LXX.
«Ritornando a casa aveva tremato al pensiero d'incontrarmi con mio
marito. Egli era uscito. Atroce ironia della fortuna! senza di ciò
io non sarei riuscita a mascherare il mio rossore, non avrei saputo
aggiungere al tradimento l'inganno.
Rividi le mie stanze, e m'aggirai per esse smaniando; voleva fuggirmi,
sottrarmi alla mia coscienza, liberarmi dalla vergogna che mi camminava
a fianco come un compagno di catena.
Mio marito rientrò; mi guardò, mi sorrise, mi baciò in volto. Io
guardai la sua faccia serena, gli sorrisi e gli restituii il bacio....
Il rimorso mi cercava il cuore come una mano spietata.»
LXXI.
«Mi ammalai. Se ciò non fosse avvenuto, non avrei potuto nascondere il
mio fallo. Nei primi giorni della mia malattia, sperai che ne sarei
morta. Una febbre ardente mi distruggeva ogni dì più; smarrii ben
presto la ragione, e i miei sensi perdettero mano mano il loro vigore.
Non ho che una memoria confusa di quei giorni; so che udiva bisbigliare
al mio capezzale delle voci sommesse, che mi ponevano sulla fronte
delle pezzuole rinfrescate al ghiaccio; so che io aveva coscienza del
pericolo in cui versavo, e che, senza sapermi dire perchè, lo amavo e
me ne rallegravo. Questa dimenticanza cagionatami dalla febbre fu, io
credo, la mia salvezza; di tal guisa la causa fu vinta coll'effetto.
La memoria della mia colpa che allora mi avrebbe uccisa, trovò nella
debolezza eccessiva dei miei sensi una barriera; più tardi le mie nuove
forze dovevano trovare quella memoria impotente ad uccidermi.
Quei giorni di febbre furono accompagnati da delirio. Che ha proferito
il mio labbro in quei giorni? mi sono io accusata senza volerlo? Lo
ignoro -- certamente però mio marito non ne concepì alcun sospetto. Egli
fu sempre al mio fianco, la notte e il giorno; non voleva abbandonarmi
un solo istante; quando il sonno lo vinceva, si gettava sopra un
seggiolone che trascinava daccanto al letto. Aveva però cura di
osservare prima se io dormissi.
Me ne accorgevo, e simulavo spesso il sonno per trarlo in inganno;
quando udivo il suo respiro farsi regolare, riaprivo gli occhi e lo
guardavo con sicurezza, con quella dolce sicurezza che io non doveva
provare mai più sotto il suo sguardo sereno. Allora mi veniva in mente
la mia colpa, e rinasceva più straziante il rimorso.
Guardavo la sua fronte ampia ed aperta, le sue labbra che si aprivano
a mormorare nel sonno il mio nome. Aimè! egli non sapeva quanto il suo
affetto e le sue cure mi torturassero il cuore!
Ben presto mi abituai a quel supplizio; non ne sarei morta; ben presto
guarii.
L'egoismo mi fu largo di promesse a compensarmi dei dolori patiti;
pensai con un sentimento di compiacenza che la mia colpa mi aveva
almeno assicurato l'amore di mio marito....
Un giorno, sciagurato giorno, il cavaliere venne improvvisamente in
casa mia. Voi eravate meco, non vedeste o non voleste vedere il mio
affanno, e mi lasciaste sola con lui.
Che voleva da me quell'uomo? con quali intenzioni egli veniva?
La mente, meschino e stolto fabbro di chimere e d'inganni, mi suggerì
in un istante cento pazze fantasie per alimentare le mie speranze, ma
il cuore no, non mentiva i suoi palpiti.
L'audacia del cavaliere mi era nota; ma io non avrei mai creduto che lo
avesse potuto spingere a tanto. Sapeva egli che mio marito era assente?
E se non lo sapeva, quali progetti aveva potuto concepire la sua
perfidia? Fino a qual punto sarebbe egli andato senza arretrarsi?
Mi feci cuore, e senza attendere le sue parole, ruppi prima il silenzio.
-- Avete mentito? interrogai severa.
-- Ho mentito, rispose freddamente.
Mi guardava; lo guardai minacciosa, ma egli non piegò. Sorrise
sdegnosamente, e tacque.
Poco dopo si accostò, mi additò l'uscio donde eravate uscito, e
gettandosi sbadatamente sul divano incrociò le gambe l'una sull'altra.
Rimasi in piedi, immobile, atterrita da quel cinismo.
-- Chi era? domandò egli ammiccando degli occhi.
Non risposi. Quelle interrogazioni, quel contegno, mi pungevano come il
più sanguinoso insulto.
Il mio silenzio non mutò i suoi modi; si sollevò un momento,
appoggiando le mani al divano e portando innanzi il corpo, mi guardò
fisso, e si lasciò ricadere con abbandono.
-- Il vostro ganzo? interrogò pronunziando quest'ingiuria atroce con
lentezza, quasi a farmela parere più amara e più lunga.
La vergogna mi trasse fuor di me.
-- Uscite, gridai con impeto, avventandomi sopra di lui come una tigre,
uscite!
-- Vi pare? ribattè con ironia; -egli- è uscito al mio arrivo, io uscirò
all'arrivo di -lui-, di vostro marito.
-- Uscite, gridai, fatta cieca dalla collera, uscite, o vi farò cacciare
dai miei servi.
