nuovo vigore per combatterlo. Invano. Il mio cuore era più forte della
mia volontà. A poco a poco rinunziai a resistere; mi ripetei che la sua
indifferenza allontanava il pericolo della passione; che io sarei stata
libera d'amare senza temere le conseguenze cui un amore corrisposto
avrebbe potuto trascinarmi; io non sarei stata mai la sposa di
quell'uomo, ma ne sarei stata l'amante sempre. Avrei vissuto di questo
affetto; nissuno avrebbe potuto rapirlo dal mio cuore, però che nessuno
avrebbe letto nel mio cuore.
Io non mi faccio colpa di questa segreta determinazione, sebbene per
essa io mi sia trovata più debole nel momento in cui più avrei avuto
bisogno di forza -- così era stabilito lassù.
Se rivolgo lo sguardo al mio passato, io non vedo che una cieca
fatalità in lotta colla mia debolezza. Le mie colpe sono, ahimè, grandi
e vere, ma i cimenti a cui fui provata furono troppo lunghi e troppo
crudeli, perchè potesse essere incerto l'esito della lotta.
Una sera io mi trovai senza avvedermene seduta vicino al -signor-
Verni. Levando gli occhi, incontrai il suo sguardo fisso sopra di me.
Non era la prima volta che io sorprendeva il suo sguardo che aveva
virtù di farmi arrossire. Quella sera però, forse perchè lontana
dall'aspettarmelo o forse perchè più debole nel sostenerlo, la mia
emozione fu così palese che egli se ne avvide. Io chinai gli occhi al
suolo, egli li tenne fissi nel mio volto; risollevandoli, toccò a lui
ad abbassarli e ad arrossire. Fu il primo segno di un'intelligenza
misteriosa fra le nostre anime; ma fu eloquentissimo. Provai un piacere
vivo, ma crudele come fitta di dolore.
La mia mente non ebbe altra immagine che quel rossore, nè altro
pensiero che a quella muta rivelazione.
Un'altra volta egli mi si fece incontro per salutarmi; indovinai dal
suo sguardo che era commosso, e la mia mano tremò nella sua; -- egli la
trattenne con insensibile violenza -- un solo istante, eterno per il mio
cuore. Quel giorno lo sfuggii: il suo amore era a un tempo un conforto
ineffabile ed uno spasimo atroce; quel che io sentivo al pensiero di
essere amata da lui era un sentimento indefinito di desiderio e di
paura -- ma più assai di paura.
Finalmente egli mi svelò il suo affetto; fu una prova suprema,
terribile; io non so più quale linguaggio egli adoperasse, ma mi
parve un linguaggio non mai udito; l'impressione che io ne provai era
certamente affatto nuova per me. Mi tornò in mente il passato, questo
inesorabile passato che pesava sulla mia coscienza; impallidii, tremai,
non risposi; che cosa avrei potuto rispondere?
Il -signor- Verni non si diè per vinto; insistè con cortesia squisita
ed ottenne da me delle parole smarrite, senza senso, che pure lo
colmarono di gioia. Era una gioia schietta, serena, che illuminava il
suo volto di una luce straordinaria.
Alcuni giorni dopo mi chiese il permesso di parlare di me a mio padre.
Che voleva egli dire? Poteva la mia povera mente agitata comprendere
ancora alcuna cosa di ciò che avveniva intorno a me? Mio padre mi
parlò di nozze, di nozze col -signor- Verni. Rifiutai con voce spenta,
e poichè mio padre si meravigliava, e per la prima volta in sua vita
insisteva, dissimulando a stento la sua collera, mi gettai piangendo
nelle sue braccia.
Il -signor- Verni non parve aversene a male; si mostrò sempre cortese
verso di me, e studiò con ogni cura tutte le vie del mio cuore. Egli
non sapeva quanto io l'amassi, quanto sarei stata felice d'essere sua!
