Nabuco Ferdinando Fontana L'ORRENDA MACCHIA F. FONTANA NABUCO (Concorso SICCARDI) Nabuco il Grande re di Babilonia, figlio di Nabopolassar, assediò due volte Gerusalemme e conquistò la terra. Orgoglioso delle sue vittorie, osò credersi superiore a Dio, che lo punì rendendolo pazzo; sicchè egli andò errando come bruto nelle foreste. Non ricuperò la ragione che poco tempo prima di morire. LA BIBBIA. PRESSO L'AUTORE-EDITORE Piazza Monforte, 1 MILANO LECCO 1893 -Tipografia e Cartoleria- A. ROTA PREFAZIONE Questo poema,--benchè opera a sè,--nella mia mente di autore-editore è il primo volume d'una -Collezione- che avrà per titolo generale «-L'orrenda Macchia-» e nella quale è mio desiderio di pubblicare scritti d'ogni sorta e d'ogni autore che giovino alla propaganda contro la guerra. Oggi, iniziandola col -Nabuco-, mi sia permesso, oltre qualche idea fondamentale, d'esporre anche i criteri speciali, che mi indussero a comporre un poema, anzichè un lavoro letterario di indole diversa. * La fine del nostro secolo, caratterizzata dagli eserciti immani, rassomiglia ad una foce strozzata da rupi enormi, alla quale faccian capo molti fiumi. Tutte le grandi quistioni, che agitarono sempre l'umanità, vi ribollono e vi rigurgitano, volendo ogni onda, ogni opinione passare per la prima; ma, fino a quando le rupi enormi--gli immani eserciti--staranno, sobboliranno invano le contese di priorità e rigurgiteranno ben anco in dolorose reazioni, poichè la paralisi, cioè la confusione, cioè la menzogna (che è il peggior male di tutti!), laddove impera lo spettro della guerra, si impadronirà sempre più di ogni partito, accada ciò nelle monarchie o in una repubblica come la francese. Mentono infatti i conservatori d'ogni tinta, chiusi fra le crescenti spese d'armi, che la loro politica richiede, e la necessità di non poterla abbandonare; e si cammuffano da liberali, persino da socialisti, pur di procrastinare la propria rovina. Mentono i repubblicani delle monarchie e quelli della repubblica francese: impotenti i primi a smuovere popoli inermi, dinanzi ai quali stanno falangi tanto raffinatamente armate, da valere ogni loro soldato un battaglione di vent'anni fa; impotenti i secondi a fondare una vera repubblica, cioè federale come la svizzera e l'americana, e a compiere le riforme sociali, sola missione che possa avere una repubblica moderna. Mentono persino i socialisti, che, pur tanto numerosi e tanto bene organizzati in Germania, anzichè poter mettere in pratica il loro programma, debbono ancora, o chinar la testa agli ulani minacciati dall'imperatore, o limitarsi a lottare, sul campo ristretto d'un parlamentarismo eunuco com'è il tedesco, contro un'aumento di spese militari. La necessità prima, dunque, la più urgente, è quella di abbattere quelle rupi; e il prender parte all'agitazione di chi mira a tale scopo è obbligo di ogni uomo che voglia pretendere il nome di civile, qualunque sia la sua opinione politica. Poichè, egli non può accampare il solito sofisma: «esser la guerra una -necessità storica-» dovendo parergli evidente che le -necessità storiche- sono un derivato puro e semplice degli ambienti sociali; sicchè, se in tempi dal giure ristretto, quasi ancor schiavo della forza, poteva esser necessità il mantenimento della guerra, nei nostri, dal giure allargato, cioè capace di surrogarsi ai metodi arcaici della forza, diventa appunto necessità storica la sua abolizione. Nè queste ragioni son di quelle, come si suol dire, campate in aria; no; poichè già abbiamo popoli che ce le mostrano ogni dì in pratica, quali