L'alba risplende; Il Vespro è l'íncubo--della mia splendida Musa, che veglia--serena ed ilare; E a me gli esametri, nella notturna Ora, dall'urna Dorata, prodiga--mescendo; il Vespero Ha, nella tremula--penombra, il dubbio E, nella mistica--melanconia Ha l'agonia! Ed io, che, trepido,--di questa effimera Mia vita medito--l'ora novissima, Reco nell'intima--mente una vaga Scienza presaga: Credo che il debole--fil, che mi tessono Le Parche, rompersi--dovrà al crepuscolo; E che il mio spirito--dovrà partire All'imbrunire; Poichè, or che in fervidi--flotti il mio sangue Nelle ancor giovani--membra si esagita, Io, del crepuscolo--nella penombra, Mi sento un'ombra! Ottobre 1876. NOTTE A MARIA. Gli astri scintillano;--l'onda riposa; E sovra il glauco--specchio del mare Il raggio tremola--d'una pietosa Luce lunare. Da lungi il circolo--delle pendici Chiude la baja--con braccia immani; Ivi approdarono--Libii e Fenici Mori ed Ispani. Le barche dormono--presso la rada; Il flutto instabile--ne culla il sonno; Ed a fior d'acqua--guizzan l'orada La triglia e il tonno. I fari splendono--là, in lontananza, Pupille immobili--fise nel vuoto; E par che evóchino--la rimembranza D'un dì remoto. Maria, nell'anima--ho l'armonia Dei più ineffabili--sensi d'amore; Sul labbro ho un gemito--di pöesia E di languore! E vorrei stringerti--sul petto, come Stretta è la baja--dalle pendici; E col tuo incidere--leggiadro nome Queste felici Ore fuggevoli!--Libar vorrei Qualche satanico--filtro amoroso Che addoppi l'impeto--dei sensi miei!... Poscia al riposo Eterno chiudere--gli occhi; il passato Tutto in un'estasi--ridir fra noi... Scendere all'Èrebo--martirizzato Dai baci tuoi. CITTÀ ITALIANE NAPOLI (A MICHELE UDA) Napoli è il pandemonio D'ogni stranezza umana; Vi si respira il soffio Dell'epoca pagana; Come al tempo dei Cesari Rimaser le taverne; Serban l'antica foggia L'anfore e le lucerne. Il popolo s'inebria Di leggende e di canti; Ama le notti tiepide, I tramonti smaglianti, L'albe serene, il glauco Color della marina, Ciò che fa chiasso e luccica, Il lotto e Mergellina. Ogni veste in fantastici Disegni si ricama; La ricchezza frastaglia I merletti alla dama, E l'abile miseria Alle povere donne In pittoreschi cenci Sa ricamar le gonne. Di poco pane e d'acqua La plebe si nutrica; Ha l'apatia mirabile Della sapienza antica; Come adorava gli idoli, Adora i santi adesso; I simboli mutarono, Ma il culto è ancor lo stesso I cocchieri bestemmiano Per le marmoree vie... E salutano agli angoli I Cristi e le Marie. Spesso la fame, squallida Larva, i tugurii invade... E cogli aranci i pargoli Giuocano nelle strade. Oggi si muta in ghiaccio L'umor delle fontane... E le camelie sbocciano Col sol della dimane. Ogni edificio è un'ampia Mole che in cielo ascende... E a vivere sul lastrico Il cittadin discende. Ieri l'orrendo tremito D'un sotterraneo moto Facea pregare e piangere Il popolo devoto... Oggi, già quasi immemore Del periglio mortale, Ei pensa alle baldorie Del pazzo carnevale. Napoli è il pandemonio D'ogni stranezza umana! Un ineffabil fascino Dalle sue pietre emana; Pari alla vita assidua Di sua genial natura, Un incessante fremito Vibra fra le sue mura. Bimbi, cavalli e monaci, Soldati e marinari, Dame, accattoni e lazzari, Ganimedi e somari, Cocchi, carri e curricoli, Mercajuoli ed artieri, Un mondo indefinibile Brulica nei quartieri. I confratelli, in candidi Lenzuoli imbacuccati, Colle faci precedono I feretri dorati; E intanto, sotto i portici, Trofei multicolori, S'innalzano a piramidi Frutta, legumi e fiori. Come pesci, i ladruncoli Guizzan fra dorsi e petti; Le cortigiane passano Ridendo ai giovinetti; E