-- Provatevi, disse egli calmo.
Feci atto di accostarmi al campanello; ma egli mi prevenne. D'un balzo
fu in piedi, mi arrestò per un braccio, mi respinse, e afferrato il
cordone del campanello diede una strappata vigorosa.
A quell'atto improvviso, inaspettato, terribile per la forza di volontà
e di audacia che mi rivelava, rimasi come colpita dalla folgore. Tutte
le mie forze, tutto il mio coraggio, mi vennero meno. Sentii di non
poter lottare con quella natura troppo più grande nella forza e nella
perversità della mia; sentii che la mia individualità era domata,
che la morte sola avrebbe potuto sottrarmi all'imperio fatale di
quell'uomo.
L'ignoranza delle sue intenzioni, la paura dello scandalo mi
trascinarono ai suoi piedi supplichevole. Lo scongiurai mi risparmiasse
la vergogna in faccia ai miei servi... Egli mi guardò, si drizzò
orgogliosamente come a farmi sentire il peso del suo potere, e non fece
atto per rialzarmi... Intanto alcuni passi si accostarono frettolosi
all'uscio; ebbi appena il tempo di sollevarmi e di volgere il capo
per nascondere il volto bagnato di lagrime, che la porta s'aprì con
una spinta così vigorosa che i battenti percossero con impeto contro
le pareti. A quel rumore mi rivolsi e vidi sulla soglia, immobile,
pallido, severo come uno spettro, mio marito!
Il grido che partì dal mio petto fu un grido di gioia; senza pensiero,
senza timori, tranne quello del nuovo pericolo che io aveva corso,
mi lanciai incontro a lui a braccia aperte, mi gettai nel suo seno, e
nascondendo la faccia, gli gridai con voce soffocata:
-- Salvami, salvami, in nome del nostro amore!
Mio marito mi allontanò con un braccio, mi guardò negli occhi, vide
le mie lagrime, guardò il cavaliere che teneva il capo ostinatamente
abbassato al suolo, indi con un gesto di raccapriccio che non so
rammentare senza sentire spezzarmisi il cuore, mi respinse da sè
inorridito.
Quell'abbandono, quel rifiuto, illuminarono la mia mente come un
baleno. Compresi per la prima volta che vi ha qualche cosa assai più
crudele del rimorso, ed è il disprezzo di colui che ci ha amato.
Caddi al suolo sbigottita e tremante, colle mani giunte in atto di
preghiera.
Accasciala sulle ginocchia io vidi Antonio accostarsi al cavaliere con
passo lento e sicuro; sollevai lo sguardo pauroso e tesi l'orecchio
per ascoltare. Salvani fece atto di trarre un biglietto di visita da un
portafogli; mio marito lo rifiutò e disse con accento calmo:
-- Il mio nome è il nome d'un uomo onesto... Poi additò l'uscio al
cavaliere, che uscì senza dir motto.
Rimanemmo soli. Egli immobile innanzi a me, io colle pupille smarrite,
ricercando uno sguardo di pietà. Vidi brillare una lagrima, mi
trascinai carponi, implorai con un gesto il suo perdono; fu vano; egli
così buono verso di me fu vinto dal dolore e dalla vergogna. Per la
prima volta io fui respinta dalle sue braccia.»
LXXII.
«I giorni si succedettero uguali, angosciosi, tetramente monotoni.
La mia coscienza si era ripiegata inorridita all'aspetto dell'immensa
sciagura che il mio fallo aveva provocato. La solitudine, il silenzio,
il rimorso si assieparono come una nube sul mio intelletto.
Ciò che avvenne dopo quel giorno fatale è ancor oggi un mistero per me.
Quando seppi del duello, tremai per mio marito; volli scongiurarlo di
desistere; ma, sapendolo vano, soffocai nelle lagrime il mio proposito.
Quando seppi che il duello non avrebbe avuto luogo, il timore vinse in
me la meraviglia. Da quel punto un enigma tormentoso si propose alla
mia mente scombuiata: -- che sarebbe avvenuto più tardi?
Io era troppo abituata a leggere nel cuore di Antonio, per potermi
lasciar trarre in inganno dall'apparente impassibilità del suo volto.
Quella calma era ai miei occhi più eloquente d'ogni altro linguaggio.
Il suo contegno verso di me, meno l'abbandono affettuoso, fu qual era
stato sempre, dolce e cortese. Avesse egli adoperato meco la collera,
il rimprovero, il disprezzo, non ne avrei avuto tanto dolore quanto
me ne proveniva da quella dolcezza. Io taceva e piangeva in segreto --
piangeva la mia pace seppellita per sempre col mio amore.
Non andò molto che i miei timori si avverarono. Era passato un mese.
Mio marito venne nelle mie camere, era la prima volta dopo quel
giorno... Tremai al vederlo, e non osai tener la fronte sollevata
innanzi a lui, lui mio accusatore, mio giudice... Mi salutò, trasse
una sedia accanto a me, e si assise. La sua voce mi scese al cuore come
un'amara ironia. Egli era calmo, nondimeno i suoi sguardi tradivano a
quando a quando una segreta inquietudine; compresi che una terribile
sciagura minacciava le rovine del mio cuore.
