XI.
Il silenzio che seguì fu lungo e penoso. Nessun rumore nella casa o
nella strada. Una solitudine sconfinata. E in quel gran vuoto, in quello
spazio senza limite, noi due seduti sul letto, noi due vicini, noi due
soli, sperduti in quel mondo vasto e vacuo come un abisso! Ah! come
tutto era ridicolo in noi e intorno a noi: i nostri abiti, le nostre
tube nere e lucide sui cuscini; i nostri volti attoniti e quel dolore
che affratellava improvvisamente due creature estranee, che ci
sospingeva l'un verso l'altro, lui e me, con un trasporto pieno di
timore e di speranza; di speranza e di tenerezza; di molta tenerezza e
di molto amore. Quanto era accaduto un momento prima, quell'eccitazione
crudele, quel barlume di coscienza ironica, tutto era svanito. Rimaneva
il peso inerte di un doloroso ricordo già lontano. Una commozione
insensata. Uno smarrimento cupo e angoscioso. La prima brezza mattutina
entrò con un lieve soffio nella stanza e mi accarezzò la faccia.
Finalmente Sterpoli, forse scosso da quella stessa carezza di frescura,
mormorò:
--Che fare? Che fare? Ormai è finita per sempre. Ah! non si può tornare
indietro: non si può ricominciare da capo. Ognuno ha la sua propria
sorte, un destino infame. Non c'è scampo. Non c'è modo di fuggire,
d'indietreggiare, di resistere! Una voce è sempre presente, una voce
imperiosa che dice:--Ubbidisci! E tu curvi le spalle e ubbidisci,
umilmente ti sottometti al tuo destino di schiavo. Che fare? Come potevo
io resistere o fuggire? Mi aveva detto:--Sarò tua. Tutto il male sarà
compensato. Tu sarai felice!--ed io ero come un prigioniero al quale si
dice:--Sta lieto! Domani ti apriremo le porte. Il mondo sarà tuo.
Promettere la felicità? Io ero già pazzo di gioia al pensiero che sarei
stato felice, che ella sarebbe stata mia. Mia! Perchè questa parola è
magica? Quale ebbrezza! Ma d'un colpo, in un attimo, questo sogno
rovinava. Con frastuono immenso, con scompiglio spaventoso, questo sogno
rovinò sul mio capo, su me, e mi seppellì vivo sotto le sue rovine.--Che
fare?--urlavo disperatamente.--È possibile? È vero?--e tutto ciò che
toccavo, riducevo in frantumi, in briciole, in polvere! L'idea della
morte mi balenò subito nel cervello. Subito la sua figura, schifosa e
orrenda, m'apparve e si mise al mio fianco, e mi avvolse con il suo
sguardo buio, beffarda e amorevole, spaventosa e attraente.--Che vuoi da
me, civetta?--urlavo, ed ella mi additava con gesto servile la sua
ghirlanduccia intorno al cranio vuoto, intorno al cranio nudo e
risonante, per indicarmi che non tutti i fiori che fioriscono sono di
questa terra, di questa terra fangosa e verminosa, di questi giardini
che noi irroriamo di lacrime e di sangue!--Morire! dicevo a me stesso.
Anche questa è una salvezza, un rifugio, uno scampo. Si può morire. E mi
pareva di udire una soave musica di trombe angeliche, lontano e
meraviglioso concerto. Di essere libero e insensibile, leggiero e
felice. Mi vedevo disteso sopra un letto abbrunato, con questo vestito e
questa tuba, e intorno a me s'affollavano uomini e donne che dicevano
singhiozzando:--Mi pento di averlo offeso! Mi pento di non averlo amato!
Poi ad un tratto tutti si traevano da un lato e Daria si avanzava
lentamente, tenendo una rosa rossa fra le dita; s'avvicinava e mi
appuntava quella rosa sullo sparato.--Mi pento, diceva guardandomi come
una madre guarda il suo bimbo morto. Poi si curvava per posare un bacio
sulla mia bocca. Ah! io non sentivo quel bacio! La mia bocca era
insensibile. Io non potevo muovermi, alzarmi, abbracciarla, stringerla e
tenerla contro di me, e dirle--Vedi? per te mi sono ucciso. Ora mi ami?
No: non potevo nè muovermi nè parlare. Allora un uomo si faceva largo
fra gli altri, la prendeva per le spalle e la spingeva via. Ed io avrei
voluto saltare dalla mia bara (ero disteso in una lunga bara),
aggredirlo, insultarlo, percuoterlo su quella faccia impassibile, su
quella bocca sempre vittoriosa, urlare:--Lasciala! L'ho pagata col mio
sangue! È mia! Ma rimanevo inchiodato tra quei quattro assi ed egli se
ne andava con lei, tranquillamente. A che giovava dunque morire? Perchè
morire? Perchè uccidersi? E il mio furore cresceva, cresceva la mia
disperazione. Improvvisamente mi accorsi di correre lungo una strada
buia, sulla quale ogni tanto s'aprivano rare stazioni illuminate, e
dietro di me con rumor di zoccoli e di scope, con fracasso di forche e
di molle, correva saltando una torma di folletti e di streghe, di
spiriti neri e indemoniati. Così giunsi correndo dinnanzi alla casa di
Clauss. Mi fermai. Improvvisamente tutti quei folletti svanirono, ed io
mi ritrovai solo, sotto una luna livida che sbavava su me la sua luce da
cimitero. Il cancello era socchiuso. Guardandomi intorno come un ladro,
adagio lo spinsi ed entrai. La casa era buia, silenziosa, deserta: tutte
le finestre chiuse e spente. Cauto salii le scale. Qualche cosa che era
in una delle mie tasche mi punse la coscia. Trattenni a stento un grido
di dolore e continuai a salire. Buio. Silenzio. Odor di fiori, di gigli,
di rose. Più mi avanzo e più intorno a me le tenebre s'infittiscono. Mi
sembra di essere in un castello fatato e di salire sopra una torre. Ad
un tratto scopro uno spiraglio, uno spiraglio sottile sottile di luce:
scorgo una fessura illuminata, una piccola striscia gialla e lunga al
mio fianco. Quella lingua di luce mi punge, mi spaventa. Vorrei
indietreggiare e fuggire. Ma le mie gambe vacillano, la mia testa gira
come una banderuola, e sono pietrificato. Le orecchie ronzano e sembra
che un frastuono immenso di campanelli riempia la casa. E in quel
ronzìo, in quel tintinnìo assordante, odo una voce, la sua voce, e poi
uno scoppio di risa dietro la porta. Un passo, sì, un passo si avvicina.
La mia anima si sprofonda in un imbuto, mi appiattisco in un angolo,
divento piccolo, piccolo e trasparente, invisibile. La porta si apre e
un'ombra appare illuminata da tergo, si muove, si avvicina. Ora è a due
passi da me, e ora a un passo, e ora mi sfiora, quasi mi tocca.--Chi è?
domanda imperiosamente quella voce. So bene che dovrei tacere. Ma non
posso.--Sono io! dico come in un soffio. L'ombra si arresta.--Chi è?
ripete quella voce.--Sono io, Clauss, sono io!--rispondo. Poi alzo il
braccio, lo alzo appena e lo abbasso lentamente, lentamente. Una voce
rantolante sospira:--Daria! Aiuto!... E odo un tonfo e qualche cosa di
molto pesante cade di schianto ai miei piedi.--Sono io,--ripeto ancora.
E poi più nulla...
Sterpoli si alzò. Un'ombra spaventosa era nei suoi occhi. Egli si curvò
per baciarmi; ma io liberai le mie mani dalle sue, lo respinsi;
inorridito lo respinsi e gridai:
--Vattene! Vattene! Assassino!
Egli fece un mezzo giro su sè stesso e si abbattè ai piedi del letto,
come morto.
