--Ah, povero principe! esclamò Silvio convinto; lo ringrazierò con tutta l'anima mia. Ma mentre formulava questa solenne promessa, i suoi occhi caddero sulla mantellina di talpa grigia che stava appesa a un piolo, e ricordandosi di averla veduta la sera innanzi sulle spalle di Silvina, si stupì di essersela poi fino a quel momento dimenticata. --E questa mantellina? domandò con una vaga inquietudine nella voce. È di talpa... Dove l'hai presa? --Oh! rispose Silvina dal vano dell'abbaino, senza staccare il viso dai vetri, è una piccola cosa... Me l'ha prestata un'amica. --La principessa Stroztki?--domandò Silvio con ironia. --No, caro, rispose Silvina immobile, nessuna principessa. Un'amica mia d'infanzia, ritrovata in questi giorni per caso. Silvio scosse il capo e mormorò: --Quanta gente, quanta gente nuova nella tua vita... Allora Silvina si volse e, fissando sopra di lui uno sguardo acuto acuto, come uno spillo, gli si avvicinò di due passi, si tolse il pastrano e lo gettò ai suoi piedi con sgarbo. --Ricordati, gli disse, scandendo una per una le sillabe, che senza tutta questa gente nuova non sarei ancora qui a sopportare le tue stupide inquisizioni. Nuove o vecchie, io sono libera di scegliere le mie amicizie, di ricevere i fiori che m'offrono, e di portare i vestiti, le pellicce, i cappelli che mi piacciono, e di fare e disfare il mondo intero a modo mio... Ed ora vattene, perchè sono annoiata di te. A viso alto, sdegnata, ella si avviò verso il cassettone. Silvio in gran fretta, come se le parole di Silvina avessero suscitato in lui una viva collera, s'infilò il soprabito ed uscì. Rimasta sola Silvina indossò il migliore dei suoi vestiti, e tranquillamente incominciò a pettinarsi. Da qualche giorno portava i capelli annodati alti sul capo, con solo due brevi riccioli che le ricadevano sulle tempie. Quella pettinatura le allungava graziosamente il viso e la faceva più alta di tutta la persona. Poi si incipriò le mani, le braccia, il collo, le gote; si tinse di nero gli occhi, di rosso le labbra e si contemplò soddisfatta. In quel medesimo istante alcuni colpi affrettati risonarono contro l'uscio e Soave entrò correndo. --Silvina, disse concitata, non ne possiamo più! Tutta la notte non ha fatto che piangere, che smaniare. Credo che impazzirà, se tu non vieni a calmarlo... --Ma non lo sapete dunque, gridò Silvina, non lo sapete che Silvio è tornato? --Lo sappiamo, lo sappiamo, rispose Soave, e per questo appunto si dispera così. --E perchè si dispera? domandò Silvina. Non sapeva anche lui che quando fosse ritornato Silvio tutto doveva finire tra noi? Furono bussati altri colpi contro l'uscio, ed entrò correndo Odette: --Per carità! disse ansando, non indugiate un minuto di più! Lo abbiamo ripreso per miracolo a metà delle scale. Veniva qui correndo come un indemoniato, e ora in quattro non riusciamo a tenerlo disteso sul letto. --Silvina! supplicò Soave, giungendo le mani. Allora Silvina prese una subita risoluzione, si buttò sulle spalle la mantellina e si precipitò nel corridoio. Soave e Odette la seguirono. Scese di corsa le scale, esse trovarono madama Humbert sulla porta, tutta stralunata, col viso tutto in lacrime. --Dov'è? chiese seccamente Silvina. Madama Humbert la guidò correndo in fondo alla casa. Là, in una stanza semibuia, disteso bocconi sul letto, con le gambe e le braccia buttate una qua e una là, stava il principe Stroztki. Egli mordeva furiosamente il cuscino e ruggiva come un leone. Il parrucchino gli era volato chi sa dove, e nella penombra la sua testa tutta pelata sprigionava lampi gialli. --Ebbene? gridò Silvina, scuotendolo violentemente per una spalla. Che cosa sono queste scene? Volete che io chiami Silvio, perchè veda in che modo vi riducete voi, quando amate una donna? --Dov'è? dov'è? rantolò il principe, sollevandosi sul letto, guardando minaccioso tutto intorno. Ma i suoi occhi s'incontrarono con gli occhi di Silvina, sfavillanti di sdegno e d'ira, e subito ammutolì. --Scende le scale, rispose Silvina, ed ora sarà qui. Se vi piace d'esser ridicolo potete continuare a smaniare. --Silvina, gemette il principe, mostrandole con un gesto disperato la sua persona, vedete fino a che punto? Non sono più un uomo. Sono un povero straccio. Silvina non mi ama più! --Questo è delirio, disse Silvina. Silvina non vi ha mai amato. --Ah! Silvina, gemette il principe, se lui non fosse mai ritornato, voi sareste stata sempre mia, non m'avreste trattato così. Fino a ieri siete stata buona con me, amorevole, piena di promesse. Mi diceste, proprio ieri, prima di lasciarmi:--Se sarete degno di me, sarò vostra per sempre! --Ma oggi, disse solennemente Silvina, così come vi vedo, mi sembrate mille volte indegno di qualunque donna. --Silvina, Silvina, gemette il principe, come siete crudele! Perchè indegno? Chi mi ha ridotto così? Basta una vostra parola, perchè io ritorni quello stesso di ieri. Silvina non parlò. --Una piccola elemosina di speranza, supplicò il principe. Che io possa almeno vedervi, parlarvi, adorarvi in silenzio, e attendere umilmente che il destino vi riconduca a me... --Se voi foste savio! esclamò Silvina. Ma insensato a questo modo? --Savio, savio! balbettò il principe illuminandosi d'un sorriso. E in furia si alzò, cercò di ricomporre i suoi abiti disordinati, si precipitò allo specchio, vide la sua testa pelata, cercò affannosamente la parrucca sopra e sotto il letto, se la calzò con destrezza dalla nuca alla fronte, riannodò la cravatta, e così, in sembianze più umane, si rivolse a Silvina e attese in silenzio una parola di perdono. Silvina lo guardò dalla testa ai piedi e disse: --Così, Stanislao, potete sperare qualche cosa da me, e non piangendo come un bambino.... Egli le si avvicinò timido, le prese la punta di una mano e gliela baciò. --Grazie, disse con un sospiro, voi mi ridate la vita. Silvina gli volse le spalle ed uscì. Ritornata nella sua stanza, si guardò nello specchio, e rifece alcuni degli atteggiamenti corrucciati e minacciosi che avevano atterrito il principe Stanislao. Soddisfatta rise, e vedendo che al suo collo mancava la collana, andò a prenderla sul cassettone dove l'aveva posata la sera innanzi, prima di coricarsi. La cercò tra i fazzoletti e le bottiglie di profumi, sotto il cuscinetto appuntaspilli, dietro lo specchio, nel primo, nel secondo cassetto, ma con sua gran meraviglia non la trovò. Forse era caduta per terra. Ed ella scostò delle sedie, rimosse un paio di vecchie pantofole, s'inginocchiò, la cercò sotto i mobili. Ma la collana non c'era. Allora pensò con sgomento, che, essendosela appuntata in fretta prima di uscire dalla stanza, doveva averla perduta nel corridoio, o per le scale, o in casa di madama Humbert, durante quella scena col principe. A precipizio aprì