Il perduto amore
Umberto Fracchia
UMBERTO FRACCHIA
Il perduto amore
ROMANZO
5.º MIGLIAIO
CASA EDITRICE VITAGLIANO--MILANO
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PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti
i paesi compresi i regni di Svezia, Norvegia e Olanda
Copyright by. C. E. Vitagliano Marzo 1921
28-3-21-3
Tip.-Lit. A. GORLINI Milano.
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-A Bibiche-
PARTE PRIMA
Daria.
I.
Le stelle di cui il cielo ora è pieno, appunto perchè splendono
perennemente sono un indizio certo della nostra morte. Ma io che le
contemplo mentre compaiono e scompaiono, a volta a volta fra le rade
nuvole naviganti l'azzurro, in aggruppamenti inaspettati e nuovi, sento
scendere sui miei occhi non so qual liquido filtro che mi rende oblioso
così della morte come della vita. Distrattamente ascolto i rumori e le
musiche del bosco, il canto dei rosignoli nell'ombra, il fruscìo dei
giunchi (di seta), le voci umane giù per i campi e nell'isolata casa del
mulinaio, e sento che queste cose non sono fatte per me. Troppo
semplici, troppo serene. Se, vinto, con un lieve sforzo, molto lieve, mi
decidessi ad uscire dalla mia solitudine per partecipare alla festa di
questa chiara notte autunnale, sarei come un orfano il quale conducesse
la propria inconsolabile tristezza, abiti, volto, silenzio, in una
comitiva di gente allegra e felice.
No, certo: non sono fatto per questo. Io vivo l'imperfetta vita delle
ombre. Sono, come le pallide larve, distaccato dal mondo, libero di
muovermi e di vagare dove mi piace, presente in ogni luogo, ed assente
da ogni realtà. Eppure la mia libertà non è che un'illusione di chi
giudica dalle apparenze, e non sa che sono invece inchiodato,
incatenato, prigioniero della mia vita, nel momento stesso in cui essa
si è fermata per sempre. Se preferisco uscire di notte, o mostrarmi là
dove il bosco è più folto, dove il fiume scorre tra le più alte rupi, la
ragione è che io soffro il sole, la luce mi dà un acuto dolore, e temo
sempre di contravvenire ai comandi della natura, di violare una legge
assoluta. La mia stessa voce, quando raramente parlo, è la voce flebile
delle ombre, che sembra giungere da misteriose lontananze, fioco lamento
di sotterraneo o di tomba, confusa voce attraverso soffi di vento,
scrosci di correnti d'acqua, stormire di notturne boscaglie. L'aria è
sempre piena per me, come le desolate lande della tragedia, di una
triste lontana e invisibile musica. Ebbene: un uomo mi ha ucciso
impedendomi di morire quando sarebbe stato facile per me uscire da
questo viottolo angusto e spaziare nell'infinita felicità; quando la
morte sarebbe stata ebrezza e gioia; e tempo, spazio, memoria, più
nulla...
II.
Quest'uomo, Carlo Clauss, venne per la prima volta in casa nostra quando
io avevo appena vent'anni. Di lui avevo udito parlare come di un'anima
perduta. Si sa che cosa intendono gli uomini timorati quando dicono:
costui è un'anima perduta. A lunghi intervalli, dunque, se per caso
nelle conversazioni famigliari il discorso cadeva sopra un parente morto
o lontano, e mia madre prendeva il vecchio album di fotografie e
cominciava a sfogliarlo, la sua mano invariabilmente si fermava sopra il
ritratto di un giovane vestito di nero, con una grande cravatta pure
nera e un'altissima tuba in capo, il cui volto ovale, circondato da una
rada barba bruna e illuminato da due occhi stranamente dilatati e fissi,
pareva la faccia di un ammalato o di un convalescente, o quella di un
uomo bruciato dalla fiamma di una logorante passione. Allora il vecchio
album passava di mano in mano, faceva il giro della tavola, e il nome di
Carlo Clauss era ripetuto sottovoce, e seguito da misteriosi silenzi o
da poche vaghe parole di commiserazione per quella «giovinezza
irrequieta e avventurosa».
Ma un giorno, quando nessuno se l'aspettava, una lettera munita d'un
francobollo molto grande, su cui era disegnato un paesaggio montuoso con
alberi e animali inverosimili, ci portò la notizia del suo ritorno. Egli
scriveva a mio padre da una città il cui nome parve nuovo a tutti noi,
dicendo che «il desiderio di morire in patria» lo spingeva ad
abbandonare il paese dove aveva vissuto fino allora felice. Parlava di
una lunga malattia, dei molti giorni di mare che lo dividevano da noi,
e, in fine, di mia madre, che egli chiamava, con un diminutivo
infantile, la Minni. Quella lettera fu letta forte prima della cena e
suscitò in tutti un vivo stupore. Mia madre pianse. Fu una triste sera
in cui non si fece che rievocare avvenimenti dolorosi. Io seppi allora
che Carlo Clauss era nostro parente e che a ventiquattro anni era
scomparso dalla propria casa, era fuggito, solo, senza lasciar traccia
di sè.
Due mesi dopo egli arrivò con la corriera del mattino, giacchè in quel
tempo la ferrovia non passava ancora per queste valli e lungo il mare, e
non se ne udiva neppure il fischio lontano. Noi, che stavamo sull'uscio
in attesa, lo vedemmo scendere dalla diligenza seguito da un servo
creolo, bruno e canuto, che portava i bagagli. La sua rassomiglianza con
la nostra fotografia era ancor grande. Alto, diritto, con la barba e i
capelli appena brizzolati, egli non rivelava nè stanchezza nè dolore. Il
suo volto pallidissimo, di un pallore olivastro ed uguale, bruciava
ancora di quella fiamma interna che gli splendeva negli occhi scuri,
profondi e lucidi. Era bello. Anche la sua voce, il suo modo di gestire,
la sua pronuncia un po' lenta e faticosa, mi parvero, al primo incontro,
attraenti; pieni di quella grazia virile, così rara negli uomini non più
giovani, che è fatta di serenità, di forza e di rattenuto ardore.
Seduto dinnanzi al tavolo, fra mio padre e mia madre, Carlo Clauss fece
racconti meravigliosi. Io vedevo contro il paesaggio montuoso che,
dietro piante frastagliate e grasse, si delineava sul francobollo della
sua lettera, ingigantito dalla mia immaginazione, passare, come contro
lo scenario di un teatro, carovane dietro carovane, cacce di elefanti e
di tigri, pellegrinaggi, eserciti di bruni guerrieri con nuvoli di
bandiere e sterminati campi di lance luccicanti, cortei nuziali
d'asinelle candide, lettighe e tamburi; e battaglie, risse, mercati,
pestilenze, rivolte, drammi da impazzire, e catastrofi spettacolose. Poi
taceva per qualche minuto e rideva dello stupore che vedeva dipinto sui
nostri visi.