La candela si spense. Allora un gran panico mi invase, e corsi qua e là
per la stanza. Rovesciai una sedia e quel rumore mi gelò il sangue. Mi
pareva d'udire passi su per le scale e colpi sordi contro l'uscio, voci
rauche, grida arrabbiate. Chiusi la finestra, chiusi l'uscio a doppio
giro di chiave, e mi rifugiai in un angolo. Mi raggomitolai in un angolo
e attesi. Il buio era opprimente. Soffocavo. Vedevo nelle tenebre,
comparire e scomparire, accendersi e spegnersi, strane luci bianche.
Qualcuno si muoveva, si avanzava strisciando. Sentivo il suo alito
gelido sulle mie mani, e con uno sforzo penoso, sempre più penoso,
balbettavo:--Indietro! Non mi toccare! Va via! Va via!
XII.
A traverso le tende semichiuse filtrava una luce scolorata e falsa: era
come una mano fredda che mi sfiorasse le palpebre. Stavo disteso sul
letto, con gli occhi socchiusi, senza muovermi. Quella luce non mi
cagionava nessuna maraviglia, nè il fatto di esser disteso sul letto,
vestito, nè il fatto di esser desto, nè le rose gialle e spampanate
sulle pareti con certi lor gambi intrecciati e irti di spine, nè gli
abiti appesi in un angolo come impiccati. Bensì cercavo di spiegarmi che
cosa fosse una macchia nera che vedevo a piè del letto, un groviglio
nero da cui uscivano, non si sa come, due, due mani... Sì... Vedevo che
erano due mani, due mani lunghe e pelose, con strani luccichii sulle
dita; e la loro positura era così stravagante che ora pareva chiedessero
un'elemosina e ora offrissero un'invisibile offerta, e ora non
offrissero e non chiedessero nulla, ma fossero là, abbandonate e senza
vita, estranee a qualunque corpo di uomo di donna. Immobilità. Ed io non
riuscivo a comprendere. In quel viluppo nero, vicino a quelle mani, si
scorgeva anche una macchia rossiccia, come un involto di carta rossa: la
testa fulva di Sterpoli. Ma proprio non riuscivo a trovare un
cominciamento in quel garbuglio di cose, non una fine, e nemmeno un
ordine qualsiasi che me ne spiegasse la natura. Sapevo che avrei potuto
alzarmi e toccare, frugare, trovare ciò che cercavo. Ma mi pareva di non
potermi muovere senza turbare la gran pace che, coricato, riposava con
me. E poi c'era qualche cosa, non so quale, che continuamente mi
distraeva e mi svagava, deviando i miei sensi mal desti. Ora erano gli
abiti appesi al muro, quelle gambe e quelle braccia vuote e pendule,
quelle ridicole membra di stracci; ora una rosa purpurea che vedevo sul
mio petto e che pareva una bella macchia di sangue. Che cos'era quella
rosa? Chi me l'aveva appuntata sul petto? O meglio: chi mi aveva fatto
quella bella ferita? Ecco: io non riuscivo a comprendere, e di nuovo i
miei occhi si posavano su quel mucchio di cose immobili a piè del letto,
su quella macchia fulva, e su quelle mani, su quelle due mani
abbandonate. Una voce interna mi diceva:--Tu devi esser felice. Ed io,
con la stessa voce, rispondevo:--Sono, sono felice. E ancora:--Tu volevi
morire. Ed io:--Sì, è vero, volevo morire. E c'era un nodo stretto nel
mio cervello, che non si voleva sciogliere; c'era un fiore chiuso che
non si voleva aprire; intorno al quale i miei pensieri vaghi, incerti,
s'aggiravano come farfalle...
Così vissi. A lungo, a lungo, nere farfalle si aggirarono intorno a quel
fiore chiuso.
PARTE SECONDA
Come finì la collana.
Se io non avessi scritto soltanto per alleggerire il peso dell'anima mia
la pietosa storia di Daria, ma mi fossi lasciato andare a pubblicarla
sotto forma di racconto, come tanti fanno oggidì, che invitano nella
loro intimità il maggior numero di persone ad udire i piccoli casi della
loro vita, più di un lettore si sarebbe domandato dove mai fosse andata
a finire quella collana, adorna di uno smeraldo, che Daria gettò in viso
a Sterpoli quando affrontò Clauss all'Alhambra, la sera prima della sua
morte. Capisco anche che a molti altri l'omissione di questo particolare
sarebbe passata inosservata; tanto più che oggi la moda vuole che l'arte
del romanzo e della novella sia trattata sinteticamente, a grandi linee,
tutta stretta intorno alle cose essenziali e necessarie, senza quel
cumulo di descrizioni minute e di inutili particolarità che usavano i
romanzieri d'un tempo, quando gli uomini non avevano la fretta che hanno
adesso e l'arte narrativa non aveva dato ancora tanti grandi scrittori.
Ma per me, la fine di quella collana dallo smeraldo ha un'importanza
grandissima, e non posso assolutamente passare sotto silenzio la sua
breve storia.
*
* *
Quando Daria si strappò dal collo quella collana e la scagliò con ira
contro Clauss, colpendo invece Sterpoli in pieno viso, la collana cadde
ai piedi di Sterpoli tra molti cuscini disseminati sopra il tappeto, e
là rimase, dimenticata da tutti. Chi volete che pensasse a quel
gioiello, per quanto esso fosse prezioso, quando ora sappiamo fino a che
punto tutti noi, presenti a quella scena, fossimo intimamente sconvolti,
e più di ogni altro Clauss, il quale pure all'apparenza sembrava
conservare intera la padronanza di sè medesimo? Sterpoli certo non si
curvò a raccoglierlo, mezzo acciecato com'era, e poi non ne ebbe il
tempo, perchè se ne fuggì ad inseguire Daria, come abbiamo veduto.
Clauss non lo raccolse egualmente, perchè egli avrebbe dato uno smeraldo
mille volte più grosso e luminoso di quello per un bacio di Daria, e
certo non importava nulla a lui di sapere chi lo avrebbe raccolto e chi
se ne sarebbe impadronito. Io non lo raccolsi, perchè dimenticai subito
che la collana fosse caduta fra quei cuscini, mentre più d'ogni altro
l'avevo ammirata sul candore niveo della gola di Daria. Poi Clauss ed io
ce ne eravamo andati, lasciando gli altri ancora seduti sui divani, e
gli avvenimenti che seguirono la notte e il giorno dopo ci condussero
pur troppo lontani dal ricordo di quel disgraziato gioiello. Quelli che
rimasero dopo la nostra partenza avrebbero ben potuto ricordarsene, non
solo perchè dovevano essere molto più calmi di noi, ma perchè,
discorrendo ancora a lungo tra loro della scena che s'era svolta sotto i
loro occhi, avrebbero dovuto anche soltanto incidentalmente parlare
della collana e quindi pensare di raccoglierla. Sta di fatto che assai
tardi, a notte molto inoltrata, quei giovani chiesero i loro pastrani e
le loro tube al guardarobiere, e se ne andarono facendo pronostici sulle
possibili conseguenze dell'avvenimento che s'era prodotto quella sera. E
la collana rimase fra i cuscini, là dove era caduta.
*
* *
È vero che quella notte, fantasticando di Daria, la sua immagine non
m'apparve mai disgiunta dallo splendore magico dello smeraldo che avevo
veduto brillare sulla nudità del suo collo. Quella pietra preziosa era
per me quasi un attributo della sua bellezza, come i suoi occhi
oltremarini, come le vene azzurre delle sue tempie, come il rosso crudo
di cui ardevano le sue labbra. Anche più tardi, quando il delirio che
per intere settimane mi tenne sospeso tra vita e morte finalmente si
placò, l'immagine di Daria mi riapparve nella precisione lucida del
primo ricordo con quello smeraldo verdissimo sospeso alla gola. Nel
delirio non l'aveva mai abbandonata. Vedevo colori meravigliosi, e
sopratutto il sangue, di cui tutte le cose mi apparivano macchiate e
grondanti, era d'un rosso paragonabile soltanto al fuoco e ai tramonti
d'estate. Ma il verde di quella gemma vinceva in splendore, in violenza,
in bellezza ogni altro colore, nelle mille strane forme che assumeva
nell'incubo. Ora era un lago verde, nella cui trasparenza guizzavano
pesci di madreperla, di ambra e di corallo, dal cui fondo sorgevano
ondeggiando foreste d'alghe e di piante d'ogni varietà di verde; e su
quelle piante sbocciavano fiori enormi, bianchi e neri, che poi si
distaccavano dai rami e salivano a galleggiare sull'acqua come meduse.
