Poesie e novelle in versi Ferdinando Fontana FERDINANDO FONTANA POESIE E NOVELLE IN VERSI MILANO 1877. A ANTONIO GHISLANZONI SCUOLA MODERNA[1] AD ANTONIO GHISLANZONI, DEDICANDOGLI IL LIBRO. Alla tua nota satira Chi porse l'argomento? Forse i carmi d'un giovane Da pochi giorni spento?[2] Forse il -Torso di Venere- O il -Düalismo- ardito, Che una Musa propizia Dettava a un erudito?[3] Non già!.... Dalle tue laudi Fu consacrato il primo; Tu lo sapesti scegliere Dal medïocre limo; [4] All'altro degli stolidi Soltanto il volgo indegno Oggi contrasta il fervido Estro e il robusto ingegno. Forse dell'-Inno a Satana- [5] Ti spaventò il concetto? No!.... Che tu abborri i vincoli Che strozzan l'intelletto, E so che, quando mediti, Ti ribelli ai confini, Al pensier del filosofo Imposti dai cretini. È ver, talora il genio Ama le forme strane, Ma il pensator sa leggere Nelle sue cifre arcane, E sa discerner l'enfasi Del verso che non crea Dal balenar fantastico D'una sublime idea. Spesso il cantor d'Ofelia, Col labbro d'uno stolto, Strambi concetti mormora Ed è di nebbie avvolto, Ma sempre, come folgore Che irradia la tempesta, Risplende tra le nebbie L'olimpica sua testa.... Evvia!.... se qualche Bécero, Nelle invalide carte, Pallia coll'artificio La mancanza dell'arte; Se con grottesche immagini Pochi grulli impotenti Cercano un vieto elogio A mal composte menti; Se nella solitudine Dove ti sei rinchiuso È giunto qualche cantico Di giovinetto illuso. Se un impudente o un ebete Parlando in metro oscuro S'imbranca colle vecchie Che dicono il futuro; Deh!.... non armar la cetera Colla mordente corda! Carni di imbelli vittime Il verso tuo non morda! Frena, romito Antonio, La beffarda parola; Non dir che pochi stolidi Son la -moderna scuola!- Serba ai pedanti, agli arcadi, Lo scherno e l'ironia; Taglia pei dorsi elastici Le vesti in parodia; Non fornir armi ai deboli Che temono di noi E che verranno a irriderci Cantando i versi tuoi. Pensa che ai pochi giovani, Che vedon l'ardua meta, Il ben d'un raro plauso I grami giorni allieta.... E che il maggior cordoglio Che contristi i gagliardi È di sentirsi mettere Col volgo dei codardi. [1] Questi versi vennero già pubblicati in risposta ad una poesia del signor Ghislanzoni, dallo stesso titolo, nella quale l'egregio -umorista- avea preso a far la satira di certi sedicenti -innovatori letterarii-. Più die a rispondere al signor Ghislanzoni, questi versi intendevano a metter in chiaro la differenza che passa fra costoro e quelli che operano con vero ingegno. [2] Emilio Praga. [3] Due splendide liriche di Arrigo Boito. [4] Il Ghislanzoni fu il primo che incoraggiò l'ingegno di Praga. Quando questi pubblicò la sua -Tavolozza-, l'eminente critico, parlandone in un giornale cittadino, dava principio al suo articolo colle seguenti parole: "-Finalmente, abbiamo un poeta.-" [5] L'-Inno a Satana-, di Giosuè Carducci. LIRICHE PREFAZIONE AI MIEI VERSI Esser pöeti è legger nei futuri Giorni; è spaziar nel cielo delle indagini Condannate dai timidi cervelli; Esser pöeti o sentirsi maturi Quando nel sangue bollono i vent'anmi; È ridere di tutto, esser ribelli Alla gloria e agli affanni. Esser pöeti è librarsi giganti Sull'universo e, in sè raccolti, vivere Animati da incognita scintilla; È accogliere del par sorrisi e pianti, Inni e bestemmie, rantoli e vagiti; È scrutar con impavida pupilla I misteri infiniti; È piangere col vinto e