fra le ruote, gli uomini, Le donne ed i cavalli Delle capre lampeggiano I limpid'occhi gialli. Echeggia intorno l'impeto Dalle robuste gole; La negra folla ondeggia Sotto i raggi del sole; Mille campane annunziano Battesimi e agonie... E Pulcinella sbraita Lazzi e corbellerie. Dal porto, colla candida Ala cercando il vento, Le navicelle salpano Per Gäeta e Sorrento; E in fondo (immane fiaccola Che il Tempo non consuma) Sovra le cose e gli uomini, L'alto Vesuvio fuma. O mia canzone, librati Nell'aria profumata; Guarda l'immensa cerchia Della città incantata; Vedrai che da Posilipo A Porta Capuana... Napoli è il pandemonio D'ogni stranezza umana. Napoli, 3 febbrajo 1876. CAGLIARI (AD AGGELO SOMMARUGA) Cagliari è fatta di case giallastre, Come un branco d'agnelle a un monte appese; E scivolan le scarpe sulle lastre Delle sue strade ripide e scoscese. C'è una gran baja ed un porto piccino, Ove l'onda giammai freme adirata, E par che dica ad ogni brigantino: "Se tu cerchi la pace, l'hai trovata!" Cagliari è gaja; ha un'aria patriarcale, E del buon tempo antico ama la legge; E non pensa a mutar la cattedrale Lo strano campanil che la protegge. La turba scarmigliata dei -picciocchi- Gira dovunque col corbello in testa, E sguscia dei passanti fra i ginocchi Più delle anguille irrequïeta e lesta. Quel corbello è il suo pane ed è il suo tetto, Ed il -picciocco- mai non l'abbandona; Se vuoi dormire egli ne fa il suo letto; È il suo scudo, il suo stral s'egli tenzona. Quando piove ei lo muta in un ombrello, Lo cambia in parasol quando è l'agosto, Poi, pien di merci--tornato corbello-- Per due soldi lo reca in ogni posto. La gente dorme quando il giorno cade; S'alza coi primi albori e va al mercato; E le donne sciorinan per le strade I pannilini freschi di bucato. I cittadini hanno la faccia rasa; Vengon dai monti i villosi sembianti; Le cittadine son massaje in casa E a San Remy son belle ed eleganti. Gli innamorati hanno un costume strano, E l'uso è tal che nessuno ci abbada; La dama sta a un balcon del terzo piano Ed il damo le parla... dalla strada! Di sibili infiorato è l'idïoma, Dolce all'amore; auster su labbri austeri. C'è qualche bimbo colla bionda chioma... Caso raro!... perchè son tutti neri! Cagliari guarda il mar, mentre al suo fianco Ha liete valli e colli pittoreschi, E larghe vie dal suol sassoso e bianco, Ed irte siepi di -fichi moreschi-. Grappoli enormi e picciolette viti Ornan le balze--ridenti festoni!-- E all'arse gole fa graziosi inviti Lo scialbo color d'ambra dei limoni. Siam quasi al verno e par di primavera! E melegrane e cedri ed ananassi Ti mandan, colla brezza della sera, Un saluto d'effluvii quando passi. Cagliari guarda il mare, e, alle sue terga, Stan campi incolti e vergini foreste, Dove il cinghiale e dove il cervo alberga, Dove vette -prezíose- alzan le creste. Ivi una febbre d'or spinge gli umani, Ma (ahimè!...) talvolta l'-or- sfugge agli audaci E resta sol la -febbre- all'indomani Che li dissangua cogli orrendi baci! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Oggi è -sagra-, ed il popolo ha indossato Il -costume- gentil del suo päese; Nè più bello un pittor l'avria foggiato Cui fosse il Genio dei color cortese. Lungo la baja è un ondeggiar festante Di gonne rosse dai botton lucenti; È una baldoria, un correre incessante Di cavallucci magri e intelligenti. E intorno al picciol porto--ove diè fondo La carena panciuta dei velieri-- Havvi una folla, un'accozzaglia, un mondo Di brache bianche e di berretti neri. Cagliari, domenica, 22 ottobre 1876. SOCIALISMO -Uscita da caligini profonde, Ch'io vo tentando e a penetrar non basto, Salute a te, nelle tue vie feconde, O Umanità, cui ciascun dì risponde Un idëal più vasto!