Ora invece era una verde pupilla che s'apriva improvvisa in un cielo
buio, e da essa scendeva un raggio verde diritto come dalla pupilla di
un dio, fluido, abbagliante, che dove si posava divampavano altissimi
incendi, serpeggiavano guizzando fiamme verdi, e intere città con torri
e castelli erano avvolte da un alone livido fosforescente, e subito
incenerite. Le loro rovine formavano poi alte montagne di verdi tizzi
ardenti.
Ma la collana di Daria, chiusa nella buia mano di un miserabile
rigattiere, non mandava più alcuno splendore. Un ragazzo, la mattina che
seguì quella notte memoranda, spazzando, l'aveva trovata là dove era
stata abbandonata da tutti, e senza neppure il tempo di fiatare, se
l'era cacciata nella più nascosta tasca dei suoi calzoni, tutti
rattoppati davanti e di dietro. Anzi quella tasca segreta altro non era
che una delle tante toppe dei suoi calzoni, nella quale il furbo ragazzo
aveva fatto un buco. Quel ragazzo si chiamava Bombita, e suo padre era
un facchino. All'Alhambra esercitava il nobile mestiere di sguattero, in
attesa di vestire una livrea gallonata e di essere promosso ruffiano.
Quella mattina Bombita, che era d'umor taciturno e usava di solito
accompagnare l'andirivieni della sua scopa con dispettosi grugniti,
l'udirono invece cantare, con una bella voce di mezzo soprano, una delle
tante canzoni che là dentro sapevano anche i muri.--Guarda, disse il
maestro di casa che in maniche di camicia lustrava le maniglie alle
porte, nella testa di Bombita è nato un gallo! Nella testa di Bombita
poteva essere nato non soltanto un gallo, ma financo un asino, perchè
era non solo rotonda come un uovo, ma grossa come una zucca. Quel
ragazzo era rachitico, si può dire che fosse tutta testa; sulla testa
cresceva poi un arruffio di capelli gialli come la stoppa, e il suo viso
era tutto macchiato di lentiggini. I suoi occhi piccini piccini
sembravano anch'essi due macchie un poco più rosse delle altre, e non
c'era caso che ti guardassero in faccia. Ma non era nato, no, un gallo
nella testa di Bombita. Lo sapeva bene lui, che cosa gli fosse nato
sotto i piedi, quella mattina, per cantare così.
*
* *
A mezzodì Bombita si slacciò il grembiule e lo buttò in un angolo. Ma i
calzoni se li tenne addosso, e, senza voltarsi indietro, infilò l'uscio
e se ne andò dove era atteso a quell'ora, e cioè al mercato dei pesci,
sulla banchina nuova del porto. Come ogni giorno, ad ogni angolo di
strada incontrava un amico, tutti in giro allo scoccare di mezzodì per
importanti affari d'appetito. Ma Bombita camminava con la testa alta, i
capelli al vento, le mani in tasca, a passi da granatiere, e non si
degnava di guardare in faccia nessuno di quanti incontrava lungo la via.
Il mercato era semi deserto, perchè a quell'ora chi aveva voglia di
pesce lo andava a cercare nelle casseruole piene di salse profumate, o
nelle padelle dove stava guizzando più che vivo tra gli scoppi e i
sibili dell'olio bollente, anzichè nelle ceste umide e algose dei
pescivendoli, a pesarlo morto sulle loro puzzolenti bilance. Le navi
ormeggiate alla banchina dondolavano i loro alti alberi alla brezza
lieve di levante, e sul ponte fumavano i fornelli dei marinai, che,
sdraiati sui sacchi e per i mucchi di gomene arrotolate, guardavano
sonnecchiando la poca gente passare in fretta lungo il molo. I cani
randagi facevano allora le pulizie del mercato, pronti a cedere la più
bella collana di smeraldi per una lisca di triglia. Ma Bombita non li
guardò neppure, quei suoi modesti colleghi, e tirò via verso una barca
tirata a secco dietro il casotto dei doganieri, dove era aspettato da
Egle. Egle, la figlia del pescatore, aveva tredici anni, mentre Bombita
non ne aveva che dodici. Era una bambina rotonda come una palla, due
gote rosse come due mele, e un par d'occhi che parevan fatti con due
scaglie di vetro nero. I suoi capelli erano crespi come la lana e
opachi, corti e arruffati, e legati dietro in una treccia così grossa e
sgraziata che somigliava la coda mozza di un cane.
Egle stava seduta sotto la barca e sgranocchiava tranquillamente una
crosta di pane, quando Bombita le si parò dinnanzi con quell'aria fiera
che si conviene ad un vero conquistatore. Egli si lasciò andare di peso
a sedere accanto a lei, e ridendo silenziosamente le dette una gomitata
nel fianco.
--Stupido!--disse Egle.--Non sai fare altro che dar gomitate tu! Guarda
Andromaco piuttosto come fa con Rosina. Guarda che bel nastro d'oro
porta alla cintola! Quello glielo ha regalato Andromaco.
Bombita strizzava gli occhi, e, guardando Egle, rideva silenziosamente,
e batteva il pugno sul ginocchio dove sentiva il duro dello smeraldo. Lo
zuccone che soffriva terribilmente di gelosia, e sempre, solo a
nominargli Andromaco o Ninotto, copriva Egle di sputi, questa volta si
contentò di darle tre pizzicotti nella schiena a denti stretti e
schizzando gli occhi dalle orbite. Ma stette muto, e poi ricominciò a
sorridere. Egle fece la faccia da lacrime, cercò di tastarsi la schiena
dove i pizzicotti le bruciavano, poi mostrò un palmo di lingua all'amico
e con disprezzo disse:
--Se non la finisci, me ne vado e non mi vedi mai più...
Buttò in mare quell'avanzo di crosta di pane che teneva in mano, voltò
le spalle a Bombita, e, puntati i gomiti sulle ginocchia e il mento sui
pugni chiusi, guardò verso le barche che si dondolavano sull'acqua.
--Sei come tuo padre, tale e quale, disse con voce agra, senza nè
muoversi nè voltarsi, come se parlasse al vento, che tutti dicono che
altro che di bastonate non ha mai nutrito nè te nè tua madre. Almeno mi
dicessi dov'è quell'anello che mi avevi promesso, e ne parlavi sempre,
quando facevo all'amore con Tristano, e non ne volevo sapere di
piantarlo per fare all'amore con te. Se lo saranno mangiato i pesci!
E mentre Egle parlava voltandogli la schiena, Bombita, ficcato il dito
nel buco della sua toppa, ne aveva tirato fuori a poco a poco la
collana, finchè era venuto alla luce lo smeraldo che il sole d'un tratto
riempì di scintille abbaglianti. Poi, curvandosi appena, l'aveva con due
dita tenuta sospesa sul capo di Egle, e a poco a poco, abbassando il
braccio, gliela calò sul naso, finchè Egle la vide e ammutolì. Vide
bene, Egle, che era una bella collana con una bella pietra verde tutta
piena di verdi sfavillii; ma non la toccò, e, abbassato il capo, stette
silenziosa e imbronciata a raspare con le unghie la terra tra i selci.
Poi, vedendo con la coda dell'occhio che quella collana continuava a
ciondolare all'altezza della sua fronte, con un gesto improvviso la
strappò dalla mano di Bombita e se la nascose in grembo.