la Svizzera e gli Stati-Uniti, che--per consenso universale,--sono a -fatti- più innanzi di noi nei metodi di civiltà. Ivi la donna (pietra ai paragone, questa, per i popoli e per gli individui) è meglio trattata; non da mercanti di schiave truccati da cicisbei, come da noi, ma da galantuomini: nell'educazione, nelle leggi; tantochè essa può sperarvi molto meno lontana la propria compartecipazione alla vita politica. Il fanciullo più amato, non vezzeggiato soltanto. Il debole meno schiacciato dalla forza brutale, da balzelli, dal caro dei viveri, dalle fiscalità.¹ Il giure così perfezionato da render sacra l'ospitalità ai perseguitati politici. L'istruzione diffusa, larga, popolare. E, finalmente, i partiti politici, base prima della vitalità d'un popolo, nettamente definiti; non essendovi possibilità di confusione là dove tutte le opinioni possono essere ampiamente discusse, non soffocate da quei cannoni, i quali, come argutamente disse Filippo Turati, «hanno sì le bocche rivolte al confine, ma sparano dalla culatta». ¹ Negli Stati-Uniti le leggi obbligano il Governo a non far lavorare più di 8 ore tutti i suoi impiegati ed operai; colà non esiste il terribile -libretto- degli operai, il salario dei quali è, in media, 4 volte maggiore di quello d'un operaio italiano, mentre i viveri vi sono più a buon mercato che in Italia; colà finalmente gli operai sono armati, tantochè, prima di porsi in sciopero, gli operai di Homestead poterono esercitarsi alle armi liberamente su piazze pubbliche, preparandosi alla difesa! * Poichè è bene intenderci: Coloro che accusano gli amici della pace di voler ridurre gli uomini ad esser conigli o capponi, non possono essere che sciocchi o gente in mala fede; l'opera degli amici della Pace mirando appunto evidentemente allo scopo diametralmente opposto. No, non contro la -difesa- delle genti, ma contro l'offesa, muove la propaganda degli amici della Pace, dei demolitori dei grandi eserciti; essa mira, non a togliere le armi che ognun può impugnare a propria salvaguardia, ma a sciogliere la coalizione delle armi fatta a danno di tutti; non a toglier la rivoltella a chi deve attraversare un bosco, ma a strappar i tromboni dalle mani dei briganti che attendono al varco. Ciò è tanto evidente, che gran parte della loro propaganda ha per argomento la -Nazione Armata- e che i migliori loro uomini, come il Colajanni, ad essa dedicano attività di studi indefessi[1] volgarizzando, sì, l'odio all'arme liberticida, disumana, ma, in pari tempo, l'amore all'arme che si brandisce per il diritto; dimostrando a luce meridiana, che, perchè la guerra non sia, occorre che -tutti- abbiano un arme; che quello delle armi non deve essere un mestiere, ma un diritto; che padrone dell'armi deve essere soltanto il popolo, la collettività, non una parte sola di esso; che la sola forza di un paese sta nel programma: «Tutti militi, nessun soldato» La qual cosa accade appunto nella Svizzera; laddove, (secondo gli stessi scrittori appartenenti ad eserciti permanenti) non solamente lo spirito militare è senza paragone immensamente più sincero, la mobilitazione più facile, la difesa sacrosanta della patria più sicura; ma la pace vi è naturalmente mantenuta, poichè ogni infame idea di conquista, cioè di aggressione alla patria altrui, vi sarebbe impossibile, chè gli stessi cittadini si solleverebbero contro a colui che osasse loro proporla, adoperando così quelle loro armi non per la guerra, ma contro alla guerra. Forte popolo, forte davvero, perchè fornito del buon senso di quel barcajolo, (di