coll'afflitto, Nè al forte, al vincitor, negare il plauso, Nè armar la cetra d'una corda sola; È comprender la colpa ed il delitto, Laudando il sacrifìcio e l'innocenza; È cantar tra un bicchiero e una carola Il chiostro e l'astinenza. Prisma novello, col pensiero, i mille Raggi dell'universo in sè raccogliere E mutarli in cadenze e in armonie; Poi fra le genti seminar scintille, Fatali incendi suscitando intorno, Turbando il cranio alle persone pie... O illudendole un giorno! Esser pöeti è salir sovra un monte, Di notte, quando il ciel di stelle è fulgido, E, in estasi, esclamar: "Credo! V'è un Dio!" E inginocchiarsi, e chinare la fronte, Ripieno il cor di mistica paura... Poscia negarlo o metterlo in oblio Discesi alla pianura! Esser pöeti è viver d'illusioni Che sull'Eterno Nulla il piede appoggiano; È celiar con sè stessi e con coloro Che vi sanno ammirar nelle canzoni; È accettare, negando, il Bene e il Male; È desiare la miseria e l'oro, La reggia e l'ospedale. Esser pöeti è tentar l'ocëano Della vita; è svelarlo; è, ansanti, correre Dietro un caro idëal.... cui non si crede! È comprender del tutto il nulla arcano, E, d'ogni cosa quaggiù disperando, Trovare ancora entusïasmo e fede Per vivere cantando. Esser pöeti è abbandonarsi ai sensi; È compendiare un secolo in un distico; È mutar l'alimento del mattino, A vespro giunti, in voli eccelsi, immensi.... E, invero, questi versi sono usciti Dalle vivande o dal -preteso- vino Che l'oste m'ha imbanditi. LA FORMA E L'IDEA (A EMILIO PRAGA) La forma son le tenebre, E la luce è l'Idea; La Forma è il rito, il simbolo Del pensiero che crea; Il pensiero è l'Iehova Dei veggenti profeti Che parla dai roveti., E la Forma è Gesù. La Forma è la parabola, La Forma è il pane, è il vino, È l'orto, il bacio, il Golgota, È la Croce, è Longino; E il pensiero è l'assiduo Svolgersi del crëato, Cui spiegar non è dato Alle menti quaggiù! Eterna lotta!.... Scorgere L'Idea!.... Vedere il sole!... E disperar d'esprimerlo Con possenti parole! Nelle affannose veglie Concepir l'universo.... E alla foga del verso Non saperlo svelar! Dietro un fatal connubio Il cervello si stanca!.... Giunge lo sposo al tempio, Ma la sposa vi manca; Egli, il Pensiero, l'évoca Colla voce pietosa.... Ma la Forma, la sposa, Non si reca all'altar. Ahi!.... Talora nel cranio, Indarno affaticato, Disperando, un terribile Dubbio m'è balenato! Pensai che forse esistono Idee sì vaghe e arcane Che invan le menti umane S'attentano a scolpir! Forse passò fra gli uomini Il sommo dei pöeti Fra la schiera dei mutoli E degli analfabeti.... E, forse, il suo silenzio Fu incompresa epopea, In cui sfuggì l'Idea Della Forma il martîr! Ah!.... Perché, dunque, struggerti, O povero cervello? Contro la Forma, il despota, Sorgi, schiavo rubello! Non ti curar degli uomini! Vivi in te stesso e pensa!.... La tua melòde immensa Non rivelar che a te! Chiuso nel tuo silenzio Ogni idïoma oblia! Del tempo e dello spazio Comprendi l'armonia! Ogni idïoma e frivolo A esprimer l'Universo! Nato a servire un verso Il mio pensier non è!! Evvia!.... Sorridi, Emilio!.... Sorge nel Ciel l'aurora, E, solitario, io vigilo Sulle mie carte ancora! Stolto!.... Giuro il silenzio, E ti favello intanto!.... Stolto!.... E rileggo il canto Che la mia man notò! Emilio, io voglio illudermi! Sono troppo felice! Mi risveglio da un'estasi E il pensiero mi dice: "Stretto è il fatal connubio! "Chiudi gli occhi e