- 27 ottobre 1860. (A. ARNABOLDI---Sulla montagna-). EPISTOLA A ENRICO BIGNAMI SOCIALISMO Dal dì che pochi dissero:--"Ecco i nuovi orizzonti!" E che un fiero entusiasmo--scintillò sulle fronti, E che feudi e tiranni,--pregiudizii e messali Entraron, colla peste,--nel novero dei mali, L'umanità rïarse--d'una febbre incessante: Dei soffrenti si mosse--l'esercito gigante, E la tema scotendo--giù dai dorsi avviliti, Sorse a chieder ragione--degli insulti patiti. Furon giorni di sangue;--rosseggiaron le vie... È ver!... Colle zizzanie--cadder rose e gazzie... Ma pari alle tempeste--son le amare vendette! Non han leggi in entrambe--e castighi e säette! Gli stolidi soltanto--vorrebber la Natura Eguale al freddo svizzero--che i suoi colpi misura! Un tempo era il carnefice--del popolo maestro; Ei l'educò alla scuola--dei ceppi e del capestro; Al codice mitissimo--il popolo educato Si vendicò col sangue;..--come aveva imparato. Al!... Non gettiam la pietra--su chi lava un oltraggio! Chi, fra noi, del perdono--ebbe sempre il coraggio? Nelle pagine lunghe,--su cui veglia la Storia, Tra le feste d'un giorno,--tra una colpa e una gloria, Tra il sovrapporsi assiduo--d'un evento a un evento, Dalle viscere umane--esce sempre un lamento! Cristo, anch'egli, degl'empi--rese il braccio più ardito! E fu il giorno che in croce,--per le angoscie sfinito, Gridò un'ultima volta:--"Sopportate e tacete!" Gli empi ne profittarono. --E quando ei disse: "Ho sete!" D'aceto e fiel gli porsero--una spugna bagnata! Or ben, quando dei buoni--fu la bontà oltraggiata, Non un giorno, ma secoli,--essi tacquer pazienti...! E gli empi li derisero--raddoppiando i tormenti. Ma venne il dì che i buoni-dissero anch'essi: "Ho sete!" E avean sete di scienza,--di libertà!... "Bevete!..." Fu lor risposto. E il sangue--si diede lor dei figli! E morirono i padri--su fetidi giacigli! E messe alla tortura--für le membra del saggio! Ah!... Non gettiam la pietra--su chi lava un oltraggio! Cristo era un uomo-dio;--noi non siam che mortali! Ei sapeva che il cielo--esisteva; che i mali, Con cui l'avean qui in terra--i tristi vilipeso, Gli fruttavan la gloria--del trono ov'era sceso! Ma per noi questo cielo,--questa speranza sola, È un mistero!... Per noi--il cielo è una parola!.. Perchè voler, da fragili--e grame creature, Ciò che forse è miracolo--per divine nature? Ma libriamoci in alto;--tra il vero e l'ideale; Ove l'aria non sfibra--questa carne mortale! E guardiamo sugli uomini;--sui viventi dell'-oggi-; Su coloro che popolano--le vallate ed i poggi, E che, orgoglio di vermi,--raggiungendo una vetta, A Giove antico atteggiansi--che scaglia la säetta... Guardiam giù... Questo fiume--fatto di teste umane, Questa immensa valanga,--questo esercito immane, Ha un nome! Lo si mormora--con riverenza: -Il Mondo!- Ei cammina!... Ei cammina!... --Nel cèrebro fecondo Dei mille pensatori--egli attinge i portenti, I segreti, che dànno--la vittoria. Le genti, Attraverso agli oceani,--si favellano; i cieli Si spalancano; cadono--i fantastici veli Che rendean sacra d'Iside,--nei templi egizii, l'ara; Ogni giorno che sorge--ha un raggio che rischiara; Ogni giorno che passa--ha una tenebra spenta; E sull'eterna via--dei suoi destini (lenta, Per la vita degli uomini;--per un'idea, veloce) Mille grida adunando--in una sola voce, Travolgendo implacabile--chi non vuole o non vede, Questa immane fiumana,--questo Mondo procede! Avanti!... Avanti!... Al mare,--o mistica fiumana! Alla foce!... Alla foce!... --Ov'è dessa?... È lontana! Lontana più del sole!