cui, forse, leggerete più innanzi) il quale, interrogato se in certo viaggio dovevasi portare una spada, che pur aveva servito a orribili gesta, esclamava: Un arme?... Sempre!... Finchè è tristo il mondo! ¹ Vedi -Rivista Popolare- fascicoli III, IV e V. (Luglio--Settembre 1893) * Chi non vede queste cose è un cieco; chi le vede e le nega è un iniquo; chi, giudicando l'età presente alla stregua delle passate, va predicando che i «bagni di sangue» sono -necessità storiche- è un rètore; chi crede che l'umanità potrà progredire,--cioè perfezionarsi fisicamente e moralmente, strumento vivo (nelle mani d'una forza ignota) la cui missione è di debellare la materia colle scienze, colle arti, con ogni umano ingegno--senza sciogliere prima la coalizione degli eserciti, senza prima escludere le cause d'ogni terrore, d'ogni inciampo, d'ogni indebolimento, d'ogni impellente menzogna giornaliera, che la obbliga a vivere nel minuto e non nel tempo,--costui è un visionario; chi odia la guerra e non offre, per quel che vale, la propria forza a coloro che si agitano per abolirla, è un vigliacco. E poichè in memoria di quell'uomo veramente civile che fu Francesco Siccardi, l'-Unione Lombarda- fece appello agli scrittori italiani per un opera letteraria, che rispondesse e giovasse ai suoi ideali, io credetti mio dovere di scrittore e di uomo civile di rispondere a quell'appello presentando al pubblico questo -poema drammatico-. * E qui, certo, qualcuno esclamerà: «Un poema drammatico!...--Ma credi proprio tu, che questa fosse la miglior forma letteraria, che potevi scegliere, specialmente a questi lumi di luna di verismo, e specialmente ora (e si può dire da molti anni) che i versi trovano, sui palcoscenici e nelle platee, avversari così numerosi e quasi nessun amico?» In parte rispondo nel -Prologo- a queste osservazioni. In linea generale rispondo quì: Il temperamento letterario italiano è innegabilmente lirico: lo provano le schiere innumerevoli dei nostri musicisti; lo prova il fatto, che, non soltanto furono e sono poeti due terzi almeno dei nostri grandi scrittori, ma poeti furono altresì la maggior parte dei nostri grandi uomini; che poeti furono: e scultori come Michelangelo, e pittori come Salvator Rosa, e principi come Lorenzino De-Medici e Vittoria Colonna, e prosatori come Boccaccio, e statisti come Macchiavelli, e matematici come il Vinci; e furon persino uomini di governo Dante stesso ed Ariosto. Aggiungasi l'attitudine al verso ed al canto delle nostre plebi; la devozione con cui, a Napoli, a Palermo, a Roma, il popolo oggi ancora sta a sentire i declamatori della -Gerusalemme- e dell'-Orlando-; i molti poeti vernacoli d'ogni provincia d'Italia (notate: quasi nessun prosatore vernacolo!) cioè i poeti più ingenui, direi quasi più indigeni, fra i quali molti sommi davvero e innegabilmente eguali, se non superiori, a poeti e scrittori nella lingua nazionale, come il Porta, il Meli, il Belli. Che più!--Dopo tante lotte e tanti trionfi alterni di classici, di romantici, di veristi, ecc.; dopo tanta letteratura di indole così varia e così mirabile, che ci venne d'oltr'alpi, il temperamento lirico degli italiani è rimasto tal quale; sicchè si può affermare con sicurezza che basta ricordare i -Sepolcri- del Foscolo, tanto al più raffinato critico guanto al mediocrissimo dei lettori d'Italia, perchè la loro ammirazione scoppi egualmente sincera, come se tutta l'intima loro natura si risvegliasse, non sminuita neppure dal giusto tributo offerto ad altre forme letterarie nostrali o forestiere che sieno. * Ma il temperamento italiano non soltanto è lirico, è altresì teatrale. I nostri musicisti, infatti, sono quasi esclusivamente operisti; l'opera, anzi, è nata qui. Il risorgimento delle lettere vi dà, addirittura ai primordi, commedie dello stesso Macchiavelli e di Bruno, insuperate ancora nell'arditezza. Il poema di Dante si chiama -Commedia-! Decisamente il teatro noi italiani l'abbiamo nel sangue, se--come alla lirica--statisti e filosofi al par di quelli, gli dedicano parte della loro vita.