--Eppure sono tornato!--esclamava.--Vi pare il caso, ora, di
spaventarvi? Siamo passati attraverso il fuoco... Tutto è uguale per me.
Mia madre era quella che lo ascoltava con minor meraviglia. Il suo
pensiero non era con noi.
--Quante cose sono cambiate...--diceva.--E chi le poteva prevedere?
--Certo...--rispondeva sorridendo Clauss.--Ma ora tutto è uguale per
me...
Si volgeva poi a mio padre e lo guardava attentamente per dirgli:
--Tu no, tu non sei cambiato.
E mio padre si palpava il mento e le gote, e rispondeva seriamente:
--Ti sembra, ma non è così. Eravamo ragazzi allora, quando dici tu, ed
ora ho un figlio grande. Non lo vedi laggiù? Sembra un querciolo...
Ma Clauss badava poco a lui e poco a me. Tutta la sua attenzione pareva
concentrata sopra le mani di mia madre, ch'ella teneva posate sulle
ginocchia stringendo un fazzoletto. Brillava l'anello sull'anulare.
Raramente i suoi occhi si posavano anche su mia sorella Silvina.
--Eppure bisogna vivere ancora!--disse egli una volta, nel silenzio di
tutti. E mi sembrò che parlasse soltanto a sè stesso, dimenticando noi
altri.
Da mezz'ora l'aria s'era fatta scura, e pioveva. Ma, dopo poco, un tuono
secco schiantò il silenzio e scompaginò le nuvole. Un po' di sole entrò
nella stanza. Io che ero rimasto senza parlare, in un angolo, mi alzai
per guardar fuori. Anche Clauss si alzò e si avvicinò alla finestra.
--Se volete, disse mia madre, potete andare sulla terrazza. Non piove
più.
Salimmo dunque, noi due, sulla terrazza. L'arcobaleno era molto pallido.
Il sole, già mezzo nascosto dietro il monte, dardeggiava sulla pianura
un gran fascio di luce. Clauss girò intorno gli occhi, si soffermò un
istante a guardare i fianchi delle montagne rigati di cascatelle
candide; poi si volse a me e bruscamente mi domandò:
--E tu, ragazzo, che fai?
Per la prima volta i suoi occhi si posarono attentamente sulla mia
persona. Io li sentii che mi penetravano dentro, nell'anima. Era uno
sguardo impudico, un contatto quasi carnale che mi riempì di vergogna.
--Nulla...--balbettai.
Egli rise.
--Come è possibile, nulla?--soggiunse, distraendo da me le pupille, come
uno che stacca le labbra da una tazza dopo aver bevuto abbastanza.--Ho
avuto anch'io vent'anni. Non ridere! A vent'anni io, per esempio, non
desideravo che una sola cosa: morire. Ma volevo morire eroicamente.
Immagina: uno compie un'azione nobile, un atto memorando. La gente
dice:--Questo ragazzo è stato capace di tanto.--Un ragazzo? Veramente un
ragazzo?--Sì, un ragazzo... Aveva appena vent'anni.--Questa è la gloria.
Ora sono quasi vecchio, e quel sogno mi sembra ancor più bello di
allora. Morire senza aver provato nulla della vita, se sia buona o
cattiva; non l'amore di una donna: senza avere nè amato, nè odiato, nè
goduto, nè sofferto; ignorando che cosa valga tutto ciò... Non credi che
sarebbe una pazzia degna di te?
Rise di nuovo guardandomi. Anch'io cercai di sorridere.
Clauss si volse dove il sole era scomparso. Grandi nitide nuvole
scavalcavano le montagne e le prime stelle, due o tre, brillavano nel
cielo che s'andava rasserenando. Ma io non avevo occhi per quelle
lontane apparizioni. Avevo ascoltato Clauss senza quasi comprenderlo,
tanto la sua stravagante eloquenza mi riusciva nuova e mi turbava
profondamente. Vivere e morire? Amare? Odiare?
--È dunque necessario amare o odiare qualcuno?--balbettai ad un tratto
senza pensare.
Stavamo entrambi appoggiati alla ringhiera. Eravamo vicinissimi. Ora,
rievocando quella scena, lo rivedo mentre s'accarezzava la barba con un
gesto languido delle mani; riodo la sua voce, pacata, come una musica
sopra una nota, stanca.
--Ti racconterò una storia,--disse,--e tu stesso giudicherai. Io avevo,
a Karsan, un servo giovane. Era un meticcio, un essere semplice e sano,
una creatura riccamente dotata. Lo avevo raccolto fanciullo in una
strada. Era cresciuto con me, mi era fedelissimo. Un giorno lo sorpresi
in un angolo del cortile mentre si flagellava con un grosso staffile di
cuoio, uno staffile da schiavi.--Sarkis!--grido afferrandolo per un
braccio.--Sei pazzo?--Egli mi guarda con gli occhi di un cane e,
arrossendo, mormora:--Behela... Behela era una fanciulla della fattoria
vicina. La conoscevo. Sembrava un bell'animale, con lunghi capelli neri
e grandi occhi violacei. Sarkis era stato preso da una così violenta
passione per lei, che ogni giorno, dopo averla veduta, dopo averla
spiata da lungi e da presso, si flagellava, parendogli di non essere
degno di lei, di non poter meritare il suo amore. Un altro servo mi
narrò queste cose, più tardi. Alfine essi si sposarono.--Sei
felice?--chiesi a Sarkis dopo le sue nozze.--Vorrei esser
morto!--rispose. Scese la notte sulla loro capanna di giunchi. All'alba
Behela uscì dal letto ancor caldo per andare alla sorgente. Egli la
seguì da lontano, la spiò lungo tutto il sentiero. Si nascose poi tra le
canne e attese che ritornasse. Behela riapparve, camminando lentamente.
Teneva gli occhi chiusi e sorrideva come in sogno.--Behela!--chiamò lo
sposo nascosto. Ella si arrestò.--Questa è la tua voce!--disse
dolcemente.--La riconosco...--E questo è il mio coltello!--gridò l'altro
saltando fuori. L'abbracciò stretta e le piantò la lama nel cuore.
Quando mi fu condotto dinnanzi per essere giudicato, perchè io ero il
padrone, egli cantava come un forsennato.--Sarkis...--esclamai
afferrandolo per i capelli:--sai tu di avere ucciso la tua sposa? Egli
ammutolì, mi guardò con occhi che non esprimevano nè stupore, nè
vergogna, nè tristezza.--Vorrei esser morto...--mormorò, e ricominciò a
cantare.