Mi pregò scrivessi una lettera, una lettera a -lui-, a Salvani. Questo
colpo inaspettato superava le mie forze e il mio coraggio. Uno sgomento
indefinibile s'impadronì del mio spirito; per la prima volta in vita
guardai con occhio di terrore la faccia di mio marito. Vi lessi la
fermezza e la pietà. Tentai rimuoverlo con uno sguardo supplichevole,
ma egli insistè con tale espressione di dolcezza che valeva per me
assai più che il comando.
Obbedii come un automa; egli mi fu grato e me ne rimeritò con un
sorriso. Quel sorriso ha impresso un solco profondo nel mio cuore.
Egli dettò ed io scrissi; poche parole che non mi fecero arrossire; un
convegno necessario, una preghiera dignitosa, il mio nome, nulla più.
Quando ebbi finito, lasciai cadere la penna e mi abbandonai esausta
di forze sullo schienale della seggiola. Antonio mi guardò, lottò
un istante colla pietà e col rancore; volli risparmiargli una penosa
testimonianza d'affetto di cui mi sentiva indegna, e raccolsi tutta la
mia energia per dissimulare ciò che io soffriva. Egli prese il foglio,
lo piegò, e me lo pose innanzi, presentandomi la penna con un gesto
urbano, ma freddo ed insistente.
Compresi, e vergai la soprascritta con mano tremante; gli consegnai
la lettera e nascosi il volto fra le mani. Mio marito si tenne alcuni
istanti ritto innanzi a me, ma non disse parola. Udii il suo respiro
affrettato; poi alcuni passi leggieri, poi più nulla... Rialzai il capo
smaniando... egli era uscito.»
LXXIII.
«Tutto quel giorno stetti accasciata sotto il peso d'uno sgomento
indicibile; ad ogni istante parevami di dover udire la voce di
quell'uomo abborrito, di Salvani. Che voleva mio marito da lui? Quali
ragioni così possenti avevano consigliato lui, così franco e leale,
ad adoperare uno stratagemma per attirarlo con maggior sicurezza a
quel convegno? Aimè! poteva io ingannarmi su quelle ragioni, poteva io
dubitarne un solo istante?
L'ora stabilita trascorse, e il cavaliere non compariva ancora; io mi
era spinta inosservata nella biblioteca che comunicava colla camera
di mio marito; colà avrei potuto vedere ed udir tutto, intervenire,
difenderlo forse, pagare colla mia vita il dolore e la vergogna che io
gli aveva cagionato.
Passò un'ora, ne passò un'altra; il cavaliere non venne. Le tenebre
incominciavano a farsi fitte intorno a me. Io udiva il passo agitato di
Antonio e le oscillazioni calme e regolari d'un pendolo che numerava le
mie angoscie.
Vi fu un'istante in cui ebbi quasi paura e mi guardai intorno
sbigottita e tremante; ma questo sentimento, che era frutto della
cessazione d'un timore assai più grande, fu di breve durata.
Un uomo entrò nella camera di mio marito; nello stesso tempo un raggio
di luce attraversò il buco della toppa e venne a battere sul mio
volto. Accostai l'occhio e vidi Giovanni, con un lume in mano, intento
ad accendere i candelabri sopra il caminetto. Quando ebbe finito, si
rivolse verso il divano dove immaginai che fosse mio marito, si tenne
un istante in atto d'aspettazione, poi fece un gesto d'assenso ed uscì.
Il cuore mi batteva concitato.
Poco stante la porta si riaprì, ed entrò Salvani. Un grido, un
terribile grido di dolore, di paura, di vergogna, morì soffocato
sulle mie labbra. Mi appoggiai all'uscio per non cadere; ricuperato
il mio vigore, vinsi il raccapriccio che destava in me quella scena, e
origliai per non perdere una sillaba di quel colloquio temuto.»
LXXIV.
« -- Vi fa meraviglia il trovarvi con me? domandò mio marito con un
lieve accento d'ironia. Infatti ciò è naturale; voi vi attendevate ad
un altro convegno.
-- Che volete dire?
-- È inutile; voi m'intendete.
L'accento tranquillo e risoluto con cui Antonio parlava, allo
stesso tempo che mi faceva fremere al pensiero delle conseguenze di
quella determinazione temuta, mi destava nell'anima un sentimento di
compiacenza e d'orgoglio che m'innalzava ai miei occhi. Oh! perchè
non avevo io saputo serbare la stima d'un uomo che stimavo tanto io
medesima?
Vi furono alcuni istanti di silenzio; posi l'occhio alla toppa, ed
osservai. Mio marito e il cavaliere erano in piedi, l'uno in faccia
all'altro, l'uno e l'altro pallidissimi. Il silenzio era così profondo,
che se avesse durato ancora un istante la mia respirazione affannosa
avrebbe tradito la mia presenza.
-- Era dunque un sotterfugio? disse Salvani con accento di dileggio
dispettoso.
-- Chiamatelo così, se vi piace. Convenite però che era necessario,
e che è riuscito. Se vi avessi scritto io, è probabile che voi non
sareste venuto.
-- La mia casa è sempre aperta.
-- È la risposta che ho immaginato, e che mi ha eccitato a farvi
scrivere. Le cose che io devo dirvi esperimenteranno la vostra
condiscendenza e forse anche il vostro coraggio. Ora poichè io non
conosco il vostro coraggio, aveva ragione di temere della vostra
condiscendenza. In casa mia....
-- In casa vostra?
-- In casa mia è tutt'altro.
