Le disilluse
Roberto Bracco
ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME PRIMO
NON FARE AD ALTRI... -- LUI LEI LUI --
UN’AVVENTURA DI VIAGGIO -- UNA DONNA --
*LE DISILLUSE* -- DOPO IL VEGLIONE
2ª EDIZIONE.
REMO SANDRON -- Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di
Norvegia.-
È assolutamente proibito di rappresentare questi lavori senza il
consenso scritto dell’Autore -(Art. 14 del Testo Unico 17
Settembre 1882)-.
Published in Palermo, 10th. June Privilege of Copyright in the
United States reserved under the Act approved March 3rd. 1905,
by Roberto Bracco and Remo Sandron.
Off. Tip. Sandron -- 126 -- I -- 290312.
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LE DISILLUSE.
-Fiaba per Marionette, in un atto.-
Questa «-fiaba-» fu improvvisata in pochi giorni, come si rileva dal
prologhetto, per invito della -Società Filarmonica- di Napoli e
rappresentata, con musica del maestro -Mario Costa-, nel salone di
quella -Società-, intorno al 1888. Ai due autori fu assegnato il compito
di offrire, soprattutto, «un grazioso spettacolo di atteggiamenti, di
colori e di armonie». Il -libretto- non doveva essere che «un pretesto
per far comparire sulla scena, in costumi fantastici, una schiera di
eleganti giovanotti e fanciulle» appartenenti all’aristocrazia, con alla
testa il tenore -Marconi-, il baritono -Kaschman- e la signora
-Kaschman-, protagonisti della festa mondana.
PERSONAGGI DELLA FIABA:
-Fleno-, -ex re di Zano-.
-Arunto-, -candidato al trono di Zano-.
-Clea-, -conduttrice delle- Disilluse -e- Disillusa -anch’ella-.
-Le Fanciulle disilluse-.
-I Giovanotti-.
-Cori di voci misteriose-.
Epoca, a piacere. -- L’azione non si svolge in nessuna parte del mondo,
ma, viceversa, poi, si svolge un po’ dovunque.
PROLOGHETTO DE «LE DISILLUSE».
-(scritto dall’Autore stesso e detto dal Direttore di scena.)-
-Il Direttore di scena-
-(a sipario calato, esce dalle quinte e, con una certa emozione, si
rivolge al pubblico.)-
Per voi, piccol gran pubblico, per voi, «mondo dorato»,
Roberto Bracco e Mario Costa hanno improvvisato
una celia che abbonda di note e di parole,
uno spettacolino riboccante di fole.
Come il burattinaio, dinanzi ai bimbi attenti,
fa muovere i fantocci, prestando lor gli accenti
d’un estro infantilmente disinvolto, così
i nostri cari autori han fatto lì per lì,
accogliendo l’invito di questa Direzione
che non chiedeva fiabe, ma un gioco da salone,
con un profumo d’arte, per uso delle dame
e delle damigelle. Quasi foste uno sciame
di scolarette a spasso, sotto il pretesto della
estemporaneità, ecco la marachella
d’ammannirvi, in istrofe fanciullesche e neglette,
le vicende fantastiche di certe marionette.
E il peggio è che si allude a cose che sul serio
vi seccano, benchè... vecchie come il salterio:
-l’ amore delle donne, le donne nell’amore.-
-le signorine ansiose di diventar signore,-
-i falsi voti avversi alla- -maschilità-,
-sognata da ogni donna, qual meta e qual metà....-
Insomma, io penso e dico che i due burattinai,
facendo questa burla, sono maligni assai,
e che il trattar da bimbi persone come voi,
per ingannarle prima, per punzecchiarle poi,
è... -un atto- che, anche in musica, non merita clemenza.
Ed io, che, in qualità di -régisseur-, ma senza
aver nessuna colpa, mi trovo qui, sul banco,
per dir così, dei rei, vo’ almeno parlar franco
e protestare contro Roberto Bracco e Mario
Costa, pria che davanti a voi s’alzi il sipario.