Bombita non parlò, non cercò che Egle si voltasse a guardarlo e a
sorridergli, non aspettò nemmeno che lo ringraziasse, considerando
quanto egli fosse più generoso e grande di Andromaco ed ella più
fortunata di Rosina. Aveva appetito. Si alzò, e se ne andò di corsa,
sicuro che Egle lo avrebbe aspettato anche un anno intiero là, seduta
sotto la barca. Ma, mangiata alla svelta la zuppa, sarebbe ritornato fra
un'ora.
*
* *
Egle, rimasta sola, allargò le ginocchia e guardò la collana dallo
smeraldo che le stava ammucchiata in grembo. Non ebbe neppure un piccolo
pensiero di gratitudine per Bombita, e poichè certamente una collana
così bella costava più di sette soldi, forse dieci e anche venti, ella
giudicò che Bombita doveva averla vinta ai giardini pubblici, giocando
al giuoco della campana con qualche ragazzo signore ancora più stupido
di lui. La prese fra le dita e incominciò a intrecciarla in mille modi,
e spesso, allontanando da sè la mano e tenendola aperta contro il sole,
guardava le belle luci di quella pietra verde che splendeva di mille
luci diverse. Certo che cosa era il nastro dorato di Rosina in confronto
di quella bella collana? Chi sa quanto tutte le sue rivali l'avrebbero
invidiata, vedendola apparire nella corte con quello splendore al collo,
e come si sarebbero consumate di rabbia perchè non ne avevano una che
potesse valere quanto quella! Rosina avrebbe picchiato Andromaco, e
forse Andromaco, stanco di buscarne da quella brutta civetta, si sarebbe
deciso a fare all'amore con lei. Egle aveva posato lo smeraldo dinnanzi
a sè sopra un sasso, perchè il sole lo illuminasse in pieno. Ella
guardava l'acqua verde che ondeggiava sotto i fianchi delle navi e
pensava che la pietra della collana era proprio verde come una goccia di
quell'acqua.
Anche Porfirio guardava, appoggiato a una mezza botte, certi pescatori
che risciacquavano le loro reti tutte piene d'erbe marine, e, vedendole
gocciolare contro il sole d'oro, pensava quanto egli sarebbe stato ricco
e felice se avesse conosciuto il segreto per trasformare quelle gocciole
iridescenti in tante belle pietre preziose. Ma nel suo sacco, che stava
posato floscio ai suoi piedi, non c'erano che stracci e un vecchio
orologio a pendolo che da un pezzo aveva cessato di segnare il tempo.
Anche Porfirio era vecchio come quell'orologio, e il suo cuore aveva da
un pezzo cessato di battere al semplice richiamo delle illusioni. Era
stato giovane come tutti gli uomini, e anche lui aveva avuto i suoi
sogni. Ma quanto quei giorni felici erano ormai lontani! C'è chi sogna
una donna amata, c'è chi sogna la gloria, c'è chi sogna la ricchezza,
tesori nascosti, colpi di fortuna, eredità favolose, affari indovinati.
Il sogno costante di Porfirio, durante tutta la sua vita, finchè la
vecchiaia non aveva steso un velo opaco sulla sua immaginazione, era
stato quello di trovare a un angolo di strada, camminando camminando,
come faceva lui, da mattina a sera, di porta in porta, con il suo sacco
in spalla e gli occhi bassi, qualche cosa di molto prezioso, che non gli
costasse assolutamente nulla, perchè era roba trovata, e che,
rivendendola, egli potesse ricavarne tutto guadagno.
Fra sè, il vecchio meditava sulla sua sfortuna, mentre quei pescatori,
risciacquando le loro reti, pescavano le false gemme del mare. Il suo
tubino calato sulla fronte, il naso arcigno, la pipa corta spenta fra i
denti, la barba bianchiccia che gli pioveva giù dal mento sulla vecchia
palandrana verde, stava fermo come una statua, incantato dalle magiche
luci che saltavano sull'acqua. Ma quando alfine si riscosse, come se
improvvisamente al vecchio orologio chiuso nel suo sacco fosse scoccata
l'ora fatale, i suoi occhi furono attratti da ben altra visione. Accanto
a lui era posata a secco una barca, mezzo rovesciata, con larghi squarci
nel ventre e tutta spalmata di nero catrame. Ma di sotto quella barca
spuntavano due piccole mani di bambina che giocavano con una pietra
verde, simile a una di quelle scheggie di vetro verde, levigate dal
mare, che si raccolgono lungo le spiagge. Senonchè quella pietra
sprigionava lampi meravigliosi, come avrebbe fatto un vero smeraldo,
tanto che al confronto l'acqua verde del mare pareva pallida e
opaca.--Vecchia sgualdrina, pensò Porfirio indirizzandosi alla fortuna,
quando finirai di tentarmi con i tuoi falsi miraggi? E, dato di piglio
al sacco, sputò e fece due passi per andarsene lontano da quel luogo
pieno di supplizi.
*
* *
Ma, fatti due passi, Porfirio si voltò. Egli non sapeva distaccarsi di
là nel dubbio che quel falso smeraldo potesse essere invece uno smeraldo
vero. Quanti non tradirono così la fortuna, proprio per averla
disprezzata quell'unica volta ch'essa era realmente a portata della loro
mano! E Porfirio, perplesso, non sapeva distogliere gli occhi da quella
pietra verde che ora, posata sopra un sasso, splendeva ferma al sole; e
avrebbe pagato non si sa quanto per sapere con certezza se era un pezzo
di vetro verde oppure un vero smeraldo.
Egle intanto era già stanca di quella collana; già non le piaceva più.
Poichè certo quella collana, con quella pietra così verde, era una bella
collana; ma il nastro d'oro di Rosina era pure un bel nastro; e, come
nastro, era senza dubbio tanto bello quanto la sua collana. Egle sarebbe
stata mille volte più felice se invece della collana avesse potuto
mostrare a Rosina un nastro dorato che fosse più bello del suo. Allora
certamente Rosina sarebbe stata umiliata e non avrebbe più portato il
nastro di Andromaco come se fosse il più bel nastro dell'universo.
Quando Porfirio, apparendo improvvisamente di dietro la barca, si fermò
dinnanzi a lei, e le domandò:--Bambina, che cos'è quella pietra verde
che ci giuochi? Egle lo guardò senza paura e rispose:--È una collana,
non la vedi? E quando Porfirio, con la voce più buona del mondo e
sorridendo amorevole, le disse:--Ah! come faccio a vederla se sono mezzo
cieco? Dammela un momento che guardo che razza di vetro è
quello...--Egle gliela porse tranquillamente, e si mise a grattar la
terra con un sasso.
Porfirio accostò gli occhi allo smeraldo e lo scrutò per ogni verso, lo
palpò col polpastrello di ogni dito, lo pesò sul palmo della mano e si
mise a ridere.--Scommetto, disse, che l'hai pagato più di quattro soldi.
Egle lo guardò con disprezzo e rispose pronta:--Quattro soldi? Più di
venti, ne costa...--Per Dio! esclamò Porfirio, più di venti soldi? Se
erano soltanto quindici, te lo ricompravo io.
Egle abbassò il capo. Quindici soldi! Forse con quindici soldi, forse
anche soltanto con dieci, avrebbe potuto comprare un bel pezzo di nastro
d'oro, più bello, più largo, più ricco del nastro che Andromaco aveva
regalato a Rosina. Nella vetrina d'una bottega di merciaio, ne aveva
veduti dei gomitoli immensi, tutti d'oro, oppure d'oro e argento
intrecciati, che erano nastri non mai veduti altrove. Quindici soldi
valevano forse quindici volte più di quella collana, che non aveva di
bello se non quella pietra verde!
Porfirio sentiva il suo vecchio cuore scoppiare, e di sotto il tubino
nero gli gocciolava sulla fronte un sudor freddo. Quello era proprio un
vero smeraldo. Ma come la fortuna gli si mostrava fino all'ultimo avara!
Quella stupida bambina lo aveva certamente trovato per via, e mentiva
quando diceva d'averlo pagato più di venti soldi. Ma lui, Porfirio,
nella migliore ipotesi, per averlo, avrebbe ora dovuto pagare almeno
quindici soldi, anche se la bambina non ne avesse pretesi ad ogni costo
venti. E così la sua gioia non sarebbe stata neppure quella volta piena
ed intera.