--L'abbiamo tanto nel sangue, che gli anglo-sassoni ci chiamano persino una «nazione teatrale».--Al che si potrebbe rispondere: che l'indole d'ogni popolo è fatale, ed ognuno--anche l'anglo-sassone--ha la propria, coi suoi difetti e colle sue virtù, colle sue esagerazioni e coi suoi equilibri. Ma si potrebbe soggiungere: che, per noi, il conservar questo temperamento teatrale è quistione anche di gratitudine; poichè esso ebbe la benefica influenza di tenerci vivi, nel mondo e fra noi, quando lo straniero ci schiacciava; quando, cioè, non potendo combattere battaglie, Guerrazzi scriveva dei libri, sì, ma, sulle scene, Goldoni era in fiore, e vi risonavano le melodie di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi e i versi di Alfieri, di Niccolini, di Manzoni e di Romani. Quanto al gusto, alla moda odierna, mi sembra esagerata l'affermazione di coloro, i quali ritengono che al pubblico ripugni il verso sulla scena drammatica. Al pubblico ripugna soltanto la monotonia, e piace la varietà. Il verso gli venne in uggia quando se ne abusò, come gli venne in uggia la commedia a tesi, e come sta per venirgli in uggia la -pochade- per lo stesso motivo.--Ma già, nel -Prologo-, accenno a queste cose; qui mi sia concesso di osservare: che i fatti danno torto, anche nel presente, a quella affermazione; poichè, laddove il verso compare ancora sulla scena drammatica (e non son rare le volte) purchè vi compaja come varietà e non come consuetudine, e purchè gli attori siano eccellenti, il pubblico, specialmente la classe popolare, affolla ancora il teatro più dell'ordinario. L'esser poi tali rappresentazioni quasi esclusivamente fatte appunto dai migliori attori, dimostrerebbe che esse richiedono maggior ingegno e maggior studio; cioè, che sono, in linea d'arte, d'una -lega- superiore alle ordinarie; sicchè sarebbe ignobile cosa, non solo il prestar ajuto al pregiudizio che le avversa, ma il non affrontarlo. * Dato adunque quest'evidente temperamento lirico-teatrale del popolo al quale io volevo rivolgermi, e del quale io sono parte, dovetti convincermi che avrei fatto opera disonesta--e di fronte ad esso e di fronte a me medesimo--col lasciarmi vincere da quel pregiudizio, il quale, nel rendermi dimentico delle tradizioni sue, avrebbe tolto a me la più preziosa e proficua dote d'un'artista: la lealtà; quanto dire: la franchezza di fare quel che si sente. E, d'altronde, la forma del Poema drammatico--schiudendomi l'adito ad uno dei mezzi più efficaci di volgarizzamento qual è il teatro drammatico,--mi lasciava aperte anche, in pari tempo, le altre vie letterarie: cioè il -libro-, la -conferenza- e la -scena melodrammatica-. Nulla infatti impedisce ad un poema (fosse pure il mio)--anzi gli può giovare--di esser letto e ponderato: vale a dire di poter ottenere il giudicio anche di quel pubblico più ristretto, è vero, ma più esigente, che non frequenta il teatro, ma si occupa di cose letterarie.