--Più del sol misteriosa! Chi potrebbe, osservando--ogni uomo ed ogni cosa, Predir l'ultimo giorno--dei terrestri abitanti? Ma che importa!... Alla foce!...-Al mare!... Avanti!... Avanti!... Pur, come un dì le streghe--di Macbeth sul sentiero, A soffermar per poco--del Mondo il passo altero, Sorgon tre sfingi; e sono--sfingi rabbiose e grame; I moralisti ipocriti,--gli eserciti e la fame! O roditori eterni--delle umane famiglie, Che dei padri cadenti--insultate le figlie, Perchè portan nel seno--un bambino illegale; Che vorreste la donna--ad una pietra eguale; Che eccitandone i sensi--con arti sopraffine Bramate, come i vecchi,--veder ignuda Frine Per turpemente chiederle:--"Sei tu ancora innocente?" O roditori eterni,--che dell'età fiorente Odiate i baci, e fate--che le madri, non spose, Cadano nei postriboli,--come foglie di rose Sui letamai; che, primi,--l'indagine vietando E incutendo nei cuori--un terrore esecrando, Obbligate le madri--a uccidere i bambini; O voi, che non leggete--negli umani destini Quest'ardente desío--di pace e fratellanza; Voi, che abbagliando gli uomini--con cinica baldanza, Togliete ai campi il braccio--dei giovani ventenni Per armarlo nei giorni,--in cui le idee solenni Sorgono a dimandare--che giustizia si faccia; O voi, che li spingete--all'orribile caccia Delle conquiste; o voi--che beäti ridete Nelle comode case--e buoni vi credete Perchè date una veste--allo spazzacamino; O voi, gretti ambiziosi,--che annebbiate col vino L'orizzonte ristretto--d'un esile onorario, E, colla banda in testa,--ed al passo ordinario, Sfilate per le vie--tronfiamente, perchè Un -circolo operaio---surse vostra mercè, Ditemi, nei banchetti,--parlando agli operai, A chi smuove la terra--non ci pensaste mai?... I poëti d'Arcadia--han pensato a costoro! Essi cantaron Fille,--Tirsi, Clori e Lindoro; Coprirono di cipria--le piaghe puzzolenti; Sulle teste dei villici--versaron l'acque olenti; Nascosero gli stracci--sotto i nastri ideali; Posero loro in bocca--idilii e madrigali; Indi li presentarono--alle dame annoiate! Oh!... Vigliacchi sarcasmi!--Oh!... Ironie scellerate!... Questi pastor da scena,--questi villan galanti Sono un popol di schiavi--dalle miserie affranti! Queste Filli, che cantano--canzonette sì gaie, Sono donne che muoiono--nelle immonde risaie! Questi Tirsi e Lindori,--che sputan madrigali Son pellagrosi e tisici!--Son carne da ospedali! Questi eroi dell'idilio,--nell'amore maëstri, Stancaron fin ad oggi--e giudici e capestri! E, fra le lunghe prediche--di parroci o curati, Fra le sevizie orribili--di chi li ha dissanguati Per sprecar in un'ora--quanto ha negato loro Pel lavoro d'un anno;--fra la sete dell'oro E la fame, gli errori--e lo spregio, i meschini. Gli arcadici pastori,--son ladri ed assassini! Mentre noi cittadini,--nelle sere d'estate, Sorbiamo, a suon di musica,--le bevande diacciate, Essi cadon dal sonno,--veglian pallidi e infermi Nei campi, nelle vigne,--o attorno ai mille vermi Che daranno la seta!... --Mentre noi, nelle sere Invernali, danziamo,--o cerchiamo al bicchiere, O al teatro, o al tepore--d'un buon letto, la gioia, Essi treman dal freddo--su una lurida stuoia Sdraiati, e addormentandosi--nelle insalubri stalle, Invidiano lo strame--ai bovi e alle cavalle! Lamentando una salsa--noi biasciam le vivande; Essi mangiano un pane--ch'è peggior delle ghiande! Noi ci lagniam d'un nodo--nei fili d'un lenzuolo; Essi dormon vestiti--sovra un umido suolo! Gli operai cittadini--sono ricchi in confronto; Men terribile è il male--ove il soccorso è pronto! Noi possiamo, mendichi,--trovar pietose mani; Essi son soli, poveri,--quasi ignoti... lontani!... E la -Fame- li decima! --Oh! la -Fame-!... L'arcano Problema, che scombussola--ogni sistema umano! Come mai questo squallido--fantasma esiste? Noi Siamo pochi; la Terra--è grande; i frutti suoi Dovrebbero bastare--a color che vi stanno! Chi ruba?... Chi nasconde?