Allora Porfirio afferrò il suo sacco per il collo, lo squassò e lo
sbatacchiò per terra. Il vecchio orologio, risvegliato da
quell'imprevisto sconquasso, digrignò i denti di tutte le sue ruote
arrugginite e incominciò a battere come un tamburo. E Porfirio,
spalancando gli occhi e soffiandosi furiosamente nella barba, disse con
voce cupa:
--Bambina, lo vedi questo sacco? Lo senti questo tamburo che suona là in
fondo? Questo è il sacco nero dove sta chiuso l'uomo nero, e questo
tamburo è la pancia dell'uomo nero che ha fame di bambine vanitose e
cattive che portano collane con una pietra verde. Ora guardalo che salta
fuori e ti si mangia tutta in un boccone!
Quando Porfirio ebbe pronunciate queste spaventose parole, l'orologio
nel sacco, stanco, si era già riaddormentato. Ma Egle coi capelli ritti
fuggiva ancora gridando:--Mamma, mamma! e Porfirio non la rivide mai
più.
*
* *
Porfirio aveva la sua bottega in un vicolo triste dove non risplendeva
mai raggio di sole. Era una stanzina umida piena di luridi stracci, di
vecchi orologi, di scarpe sfondate, di ferramenta rugginose e di
bottiglie vuote. Una bilancia stava appesa a un chiodo. In fondo, tra
gli altri stracci, c'erano quelli che gli servivano da letto. Quando
Porfirio si fu chiuso nella sua bottega e, acceso un moccolo di candela,
aprì finalmente le dita che stringevano la bella collana di Daria,
sembrò al vecchio che quelle nere pareti, tutte coperte di ragnatele, si
illuminassero di una luce stupenda, come se per il tetto scoperchiato vi
fosse piovuta dentro la luna in una notte serena. Ora egli poteva godere
liberamente di quello splendore magico, inebbriarsene, e magari piangere
di contentezza al pensiero che quello smeraldo era suo, assolutamente
suo, e che non gli costava nemmeno un soldo. Sentiva, Porfirio, di non
aver vissuto invano tanti anni ingrati a vuotare i guardarobe dei
poveri, a frugare nelle immondezze, a raccogliere i rifiuti dei morti,
se poi, in fondo a tanta miseria, doveva splendere per lui quello
smeraldo meraviglioso che vinceva in fulgore la luce stessa del sole.
Dio l'aveva infine premiato!
Porfirio non volle mostrarsi da meno del suo sublime benefattore, e
quando il pensiero della Divina Provvidenza balenò alla sua mente
eccitata, subito egli cadde in ginocchio; e senza staccare gli occhi
dallo smeraldo che la fiamma tremula della candela illuminava in tutto
il suo splendore, egli pregò a lungo, umilmente e in silenzio. Chi lo
avesse veduto allora avrebbe pensato ciò che tutti falsamente pensano
degli avari, e cioè che egli adorasse in ginocchio quello smeraldo. In
realtà nello smeraldo di Daria Porfirio adorava unicamente Iddio. Poi si
levò, e volle che una giornata tanto memoranda non avesse altro seguito.
Se fosse stato un nume, avrebbe comandato al sole di anticipare il
tramonto. Non essendo che un povero rigattiere, fece la notte per conto
proprio, spense il moccolo, e stringendosi al cuore quella collana tanto
amata, si coricò, per dormire, nel suo lettuccio di stracci. Ma il sonno
non fu così ubbidiente come egli avrebbe voluto. I suoi occhi non
potevano addormentarsi, come accade quando, in estate, coricati sotto un
verde albero, un raggio di sole, attraverso il folto fogliame, cade a
piombo sulle vostre palpebre chiuse. Quella luce che feriva gli occhi
chiusi di Porfirio era un raggio verde smeraldo.
Alfine, senza accorgersene, egli si addormentò, e sognò tutta la notte,
ma di quei sogni non conservò, al ridestarsi, alcun preciso ricordo.
Appena riaperti gli occhi, egli si sentì felice. Ma prima di afferrare
la ragione di quella felicità gli abbisognò di ricercarla a fatica per
più d'un minuto. Quando l'ebbe afferrata, se ne rallegrò vivamente. Ma
avendo già pagato il suo tributo d'entusiasmo alla propizia fortuna,
tenne spenti i fuochi di fantasia e chiamò invece a raccolta le idee
pratiche. Il grande affare di Porfirio in quel giorno e per molti giorni
successivi, fu di cercare per le cantonate se qualcuno avesse perduta
una collana con uno smeraldo e facesse appello all'onestà di chi l'aveva
trovata per ricuperarla con la promessa di un premio. Porfirio si
sentiva sicuramente superiore a un'onestà che per manifestarsi aveva
bisogno di così fatte lusinghe. Ma avrebbe volentieri letto un manifesto
concernente lo smarrimento di quella collana poichè quella collana
poteva esser stata smarrita, ma poteva anche essere stata rubata; e
Porfirio aveva fretta di risolvere con certezza questo dubbio grave, per
sapere in che modo comportarsi nel commercio che pensava di farne.
Ma nessuno fece ricerche della collana di Daria. I muri delle case non
suggerirono nulla a Porfirio, e Porfirio dovette affidarsi alla propria
prudenza, che era in tutto degna di un savio suo pari. Egli dunque
continuò a commerciare in stracci e in bottiglie usate, girovagando di
porta in porta con il suo vecchio sacco sulle spalle, il tubino unto
calato sugli occhi, e in tutti i suoi atti la solita modestia e
semplicità. Il suo tesoro lo portava annodato in un fazzoletto e sepolto
in una tasca misteriosa che s'apriva nella fodera della sua palandrana.
Come tutti gli eroi, egli aspettava pazientemente la sua ora. Quando
vedeva una bambina con un vestito scozzese, senza affrettare il passo
imbucava la prima porta che gli si parava dinnanzi o voltava l'angolo
della prima strada. Con un gesto naturalissimo si calava ancora più sul
naso le falde del cappello, e così procedeva fiducioso che la sorte non
avrebbe disfatto ciò che aveva fatto una volta. Ma una mattina, mentre
avrebbe dovuto svegliarsi con il pensiero deciso di affrontare
finalmente l'inevitabile quanto sospirata conclusione di quella strana
avventura, il vecchio Porfirio non si svegliò. Un rigattiere suo
concorrente gli chiuse gli occhi, che pur senza svegliarsi si erano
aperti. Ed è importante sapere che egli fu seppellito nudo in una cassa
d'abete.
*
* *
L'autunno era trascorso: incominciò il grigio inverno. Io allora mi
aggiravo per la mia casa, pallido come un morto, appoggiandomi ad un
bastone, cercando a poco a poco di riconoscere le cose alle quali avevo
già detto addio quando credevo che non le avrei più rivedute. La mia
febbre era durata molte settimane, e quando alfine mi ridestai dal suo
sonno malefico, tutti mi dissero che io, più d'una volta, avevo varcata
d'un passo la soglia dell'al di là. Ma sempre il peso vivo dei miei
vent'anni m'aveva tirato indietro, ed ero infine rimasto con quanti ad
ogni costo volevano che non me ne andassi da quello che, per ironia, si
chiama il banchetto della vita.