Clauss sollevò il capo. Il suo volto si animò: balenò nei suoi occhi
quella strana luce.
--Questa,--disse,--non è una storia straordinaria. Questa è la storia
dell'amore, una storia d'amore, cioè una delle innumerevoli storie che
si possono raccontare. È necessario amare qualcuno? Era necessario
uccidere Behela, sacrificare quel fiore meraviglioso, distruggere quella
felicità? Immagina che cosa mi avrebbe risposto quell'uomo se io gli
avessi rivolto, una dopo l'altra, tali domande! Noi lo legammo in mezzo
alla corte. Ma, di notte, prima di coricarmi, andai, tagliai le corde, e
gli ordinai di fuggire.
--Tu!--esclamai stupefatto.--Tu lo hai liberato?
--Io, disse, io stesso.
Mi guardò sorridendo.
--E non potevo forse uccidere anch'io come lui,--mormorò,--quel giorno o
il giorno dopo, con quell'arma o con un'altra simile?
--Ah! non è così facile!--esclamai, nascondendo il viso fra le
mani.--Non è così semplice uccidere! Non tutti uccidono...
--Infatti,--disse Clauss per consolarmi,--non è per tutti egualmente
facile.
III.
Clauss restò soltanto tre giorni in casa nostra. Durante quei tre giorni
io cercai di sfuggirlo, e infatti non accadde più che noi ci trovassimo
soli insieme. Il terzo giorno se ne partì improvvisamente, senza aver
neppure sfatto le sue valige, per andarsene in città, dove disse che
voleva comprare una casa. Confesserò, senza vergogna, che Clauss mi
aveva profondamente toccato. Quasi mi faceva paura. Talora, non visto,
mentre egli leggeva o parlava con altri, io lo spiavo a lungo,
fantasticando. La sua partenza fu per me cagione di gioia: ma non
ritrovai per questo la mia antica pace. Ben presto anzi mi accorsi che
io non potevo più vivere senza di lui. Di giorno e di notte pensavo alle
sue parole; Behela frequentava i miei sogni; e se socchiudevo le
palpebre, lo rivedevo, non come era in realtà, ma come era, da giovane,
nella vecchia fotografia dell'album, con quei due immobili e smisurati
occhi. Quell'immagine era impressa in me fin dall'infanzia. Non mi
abbandonò più.
Vivevo dunque come trasognato. In quella grande casa semideserta dove
mia madre diffondeva la malinconia del suo sorriso senza nè inquietudini
nè desideri, che mio padre dominava dalla cantina al granaio con la sua
allegria d'uomo sano e soddisfatto, io cominciai a sentire il peso della
solitudine e il mal sottile della malinconia che prima non conoscevo.
Fino a quel tempo, per molti anni, m'ero accontentato della mia casa,
del mio giardino, del villaggio e dei campi, nel limite della cerchia
alpina. Ora non più. Clauss aveva lasciato cadere in me il suo seme
diabolico, e quel seme aveva rapidamente germogliato. Ogni istante
scoprivo un desiderio nuovo. E quantunque le mie brame fossero
innumerevoli, si potevano tutte riassumere in una sola parola: amare.
Avevo lunghe e confuse allucinazioni: visioni di una realtà
inverosimile.
La mia salute fu tanto scossa da questi disordini spirituali, che mio
padre, rammaricandosi di aver scoperto troppo tardi che io non gli
somigliavo affatto, si decise a mandarmi in città perchè imparassi a mie
spese ad apprezzare la famiglia e la casa.
--Ma non si vive di solo pane--dissi a mio padre; e in poche ore fui
pronto per partire.
Ricordo il penoso distacco da mia madre. Io non le ero stato mai lontano
neppure un giorno. Quando mi abbracciò piangendo e sentii il suo esile
corpo tremare contro il mio petto, il suo cuore battere, le sue labbra
cercare ansiosamente la mia fronte, ebbi come in un lampo il pensiero di
rinunciare a tutti i miei pazzi propositi, per rimanere accanto a lei,
in quella pace, in quella intimità semplice e solitaria che già allora,
dalla soglia, mi pareva superiore ad ogni altra possibile felicità. Ma
poco dopo, quando mi volsi per guardare da lontano il campanile roseo
tra le piante, ebbi onta di quel momento di debolezza e me ne pentii. La
strada costeggiava un fiume e i cavalli trottavano per la discesa. I
miei compagni di viaggio erano gente rozza, due contadini e un mercante
di porci. Uno dei contadini diceva:
--No, Obertello: quel giovane finisce male.
Il mercante, che era tutto lardo dentro e fuori, si dimenava sul sedile
brontolando:
--Non è colpa sua. È colpa di Lisa Lama, di quella maledetta...
Ascoltavo, e vedevo Lisa Lama col suo muccetto di capelli tinti, seduta
contro la porta verde della sua casa, come l'avevo veduta mille volte.
Pensavo:--Per un pezzo non la vedrò più. In un paese c'era una fiera.
Suonavano le campane. Un razzo matto rigò di giallo il cielo
cinerognolo. Due preti neri trotterellavano per un sentiero attraverso
le vigne, sopra due mule grige. Una processione di donne e di chierici,
con una croce e lanterne e torce, fendeva lentamente e in disordine la
folla pigiata contro le porte di una chiesa. Quella chiesa era bianca e
pareva che le sue mura si gonfiassero a tratti per la troppa gente che
vi si stipava dentro.
Io mi sentivo straordinariamente ilare; assaporavo con gioia la mia
prima libertà. Ho un piacevole ricordo di quelle ore di viaggio. Il
fiume andava tranquillamente per la sua strada, e le zucche maturavano
secondo la stagione; gli asini onestamente giravano la stanga delle
cisterne, la fiera in quel paese si svolgeva nel massimo ordine; la
gente era allegra, gli uomini contenti, gli animali soddisfatti, il
cielo senza troppo sole e senza troppe nuvole. Il mondo intero era
calmo, ilare e soddisfatto: la vita non faceva paura.
Con la vicinanza del mare, che apparve poco dopo, l'aria divenne più
densa e odorosa. Ogni tanto si intravvedeva, in fondo ad un vicolo, fra
i muri, un po' di mare chiaro, vivace, una vela. Muri bianchi, muri
grigi, cancelli verdi, facce sconosciute per la via, occhi curiosi alle
finestre, tende svolazzanti, imbianchini appesi a un tetto, cocomeri
rossi sopra un banco, bambini che mangiavano, una donna in camicia,
grandi gabbie di canarini, un orto. I cavalli trottavano e io pensavo a
Clauss. La mia ilarità a poco a poco si spegneva. Come viveva
quell'uomo? Che avrebbe fatto di me, vedendomi?