Antonio pronunziò queste parole con lentezza, rispondendo colla calma
all'accento di collera che fremeva sulle labbra di Salvani.
-- È una minaccia? domandò il cavaliere con sarcasmo.
-- No, è un consiglio. Siate ragionevole. Non è la prima volta che voi
venite in casa mia; vi siete venuto senza che io vi abbia chiamato, non
vi dolga ora di venirvi per aderire ad un mio invito. Qui voi siete a
vostro agio più che io non sarei stato in casa vostra, venendovi per la
prima volta e per un affare sgradevole. Le parti non erano pari. Se ho
dovuto mancare di riguardi in questa circostanza, appagatevi delle mie
scuse; tra gentiluomini devono bastare.
Il cavaliere non rispose.
-- Accomodatevi dunque, soggiunse mio marito; sul tavolo vi sono dei
sigari; ciancieremo come due buoni amici.
Udii il rumore di un seggiolone trascinato lentamente; poi da capo
nuovo silenzio.
Col cuore trepidante riaccostai l'occhio alla serratura per seguire
collo sguardo tutti i particolari di quella scena.
-- Questo sigaro non ha aria, disse Antonio.
Gettò lo sigaro in mezzo della camera, ne prese un altro e l'accese
alla fiamma del candelabro. Poi si lasciò cadere sul seggiolone con
abbandono indolente.
Quella calma, o meglio quella simulazione di calma, mi atterrì. Io non
aveva mai visto Antonio, il mio buon Antonio, sotto quell'aspetto;
non aveva neppure immaginato che egli fosse capace di vestire così
un'apparenza menzognera, e che vi potessero essere circostanze da
spingerlo a tanto.
-- Posso sapere?... prese a dire il cavaliere.
-- Senza dubbio, interruppe mio marito. Tutto è detto in due parole: noi
dobbiamo batterci.
-- Batterci! esclamò Salvani con finta sorpresa; e la ragione?
-- La ragione, voi dite? Già, ciò è naturalissimo; due galantuomini non
si ammazzano senza una ragione. Ho pensato anche a questo; la ragione
ci è.
Salvani guardò mio marito con aria d'uomo che non capisce; io stessa
incominciavo a non comprendere più nulla; era come trasognata,
istupidita, una nebbia fitta ingombrava la mia mente.
-- Leggete, disse Antonio, e porse un giornale a Salvani indicandogli
col dito ciò che doveva leggere.
Il cavaliere lesse in silenzio.
-- È una calunnia, disse levandosi in piedi.
Mio marito lo costrinse a sedere con cortese violenza.
L'espressione del volto di Salvani era affatto mutata; il sarcasmo
aveva ceduto alla franchezza; la trepidanza dispettosa ad una sicurezza
serena. Io stessa incominciavo a credere d'essermi ingannata sulla vera
ragione che aveva provocato quei colloquio.
Mio marito si dondolava sul seggiolone, lasciando errare sulle labbra
un sorriso intraducibile.
-- L'articolo è firmato da voi, disse egli sbadatamente.
Salvani fe' un atto di sorpresa, e gettò gli occhi sul giornale.
-- Qui non vi è nome.
-- Vi sono le iniziali, le vostre. Agli occhi del mondo basta.
-- Ma io non ho scritto quest'articolo; fra gentiluomini, voi l'avete
detto, bastano le scuse. Se vi rimangono dei sospetti, sono pronto ad
asserire in faccia a chicchessia che quelle iniziali non si riferiscono
al mio nome.
-- Ed è appunto ciò che io non voglio.
-- Non v'intendo. Quell'articolo?...
-- Non è scritto da voi.
-- Lo credete?
-- Ne sono certo; e so anche chi lo ha scritto.
-- Chi mai?
-- Io.
-- Voi! ma questa è un'infamia!
-- Vi pare?
Gli occhi di Antonio brillarono d'un fuoco così improvviso e così vivo,
che Salvani fu costretto ad abbassare lo sguardo.
-- Infine qual'è lo scopo di questo tranello? domandò poco dopo con voce
che si sforzava invano di render ferma.
-- Ve l'ho detto: batterci.
Quell'insistenza fredda ed eguale rivelava una risoluzione
incrollabile. Suo malgrado Salvani stesso ne fu atterrito; io tremava
come una foglia.
-- Io non vi capisco, balbettò il cavaliere.
-- Voi mi capite.
-- Quand'è così, lasciate che io dica che questo vostro modo d'agire non
è leale, nè opportuno. Dovevate cogliere l'occasione allora che vi si
porgeva; la vostra condotta inesplicabile allora, lo è tanto più oggi.
-- È vero; io vi ho fatto delle scuse...
-- Ed io me ne sono appagato, e ne sono pago.
-- Vostra bontà. Or bene, ciò che non è avvenuto allora deve avvenire;
noi ci batteremo.
-- Io non mi batterò.
-- Noi ci batteremo. Avete potuto credere che io lasciassi impunito un
insulto al mio nome, e vi siete ingannato; non ho fatto che differire.
Io ho alimentato il mio odio, l'ho educato come un sentimento caro;
oggi è gigante.
Salvani rabbrividì. Mio marito continuò con un accento intraducibile.