L'amore mi guadagnò; a poco a poco tutte le mie armi di difesa
diventarono uno schermo impotente. Una cosa sola rimaneva incrollabile
in me: il proposito di non ingannare quell'uomo così generoso. Un
giorno egli era venuto a farci visita, e mio padre era assente;
trovandomi sola con lui tremai come uno stelo di giunco. Mi parlò del
suo amore. Che avrei potuto fare io, io che l'amava ardentissimamente?
Ascoltai senza interromperlo; mi chiese se io l'amassi; mi schermii
male, titubai, arrossii, un -sì- fuggi dal mio petto. Da quel punto fui
vinta. Confessato il mio amore, io non poteva più ostinarmi nel rifiuto
della sua mano senza darne le ragioni; ed avrei io osato?...
Risposi alle nuove profferte di nozze con dei pretesti per indugiare;
accettò giubilante, sarebbe stato ai miei voleri. Mio padre era fuor di
sè dalla gioia.
Tutto ciò era avvenuto senza che quasi io ne avessi coscienza, come
opera di malia. Passarono alcune settimane, rapide come pagine d'un
libro sfogliate da una mano impaziente. Il mio supplizio divenne ogni
giorno più atroce; io comprendeva che oramai non mi rimaneva che un
partito: confessare tutto, purificarmi per questo mezzo.
Nessun'altra via erami aperta per divenire sposa di quell'uomo; portare
nel mio nuovo stato di moglie il segreto del mio passato, sarebbe stato
aggiungere un nuovo rimorso alle mie torture. Ingannare la buona fede
d'un uomo che mi amava, era ai miei occhi tale bassezza di cui non
avrei creduto giammai di potermi macchiare.
Mio padre era ricaduto improvvisamente ammalato; mi pregava colla voce
e colle lagrime: «affrettassi, non lo lasciassi morire senza dargli
il conforto di vedermi unita ad un uomo onesto.» Mi feci forza e diedi
convegno al -signor- Verni. In quel momento era disposta ad affrontare
la vergogna; s'egli si fosse trovato innanzi a me non avrei esitato un
solo istante.
Quella fu per me una giornata d'angoscia. La ragione mi rappresentò
agli occhi le conseguenze di ciò che io stavo per fare; un basso
istinto d'egoismo e di paura ne alterò stranamente le sembianze.
Ciò che da prima era dovere prese aspetto d'eroismo; la bassezza e
l'inganno ebbero battesimo di prudenza.
Che cosa avrebbe fatto il -signor- Verni dopo la mia confessione?
Mi avrebbe stimata per la franchezza, e il suo amore avrebbe saputo
perdonare ad un passato che infine non gli apparteneva... Ciò era
probabile. Ma se invece egli avesse sdegnato di dare la sua mano ad
una donna colpevole? Ciò era pure possibile; nella più parte dei casi
sarebbe stato anzi il partito più verisimile. E in tal caso che cosa mi
sarebbe rimasto? La vergogna della confessione, la vergogna di sapere
che un altro uomo aveva penetrato questo secreto fatale della mia vita
sciagurata. Al contrario il silenzio salvava ogni cosa; se il passato
non apparteneva che a me sola, nessuno aveva diritto di indagarne il
mistero; nè io falliva ad un dovere tacendo una colpa che la mia nuova
vita avrebbe dovuto far dimenticare a me stessa. Che se pure il signor
Verni avesse accolto la mia confessione ed accettato senza arrossire
il carico di farmi dimenticare coll'amore il tormento delle memorie,
chi poteva dire quanto tempo avrebbe durato il suo coraggio? chi poteva
dire che un giorno egli non si sarebbe pentito della sua debolezza ed
avrebbe pagato col disprezzo da prima, coll'indifferenza più tardi, la
memoria incancellabile d'una colpa?
Venne il domani; venne l'ora del convegno; venne il signor Verni.
Il mio proposito aveva resistito alla lotta; io era pallida in viso, ma
pronta a sfidare l'abbandono e il disprezzo di quell'uomo che amavo.
Egli era bello, dolce, amorevole; si rinnovarono ancora una volta nella
mia mente le indecisioni che mi avevano travagliato fino a quel punto.
