posati, una fissità meravigliata li dilatava, e rimanevano così, fermi, senz'anima. Il suo viso giovane terminava in un mento aguzzo che ne sciupava l'ovale, e tradiva più che mai la larghezza della bocca leggermente tumida, tinta di un rosso scarlatto. Soltanto i suoi capelli erano veramente belli, ammassati in grosse trecce pesanti nerissime, con tanti riflessi azzurri. La voce di Odette era una bella voce squillante. Ma Silvina non amava la musica. I suoi occhi si posarono un poco più a lungo sulla sua vicina. Allora quella accostò ancora più a lei il suo sgabello, e sottovoce le disse: --La mia povera sorella aveva una collana proprio come la tua, con uno smeraldo tale e quale. Ma un giorno la smarrì e non fu mai più ritrovata... Tacque un momento, sorrise a Silvina che l'ascoltava benevolmente, e continuò: --La mia povera sorella aveva tante gioie, che furono tutte vendute dopo la sua morte. È morta giovane, mia sorella. Si è uccisa. Aveva tante altre collane con zaffiri e brillanti, diademi di perle, anelli e braccialetti d'oro. Era molto bella e tutti le facevano regali. Ma noi, qui! Non ci regala niente nessuno... Esitò un momento. Poi le domandò: --Tu non hai sorelle? Silvina rispose: --No, nessuna. La gavotta in quel punto diceva: -Voyez comme on danse- -la main dans la main.- -Allons en cadence- -Jousqu' au doux hymen!- La voce dello zio Stanislao, un po' rauca e stonata, s'era unita d'un tratto alla voce d'Odette. Gli ultimi due versi della strofe furono cantati con impeto, e il ritornello finale fu suonato di galoppo, senza accompagnamento di voci. Poi regnò nella stanza vicina un silenzio profondo, che nessun percettibile rumore turbò per un pezzo. Madama Humbert domandò a Silvina: --Non avrà paura, signora, a passare sola la notte lassù? Silvina sorrise. Veramente non si sentiva punto coraggio. Avrebbe preferito rimanere tutta la notte seduta in quella poltrona, anzichè coricarsi nel suo letto sola, lassù, in quella stanza isolata sotto i solai. Ma come fare? Quella debolezza la riempiva di vergogna. Non avrebbe osato confessarla a nessuno. Disse: --Cercherò di farmi coraggio... Incontrò nuovamente gli occhi della ragazza seduta accanto a lei, e le parvero, nella loro immobilità, pietosi. Ripetè: --Mi farò coraggio... E si alzò per andarsene. Ma allora anche quella si alzò, e, presale una mano, gliela accarezzò. --Perchè non rimani a dormire con me? chiese timidamente. Anch'io a dormir sola ho sempre tanta paura. Silvina rifiutò con un cenno del capo. Ma poi anche madama Humbert la pregò tanto, che alfine non seppe più negare a sè stessa la gioia di sottrarsi alla solitudine dolorosa di quella notte. Disse: --Per questa notte soltanto... E, fatto un inchino a madama, si lasciò condurre per mano. VIII. Non fu per quella sola notte. Fu per molte notti di seguito, finchè Silvio non ritornò bianco e smagrito dall'ospedale per riprendere il suo posto fra i vivi. Ma quella prima notte influì per sempre sull'avvenire di Silvina; fu in quella prima notte che il suo istinto si decise ad agire indipendentemente dalla ragione e dalla coscienza, e dalle circostanze che fino allora avevano dominato la sua vita; in quella prima sciagurata notte, abbandonata a sè stessa, Silvina rinnegò per l'ultima volta, irreparabilmente, padre e madre, tutto il suo passato, e oserei dire anche sè stessa, o almeno quella Silvina che noi tutti avevamo amata con tanta indulgenza. Io penso che la gente superstiziosa si raffiguri giustamente come spettri notturni i maligni spiriti, e li veda sempre intanati nel buio, in agguato sotto gli antri oscuri, nelle cave rovine dove non penetra mai luce di sole, e specialmente senta la loro presenza invisibile nelle notti d'uragano, quando il mondo intero è alla mercè delle tenebre. In quella sciagurata notte, uno di me meno scettico penserebbe che un maligno spirito s'insinuò nel cuore di Silvina e vi stabilì il suo dominio. Colei che s'era offerta come sua compagna di solitudine l'aveva condotta in una camera foderata di rosso, piena d'un profumo morbido e triste, male illuminata. Non c'era che un gran letto, poche sedie, uno specchio stretto e lungo in un angolo, con a fianco un piccolo tavolo coperto di tela bianca. Due bauli stavano semiaperti nel vano della finestra, e c'erano abiti e pezzi di biancheria sudicia sparsi in disordine qua e là, sulle sedie, in fondo al letto, appesi ai muri, come se chi abitava quella stanza fosse sul punto di raccogliere le cose sue e di andarsene via. Silvina si sentì subito triste, quando ne ebbe varcata la soglia. Ma la sua compagna le disse per confortarla: --Si sta tanto bene qui. Siamo lontane da tutti. Per ciò anch'io la notte ho un po' di paura quando sono sola. Ma in due? E la spinse dolcemente sul letto e l'abbracciò. --Mi piaci tanto! disse poi sorridendo e fissando su lei quei grandi occhi senza dolcezza. E le domandò:--Non ti dispiace se ti parlo con confidenza? Mi sembra di conoscerti da tanto tempo. Come ti chiami? --Silvina. --Silvina, soggiunse. E sai come mi chiamo io? Mi chiamo Soave. E quanti anni hai? --Diciotto anni, rispose Silvina. --Poco meno di me, disse Soave. Anche tu sei giovane. E sei sola? Silvina non comprese. La guardò perplessa, senza rispondere. --Sei orfana? domandò Soave. --No, disse allora Silvina, non sono orfana... --Come ti invidio! sospirò Soave. Io non ho avuto mai nè padre nè madre.... Soave curvò il capo e rimase così assorta per qualche minuto. Poi chiese: --Da quanto tempo stai con quel giovane? Silvina avrebbe voluto tacere, spegnere il lume, coricarsi in quel letto, non muoversi più per tutta la notte. Ma facendo uno sforzo rispose: --Da quattro mesi... --E sei fuggita con lui da casa tua? --Sì, rispose Silvina. --E ti vuol bene? --Sì, rispose ancora Silvina. --E ti dà molto denaro? Silvina abbassò la fronte e non rispose. Soave si alzò, andò dinnanzi allo specchio, si sciolse i capelli, prese un lapis rosso e incominciò a ritoccarsi le labbra. --Ah! bambina mia, esclamò, sono passata anch'io per la tua strada... Sembra che a tutto debba bastare l'amore, la prima volta. Ma poi, quando si vede che gli uomini sono tutti uguali, si dice:--Volete godere? E allora pagate... Le sue labbra erano ora perfettamente rosse. S'incipriò il collo e ritornò a sedere sul letto accanto a Silvina. Allora l'abbracciò, e posando il capo sulla sua spalla, le disse: --Non essere sciocca anche tu, come sono stata io. Non aspettare che lui si stanchi di te. Scegline un altro, di quelli che ti desiderano di più, e preferisci il