Per quel poco che c’entro in queste «Disilluse»,
mie dame e damigelle, io v’offro le mie scuse.
Ed un consiglio v’offro per... -gl’improvvisatori-.
Applauditeli all’ultimo, ma, appena vengon fuori,
lasciando cader pigre le manine guantate,
aprite le boccucce gentili e... sbadigliate.
-(via)-
ATTO UNICO.
Le mariage est de toutes les choses sérieuses
la chose la plus bouffonne.
-Beaumarchais-.
-Una campagna incolta, ricca di fiori e di verzura. In fondo, si eleva
una siepe di cespugli folti. A destra e a manca, sentieruoli erti e
serpeggianti. -- Tra l’edera, il muschio e le felci, la porticina d’un
tugurio. Sopra la porticina, un largo buco a mo’ di finestrella. Qua e
là, rovi, ciuffi d’erbe selvatiche, tronchi d’alberi spezzati. Il cielo
è azzurro. Nell’aria si diffonde una luce strana, lievissimamente rosea,
con sfumature giallognole: è un’aria ingombra di vapori leggeri e
leggermente colorati, la quale dà alla scena campestre un carattere
fantastico. Si vede scintillare, lontano lontano, in alto, dove sono più
densi i vapori, il dorato «Castello della fantasia».-
-(Alzatasi la tela, la scena è vuota. -- Si sente il canto delle
Disilluse portato dal vento. -- Le parole, per fortuna dell’autore, quasi
non si odono.)-
-Le Fanciulle, tra cui Clea-
-(di dentro)-
È l’alma affranta,
è vuoto il core,
la vita è infranta,
il mondo muore.
Qui di luce mesti incanti
noi viviamo circonfuse...,
La natura par che canti:
«Disilluse! disilluse!...»
-(Circondate d’una luminosa aureola, le Fanciulle, dagli abiti semplici,
gentili, vaporosi e tinti di colori pallidi, dai capelli sciolti, ornati
di fiori delicati, e dagli atteggiamenti di persone dolci, languide,
annoiate e sospirose, si avanzano a poco a poco. -- Clea è la loro
conduttrice.)-
Venticello innamorato,
che d’intorno a noi ti aggiri,
che ci avvolgi di sospiri
e ci assedi da ogni lato,
sappi ben che ci ami invano.
L’amor nostro è morto a Zano!
Venticello vagabondo,
tu che vedi, tu che senti
tutti i nostri patimenti,
va laggiù, va a dire al mondo
che noi... gli uomini aboliamo...
Non amiamo, non amiamo!
-(Si ode un lungo e dolce sbadiglio.)-
Siam fanciulle... sbadiglianti...
d’aria e luce circonfuse....
La natura par che canti:
«Disilluse, disilluse....»
-(Continuano a cantare tutte, meno Clea, alla quale esse si rivolgono.)-
Ma un ricordo di note soavi
d’altri tempi si va risvegliando.
Se tu, Clea, quelle note cantavi,
ogni illusa cantava, sperando.
Nel tuo core, bellissima Clea,
ravvivava quel canto la fè.
Ti chiamavan di Zano la dea:
la canzone era fatta per te.
Deh! ripeti la canzone
della spenta illusione.
-Clea-
Il passato evocherò!
-Le Fanciulle-
Canta, canta...
-Clea-
Canterò.
-(ricordando e ripetendo l’antica canzone, con enfasi ridicola)-
«Sei nata nel giardino d’una fata
«che fuga col suo fascino il dolore.
«Al sol de’ suo’ begli occhi tu sei nata,
«giglio gentile, giglio incantatore.
«Sarà fecondo di pace infinita
«il lieto tuo fatidico candore.
«Eternamente amata, la tua vita
«sarà un connubio di pace e d’amore.»