riposa.... "Questa notte la sposa "All'altar si recò...." Milano, giugno 1875. NOJA LETTERARIA Favello a voi, cui ferve la scintilla Dei febbrili entusiasmi nel cervello; Favello a voi, dentro il cui sguardo brilla La balda gioja d'un pensier novello! Favello a voi, che, frammezzo alle genti, Vecchi a vent'anni, in silenzio passate, Colla pupilla vólta ai firmamenti E colle mani alle reni appoggiate. Favello a voi, cui nota è l'armonia D'ogni cosa creata, e cui son noti Cogli entusiasmi la melanconia E gli sconforti; a voi favello, iloti, Dannati a conservar la stessa creta Leggendo dentro ai secoli venturi; Dannati a scorger la splendida meta Dietro le grate di carceri oscuri! Favello a voi, per cui dolore e gioja, Pari al lampo, non duran che un istante, E che desiate, per fuggir la noja, Un'angoscia od un gaudio incessante; Favello a voi, che vivete com'ebri D'un arcano licor sovra la terra, Ed avete un uncino nei cerébri Che l'Universo nei suoi moti afferra! Noi siam mendíchi, a cui la gente antica Le briciole lasciò di lauta mensa; Viviam di stenti e il genio s'affatica Dietro una turba di fantasmi immensa. Gli antichi Numi, ispirator dei carmi, Son morti nel sogghigno universale; La Natura ci annoja; il suon dell'armi Ne spaventa; ridiam dell'idëale; L'amore è un campo in cui non resta zolla Da fecondare; senza scrosci è l'ira; Il nostro corpo e una corteccia frolla, Mentre la mente a nuovi cieli aspira. E nuovi cieli, splendidi, profondi Come lo spazio, immaginar n'è dato.... Ma dall'estasi, a cui traggonci i mondi Senza cifra, un poëta non è nato! I nostri canti son feti già morti; Sono la serpe che la coda addenta; Son l'urna ove troviam pochi conforti E la febbre che i giorni ne tormenta. Noi li cantiamo a noi stessi soltanto, E all'ultimo levita siamo eguali, Che, derelitto nel suo tempio santo, Celebrerà da solo i ritüali.... E non ci resta che cingere i fianchi Col bigiastro mantel del pellegrino, E correre la terra erranti e stanchi, E abbandonarci ad un pazzo cammino.... Milano, luglio 1875. LETTERATURA DISONESTA A CESARE TRONCONI [1]. Que la muse, brisant le luth des courtisanes, Fasse vibrer sans peur l'air de la liberté; Qu'elle marche pieds nuds, comme la verité. ALF. DI MUSSET. Dunque perchè le pagine Noi modelliam sul vero; Perchè neghiam di battere Ogni volgar sentiero; Perchè volgiamo intrepidi Le pensierose fronti Alla più vasta cerchia Di splendidi orizzonti; Dunque perchè l'indagine I nostri libri ispira; Perchè i costumi ipocriti Ci fanno schifo ed ira; Perchè, toccando l'ulceri, La nostra man non trema. D'insultatori un popolo Ci scaglia l'anatema!? Scosso all'ingiusto oltraggio, Tu ti contristi e piangi: Nelle dolenti veglie Fremi e la penna infrangi; E, forse, al melanconico Ingegno tuo tu chiedi Se un mondo immaginario È quel che ascolti e vedi! Me pur gli insulti colsero Dei grulli e dei perversi, E, inesperto degli uomini, Un tempo anch'io soffersi.. Allor pensai che inutile Pazzia sono i miei canti, Che un vano desiderio È il vincere i pedanti! E mi tentò, nell'aride Mie notti d'apatia, La vile idea di scegliere Men faticosa via; E, a tesser panegirici Alla Morale e a Dio, Nel branco delle pecore Giurai d'entrare anch'io! Evvia!.... Sorridi!.... Il fascino Della verace Musa Venne a guarir l'insania Della mia mente ottusa! E da quel giorno, libero Da ogni dubbio codardo, Contro i melensi e gli Arcadi Io sursi più gagliardo! E il