo zio. Allora, ogni domenica, ci portò dei pasticcini di pasta
sfoglia, o delle frittelle dolci inzuccherate che, di nascosto, quello
impastava e friggeva per lui. Ogni qual volta lo vedeva comparire
sull'uscio con uno di quegli involti ghiottissimi, il viso di Luisa
s'irradiava di gioia. Lo notai la seconda volta, e poi sempre in
seguito; ne ebbi piacere per lei. Anch'io bevevo di quel vino, mangiavo
di quei dolciumi. Per molto tempo, in principio, mi abbandonai senza
sospetti alla modesta gioia che quei fiori, quel vino, quei bocconi
prelibati mettevano in alcuni momenti delle mie grige giornate. Senza
confessare ad alcuno il piacere che mi veniva da quelle piccole cose, ne
godevo segretamente come un bambino. La miseria, le sofferenze, è
verissimo che avviliscono l'uomo, e lo rendono debole e incapace di
dominarsi. Io ne avevo ancora una prova. Come apportatore di fiori, di
fiaschi, di dolci, Isacco non mi pareva più così spregevole e fastidioso
come prima, quando si presentava a mani vuote, e solo carico di parole.
La sua compagnia incominciava a piacermi. Giunsi persino a pensare che
fosse una vera fortuna per noi d'avere un vicino come lui, con uno zio
così ricco, con quel bel giardino, quella cantina, quel cuoco tanto
sapiente e servizievole. Quando, seduti intorno alla tavola la sera, si
sorseggiava quel vinello chiaro, spillandolo giù dal fiasco che
gorgogliava contento, in verità mi sembrava che il gelo, che m'ero
portato nell'ossa su dalla strada tutta neve e vento, a poco a poco
s'intiepidisse, quasi mi si sciogliesse dentro in un liquido vaporoso e
caldo che lentamente, sottilmente, s'insinuava poi in ogni vena. Allora
la giornata passata sotto il lume, nell'odore nauseabondo della
tipografia, mi si presentava al ricordo meno penosa e squallida. La
mattina, poi, quando svegliandomi aprivo gli occhi, la prima cosa che
vedevo non era più quel sorriso malinconico malinconico nel visuccio di
Luisa, ma erano quei fiori con le loro piccole teste variopinte
reclinate sull'orlo della brocca, che dal centro della tavola su cui
erano posati colorivano di rosa, di viola, di azzurro, di giallo il
grigio sporco di queste pareti, la sudicia monotonia di queste quattro
carcasse di mobili.
Proprio in quei giorni, certo in conseguenza di quei fiori, di quelle
piccole consolazioni che Isacco aveva portato nello squallore della mia
vita, pensai per la prima volta, senza ironia, a mia moglie Luisa. La
guardavo mentre cuciva cuciva, e non provavo più nessuna irritazione
vedendola penare così, mattina e sera, sul bianco accecante delle sue
camicie, ma piuttosto incominciavo veramente ad avere soltanto pietà di
lei, che così delicata, doveva logorarsi la salute in quel lavoro ancora
meno retribuito del mio. Mi pareva anzi che da qualche tempo ella avesse
raddoppiata la sua fatica, poichè non si coricava più nemmeno con me, ma
rimaneva alzata molto tempo dopo. E se, per non far rumore, non lavorava
alla macchina in quelle ore, zitta zitta imbastiva, o tagliava, o cuciva
asole a punti fitti e piccini, con gli occhi sull'ago.
--Non affaticarti così, le dicevo ogni tanto. Perchè? In fondo che cosa
ne ricavi, da tanto lavoro? Poveri siamo, poveri saremmo se lavorassi
anche meno. Purtroppo questo non basta a cambiare il nostro stato...
Vieni, vieni a dormire, Luisa. Domani sarai ancora in tempo.....