-- Io vi odio. Voi stesso ignorate tutto il male che avete fatto al
mio cuore. Per voi io sono un marito ingannato; e nulla più; ma voi
non siete sceso nel mio seno a vedere la rovina che vi ha prodotto il
tradimento; voi non sapete che gli affetti che avete inaridito erano la
sorgente della mia vita, voi non sapete che le fila che avete reciso
erano le fila dorate del mio avvenire. Se voi poteste comprendere
tutto ciò, comprendereste il mio odio. Non mi parlate di lealtà;
è vana parola quando è il cuore che parla. Se vi ha ancora una via
per uscirne meno slealmente è questa di arrendervi al mio desiderio
senza costringermi a farvi arrendere. Vi è una cosa che voi non mi
avete tolto, ed è quella appunto di cui il mondo vorrebbe credervi
reo, quella forse di cui la vostra coscienza vi accusa: l'-onore-.
Guardatemi in fronte; vi pare che io possa sollevar gli occhi in faccia
al mondo senza arrossire? Or bene, siate generoso anche con essa.
Risparmiatele la vergogna. Io che l'amo ho voluto risparmiargliela,
voi non sarete da meno; la vera causa del nostro duello deve rimanere
segreta fra di noi.
Salvani era vinto. La sua natura superba si era piegata sotto la
tranquilla e severa insistenza di quel linguaggio. Tuttavia parve
lottare ancora un istante, sollevò lo sguardo vivamente, ma lo
riabbassò come preso da subito pentimento.
-- Sono agli ordini vostri, disse poco dopo, tentando invano di
ricomporre il volto alla primitiva alterezza.
-- Vi ringrazio, vi manderò i miei secondi.
Per un istante nessuno dei due fe' motto; Salvani visibilmente
impacciato, aveva appuntato le mani sulle ginocchia come per rialzarsi.
Mio marito continuava a fumare senza badargli.
-- Non avete altro a dirmi? domandò Salvani dispettoso.
-- Non altro.
Senza attendere oltre, Salvani si diresse verso l'uscio.
Antonio senza levarsi suonò un campanello; e Giovanni comparve sulla
soglia.
-- Accompagna il signore.
Quando fu solo tutta la sua energia gli venne meno a un tratto; lasciò
la seggiola, gettò il sigaro e si cacciò le mani nei capelli.
A quel gesto così disperato sentii tutte le fibre del mio cuore
intenerirsi, e ritrovai la via del pianto. Aprii l'uscio, mi lanciai
nella camera, e mi gettai lagrimosa nelle sue braccia, implorando
perdono.
Egli si tolse ruvidamente dalle mie stretta, e nascondendo la faccia si
buttò sul divano singhiozzando.
Mi trascinai ai suoi piedi, gli afferrai una mano e la portai
alle labbra frementi. Sentivo istintivamente che il pentimento e
l'umiliazione mi riabilitavano innanzi alla mia coscienza.
-- Lasciami, mi disse respingendomi con dolcezza.
-- No, non ti lascio; tu vuoi batterti, tu vuoi morire, e sarò io che ti
avrò ucciso.
Si drizzò, piegò il capo verso di me, trasse indietro i miei capelli
che mi cadevano scomposti sulla faccia, e mi guardò negli occhi con una
espressione selvaggia di speranza.
-- Non è per lui dunque che tu piangi?
-- Per lui! Oh! Antonio, Antonio mio!
V'era tanta disperazione nelle mie parole, tanto e così vivo affanno,
che egli ne fu intenerito, e non mi nascose più le sue lagrime.
-- Senti, mi disse, la mia natura si è franta, il mio cuore si è
inaridito. Io non aveva altro affetto che il tuo, non aveva speranze o
sogni che non fossero in te riposti; ed ho perduto tutto in una volta.
Questa favilla che tu hai fatto brillare nell'immensa tenebra della
mia mente, questo dubbio che hai gettato nel mio seno, è ora tutto ciò
che mi rimane. Lo vedi, io piango come un fanciullo, io non sono che
un fanciullo. Affrettati a trarrai d'inganno, ridonami la mia fede, o
ritoglimi questa affannosa illusione.
-- Sì, gridai io con esaltamento, sì, ti dirò tutto; tu leggerai ogni
pagina di questo cuore che è rimasto puro. Ti svelerò il mio passato,
ti svelerò le mie colpe, le colpe di un passato che non era tuo...
-- Sarebbe vero? interruppe con un grido. Oh! dimmi che mi hai amato,
dimmi che mi ami!...
Sollevai lo sguardo e lo fissai nel suo sguardo. La gioia, la speranza,
l'amore, lo illuminavano d'una luce vivissima.
Gli narrai la mia infanzia, il mio primo fallo, evocai i dolci fantasmi
dei primi giorni del nostro amore, le sue proposte e le mie ritrosie, e
le segrete battaglie che precedettero il mio inganno.
Egli pendeva dalle mie labbra trepidante; sentivo le sue mani stringere
impazienti le mie mani, il suo seno palpitante appoggiarsi al mio seno,
e l'ansia del suo respiro confondersi colle mie parole.
-- E poi?...
E poi! Lo guardai paurosa, egli insistè collo sguardo.
Mio Dio! Fu un lampo fatale. Donde avrei io tratto la forza per
compiere la mia confessione? e facendolo, qual frutto avrei osato
sperare? No, io non era soltanto una donna colpevole, era una donna
adultera! La coscienza di quest'ultima vergogna, assopita per un
istante, risorse più adirata. Adultera! Adultera! E poteva io sperare
che il perdono di mio marito si sarebbe spinto fino al tradimento?