-(interrompendosi.)-
Canzone menzognera!
Chi m’ama?... Chi mi amò?...
Dov’è la pace vera?
È pace questa?... No.
E un’altra strofa, l’ultima,
io voglio ricordar.
Mentiva pure! Uditela,
uditela cantar:
«Sarai fanciulla bella innamorata
«d’un altro come te leggiadro fiore,
«sbocciato nel giardin della tua fata
«che fuga col suo fascino il dolore.»
-(Si abbandona sopra un sasso, presso il tugurio del romito, e vinta
dalla noia, si assopisce.)-
-Le Fanciulle-
-(dopo la breve estasi di sollievo, ricascano nel triste languore.)-
È l’alma affranta,
è vuoto il cuore,
la vita è infranta,
il mondo muore.
-(Lentamente e mollemente, quasi mosse dal venticello, le Fanciulle a
poco a poco si allontanano e spariscono.)-
Siam fanciulle... sbadiglianti...
d’aria e luce circonfuse....
La natura par che canti:
«Disilluse! disilluse!...»
-Clea-
-(resta addormentata sul sasso.)-
-Fleno-
-(avvolto nel suo nero mantello, la testa quasi tutta nascosta nel
cappuccio, la gran barba bianca fluente sul petto, esce dal tugurio.
Vedendo Clea, mormora:)-
La conduttrice delle Disilluse dorme il sonno della noia....
Gesticola.... Sta sognando....
-Clea-
-(in una specie di sonnambulismo, fa con la mano come se discacciasse
un’ape.)-
Ape molesta
va via di qua.
-Fleno-
Dorme e par desta.
-Clea-
Ah! se ne va.
-Fleno-
La bionda mesta
sognando sta.
-Clea-
-(ricomincia a gesticolare, discacciando l’ape.)-
Di nuovo qui giunge....
e torna su me.
Quest’ape mi punge,
mi punge.... Perchè?
-Fleno-
-(le si accosta, per liberarla dall’insetto importuno.)-
D’un’ape ella parla
e l’ape non c’è.
Ma, intanto, sognarla!...
Sognarla!... Perchè?
-(Vedendo che ella si desta.)-
Si sveglia.... Si sveglia....
-Clea-
-(aprendo gli occhi.)-
Sei tu!
-Fleno-
Sì....
-Clea-
Che fai?
-Fleno-
Chi dorme... e chi veglia....
-Clea-
M’hai punta?...
-Fleno-
No!... Mai!
Non c’era l’ape; nemmen c’ero io.
Chi ti pungeva davver non so.
.... Pungeva forse qualche desio
che viene in sogno... ma in veglia no.
-Clea-
Non indagare nel sogno mio....
Chi mi pungeva davver non so.
Pungeva forse qualche desio
che viene in sogno... ma in veglia no.
-(andandosene)-
A rivederci.... Buon vecchio, addio!
Le Disilluse raggiunger vo’....
-Fleno-
-(con insinuante furberia)-
A rivederci... Pensa al desio....
che punge in sogno, ma in veglia no.
-Clea-
-(va via.)-
-Fleno-
-(seguendo con lo sguardo Clea, e scotendo la testa:)-
Va a raggiungere le Disilluse!... Ingenue! La loro disillusione è la più
grande delle illusioni! Esse credono d’aver sofferto assai, appunto
perchè non sanno che cosa sia soffrire. Se avessero provata una sola
delle sventure toccate a me!...
-(Rivolgendosi al pubblico)-
Io sono l’ex re di Zano: un regno senza impicci, un regno piccolo
piccolo, un regno tascabile.... Ed io, infatti, avevo in tasca il mio
regno e i miei sudditi; -- ma ora sono essi che hanno in tasca me! Ah!
Quando ricordo il giorno della rivolta, mi rivengono i brividi! Che
batoste, e che paura!... Io me la svignai travestito da vecchio; e in
questa.... vecchiezza continuo a nascondermi, perchè -(accennando, col
gesto, alle probabili busse)- la prudenza non è mai troppa!...