l'uscio e mosse qualche passo nel corridoio. Ma il corridoio era troppo buio perchè ella potesse vedere la collana, se proprio l'aveva perduta in quel tratto. Allora rientrò in camera, accese la candela, e, curva, esaminò a palmo a palmo il corridoio in tutta la sua estensione. Ma la collana non c'era. Già presa da un principio di orgasmo, Silvina posò la candela in un angolo e fece le scale arrestandosi ad ogni scalino, scostando col piede i pezzi di carta che incontrava qua e là, senza nulla trovare. Bussò con forza alla porta di madama Humbert, dichiarò alla signora, che la guardò esterrefatta, la ragione di quell'improvviso ritorno, e madama Humbert chiamò a gran voce Soave e Odette che accorsero, e accorse anche il principe, e tutti in silenzio, mentre Loreto, sul poggiolo strombettava la sua canzone: Loreto, lo reee! Chi l'è che passa? Lo re che va alla cacciaaaa... Tacca trombetta! Trrrr... si misero a cercare la collana per tutte le stanze attraverso le quali era passata Silvina per giungere a quell'ultima stanza dove il principe Stanislao era stato rinchiuso. Furono sollevati tappeti, spostati mobili, rovesciate sedie; il letto in quella stanza fu tutto sfatto, e le lenzuola sbattute per ogni verso, e il principe, ginocchioni, frugò sotto tutti i mobili. Ma la collana non venne fuori. Allora Silvina s'attaccò ad una speranza, e cioè che la collana fosse proprio là dove l'aveva posata la sera innanzi. Risalì a salti le scale, e preso il candeliere, che aveva posato sull'ultimo gradino, rifece il corridoio passo passo, e mentre se ne andava così curva, scrutando il pavimento, fu raggiunta da Silvio che rientrava in casa. --Sai, gli disse Silvina con voce accorata, credo di aver perduta la mia bella collana... --La collana dello smeraldo? domandò stupito Silvio. --La collana, la collana! ripetè Silvina irritata. Quale vuoi che sia? Non ne ho centomila... Il corridoio era finito. Silvina spense la candela, entrò nella stanza, e corse nuovamente al cassettone, e ricominciò a cercare. Vana speranza! Non c'era. --Ma dove l'hai perduta? domandò Silvio. --Se lo sapessi, sibilò Silvina, non farei tanta fatica a cercarla... Di nuovo si mise in ginocchio a frugare sotto i mobili, e Silvio, inginocchiatosi accanto a lei, la seguiva in ogni movimento, in base al principio che quattro occhi vedono meglio di due. Poi il campo delle ricerche si estese, e dal cassettone si passò all'armadio, tutti i vestiti, che fortunatamente erano pochi, furono spiccati dagli attaccapanni e agitati come bandiere. E mentre Silvio diceva:--Vedrai che te l'hanno rubata!--Silvina rovesciò il letto, buttò all'aria lenzuola, coperte, cuscini e materasse, e poichè ormai non c'era più dove cercare, si lasciò cadere di traverso sul mucchio delle coltri disfatte e ruppe in un pianto disperato. Allora Silvio, smettendo anche lui l'inutile ricerca, andò, per consolarla, ad accarezzarle i capelli, e, affondata una mano in una delle ampie tasche del suo pastrano nuovo, ne trasse un cartoccio tutto fiorito e ricamato, e legato da un bel nastro rosa; e prendendo con due dita il mento di Silvina cercò ch'ella sollevasse il capo. E quando, dopo molte riluttanze, ella lo ebbe sollevato, Silvio le offrì quel cartoccio profumato, dicendole: --Ti regalerò una collana più bella di quella, con uno zaffiro meraviglioso. Che serve ormai disperarsi? Vieni, piccina. Addolcisciti la bocca, dopo tante lacrime amare. Silvina, lacrimando, prese quel cartoccio e lo aprì. Vide tanti bei canditi verdi, rossi e gialli, brillanti come pietre preziose. Allora sollevò gli occhi su Silvio, e avrebbe voluto frugargli nell'anima. Ma l'anima semplice di Silvio, incapace più di nascondersi, affiorò sul suo viso in un rossore di minuto in minuto più intenso, tanto che Silvina ebbe come in un lampo la rivelazione della verità. --Tu! tu me l'hai presa! gridò soffocando d'ira. Tu sei stato, tu, tu, tu... E gettato lungi da sè il cartoccio dei canditi, che rotolarono qua e là come tante pallottole colorate di vetro, si scagliò su di lui e lo tempestò rabbiosamente di pugni. XII. Proprio in quel momento io avevo bussato all'uscio di quella stanza. La voce irata di Silvina domandò:--Chi è?--e ne seguì un rumore di sedie rovesciate, e poi un silenzio assoluto. Senza che avessi udito nessun passo avvicinarsi alla porta, la molla della serratura scattò improvvisa in quel silenzio. Mi trovai di fronte a Silvina. Dal giorno in cui era fuggita, e mi pareva un'eternità, non l'avevo più riveduta. Rivedendola allora, il mio povero cuore ebbe una trafitta dolorosa, come se in quell'attimo io rivivessi tutte le pene che ella aveva fatto soffrire a noi duramente cinque lunghi mesi. Se non fossi stato preparato alla più triste realtà, il suo viso tanto mutato mi avrebbe allora detto brutalmente fino a che punto ella si fosse allontanata da noi in quello spazio di tempo. Ma io non coltivavo più nessuna illusione, e perciò potei guardare Silvina senza avere orrore di quell'immagine che, sotto le sue sembianze, vedevo dinnanzi a me per la prima volta. E mentre Silvina, sorpresa dalla mia inaspettata apparizione, mi guardava senza fiatare, io le parlai calmamente così: --Silvina, non temere nulla da me. Non mi vedresti qui senza una grave ragione... La mamma muore, Silvina, la nostra cara, la nostra buona, adorata mamma! --La mamma? mormorò Silvina, abbassando triste il capo. --Sì, Silvina, soggiunsi, la mamma ti ha perdonato. Devi venire con me... La porta era aperta a metà, e Silvina l'aprì del tutto, e io vidi quella misera stanza in disordine, Silvio che mi volgeva le spalle abbandonato sopra una sedia, le rose bianche nel secchiello sul tavolo, i canditi sparsi per terra. Ma non entrai. --Subito? domandò Silvina. --Subito. Silvina si ritrasse a capo chino, andò nell'angolo dove stava l'armadio, si gettò sulle spalle la mantellina, si mise in capo una cuffietta di lana, e ritornando verso me, mormorò: --Andiamo. Sulla soglia si arrestò un attimo indecisa, poi si voltò a Silvio, che non s'era mosso, e duramente gli disse: --Non aspettarmi... Non tornerò mai più... La nostra vecchia carrozza, guidata da Battista, ci aspettava all'angolo della strada. Incominciò quel triste viaggio di tre lunghe ore. Silvina, seduta al mio fianco, tenendo gli occhi fissi dinnanzi a sè, non parlava. Avvolto nel mio mantello, il cappello calcato sulla fronte, me ne stavo anch'io muto, cercando di non guardarla, e il mio pensiero non si allontanava un istante da mia madre, da lei che non viveva più ormai se non per quella ultima consolazione che io le portavo. Subito dopo la fuga di Silvina, mia madre aveva incominciato a deperire, e di giorno in giorno il suo viso si faceva più affilato e più bianco, come se a goccia a goccia le venisse