Avrebbe egli potuto credere al mio amore? Ed avrei osato ingannarlo
ancora negando il mio inganno?
-- E poi?
Mi gettai sulle sue ginocchia istupidita. Egli chinò il capo verso di
me; udii le sue parole rotte dall'affanno. Era un conforto, era una
preghiera, uno spasimo atroce.
-- Discolpati... discolpati!
Non risposi, non l'osai; piansi e nascosi la faccia fra le mani.
Egli diè un picciolo grido invano represso, si alzò con impeto, mi
rovesciò sul pavimento, e ripetè come un eco il rimprovero della mia
coscienza:
-- Adultera! Adultera!»
LXXV.
«Tacerò le torture del mio spirito nel giorno che succedette a quella
notte fatale. Il cuore si rifiuta a rivelare i proprii dolori;
ne è geloso e li serba; volendo, non saprebbe rendere un'immagine
verisimile, e ne rinnoverebbe a sè stesso lo strazio. Vi basti di
conoscere le cause che li hanno provocati.
Al mattino del secondo giorno, Giovanni venne a me, recandomi una
lettera. Una lettera di mio marito! L'aprii smaniando, la lessi...
Giusto cielo! egli era partito. Avrebbe passato la frontiera della
Svizzera e si sarebbe arrestato a Chiasso, all'Albergo Federale.
Possibilmente mi avrebbe scritto al domani. Null'altro; non una parola
di conforto, non una parola di consiglio; non un cenno sulla cagione
della sua assenza. Che dico? E poteva io dubitarne? poteva io esitare
un solo istante sul partito da scegliere?
Ordinai le mie valigie, e un'ora dopo partii con Giovanni.
Due ore dopo all'incirca io era a Chiasso all'Albergo Federale. Le
indicazioni che io ebbi non mi lasciarono più alcun dubbio, se pure io
potevo ancora lusingarmi con qualche speranza.
Mio marito e Salvani erano arrivati due ore prima di me, in compagnia
di altri due gentiluomini; erano usciti quasi subito; le mie indagini
non valsero a farmi conoscere da qual parte si fossero diretti. Che
avrei potuto fare? Corsi all'impazzata nei dintorni, colla speranza
di rinvenirli e di giungere ancora in tempo per impedire il duello. Le
mie forze si esaurirono in breve, e mi abbandonai sul suolo smarrita.
Giovanni mi faceva cuore col gesto, ma egli stesso non poteva parlare
per l'emozione.
Uno scoramento profondo s'impadronì di me; girai l'occhio intorno;
la natura serena e ridente stendeva le sue fresche e brevi praterie
limitate da severe e svelte colline. Il cielo era sereno, il sole del
mezzodì dardeggiava sulla mia fronte. Tutto sorrideva fuori di me;
dentro di me ruggiva la tempesta.
Mi rappresentai alla mente lo spettacolo orribile di quel duello;
vedeva mio marito e Salvani scendere per una vallata e sparire, li
rivedevo poco dopo risalire l'opposto pendio, guadagnare la cima più
elevata del colle, collocarsi l'uno di fronte all'altro in un breve
spianato, impugnare le armi... Mio Dio! Nascosi nelle mani la faccia
lagrimosa, e soffocai un grido d'orrore.
Mi levai impetuosamente, e senza dir parola mossi a passi concitati
verso Chiasso. Un istinto più forte della mia volontà mi trascinava
inconscia e sbigottita. Giovanni stentava a tenermi dietro.
Lo spettacolo che si presentò al mio sguardo, quando varcai la soglia
dell'albergo, è così orribile che appena oso rammentarlo.
Mio marito, sorretto da uomini ignoti, saliva a stento le scale;
alcune goccie di sangue segnavano sui primi gradini l'impronta del suo
passaggio.
Sentii un dolore acuto come se qualche cosa si spezzasse nel mio seno;
volli correre in aiuto, e rimasi mio malgrado immobile; non ebbi nè un
grido, nè una lagrima.
Antonio udì i miei passi, e giunto sulla cima della scala, rivolse
faticosamente il capo verso di me. Mi guardò con l'occhio velato,
udii un gemito, e vidi il suo corpo pesare con maggior abbandono sulle
braccia di coloro che lo sorreggevano.
-- Egli muore! egli muore!
Mi lanciai su per le scale ed entrai nella camera d'Antonio un istante
dopo che egli vi era entrato.
Lo avevano adagialo sopra un letto; un medico avea lacerato gli abiti e
la camicia, ed esaminava una ferita sotto l'omero destro.
Caddi in ginocchio sulla soglia; il medico mi guardò compassionevole;
io guardai lui implorando un conforto.
-- È grave? domandò poco dopo mio marito.
-- È grave! rispose il medico.
-- Mortale?
-- Spero di no.
-- Potrei dire una sola parola a mia moglie?
Quei due personaggi si trassero senza dir motto daccanto ad una
finestra; io mi accostai lagrimando.
Antonio mi guardò, mi sorrise, mi tese la mano; io la strinsi tremando
nelle mie e la baciai con trasporto.
-- È morto; susurrò egli, facendo uno sforzo per accostare le labbra
alle mie orecchia.
-- Chi?
-- Lui!
-Lui!- Lo guardai in volto; tutta la sua vita era raccolta negli occhi.