--Ov'è dunque l'inganno? Perchè dunque chi suda,--e raccoglie, e lavora, Digiuna presso un uomo--che ozïando divora? Perchè mai chi le glebe--feconda di sua mano Ne reca ad altri il frutto--e muor di fame? È strano! Io so ben ch'è una fisima--l'eguaglianza sociale, Poichè, qui in terra, tutto--è bene, e tutto è male; Poiché ciascuno al mondo--predilige un tesoro; Il savio i suoi volumi,--l'usuraio il suo oro, Il poeta i suoi sogni;--poichè è vana speranza Fra miseria e ricchezza--ottener l'eguaglianza: Poichè fin che degli uomini--saran diversi i volti E nasceranno belli--e brutti, furbi e stolti, Deboli e forti, arditi--e timidi, i mortali Si rassomiglicranno,--ma non saranno eguali; So, che se tutti gli uomini--avesser oggi un pane Chiederebbero unanimi--il lusso alla dimane; So che è propria natura--d'ogni nostro bisogno Di svanir, soddisfatto,--crëando un altro sogno; Ma so ancor che un diritto--inconcusso è la vita; Che sovra cose ed uomini--una legge è scolpita, Una legge che domina--eventi, gaudi e lutti; Che la Terra ci grida:--"Figli, vivete tutti!" Oh!... Tremiamo!... Nel sacro--nome di questa legge, Che prodiga i suoi doni--e che tutti protegge, Forse, un giorno, può insorgere--questo popol di schiavi! L'ire represse in Furie--posson mutar gli ignavi! I fucili cadranno--dinanzi alle bidenti! Come i patrizii antichi,--i borghesi piangenti Bacieranno i figliuoli--per morir di mannaia! Le canzoni, che ai padri--narrarono dell'aia E dei campi le cure,--tuoneran tra i macelli... E saran la funebre--ironia dei ribelli! Quelle mani incallite--saccheggieran le alcove Dove i ricchi dormirono--i lunghi sonni, e dove Procrëavan tiranni--alla timida plebe! I badili e le vanghe,--use a romper le glebe, Sfracelleran le teste--dei bimbi e dei vegliardi!... Oh!... Facciamo giustìzia--prima che sia già tardi! Prima che sorga l'alba--di quel giorno tremendo! Facciam che i nostri figli--non bestemmin piangendo L'avidità degli avi--che, coi pingui retaggi, Avran lasciato ad essi--il livor dei servaggi!... Ed or, rispetti umani;--inutili timori; Fanciulleschi desiri--di fanciulleschi onori; Genuflessioni timide--ad idoli tarlati, Arido galateo--coi nemici garbati; Martirii del cervello,--che proromper non osa Per mercar da un giornale--una linea graziosa; Amarezze inghiottite;--malintese prudenze, Che contro il rancidume--delle viete sentenze, Domate i sillogismi--del bollente pensiero; Oltraggi silenziosi--allo splendido Vero; Tacite abiurazioni--per la lode d'un giorno; Debolezze dell'uomo,--venitemi d'attorno!... Io vi lascio sul limite,--che non varcai finora, Perchè siete il tramonto--ed io voglio l'aurora; Perchè se noi, quì in terra,--viviamo una giornata, Io d'ineffabil luce--la mia vo' illuminata; Perchè, sazio degli uomini,--io voglio amar l'Idea; Perchè gli oscuri baci--di questa sacra Dea Valgono i mille affetti--della gente piccina; Perchè val più il delirio--d'un sogno che affascina. Dell'entusiasmo d'obbligo--d'un ballo mascherato; Perchè ai dolor dei molti--io mi sono temprato, Perchè i ghigni di scherno,--la fame e la Censura, (Dalla fronte brevissima)--non mi fan più paura; Perchè la solitudine--amo più della folla; Perchè abborro i mïasmi--d'una carne già frolla; Perch'io cerco per scrivere--una pagina bianca E sui vecchi caratteri--il mio sguardo si stanca!... Enrico, il cor mi batte--di generoso orgoglio! Sì, nella santa pugna--esserti al fianco io voglio! Noi propugniamo i dritti--della -famiglia vera-, Dei morenti di fame! --Sulla nostra bandiera Noi non scriviam: -Rivolta!