Verso sera, la città apparve lontana, in fondo al golfo. I giardini, gli
orti erano finiti. Si vedeva il porto; s'incontravano carri carichi di
botti; le osterie erano piene; si cantava, si ballava sotto i pergolati
di canne, intorno ai tavoli gremiti. Finalmente, prima del crepuscolo,
passammo la porta. Mio padre aveva già provveduto al mio alloggio.
Discesi dunque dinnanzi alla casa del notaio Sterpoli, che era un
vecchietto smilzo, pelato e cerimonioso. Egli mi aspettava sull'uscio,
vestito d'una palandrana color tabacco; mi guidò su per una scala
semibuia e mi assegnò una camera al secondo piano. Le suppellettili
fruste e polverose, i dagherrotipi appesi ai muri, le facce estatiche di
due santi sconosciuti, il letto di ferro, tutto mi dispiacque fra quelle
quattro pareti. L'unica finestra si apriva sopra un cortile. A mala
pena, oltre una interminabile fila di tetti, si scorgeva un filo di
mare.
La malinconia di quell'ora mi è rimasta per molti giorni nell'anima.
Anche la cena, servita da una bambina zoppicante, in compagnia del
notaio e di suo figlio, Paolo Sterpoli, fu lunga magra e uggiosa.
Eravamo in tre, intorno a una tavola da refettorio, immensa, sotto un
lume lamentoso. La bambina girava facendo con i suoi piedi disuguali una
bizzarra musica sull'impiantito. Dopo cena il notaio, con molte carezze,
(--Ti ho portato sulle mie braccia. Si può dire che ti abbia allattato
io--ripeteva ogni tanto), se ne andò a letto e noi rimanemmo ancora a
fumare. Quello Sterpoli figlio era un giovanotto di forse ventiquattro
anni, di pel rosso, con il naso tozzo e la bocca tonda e un paio di
mostaccini arricciati con cura. Egli aveva fumato due sigarette
placidamente, leggiucchiando il giornale; ora aveva acceso la terza, ma
pareva che la sua calma fosse d'un tratto svanita, perchè s'era alzato
in piedi e se n'andava da un capo all'altro della stanza, gettando
sguardi inquieti all'orologio, alla finestra e a me che me ne stavo
seduto. Finalmente si fermò a due passi dallo specchio e disse:
--Insomma, perchè fingere? Bisogna che io me ne vada. È tardi. Non siamo
amici? Se vuoi venire con me, troveremo certamente Clauss, che ci
aspetta...
--Davvero?--esclamai.--E dove?
--Dove? E dove vuoi trovarlo? Te lo dirò.
Mi infilai il soprabito e chetamente uscimmo.
--Sai che cos'è un caffè concerto?--mi domandò Paolo quando fummo per
strada.--Ora andiamo. Oh! non c'è niente di male; non è un luogo di
perdizione. Clauss ci va ogni sera. È innamorato. Ti stupisce?
Innamorato di una donna (si sa), di una donna che si chiama Daria.
La sua mano strinse forte il mio braccio.
--Vuoi credere che tutti sono innamorati di lei?--soggiunse Paolo con
voce più sommessa.--Ella canta. Canta e balla. Ebbene: perchè tutti
debbono essere innamorati di lei? E chi può spiegare questo mistero? Tu
stesso vedrai fra poco...
--È bella?--domandai esitando.
--Ah, ah! se è bella? C'è una canzone che dice (mi pare): -Je ne sais
pas de quel côté, sa clarté me pourra conduire... Au loin une étoile je
vois--qui me darde des étincelles...- Non importa. Sì, è molto bella.
--E Clauss?
Entrammo in una sala piena di luce, di fumo, di rumore, di gente. In
fondo c'era un piccolo palcoscenico su cui erano dipinti alcuni pavoni
su una pagoda. Gli spettatori, intorno, gridavano e bevevano. Un vecchio
vestito di nero diceva:
--Sì, signori: le gambe di quella donna sono le corna del diavolo!
Sterpoli mi guardò e disse:
--Siamo arrivati troppo tardi. Ha già finito di ballare...
Un'orchestrina cominciò a miagolare una polka, il velario si schiuse e
comparvero tra fischi e urli due fakiri indiani. La platea tumultuò.
Giovani o vecchi: una strana umanità imberbe o canuta si agitava in
quello spazio angusto. Alcune donne, in abiti rossi e gialli, con
bizzarri pennacchini e grandi ventagli di piume, se ne andavano intorno
precedute da sorrisi incantevoli e da sguardi striscianti come bisce.
Incendi. Ed io pensavo per quale miracolo quelle donne potessero avere
carni così bianche, e occhi così lustri, e bocche così rosse e
attraenti; essere tanto angeliche e tanto peccaminose; e per quale
miracolo di continenza gli uomini si accontentassero di guardarle senza
strappare violentemente dai loro corpi quei pochi abiti rossi e gialli
che ancora le ricoprivano.--Le belle incendiarie!--pensavo io
stupefatto. E quelle donne mi sorridevano senza guardarmi, e senza
toccarmi mi accarezzavano.
Salimmo una scaletta a chiocciola ed entrammo in una piccola stanza
azzurra. Clauss stava seduto sopra un divano. C'erano altri quattro con
lui.
--Ti conduco un nuovo discepolo!--gridò Sterpoli sbatacchiando la porta
dietro le mie spalle e inchinandosi fino a terra.
Clauss mi guardò.
--Sei tu?--disse senza muoversi e senza sorridere.--Avanti! C'è posto
per tutti.
Mi avvicinai ed egli mi baciò. Poi ordinò che portassero bottiglie e
bicchieri.
IV.
Noi, dunque, bevemmo, e Sterpoli per brindare urlò:--Questa sera voglio
ridere!
S'era seduto sul tavolo e brandiva il bicchiere come una clava, il
bicchiere che era vuoto.
Carlo Clauss stava fermo. Con voce pacata disse:
--Tu Sterpoli sei giovane. Hai buon tempo.
--Ahi! Ah!--sghignazzò Sterpoli.--Io sono giovane? Io sono pazzo. Mio
buon maestro, tutte le malattie sono contagiose. Ti sembra strano? Un
granello di sabbia basta, un granello di polvere è anche troppo... Ho
veduto Daria ballare... Qualcuno ha detto:--Le gambe di quella donna
sono le corna del diavolo! Che te ne pare? Il diavolo non è dunque così
brutto come si dipinge?