Compresi il significato di quello sguardo.
Non risposi, ma le mie lagrime furono più eloquenti delle parole. Vidi
errare sul suo volto una dolce soavità, e sentii la sua mano fremere
nelle mie.
-- Tu mi ami? tu mi hai amato? mi domandò guardandosi attorno pauroso.
-- Oh! sì, io t'ho amato!
In quel punto un'altro uomo apparve sulla soglia. Il medico lo vide
e gli mosse incontro. Le guancie di Antonio si tinsero d'un lieve
rossore.
Il medico si accostò a noi.
-- Il cavalier Salvani... prese a dire con dolcezza.
Mio marito cercò d'interromperlo con un gesto; il medico non comprese.
-- Il cavalier Salvani manda a chiedere notizie del vostro stato, e vi
esprime il suo rammarico.
Antonio voltò la faccia verso la parete; io inchinai il capo sul petto;
egli nascose il suo rossore, io le mie lagrime.»
LXXVI.
«Passai tutta la notte successiva al fianco di mio marito.
Il medico mi aveva lasciato poche speranze di salvezza, la palla aveva
leso il polmone destro, ed era uscita dalla schiena, la perdita di
sangue era stata abbondante; la respirazione si faceva sempre più
affannosa, ed usciva dalla bocca come un fischio.
Ciò che io provai in quella notte non è concepibile; ancor oggi
pensandoci mi pare un sogno, nè so come il mio cuore abbia potuto
reggere a quella prova suprema.
Una disperazione muta, angosciosa, s'era impadronita di me. Ebbi dei
momenti di fiducia e di speranza, ma rari e brevi.
Antonio mi sorrideva, mi guardava con amore. Era felice di sapersi
amato e me lo diceva con un accento che mi passava il cuore. Vedeva il
mio strazio, ne aveva pietà, e si faceva forza per dissimulare i suoi
dolori; mi parlava dell'avvenire, spiegava alla mia mente tutta una
tela di progetti festosi.
Sarebbe guarito, saremmo andati a Gossau, al suo paese natale, ci
saremmo sottratti al mondo in una sua villetta isolata, avremmo vissuto
di pace, di sogni e d'amore.
Assentivo colle labbra, e tentavo anch'io il sorriso. Quale sorriso!...
Quella notte di dolore e d'amore corse rapidissima. Tutte le
riluttanze, tutti i dubbii che avevano attraversato la nostra pace
caddero a un tratto; in quella notte non mi arrestai dinanzi alla
vergogna, palesai tutta la mia colpa, svelai tutto il mio cuore.
Egli mi ascoltò in silenzio; quando tacqui, vidi le sue pupille rivolte
verso di me con un'espressione intraducibile di dolcezza.
Volli inginocchiarmi a' piedi del letto; egli indovinò la mia
intenzione, me ne trattenne con un gesto, e portò la mano agli occhi
per nascondere la sua emozione.
Vidi due grosse lagrime scorrere lentamente lungo le sue guancie....
egli, il mio buon Antonio, mi aveva perdonato!»
LXXVII.
«Verso l'alba lo spasimo della sua ferita parve quetato; la stanchezza
della veglia mi costrinse al sonno; appoggiai la testa al capezzale e
m'addormentai.
Sognai; io non rammento più quel che sognai; sogni incomposti, agitati;
v'era nel mio assopimento una specie di oppressione, un'idea paurosa,
indefinita, che si mesceva ad ogni fantasma.
Ignoro quanto durasse quello stato; all'improvviso parve che
l'orizzonte s'illuminasse ai miei occhi; tutte le cose oscure
diventarono chiare, le paure si diradarono, i misteri ebbero delle
rivelazioni... non era più sola in quello spazio sconfinato; mio
marito era meco, bello, sereno, affettuoso: la sua voce aveva l'incanto
dell'usignuolo, i suoi occhi la luce delle stelle. Le stelle erano in
alto, più lucenti, più grandi; attraversavamo uno spazio di silenzii e
di profumi. I bei fantasmi dorati, le belle chimere, i bei fiori!...
Eravamo giunti ad un punto estremo dell'orizzonte; al di là era una
luce, una gran luce che abbarbagliava la mia vista. Ci arrestammo.
Antonio mi guardò, mi disse addio, mi strinse la destra... Sentii
un fremito corrermi per le vene... Egli mi additò l'opposto limite
dell'orizzonte... guardai, e vidi la camera dell'albergo dove io mi
era addormentata, vidi il letto, il corpo di mio marito, il mio corpo,
immobili entrambi.... Rimasi sola, gridai...
Mi risvegliai di soprassalto. Mi guardai intorno paurosa, era giorno
chiaro; sentii la mano di Antonio nella mia, ma fredda, rigida...
Mi levai d'un balzo, chinai il mio capo sulla sua faccia. Aveva gli
occhi aperti, mi guardava con uno sguardo vitreo, immobile; le labbra
semiaperte mi sorridevano un sorriso ineffabile.
Un orrendo pensiero mi balenò alla mente. Smaniosa, fuor di me stessa,
lo chiamai a nome, lo scossi; egli non mi rispose....»
LXXVIII.
Carlotta tacque, e chinò gli occhi a terra. Una profonda mestizia
oscurava la sua fronte. Le immagini ridestate per un istante avevano
popolato il suo pensiero, avevano risuscitato nel suo cuore tatto le
lotte d'un tempo; il suo labbro aveva taciuto, ma la sua anima parlava
ancora di -lui-.