--Quanto al servir di conferenza, G. Giacosa, colla sua -Challant-, ha dimostrato che in Italia non manca il pubblico da ciò. Circa la possibile rappresentazione del mio poema le migliori assicurazioni mi furono date da eminenti attori:¹ e A. Ghislanzoni e molti musicisti mi tolsero ogni dubbio riguardo la sua possibile riduzione a melodramma, e alcuni maestri di musica, anzi, mi espressero già il desiderio di mettersi al lavoro. ¹ Giovanni Emanuel mi scriveva: «-Non solo credo Nabuco rappresentabile, ma, se messo in scena come si deve, d'esito certissimo. Figurati con che cuore io te lo farei se stessi in Italia, ma debbo ripartire per l'estero.... e tu sai perchè! In Italia, pur non essendo degli ultimi, ed essendo, in ogni caso, fra gli studiosi e coscienziosi artisti, non riesco a.... E dire che ci starei tanto volentieri in questa Italia bellissima!... Il mio sogno era di far quattrini in America per poi tornar quì a dedicarvi all'arte nostra tutta la mia vitalità e la mia esperienza... Ma.... è un sogno ancora!... Basta.... lasciamo le geremiadi. Ti auguro un gran successo-». Mi permetto soggiungere che -Nabuco- verrà rappresentato dalla nuova compagnia di L. Pilotto e di E. Zaccone. * Non tacerò che, oltre le tradizioni del temperamento del popolo al quale io dovevo rivolgermi; oltre l'onestà mia di scrittore, che mi obbligava (anche per il mio meglio) a seguire la forma che sentivo dippiù; oltre lo scopo, non ignobile, parmi, d'andar contro ad un pregiudizio; oltre il criterio, che la forma del poema poteva darmi adito all'opinione pubblica per mezzo di ogni esplicazione letteraria--libro, conferenza, dramma, melodramma;-- specialmente questo pensiero «di poter sposare alla musica l'opera mia» mi decise e determinò. Herbert Spencer ha ragione: «la musica è linguaggio Universale.» Ed è perciò, che, dacchè l'umanità tende ad un ravvicinamento, ad un raggruppamento di tutte le sue forze verso quell'alta armonia di perfezione, che consiste nel maggior dominio possibile della materia (vale a dire nella maggior possibile felicità derivante da giustizia), la musica, presso le società antiche negletta, desta un'attrazione sempre più viva. Nessuna arte, adunque, più della musica,--più di questo linguaggio universale, che ha la magìa di commovere del pari facilmente uomini di disparatissimi paesi,--è meglio adatta a sposare l'idea universale che ispira il mio poema. Pensiero e linguaggio, allora, troveranno la loro completa forma artistica. Certamente un poema non può essere un trattato, un volume di dati statistici. Trattati e dati statistici avranno il lor posto, del resto, nella -Collezione-. Ora è un'opera d'arte soltanto; ed essendo tale, mira, come il -Proximus tuus- di A. D'Orsi, più che a risolvere una quistione, a tenerla viva, a chiamar a raccolta tutti coloro nei quali sta il germe della risoluzione. «-La strofa d'oggi sarà un'articolo di codice domani-» scriveva A. Ghislanzoni. Sicchè l'opera mia,--per quel che vale,--avrà raggiunto il proprio scopo, se susciterà, almeno in un solo dei suoi lettori e ascoltatori, il desiderio di passare, eccitato dalla strofa, al campo del codice,--dal sentimentale al positivo;--il desiderio, cioè, di studiare gli scritti, che uomini eminenti, come il Siccardi, dedicarono a questa nobilissima causa. ALLA MIA PALMIRA IL POEMA PERSONAGGI IL PROLOGO NABUCO DAÌRA ARGIASP ZALA JEROBOÀM, Esseno AFRAISAB, gigante KUNAREND| BÈRHAM | DARAB| GHEV | Capitani BALTAZÀR| FASKUN | LORASP | TOGHRUL | GURGHIN | Cortigiani NUSHÈH | MAHAFERID | GERIRÈH | Dame EFRAIM, schiavo ebreo JERAK, mago ORMUZDE,battelliere Soldati--Satrapi--Sacerdoti--Schiavi medî, egizi, sciti, ebrei--Dame, Danzatrici, Citarede. -A Babilonia.