Quel giorno, che catastrofe!
Ed io, mutando viso
per non morire ucciso,
fuggii... Fuggii sin qui!
Romito, in un tugurio
sinistramente muto,
al regno che ho perduto
penso la notte e il dì.
Ah! come le memorie
mi danzano d’intorno
e tornano ogni giorno
a dir: «tu fosti re!»
Mi pesa questa maschera
d’umile vecchio inetto,
ribellasi nel petto
il giovanile ardor.
Son di me stesso, misero,
la tetra sepoltura....
Son morto addirittura...
ahimè!, vivendo ancor.
E le memorie danzano
intorno a questo morto,
che non è ancor risorto...
che morto ancor non è.
-(Rattristato, rientra nel suo tugurio, e si rincantuccia sotto l’arco
della porta.)-
-Voci misteriose-
Avanti, Arunto,
non ti stancar.
Se non se’ giunto,
non ti fermar.
La terra è immensa....
Sembra piccina....
Cammina e pensa,
pensa e cammina.
-(Arunto comparisce nel suo abito smagliante, con in mano una borsetta
da viaggio, e le voci misteriose continuano:)-
Coraggio, Arunto,
non disperar.
Se non se’ giunto
non ti fermar.
Per chi dispera
tutto è rovina.
Cammina e spera,
spera e cammina!
-Arunto-
-(stanco, scoraggiato, guardandosi attorno)-
Cessate, o voci arcane! Ahimè, dal petto
ogni speranza già fuggir mi sento.
A interrogare il cielo io sono intento,
ma un lieto auspicio inutilmente aspetto.
O tu, di gloria bel sogno dolcissimo,
vanisci a poco a poco:
e dell’antica mia perduta audacia
ora il ritorno invoco.
Misteriosi e lieti m’accompagnano,
nel mio cammin fatale, questi canti;
e i monti, i fiumi, gli alberi mi dicono:
«Coraggio Arunto! Avanti, avanti, avanti!»
Ma tu, di gloria mio sogno dolcissimo,
vanisci a poco a poco;
e invano della mia perduta audacia
ora il ritorno invoco.
-Fleno-
-(scotendosi)-
La pace sia con te!
-Arunto-
-(accorgendosi del romito)-
Oh! Credevo d’essere solo.
-Fleno-
E sei solo, difatti.
-Arunto-
E tu?
-Fleno-
Io mi chiamo: Nessuno!
-Arunto-
Chi t’ha dato questo nome?
-Fleno-
La sventura.
-Arunto-
Poveretto!
-Fleno-
Anche tu mi sembri una persona non molto allegra. Devi avere più d’un
diavolo per capello.... Che vuoi? Dove vai? Donde vieni? Chi sei?
-Arunto-
Io sono Arunto. Vengo da Zano....
-Fleno-
-(sussulta.)-
-Arunto-
Vado... non so dove. E voglio... undici fanciulle. Non ti
sorprendere.... L’impresa mia è più nobile di quanto, per avventura, tu
immagini. Il popolo di Zano mi ha incaricato di ricondurre in patria le
undici fanciulle, le più belle del regno, che, disilluse della vita,
volarono via, emigrando dalla terra nativa.
-Fleno-
-(con ansia repressa)-
Ah? Il popolo di Zano ti ha dato codesto incarico? E raccontami,
raccontami: che si fa laggiù? Come se la passano quei bravi rivoltosi?
-Arunto-
Rivoltosi! E come sai...?
-Fleno-
-(confondendosi un po’)-
.... Qualche volta il vento pettegolo viene a susurrarmi all’orecchio le
notizie dei paesi lontani.... -(Tra sè)- Che sia un mandatario dei miei
nemici? -(Ad Arunto, con dissimulazione)- Non conosco Zano che di nome.