La vecchia, sempre sveglia, brontolava dietro la tenda che nascondeva il
suo letto. Ed io, guardando fra le ciglia semichiuse Luisa tutta
infreddolita che si spogliava, consideravo mestamente l'avarizia del suo
piccolo corpo di eterna vergine, i suoi senini magri e distanti, le
anche su cui la pelle pareva tesa come gomma elastica appena appena
rosea, il suo ventre piccino e piatto, ombrato da una strisciolina di
peluzzi biondi. E quantunque mi sembrasse una cosina malata e fredda a
toccarsi, pure non ne avevo più quel senso di repulsione che fino a
pochi giorni prima mi costringeva a chiudere gli occhi per non vederla.
E quando m'entrava nel letto rabbrividendo, con la sua camiciola non
profumata di bucato o di essenza di rose, ma solo odorosa dell'odore
della sua carne che è il profumo del povero, e mi si stringeva contro il
fianco per riscaldarsi, io non m'irrigidivo più da capo a piedi, come
uno di quei cristi primitivi o di quei morti che si vedono scolpiti nei
sarcofagi; ma le posavo (è la parola) le posavo un abbraccio inerte
attraverso il fianco, e così cercavo di addormentarmi. Ma prima che il
sonno fermasse il moto dei miei pensieri come avrebbe fatto una manata
di polvere gettata in un orologio, fingendo di dormire per non muovermi,
per non parlare più, chiedevo a me stesso:
--Perchè, perchè non c'è un po' di vero amore in lei? Perchè il suo
cuore è così silenzioso, così tepido? Forse se lei volesse, se lei
sapesse, un po' di oblio, un po' di gioia potrei anche trovarla in un
suo bacio, in una sua carezza, in quello che comunemente si chiama,
tutti chiamano: amore. Piccola Luisa... Perchè non sai, perchè non senti
nulla? Perchè non indovini? Perchè non tenti? Perchè sei così innocente
ed insipida? Piccola Luisa, perchè non mi ami?
Sentivo il suo respiro. Un sibilo sottile sottile le usciva dalla gola.
Era quello che la faceva sempre tossire durante il giorno? Povera
piccola! E avrei voluto posarle un bacio sulla bocca, un lungo bacio, un
bacio d'amore. Ah! se fosse stata un'altra donna! Come quei fiori che mi
davano tanta gioia e tanto conforto, così anche lei avrebbe potuto
consolarmi un poco delle delusioni passate. Passate da tanto tempo....
Quasi dimenticate... Avrei amato lei sola, per sè stessa, non per il
rimpianto o il ricordo di quei lontani giorni.... Non avrei amato
nessun'altra in lei... Ormai ero un altr'uomo. Quello d'una volta non
esisteva più.
Ma ben presto mi riebbi da quella specie di abbandono all'illusione
d'una vita che non poteva essere, che non era la mia. Il piacere di
quelle piccole cose godute senza altro pensiero che di goderne si mutò
subito in amarezza. Perchè Isacco ci regalava quei fiori? Perchè ci
elargiva con generosità tanto metodica il vino delle cantine di suo zio,
i dolci della sua cucina? E quei doni erano per me o per Luisa? Quando
questo dubbio mi assalì la prima volta, stavo mangiando uno spicchio di
torta, tutta ricamata di crema, profumata di vainiglia e soffice come la
lana. Mi fermai con il boccone in gola, guardai Luisa, guardai Isacco, e
posai il pezzo che ancora tenevo in mano sul tavolo. Luisa anche lei
aveva uno spicchio di torta delicatamente stretto fra due dita, e la
bocca piena. Ma guardava Isacco, e non potendogli sorridere con le
labbra, gli sorrideva con gli occhi. Ah! che luce, che vivacità, che
ilarità insolite erano negli occhi di Luisa, quella sera! Parevano due
carboncini accesi. La luce della lampada vi brillava dentro. E Isacco
dove aveva preso, lui, quegli occhi? Grandi e neri, ma di solito sempre
appannati e smorti, anche gli occhi di Isacco brillavano d'una luce
insolita, vivi, sorridendo a Luisa. Inghiottii quel boccone che mi era
rimasto in gola, e per quella sera non toccai più di quel dolce. Isacco
se ne andò. E quando Luisa venne a letto, non la sfiorai nemmeno con la
punta delle dita. Sentii tutto il gelo che ella portava con sè nella sua
carne anemica, cercai di scostarmi da lei voltandomi con la faccia
contro il muro. Così, cercando di non sentire il suo respiro sulla mia
nuca, il suo odore di fieno nelle narici, incominciai a frugare in tutti
gli angoli del mio cervello divenuto terribilmente lucido, e credetti di
indovinare, di scoprire la verità. Mi ricordai che ogni mattina, da
molto tempo ormai, quando mi alzavo, trovavo Luisa già vestita e pronta
ad uscire. E mentre mi vestivo seduto sulla sponda del letto, ecco due
tre colpi discreti bussati qui, sulla parete, fra questa stanza e quella
di Isacco. Luisa mi si avvicina, mi dice:--Non hai bisogno di nulla?