Silvio comprendeva e non osava dire parola a rimuoverla da quell'estasi
melanconica.
Un misterioso istinto lo invitava al silenzio e alla meditazione.
Era l'ora del tramonto; il cielo si tingeva d'una tinta di porpora
e d'oro; più lungi, fin dove giungeva l'occhio, un fascio di raggi
infuocati si frangeva contro le vette dei monti; per l'immensa distesa
di pianure, di colline e di valli, non un rumore, non un eco; una calma
infinita circondava il campicello della morte.
Le cime delle piante dei cipressi, ombreggiate dalla luce infiacchita,
sorgevano dietro il muricciolo di cinta, immobili, severe, a
simiglianza di ombre che si affacciassero ad un misterioso convegno.
Silvio guardava le zolle, le croci nere curvate l'una verso dell'altra
come se volessero unire le loro braccia in un estremo amplesso; le
pareti coperte di lapidi, colle iscrizioni nere mezzo cancellate dal
tempo... guardava il cielo che schierava in alto, come una immensa
promessa, le prime stelle che si coloravano d'una pallida luce...
guardava la mano candida ed affilata di Carlotta, che una intimità
improvvisa aveva unito quasi senza avvedersene alla sua...
-- Lo sentite? domandò Carlotta, uscendo d'un tratto dalla sua
contemplazione.
-- Chi?
Carlotta non rispose, parve seguire cogli occhi qualche cosa che le
sfuggisse... poi lasciò ricadere il capo sul petto.
Poco dopo lo risollevò con un moto risoluto.
-- Il resto del mio racconto, diss'ella, è facile ad immaginare.
Gossau era il suo paese natale; vi feci trasportare il suo corpo;
egli è ritornato alla sua prima origine. L'anima sua si è lanciata
nell'infinito.
Tacque un'altra volta, levò gli occhi al cielo, e ve li tenne fissi
gran tempo.
Intanto la notte scendeva colle sue ombre; una leggiera brezza
incurvava i cipressi, gl'insetti, melanconici amici della notte,
inneggiavano nelle siepi; le stelle si accendevano ad una ad una come
piccoli fari collocati nell'ignoto, i focolari delle capanne sparse qua
e colà sulle colline circostanti riflettevano la loro luce tremolante.
A poco a poco il viso di Carlotta si scolorì, si confuse; le croci
nere si oscurarono affatto, le lapidi biancheggiavano a stento come
attraverso una fitta nebbia.
-- Voi lo vedete, disse Carlotta con voce commossa; egli mi chiama, egli
mi aspetta.
Silvio non rispose.
-- Lasciate che io parta; non vogliate contrastarmi questo breve
sentiero che mi rimane e che mi riconduce al mio amore.
-- Al mio amore! ripetè Silvio come se parlasse a sè medesimo.
-- Alla tomba, aggiunse Carlotta sommessamente. Scendete nel vostro
cuore: dite voi stesso se io posso esser vostra o d'altri giammai.
Silvio tacque, accostò la mano di Carlotta alle labbra, e si levò in
piedi.
-- Rimanete, disse con voce spenta, io parto.
-- Grazie, mormorò Carlotta, voi non sapete l'importanza di questo
beneficio.
Stettero alcuni istanti silenziosi; egli ritto innanzi a lei, colla
mano di lei stretta nella sua, ella appoggiata al marmo della tomba,
entrambi smarriti e lagrimosi.
Silvio chinò il capo tino a sfiorare coll'alito i capelli di Carlotta.
-- Ditemi almeno se mi amate, balbettò col cuore affranto dall'angoscia.
Carlotta rispose con un gemito.
-- Ditemi almeno se mi avreste amato.
Carlotta sollevò il capo in atto di preghiera così umile, che Silvio ne
fu commosso.
-- È vero, disse egli, è vero; possiate esser felice! Addio.
La mano di Carlotta lo trattenne.
L'alito della notte, meglio che una voce umana, ripetè queste parole:
-- Possiate esser felice!
Silvio senti un brivido per le vene. Il volto di Carlotta sollevato
verso di lui, era così presso al suo volto, da confondere quasi il
respiro. Un desiderio irresistibile, impetuoso, lo vinse... baciare
quelle labbra adorate... Si trattenne a mezzo l'atto. Carlotta
comprese, gettò indietro con un moto della testa alcune anella che le
scendevano sulla faccia, e porse la fronte a Silvio, che vi appoggiò le
labbra ebbro di felicità e di dolore.
Un doppio -addio- risuonò in quel bacio.
Silvio si lanciò fuori del cancello, vide il vecchio Giovanni e una
lagrima errare fra le rughe del suo volto.
Strinse la mano di quel vecchio amico, gettò un ultimo sguardo dietro
il cimitero, e sparì rapidamente dietro la collina...
FINE.
ERRATA-CORRIGE
Nel Vol. 1.º pag. 8, lin. 15 e pag. 17, lin. 6 leggasi
-Eugenio- invece di -Ernesto-.
E nel Vol. 2.º pag. 34, lin. 29, e pag. 35, lin. 25 leggasi
pure -Eugenio- invece di -Raimondo-.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
Le correzioni indicate a fine volume (Errata-Corrige) sono state
riportate nel testo.
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