temerario oltraggio Come una celia accolsi, E l'amarezza inutile Nella risata io sciolsi; E i profili ridicoli Di grotteschi figuri Della mia stanza vennero A popolare i muri. Una lanterna magica Mi rallegrò le notti; E vidi volti d'ùpupa. Ventri che parean botti, E smisurate orecchie, E code smisurate, E uno stuolo di scimmie Da artisti camuffate. Imitando dei chierici La vieta filastrocca, Tutte ad insulse nenie Aprivano la bocca; E, mentre mi passavano Lentamente dinanti, Un'eco lontanissima Ne ripeteva i canti: "Heine e Musset son scettici "Degni dell'odio umano; "Giorgio Byron non merita "Una stretta di mano! "Con quei che il vero parlano "Non si discute mai!.... "Se sonvi error, celiamoli;.... "Correggerli?.... Giammai! "Lasciam che il mondo seguiti "Le usanze inveterate; "Che le donne ci aizzino "A passioni dannate; "Che le fanciulle uccidano "I bambini illegali; "Che le piaghe si coprino "Con fiori e madrigali! "L'amor del mondo è soffio.... "Ma guai chi fa all'amore! "Giusto è che i vecchi imprechino "Dei giovani al vigore! "La Società dev'essere "Il modello dell'Arte.... "Ma noi vogliamo scorgerla "Soltanto da una parte! "Perché della famiglia "Son sante le affezioni, "Non canterem che bamboli, "Che madri in ginocchioni; "Non canterem che Sindaci "Che porgono l'anello; "Consulteremo il Codice "Per giudicare il Bello! "Per chi dirà che esistono "Altre fonti di gioja; "Per chi dirà che a scrivere "Al par di noi si annoja; "Per chi dirà con libera "Parola un'opinione, "Invocheremo l'-indice-, "La -Santa Inquisizione!- "Su, giovinetti!.... Facile "Strada v'abbiam dischiusa! "Crear vorreste?.... È inutile! "Deve copiar la Musa! "Deve copiare!.... E il plauso "Le largiranno tutti.... "E grideranno al genio "Babbi, mammine e putti! "Lasciate che combattano "Per le donne gli stolti! "Esse non saran l'ultime "A graffiar loro i volti! "Le donne sono un popolo "Mansüeto di schiave.... "Non è d'un cuor di femmina "Il buon-senso la chiave! "Su, giovinetti!.... Facile "Strada v'abbiam dischiusa! "A magri pranzi assidasi "L'indipendente Musa! "Sol nella vita pratica "Siate -veristi!-.... Il male, "Fatto con volto ipocrita., "Diventa più idëale!!" Ahimè!.... Superba Lirica, L'ali su te ripiega! Non già tuonar., ma ridere Mi fe' quella congrega!.... Alle grottesche immagini Dal letto mio, celiando, Risposi, amico Cesare, Coi versi che ti mando: "Tutto è quaggiù possibile! "Il tempo è omai passato, "In cui, fanciullo e ingenuo, "Mi son maravigliato! "Degli antichi filosofi "Or la saviezza imito; "Alla meta so incedere "Indifferente e ardito.... "E se color che insultanci "Bandissero domani "Che, per pudore, debbano "Portar le brache i cani, "Io, nel veder l'eccentrica "Innovazion morale, "Continüando a ridere, "Direi: È naturale!" Napoli, 16 marzo 1876. [1] Cesare Tronconi, l'autore della -Passione maledetta- e delle -Madri... per ridere-. Cesare Tronconi, il romanziere più calunniato e più vilipeso dagli spigolistri. Ripeto a bella posta il suo nome per risarcirlo in parte della guerra sleale e vigliacca mossagli da alcuni giornalisti, i quali per non dargli voga erano andati d'accordo per chiamarlo l'-innominabile....