più ricco. Non ti curare che sia bello. Noi, noi sì, anche quando sembriamo brutte, noi siamo belle. Ma gli uomini! Tutti schifosi a un modo! Ti piacciono a te, forse, gli uomini? Silvina ebbe un sorriso sdegnoso. Soave la strinse ancora più teneramente a sè e la baciò sulla bocca. Silvina ebbe un piccolo moto di disgusto e si pulì istintivamente le labbra. Soave la guardò stupita, e poi scoppiò a ridere, battendo allegramente le mani. --Non ti piace il rossetto? le domandò. Eppure è dolce come il miele. Perchè non ti tingi le labbra? Saresti mille volte più bella. La tua bocca è un poco pallida: così non piace agli uomini. E anche le tue ciglia sono troppo chiare: i tuoi occhi ci si perdono. Perchè non ti tingi gli occhi di nero? --Vedo, disse poi con un'intenzione di malizia, che non ti ha insegnato nessuno... Ora ti insegno io... E Soave corse a prendere il lapis nero, e il lapis rosso, il vasetto della pomata e lo scatolino della cipria, e, tutta ilare, costretta Silvina a voltarsi con il viso al lume, incominciò a dipingerla. Prima furono gli occhi. I chiari occhi di Silvina, i chiari occhi che mia madre baciava con tanto amore, che erano freddi ma casti, brillarono d'una strana luce nel cerchio nero che li chiuse intorno intorno alle ciglia. Da quel momento essi perdettero ogni pudore; non furono più gli occhi di una fanciulla. Poi fu la volta delle labbra, delle labbra che mia madre baciava con tanta purità, che erano cattive ma caste nel loro pallore malato, e divennero rosse, sbocciarono in una rosa purpurea e sensuale. La sua bocca divenne da quel momento impura; non fu più la bocca d'una fanciulla. Poi le dita leggiere di Soave spalmarono il viso di Silvina, il caro viso che mia madre accarezzava con tanta tenerezza, d'una pomata bianchiccia che rese la pelle liscia e lucida come seta, illuminando il suo pallore di strani riflessi di madreperla. Quindi sulla fronte, sulle gote, sul mento, sulla gola passò il piumino e vi posò un velo di cipria rosea, e la madreperla si annebbiò d'una opacità calda e vellutata, come l'alito caldo fa sullo specchio. Così fu distrutta Silvina nostra. Ella fu da quel momento un'altra Silvina. --Irriconoscibile! esclamava Soave, guardandola raggiante. Che meraviglia! Guàrdati! Guàrdati! E la trascinò dinnanzi allo specchio perchè anch'ella potesse ammirare l'opera delle sue mani, vedere quanto fosse mutata. E vi dico che Silvina non torse vergognosa gli occhi da quella sua triste immagine, non si rivoltò rabbiosa contro Soave per insultarla, non disfece inorridita quella turpe maschera che le deformava il volto, non si gettò in terra singhiozzando umiliata, ma sorrise con compiacenza alla Silvina che senza pudore le sorrideva dallo specchio e inchinò il capo da ogni lato per ammirare quanto giovasse al suo profilo la bocca così fortemente segnata. --È vero, disse, con una voce che non era la sua solita voce, una voce che vibrava tutta di commozione, è vero! Come sono diversa!... --E più bella! esclamò Soave. --Sì, disse Silvina, quasi più bella... Allora Soave le sciolse i capelli, affondando in quella seta morbida le sue mani come aveva fatto prima mia madre, come aveva poi fatto Silvio, e diceva: --Cara, cara... I tuoi capelli come sono dorati! Questi non occorre tingerli: sembrano raggi di sole, spighe di grano... Come sono fini! Quanti sono! Come pesano! Glieli accarezzò a lungo, mentre il suo viso si imporporava, chiudendo gli occhi per il piacere che le veniva dall'accarezzare quei capelli così morbidi e densi. E Silvina, ad occhi chiusi, si lasciava accarezzare. Si lasciò accarezzare, e, quando Soave le disse:--Lascia ch'io ti spogli!--lasciò che Soave le slacciasse l'abito viola e poi l'abito azzurro, disse semplicemente:--Avevo tanto freddo!--lasciò che cadessero ai suoi piedi la sottoveste bianca, i calzoncini orlati di pizzo, la camicina ch'era trattenuta appena da un nastro rosa annodato sulla spalla. Rimase così nuda nuda dinnanzi allo specchio, e soltanto quando, aperti ad un tratto gli occhi, si vide così nuda nello specchio, e vide Soave che la guardava estatica, con un piccolo grido si rifugiò nel letto perdendo nel salto le sue scarpette che volarono chissà dove. Ma Soave spense il lume e la raggiunse sotto le coltri, l'abbracciò stretta stretta e le disse: --Senti, senti, se la mia pelle non è più liscia della pelle di Silvio... Poi le disse: --Ora le mie labbra non ti faranno ribrezzo, perchè anche le tue sono dipinte. Senti se il rossetto non è dolce come il miele.... E la baciò sulla bocca. Poi appoggiò la sua testa sulla spalla nuda di Silvina, e dolcemente si addormentò: perchè Soave, Soave era innocente. Ma Silvina non si addormentò subito. Il cuore le batteva forte. Ella pensava con gioia, con una specie di dolorosa, di amara, di cattiva voluttà, che quel corpo tiepido, che era così strettamente allacciato al suo, non era il corpo di Silvio. Ed ella godeva d'un piacere ignorato, al pensiero che il suo letto di fanciulla era tanto lontano, che non si sarebbe mai più coricata in quel deserto candore. Pensava che anche il letto di Silvio era lassù, freddo e vuoto, sotto il solaio, in quella stanza tenebrosa su cui la pioggia piangeva le sue fredde e lamentose lagrime, e che ella, Silvina, non sarebbe mai più stata sola, perchè il suo pudore l'aveva abbandonata, quella specie d'impedimento fisico che la rendeva straniera a tutte le cose che non le appartenessero da lungo tempo. Da quel momento ella era perfettamente libera, tutto le apparteneva, tutto poteva prendere, fare suo. Non esistevano più ostacoli alla sua volontà, non più limiti, non più divieti. Buono era quel letto in cui stava coricata per la prima volta; e come un giorno aveva potuto addormentarsi senza il bacio di sua madre, così ora, tra poco, si sarebbe addormentata senza il bacio di Silvio. Quando fu giorno, Soave con una carezza svegliò Silvina. Il sonno era stato per entrambe un sereno riposo. Esse si guardarono sorridendo, e videro con gioia che un raggio di sole pallido filtrava attraverso le tende della finestra. Il nuovo giorno non era così triste come l'altro. Silvina si vestì in fretta, si pettinò, e quando fu vestita e pettinata Soave le mise in capo uno dei suoi cappellini di feltro, le attorcigliò intorno al collo una volpe azzurra, e Silvina uscì nel mattino tutto ridente di solicello per andare all'ospedale. L'ospedale era un gran palazzo di pietra grigia. Le strade su cui si affacciavano le file interminabili delle sue finestre puzzavano tutte di cloro. La pioggia non aveva