meno il sangue nelle vene e un freddo fuoco consumasse la sua povera carne. Verso la metà di settembre, una mattina, la trovammo svenuta in giardino, dove scendeva sempre appena fatto giorno per pregare dinnanzi a una madonnina di marmo, un'Assunta in cielo, che era stata messa là, in una nicchia d'edera, il giorno in cui era nata Silvina. Trasportata nel suo letto, riaprì gli occhi, ma non erano più i suoi soavi occhi di prima. Una tristezza infinita vi aveva distesa per sempre la sua ombra, e da quel giorno furono due imploranti occhi che invocavano da Dio la fine di una vita ormai divenuta insoffribile. Alla fine di ottobre ella non era già più che un'ombra, un'ombra dal viso diafano, che si muoveva per la nostra casa a passi silenziosi e incerti, come desiderosa di uscirne, d'involarsi, e ancora trattenuta da non so quale peso e costretta ad aggirarsi inquieta per quelle stanze. Una mattina volle come sempre alzarsi per scendere e pregare in giardino, ma le forze le mancarono. Da quel giorno non lasciò più il suo letto. Ella teneva accanto a sè un ritratto di Silvina, una miniatura di lei bambina di dieci anni, quando ancora portava i capelli sciolti per le spalle, che pareva la dolce immagine d'un angelo. Allorchè la lasciavano sola, la mamma fissava gli occhi su quell'immagine e non se ne distaccava se non quando qualcuno, entrando nella stanza, veniva ad interrompere con la sua presenza quella specie d'ipnosi. Dopo due settimane il suo stato era disperato. I medici avevano rinunciato a ogni cura poichè il male che consumava mia madre non apparteneva ad alcuna delle categorie iscritte nella loro scienza. Era un male assurdo. Non era propriamente un male. Come un lume stanco ella si spegneva a poco a poco. Questa similitudine tranquillizzò presto la coscienza dei medici, che rassegnati rimisero i loro poteri nelle mani di Dio. Neppure sul tempo che poteva occorrere a quel fioco lume per spegnersi interamente, essi seppero fare previsioni. Poteva durare soltanto poche ore, poteva durare ancora settimane e mesi. E noi, a cuore stretto, ci preparammo ad aspettare che il destino irreparabile si compiesse secondo la sua misteriosa legge. Ma era venuto un giorno in cui mia madre, con i suoi occhi già fissi in un miraggio lontano, aveva veduto l'Invisibile trasvolare come un vento gelido per quella landa dove lei sola l'aspettava paziente da tanto tempo; aveva sentito il soffio della sua ala avvolgerla come in un freddo abbraccio. Quando ella ci chiamò era sera inoltrata, e ognuno di noi, in cuor suo, aveva già chiuso quel giorno, mettendolo nel numero di quelli che, per grazia di Dio, non si sarebbero mai più rivissuti, e stava preparandosi con accorata malinconia al giorno che doveva cominciare domani. Volle che tutti fossimo intorno al suo letto, e quando ci vide tutti presenti, si rivolse a mio padre, che la guardava attonito, e prendendogli le mani e accarezzandogliele dolcemente: --Tu sei stato sempre buono con me, disse, non mi negherai ora questa grazia. Vada qualcuno a cercare Silvina... Che io possa darle ancora almeno un bacio... Mio padre rimase muto, tossì, si coprì gli occhi con la mano, e per qualche minuto non si mosse. Poi, come se avesse preso una penosa risoluzione, chiudendo le palpebre per nascondere le lacrime, si curvò su mia madre, la baciò in fronte, e mormorò: --Sia fatta la tua volontà. Pronunciate queste parole, mio padre uscì precipitosamente dalla stanza come per dare degli ordini. Udii il suo singhiozzo soffocato. Mia madre levò i suoi occhi su noi, che le eravamo rimasti vicini, e ci sorrise. --Voletele sempre bene, disse con un filo di voce. È la vostra piccola sorellina... Quando, poco dopo, uscii dalla stanza, trovai mio padre seduto, al buio, nell'anticamera, che da solo smaniava con parole rotte e minacciose. --Prima uccidete me, diceva, prima che ella rimetta il piede in questa casa! Si alzò d'impeto, chiamò Marta, chiamò Battista, che accorsero atterriti a quella voce. --Nessuno si muova, senza mio ordine, gridò mio padre. Nessuno entri in questa casa, senza il mio permesso. Intendetemi bene: nessuno! E andò di persona a sprangare l'uscio. Passai una notte angosciosa. Vidi l'alba grigia di novembre diffondere la sua luce spettrale sulla campagna tutta triste, deserta, immobile; vidi i veli labili delle nebbie sciogliersi dai rami stecchiti degli alberi, svanire come lieve fumo; udii i galli cantare dai chiusi pollai, poi li vidi sbandarsi sull'aia, e udii le prime voci umane, i primi passi nelle case dei contadini; vidi i paperi incamminarsi in fila lungo la roggia ghiacciata, come galleggiando nell'aria sporca di inchiostro, più bianchi della brina che faceva candida l'erba; quindi nel silenzio soltanto rotto da quei lievi rumori, udii lontano lo squillare delle sonagliere, e poi il rotolio delle ruote sulla via maestra, e lo schioccar della frusta, della prima carrozza di posta, che dal paese si muoveva per andare in città. Allora ebbi la sensazione che quel nuovo giorno, che allora incominciava, non c'era più speranza di poterlo rimandare ad un altro giorno; di poterlo sopprimere, di poterlo comunque evitare, sostituendolo con un altro giorno, preso lontano, fra quelli passati o fra quelli futuri, che non fosse dominato da una così imperiosa necessità di fare, e di vedere, e di patire ciò che in quel giorno doveva essere fatalmente fatto, veduto e patito. Ma io solo, fra tutti gli uomini, non potevo certo spostare il corso del tempo. E poichè tutti accettavano quel giorno come ogni altro giorno dell'eternità, e già incominciavano a viverlo, a muoversi, a riscaldarsi del suo debole sole, a consumare la sua poca luce, a riempirlo dei loro dolori e delle loro gioie, a convalidarlo con le loro parole ed azioni, io non potevo in alcun modo sottrarmi alla legge comune, ovvero in un modo solo, uccidendomi. Allora scesi le scale ed entrai nella stalla. Battista, in maniche di camicia, stava strigliando Casacca, la nostra vecchia cavalla bolsa, e mentre la strigliava, in quella loro affettuosa intimità che durava ormai da tanti anni, egli parlava alla bestia, confidandole tutti i malanni della propria vecchiaia e commiserando la sua. --Sarìa tempo, vecia Casacca, pora bestiacca, diceva Battista, che ne mettessero tutti due addosso una bella coperta de tera alta e nera com' l'orinal del re de Fransa. Dalla tua tomba nasserebbe poscia un fiore dinominato Casacca, con la spuzza dei tuoi porci petti, brutta porca vecchia stramaledetta bestia, in omnia saecula saeculorum. Ed egli tirò alla bestia un'amorosa pedata e mi disse:--Buon dì! Ma quando lo chiamai sulla porta, prima ancora che avessi incominciato a parlare, aveva già capito, Battista, che cosa volevo da lui. Egli, che m'aveva veduto nascere, mi