- tout court. VERITAS, VANITAS! Una sera piovosa, äutunnale, Ora schivando il fango, ora una pozza. Io seguii la carrozza Che manda al Cimitero l'Ospedale. Cimitero e Ospedal son buoni amici E tengono fra lor conti correnti. Davver, pochi clienti Si dan l'un l'altro tanti benefici! L'Ospedale gli manda i suoi defunti, E il Cimiter lo paga col dolore, Che rende infermo il cuore E fa le donne e i giovinetti smunti.... L'Ospedale gli manda le sue spoglie, E il Cimiter gli manda i suoi pöeti, Che in mezzo ai sepolcreti Tentano col pensier le eterne soglie.... La carrozza che va dall'Ospedale Al Cimitero, portandovi i morti, M'ha dati più conforti Che non millanta libri di morale! Filosofando, io le cammino allato E vo pensando a chi dentro vi giace, E, spesso, mi do pace Se per -caso- quel dì non ho pranzato! La colomba che sopra v'è scolpita Par che dica, mandandomi un saluto: "Che giova esser vissuto! "Che giova il darci pena della vita!" Or, quella sera, deposte le bare, Il negro carro era diggià partito, Ed io, come impietrito, Restai del camposanto al limitare. Là m'inchiodava una visione strana, Di quelle che sa far soltanto il Vero, E che vede il pensiero Sol di chi studia la Commedia Umana. Una vecchia magrissima e grinzosa S'era posta a seder sovra le bare, Ed io l'udìa cantare Una canzon con voce cavernosa. La solinga megera, gravemente, S'accompagnava nelle note basse Battendo sulle casse Coll'ossa delle gambe macilente. Elia diceva: "Io son la portinaja, "E sono vecchia, e di pessimo umore.... "Ma quando ero sul fiore "Degli anni, allora, ero leggiadra e gaja! "Quanti baci, quand'ero ancor fanciulla, "Su queste spalle secche e questa bocca "Ora, bazza a chi tocca! "Io vo' morir, che non son buona a nulla! "Forse, qui dentro, in queste casse bianche "Han chiuso qualche giovane d'allora, "Che si tolse all'aurora "Dalle mie braccia, colle membra stanche! "Forse, a quel tempo, egli m'avrà adorata "Come a ventanni un'illusion si adora! "Il giovane d'allora "Amore, arte, piacer m'avrà chiamata! "Chicchetussia dei mille amanti miei, "Che mi presti la bara a seggiolone, "Sappi che un'illusione "Per te, se fosti vivo, ancor sarei.... "E sarei la più triste e la più grama, "La più steril di pace e d'allegrezza, "E potrei d'amarezza, "Non più di gaudio, pagar la tua brama. "Sappi ch'io sono ancora un'illusione, "Ma non siccome un dì bella e gioconda, "Né alla mia treccia bionda "Chiederesti il profumo e l'oblivione! "Sappi che piangeresti in mia presenza, "Perch'io son l'illusion la più inumana; "La più caduca e vana; "L'illusion dei sepolcri: l'-Esperienza-!" Agosto 1876. LE DEMOLIZIONI A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER. Pietre, da tanti secoli In un bacio congiunte, Travi e barre, dall'acqua E dal sole consunte, Barcollanti casipole, Ieri viventi ancora, Oggi il Tempo vi mormora: "È giunta l'ultim'ora!" Il Tempo!... Il triste scettico; L'êra, l'anno e l'istante; L'orco che mangia i popoli; L'impassibil quadrante; La sfinge inaccessibile; Il mistico serpente, Che afferra, eterno circolo, La sua coda col dente. In un nembo di polvere Cadon le vecchie mura; Sembran côlte le tegole Da un'orrenda paura; Ed i balconi, vedovi D'imposte e senza vetri, Sovra i passanti guardano Come occhiaje di spetri. Povere case!... Il rantolo Della vostra agonia Fu lungo!... Il dì novissimo Lentamente venìa! Barbari sempre, gli uomini V'han fatto i funerali, Pria che cadeste vittime Sotto i colpi mortali. E accanto a voi scolpirono, A scherno, in questi giorni, Di fastosi palagî I superbi contorni. Ah! quei colossi risero Di voi pigmei morenti, E più amari vi fecero I fatali momenti! Povere case!... Io vagolo A voi dintorno.