spazzato via quel tanfo nauseabondo, non aveva lavato le sue mura sudicie. Nell'andito una vera moltitudine di miserabili si pigiava in silenzio, e Silvina dovette attraversare quella folla prima di arrivare alla porta. Un corridoio nudo e lunghissimo, attraversato di quando in quando da qualche suora di carità, si presentò dinnanzi a lei, ed ella dovette percorrerlo in tutta la sua lunghezza, e vedere, attraverso le sue cento porte aperte, file e file di letti bianchi, popolati di bianchi fantasmi, per entrare infine in una corsia squallida come tutte le altre. Chiese timidamente di Silvio. Fu portata dinnanzi a uno di quei volti mostruosi, e riconobbe Silvio con un senso di repulsione invincibile, come se non lo avesse mai veduto prima di allora, come se fosse un altro uomo. E Silvio la guardò con le sue ardenti pupille, e non la riconobbe. Ella potè così fermarsi soltanto un istante dinnanzi a quel letto, udire appena il rantolo che usciva dalla gola strozzata dell'infermo, e senza rivolgergli una parola, senza sfiorargli la fronte con una carezza, senza compiere nessuno di questi pietosi doveri, potè fuggirsene via, e sottrarsi al pensiero che quelle labbra gonfie e violacee ella le aveva baciate, e quelle gote, trasudate livide irsute, le aveva carezzate, aveva toccati quei capelli aridi, sorriso a quegli occhi insensati. La giornata invernale era povera povera di sole. L'azzurro del cielo sembrava un'illusione di sereno. Ma a Silvina, quando uscita dall'ospedale si sentì presa in quel solicello, sotto quel cielo timido, sembrò di camminare per le vie di un paradiso primaverile, tutto luce, serenità, gaudio. IX. Ad un angolo di strada, in un giardino tutto di palme incappucciate, Silvina vide una serra piena di fiori, e comprò un gran mazzo di rose rosse, che sembravano sbocciate allora nel più tepido sole di maggio. Stringendosi al seno quelle rose, tutta così stupendamente fiorita, attraversò mezza città, salì le scale della sua casa, ed entrò in quella stanza dalla quale la sera innanzi era uscita tremando. Quantunque per l'abbaino piovesse un po' di sole, quella stanza non le sembrò meno squallida. Ma il color vivo delle rose riscaldò con i vaghi riflessi di una aurora il candore nudo di quei muri. Poco dopo la porta lentamente si socchiuse, e Silvina, sorpresa e intimidita, vide apparire fra i due battenti la faccia gialliccia dello zio Stanislao. Senza attendere un suo invito, egli si fece avanti a piccoli passi di danza, e, baciandole umilmente la mano, le domandò: --Mi perdonate, signora? Il tono della sua voce era così dimesso, i suoi modi così modesti, che Silvina non potè fare a meno di perdonarlo con un breve sorriso. Gli indicò una sedia, ed egli subito pronto a quel gesto si sedette, mentre Silvina, sedutasi dinnanzi a lui, lo contemplava con uno sguardo pieno di studiata indifferenza, così freddo ed estraneo che il poveretto si sentì d'un tratto mancare la voce. --Signora, disse alfine, balbettando, vi chiedo scusa se ho osato salire quassù senza il vostro permesso. Ma Silvio non vi parlò mai del principe Stroztki, suo amico? S'interruppe, e poichè Silvina ebbe assentito con un lieve cenno del capo, s'inchinò e soggiunse: --Il principe Stroztki sono io... Pronunciate queste parole, egli abbassò gli occhi modestamente ed attese. Silvina ricordava benissimo quel nome, e ciò che Silvio le aveva detto di lui, e cioè che, avendola ammirata all'Alhambra, l'aveva paragonata ad una viola mammola. Ma dovette compiere uno sforzo per scartare l'immagine dello zio Stanislao, che fino a quell'istante ella aveva considerato con un senso di invincibile ironia, e sostituirla con l'immagine ben altrimenti rispettabile e interessante di un principe. Silvina aveva scoperto allora allora il trucco del parrucchino nero che stava leggiadramente posato sulla fronte di Stanislao, e pensava di vedere la sua testa brillare d'un tratto denudata da un colpo di vento; la sua testa tutta pelata, che doveva essere tonda gialla e liscia come il suo viso. Non s'era mai incontrata con un uomo simile, che non avesse un pelo in faccia, così irrimediabilmente calvo, nonostante quella perfetta parrucca, e così giallo da non parer fatto di carne, ma impastato di una carta pesta ingiallita. Poteva avere qualunque età, fra i trenta e i sessanta anni; eppure, piuttosto che d'un vecchio, aveva l'aspetto di un uomo non finito, d'un burattino al quale, passata sul viso una prima mano di vernice e incollata in fretta sul tondo della zucca una parrucchetta di peli neri, senza appiccicargli nè sopracciglia, nè ciglia, nè baffi, nè barba, e dare alle sue labbra e ai suoi pomelli una spennellata di rosso carnicino, fosse stato mandato per il mondo, a vivere in compagnia d'altri burattini tutti rifiniti per bene. Il sarto, sì, aveva compiuto perfettamente l'opera sua, vestendolo con abiti di un taglio, come si dice, irreprensibile e secondo l'ultimo figurino; alti colletti a pizzi rotondi, cravatta di seta colorata, biancheria finissima immacolata di seta, tutto tirato a lucido, e infine scarpine con tomaie di pelle di un delicato color tortora, che stringevano il suo piede sottile e lungo come in un guanto. Ma una volta scoperto che quel burattino era un principe, bisognava riconoscere che non sarebbe sembrato un vero principe se non avesse avuto quell'aspetto di burattino. Gli antichi videro metamorfosi ben più stupefacenti di questa. E se Mirra potè mutarsi in pianta, e Nictimene in gufo, e Niobe in roccia, a maggior ragione potè lo zio Stanislao, agli occhi di Silvina, mutarsi in un principe, la cui calvizie altro non fosse se non un indizio dell'antichità della razza, stanca ormai di produrre tanti principi polacchi tutti adorni delle più sontuose zazzere d'Europa. Mentre in Silvina avveniva una così ardua revisione della sua persona ridicola, il principe Stanislao pensò che fosse inutile procrastinare di qualche minuto ancora il momento in cui, divenuto insostenibile quel silenzio che durava già troppo tempo, egli avrebbe dovuto in ogni modo parlare, confessando a Silvina la segreta ragione di quella visita. Egli dunque chiamò a raccolta tutti i suoi spiriti coraggiosi, e composto il gesto in una specie di ieratica immobilità, abbassò il capo per non vedere come Silvina avrebbe accolto le sue parole. Quindi con voce velata di commozione disse: --Silvina, sono venuto per confidarvi un segreto: un segreto così grave, che da esso dipende tutta la mia vita. Se sentiste, Silvina, (e si premette una mano sul cuore) come il mio cuore batte in