--600 a. C. circa-. PROLOGO Io sono il vecchio Prologo, ma vecchio Così per dir; poichè l'Arti non hanno (Ed il Teatro, mio padron, con esse) Un'età. Ben lo so: la moda e il gergo Dei critici, talor, sembrano imporre All'Arti Belle coll'età un costume.... Ma ridon l'Arti di critici e mode! Figlie d'un Vero, che Finzion si chiama, Piace ad esse vestir gli idoli e l'are In varie foggie. Ad ogni nova foggia I critici invasati afferman «quella «Esser la sola che accettar si debba». Ma ancor finito d'affermar non hanno, Che i devoti s'annojano, esclamando: «-O classici, o romantici, o veristi, «Siete uguali per noi!... Se mutar foggia «Vi garba,... meglio!... A noi basta del Nume «La presenza sentir!-» Ond'è, signori, Che il buon pubblico ancor del pari ammira Goldoni e Shakespear, Ibsen e Labiche; Nè, forse, gli dorrà che sia poema Questo spettacol scenico, per l'alto Concetto suo. Lagrime e sangue grondano Della Storia le pagine; e di tante Vittime e tante, che immolò la guerra, Ignoto è il nome; sol vive il ricordo Dei più truci carnefici.--Felici Furon costoro almen?--No!--Dell'umana Letizia fecondar non può le ajuole La rugiada del sangue.--Da quei campi, Ove sepolti i cadaveri a mille A fior di terra stanno, o abbandonati Tra solchi immondi, un vibrïon s'aderge A vendicarli!--E te, forse, alla gola Ghermì a Sedan, o Federico, o biondo Imperator, che pur mite nascesti; E te, o Nabuco, al cerebro ghermìa. Or dunque, o genti, perchè ancor vorreste Esser vittime voi, se neppur dànno Felicità ai carnefici quel sangue Che per lor voi versale, e quelle lagrime Che versano per voi le vostre donne? Qui Nabuco evochiamo; ed egli stesso, Egli, l'orrendo sacerdote antico Di questa orrenda religion dell'armi, Urli e ripeta colle labbra sue: «Anatèma alla guerra!» Del poeta Questo il pensiero,--A lui, siate cortesi. ATTO PRIMO -Nella reggia di Babilonia.--Grande atrio in fondo.--Al di là dell'atrio vasto terrazzo, dal quale, per uno scaleo, si scende al cortile d'onore.--Il trono a destra, verso il proscenio.--Sul trono lo scettro e la corona.- SCENA I DAÌRA e ARGIASP (-Daìra vien frettolosa dalla destra, in fondo--Argiasp l'insegue-). ARGIASP Perchè sempre mi sfuggi? DAÌRA E perchè sempre Mi segui tu?...--La figlia di Mitràne Io sono; di colui, che fra i nemici Fu di tuo padre. ARG. E n'hai tu colpa?... (-dopo averla amorosamente fissata un istante, prendendole una mano-) Vuoi Esser mia sposa? DAÌRA (-ritraendosi-) No.... ARG. Chi preferirmi Dunque potresti?...--È vero, io re non sono; Ma Nabuco, partendo, a me affidava Il poter suo; sicchè nessun m'è eguale. Polvere son gli umani eventi. Il soffio Del destin li sconvolge e li rimuta! È Nabuco lontan; per lui qui stanno La lealtà d'Argiasp, i parassiti Della sua stirpe, e l'eco affascinante Delle vittorie sue.--Ma s'ei morisse?... S'io lo tradissi?... Se, genìa mal fida, Dei cortigiani il gregge a un re novello Rivolgesse la fronte, e la vittoria A lui le terga?--Qual sarebbe allora La tua sorte, o fanciulla?...--Io sol salvarti Potrei.... se m'ami.... DAÌRA E s'io non t'amo? ARG. Ha l'odio Ardenti impeti in me come l'amore! DAÌRA E sia. Dunque al tuo amor dica il tuo odio: ch'io non lo voglio; e all'odio tuo l'amore Risponda: ch'io non so temerlo. (-fa atto d'allontanarsi-) ARG. (-le prende un lembo della veste per trattenerla e, inginocchiandosi, lo bacia-). Ah.... no.... Fèrmati! DAÌRA Addio! (-Essa gli strappa il lembo dalle mani e scompare per lo scaleo, mentre, a destra, sopravviene Zala-). SCENA II ARGIASP--ZALA ARGIASP (-in ginocchio-) Io maledico, o