strinse le mani in silenzio con le sue dita nodose come radici, e con quella stretta volle baciarmi e abbracciarmi, e dirmi che era pronto a morire per assecondarmi in quell'impresa. Casacca, da vecchia porca stramaledetta che era, fu accarezzata da lui con i nomi più dolci, mentre in fretta quanto più poteva, le infilava i vecchi finimenti, e la cavezza tutta rattoppata. Cocottina, signorina, Brigidina, angiol del paradiso, santa bestia, tutti i nomignoli più delicati uscirono dalla sua bocca, mentre la sospingeva rinculoni tra le due stanghe della nostra sgangherata carrozza, e attaccava i tiranti al bilancino e le ficcava il morso tra le ganasce sdentate, finchè in un fiat fu pronta. Ed egli salito in cassetta, io rannicchiato sotto il mantice, s'era presa di gran trotto la via maestra alla volta della città. Quanto m'era sembrata miracolosamente breve la strada nell'andare, tanto ora mi sembrava lunga al ritorno. Allora Casacca zoppicando zoppicando trottava di buona lena, fresca del lungo riposo, la pancia ben rimpinzata d'avena, e bastava l'ombra della frusta a farle drizzare le orecchie e supplire con la buona volontà al difetto d'una gamba. Ma ora quella gamba anchilosata imbrogliava maledettamente le altre tre, ed era un continuo inciampare e scapicollarsi, che non bastavano le redini tese di Battista a tenerla su. Ad ogni minaccia di frusta era un sobbalzo spaventato che trascinava la carrozza fuori di carreggiata a traverso della strada, e nella pancia vuota della bestia l'acqua bevuta alla fontana risciacquava con un rumor cupo di botte. Era passato da più di due ore il mezzodì e anch'io avevo fame. Silvina, digiuna come me, pallida, rincantucciata al mio fianco, gli occhi chiusi e le mani abbandonate in grembo, si lasciava sballottolare. Questa tortura durò quattro interminabili ore. Finalmente dopo l'ultima salita, sotto il monte rosso, ci apparve il campanile tutto annuvolato di olivi, che crescevan fitti sulla collina. Prima di giungere alla nostra casa si passa dinnanzi al cimitero, che è sopra un poggio erboso, recinto da un muro di pietre nude, grigio grigio, tra un ippocastano altissimo e aperto come un pino, e una fila di cipressi neri che si affacciano sulla via maestra. In quel punto fermai Battista. E mentre egli riconduceva la carrozza vuota a casa, noi altri due prendemmo di traverso i campi, e cercando di camminare nascosti dietro le canne delle viti e i tronchi fitti dei gelsi, raggiungemmo la porticina del frutteto che era, come sempre, socchiusa. Da quella stessa porta era fuggita Silvina cinque mesi innanzi. Entro il recinto del frutteto, addossata al muro, c'era allora una capannuccia di paglia, che aveva fatto Battista per appostare i merli. La mostrai a Silvina e le dissi: --Aspettami qui nascosta. XIII. Mia madre era assopita. Accanto a lei, ai due lati del letto, come i due angioli oranti ai lati della culla del bambino Gesù in certe oleografie che si vedono in queste case di contadini, Adalgisa e Maria vegliavano raccolte il riposo dell'inferma. Esse mi guardarono, interrogandomi con gli occhi, non osando parlare. Soltanto dopo un poco Adalgisa mi disse sommessamente:--Tutto il giorno ha chiesto di te prima di assopirsi! Incontrai mio padre nel corridoio. Egli mi si fermò un istante dinnanzi, e temetti che volesse interrogarmi. Ma abbassò il capo, e, accigliato, in silenzio passò oltre. Mi avvicinai a una finestra che s'apriva sull'aia, e vidi un po' di luce nella stalla, dove certamente Battista stava rigovernando il letto di Casacca dopo averle versata l'avena nella mangiatoia. Incominciava a imbrunire. I rami spogli del frutteto erano così fitti e intricati che non potevo vedere la capannuccia di paglia, laggiù in fondo, dove Silvina aspettava. Pensai che ella dovesse sentirsi morire di fame e di freddo, e le mandai Marta con una tazza di latte caldo, del pane e una coperta di lana. Più tardi mia madre si svegliò, e noi ci trovammo di nuovo raccolti intorno al suo letto, come sempre a quell'ora prima di separarci per andare a dormire. Di solito ella voleva che Maria leggesse forte le preghiere della sera, e che tutti noi l'ascoltassimo in silenzio, e si recitasse un -pater- e un -ave- insieme con lei, che ella incominciava con la sua voce velata: -Ave Maria gratia plena...- Poi invitava mio padre ad andarsi a coricare, poichè sapeva che si sarebbe alzato all'una di notte, per assisterla fino all'alba, come faceva ormai da tre settimane. Anche quella sera ella recitò il -pater- e l'-ave-, e poi disse a mio padre di andare a riposare. Ma i suoi occhi lo guardarono fissamente, con uno sguardo interrogativo, come se attendesse da lui qualche cosa. Mio padre la baciò in fronte e se ne andò. Io uscii poco dopo nel corridoio e in punta di piedi cercai di spiare alla porta della sua stanza. Era buia e non s'udiva nessun rumore. Egli doveva essersi già coricato. Allora scesi in fretta le scale e, passando per la dispensa, attraversai il frutteto e trovai laggiù Silvina rannicchiata in fondo alla capannuccia di paglia, e sentii che era tutta ghiaccia, e batteva i denti dal freddo. Era buio buio. Inciampavamo nelle radici degli alberi, affondavamo il piede nei solchi freschi. Silvina si lasciava trascinare: dovetti più volte sostenerla perchè non cadesse. Finalmente entrammo in casa, e, rallentando il passo e camminando in punta di piedi, raggiungemmo la mia camera dove ci chiudemmo a chiave. Acceso il lume, Silvina si abbandonò sfinita sul letto, disfatta, e tremava. Occorse un po' di tempo prima che incominciasse a riaversi e i suoi occhi semispenti si ravvivassero. Allora, quando vidi che non tremava più e che avrebbe potuto sostenersi, le dissi: --Preparati, Silvina. Tra poco ti condurrò da lei... Uscii per andare ad assicurarmi che nulla di nuovo fosse accaduto in quel frattempo, e per dare cautamente a mia madre, forse già rassegnata in cuor suo a non vedere appagato il suo ultimo desiderio, l'annuncio dell'imminente visita di Silvina. Marta era allora accanto a lei, e pareva che mia madre la supplicasse, e che la vecchia, curva sul letto, cercasse amorosamente di confortarla. Quando io entrai, mia madre tentò di sollevare il capo dal guanciale, e, guardandomi con tenerezza, sospirò: --Paris, Paris, conducila subito... Per pietà, non fatemi soffrire così.... --Sì, le dissi accarezzandola, ora verrà... Ora subito te la conduco... Rientrato in fretta nella mia camera, con uno stupore angoscioso trovai Silvina che, seduta dinnanzi allo specchio, stava attorcigliandosi la treccia intorno al capo e arricciandosi i capelli sopra le tempie. Si era tolto il cappellino, e, accanto a una borsetta aperta, aveva posato due o tre scatoline, e un tubetto rosso. Nello specchio vidi inorridito le sue labbra