questo istante, sono certo che credereste subito a quanto sto per dirvi, senza dubitare mai mai che io possa fingere o mentire. Così come mi vedete, non più giovinetto, ho ancora l'anima semplice d'un fanciullo. Sì, ho anch'io vissuto intensamente, ho amato e sono stato amato, ho viaggiato molto, e, frequentando uomini e donne d'ogni razza, posso dire d'avere più d'ogni altro un'esperienza assai estesa del mondo. Ma io vengo da un paese freddo, dove l'ingenuità è degli uomini oltre che dei fanciulli, e perciò ancora oggi soffro di una ingenuità quasi infantile. La mia prima giovinezza trascorse tutta tra severe regole, nell'isolamento assoluto di un vecchio e tetro castello lituano. La solitudine di quegli anni influisce ancora su molti lati del mio carattere. In ogni caso io sono incapace di mentire, così come sono incapace di nascondere i palpiti del mio cuore; e quando il mio cuore parla, sono incapace di tacere. Mi promettete almeno, Silvina, di ascoltarmi con benevolenza, e di giudicare poi non tanto le mie parole, quanto le mie intenzioni? Sì, Silvina, soggiunse con un tono di voce più bassa, ciò che io sto per dirvi è molto grave. Tutto dipende da voi... Silvina, senza distrarsi dallo studio accurato della persona del principe, lo ascoltava con un vago senso di noia. Ma a quel mutamento di voce, che egli fece improvvisamente, ebbe un breve palpito di paura e domandò: --È di Silvio che volete parlare? Il principe scosse il capo negando e sorrise con malinconia. --No, Silvina, soggiunse, io non debbo darvi nessuna grave notizia di Silvio. Spero che Silvio non corra nessun pericolo, ma non senza dolore vedo ora come voi lo amiate. Forse sarebbe più prudente per me che io rinunciassi senz'altro a parlarvi... Forse commetto una pazzia, giuoco disperatamente la mia felicità. Ma come potrei ora andarmene, senza sembrare ai vostri occhi il più ridicolo degli uomini? Ascoltatemi, dunque, e siate buona con me. Dovete sapere, Silvina, che da quella sera, in cui vi vidi per la prima volta all'Alhambra, la vostra immagine non mi ha più abbandonato. Considerate fino a che punto la nostra felicità sia alla mercè del caso! Chi può non credere alla fatalità? Mille volte, incontrando una donna non mai veduta prima in nessun luogo, ho esclamato:--È lei, è lei quella che ho sempre sognato d'amare! La sola che potrebbe rendermi felice! Ma, dopo averla ammirata per tutta una sera, dopo aver costruito progetti su progetti, fantasticando di tutto il mio avvenire, quella donna, com'era apparsa improvvisamente sul mio cammino, così improvvisamente scompariva, e per quanto cercassi, non riuscivo più a rintracciarla. Sempre, sempre, tutte sono scomparse, come se il destino, dopo avermele spinte incontro per tentarmi con la loro presenza, poi subito se le riprendesse, riportandole via, lontano da me, per modo che io non potessi mai più rivederle. Debbo dirvi, Silvina, che ho temuto anche per voi la stessa sorte? Quando interrogai Silvio ed egli mi disse:--È mia moglie...--sentii che la sua gelosia avrebbe provveduto a tenermi lontano da voi forse anche più di quanto non avesse fatto il destino per tutte le altre; e rassegnato rinunciai ad ogni mia speranza. Ma, ieri sera, incontrandovi inaspettatamente una seconda volta, pensai (debbo confessarlo, Silvina?), che io avevo disperato del destino forse nel momento stesso in cui era pronto a soccorrermi... Il principe parlava con voce uguale, commossa. Silvina pensava:--Come è lungo! E per quanto non tradisse alcun pensiero, era impaziente e curiosa di giungere alla conclusione. --Mi ascoltate, Silvina? domandò il principe ad un tratto. Ella accennò di sì, e il principe continuò: --Da principio credetti di essermi ingannato. Come potevate essere voi, proprio voi, in quella casa? Quelle ragazze mi chiamano lo zio Stanislao, perchè io le tratto con confidenza, come un vecchio amico. Ma non giudicatemi male, Silvina. Io sono un uomo debole, ma non un libertino. Cerco di sfuggire allo spleen unendomi a qualche allegra compagnia, senza per questo abbandonarmi al vizio. Del resto ognuno prende un'ora di spensierato oblio, un attimo di piacere, là dove li trova. Da questo lato la casa di madama Humbert è migliore di tante altre. Ma voi? Eppure, passato il primo momento di dubbio, ebbi la certezza di non avervi confusa con nessun'altra donna. No. Eravate voi, proprio voi, seduta in quella poltrona rossa, in compagnia di Odette e di Manon, di Mimì, di Soave. E Silvio? Ammalato. E voi? Sola. Lo credete? Rimasi così profondamente turbato da questo incontro che quando Odette volle trascinarmi nell'altra stanza perchè l'accompagnassi al piano, non ebbi la forza di rifiutarmi. Così, mentre non avrei mai più voluto allontanarmi da voi, fui costretto a rimanervi tutta la sera lontano. Ma quali sofferenze, dopo! Una voce interna mi diceva:--Meglio così, Stanislao, meglio averla sfuggita! E un'altra voce diceva:--Vile, vile! Odette ha potuto separarti da lei ancora una volta. Tu perderai anche questa, e poi incolperai il destino di non averti aiutato. Vergognati, Stanislao! E allora io riconobbi in questa seconda voce la vera voce del mio cuore, la voce dell'anima mia... Giunto a questo punto critico del suo discorso, egli si arrestò impaurito dal pensiero che oramai non era più possibile divagare ancora. Levando per un attimo gli occhi su Silvina, la vide, rannuvolata, posare su di lui uno sguardo freddo ed ironico. Il suo silenzio e la sua immobilità lo spaventarono, ma pensò che gli era ormai impossibile indietreggiare. Allora, come uno che, dopo essersi tenuto per lungo tempo con inauditi sforzi in equilibrio sull'orlo di un precipizio, d'un tratto disperatamente si abbandona, il principe chiuse gli occhi e disse: --Per aver ubbidito a quella voce, Silvina, io mi trovo ora qui, dinnanzi a voi. Credete che non veda come la mia situazione sia piena di pericoli, nello stesso tempo dolorosa e ridicola? Ebbene, ora vi domando:--Silvina, siete veramente la moglie di Silvio? Siete almeno la sua fidanzata? E se non siete nè moglie nè fidanzata, è vero che amate Silvio teneramente? E se neppure lo amate con passione, lo amate almeno per capriccio? E se questo capriccio fosse finito, permettereste ad un altr'uomo di occupare un posto nel vostro cuore? Pensate, Silvina, pensate quanto questa vita sia indegna di voi! (e con un gesto egli abbracciò la miseria di quella stanza). La vostra bellezza esige ben altra cornice. Voi potete avere tutto ciò che desiderate da un uomo che vi adora... Pronunciando con forza queste parole, il principe Stanislao cadde in ginocchio ai piedi di Silvina. Ma prima che egli avesse toccato terra, Silvina s'era alzata, e saettava sulla sua testa prona i fulmini di uno sdegno che le riempiva gli occhi di lampi. Egli udì la sua voce sarcastica che diceva: --Perchè Silvio non è qui per rispondervi? Poi udì il suono di un riso beffardo, e la voce di Silvina che diceva: --Alzatevi! Siete un principe, voi? Ma quand'egli infine si decise a sollevare il capo per alzarsi in piedi, vide che Silvina non rideva più. --Ciò che mi proponete è infame!