--È notte. E l'ombre dalle fiaccole Rosseggianti son rotte; E, somiglianti ai demoni Cui l'eccidio conduce, I pïonieri nereggiano Sugli sprazzi di luce. Ed io penso alla storia Delle mura cadenti; Ai drammi, alle commedie, Agli idilii innocenti Che si ordiron per secoli Nelle piccole stanze Ed impressero un marchio Sulle umane sembianze. Ed io penso alle veglie, Alle insonnie, ai riposi, Alle fedi, alle infamie, Ai convegni amorosi, Ai sorrisi, alle lagrime, Ai dì foschi, ai dì lieti, Ai pöemi che videro Quelle quattro pareti! Oh!... non ridete, splendide Case dai freschi ornati, Palagî da una magica Mano in un dì crëati! Or tutti a voi sorridono Con beata alterezza Ed i vostri muri spirano La balda giovinezza.... Ma verrà il dì che i posteri Vi chiameran capanne, Ed al suolo abbattendovi, Come fragili canne, Tesseranno una lirica Sovra i detriti immani.... Più caduchi edifizii Innalzando il domani! Tu sol, bigio fantasima, Gotico tempio altero. Tu, frastaglio di guglie, Tu, gigante severo, Vedrai le metamorfosi Dei giorni che verranno, Sogghignando alla gioja, Sogghignando all'affanno! Finchè il Tempo, il terribile Tarlo che rode il mondo, Verrà te pure a spingere Nell'abisso profondo; E forse, fra un millennio, Quivi sostando un uomo, Tenterà di far credere Che tu esistevi, o Duomo!.... Eugenio, sono effimeri, Al par di queste stanze D'ogni mortale i gaudii I pianti e le speranze; Il passato è macerie Su cui sorge il presente, E l'avvenire è il figlio D'un vegliardo cadente. Oh! umani eventi! oh! frivole Parvenze d'un istante! Perchè dunque ci esagita Questa febbre incessante? Perchè dunque sussistono Il sepolcro e la culla? Perchè mai tanto fremito Se tutto attende il Nulla? Perchè?... Perchè lo struggere E il crëar son la vita; Perchè la noja è l'unica Larva da noi fuggita; Perchè questa è l'armonica Legge dell'universo; Perchè senz'essa il cérebro Non mi darebbe un verso! Milano, 2 ottobre 1875. IN MORTE DI EMILIO PRAGA[1] Egli visse sognando e sogna ancora Chiuso per sempre in questa negra bara; Sogna il tripudio della nuova aurora E il fior, che per il maggio si prepara. Quand'ei moveva per le nostre vie Parlava sempre del supremo giorno, Ed un nembo di canti e d'armonie Al grosso capo gli aleggiava intorno. E poi che il guardo umano invan s'attenta Di legger della Morte nei misteri, Ei rafforzava la pupilla lenta, Oppur tarpava il volo ai suoi pensieri. E, spaventato dal fatal problema, Triste amatore d'un'estasi arcana, Cantava a sè medesimo un pöema Inebbrïando la sua forma umana! Or, ditemi, fu in lui colpa o sventura Questo dispregio dei nostri costumi? Dobbiamo noi su questa sepoltura Rammentar la sua vita o i suoi volumi? È vero!.... È vero!.... Ei calpestò un affetto, Che men compianta potea far sua vita!.... È vero!.... È vero!.... Al domestico tetto Per lui la mensa fu di duol condita!.... Ma chi di noi, sovra il proprio cammino, Non calpestò, rimpiangendolo, un fiore?... Nascer pöeta è orribile destino! Il cérebro talor soffoca il cuore! Oh! guai nascer pöeta ove la Musa Non trova il pane per nudrire i figli! Ove ogni sciocco delle labbra abusa Per esser largo solo di consigli! Oh! guai nascer pöeta ove il sol splende Ed infervora i cantici ispirati, Ma dove l'uomo allori e culto rende Soltanto ai pensatori trapassati! Costui vivrà da pochi consolato, Fra il bivio orrendo d'essere un buon padre, O di spezzar la cetera