rosse, appena tinte, i suoi occhi con le ciglia brune e lucide, le palpebre ombrate di viola. --Silvina, Silvina, gridai precipitandomi su di lei e pensando che ora l'avrei uccisa, che hai fatto? Non ti vergogni? E la scossi violentemente, e avrei voluto schiaffeggiarla, metterla sotto i miei piedi e stroncarla; ma per volontà di Dio il pensiero di mia madre non mi abbandonò, e presa una spugna inzuppata d'acqua gliela strofinai con furia sul viso, e afferrati i suoi capelli glieli scompigliai. --Rifatti la pettinatura d'una volta! Non mostrare le tue vergogne! Nasconditi quella faccia spudorata! le gridai pieno d'odio, incapace di dominarmi. Ed ella impaurita dall'espressione del mio viso che doveva essere atroce, impaurita da quei gesti con i quali la minacciavo, io sempre così mite, così debole, in fretta in fretta si asciugò il volto, e nervosa sfece del tutto le sue trecce, e se le ricompose come un tempo, divisi i capelli sulla fronte, raccolti poi sulla nuca; e quando ebbe finito si alzò per seguirmi. Mia madre stava con gli occhi fissi sull'uscio. Quando entrai con Silvina, ella aprì le braccia e senza parlare, con gli occhi pieni di lacrime, la chiamò a sè. E quando l'ebbe abbracciata, con tutte le sue forze se la strinse sul petto e non si distaccò più da lei. Marta piangeva in un angolo. Io triste, in disparte, contemplavo quella pietosa scena, con l'orecchio teso sempre all'uscio, timoroso che mio padre, destato da qualche rumore insolito, potesse allora sorprenderci. Mia madre e Silvina stettero a lungo così strette l'una all'altra, senza un movimento, senza una parola. Poi mia madre sciolse il suo abbraccio, e guardando Silvina che si era sollevata, cercò ansiosamente sul suo viso non so quale segno che ella sola conosceva, e mormorò: --Sei sempre la stessa... la mia piccola Silvina.... Silvina abbassò gli occhi: non osò più guardare in viso sua madre. Vidi la vergogna che quelle innocenti parole produssero in lei e forse capì, allora, perchè io l'avessi trattata tanto brutalmente poco prima; l'avessi picchiata e insultata. Mia madre volle che si sedesse sul letto accanto a lei, ed io leggevo nei suoi occhi una sofferenza penosa, perchè avrebbe voluto parlarle e non poteva più. Le ultime parole che ella disse furono appunto quelle:--Sei sempre la stessa, la mia piccola Silvina... I suoi occhi vedevano ancora lucidamente, la sua intelligenza era ancora viva, ma non poteva più parlare. Tentava di quando in quando qualche gesto vago, stringeva le mani di Silvina, e poi con l'indice teso le faceva cenno di no. Voleva dire:--Non andartene più... non ritornare via... non mi abbandonare... non abbandonare tuo padre... E Silvina, osando appena sfiorarla con lo sguardo quando uno di questi gesti la costringeva ad alzare gli occhi, rispondeva di no col capo, ma non osava parlare. Io pensavo quanto quella scena penosa si sarebbe prolungata ancora, allorchè mi parve di udire nel corridoio uno stropiccio di passi cauti, e persino il respiro affannoso di un uomo. Mi avvicinai lentamente all'uscio, lo socchiusi, e guardai da un lato e dall'altro. Ma il corridoio era perfettamente buio e non vidi nessuno. Quando mi volsi, mia madre mi chiamò, e presami con fatica una mano la unì alle mani di Silvina. Voleva dire:--Te l'affido... non lasciarla partire... proteggila tu. Allora, soltanto allora, mi ricordai che Silvina prima di lasciare Silvio gli aveva detto:--Non mi aspettare. Non tornerò mai più!--e pensai che forse Silvina, sebbene non avesse osato chiedermelo, desiderasse veramente di rimanere con noi, di non ritornare mai più a quella vita irregolare che doveva averle procurato più delusioni che gioie, più umiliazioni che piaceri, forse pentita, quantunque il suo maledetto carattere le impedisse di confessarlo, d'essersi abbandonata a quel capriccio, di aver cagionato a sè stessa e a noi tanto male. Forse la paura di mio padre, il timore di esser trattata duramente da noi, di esser punita con troppa severità, la rendeva ancora esitante. Forse orgogliosa com'era, aspettava che qualcuno le parlasse e la pregasse di rimanere. Davvero avrebbe dovuto lei pregare, inginocchiarsi dinnanzi a mio padre, invocare il suo perdono. Avrebbe dovuto mortificarsi ed espiare, almeno con un atto di umiltà, tutto il male che aveva fatto. Ma mia madre era morente, e mi sembrò che negarle l'ultima gioia, allontanare anche soltanto da lei di un attimo la possibilità di veder compiuto il suo ardente desiderio, sarebbe stata una colpa di cui avrei sentito eternamente il rimorso. Allora chiamai Marta, e mentre lei, povera donna, cercava di nascondere le lacrime che dagli occhi colavano sulla sua faccia terrosa: --Marta, le dissi, va a preparare il letto di Silvina, riordina presto la sua camera. Silvina rimane con noi. Poi domandai a mia madre: --Così, mamma? Ed ella mi accennò di sì, e portò la mia mano alle labbra che erano appena appena tepide, la baciò, e con un profondo sospiro chiuse gli occhi per meglio contemplare quella felicità radiosa in cui si sentiva rapire. All'orologio della chiesa suonarono i tre quarti. Tra un quarto d'ora nostro padre si sarebbe alzato, sarebbe venuto a prendere il suo posto accanto al letto, dove Marta aveva già silenziosamente preparato la sua poltrona con i due cuscini, e messo lo scaldino. Allora presi Silvina per la mano, e, senza che mia madre, assopita, se ne accorgesse, la condussi via. Passando dinnanzi alla camera di mio padre, in punta di piedi per non destarlo prima del tempo, vidi le fessure illuminate e lo sentii singhiozzare. Mio padre non s'era coricato quella notte. Egli sapeva che Silvina era venuta. Egli era stato a spiare dietro l'uscio quando avevo introdotto Silvina nella camera della mamma, e quello stropiccìo, quel respiro affannoso che m'era parso di udire, era lui che si muoveva guardingo, lui che cercava di soffocare il suo pianto. Ah! perchè non entrò con noi, perchè non volle vedere Silvina, perchè l'orgoglio vinse, anche in quella notte, il suo dolore, ed egli preferì reprimere la sua pietà anzichè obbedire al suo cuore, si lasciò vincere dalla paura di mostrarsi debole, anzichè seguire l'impulso generoso che lo spingeva a perdonare? Forse Silvina sarebbe stata salva, e il male di quei mesi avrebbe potuto essere in qualche modo riparato, e la sventura si sarebbe allontanata per sempre dalla nostra casa. Ma mio padre non uscì dalla sua stanza se non quando udì che tutto era ritornato in silenzio, che noi ce n'eravamo andati, ed ogni pericolo d'incontrarsi con Silvina era, almeno per quella notte, scongiurato. Silvina non volle neppure entrare nella camera che Marta aveva preparato per lei. Volle rimanere, vestita com'era, in camera mia, e a stento potei indurla ad adagiarsi sul mio letto e ad appoggiare