Io m'ero seduto in un angolo e stavo a guardare Sterpoli che pareva
davvero impazzito. Si era arruffati i capelli, e quei suoi riccioli
rossi gli davano l'aspetto tragico e buffo di una furia. Clauss levava
ogni tanto su lui gli occhi senza sorridere. Sterpoli anche lo guardava
di sottecchi quando taceva, e trangugiava bicchieri d'un fiato. Gli
altri non gli badavano, come se non ci fosse.
--Io non capisco--diceva con tono grave uno di quei giovani, rivolto a
Clauss--come possano durare pregiudizi di specie così volgare. Tizio è
gravemente afflitto perchè non sa che cosa pensare dell'al di là, e
cerca di passare qualche ora piacevole con Eunica, che ha le poppe
forti. Caio soffre per una delusione amorosa, e invita gli amici a bere
un suo vecchio vino d'uva. Eumolpo è stato fischiato a teatro o ha
perduto in Borsa, e va a prendere un bagno profumato. Sempronio ha
sepolto suo padre, e si regala una eccezionale pietanza di tartufi a
cena. Ma, in somma, signori! Per i dolori dell'anima si deve dunque
consolare il corpo? E c'è ancora chi crede sul serio che anima e corpo
siano due cose distinte!
--Ahimè!--esclamò un altro.--Che c'importa dell'anima e del corpo? Che
siano due o uno? Quando tu baci Clarissa, la baci con l'anima o col
corpo? L'importante non è di baciare Clarissa?
Clauss rise.
--Infatti,--disse,--è Clarissa che importa.
Improvvisamente, d'un colpo, la porta si spalancò e tutti ammutolirono.
Una donna, avvolta in un ampio mantello scuro che ella teneva stretto
alla cintura e al collo con ambo le mani, apparve sulla soglia. Volse
intorno gli occhi, dardeggiando sopra gli astanti sguardi obliqui, si
avanzò di due passi e si fermò in mezzo alla stanza.
--Clauss!--disse con voce così profonda e velata che mi dette i
brividi.--È la seconda volta che mi insultate in pubblico, tu e il tuo
seguito di servitori. Io non posso più sopportare.... Io sono stanca....
Io ti odio....
Come se queste parole le avessero tolto ogni forza, ella si appoggiò con
una mano all'orlo del tavolo per non cadere. Il mantello, aprendosi,
lasciò scoperto il suo collo, su cui brillava un grosso smeraldo. Tutti,
intorno a me, sembravano pietrificati. Sterpoli era sceso dal tavolo e
guardava dinnanzi a sè, bocca e occhi aperti da ebete. Soltanto Clauss
pareva calmo. Egli si era alzato e si era fermato di fronte a lei. Le
sue pupille diritte fissavano senza tremare il volto della donna; senza
tremare sostenevano il suo sguardo torvo e minaccioso.
--Daria,--soggiunse alfine inchinandosi,--che dite mai? Chi vi ha
offesa? Chi vi ha insultata?
I suoi occhi si volsero un poco verso Sterpoli, che lentamente si era
avvicinato a lui ed ora gli stava a fianco. Il volto del giovane di
rosso s'era fatto cinereo. Aveva la fronte imperlata di sudore e a
stento tratteneva il respiro. Pareva che volesse parlare, poichè ogni
tanto moveva le labbra; ma senza fiato. A un tratto avanzò ancora di un
passo, tese la mano, che gli tremava, fino a sfiorare il braccio della
donna, e con un filo di voce mormorò:
--Andiamo... Andiamo via... Perchè sei venuta? Perchè?
Clauss non si mosse. Nemmeno Daria si mosse, ma un sorriso pieno di
disprezzo inarcò le sue belle labbra lunghe, e illuminò il suo viso.
Paolo attendeva, con la mano sollevata, tremante.
--Infine!--esclamò Clauss con un gesto d'impazienza.--Io non so di che
cosa mi possiate accusare... Sono vostro amico... Ho tentato ogni via
per piacervi... Che debbo fare ancora per voi?
Daria abbassò il capo, respinse con un moto violento della mano la mano
sempre tesa di Sterpoli e si abbattè piangendo sopra una sedia.
Un profondo silenzio seguì quell'avvenimento inaspettato.
--Piange?--mormorò una voce alla mie spalle.--È mai possibile? È anche
capace di piangere?
Il volto di Sterpoli esprimeva una vera costernazione. Anch'io ero
sconvolto e guardavo ora la donna che piangeva con piccoli singhiozzi
simili al tubare delle colombe, ora Clauss immobile, e ora Sterpoli che
tremava.
--Che accade?--pensavo.--Chi è questa donna? E perchè piange?
Mi curvai un poco e le dissi:
--Non piangete... Non è il caso di piangere!
Ebbi paura del silenzio che accolse la mia voce. Daria infatti sollevò
il capo.
--Chi è costui?--domandò dopo un istante.--Che cosa vuole da me?
--Nulla,--balbettai,--nessuno...
S'era fatto un gran vuoto nel mio cervello. Ma la vampa che m'affocò il
viso m'avvertì che m'ero coperto di ridicolo.
--Nulla...--ripetei senza comprendere il senso delle mie parole. Dico
che non si deve piangere... Come potete piangere dinnanzi a tanti
uomini?
Poi mi ritrassi in un angolo e nascosi il viso fra le mani per coprire
il mio rossore. Con gli occhi chiusi non udivo più nulla. La donna non
piangeva più; aveva cessato di piangere, di tubare, e nessuno parlava.
Di lontano, confuse, giungevano fino a noi le cadenze d'una danza turca,
e un ronzìo di voci umane mescolate al rullar persistente di un
tamburo.--Che accade?--pensavo senza trovare il coraggio di muovermi.
Pareva che tutti fossero morti intorno a me o che tutti se ne fossero
andati. Improvvisamente Clauss esclamò:
--Daria! Daria, ti amo!
Udii un grido, apersi gli occhi e vidi Daria alzarsi in piedi sconvolta.
Con un gesto rapido, violento, strappò dal suo collo la collana con lo
smeraldo e la scagliò dinnanzi a sè gridando:--E io ti odio! Poi si
volse e fuggì.
Sterpoli ricevette il colpo sugli occhi come una frustata, restò un
istante fermo con la mano distesa sulla fronte e le palpebre chiuse.
Balbettò:--Non era per me! Era per te, per te Clauss, per te solo!--e
brancolando uscì dalla stanza.
--Daria! Daria!
Il suo richiamo si ripetè due volte e poi si spense. La porta
sbatacchiò. Parve, quando la porta fu chiusa, che sopra di noi si fosse
dissipato un temporale.
--Sono dolentissimo, amici,--disse con dolcezza Clauss,--di quanto è
accaduto. Veramente non c'è nemico peggiore di una donna...
--Come è possibile?--domandò con grande vivacità quel giovine che poco
prima parlava dell'anima.--Ha pianto! Questo è straordinario!