Dunque vado. Prende il suo involto di camicie, ed esce, salutandomi con
la mano. Ha un cappellino nuovo, con una penna rossa. L'abito è sempre
lo stesso, ma sembra un altro. Quando nel corridoio passa dinnanzi alla
porta di Isacco, la porta si apre, Isacco esce:--Buon giorno, signora
Luisa, dice. Ed io so che prende il fagotto delle camicie dalle mani di
Luisa, e glielo porta per un buon tratto di strada. Tutte le mattine se
ne vanno così, insieme. Ed io lo so. Lo so perchè Isacco e Luisa me lo
hanno detto, che per lui portare quel fagotto a Luisa è un piacere da
nulla, che non gli costa nessuna fatica. Mentre per lei è un piacere
immenso non doverlo portare. La strada è ogni mattina la stessa per
tutti e due. Tutti e due vanno verso il centro della città. Io poi esco
per conto mio, la mia tipografia è subito passato il fiume, mi chiudo,
mi seppellisco in quella spelonca buia come un antro, e mi si rivede la
sera.
Questa fu la mia grande scoperta di quella notte. La mattina, appena
alzato, ebbi la tentazione di prendere il mazzo di fiori dalla brocca
posata sul tavolo e di buttarlo dalla finestra. A mezzogiorno Isacco mi
si presentò con un paio di scarpe nuove incartate in un giornale. Disse
di averle vinte ad una lotteria. E per l'appunto aveva il piede piccino!
Infilate ai miei piedi, quelle scarpe calzarono invece come guanti.
IX.
Eccole qua, quelle scarpe: le porto ancora ai piedi. Hanno preso già
tanto fango e tant'acqua che non sembrano più le stesse. Eppure sono
quelle, proprio quelle scarpe. Chi avrebbe potuto dire a Luisa, a me, a
Isacco, per quale strada m'avrebbero condotto queste scarpe? Lasciamo
andare: c'è una fatalità in tutte le cose, anche nelle più infime, nelle
più banali. Pur accettando quelle (queste) scarpe che Isacco mi offriva,
volli ad ogni costo pagarle. Isacco che me le guardava compiaciuto
mentre muovevo qualche passo per la stanza battendo il piede per sentire
se spianava comodo, dette alla mia proposta in un'esclamazione di
stupore offeso. Disse, mi pare:--Ohibò! e se ne fuggì correndo. Era
sopravvenuta Luisa. S'era tolto il cappellino, e anch'essa mi guardava
quelle scarpe nuove con un viso soddisfatto e contento.
--Eh! sì, dissi, sono buone. Ma non ti pare, Luisa, che gliele debba
pagare? Posso non pagargliele, queste scarpe?
Luisa alzò una spalla e mi fece l'occhietto.
--Non pensarci, disse sottovoce, come per paura che Isacco l'udisse
dall'altra stanza. Perchè gliele vuoi pagare? Le avesse comprate... Ma
le ha vinte alla lotteria. Eh! Se non ti chiede nulla, che bisogno c'è
di pagargliele?
Poi soggiunse:
--È una vera fortuna... Ne avevi proprio bisogno, tu, d'un paio di
scarpe nuove.