il capo sul mio cuscino. Seduto accanto a lei, con il cuore pieno d'angoscia, le domandavo di quando in quando: --Rimarrai, Silvina? Ed ella rispondeva di no col capo, e non mi guardava, non diceva una sola parola. Gli occhi non le si chiusero mai, neppure per un istante, finchè la luce di un altro giorno diradò lentamente le tenebre, fece impallidire la luce della nostra lampada, e allora Silvina si alzò, si strinse sulle spalle la mantellina, raccolse le sue piccole scatole di pomata, di belletto, di cipria, abbandonate accanto allo specchio, e nascose i capelli nella sua cuffiettina di lana. Come la mattina innanzi, quando ero partito per andarla a cercare in città, il silenzio notturno fu rotto dalle prime voci umane che risuonavano stranamente nell'aia, i cani della scuderia abbaiarono, le campane della chiesa si sciolsero in uno scampanìo lungo e triste. --Silvina! supplicai ancora, con un singhiozzo. Silvina varcò la soglia senza neppure voltarsi, e scomparve. Poco dopo udii la vettura di posta tutta squillante di sonagli avvicinarsi per la via maestra, l'udii passare al trotto e allontanarsi... XIV. Udii la vettura allontanarsi; e poco è mancato che io scrivessi: per sempre. No, non per sempre. Con i suoi tre cavalli essa ha da allora consumato molta altra strada. La vita, anche semplicemente quella d'una corriera, non finisce, non s'interrompe, neppure se uno di noi muore. In questo senso ha molto maggiore importanza la morte o la caduta di un cavallo, una frana che precipiti attraverso la via, la rottura di una ruota o di un asse. Ma Silvina, sì, se ne andò per sempre. Come mia madre. Nemmeno Silvio la rivide mai più. PARTE QUARTA Come finì poi la collana. Ancora una volta ho dimenticato la collana. Questo sinistro gioiello apportatore di sventura lo smarrisco sempre per via. Scompare dai miei racconti, mi scivola quasi dalla memoria, con la stessa improvvisa fatalità con cui ho veduto realmente apparire e scomparire e riapparire il suo freddo splendore nelle circostanze più dolorose che ho attraversato fino al momento in cui scrivo. Se fossi un romanziere di grido non mi sentirei molto mortificato per una distrazione di questo genere, perchè, specialmente in altri tempi, quando si scrivevano romanzi di intreccio e di immaginazione con molti personaggi e avventurose vicende (contrariamente a quanto avviene nei romanzi d'oggi che sono soltanto pieni di belle immagini e di rari fantocci meditativi e sedentari), accadeva spesso agli scrittori anche più provetti di perdere per via, non dico una collana, ma addirittura uno e spesso anche due o più personaggi, che, per ritrovarli, era poi necessario ricondurre il lettore a fare alquanti passi indietro. Ma se non voglio, a nessun costo, tralasciare di dire quale sia stata l'ultima fine della collana di Daria, che fu poi di Silvina, non si creda che io abbia la pretesa di completare un racconto il quale, d'altronde, non interessa altri che me, o che stimi la storia di questa collana indispensabile alla comprensione esatta delle cose narrate fin qui. Al contrario penso che la storia di Silvina, se dovesse essere pubblicata, sembrerebbe a tutti abbastanza chiara, nel suo intreccio molto comune e verosimile oltre che perfettamente vero, anche senza conoscere la fine fatta da quella sciagurata collana. In questo senso noi ignoriamo fatti ben più importanti, come sarebbe quello, per esempio, della fine che potrà fare Silvina allorchè si sarà stancata del principe Stroztki o il principe Stroztki di lei, e la falsa vita di principessa ch'ella conduce, tra festini, gioielli ed amorosi capricci, non le offrirà più alcuno svago. Ma la fine di Silvina, che sarà senza dubbio triste, appartiene all'avvenire, mentre quella della sua collana si può dire che appartenga ormai al passato. Raccontano che vi siano state gemme altrettanto malefiche quanto quella, e anche più, le quali rovinarono con la loro sinistra influenza regni e repubbliche, spensero nel sangue intere dinastie, scatenando guerre e pestilenze, e, precipitate poi nelle profondità dei mari, furono dopo secoli ripescate, e ricominciarono a seminare sulla loro strada delitti e sciagure. Ma, per conto mio, spero di non vedere quello smeraldo rivarcare mai più le soglie di questo mondo, dal quale ora il caso lo ha allontanato. E fra alcuni secoli, quando ritornerà il suo turno di maleficio, non sarò certo più io quello che il destino condurrà ad urtargli contro. Il nostro solo conforto può essere di pensare che una volta si nasce uomo, e una volta, forse, smeraldo. * * * Quando Silvio, vedendo quale prova d'amore Silvina esigesse da lui, si decise a trafugare la collana di cui Silvina era tanto ambiziosa, non pensava certo che con quell'atto di leggerezza avrebbe distrutto per sempre la propria felicità, già molto pericolante. Più gli era sembrata opprimente la città la sera innanzi uscendo dall'ospedale, più allora gli sembrava ospitale, allegra, piacevole. Si sentiva ancora un po' stordito, ma quello stordimento non era punto doloroso. A quell'ora le strade erano semideserte, e non s'incontravano se non ragazzi col naso rosso che correvano a scuola, operai neri e pelosi che andavano alle officine con le pipe accese e i berettoni di pelo calati sugli occhi, servette dalle anche rotonde e dai polpacci sodi che, tenendo le mani avvoltolate nei grembiuli e le sporte vuote appese al braccio, svolazzavano pei marciapiedi alla volta del mercato. Faceva una bizzarra impressione vedere tutte le narici, fossero d'uomo, di donna o di bimbo, fumare come le froge dei cavalli dei fiaccherai che, trascinandosi addormentati a passo morto lungo le strade, sfiatavano ad ogni tratto nuvolette di vapore leggiero e bianco; nè più leggiero nè meno candido di quello che si sprigionava di sotto i coperchi delle pentole dove bollivano e pipavano le castagne. È divertente, camminando a quell'ora per la città, osservare le facciate delle case, con tutte le loro finestre ancora chiuse, e vedere in che modo una qua e una là se ne spalanchi di botto, con che viso stupefatto ogni uomo, appena sveglio, guardi il mondo dal suo davanzale come se fosse nuovo, e quanta paura abbia dell'aria libera della strada, e quanta fretta di rinchiudersi un'altra volta nel suo piccolo guscio. No, il sole d'inverno non è ben visto da nessuno. Un poco più tardi le strade si animano veramente, quando i carretti degli erbivendoli e dei merciai aprono il loro commercio, e i portinai, ramazzato il loro tratto di marciapiede, si dispongono a tener cattedra di pubblica istruzione, e i commessi di negozio con mazzi di chiavi e paletti e strani ordegni, come bande di svaligiatori, danno l'assalto alle botteghe, ne alzano le saracinesche, ne spalancano gli sportelli, e mettono sulla