--esclamò Silvina con voce rotta dall'affanno. E balbettando:--Uscite! uscite! si abbattè sulla sedia e, nascosto il viso, scoppiò in un tumulto di lacrime. Il principe Stanislao scosse desolato il capo. --Silvina, Silvina, sospirò, voi non mi avete compreso... Poi, tesa timidamente la mano, le sfiorò il capo con una lieve carezza. --Addio, disse. Ricordatevi... in ogni circostanza della vita... potete contare... su me... E in punta di piedi, senza più voltarsi indietro, se ne andò. Non appena egli ebbe varcata la soglia dell'uscio, Silvina raddrizzò il capo, e rise da sola, a lungo. Il suo viso non aveva traccia di lacrime. Le sue ciglia erano perfettamente asciutte. Quindi si alzò, andò a vedere nello specchio se quella scena di finta disperazione, che ella aveva recitata come nei vecchi drammi, le avesse sciupato il contorno rosso delle labbra, il contorno nero degli occhi. Ma, la sera, prima di addormentarsi col capo dolcemente posato sul suo seno, Soave le disse: --Come sei fortunata tu, Silvina. C'è Odette che aspetta da un anno che lo zio Stanislao la prenda con sè. Non sai quanto è ricco? Avresti carrozza, cavalli, servitori, una bellissima casa con tutti i mobili nuovi, dove potresti dare dei gran pranzi... Vestiti, pellicce, gioielli, quanti tu ne volessi... E poi chi ti impedirebbe di sceglierti un bel ragazzo, magari di tenerti Silvio, se preferisci per forza un uomo alla tua piccola Soave? Lo zio Stanislao è brutto, ma il mondo è pieno di bei giovani, anche più belli di Silvio. E tu hai rifiutato? Soltanto Odette può ringraziarti. Povera Odette! Ha già più di trent'anni... X. Silvio, caduta che fu la febbre, passò dieci giorni disperati. Qualcuno gli disse che una mattina, quand'ancora aveva il delirio, una ragazza era venuta a visitarlo, si era trattenuta pochi minuti accanto al suo letto e poi se ne era andata via. Ma da quel giorno nessuno si era più presentato in corsia a cercare di lui, nè quella ragazza, nè altri. Silvio avrebbe voluto lasciar subito l'ospedale, ma i medici glielo vietarono. Pregò, pianse, si dichiarò guarito, ma tutto fu inutile. Dovettero passare dieci lunghi giorni prima che l'infermiere gli restituisse i suoi abiti, dicendogli che, volendo, se ne poteva andare. Veramente egli si reggeva a stento in piedi, era pallido come un morto, e doveva ogni momento chiudere gli occhi per non cadere di peso in terra colpito dalle vertigini. Pure a denti stretti si tenne su, inghiottendo amaro per soffocare la nausea, pronto a morire piuttosto che prolungare anche di un istante quell'angoscia morale, peggiore d'ogni male fisico, nella quale viveva disperato da tanti giorni. Appoggiandosi, dall'una all'altra, alle spalliere dei letti, rispondendo con dei fiochi addii ai saluti che raccoglieva da ogni ammalato, potè raggiungere il corridoio, e poi scendere le scale e uscire nell'atrio. Era l'ora dell'imbrunire. Trovò fuori un discreto crepuscolo che non ferì i suoi sensi malcerti, un'aria umida che non gelò la sua carne già fredda. Ringraziò Iddio che, creando la luce, aveva creato l'ombra, nella quale ora egli avrebbe potuto passare inosservato, senza che tutti gli stranieri nei quali si sarebbe incontrato fossero costretti a considerar pietosamente il suo stato, il suo viso bianco e scarno, i suoi occhi sparuti, lo stento con cui muoveva i passi, il tremito delle sue membra addolorate sotto quei panni miseri, l'affanno che gli toglieva il respiro. Egli riconosceva a mala pena i luoghi che attraversava, e gli pareva che quelle case, quei crocicchi, quelle piazze, quei giardini, fossero gli stessi che egli aveva veduto prima e per tanto tempo, ma che in quei venti giorni, che era rimasto assente, fossero stati spostati da un luogo ad un altro, e mutate le loro dimensioni, certe case rialzate di alcuni piani ed altre invece ridotte a metà; i monumenti gli parevano ingranditi, con piedistalli più alti e quadrati, e le figure delle statue atteggiate bizzarramente in gesti che non erano i soliti; la gente, i veicoli, la disposizione delle botteghe illuminate, tutto sembrava denotare nei cittadini abitudini nuove nel modo di frequentare le strade, di raggrupparsi in questo o quel punto, di occupare i marciapiedi e le cantonate, di regolarsi nei riguardi della città. Per esempio la casa dove egli abitava, dove Silvina forse lo stava aspettando, dove forse Silvina era ammalata, dove forse anche Silvina non lo aspettava più, gli era sempre sembrata molto vicina all'ospedale, tanto da potervi giungere in pochi passi. Invece non faceva che svoltare cantoni, attraversare piazze, e la sua casa era sempre lontana. Finalmente la vide in fondo al largo d'una strada, con la sua facciata rossastra, quadrata, enorme, tutta bucata di finestre nere o gialle. Poi che fu entrato nel portone, gli rimanevano da salire sette faticosi capi di scale. Passando dinnanzi allo sgabuzzino illuminato del portinaio, attraverso i vetri vide il buon Fortunato curvo sopra una vecchia ciabatta su cui picchiava a gran forza con un martello; bussò contro i vetri con la punta di un dito e lo salutò. Quello rimase col martello aizzato a mezz'aria, a guardarlo meravigliato, poi rise allegramente e gli gridò:--Ben tornato, signor Silvio! è guarito bene? ho piacere, ho piacere!