--Sì, dissi io, ne avevo bisogno. Ne ho bisogno grandissimo. Non le vedi
là, quelle vecchie? Si possono più chiamare scarpe? Ma, insomma, qui
tutto ormai viene da Isacco... Fiori, vino, dolci, ed ora anche le
scarpe! Ti pare possibile?
--No, no, esclamai con convinzione, o gliele pago, o gliele rendo...
Così tenni queste scarpe e cominciai ad usarle. Ma non riuscivo a capire
come mai Luisa osasse suggerirmi di non pagarle. Doveva credermi molto
stupido... Forse cieco. Ormai non nutrivo più dubbi di sorta. Un intrigo
c'era fra lei ed Isacco. Ed io avrei dovuto fare da una parte la figura
della vittima, dall'altra quella del beneficato. Mi conoscevano male,
tanto l'una che l'altro! Quantunque fingessi di non vedere, di non
capire, vedevo e capivo ogni cosa. Vedevo in che modo Isacco guardava
Luisa, quando c'ero anch'io, la sera, e non avrebbe dovuto guardarla
così. Era uno sguardo tutto tenerezza, che sarebbe stato innocente solo
negli occhi di un fratello. Ma Isacco non era fratello di Luisa. Ed
Esposito, oh! Esposito, suo fratello, certo non l'aveva mai guardata a
quel modo. Quando Isacco se ne andava e Luisa l'accompagnava fino
all'uscio, e si fermavano ancora a chiacchierare sulla soglia, poi
Isacco, nel salutarla, le prendeva una mano e gliela stringeva, e
indugiavano sempre qualche minuto così, con la mano nella mano. Due
amiche, due amici avrebbero potuto salutarsi con quelle lunghe strette
di mano. Ma una donna e un uomo, che non fossero due fidanzati, due
amanti? No, certo: non era un modo naturale di salutarsi. Tuttavia non
andavo così lontano, con le mie supposizioni. La gelosia non m'aveva
ancora completamente acciecato, come poi mi acciecò. Solo pensavo che
Isacco fosse innamorato di lei e che Luisa si lasciasse a poco a poco
circuire. Io cercavo sempre di persuadermi che se anche questo intrigo
fosse realmente esistito, e nelle sue ultime conseguenze, quelle che
nemmeno l'uomo più pio subisce e tollera senza rivolta, a me, a me
marito di Luisa, a me solo forse fra tutti i mariti, non avrebbe dovuto
nulla importare. Cercavo di rafforzare sempre più in me stesso il
convincimento che io non fossi un marito come tutti gli altri, e Luisa
una moglie come tutte le altre; ma io una finzione di marito e lei una
finzione di moglie. Non mi pareva concepibile la gelosia, là dove non
c'era l'amore. Ogni sentimento di gelosia, nel caso nostro, mi sarebbe
sembrato mostruoso e ridicolo. Geloso poi di Isacco? Era forse un uomo,
Isacco? No, non era un uomo. Non era niente, Isacco. Eppure proprio
qualche cosa di mostruoso, di mostruosamente ridicolo, cominciava a
nascere in me, al pensiero di Isacco e di Luisa, uniti insieme in un
solo pensiero. Era una specie di istintiva repulsione per tutto ciò che
s'associava a quel pensiero, e m'impediva ormai di provare la più
piccola gioia nel guardare i fiori che ornavano la nostra povera tavola,
di bere un bicchiere di quel vino buono, d'inghiottire un boccone di
quelle torte, di quei pasticci, che Isacco continuava ad offrirci ogni
tanto. Mi versavano il bicchiere colmo, ed io vi intingevo appena appena
il labbro. Il bicchiere rimaneva pieno. Mi dicevano:--Perchè non bevi,
Paris? Rispondevo:--Questo vino non è come l'altro. Non mi va. Non mi
piace. Allora m'alzavo, m'avvicinavo alla poltrona della vecchia, che
aveva la sete negli occhi, e, sollevatole il mento, le versavo
lentamente il vino del mio bicchiere nella bocca aperta, come dentro un
imbuto.