strada le mercanzie come se fosse roba rubata. Allora la città perde ogni carattere, tutto è confusione, disordine, tumulto, e per spiccare su quella marea rumorosa e agitata di gente che invade le strade, corre, grida, si urta, e più cerca di sopraffarsi più si perde e si confonde nel caos, non basta più la modesta personalità di ciascuno, fatta di un certo modo di camminare o di portare il cappello, di un naso troppo lungo o di un abito bizzarramente tagliato, ma bisognerebbe essere il Re in persona, in una berlina dorata con sedici pariglie candide, staffieri in gala, e trombettieri che non si stancassero mai di soffiare a gote piene nei loro corni d'argento. Ma Silvio non la pensava così quando, alleggerito del peso della collana, uscì dal gioielliere e s'incamminò verso un mercante di pellicce, dove si proponeva di comprare quel pastrano verde con colletto di lupo e quel berretto di lontra che Silvina gli vide addosso nell'aprire gli occhi. Silvio credeva che tutti riconoscessero in lui un uomo straordinariamente ricco e felice; e avrebbe voluto chiedere a ognuno che passava se la città intera fosse da vendere. Così, ciecamente beato, a passo di bersagliere, la fronte alta, gli occhi ridenti, se ne andò, Silvio, incontro alla propria rovina. * * * Due giorni dopo Silvina era fra le braccia del principe Stanislao e con garbo gli carezzava i riccioli neri della parrucca, senza pensare che da quelle carezze non gliene poteva venire alcun brivido.--E oltre tutto, concludeva Silvina, m'ha lasciata anche senza la mia bella collana!...--Povera Silvina! esclamò il principe, quella collana vi era dunque tanto cara?--Era il solo ricordo che avessi di mio padre! E poi dove trovare uno smeraldo altrettanto bello e perfetto? Povero papà mio! Se lo sapesse!--Infine, Silvina cara, disse il principe, non vi disperate così. Se non sarà una collana con uno smeraldo altrettanto perfetto e fulgido, sarà un'altra collana non meno preziosa di quella. Silvina si consolò. Quel giorno stesso il principe la mise in una bella carrozza tirata da due focosi cavalli e la condusse di galoppo dal primo gioielliere della città. Le vetrine di quel gioielliere eran mille volte più risplendenti della famosa caverna di Alì Babà, perchè vi si vedevano radunate, in molli conchiglie di velluto violetto, gemme d'ogni grandezza e colore, dalle quali si sprigionavano, come da un firmamento di fuochi artificiali, raggi sottili, acuti e tremoli che, attraversando la strada, s'andavano a rifrangere in variopinte luci sulle facciate delle case incontro. Erano gioielli finemente lavorati, zaffiri, rubini e brillanti sposati con opali diafani, perle rosee, cupe ametiste, trasparenti acque marine, e tutti racchiusi in preziose legature. Alcuni di essi uscivano per la prima volta dalle mani dell'orafo, tutti fiammanti e lucidi; altri avevano appartenuto ai Raià delle Indie Inglesi, all'Imperatrice della Cina o al Sultano dei Turchi, e dalla loro profondità traspariva, come in certi begli occhi stanchi, una luce che parea consumata. La folla che passava dinnanzi a quella bottega tuffava per un attimo le pupille avide e meravigliate nel chiarore abbagliante dell'oro e delle pietre preziose, e poi s'allontanava maledicendo il diavolo tentatore che per trascinare gli uomini in perdizione si serve anche di piccoli pezzi di vetro colorato. Silvina e il principe avevano chiesto di vedere qualche bella collana. Erano seduti dinnanzi ad un tavolo, e il gioielliere, inforcati certi occhiali azzurri dietro i quali era scomparso il suo sguardo, aveva incominciato a trarre da uno scrigno di ferro massiccio collane dopo collane, e veniva ora allineandole sotto i loro occhi, in silenzio. Prima fu una collana di perle e diamanti neri con qualche rara lacrima d'opale; poi una collana di perle candide alternate con ametiste e zaffiri di una profondità notturna; poi ancora una collana tutta di rubini quadrati ed una di onici e di brillanti. Silvina guardava estatica quei vezzi degni di una regina e non sapeva dire quale le piacesse di più; quando, con sua gran meraviglia, vide le mani magre e tremanti del gioielliere porgerle sopra un piccolo scudo nero una collana d'oro semplice al cui centro splendeva un superbo smeraldo. Il suo cuore palpitò. Era quella proprio la sua collana! Il principe Stroztki disse vedendola:--Non mi sbaglio? Questa, Silvina, sembra tutta la vostra collana.--Il gioielliere commentò lentamente:--È la meno preziosa. Ma, per me, la luce di questo smeraldo vale tutte le altre.--Silvina non sapeva staccare gli occhi da quella pietra verde che col suo splendore la teneva incantata. Ma chiuse le palpebre e disse:--No, Stanislao, non è certamente la mia collana.--Ella scelse invece quella tutta composta di rubini, e volle che subito il principe gliela allacciasse al collo. Così Silvina rinnegò per l'ultima volta il suo passato, e la collana di Daria fu nuovamente rinchiusa nello scrigno del gioielliere. * * * Poco tempo dopo in città scoppiò una sommossa. In una chiara notte di maggio alcune navi nel porto improvvisamente s'incendiarono e, fumando come vulcani, vomitavano cenere calda e scintille che il vento faceva roteare sui tetti come frecce arroventate. Da per tutto si sparse un puzzo asfissiante di catrame e di pece, e sembrò che la luna, che era bianca e limpida in cielo, sbavasse sulle facciate delle case e sulle strade deserte la luce rossa di un sole equatoriale. A quel pauroso allarme la folla si riversò per le vie e venne gridando sul molo. Ma quando vide dai silos accorrere un'altra folla urlante che recava fiaccole accese e scale altissime, indietreggiò terrorizzata, e di nuovo le strade si vuotarono. Come se un ciclone si fosse improvvisamente abbattuto sulla città, e per le vie e le piazze corressero fiumi vorticosi di libeccio, era tutto uno sbatacchiar d'imposte e di finestre e di porte, che via via si chiudevano con cupi tonfi, soffocando nelle case e negli anditi bui le voci spaventate delle donne e dei fanciulli, le rauche bestemmie degli uomini. Dal porto i rivoltosi salivano a ondate di migliaia, correndo compatti dietro i portatori di torce. Attraversato il mercato, si precipitavano in mezzo alle case per vie diverse, gli uni passando per il quartiere dei cotonifici, gli altri in direzione della cattedrale, altri ancora verso il quartiere degli armatori e dei banchieri, e tutti andavano poi a convergere verso il centro della città. Le torce delle prime colonne erano già consumate e spente, quando ancora le ultime ondate con le loro fiaccole accese non avevano attraversato il mercato. Dove queste s'incontrarono con quelle nacquero mischie spaventose. I portatori di fiaccole, trovandosi improvvisamente di fronte a colonne che tumultuavano al buio, credettero