---Scriviam: -Giustizia!- Molti, Che mi furon diletti,--lo so, torcendo i volti, M'avran da questo giorno--in abbominio! I grulli Negli amori e negli odii--sono sempre fanciulli! Odian senza discutere;--aman senza pensare! Tal sia di loro!... Avanti!...--Avanti!... Al mare!... Al mare! Alla foce!... Alla foce!...--Degli errori all'oblio!... Dammi la mano, Enrico,--son -socialista- anch'io! NOVELLE IN VERSI ACQUA E FUOCO A FELICE UDA ACQUA I. Chi conosce Mercallo? È un povero paese Tra i monti che sepárano--il lago di Varese Dal Verbano. Fa in tutto--un seicento abitanti, Quando i bachi e le vigne--dan raccolti abbondanti, I villani, alla festa,--cantano all'osteria E giuocando alla mora--bevon la malvasia. Quando il raccolto è scarso--e il pallido digiuno Entra nelle capanne,--e siede, come un bruno Fantasima, dappresso--ai freddi focolari, La taverna è deserta;--la nenia dei rosari Esce fuor dalle porte--dei meschini abituri (Dove spiccan le teste--sovra dei fondi oscuri), Come fuor da una chiesa--esce l'odor d'incenso. Oh! La chiesa! La chiesa!--Ecco il tripudio immenso Dei villani! I beoni--frequentano la chiesa Anch'essi!.. Almeno là--possono alla distesa Metter fuori la voce,--quando l'economia Nei dì grami li tiene--lungi dall'osteria! * * * * * Or nel mille ottocento--e cinquanta, a Mercallo, Nell'unica taverna--all'insegna del -Gallo-, Abitava un vecchietto--con una figlia, bionda, Bella, diciassett'anni,--ben tornita e gioconda. Gli affari prosperavano--che da parecchie annate, I villani contavano--men meschine derrate; E perciò nelle botti--non dormigliava il vino. La fanciulla avea nome--Lisa; il padre Martino. Era un buon galantuomo--(cosa in un oste rara Ed in tutti i mestieri). --Stando al mondo s'impara. E Martino a sessanta--anni aveva imparato A pigiar bene l'uva,--a trovar sul mercato Fiducia, e ad adorare--l'unica figliuola. * * * * * Nel cinquanta a Mercallo--fu fondata una scuola. Era il verno.--Il Comune--fe' venir da Milano Un maestro; un bel giovane;--avea nome Graziano; Gli diè il lauto stipendio--di quattrocento lire All'anno, e un bugigattolo--dove poter dormire. Con quattrocento lire--di Milano (vi pare, O miei buoni lettori?)--nessun la può scialare! Eppure il giovinotto,--contro ogni economia, Avea trovato il modo--d'andare all'osteria Tutte le sere! È vero--che beveva assai poco! Un bicchiere soltanto!...--Se lo sorbiva al fuoco, Ma di bicchier quel verno--egli ne bevve tanti, Che in aprile Graziano--e Lisa erano amanti! * * * * * Il padre se ne accorse--e ne fu lieto assai, Ma nè a Lisa nè al giovane--volle parlarne mai. Gli piaceva il maestro.--Il suo piglio cortese Gli aveva cattivato--gli animi del paese. Era povero!... È vero!...--Ma cos'era Martino?... Viveva! Questo è il compito--di chi nacque meschino... E il vecchietto diceva:--"Presto l'avrò adempito!" Quando la primavera--col suo tiepido dito Venne a schiuder le imposte,--inchiodate dal verno; Quando i campi e il creato--col loro canto eterno Intuonarono l'inno--della vita novella; Quando Lisa a Graziano--parve farsi più bella; Quando fu del vin vecchio--vuota l'ultima botte; Il maestro veniva--dopo la mezzanotte A passeggiar soletto--intorno all'osteria. Allora al primo piano--una griglia s'apria. Era Lisa. I due giovani--non contavan più l'ore! Chi di voi l'ha contate--nei colloqui d'amore? Ma le contava il vecchio--dal suo secondo piano. "Come ti voglio bene!"--mormorava Graziano Alla bionda fanciulla. Ella diceva: "Anch'io!" Ed egli soggiungeva:--"Domattina, amor mio, "Voglio farmi coraggio!