Ben presto riuscii insopportabile a me stesso. Gli altri sembrava che
non si accorgessero neppure di me. Non potevo più dubitarne: ero
veramente geloso! Ero geloso di Isacco, senza amare Luisa. Il sentimento
della gelosia è per sè stesso atroce. Ma quando c'è l'amore, penso che
l'amore trasformi in una specie di frenetica voluttà questa dolorosa
follia dello spirito. Deve essere come l'incontro di due fuochi che
generano fuoco. E nell'ardore che divampa, il bene e il male, dolore e
gioia, si confondono come la vita e la morte nel delirio d'un
agonizzante. Poichè l'amore distrugge incessantemente ciò che la gelosia
ha creato, e la passione incenerisce con un soffio i castelli
incrollabili che la ragione crede di costruire sulla realtà. Ma nel caso
mio non esistevano che tristezze e dolori. La mia gelosia era un
sentimento freddo, isolato, arido, un sentimento cattivo ed immobile,
che mi trovava sempre completamente lucido, e sempre sempre solo. In
ogni momento ero pronto al suo richiamo, pronto a lasciarmi prendere nel
giro dei suoi capziosi sofismi, dai quali nulla veniva a liberarmi mai.
Orribile vita! Rimanere lontano da Luisa m'era penoso. Durante il
giorno, mille volte ero assalito dalla tentazione di lasciare a metà il
mio lavoro, afferrare il cappello e il bastone, correre a casa,
sorprendere impensatamente Luisa in un momento qualunque della sua vita.
Quella vita che io in fondo ignoravo. Che mi sfuggiva. Che non potevo
controllare. Ma quando ero vicino a Luisa, la mia pena, il mio tormento,
improvvisamente svanivano, e al loro posto subentrava una specie di
deserta e dolorosa stanchezza, come un rilassamento dello spirito che mi
piombava in una profonda malinconia. Quand'ero lontano da lei, mi
sembrava che Luisa avesse un altro viso, un altro corpo, un'altra figura
fisica, e che tutto questo mi appartenesse di diritto, fosse cosa mia
che non potevo cedere ad altri pacificamente. Quando le ero vicino tutto
mi sembrava insignificante in lei, e indifferente che appartenesse a me
o ad altri.
Per uscire da questo stato veramente penoso, ordinai a Luisa di non
vedere più Isacco, nelle ore in cui ero fuori di casa. Le proibii di
uscire con lui la mattina, di riaccompagnarlo la sera nel corridoio e di
fermarsi a chiacchierare con lui. Dissi anche che quei fiori non volevo
più vederli nella brocca sul tavolo; che da allora in poi, per evitare
le visite di Isacco, di bere, di mangiare con lui, ci saremmo coricati
subito dopo cena. Luisa accolse senza una parola, senza una domanda,
queste mie imposizioni. Ma vidi che ne fu profondamente toccata. Il suo
silenzio mi confermò nei miei sospetti. Per non incontrarmi con Isacco,
alla fine del mio lavoro, presi l'abitudine di uscire da una porticina
secondaria della tipografia, che s'apriva sopra un cortile. Isacco
m'aspettò più di un'ora per alcune sere di seguito dinnanzi all'ingresso
principale. Poi tralasciò di venire. La nostra vita era così ritornata
quella di prima: prima che Isacco fosse venuto a turbarla. Chiesi un
anticipo ai miei padroni: feci un debito. Gli lasciai in una busta, dal
portinaio, il prezzo delle mie scarpe. Così avrei voluto far alzare qui,
al posto di questa parete, un muro maestro, che mi impedisse persino di
sentire ciò che faceva Isacco, rincasando la notte, o alzandosi la
mattina, nella sua stanza. Mi misi a cercare nel quartiere opposto della
città un'altra casa, dove abitare. Non trovai nulla. Quasi non rivolgevo
più la parola a Luisa, nelle lunghe ore che ormai passavamo soli
insieme. Luisa cuciva, cuciva. Dopo qualche tempo credetti di essermi
liberato per sempre dell'incubo della gelosia, e infatti incominciai a
poco a poco a rasserenarmi.
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