La stagione era triste, grigia, piovosa. Io non potevo arrischiarmi nè
al vento, nè alla pioggia, nè all'aria gelida di novembre. Dalla
finestra dietro la quale rimanevo per lunghe ore seduto, vedevo le
colline deserte e squallide, i campi grigi, il bosco tutto giallo e
nudo. Se dal cielo sempre nuvoloso un povero raggio di sole per un
momento appena illuminava quel paesaggio invernale, si accendeva qua e
là, sorridente, qualche raro cespuglio ancor verde, come una speranza
subito soffocata di primavera. Il cielo non aveva più luna, non più
stelle. Perciò quella stagione era senza notti. Era tuttavia piena di
tenebre, che calavano assai presto e duravano a lungo, e costringevano
tutte le cose ad una dolorosa cecità. Allora io mi rifugiavo accanto al
fuoco, e l'immagine di Daria, quella di Clauss, quella di Sterpoli,
disgraziato, mi visitavano, e si sedevano al mio fianco, rimanendo là
mute ed immobili finchè io con uno sforzo non le mandavo via. Ma non
appena se ne erano andate, bastava che distrattamente rivolgessi loro un
pensiero, per vederle subito riapparire dall'ombra in cui erano
scomparse, come se il loro compito fosse di tenersi sempre pronte a
comparirmi dinnanzi ad ogni mio richiamo. La mia sola speranza era,
prima di addormentarmi, di vedere la mattina dopo la neve candida e
silenziosa posarsi sulle colline, sui campi, sui boschi.
Una di quelle sere si festeggiava il compleanno di Silvina. Eravamo
tutti seduti intorno alla tavola imbandita. Mia madre, guardandomi più
teneramente che mai, mi supplicava con gli occhi di sorridere un poco, e
Silvina, vestita con un bellissimo abito nuovo di seta cangiante, non
staccava mai le pupille da un anello di platino con un piccolo fiore di
smalto azzurro che portava all'anulare destro, ed era il dono che le
avevano fatto le sorelle insieme. Mio padre era stato in città tutto il
giorno, e la diligenza era arrivata allora allora dinnanzi alla nostra
porta, e s'udivano i cavalli nitrire, scalpitare e scuotere le loro
squillanti sonagliere. Non aspettavamo che lui per incominciare il
pranzo. Ed egli entrò ridendo, abbracciò la mamma, baciò tutti noi, e si
fermò dietro a Silvina. Si frugò in tasca, e guardandoci uno per uno con
occhi che esprimevano una gran meraviglia, ne trasse una collana adorna
d'uno stupendo smeraldo. A quell'improvvisa apparizione io mi sentii
tutto gelare il sangue e chiusi gli occhi per non vedere quello
smeraldo; li chiusi per non vedere l'immagine alta e diritta di Daria
che era apparsa al fianco di mio padre quando la luce verde dello
smeraldo aveva brillato fra le sue dita. E quando li riaprii, Silvina
aveva al collo quella collana, e la pietra verde splendeva sulla sua
esile gola.
Mio padre disse onestamente:
--Deve essere roba rubata, perchè l'ho presa quasi per nulla.
Poi baciò in fronte Silvina e soggiunse:
--Neppure tua madre, un gioiello di questa bellezza, non l'ha avuto mai!
Si sedette soddisfatto e spezzò il suo pane.
PARTE TERZA
Silvina.
I.
Delle mie tre sorelle, Silvina, la minore, è oggi una principessa. Porta
vestiti sfarzosi che il principe paga per lei, grossi brillanti alle
dita, ed esce per la città adagiata in una grande carrozza a due
cavalli, con cocchiere e lacchè. Lungo la strada semina occhiate come
elemosine. I suoi occhi, che erano un tempo semplicemente chiari, come
quelli di mia madre, sono ora grandi il doppio e cerchiati di una spessa
ombra. Ciglia e sopracciglia, che erano bionde, sono diventate nere; e
somigliano al velluto. Attraverso questo negrore notturno i suoi occhi
scuri mandano luci fredde e pallide come scintille.
Se non sapessi che è veramente Silvina, io stesso non la riconoscerei.
Soltanto i suoi capelli sono rimasti quelli che erano; se mai con
riflessi dorati qua e là più vivaci, specie dove a ondate si riempiono
di bagliori. Si ricorderà mai, la piccola, dei giorni in cui mia madre
glieli pettinava, quei suoi capelli meravigliosi, lei seduta dinnanzi
allo specchio, mia madre in piedi dietro le sue spalle a dipanarli come
oro filato? La mano di mamma si posava ogni tanto sul suo capo e vi si
indugiava un poco, come si posa la mano sul capo di un bimbo sperduto e
gli si dice:--Ti protegga Iddio, poverino, così bisognoso d'aiuto!--E
anche continuando a passare il pettine nelle sue chiome disciolte, e poi
a spartirgliele e ad annodarle, per tutto il tempo mia madre la guardava
attentamente nello specchio, come se cercasse qualche cosa di molto
nascosto in quell'immagine che lo specchio racchiudeva nella sua
cornice.
Allora Silvina era appena fanciulla; aveva sì e no sedici anni. Le
piaceva vestir bene. Nella nostra casa si avevano abitudini signorili,
ma da gente di campagna, semplici. Mia madre vestiva e si pettinava
all'antica. Era bellissima, ma come le donne potevano piacere un tempo.
Così appunto era piaciuta a mio padre. Silvina invece voleva abiti di
seta, tagliati con uno stile che doveva essere nuovo. In realtà ella
inventava i suoi abiti, ricercando, per lunghe ore e spesso per interi
giorni, fra pieghe di stoffe di solito cupe come il suo carattere, fogge
capricciose come i suoi pensieri, che erano d'una volubilità
straordinaria e più stravaganti delle nuvole. Il suo segreto, credo,
consisteva nel comporre intorno alla sua persona, che era mingherlina,
esile e di statura poco più che infantile, dei larghi e ariosi fiori, un
fiore unico anzi, come un gran giglio o una gran rosa rovesciata, entro
cui, senza scomparire del tutto, il suo corpo piccolo stava come un
gambo. Così vestita pareva che il suo abito la portasse, e che volasse
come una farfalla.
Mio padre era un uomo ruvido, e per ciò gli piaceva quella piccola
creatura delicata e difficile. Egli la seguiva sempre con occhi pieni di
allegrezza, quando la vedeva passare per il giardino o muoversi per la
casa spaziosa e nuda. Credo che la paragonasse anch'egli a una farfalla
o a un fiore, e che fosse felice e teneramente innamorato di lei. Gli
piacevano i suoi capricci, la stranezza e la novità dei suoi modi, il
suo carattere scontroso e indipendente, e quella grazia, come dire?
isolata, che ella non dedicava a nessuno, ma soltanto a sè stessa.
Silvina infatti non viveva che per sè sola. Non aveva per la mamma nè
tenerezze nè confidenze nè abbandoni. Per mio padre non dimostrava
nessun sentimento cordiale, ma semplicemente rispetto. Con le sorelle
non era legata da nessuna intimità. Quanto a me, si degnava appena, e
raramente, di farmi sentire fino a che punto mi disprezzasse. Rimaneva
lunghe ore chiusa nella sua camera. Si cambiava più volte d'abito, per
l'unica gioia di vedersi nello specchio. Faceva e disfaceva la sua
pettinatura per il solo gusto di stabilire in quanti modi avrebbe potuto
trasformarsi, rimanendo sempre bella abbastanza per essere contenta di
sè.
Debbo confessare che la spiavo spesso in questa sua bizzarra vita,
perchè anch'io, come mio padre, come tutti noi, ero teneramente
innamorato di lei. Ella esercitava su me un fascino che allora non
sapevo spiegarmi, ma che ora spiego, e posso anche analizzare. Silvina
somigliava a un mio ricordo; somigliava a qualcuno di cui ero stato
perdutamente innamorato. Non potevo guardarla senza avere la precisa e
viva percezione di tutto il male di cui la sentivo capace, quella
creatura così delicata e graziosa, con quelle piccole mani bianche e
affilate. Ma aveva nel profondo del mio pensiero un nome che non oso
ripetere, e che non era: Silvina. Io la vedevo poi in procinto di
partire da quel medesimo punto al quale ero appena arrivato per miracolo
ancora vivo, e avevo paura per lei di ciò che avrebbe potuto compiere
inconsapevolmente a danno di chiunque si fosse incontrato con uno suo
capriccio. Non aveva mai conosciuto, Silvina, l'ingenuità fiduciosa dei
miei vent'anni. Ignorava che cosa volesse dire essere buoni, cioè
considerare con benevolenza tutte le cose, andare incontro alla vita
sorridendo, disarmati, a braccia tese, con quella beata cecità che
conduce al precipizi. Ella era armata di un tremendo egoismo; e credo
che la sua piccola testa fosse tutta piena di calcoli.