È un vasto regno?
-Arunto-
Non se ne vedono i confini.... C’è sempre la nebbia.
-Fleno-
E che fanno i partiti politici?
-Arunto-
Ognuno fa quello che l’altro non fa.
-Fleno-
E chi siederà sul trono?
-Arunto-
Chi lo porterà sulle spalle.
-Fleno-
Parli come una sibilla. Non vuoi dirmi la verità?
-Arunto-
-(con prudenza)-
Per ora il popolo non chiede che le fanciulle fuggitive. Un re c’è
sempre tempo di eleggerlo o di fabbricarlo. Ma la bellezza di undici
fanciulle non si fabbrica e non si elegge.
-Fleno-
Ti preme molto il trovarle?
-Arunto-
Non lo vedi? Passo di paese in paese, m’inoltro in terre sconosciute,
non riposo mai.... -(Desolato)- E non le trovo!...
-Fleno-
Sono undici, hai detto? Sono belle? Sono disilluse della vita? Ebbene,
tu non sei lontano da loro.
-Arunto-
-(con viva gioia)-
Che!?
-Fleno-
Vedi tu quell’aureo castello che scintilla nell’atmosfera vaporosa?
-Arunto-
Lo vedo.
-Fleno-
È la dimora delle Disilluse: è il castello della Fantasia. Quando qui
giunsero volando sulle ali della disillusione, si posarono lassù.
Costruirono un nido di raggi di sole, e il nido, forte della
invulnerabile castità delle candide abitatrici, fu ben presto solido e
inespugnabile come una rocca e prezioso come un immenso ninnolo d’oro.
In quel castello, che la loro immaginazione ha creato, esse, le candide
abitatrici, vivono d’aria, di luce e di malinconia; e, tutte assorte
nella loro profonda disillusione, menano una vita dolcissima... e si
annoiano mortalmente.
-Arunto-
-(giubilante)- Io so tutto ciò che mi basta.... Vado, corro subito....
Mi getterò subito ai loro piedi....
-Fleno-
Non tanta foga, giovanotto mio! Sulla porta di quel castello è scritto:
-Abbasso gli uomini!- Piuttosto, io ti consiglierei di aspettare qui.
Spesso dal loro nido vengono fuori, e volano, volano, girovagando tra i
ruscelli, gli alberi, i fiori, e spesso qui si fermano riempiendo l’aria
dei lor lai melodiosi.
-Arunto-
Benissimo! Benissimo!
-Fleno-
Non tanta foga, giovanotto mio! Hai da sapere ch’esse fuggono e riparano
nel loro castello al solo sospetto di un giovine viso maschile. E
sarebbero anche capaci di dileguarsi se il giovine viso maschile si
ostinasse a seguirle.
-Arunto-
Dileguarsi? Come se fossero nuvole?!
-Fleno-
Difatti, talvolta i loro occhi lampeggiano..., tal altra si sciolgono in
pioggia... di lagrime.
-Arunto-
-(di nuovo consolato)-
Sicchè, è inutile aspettarle, è inutile sperare.... Ma tu, le conosci?
-Fleno-
Sì, a me queste farfalle latitanti concedono qualche minuto della loro
presenza e della loro conversazione, perchè io, capisci?, essendo
vecchio decrepito, non arreco loro spavento.... Anzi, ispiro fiducia....
-Arunto-
-(tra sè)-
La chiama fiducia, lui. -(A Fleno)- Ah! buon vecchio, se potessi
afferrarle, se potessi parlare con loro!...
-Fleno-
Lo potrai fra una sessantina d’anni, cioè quando sarai vecchio come me.
-Arunto-
-(disperandosi)-
Ah, perchè mia madre non mi ha fatto nascere sessant’anni prima?!
-Fleno-
-(commosso)- Senti.... Io ho il mezzo di farti diventar vecchio....
-Arunto-
In che modo?