--E Silvio s'incamminò per le scale con il cuore che gli pesava addolorato, perchè se Silvina fosse stata ammalata costui non avrebbe riso allegramente a quel modo, ma si sarebbe alzato con un viso malinconico, per dirgli:--Sa, signor Silvio, la signorina è stata malata, ma quello che abbiamo potuto fare lo abbiamo fatto per lei... Silvina, invece, non era malata, e nulla di nuovo le era accaduto in quei giorni maledetti, e perciò, se lo aveva abbandonato solo nel suo letto di ospedale, senza portargli nè il conforto di un sorriso, nè il balsamo di una carezza, abbandonato come un cane, dimenticato come uno straniero, non doveva temere per lei, ma soltanto commiserare sè stesso, riconoscendo crudelmente ch'ella lo aveva abbandonato e dimenticato soltanto perchè non le importava nulla di lui, che vivesse o morisse, che potesse consolarsi o disperarsi nel sentirsi solo e abbandonato in quel ricovero di derelitti. Egli era stato sul punto di morire, e non solo se ne sarebbe andato senza rivedere nè sua madre nè suo padre, che ne sarebbero certamente morti di dolore, ma senza che Silvina neppure sapesse che egli moriva, che la loro vita stava per essere troncata d'un tratto, tutti i loro sogni distrutti, il loro amore finito per sempre. Un giorno forse, dopo chi sa quanto tempo, non vedendolo mai più ritornare, Silvina si sarebbe presentata alla porta dell'Ospedale, e avrebbe chiesto che cosa fosse accaduto di un ammalato di nome Silvio, al quale corrispondeva il tale numero di letto. Avrebbero sfogliato sotto i suoi occhi un gran registro con tante cancellature e croci, e fermando l'indice sopra un nome le avrebbero detto:--È morto. Poi le avrebbero chiesto se era lei la sorella o la moglie, perchè in tal caso le avrebbero consegnato i suoi abiti. E Silvina, nè moglie nè sorella sua, ma più che moglie e sorella, la creatura tanto amata, se ne sarebbe andata senza un sospiro, senza una lacrima, e certo sulla sua tomba non avrebbe portato neppure un fiore. Come ebbe salite le lunghe scale, con uno sforzo accelerò il passo e il ballatoio lo fece quasi correndo. Con il cuore che gli mancava, posò la mano sull'uscio e l'aprì. La stanza era semibuia e deserta. Egli cercò febbrilmente una candela, l'accese, ed esausto cadde disteso sul letto. Rimase così alquanto tempo, immobile, senza pensiero. Non vedeva, non udiva nulla. La fiammella della candela era fioca e agitata. Faceva tante ombre agitate sulle pareti. Quando finalmente risollevò il capo e si guardò intorno, Silvio vide innanzi tutto gli abiti di Silvina appesi in un angolo, e ne ebbe un palpito di gioia. Il suo cuore fu così alleggerito del peso che più lo opprimeva, poichè il pensiero che lo aveva tormentato fino a quell'istante con maggior pena, quantunque egli cercasse sempre sempre di tenerlo lontano, di soffocarlo, di rinnegarlo, era che Silvina fosse fuggita, chi sa dove, ritornata a casa sua, innamorata di un altro, stanca, incapace di sopportare la solitudine e la miseria di quella vita. Allora veramente, quando quel pensiero si insinuava fra le mille altre idee dolorose che si agitavano in lui, egli si sentiva perduto, come se fosse per mancargli l'ultimo spiraglio di luce in un mondo che già gli appariva tutto paurosamente fosco. Ma poichè i suoi abiti erano là ancora appesi nel solito angolo, e non soltanto gli abiti, ma sul tavolo, in un secchiello di legno, c'era un mazzo di gigli ancora freschi, e sopra ogni mobile le piccole cose sue e di Silvina come le aveva lasciate, Silvina non era certamente fuggita, ed egli fra poco, subito forse, avrebbe udito il suo passo nel corridoio avvicinarsi leggiero come sempre, e poi l'avrebbe riveduta, lei, lei, Silvina, non quell'immagine di lei, quel crudele fantasma che lo visitava in sogno da tante notti, inafferabile ed ostile, ma proprio lei viva, come l'aveva posseduta un giorno. E non potendo reggere all'impeto della commozione che suscitò in lui questa certezza, egli pianse con il viso affondato nei cuscini, dirottamente, a lungo, versando in lacrime tutta la amarezza di quei giorni e di quelle notti di disperazione. Solo quando ebbe ritrovato un po' di calma, Silvio pensò come quell'incontro imminente e tanto desiderato sarebbe stato penoso, quanto egli avrebbe forse dovuto ancora soffrire, e come invece sarebbe stato felice se fosse rientrato in quella stanza con lei, appoggiato al suo braccio, dopo aver fatta insieme la lunga strada dell'ospedale. E arrivati lassù, ritrovandosi finalmente soli, si sarebbero abbracciati con tenerezza infinita, e il bacio che allora avrebbe unito le loro labbra sarebbe stato dolce come il primo bacio d'amore. Ora invece era là, solo, senza sapere nemmeno quale Silvina gli si sarebbe mostrata fra poco, se la sua cara Silvina d'una volta oppure un'altra Silvina, disamorata, indifferente. Avrebbe dovuto interrogarla, mostrarsi sconfortato, addolorato, deluso, dubitare delle sue parole, se ella, provando pietà e rimorso nel vederlo così fisicamente disfatto, così triste e sconvolto, avesse cercato di giustificarsi, di rassicurarlo, di confortarlo anche; e quanto più ella si sarebbe mostrata espansiva, tenera, premurosa, afflitta, pentita, più egli avrebbe dovuto pensare che Silvina, sentendosi colpevole, cercava ora di riabilitarsi ai suoi occhi mentendo, trovando scuse di cui egli avrebbe indovinato subito la falsità e l'inconsistenza. Ma forse ella non avrebbe nemmeno cercato di giustificarsi, di mentire, per ottenere il suo perdono. Forse Silvina gli avrebbe confessato crudelmente la verità, e cioè che, non amandolo più, le riusciva affatto indifferente che egli l'accusasse ora d'averlo trattato come un estraneo, d'essere stata cattiva ed ingrata verso di lui. Ma Silvio potè mutare cento volte pensiero, distruggere una dopo l'altra tutte le sue supposizioni e trovarne sempre delle nuove, poichè Silvina non rientrò che assai tardi. Udì, prima del rumore dei suoi passi, la sua voce lontana, nel corridoio, che fresca ed ilare diceva a qualcuno, la cui presenza non era manifesta se non per via di quelle parole:--Arrivederci a domani! addio! addio!--e poi la udì avvicinarsi saltellando, e finalmente l'uscio si aprì. Alla luce fioca della candela Silvio vide che ella aveva le spalle fasciate da una pelliccetta grigia, un cappellino grigio sul capo, un mazzo di garofani in braccio. Poi vide il suo viso tutto colorito, e la sua bocca rossa, e i suoi occhi grandi e neri, e pensò subito di avere la febbre, se il viso di Silvina gli appariva così esageratamente acceso, la sua bocca così rossa, i suoi occhi così profondi e ingranditi. Silvina ebbe un piccolo grido di paura scorgendo inaspettatamente l'ombra sua nera distesa sul letto, poi non potè vincere un moto di stupore e di contrarietà, e, corrugate le ciglia, rimase ferma dinnanzi alla porta, a guardarlo. Silvio s'era sollevato sulla sponda del letto, e si sentiva ora la gola stretta da un nodo, e in tutta la persona era scosso da un tremato convulso che non riusciva a dominare. Non ritrovava nella sua mente confusa un solo pensiero, una sola parola per Silvina. Non sapeva che cosa sarebbe accaduto di lui qualora avesse tentato di muoversi o di parlarle. Ma finalmente Silvina si scostò dalla porta e si fece in mezzo alla stanza. Posò sul