--Vo' chiederti in isposa "A tuo padre!..." * * * * * Il vecchietto--ascoltava ogni cosa, E rideva in cuor suo.--Eran tanto innocenti Quei colloqui!... Ei pensava--ai begli anni ridenti In cui per la sua donna--avea fatto altrettanto! Si sentiva commosso;--avrebbe quasi pianto Di gioia!... Ma l'aprile--passò; giugno passò; E l'estate trascorse;--e l'autunno arrivò; Né il povero maestro--aveva ancor trovato Il coraggio di dire:--"Io sono innamorato "Di vostra figlia" al padre. --In settembre le notti Divenner fresche. Il vino--nuovo dentro le botti Bolliva. "È strana cosa!"--Rifletteva Martino, "Graziano e Lisa in tutto--somigliano al mio vino! "Mentre di fuor fa freddo--hanno il cuore che cuoce!" * * * * * Una notte pioveva.--Parea quasi una voce Di lamento, lo squillo--delle poche campane Che suonavano l'ore--nelle valli lontane. Il tocco era passato.--Dal suo secondo piano, Ascoltando il colloquio--di Lisa e di Graziano, Il vecchietto tremava--pel freddo. Il giovinotto, Sfidando l'intemperie,--mormorava di sotto Alla nota finestra:--"Come ti voglio bene!" "Anch'io!" Lisa diceva. --E il maestro: "Conviene "Ch'io mi faccia coraggio!--Tuo padre domattina "Saprà tutto!... Speriamo!...--E poi, Lisa, indovina "Che rispose il curato--quando ieri gli ho detto "D'amarti?" "Che rispose?" --"-Ma, Signor benedetto!- "Esclamò: -Fatti avanti!--Parla a Martino... Prova!... "Animo!... Se suo padre--la vostra unione approva, "Non c'è nissuno al mondo--disposto a benedirla "Più di me!-" "Giurabacco!--È tempo di finirla!" Spalancando le griglie--tuonò il vecchio dall'alto. Il coraggioso giovine--fe' per spiccare un salto... E fuggire... Martino--gli gridò: "Ma, per Diana, "Fermati, giovinotto!--Cosa son?... La befana?... "Via!... Piuttosto che espormi--a mille infreddature "Fate presto, sposatevi,--mie care creature!" * * * * * Graziano sposò Lisa. --Era tempo! Martino Morì. Il maestro allora--lasciò i libri pel vino. Divenne ostiere. Lisa,--dopo quattr'anni, anch'ella Spirò, mettendo al mondo--una bambina bella Come un amore, e cui--lasciò erede del nome. II. Nel mille ed ottocento--settanta, colle chiome Che parevano d'oro,--allegra e ben tornita Era la nuova Lisa--la delizia e la vita Del padre, a cui la testa--s'era fatta canuta. Egli la contemplava--in un'estasi muta; Le baciava la fronte;--la chiamava -folletto-; Le dicea di ripetergli:--"Oh! Mio babbo diletto!" Ai villani, recando--la solita scodella Di vino, domandava:--"Non è vero che è bella?" Volea che alla domenica--ogni donna, alla messa, Mormorasse vedendola:--"Guarda com'è ben messa!" Le aveva appreso a leggere. --Su un libro d'orazioni Avea di proprio pugno,--con grossi paroloni, Scritto dei versi (ignoro--di qual poeta); questi: Le fanciulle son angioli Che pregan col candore; Per esse il vecchio padre È il loro primo amore! * * * * * Ma pel povero padre--vennero i giorni mesti * * * * * Il volto allegro e sano--della bella fanciulla Si fe' pallido e magro "Che hai?" Le chiese. "Nulla!" Ella rispose. Il vecchio--divenne da quel giorno Pensieroso. Le stava--ogni momento attorno; Volea leggerle in cuore;--di notte non dormiva. * * * * * Una notte, fra l'altre,--(era una notte estiva) Egli balzò dal letto--e s'affacciò inquieto Alla finestra, Il lume--degli astri, mansüeto Come un guardo materno,--sulla terra piovea: Il corteggio dei colli,--da lungi, si perdea Dietro il caro ideale--dell'azzurro dei cieli; Lo stormir delle fronde--parea fruscio di veli; Le campagne riarse--dai torridi sollioni Beveano la rugiada;--le Talli aveano suoni Indistinti, söavi;--il villaggio dormia Sul guancial di granito--che e il monte gli fornia. Ei guardò gli astri, i colli,--e l'azzurro orizzonte, E le piante, ed i campi,--ed il villaggio, e il monte Che gli sorgea daccanto...