-Fleno-
Non m’interrogare, e non indagare. Io entrerò nel mio tugurio. E,
dall’alto di quel finestrino, ti porgerò la mia Vecchiezza. Bada però:
dopo sbrigata la bisogna, tu, di nascosto, la mia Vecchiezza mi
renderai. Io, intanto, per sottrarmi a ogni ricerca... -- so quel che
dico -- ... chiuderò a chiave la porta del tugurio.
-Arunto-
-(con effusione)-
Oh! grazie! grazie! Tu sei il mio salvatore! Grazie!
-Fleno-
Aspetta. -(Entra nel tugurio, chiude a chiave la porta, e, dopo qualche
istante, ricompare dietro il finestrino col viso di giovane. Allungando
un braccio, fa penzolare la finta barba bianca. E, poichè Arunto ha lo
sguardo rivolto dalla parte opposta, egli, Fleno, lo chiama:)- Ehi!...
pss! pss!...
-Arunto-
-(si volta, si avvicina con meraviglia; e poi, quando Fleno gli consegna
la barba, egli se l’appiccica alla faccia, assumendo la fisonomia di
Fleno.)-
-Fleno-
Ecco la barba della Vecchiezza
che cangia il viso, ma non l’età.
Con questa barba la Giovinezza
piglia un aspetto d’innocuità.
-Arunto-
-(mettendosi la barba)-
Di sotto il pelo bianco
io giovine sarò,
chè nulla ho in me di stanco
e vecchio il cor non ho.
-Fleno-
-(dal finestrino, porgendo ad Arunto prima il mantello nero, poi il suo
lungo bastone.)-
Ecco il mantello della Vecchiezza
che cela l’uomo dal capo a piè;
ecco il bastone della stanchezza
di chi nel cuore vecchio non è.
-Arunto-
-(mettendosi il mantello)-
Sotto il mantello nero
io mi nasconderò
e sempre quello che ero
e quel che son sarò.
-Fleno-
T’ho dato, credimi,
tutto me stesso....
-Arunto-
Te ne ringrazio!
Parla sommesso....
-Fleno-
D’essere innocuo
per poco io cesso.
-Arunto-
Vecchio decrepito
io sono adesso!
-Arunto-
-(tra sè)-
Di sotto il pelo bianco
io giovine sarò,
chè nulla ho in me di stanco
e vecchio il cor non ho.
-Fleno-
-(tra sè)-
Che l’apparenza inganni,
è antica verità.
Ed egli, ne’ miei panni,
le ingenue ingannerà.
-Arunto-
-(si mette a sedere, tutto raggomitolato, presso il tugurio, fingendo
d’essere Fleno.)-
-Le Fanciulle-
-(di dentro)-
È l’alma affranta,
è vuoto il cuore,
la vita è infranta,
il mondo muore.
-(Si avanzano con la solita lentezza, nel solito atteggiamento di
languore.)-
-Voci misteriose-
Coraggio, Arunto,
non disperare.
Se non sei giunto
non ti fermare.
Per chi dispera
tutto è rovina!
Cammina e spera,
spera e cammina.
-Arunto-
-(sentendo il canto delle Disilluse e vedendole venire)-
Ah! eccole.... -(Dopo una pausa, parla alle Fanciulle, imitando la voce
di Fleno)- La pace sia con voi!
-Clea-
Grazie, buon vecchio. La pace è con noi.
-Arunto-
-(tra sè, guardandola di sottecchi)-
Che splendida creatura!
-Clea-
Mi sembri inquieto. Che fai?
-Arunto-
La figura di uno stranissimo mago m’è apparsa or ora. M’ha parlato di
voi, ed è sparito.
-Clea-
-(mal frenando la curiosità)-
E che t’ha detto?
-Arunto-
M’ha data questa borsa -(mostrandola)-, dicendo che contiene dei doni
per tutte voi. E io gli ho promesso di consegnarveli: non ho saputo dir
di no....