tavolo i fiori, si tolse la pelliccia e il cappello, si aggiustò i riccioli sulla fronte e sulla nuca, quindi si rivolse a lui e freddamente gli disse: --Credevo che tu fossi morto... Silvio si sentì prima agghiacciare tutto, poi avvampare d'una fiamma che gli serpeggiò con un brivido caldo da capo a piedi, e gli dette improvvisamente una forza meravigliosa. Si alzò d'impeto, mosse due passi verso Silvina, le prese una mano e con voce soffocata le gridò: --Morto! Morto! Credevi ch'io fossi morto! Speravi ch'io fossi morto! Credevi di esserti liberata per sempre di me! Ebbene no! Non sono morto! Come mi vedi sono vivo, e presente, vivo, vivo, vivo!... Perchè non sei venuta a convincertene prima, che io non ero morto? Oh sì, certamente, potevo anche morire! Sono stato per giorni e giorni sospeso a un filo di vita. A quest'ora potrei anche essere sotterrato. Ma per te, che cosa poteva importare? Silvio respinse con violenza la mano di Silvina, mentre Silvina cercava di scioglierla dalla stretta delle sue mani. --Sei pazzo! sei pazzo! gemette con un filo di voce, mentre indietreggiava guardandolo spaventata. --Pazzo? domandò Silvio ridendo convulsamente. Vuoi farmi credere che deliro, che sragiono? Ah! sì, potrei anche esserle impazzito, soggiunse poi amaramente, poichè non mi hanno lasciato morire! Ma dimmi: se ti ricordo che sono stato per venti giorni e venti notti abbandonato come un cane in un letto di ospedale, solo, senza una tua parola di conforto, senza un tuo pietoso aiuto, solo, solo, a struggermi di angoscia, se ti ricordo questi venti giorni di martirio, mi dirai ancora che sono pazzo? Tu sei bene Silvina. Io sono pure Silvio. Per quanto la follia mi abbia rovesciato il cervello, non crederò di essere insensato a tal punto da scambiare un'altra donna con te, e un altr'uomo con me stesso. Dunque io sarò forse impazzito, ma la verità rimane quella che è, come se io fossi perfettamente lucido e sano! Si sentì mancare il respiro, vacillò, cadde riverso sul letto e rimase immobile, respirando affannosamente. Durò un lungo silenzio, in cui non si udì che il suo rantolo soffocato. Poi Silvina gli si avvicinò e gli domandò sommessamente: --Silvio, Silvio, di che cosa sono dunque tanto colpevole? Non ricordi d'avermi tu stesso ordinato, quando venni a visitarti e deliravi, di non ritornare mai più all'ospedale, finchè tu non fossi guarito? L'anima abbuiata di Silvio si illuminò a quelle parole di un'improvvisa luce. Sollevò il capo e rimase per qualche minuto attonito, con lo sguardo fisso a terra. Quindi lentamente lo levò su Silvina e, incontrati i suoi occhi pieni di umiltà e di dolcezza, le domandò: --Io? Io te l'avevo ordinato? Silvina assentì col capo ed egli era troppo confuso, troppo agitato per vedere come gli occhi di lei, nel momento in cui il capo si piegava por assentire, stornassero da lui le pupille per sfuggire alla fissità del suo sguardo. A Silvio bastò quel breve cenno per sentirsi disarmato e felice. Egli non ricordava nulla dei giorni del suo delirio; ma quella spiegazione, la sola alla quale nel suo lungo fantasticare non avesse pensato, corrispondeva indubbiamente alla verità. --Ma come? Quando? domandò a Silvina con il viso illuminato da un sorriso di gioia. E allora Silvina, compiacente, gli si sedette accanto sulla sponda del tetto, e, abbandonandogli le mani che egli incominciò a coprire di baci, gli raccontò: --La mattina del secondo giorno io venni a vederti. Si penò molto prima di trovare il tuo letto, e mi fecero attraversare tante corsìe e mi mostrarono tanti di quei disgraziati, chiedendomi sempre se eri tu, che io cercavo. Finalmente ti trovammo. Povero piccolo! Eri quasi irriconoscibile. Il male ti aveva deformato il viso come una maschera. Deliravi e sembrava che nemmeno ti accorgessi della mia presenza. Io ti chiamavo, e tu non rispondevi. Soltanto per un momento mi guardasti sorridendo e presa la mia mano, mi dicesti:--Non ritornare più, mai più. Questo luogo è orrendo. Non voglio che tu mi veda così. Quando starò meglio ti manderò a chiamare. Poi chiudesti gli occhi, e ricominciasti a vaneggiare. Allora io me ne sono andata. Avrei voluto disubbidirti, e ritornare. Ma poi pensavo che ti sarebbe dispiaciuto, e speravo che da un giorno all'altro mi avresti mandato a chiamare. Come ti ho aspettato, Silvio mio! E tu? Credermi capace di dimenticare il mio Silvio? È questo tutto il bene che mi vuoi? Silvio se la tirò stretta stretta sul cuore e mormorò supplichevole: --Perdonami, Silvina, perdonami... Non mi ricordavo di nulla... E allora Silvina, continuò: --Tu sì, mi hai abbandonata qui, sola, senza nessuno, senza danari, senza un aiuto... Il tuo piccolo gruzzolo è finito presto. Non bastò per tre giorni. Non hai mai pensato, tu, che io potevo morire di fame? Credimi, Silvio, non hai sofferto tu solo. È stata una grama vita la mia di questi giorni, e non so che cosa sarebbe avvenuto di me, se dei vicini pietosi non mi avessero aiutato. E anche la nostra vita di tutti questi mesi è stata una grama vita, Silvio mio! Perchè dovrei nascondertelo? Bisogna che tu pensi ora seriamente a cambiare questo stato di cose tanto penoso. Così, non potremo mai essere felici. --Sì, sì, piccola santa, mormorò Silvio umiliato, questa miseria deve finire. Era disfatto. Si spogliò lentamente, ripetendo ogni tanto:--Deve finire, deve finire...--e si coricò, pregando Silvina di rimboccargli bene bene le coperte intorno al corpo, perchè lo riprendeva un gran freddo. Tutti i dubbi, tutte l'angosce di poco fa erano svanite, ma non si sentiva perciò meno inquieto e infelice. Ora un altro pensiero lo tormentava, un pensiero anch'esso doloroso e assillante, ed era quello dell'indomani, del modo come avrebbe risolto il problema della loro esistenza quotidiana, perchè Silvina era stanca stanca di patire quella miserabile vita, ed egli non vedeva come avrebbe potuto mutarla. Bisognava trovare del denaro, prima ancora di pensare di trovare una qualsiasi occupazione remunerativa. Egli stesso aveva bisogno di abiti invernali, per evitare che, ai rigori dell'inverno, il suo corpo ora così debole ricadesse ammalato. Silvina poi era una donna, e non poteva rinunciare a tutti i piaceri della vita, ad ogni eleganza, ad ogni svago; ed egli invece non era in condizione di offrirle neppure il necessario per vivere senza soffrire mortificazioni e rinunce continue. E Silvio, fingendo di dormire, ad occhi chiusi, cercava cercava inutilmente una via di salvezza. Sperare in suo padre era assurdo. Sua madre, se pure lo avesse