--Parea cercar la via Su cui stornar la mente--da una triste malia... Ma la cercava invano!--Ei pensava a sua figlia. * * * * * Che è questo? Al primo piano--s'è dischiusa una griglia, Giù, nella via, si muove--un'ombra nera. Dice Una voce da basso:--"Lisa, notte felice! "Come ti voglio bene!" --L'altra risponde: "Anch'io!" Allor l'ombra soggiunge:--"Domattina, amor mio, "Voglio farmi coraggio!--Vo' chiederti in isposa "A tuo padre..." Ad un tratto--cordiale e fragorosa Scoppia, come una folgore,--una risata in alto. Già l'ombra coraggiosa--sta per spiccare un salto E fuggire... Ma il vecchio--le grida: "Evvia!.,. Perdiana, "Fermati, giovinetto!--Cosa son? La befana? "Orsù!.. Per risparmiarmi--le mille infreddature "Fate presto! Sposatevi,--mie care crëature!" * * * * * O lettrice cortese,--non dir che t'ho ingannata! È vero, troppo semplice--novella io t'ho narrata! La colpa non è mia--ma degli umani eventi!... Una storia monotona--han gli amori innocenti! Nella gente volgare--(che invidio e che rispetto Per rispettar me stesso)--si ricopia ogni affetto Di padre in figlio. È un calcolo--infinitesimale; È l'acqua, che può forse--aver nome -termale-, O -salsa-, o -benedetta-,--o -tofana-, o -stagnante-, Ma s'assomiglia sempre--con ben poca variante! E quest'acqua è il racconto. * * * * * --"Per farlo men meschino (Tu mi dirai) "Poeta--ci hai messo anche del vino! Ahi!... L'acqua guasta tutto!--Persino il vino buono! La bevanda fu insipida--te ne chieggo perdono... Vuoi un'altra novella? --La leggerai fra poco. Bada!.. Non riscaldarti!..--Ha per titolo: -Fuoco!- Milano, 1875. FUOCO Era sera e pioveva. --Il tremolante raggio Delle lampade ad olio,--accese nel villaggio Dinanzi alle Madonne,--col giallastro bagliore Sulle pietre specchiavasi--della strada Maggiore; Sulle pietre, cui l'acqua--rendea lucide e nere, E alle quali imprecava--un grosso carrettiere, Perchè il mulo a ogni passo--scivolava. La via Era deserta. In alto--dicean l'avemmaria Due fesse campanuccie. --Di piombo il ciel parea, E la sottil pioviggine--silenziosa cadea. * * * * * Le galline e i piccioni,--nascosti sui fienili, O accovacciati agli angoli--dei luridi cortili, Borbottavan sommessi--cercando il posto adatto. Sulle ceneri calde--s'accoccolava il gatto. I dindi, che non amano--dormire affratellati, Sui carri e sulle travi--eransi sparpagliati; Taluni dai piuoli--d'una scala sbilenca Dominavan la scena. --Il bove e la giovenca Ruminavan sdraiati--nelle tiepide stalle, Pensando forse all'erba--brucata nella valle E alla miglior pastura--da sceglier la dimane. Col muso fra le zampe,--dalla sua cuccia, il cane Guardava con disprezzo--dell'oche la famiglia, Mentre un fanciullo lacero--con una fronda in mano Di spingerla all'asciutto--s'affaticava invano. L'orizzonte, all'occàso,--colla sua tinta scialba Facea dir: "-Sol che guarda----indietro, pioggia all'alba!-" E con questo proverbio--le rubizze comari Chiudevano le imposte--dei rozzi casolari. * * * * * Quella sera non c'era--benedizione in chiesa. La prebenda era povera,--non potea far la spesa D'accender tanti moccoli--tutti i giorni. Il curato Passava coll'ombrello--sull'umido sagrato, Movendo a lunghi passi--verso la farmacia. Colà la vieta triade--del villaggio venia A far tutte le sere--la solita partita. * * * * * "Buona notte, Teresa!"--"Salute, Margherita!" "Dormite bene, Checca!"--"State bene, Gervasa!" Eran le donnicciuole--che rientravano in casa. 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