-Clea-
Dei doni!...
-Le altre Fanciulle-
Dei doni!...
-Clea e le Fanciulle-
E che saranno? Che saranno?...
-Arunto-
Chi sa! A vederli, sono degli involtini eleganti.... Conterranno
qualche... qualche gingillo, qualche sorpresa. Potrebbero essere dei
pegni d’affetto, per esempio, come quelli che si offrono... in occasione
delle promesse di nozze....
-Clea e le Fanciulle-
-(tumultuando)-
Nozze?!... Mai! Mai! Mai!
-Arunto-
Non vi spaventate.... Ho voluto sperimentarvi. Il mago m’ha detto... che
soltanto le fanciulle irremovibili nel loro proposito sarebbero degne
del suo dono. Sicchè, ora che sono sicuro delle vostre intenzioni, posso
adempiere il mio compito.
-Clea e le Fanciulle-
-(ansiose)-
Date... date qua... date qua... date qua....
-Arunto-
-(aprendo la borsa, tra sè)-
Alla mia divina interlocutrice non glielo do, perchè a lei spero di
provvedere... personalmente. -(Rivolgendosi alle Fanciulle e
distribuendo gl’involti)- A voi.... A voi.... A voi.... A voi.... A
voi....
-Clea-
-(quando è finita la distribuzione, è assai scontenta di non aver
ricevuto niente, e resta imbronciata, quasi con le lagrime.)-
-Arunto-
-(osserva e finge)- Oh! Ne ho perduto uno!... -(A Clea)- Sono
dolentissimo, ma....
-Le Fanciulle-
-(dopo avere disfatto l’involtino, guardano con meraviglia e con gioia
mal celata ciò che vi hanno trovato dentro: cioè un ritratto e una
lettera.)- -(Esclamano:)- Un ritratto! -(Poi, entusiasmandosi)- Il
ritratto d’un giovane!...
-Arunto-
E lì..., che cos’è scritto? Leggete!
-Le Fanciulle-
-(con crescente entusiasmo)- Una lettera!... -(L’aprono e leggono:)-
«Io vi scrivo, damigella,
per offrirvi la mia mano.
So che siete tanto bella,
ch’io son ricco è noto; ma....
se un pochino non m’invita
il cuor vostro, tutto è vano,
che non bastano alla vita
di due sposi oro e beltà.
-(Il loro volto s’irradia. Esse, commosse, leggono e rileggono la
lettera, guardano il ritratto e si guardano tra loro con un misto di
riluttanza e di contentezza.)-
-Arunto-
-(notando il loro mutamento, tra sè)- Lo dicevo io!... Il mezzo è
sicuro! -(Alle fanciulle, con circospezione)- E se vi dicessi che a
ognuno di questi ritratti corrisponde un originale e a ognuna di queste
lettere un po’ di vero amore, fareste il sagrifizio di...
-rimpa...tria... re-?
-Le Fanciulle-
-(con ostentazione)- Eh.... Per non essere troppo sgarbate....
-Clea-
-(non potendone più)- E a me?
-Arunto-
-(tra sè)- Ora posso rivelarmi, che esse, in fede mia, non si
dilegueranno. -(A Clea, lasciando cadere di dosso il mantello e buttando
via la barba)- La mia lettera è scritta qui -(indica il suo cuore)- e il
mio ritratto è questo, -(indica il suo viso)-.
-Clea-
-(sussultando di giubilo)- Come?! Tu non sei il vecchio romito?....
-Le Fanciulle-
Ooooh!...
-Arunto-
Arunto mi chiamo!
-Le Fanciulle-
-(in un sommesso mormorio, fanno l’eco:)- Amo... amo... amo.... -(Indi,
contemplando il ritratto e la lettera che hanno tra le mani, si fermano
qua e là, formando gruppi pittoreschi.)-
-Arunto-
-(con dolcezza, a Clea)-
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