Sole, Al tuo splendor!... Di qualche torvo incanto La preda io son, perchè ai suoi piedi io possa Così strisciar! ZALA E tu esser re dovresti! ARG. (-alzandosi-) Non l'han voluto i Numi eterni.... ZALA I Numi Stan coi forti soltanto! Ancor Nabuco È lontano, fratello. ARG. E la mia fede Sacra. ZALA No.... infame!... Poichè infame è quella Che un figlio giura, del padre obliando Le lagrime e la morte! ARG. Io non dovea Forse giurarla; ma giurarla volli, E, sacra o infame, la terrò. ZALA Stoltezza! Satrapo di Nabuco esser non puoi Tu, che suo re nascesti; e, re, è tuo dritto Stringer fedi e dissolverle.--Ma spense Adunque in te della lascivia il fango Ogni scintilla di memoria?--Sei Tu mio fratello?...--Fu una carne istessa Quella che ci creò?--Perchè non io All'armi nacqui e tu ai femminei vezzi? (-additando il trono-) Ah,... guarda.... là!--L'ultima volta il padre Noi là vedemmo; noi, bimbi tremanti Colle catene ai polsi!... Ei rantolava Nell'agonia suprema, e si torceva, Pallido come pario marmo, gli occhi Sbarrando intorno!... E, dall'aperta gola, Colava il sangue! Il suo prezioso sangue!... Il sangue nostro!...--Giù colava a fiotti; Giù, sovra il petto; giù, sui fregi d'oro; Giù, sulle gemme, come rosso serpe; E dilagava a terra, ove vincea Il color delle porpore!--Ah, potessi Viva evocar l'abbominevol scena! Far che nell'aria risonasse ancora Quel rantolo! E, dal suolo, ove alla figlia D'un carnefice suo tu ti inginocchi, Raccôr potessi di quel sangue un grumo Per gettartelo in volto! (-Acclamazioni in lontananza-) Or quali grida? SCENA III DAÌRA--DETTI DAÌRA (-dallo scaleo, accorrendo-) Oh, la lieta novella!... Il re è tornato! ARGIASP Il re?... ZALA Nabuco? DAÌRA Si.... Fa ressa, intorno Ad un drappel di cavalieri, il popolo Alla porta di Belo.--«Il re ci segue!» Gridan essi, «Lasciateci alla reggia Recar l'annunzio!»--Ma la folla chiude A loro il passo, colle mille bocche Mille domande a lor volgendo. ARG. (-fra sè, osservando Daìra-) Lieta Mai la vidi così! ZALA (-piano ad Argiasp-) Tutto è perduto! Va.... T'affretta.... Ti prostra!... Io, nella reggia, Ove nacqui, l'attendo. (-s'allontana a sinistra-) SCENA IV DAÌRA--ARGIASP DAÌRA (-a Argiasp, che muove verso lo scaleo, andando a lui-) Teco, Argiasp, Verrò.... ARG. (-ironico-) Di non seguirti a me imponevi.... E me seguire or vuoi? DAÌRA (-scostandosi-) No.... Va tu solo!... D'un inutil sarcasmo ebbe la pena La mia inutil richiesta.... All'occhio mio Nulla sfuggir potrà s'io là rimango. (-indica il terrazzo in fondo e muove ad esso-) SCENA V DAÌRA sul terrazzo--CORTIGIANI che vengono d'ogni parte, s'incontrano, parlano fra loro con concitazione--Fra i cortigiani, BALTAZÀR, LORASP, FASKUN, TOGHRUL, GURGHIN, NUSHÈH, MAHAFERID, GERIRÈH--Voci, grida e squilli man mano più vicini. LORASP (-accompagnato da Mahaferid, venendo dalla destra, a Baltazàr, che giunge con Nushèh dal lato opposto-) Fulmineo ritorno! BALTAZÀR E ingrato forse A molti. MAHAFERID A chi? NUSHÈH Meglio d'ognun tu il sai. MAHAFERID (-indicando Baltazàr-) Io so che insulti i suoi sospetti sono. GURGHIN (-incontrando Faskun-) Fulmineo ritorno!... FASKUN E trïonfale, Gurghin! GURGHIN Nè ai canti di gloria e di gioja Mancherà la mia voce! FASKUN È dessa stanca Forse di mormorar sempre nell'ombra? GURGHIN (-con terrore e ipocrisia-) O Faskun, tolga Belo che tu mai Alla calunnia porga orecchio! (-si lasciano-) BALTAZÀR (-incontrando Faskun-) Muta In pecorelle timide i mastini L'apparir del leone! FASKUN È vecchia storia! (-squilli nel cortile-) DAÌRA (-sul terrazzo-) Eccolo!... È desso!... Il Re! TUTTI (-accorrendo al terrazzo, mentre Daìra, pensosa, se ne allontana-) Viva Nabuco! MAHAFERID (-a Gerirèh, mentre osservano entrambe nel cortile-) Sta sulla soglia della reggia Zala.... GERIRÈH A lei si inchina il Re, non essa a lui,... (-Acclamazioni e nuovi squilli nel cortile-) DAÌRA (-fra sè-) S'ei, vedendomi, più non ricordasse Chi son, n'avrei troppo dolor!