--È una donna,--soggiunse Clauss sorridendo.
--Ma perchè è venuta?--domandò un altro.
--Per mentire...--rispose Clauss.
Poi mormorò:--Me ne vado.
Ce ne andammo: io solo lo seguii. Il teatro era ormai semivuoto. Un
vecchio in marsina era caduto rotoloni giù per le scale e un servo
cercava di tirarlo su per le falde. Fuori la notte, alta, serena e molto
stellata ci sorrise, ed io la contemplai con gioia tra le due fila di
case, lungo tutta la strada, da un lato e dall'altro. Lentamente
c'incamminammo. Clauss mi teneva per mano. La sua mano era fredda.
--Vedi,--mi disse dopo un lungo silenzio appoggiandosi al mio
braccio,--senza volere tu hai umiliato quella donna... Con molta
semplicità (troppa semplicità) l'hai toccata nella sua piaga...
--Come?--mormorai.--Io l'ho umiliata?
--Sì. Se tu le avessi detto:--Orsù, Daria, non vi vergognate di
piangere?--non l'avresti maggiormente umiliata ed offesa. Così l'hai
ferita nel suo orgoglio. Infatti che cosa diventa l'orgoglio di una
donna che piange? In un momento simile?
--È vero, è vero...--mormorai.--Io non sapevo... Ah! Clauss! Io non so
niente!
--Ora,--soggiunse Clauss con dolcezza,--son certo che ella non odia
nessuno tra noi quanto te. Tu solo sei stato pietoso. Tu e Sterpoli. Ma
Sterpoli non conta.
Eravamo giunti dinnanzi al cancello della sua casa. Egli si fermò e mi
disse:
--Ritorna domani. Ho bisogno di te. Addio!
Mi strinse la mano. Poi mi baciò sulla gota e soggiunse:
--Spero che non crederai davvero che io sia innamorato di Daria. Io non
ho mai amato nessuno...
E mi lasciò solo.
V.
Solo, nella mia camera, alla luce di un povero lume, ripensai lungamente
alla strana avventura di cui ero stato spettatore. Ero ancora pieno
d'onta per quella voce che aveva detto:--Chi è costui? Che cosa vuole da
me?--con tanto disprezzo; e della mia voce che aveva risposto:--Nulla...
nessuno. Lo stesso rossore mi avvampava il viso, ed io vedevo lei,
Daria, seduta, in quell'atteggiamento aggressivo; vedevo la curva
sprezzante della sua bocca, sentivo la sferza dei suoi sguardi ardenti
su me, mentre diceva:--Chi è costui? Che cosa vuole da me? Certamente
l'avevo offesa; volendo consolarla, l'avevo umiliata. Ella mi odiava,
ora, per la mia sciocca pietà, per quelle mortificanti parole che non
avevo saputo trattenere. Ma se per poco dimenticavo me stesso, un'altra
sua immagine si delineava dinnanzi ai miei occhi, balzando viva dalla
confusione dei miei ricordi. Vedevo la porta aprirsi e apparir lei con
il mantello avvolto; e poi appoggiarsi al tavolo, senza forze, e
abbandonare con le mani il mantello che si apriva scoprendo il suo collo
niveo, la sua nitida gola, su cui la pietra, verde, oscillando,
splendeva.--Io non posso più sopportare!...--aveva esclamato.--Io ti
odio! E la sua voce era come uno specchio velato, l'eco di un'altra
voce. E Clauss, calmo, senza scomporsi, aveva risposto:--Non è vero! Una
terza immagine s'illuminò: Behela.
Le stelle nel quadro della finestra, immobilmente accese, segnavano nel
profondo azzurro mete irraggiungibili. Di quando in quando gli occhi,
smarrendosi in quell'infinito, deviavano i miei pensieri dal loro
angusto viottolo; schiudevano orizzonti verso i quali essi, come uccelli
prigionieri, si lanciavano a volo per ricadere, subito, esausti,
cagionandomi ogni volta un acuto dolore. Chiusi le imposte. Tutto in me
acquistò maggior chiarezza, contorni precisi, una consistenza quasi
materiale.
Daria, Daria, era bella. Non avevo pensato ancora alla sua straordinaria
bellezza. Ora, sì.--È bella! ripetevo fra me. I suoi occhi, la sua
bocca, la sua gola candida, si delineavano nella ombra delle mie
palpebre chiuse.--È bella! È bella! Questo pensiero mi turbava.
Cominciai a passeggiare irrequieto per la stanza. Nemmeno allora sapevo
spiegarmi perchè mi fossi inchinato per dirle:--Non piangete. Non è il
caso di piangere. Ella piangeva. Il suo sdegno, la sua forza l'avevano
abbandonata. Piangeva con singhiozzi brevi, disperati. Ed io non cercavo
di spiegare perchè mi fossi inchinato e avessi parlato. Immaginavo di
udire un passo celere su per le scale, un colpo leggiero contro l'uscio
della mia camera, una voce, un nome. L'uscio si spalancava. Una donna
velata compariva tutta avvolta in un mantello scuro che teneva chiuso
con ambo le mani.
--Salvatemi!--ella gridava cadendo ai miei piedi, abbracciandomi i
fianchi (io sentivo contro le mie ginocchia il suo corpo molle, il
tepore dei suoi abiti).--Nessuno mi difende!--diceva.--Sono sola! Sono
perduta!
--Non avete quello Sterpoli? Quello che vi balbettava di fuggire? Il mio
ospite, insomma?--domandavo trepidando.
--Sterpoli? un buffone! Non serve! Non serve!
Ed io la sollevavo, la tenevo stretta contro il mio petto, la baciavo
teneramente.
--Amor mio, sono pronto! Occorre morire? Uccidere?
La mia persona, apparendomi improvvisamente nello specchio, mi richiamò
alla realtà. Sentii una vacuità dolorosa in me, una disperazione
insensata. Mi pareva che Clauss fosse a spiarmi dietro una tenda, da un
foro della parete, da una fessura dell'uscio; il suo riso vitreo mi
feriva l'orecchio ed io avevo vergogna. In quello specchio, con i miei
abiti goffi e il mio volto infantile, fra quelle cose meschine che mi
stavano intorno e si beffavano di me con la loro miseria, ero davvero
una persona molto compassionevole e buffa. Quale donna avrebbe potuto
guardarmi senza dire:--Chi è costui? Che cosa vuole da me? Sì, certo, io
ero ridicolo. Facevo pietà e pena a me stesso. Ripensavo ai compagni di
Clauss; mi ricordavo che uno aveva calze di seta porporina, e un altro
un braccialetto d'oro smaltato al polso, e un altro una cravatta
meravigliosa di fili intrecciati argentei e violetti, e una gardenia
all'occhiello.--Che cosa sono io?--pensavo.--Tutti si befferanno di me.