osato, avrebbe potuto dargli ben poco aiuto. Su vere amicizie non poteva contare. Ed egli non vedeva nulla e nessuno su cui fermarsi sia pure con una vaga speranza. Dopo un poco udì Silvina che si spogliava, senti il fruscio dei suoi abiti che le cadevano di dosso, il rumore dei suoi pettini che ella posava sul cassettone, e poi un rumore più secco e duro, che gli ricordò la collana dallo smeraldo che ella portava sempre al collo. Un'idea strana e pericolosa si affacciò alla sua mente, che scartò subito con indignazione. Sentì che Silvina soffiava sulla candela, e infatti quel po' di luce debole debole, che filtrava attraverso le sue ciglia chiuse, si spense. Sentì poi Silvina coricarsi al suo fianco, all'altra estremità del letto, e non osò muoversi per avvicinarsi a lei e abbracciarla. Allora quell'idea bizzarra, che gli era nata un momento prima, ritornò a tentarlo, ed egli nuovamente la ricacciò lontano. Cercò di distrarsi, e pensò che davvero gli fosse tornata un po' di febbre, non solo perchè aveva le gambe gelate e il viso in fiamme, ma per quei colori esageratamente vivaci che aveva creduto di vedere sul volto di Silvina, quasi ella avesse gli occhi e la bocca dipinti. Su questa immagine di Silvina la sua ragione si ottenebrò, ed egli cadde, stanco, in un profondo sonno. La mattina dopo si svegliò che doveva essere appena spuntato il sole. Silvina dormiva ancora tutta rannicchiata in un angolo del letto. Silvio la guardò muto e commosso per qualche istante, poi adagio adagio allontanò da sè le coltri, s'infilò gli abiti, si avvicinò al cassettone, e contemplò la collana dallo smeraldo che vi era posata sopra. Prima di decidersi Silvio si voltò ancora una volta a guardare Silvina addormentata, come fa il ladro il quale sa che tutto dipende dall'attimo in cui la sua mano si muoverà per rubare. Il calmo respiro di Silvina era come l'onda di un mare buono sotto il più costante dei cieli. Allora Silvio aprì cautamente l'uscio e in gran fretta si allontanò. XI. Quando Silvina si destò, e il giorno era già alto, vide curvo sopra di sè il viso sorridente di Silvio che la guardava con amore fra un gran fascio di rose bianche. --La felicità ti accompagni sempre! le disse Silvio, poichè la vide aprire gli occhi; e, posando accanto a lei le rose, la baciò sulla fronte. --Sono per me? domandò Silvina ancora mezzo assonnata. --Per te! per te! Silvina le odorò e, sollevandosi sul gomito, ormai completamente sveglia guardò Silvio stupefatta. Egli indossava un soprabito di lana verde, con colletto di pelle di lupo e risvolti di velluto nero, e in capo aveva un berretto di lontra, nero e lucido, che gli copriva anche le orecchie. Alle mani portava un paio di grossi guanti di lana grigia, e tutti quegli indumenti avevano un odore di nuovo, come tutte le cose appena uscite di bottega. --Ti piace? le domandò Silvio, girando sui talloni perchè ella potesse ammirare da ogni parte il suo pastrano. Quindi lo sbottonò e, rovesciandolo, le mostrò la fodera morbida e spessa di flanella scozzese. --Sarà bene, disse Silvio con la più grande naturalezza, che noi cerchiamo oggi anche per te un mantello o un soprabito caldo caldo come questo. L'inverno di quest'anno è veramente troppo freddo, e le malattie sono un'orrenda sciagura. --Ma come hai potuto spendere tanto denaro? domandò Silvina meravigliata. Silvio le voltò le spalle e, andando verso il fondo della stanza, rispose: --Mi hanno pagato un debito, che un tale aveva con me. Silvina era uscita dal letto. Silvio si levò presto di pastrano e glielo infilò, avvolgendola tutta, che tremava seminuda, in quella lana tepida e pesante. --Ci stai bene? le domandò sorridendo. E Silvina, per tutta risposta, cercò d'allungare le braccia che si perdevano nelle immense maniche del pastrano e gliele gettò al collo, giuliva. --Come poco basterebbe per essere felici! esclamò tenendosi appesa al suo collo e accarezzandolo con uno sguardo pieno di candida malizia. Mi giuri che non mi farai più soffrire? E Silvio glielo giurò, con un bacio. Ma mentre, scherzando, la faceva saltare qua e là per la stanza tenendola sollevata fra le braccia come una bambina piccina, pensava in cuor suo con tristezza che veramente di poco si potrebbe esser felici; ma è appunto quel poco che manca sempre alla felicità di tutti, compresi i più fortunati e i meno esigenti. Così, senza volere, egli trascinò Silvina in prossimità del tavolo, e vedendo quei fiori che stavano in fresco entro il secchiello di legno, pensò che al loro posto si potevamo mettere le sue rose. Ma a metà di questo pensiero, così semplice e naturale, un altro ne sorse che lo colpì. --E questi fiori, domandò a Silvina, questi fiori dove li hai presi? Silvina aveva affondato il capo nel colletto di pelo di lupo, in modo che non ne spuntava che un occhio. Con quell'occhio lo guardò, e rispose inchinandosi: --Me li ha offerti un amico... --Un amico? chiese Silvio, corrugando la fronte. Quale amico? --Un tuo amico, rispose Silvina, con un grande inchino, un tuo intimo amico. Il signor principe Stanislao Stroztki! --Stroztki? domandò ancora Silvio, questa volta senza punto corruccio. E dove lo hai pescato? --Veramente, rispose Silvina con voce insinuante, è il signor principe che ha pescato me... Silvio mosse due o tre passi per la stanza e rise allegramente.--Il principe Stroztki, pensava, quel distinto imbecille! Guarda che strano caso! --Ti avrà incontrata per via! esclamò poi sicuro d'indovinare. --No, disse Silvina, è venuto qui a cercarmi... --E perchè? domandò Silvio. Silvina si tuffò nuovamente nel pelo di lupo e di laggiù rispose: --Perchè, Silvio, ti vuol tanto bene! Allora Silvio s'intenerì. Caro amico! Forse non lo aveva apprezzato abbastanza, in quei superficiali incontri da caffè. Ed è pur vero che spesso gli uomini più ridicoli nascondono i cuori più generosi. , , , , 1 ' . 2 ' , 3 , . 4 , , 5 . 6 7 . 8 . . 9 , 10 : 11 12 - - , 13 . 14 . . . 15 16 , ' , 17 : 18 19 - - , 20 . , . . 21 , , 22 ' . . , 23 ! . . . 24 25 . : 26 27 - - ? 28 29 : 30 31 - - , . 32 33 : 34 35 - - 36 - . - 37 - - 38 - ' ! - 39 40 , ' , ' ' 41 ' . 42 , , 43 . 44 , . 45 46 : 47 48 - - , , ? 49 50 . . 51 , 52 , , 53 . ? . 54 . : 55 56 - - . . . 57 58 , 59 , , . : 60 61 - - . . . 62 63 . , , 64 , . 65 66 - - ? . ' 67 . 68 69 . 70 , 71 . 72 73 : 74 75 - - . . . 76 77 , , . 78 79 80 81 82 . 83 84 85 . , 86 ' 87 . ' 88 ; 89 , 90 ; 91 , , 92 ' , , , , 93 , 94 . 95 , 96 , , 97 , 98 ' , 99 . , 100 ' 101 . 102 103 ' ' 104 , ' , 105 . 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