II.
Forse, se la nostra casa non fosse stata prossima alla strada maestra,
Silvina, già così pallida allora, sarebbe a poco a poco sfiorita in
questa specie di semplice e riposante clausura in cui si vive qui
forzatamente, fra usanze antiche, e da molti anni sempre uguali. Sarebbe
oggi o fra poco una zitella taciturna ed arcigna, come se ne incontrano
di domenica in questi dintorni, brutte più di anima che di corpo, con
cuffie strette e begli abiti passati di moda nei quali ancora per
dispetto si pavoneggiano. Ma la nostra casa, i vecchi, la costruirono
sulla strada, con giardino ed orto alle spalle, anzichè tutto intorno, e
per di più con una grande e bassa terrazza che si affaccia sul via vai,
alle cui ringhiere s'intrecciò poi il glicine, che ora fiorisce e la
ricopre. Molti bussano alla nostra porta. Molti che passano, molti
mendicanti, molti curiosi, non possono fare a meno di fermarsi e di
bussare, di guardare in su alle finestre e di scambiare parole con la
gente di casa. Anche noi apparteniamo alla strada. Io capisco benissimo
che è una tentazione troppo forte questa casa signorile a portata di
tutti gli occhi e di tutte le mani, dinnanzi alla quale si passa
impolverati, stanchi dopo ore ed ore di strada attraverso colline brulle
e campagne in gran parte desolate, prima di arrivare al paese. Anch'io
forse farei come tutti gli altri, se fossi dalla loro parte.
Vi sono ancora oggi dei giovani romantici, molte idee romantiche nel
mondo. Si subisce la seduzione delle vecchie idee, unicamente perchè se
ne stanno silenziose e sconosciute dentro di noi, che le crediamo
lontane e morte, e a nostra insaputa generano idee e fatti che a noi
paiono nuovi. Dico questo perchè mi riesce estremamente difficile
procedere diritto nel mio racconto. Io sono stato senza dubbio del
numero: anch'io un romantico. Zotico, campagnolo, con la mia faccia
plebea, i miei capelli disordinati, i miei abiti modesti e senza
eleganza, io non ho mai somigliato per nulla a quei bellissimi giovani
del decimonono secolo che si vedono nei dagherrotipi. Ma colui di cui
voglio parlare, ricordava in tutto uno di quelli. Era alto della persona
e bruno, con lunghi capelli, grandi occhi, un viso ovale e malinconico,
labbra appena segnate e languide, lunghe mani bianche, abiti molto
attillati e scuri, e di taglio che imitava la moda antica. Io non ho mai
capito che cosa sia l'amore di una fanciulla, come nasca, e che cosa le
faccia innamorare. Ma credo che egli fosse appunto uno di quei giovani
per i quali le fanciulle, guardandoli mentre passano per la via,
piangono, di sera, sole, nei vani delle finestre, e sospirando pensano
di morire. Lo vedevo qualche volta venire dalla parte della città,
cavalcando un bel cavallo irlandese, e, subito dopo la nostra casa,
uscire dalla strada maestra e piegare per i prati verso il greto del
fiume. Lo seguivo mentre caracollava fra gli alberi fino alla grande
siepe d'ontani, e dietro quella poi scompariva. Al ritorno, verso sera,
si metteva di passo lungo il fossato, come uno che non ha gran fretta di
camminare. Eravamo allora al principio dell'estate. Le notti erano
luminose, anche quando mancava la luna; e cadevano molte stelle. Io
trascorrevo lunghe ore alla finestra, a respirare l'aria profumata dai
fieni appena tagliati, ad ascoltare i grilli e tutte le indefinibili
musiche che l'ombra stellata delle sere estive suscita per i campi e
disperde poi nell'infinito. Quel giovane, passando, stendeva la mano e
strappava al nostro glicine, che già era sfiorito, una delle sue foglie.
Anche Silvina stava a quell'ora dietro le persiane socchiuse della sua
finestra a guardare. Ma io non pensavo che ella guardasse quel giovane.
Pensavo che stesse là, come me, a fantasticare i suoi strani sogni, e
che semplicemente lo vedesse passare.
Per un giorno solo, in tutto l'anno, questo tratto di strada che corre
dalla nostra casa al paese, si riempie di popolo; non pare più di stare
in campagna, ma nel sobborgo di una città; i mercanti girovaghi di tutta
la provincia vi si fermano con i loro carretti, legano i cavalli magri e
i loro ciuchi pelati agli alberi, piantano i loro banchi riparati da
tende d'ogni colore, e si mettono a vendere come in tante botteghe.
Vengono pasticcieri che filano zucchero bianco verde e rosa, e tagliano
le caramelle con le forbici, e giocattolai che vendono giocattoli di
legno e di latta, bambole di cartapesta in camicia, e sopratutto
trombette e quegli strumenti a fiato che solo i contadini suonano e si
chiamano «organini»; sotto ripari di frasche verdi, che poi
ingialliscono al sole, si aprono spacci di vino, e in un campo si pianta
un ballo pubblico, dove i bei giovani del paese e di tutti i dintorni,
che portano fazzoletti di seta sgargianti intorno al collo e grandi
ciuffi arricciati sulla fronte, intrecciano senza donne, fra loro,
interminabili e sudate danze al suono di un violino o di un flauto.
Ora, eravamo alla vigilia di quel giorno, e, all'imbrunire, si stava
tutti dinnanzi alla porta, a guardare gli operai che con lunghe scale
appendevano lampioncini colorati a certi fili tesi attraverso la strada,
quando s'udì la voce di mia madre, che dall'alto di una delle nostre
finestre, esclamava soffocata:
--Ma che cos'è? Che cosa è stato?
Alzammo il capo e la vedemmo affacciata al davanzale, pallida, che
guardava lontano, verso il fiume, dove noi non potevamo vedere nulla
perchè la siepe ce lo impediva.
--Mio Dio! gridò mia madre. Poi si ritrasse dalla finestra, poi si
riaffacciò, e mi disse, agitando le mani:--Corri, Paris! Silvina,
Silvina è caduta...
Mi buttai attraverso la siepe e, correndo per il viottolo lungo il
fosso, vidi finalmente Silvina che mi correva incontro, con le mani
strette sul cuore, così pallida che mi fece paura. Ci incontrammo ed
ella mi cadde fra le braccia, tremando, con gli occhi chiusi, il respiro
soffocato, incapace di parlare. Il suo piccolo cuore batteva nella mia
mano come se fosse nudo; i capelli, nella corsa, le si erano sciolti, e
le cadevano sulle spalle come serpi d'oro. Con uno sforzo riaprì gli
occhi e sospirò:
--Laggiù... Sull'argine... è caduto...
Allora guardai verso il fiume, vidi un cavallo libero che galoppava
attraverso i prati, e subito lo riconobbi.
--Lasciami sedere sull'erba, mormorò Silvina.
La posai sull'erba e ripresi la mia corsa verso il fiume. Mio padre,
seguito da altri uomini, apparve al di qua della siepe. Egli si fermò
accanto a Silvina, e gli altri continuarono a correre dietro di me.
Giunto in fondo al sentiero, là dove esso sale lungo l'argine, vidi quel
giovane disteso immobile sulle pietre bianche del greto. Giaceva supino,
le braccia aperte, la bella fronte macchiata di sangue rivolta al cielo
che tutta l'illuminava.
--Presto! Presto! gridai spaventato. Portiamolo via di qui!
Lo prendemmo in quattro, lo sollevammo e incominciammo a portarlo. Non
un gemito uscì dalle sue labbra. Il suo corpo era inanimato, e pesante
della pesantezza che ha la morte. Quando giungemmo sulla strada, Silvina
rientrava allora in casa, sostenuta da mio padre. Nemmeno si voltò.