Questo eccitamento durò fino a tarda notte. Verso l'alba la stanchezza
s'impadronì dei miei sensi e li calmò. Allora udii un passo lento e
pesante lungo il corridoio e Sterpoli entrò barcollando nella mia
camera. Era impolverato da capo a piedi. Aveva gli abiti in disordine,
la camicia lacera. Si sedette sul mio letto, mi guardò e si mise a
ridere.
--Hai udito? Hai veduto?--esclamò.--Tu puoi testimoniare. Mi ha
schiaffeggiato! Sì! Mi ha colpito sul viso...
Il riso si spense sulla sua bocca. Si strofinò la faccia con un
fazzoletto, si versò un po' d'acqua e bevve.
--Tutti hanno udito,--continuò,--tutti hanno veduto, tutti possono
testimoniare. Mi ha colpito sul viso. Ma non era per me. È stato un
errore. Appena ella è fuggita, io mi sono precipitato giù per le scale e
l'ho raggiunta in istrada, mentre stava per montare in carrozza.--Daria
Daria, mia colomba, mia nemica,--le ho detto--tu mi hai acciecato! Non
posso più vederti!--e ho cercato di montare sul predellino della sua
carrozza. Macchè! Mi ha respinto con una mano e, credo, anche con la
punta del piede.--Va via!--ha detto.--Va via!--Come!--esclamo,--mi
colpisci, mi acciechi, e poi mi compensi così? Mi scacci via? Come un
cane? Io sono il tuo Lippi! Non ti ricordi di questo nome?--Di nuovo
cerco di salire. Di nuovo sento qualche cosa di duro, di molto duro,
contro il mio petto, che mi respinge. Ella dice con astio:--Peggio,
peggio di un cane! Fa sferzare il cavallo e la carrozza parte al
galoppo. Io la rincorro per un buon tratto; poi inciampo e cado. Un tale
si avvicina e mi rialza. È Pietro Trema: un mezzano, un galantuomo.--Non
vale la pena, signore!--dice mentre mi spolvera.--Quella donna è pazza.
È pazza. Andiamo a bere un sorso!--Andiamo,--rispondo.--Ma che ella sia
pazza, no, non lo dire a nessuno. Entrammo non so dove, bevemmo
e pagai. Gli dissi:--Ora hai bevuto. Ora, lasciami stare.--È
impossibile,--pensavo,--è impossibile che mi abbia respinto, scacciato
come un cane. Io non sono di quelli che si scacciano con la punta del
piede, di quelli ai quali si dice:--Come un cane! Peggio di un cane!
Dunque presi un ronzino e mi feci condurre. Tutto era silenzioso in casa
sua: le finestre chiuse, la porta chiusa. Suono il campanello e aspetto.
Nessuno risponde. Suono di nuovo, più forte, a lungo; strappo il
cordone. La vecchia si affaccia al mezzanino e dice:--Non c'è. Non è
ritornata. Forse non ritornerà.--Il malanno!--urlo.--Non è vero! C'è. È
ritornata. E mi metto a calciare la porta. Ora s'ode un'altra voce che
dice:--Lippi, Lippi mio, vattene. Sii buono. Domani sarà giorno. Ritorna
domani. Io mi scosto dall'uscio e mi faccio in mezzo alla strada.
Dico:--Ti debbo parlare.... subito... Tu mi hai quasi acciecato. Domani
sarà troppo tardi.--Perdonami!--risponde.--Non volevo farti male... Ora
non è possibile. Domani...--Non t'importa dunque nulla di me?--grido io.
Non hai pietà, non hai cuore? Ella ride:--Domani, Lippi! Buona notte,
buona notte. E richiude le imposte e tutto ritorna silenzioso e buio. E
io dico a me stesso:--Dopo tutto non è in collera... Era per
quell'altro, per Clauss. Capisci? Ah! tu non capisci niente!
Rotolò giù dal letto. Si reggeva male in gambe, eppure trovò modo di
abbracciarmi e di baciarmi.
--Che hai?--mormorò al mio orecchio.--Non parli? Sei addormentato? Sta
allegro! Domani tutto sarà chiarito. Ah! eppure questo mi dispiace. Io
preferisco la notte. Di giorno sono come un bambino; la luce mi
intimidisce e arrossisco di nulla. Di notte invece no. Sono padrone di
me stesso. Sono un altr'uomo.
Io sentivo contro il mio viso il suo alito di ubriaco. Si avvicinò
ancora più a me fino quasi a gravarmi con tutto il peso della sua
persona, e sussurrò con voce ancora più bassa:
--Anche lei, di notte, è più bella... Che dico? Ah! Dico troppo, eppure
è più bella. Sì. Perchè nasconderlo? Perchè mentire con te? Tu mi piaci,
perchè tu solo hai avuto pietà di lei. Tu ti sei curvato e le hai detto
una parola buona. Non mi ricordo bene, ma le hai detto qualche cosa che
volevo dirle io. Ti prometto di parlarle di te domani. Le dirò:--Quelle
parole le avevo io sulla punta della lingua, ma egli me le ha tolte di
bocca. Eppure temo che mi manchi il coraggio di dirle nulla, perchè
domani sarà giorno. Di notte è un'altra cosa, sebbene sia anche più
temibile. I suoi occhi sono come quelli dei gatti. La sua carne muta
colore, come l'opale, o la madreperla, la madreperla levigata e
cangiante. La sua carne.... Ah! Io non direi queste cose a nessuno... È
un gran segreto!
Tacque e si avvicinò allo specchio.
--Non ti pare,--domandò guardandosi,--non ti pare che io sia bellissimo?
Si inchinò e mi disse addio.
Io chiusi la porta dietro le sue spalle e mi gettai, esausto, sul letto.
VI.
Quando, a mezzogiorno, fui pronto per uscire, decisi di andare lungo la
spiaggia dove erano tirate a secco alcune flottiglie di barche e distese
al sole lunghissime reti. Il meriggio era tiepido e sereno: calmo, il
mare, appena ondeggiava. Vagai per qualche tempo qua e là, a caso,
raccogliendo conchiglie e facendo disegni sulla sabbia, finchè vidi,
sopra la punta di una penisoletta, la casa di Clauss, poco lontana, fra
un giardino di palme che l'onda lambiva da tre lati. Ad essa si saliva
per un viottolo disselciato, fiancheggiato da muri e da siepi di
oleandri. Clauss in persona s'affacciò alla veranda, mentre io bussavo
al cancello. Discese ad aprirmi, e tutti e due ci sedemmo sotto un
tiglio, fra due aiuole fiorite.