d'essere caduti in un agguato. In breve una battaglia furibonda s'impegnò fra le due parti, finchè anche le ultime torce consumate si spensero e la moltitudine continuò a combattere furiosamente al buio. Ciascuno credeva di avere di fronte un esercito di soldati. Da ogni parte si drizzavano barricate. E dietro le barricate, incuranti di quella inutile strage, i ladri che senza nè fiaccole nè lanterne nè clamori, alla spicciolata, erano accorsi dai quartieri più eccentrici al primo odore di tempesta, svaligiavano tranquillamente le botteghe, caricavano i carretti che s'eran trascinati dietro correndo, e curvi sotto montagne di fagotti se ne andavano pacifici per i fatti loro. Alla prima luce dell'alba gli amici si riconobbero da una barricata all'altra. Dapprima non credettero ai loro propri occhi, poi si guardarono in faccia meravigliati, e allibirono. Il primo impulso fu, nei capitani, di rifarsi una reputazione continuando a combattere fra di loro. Ma i gregari s'affrettarono a sventolare bandiere e fazzoletti rossi, e qualcuno certo maledisse il sole il quale impediva che quelle fiaccole di cenci si spegnessero come s'erano spente nella notte le torce di resina. Su quella pace presto fatta da nemici che eran partiti all'assalto sotto la stessa bandiera, spuntarono lampeggiando alla luce dell'aurora le lance fitte della cavalleria. * * * In una certa grotta scavata nella scogliera, al di là del faro, Perdifiato, seduto in faccia al mare, aspettava pazientemente che spuntasse la alba. Il mare era livido e agitato, e vomitava contro lo scoglio ondate tutte bavose che si rompevano mugghiando sui suoi fianchi scoscesi. Poi con fischi e singhiozzi assordanti se le risucchiava in tanti mulinelli vorticosi, e, rigonfiandosi tutto, le risputava infuriato contro l'alta scogliera. Non si distingueva ancora la luce di levante, dove il sole insinuava tra cielo e mare la punta d'un raggio pallido pallido, dalla luce di ponente, dove la mezza luna, ancora tutta fuori dell'orizzonte quantunque già coricata, guardava di traverso le ombre a poco a poco sfumare sulla terra. E già i gabbiani, usciti dai loro nidi, assalivano il vento a testa bassa remando affannati con le ali tutte distese. Perdifiato, cercando di allontanare dagli occhi i ciuffi di capelli spioventi che gli impedivano di vedere, malediceva in cuor suo il boia destino che invece di dargli due ali possenti come quelle dei gabbiani, gli aveva anche tolta una gamba, per cui egli doveva tutto fare con una gamba sola, cercando di aiutarsi alla meglio con una stampella di legno. Almeno la gobba, che il destino, previdente di ciò che gli sarebbe mancato poi, gli aveva appioppata sul groppone fin dalla nascita, e di cui egli non sapeva che farsi, avesse potuto cambiarla con un'altra gamba! Ma no! La gamba se ne era andata sotto un carro, e la gobba gli era invece rimasta. E lo chiamavano Perdifiato appunto perchè, camminando con quella stampella e quel fagotto sempre appeso alle spalle, pareva a tutti che per la gran fatica dovesse mancargli da un momento all'altro il fiato. Se avesse avuto tutte e due le gambe come una volta, anche la gobba gli sarebbe sembrata più leggiera. Ma certo egli non le avrebbe impiegate, come quegli stupidi gabbiani impiegavano le loro ali, a lottare contro il vento senza nessuna speranza di poterlo attraversare. Se mai si sarebbe messo a gareggiare con lui, per fare a chi correva più veloce, e tanto meglio se il vento, prendendolo in poppa, lo avesse anche aiutato. Allora non gli sarebbero occorse due ore per arrivare da quella grotta maledetta al centro della città, e poi altre due ore per mettersi in salvo prima dell'alba. Ma così conciato, che avrebbe potuto fare di più? Appena aveva visto fiammeggiare l'incendio nel porto s'era messo a correre, e, rischiando ad ogni passo di schiantarsi anche quell'unica gamba che gli rimaneva, aveva fatto salti da cavalletta su per la scogliera e poi lungo il molo tutto ingombro di travi, di corde, di àncore, di botti. L'anima agitata gli avrebbe messo le ali ai piedi, se ne avesse avuti due. Ma a una gruccia, a un povero pezzo di legno, come poteva mettere un'ala? Sicchè tutto sfiatato, era giunto appena in tempo a intrufolarsi in una certa bottega che aveva la porta sfondata, giusto per spigolare quello che gli altri più fortunati, cioè più veloci di lui, vi avessero per caso dimenticato. Con un moccoletto s'era messo a frugare, e per quanto quella fosse la bottega di un gioielliere, non aveva trovato se non un paio di vecchie scarpe, in un angolo, in un altro una valigia usata, sopra un tavolo una lente d'ingrandimento e un poco più in là una bilancia di precisione. Nel fondo di uno scrigno di ferro, che doveva aver dato molto da fare per aprirlo c'era un mucchio di cartoccini di carta velina che certo erano stati pieni una volta ma ora parevano tutti vuoti, mezzi strappati e sfatti. Perdifiato, affondando scrupoloso la mano nel mucchio, credette di sentirne uno ancor pieno. Allora, per non perdere tempo, aperta la valigia, vi rovesciò dentro tutta quella carta, e, confidando nella fortuna, così carico di quel magro bottino prese la via dell'uscita. Ma il ritorno non era andato così liscio come si poteva sperare. Sotto un arco buio aveva fatto un incontro che per poco non gli era costato la pelle; perchè, mentre se ne andava tutto saltellante per la via più breve, due ombre si eran staccate da un angolo e gli avevano sbarrato il cammino. --Olà! diceva una voce rauca, d'uomo, tu prendilo per il collo e tiello fermo... E un'altra voce, che pareva di ragazzo, diceva: --Sbattilo al muro e io lo frugo. Perdifiato si sentì veramente mancare tutto il fiato che dopo tanto correre ancora gli rimaneva, e balbettò: --State boni ragazzi! Per chi mi prendete? Ma due mani possenti lo afferrarono per le spalle, e altre due mani gli abbrancarono il ginocchio, e Perdifiato, barcollando, sentì che quello che lo stringeva alla gamba cercava nell'ombra l'altro ginocchio, per agguantarlo, e non lo trovava. Intanto quello che lo teneva abbracciato - - , ! ; 1 ' . 2 3 , 4 , 5 , 6 . 7 8 - - ? . 9 . . . ' ? 10 11 - - ! ' , 12 , . . . ' ' . 13 14 - - ? - - . 15 16 - - , , , . ' 17 ' , . 18 19 : 20 21 - - , . . . 22 23 , 24 , , , 25 . 26 27 - - , , , 28 29 . , 30 , ' , , 31 , , 32 . . . , . 33 34 , , . 35 , 36 , ' . 37 38 , 39 . 40 , 41 . 42 . 43 , , , ; , 44 . 45 ' 46 . 47 48 - - , , ! 49 , . , 50 . . . 51 52 - - , , 53 ? 54 55 - - , , , 56 . 57 58 - - ? . 59 ? 60 61 ' , : 62 63 - - ! , ! 64 . 65 , . 66 67 - - ! , . 68 69 , 70 . 71 72 . , 73 , , . 74 75 - - ' ? . 76 77 . , 78 , , 79 , . 80 . 81 , 82 . 83 84 - - ? , . 85 ? , 86 , ? 87 88 - - ' ? ' ? , , 89 . 90 91 ' , 92 ' , . 93 94 - - , , . 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