indignato, Per altre voluttà meno leggiadre! Costui vivrà la famiglia cantando, La famiglia idëal,--cui dritto avea-- E ch'egli dovè perder lagrimando.... Chè, coi versi, nudrir non la potea. Noi, cui sorride l'italo orizzonte, Siamo un popol di bimbi analfabeti! Da qualche lustro appena alziam la fronte.... Siam troppo grami per pagar pöeti! Non turbi adunque questo popol gramo Il sepolcro d'un povero cantore.... Meditiam la sua vita e confessiamo L'ignoranza d'un secolo e l'errore! Emilio! Emilio!... Son le tue parole Ch'io ripeto commosso... e (lo rammento) Da te un giorno le udii che le vïole Dicean l'april con profumato accento. E tu piangevi per le tue sventure, Antiveggendo questo estremo istante, Senza sentirne le viete päure E mentre il viso tuo parea raggiante! Poi soggiungesti sorridendo: "Amico, "Quando mi porteranno al cimitero "Verrai tu pure, com'è l'uso antico, "A far dei versi sul mio drappo nero; "Ma ti ricorda degli accenti miei, "Ed agli astanti, quel dì, li ripeti.... "Se tu prima morissi, io li vorrei "Ripetere fra i mille sepolcreti. "E là, dove la Morte i ricchi accoglie "E i poveri del par, tutti eguagliando, "Mi parria che dovrebber le tue spoglie "Ascoltare i miei versi giubilando!" .............................. Quest'oggi, in cui la legge di Natura Te primo, Emilio, al dì fatal condusse, D'ogni giogo servil la mente pura, Pieno il cor delle mie fedi inconcusse, Io vengo a replicar su questa bara Le tue parole; io compio il tuo desìo.... E sento, amico, che mi è meno amara L'ultima volta che ti dico: Addio! [1] Questi versi vennero letti dall'autore il giorno 28 dicembre 1875 sul feretro del poeta delle -Penombre-. ANACREONTE Fra le colonne--d'un bianco tempio Sacro a Minerva,--la Dea propizia Ai savî, austera Dea, Pensieroso sedea Anacrëonte,--cantor dei fervidi Baci e degli inni--nati fra i calici E delle porporine Rose allacciate al crine. Sedea pensoso,--stringendo l'abile Stil nella destra,--la intatta tavola Sulle gambe giacente Guardando avidamente. Un sacerdote--dall'occhio linceo Di là passava;--vide l'insolito Vate nel sacro albergo E gli si fece a tergo. Ei non udìllo;--come le statue Chiuse nel tempio--pareva immobile, E la fisa pupilla Non mandava scintilla. Spesso la destra--la cerea tavola Avvicinava;--ma sulla tenue Veste che la copriva Non un verso scolpiva. E d'inusato--pallor coprivansi D'Anacrëonte--le tempia, e l'unghia Tormentava la lama Con rabbïosa brama. Nella clessidra--cadea la polvere, E intorno, intorno--con suon monotono, Sotto le arcate fosche, Ronzavano le mosche. Alfin lo stile--sovra la tavola L'acuta punta--venne a configgere, E con note indefesse Questo cantico impresse: "Perchè mi manca nel pensier la vita? "Perchè come una spugna inaridita "Mi sta il cervel nel cranio? "Perchè la luce mi niega i colori? "Perchè il profumo mi niegano i fiori, "E la Musa un esametro? "Non sono io quello che i ridenti canti "Questa notte vergò?--Perchè gli incanti "Söavi, perchè l'estasi "E l'armonia dei non studiati carmi, "Come donne, veniano a visitarmi, "Innamorate e ingenue? "Ed or ch'io chieggo un verso, una melòde; "Or che una sete mi esagita e rode "Di profumi e di cantici, "Non una lieta immagin mi consola, 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 . 17 18 19 20 21 22 23 24 [ ] 25 26 , 27 . 28 29 30 31 ' ? 32 ' 33 ? [ ] 34 - - 35 - - , 36 37 ? 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