Appena adagiato sul letto il ferito riaprì gli occhi, e li posò su mia
madre, che con le mani gli teneva distesa sulla fronte una benda
inzuppata d'aceto. A lungo le sue pupille estatiche, vaghe, stettero
ferme su lei, che pure lo guardava con amore. Poi, richiuse le palpebre,
si assopì. Mia madre annodò la benda intorno al suo capo, gli aggiustò i
riccioli sulle tempie e dietro le orecchie, e ordinò a tutti di
camminare in punta di piedi.
Fummo chiamati per il pranzo, ma il posto di Silvina rimase vuoto. Ella
si era chiusa nella sua camera e non voleva mangiare. Uno per uno
andammo a pregarla attraverso l'uscio, ma non rispose a nessuno. Quando
mio padre l'aveva raccolta sull'erba, dove io l'avevo lasciata, Silvina
piangeva. Il cavallo s'era imbizzarrito proprio passando accanto a lei,
mentre ritornava per il sentiero a casa, dopo essere stata a cogliere
fiori sull'argine. Il cavaliere era stato sbalzato di sella, s'era
disteso senza un grido, e Silvina l'aveva creduto morto. Poi aveva
temuto che il cavallo, galoppando per il sentiero, la travolgesse, si
era messa a fuggire disperatamente, ed era anche caduta una volta,
inciampando in un sasso. Allora l'aveva veduta mia madre dalla finestra,
e fortunatamente noi avevamo potuto accorrere subito, soccorrere lei e
il ferito. Ma Silvina, che nessuno aveva più veduto piangere da un
pezzo, era stata presa da una crisi di singhiozzi, tanto era stato in
lei lo spavento per quel tragico accidente. Mio padre era convinto di
ciò che diceva, parlandone a tavola a noi tutti che lo ascoltavamo in
silenzio.
Intanto fuori, lungo tutta la strada, avevano accesi i lampioncini di
vetro bianco rosso e verde. E mentre la gente, andando da un mercante
all'altro, incominciava appena ad alzare il tono della voce, e i ragazzi
provavano le prime timide trombette e ridevano ai sibili ancora incerti
delle lingue di Menelicche, le campane della chiesa maggiore,
spalancando d'un tratto le loro gole sonore, soffocarono in un sol
frastuono confuso e ondeggiante quei rumori, quelle voci, quei suoni
ancora distinti e isolati. Allora chi volle salvarsi da quella
sommersione dovette moltiplicare la voce. La strada si mise così in gara
col campanile, e quando infine, stanco, il campanile tacque, la strada
rimase piena di grida, di strombettii, di fischi assordanti, che da quel
momento non si placarono se non a tarda notte.
III.
Io ritornai a sedermi dinnanzi alla porta, sotto il glicine, ma il mio
pensiero non poteva distaccarsi da quel giovane che ora riposava sotto
il mio tetto, dopo essere scampato miracolosamente alla morte. Lo
rivedevo, con un brivido, disteso sulle pietre nude del fiume, mentre il
suo irlandese impazzito caracollava solo per la campagna. La sua fronte
macchiata di sangue riappariva continuamente, rossa, dinnanzi ai miei
occhi. Allora non c'era stata ancora la guerra, e nessuno di noi aveva
imparato a considerare con rassegnazione prima, poi con indifferenza le
più crudeli immagini della morte, a pesare il dolore sul palmo della
mano, come fa Amleto con il teschio di Yorik. Io ragionavo fra me della
sorte che ci incombe, e come essa colpisca sempre con rapidità fulminea:
improvvisa e inevitabile. Poi ragionavo anche del fatto che la morte
sarebbe poca cosa, e forse per nulla orribile, se ad essa
sopravvivessero le passioni dell'uomo; le sue speranze, i suoi sogni,
cioè il suo spirito, il suo pensiero, la sua volontà, e tutto ciò fosse
sensibile ancora e vitale dopo la morte.
Poi rivedevo Silvina, e veramente un'immagine fino allora sconosciuta di
Silvina, allorchè s'era abbattuta fra le mie braccia tremante, pallida,
e avevo sentito quanto fosse lieve il peso del suo corpicino, quanto
fosse fragile la sua volontà che per la prima volta l'abbandonava, quel
dominio di sè medesima che io non le avevo mai veduto smarrire, neppure
per un istante, prima d'allora. Ma in quel momento il suo orgoglio
l'aveva abbandonata d'un tratto. Aveva parlato con voce supplichevole,
guardato me con tenerezza, atterrita per quel poco sangue che aveva
rigato di rosso la fronte d'uno sconosciuto. Mentre correva tenendo le
mani premute sul cuore, in quell'atteggiamento così doloroso e
appassionato, il suo bell'abito scuro si agitava leggiero intorno alle
sue gambe. Eppure ella aveva perduta ogni leggerezza, e quella corsa non
somigliava affatto ad un volo.
Quest'immagine nuova di Silvina io l'accarezzavo struggendomi di
tenerezza per lei, abbandonandomi a un senso vago di felicità, come se
mi si fossero aperte improvvisamente le porte del suo cuore, che erano
prima chiuse per me come per tutti gli altri. Ma nello stesso tempo io
pensavo con tristezza che, purtroppo, se soltanto avessi tentato allora
di avvicinarmi a lei con una carezza, chiedendole, in nome di quel
momento di debolezza, di accogliermi nella sua intimità con amore, con
confidenza di sorella, ella, ormai ridivenuta la Silvina d'ogni giorno,
certamente mi avrebbe respinto con un sorriso ironico, forse anche con
parole umilianti. E forse, adirata contro sè stessa per quello
smarrimento d'un attimo, se ne sarebbe vendicata con crudeltà sopra di
me, innocente.
Mi stupivano gli occhi delle ragazze che, passandomi dinnanzi a gruppi
nella strada affollata, mi guardavano sorridendo. Mi stupivano i ragazzi
che, vedendomi assorto, mi saettavano nelle orecchie le loro lingue
sibilanti di carta, e poichè nè mi muovevo, nè mi mostravo adirato, nè
li guardavo, non la finivano più, eccitati dalla mia indifferenza. Come
la vita doveva essere facile per tutti, in quella sera di festa! Forse
Silvina stessa, nascosta come sempre dietro le persiane della sua
finestra, guardava curiosamente la gente passare, obliosa ormai delle
lacrime di poco fa.
Presi la mia sedia e rientrai in casa. Senza salutare nessuno, posando
appena un bacio silenzioso sulla fronte di mia madre, salii le scale, e,
affacciatomi un momento alla stanza dove il ferito riposava, vidi al
lume giallo di una veilleuse il suo respiro calmo nel sonno. Appunto nel
corridoio, tra la sua stanza e la mia, raccolsi quel foglietto di carta
ripiegato nel quale lessi la seguente lettera:
«Piccola prigioniera,
«io non sono che uno sconosciuto per voi: ho un nome oscuro e nessun
potere in questo mondo, fuorchè quello della mia libertà. Questa libertà
è tuttavia un potere estremamente incerto; ed io stesso non so come
esercitarlo.
«Voi mi vedete passare ogni sera dinnanzi alla vostra casa ed io guardo
su, dove siete quasi sempre affacciata. Avrete notato che spesso, per
indugiare un istante sotto le vostre finestre, strappo un fiore o una
foglia ai festoni di glicine che ricadono dalla veranda. Allora, mentre
i miei occhi possono posarsi un poco più a lungo sulla vostra persona,
penso che forse per voi la libertà è un sogno, e che a chi ve la
offrisse in dono, la libertà, forse sapreste insegnare in che modo
goderne.
«Vorrei chiedervi: c'è qualche cosa che veramente vi seduce oltre il
limite della vostra vita presente? Chi fosse pronto a condurvi lontano,
nel vasto mondo, lo accettereste voi per compagno? E sapreste trovare
per questo compagno di libertà tanta luce per guardarlo con amore?
Curiose domande, lo so bene, con le quali rischio di perdervi per
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