--Ebbene?--mi domandò.
Non gli avevo mai veduto un viso così buono.
--Ebbene,--risposi,--ieri sera eravamo tutti pazzi.
Clauss aveva l'aspetto di un ragazzo pentito, tanto i suoi occhi erano
miti e il suo atteggiamento umile. In quel momento, con quel volto
stanco, con quel sorriso che appena gli sfiorava la bocca, somigliava
veramente poco a sè stesso.
--Sì,--disse,--eravamo tutti pazzi, chi più chi meno. Anche tu, un poco.
Anch'io. È strano. Cioè, non è strano. Hai veduto Daria? Tu la vedevi
per la prima volta. È fatta così. È come una bambina capricciosa. Una
bambina cattiva e viziata. E quel povero Sterpoli, che ha smarrito la
ragione per lei, ha avuto ieri sera un gran colpo...
--Davvero...--mormorai.--L'ho veduto dopo, a casa. Aveva un livido sulla
faccia.
Clauss di nuovo sorrise. Poi mi prese le mani e mi chiese:
--Mi vuoi bene?
--Certo...--mormorai esitando.--Perchè non dovrei volerti bene?
--Grazie,--soggiunse,--ciò mi conforta assai. Chi può dire perchè si
desidera e si cerca, alla mia età, l'affetto e la dimestichezza dei
giovani? Sono tristi, molto tristi, amico mio, queste basse forme,
queste forme senili d'egoismo. Ma tu devi considerarmi come un moribondo
al quale ogni cosa può servir di conforto.
--Che dici mai!--proruppi ridendo.--Ora tu vuoi burlarti di me...
--No, no, non mi burlo nè di te nè di me stesso,--rispose Clauss con la
medesima voce sommessa, senza tralasciare di tenermi le mani e di
guardarmi teneramente.--Io sono nato matematico. Tutta la mia vita, in
apparenza tanto disordinata, fu sempre regolata sopra un calcolo esatto,
secondo la nozione precisa e minuta delle mie forze. Quando scaglio una
pietra, non so forse dove la pietra deve cadere? Ciò dipende unicamente
dall'impulso che io le darò. Così per tutto il resto...
S'interruppe e guardò una farfalla sopra una rosa, un'ape sopra un
fiore.
--Tu non mi hai mai domandato,--soggiunse,--perchè dunque liberassi
l'uccisore di Behela. Io infatti tagliai la sua corda, vicino al nodo.
Ma con quella stessa corda, come prevedevo, l'omicida s'impiccò il
giorno dopo a un albero della foresta.
Io tenevo gli occhi fermi su lui, mentre parlava. Può darsi che egli non
mi leggesse negli occhi altro che un ingenuo stupore; ma in realtà ero
ben sveglio, e cercavo di capire, guardandolo attentamente in viso, che
cosa ci fosse di tanto strano e di nuovo nella sua persona: se la voce,
lo sguardo, o l'abito, che era bianco. Quanto a lui, pareva veramente
turbato da non so quale nascosta preoccupazione, come inquieto, incerto,
non così sicuro di sè come sempre.
--Paris,--disse ad un tratto,--ti sembrerà ch'io sia capriccioso come un
ragazzo. Non so che cosa tu possa pensare di me: pure voglio che tu mi
aiuti a uscire da questo equivoco che mi ripugna e mi addolora.
Daria...--(e quel nome risuonò al mio orecchio come un richiamo, come un
allarme)--Daria...
--Ebbene? Daria?--domandai con un palpito.
--Daria è una donna. Bisogna essere pietosi con lei e perdonarla.
Rimanemmo un momento muti. Io aspettavo che egli continuasse, ed egli
non parlava.
--Perchè,--mormorai alfine,--perchè, allora, ieri sera, non sei stato
pietoso con lei, quando si è messa a piangere?
Silenzio.
--Perchè,--continuai con gli occhi bassi, le gote che mi cominciavano a
bruciare,--perchè mi hai rimproverato d'aver tentato, io, io solo, di
consolarla quando piangeva?
Clauss m'accarezzò con dolcezza la mano e disse:
--Hai ragione... Appunto per ciò ora sento che debbo io fare qualche
cosa per lei. Dunque (questo appunto volevo dirti) tu andrai a casa sua
e la pregherai di venire qui, a cena con noi, stasera...
--Con noi?
--Ti dispiace forse?
--No, no,--balbettai,--no, Clauss, non andrò da lei... No, non pensarlo
seriamente neppure un minuto che io possa andare da lei, presentarmi,
parlarle... sostenere quello sguardo... riudire quella voce cattiva...
No, no, Clauss, non è possibile!
--E di che hai dunque paura, stupido?--domandò Clauss bruscamente.
Ecco: davvero avevo paura, un'indicibile, una pazza paura. Se mi fossi
imbattuto in Daria, per caso, all'angolo di una strada, sentivo che
avrei preferito, a quell'incontro, di inabissarmi in una buca profonda
mille metri, e non uscirne mai più. Avrei preferito qualunque supplizio,
o vergogna, o castigo, al pensiero di dovermi trovare solo di fronte a
lei, costretto a guardarla, a parlarle, anche semplicemente a inchinarmi
senza pronunciare una parola, o muovere un gesto, o battere palpebra. Ma
ero anche così sciocco, che a udire quella parola--«stupido»--la paura
svanì d'un tratto, e mi sentii disarmato e pronto tuttavia a superare
ogni prova con un coraggio disperato.
--Non è che io abbia paura,--mormorai.--Penso soltanto che
riconoscendomi per quello di ieri sera non voglia neppure ascoltarmi. Un
altro forse riuscirebbe meglio di me.
--Al contrario!--esclamò Clauss alzandosi.--Quando ti avrà riconosciuto
non dubiterà d'un inganno. Basta che tu le dica che io non l'amo, che io
non l'odio, che io non voglio essere per lei se non un amico sincero e
fedele. E che noi tre insieme desideriamo questa sera concludere
solennemente la pace.
Mi condusse presso il cancello. Camminando pensai ancora:
--Ora gli dirò che cerchi un altro. Io non andrò a nessun costo....
Ma quando mi strinse la mano per accomiatarmi non seppi che dirgli:
--Arrivederci.
Così attraversai la città e andai dove Clauss mi mandava. Alla porta di
quella casa non c'era un campanello. Bussai, una vecchia mi venne ad
aprire ed entrai in un salotto alle cui finestre pendevano pesanti
cortine di velluto. La casa, dentro, aveva piuttosto l'aspetto di una
bottega; tutto era gualcito e in disordine. In un angolo stava un
pianoforte aperto con un quaderno di musica sul leggio. Da una stanza
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