--Nascondermi Voglio... (-dopo aver pensato un momento, come decisa, indicando a sinistra-) Là!... Sì.... Là!... Nel giardino antico, Ove, fanciulli, insiem stavam sovente! (-come ricordando-) Nascosto fra i cespugli, ei m'attendeva, Su me piombava e mi ghermìa... mentr'io Dicea ridendo: «No... bel leopardo, «Alla gazzella tu non fai paura!...» (-Nuove acclamazioni-) Di rose gialle, a lui sì care un giorno, Vo' mandargli un canestro... e, s'ei ricorda Quei fiori ancora, a lui n'andrò sicura Ch'anche Daìra non può aver scordato! (-S'allontana rapidamente a sinistra.--Intanto la scena s'è nuovamente popolata.--I cortigiani fanno ala allo scalco-). SCENA VI AFRAISAB, il gigante--KUNAREND, BERHAM, DARAB, GHEV, poi NABUCO, alla destra del quale ARGIASP, alla sinistra ZALA. Dietro ad essi Capitani, Schiavi Medi, Egizî, Sciti, Ebrei. Fra questi JEROBOÀM e EFRAIM.--Detti. AFRAISAB (-apparendo dallo scaleo, con voce tonante-) Largo a Nabuco il re! (-Gran movimento--Si lascia libero il passo--Squilli, rintocchi, canti, acclamazioni, grida in scena e fuori-), TUTTI Gloria a Nabuco! NABUCO (-avanzandosi, riconoscendo Faskum, poi Baltazàr-) O mio vecchio Faskum.... E tu, tu pure, Fedele Baltazàr.... BALT. Signor, la gioja Mi toglie la parola.... LORASP (-avanzandosi con Mahaferid-) A noi degnate Uno sguardo! (-indicando Mahaferid-) Mia figlia.... NABUCO E tu? ZALA Lorasp Egli è.... NABUCO Del sangue tuo.... ZALA (-superba-) Sì, il regal sangue Di Sàrak!... NABUCO (-ironico-) È regale la bellezza Sempre.... e la forza.... (-Va al trono e vi sale.--Afraisab gli porge lo scettro, mentre Argiasp gli toglie l'elmo e gli pone sul capo la corona-). TUTTI Gloria al Re! NABUCO Le spade Or deponiam.--Di Babilonia vinti I nemici son tutti. Egizî, e Medi, E Sciti, e Ebrei noi le traemmo schiavi; E quelle mani, che alla sua rovina Volgevan l'armi, or diverranno ancelle Della sua gloria; e innalzeranno eccelsi Templi ai suoi Numi; e aggiogheranno l'acque Dell'Eufrate ribelli; ed in un vasto Giardino muteran questo soggiorno; E a me, che stringo nel mio pugno il mondo, Eleveran statue d'argento e d'oro, Che culto avranno come i simulacri D'Auramazda e d'Istàr.--Nume son io Com'essi!... A terra!... Innanzi a me prostratevi! JEROBOÀM (-agli Ebrei che lo circondano-) Ah, per Gèova.... no!... no!... Nessun di voi, O fratelli, si prostri. ARG. (-a Jeroboàm e agli Ebrei-) A terra! TUTTI A terra, O schiavi! JER. A terra non cadrem che spenti. AFRAISAB 1 2 3 4 ' 5 6 7 . 8 9 10 11 ( ) 12 13 14 , 15 , 16 17 . , 18 , 19 ; 20 . 21 22 . 23 24 . 25 26 27 ' - 28 , 29 30 31 32 - - . 33 34 35 36 37 38 , - - , - - 39 - ' - - 40 « - ' - » 41 ' ' 42 . 43 44 , - - , , 45 , ' 46 , , 47 . 48 49 * 50 51 , 52 , , 53 . 54 , ' , 55 , , 56 ; , - - 57 - - , 58 , 59 , , 60 ( ! ) , 61 , , 62 63 . 64 65 ' , 66 ' , , 67 ; 68 , , 69 . 70 : 71 , 72 , 73 ' ; 74 , 75 ' , , 76 . 77 , , 78 , 79 , , 80 ' , , 81 ' ' , 82 ' . 83 84 , , , 85 ; ' 86 87 , 88 . , : 89 « - - » 90 - - 91 ; , 92 , , 93 , , 94 , 95 , 96 . 97 98 , , 99 ; ; 100 , - , 101 - - , - - - - 102 . 103 104 ( , , 105 ) ; 106 , , : 107 ' , ; 108 109 . , . 110 , , 111 , . 112 ' 113 . 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