Avvelenare la sua pace, uccidere forse il nostro amore, perderlo forse
per sempre! Affannoso pensiero!.... E tuttavia io mi sentiva in petto
una forza prodigiosa....
Lo feci sedere vicino a me, radunai le mie idee, cercai la frase che
poc'anzi avevo ripetuto cento volte dentro di me; la cercai spasimando,
istupidita, atterrita del mio coraggio....
Lo guardai in volto; era così sereno! ed avrei? Orribile! Orribile! ed
avrei io osato palesare a lui? e in quali termini, mio Dio?
La vergogna mi vinse; mi abbandonai piangendo sopra il divano.
-- Che avete? mi domandò egli commosso.
-- Che ho?
Mi rialzai con un nuovo impeto, aprii le labbra per parlare, ma la voce
mi mancò, e il fatale segreto morì soffocalo nel mio seno.»
LXI.
«La fermezza della volontà mi aveva ingrandita ai miei occhi; giudicate
voi dell'accasciamento che vi succedette. Una sfiducia, tanto più
profonda quanto più saldo era stato il mio proposito, dominò il mio
spirito. Incapace dell'eroismo che purifica, (allora la confessione mi
apparì come -eroismo-) mi sentii mancare a un tratto anche la forza di
resistere ad un nuovo fallo.
Codesto è spesso il sentiero fatale della colpa; si rifiuta per
debolezza il solo rimedio che risana, si sdegna un pentimento inutile,
e si cerca la dimenticanza in quella sorgente dove si ha attinto il
rimorso. Sciagurata miseria del cuore! -- non di rado il rimorso lava il
rimorso.
Desistei dalla lotta; mi assoggettai come una bambina, subii senza
riscuotermi il peso della mia apatia. Il mio amore cresceva gigante; il
cuore soffocava la coscienza.
Ebbi dei rari intervalli di vigore, degli slanci improvvisi di virtù e
di sagrifizio. Tentai molte lettere per lui, tutte incominciavano a un
modo «non posso essere vostra.» Poche andavano più oltre; le lagrime me
l'avevano sempre impedito.
Avrei voluto darmi la morte per uscire onestamente da questo supplizio.
Rinunziare al suo amore! Io l'avrei potuto. Non fu l'egoismo che me
ne trattenne, ma la vergogna, mi era impossibile di rinunziare alla
sua stima. Non v'era scampo; egli avrebbe voluto sapere le ragioni
d'un rifiuto, ne aveva diritto; e poi, mio padre, il mio povero padre
infermo, di cui avrei avvelenato le ultime ore, che avrebbe recato
nella tomba il disprezzo per la sua unica figlia...
Fu stabilito il giorno del contratto; non mi opposi. Se non che alla
vigilia di quel giorno la virtù rinnovò per l'ultima volta i suoi
assalti. Fu una notte di delirio e d'insonnia; alla mattina io aveva
preso una determinazione; col cuore gonfio dal dolore scrissi una
lettera che bagnai delle mie lagrime. Giovanni, il vecchio servitore,
il vecchio amico della famiglia, ebbe l'incarico di portarla al
signor Verni. Intanto dalla mia camera io udiva il rumore dei servi
affacendati per la cerimonia che doveva aver luogo prima del mezzodì.
Alle dieci mio padre mi chiamò a sè; si meravigliò del mio aspetto
stravolto, io non cercai di dissimularlo e piansi abbracciando la sua
fronte serena.
Alle undici venne il -signor- Verni; riconobbi i suoi passi e dovetti
appoggiarmi al letto per non cadere. Egli entrò, era mesto, ma calmo;
il cuore mi palpitava... Mi si avvicinò, mi sorrise, mi porse la
destra. Non osai levare lo sguardo sul suo volto, tanto la vergogna
imporporava il mio. Ma il mio stupore era ancora più grande della mia
vergogna. Che cosa era adunque avvenuto? La sua calma era indizio di
perdono? Le mie idee si confondevano; tutto ciò che succedeva intorno
a me pareva non mi toccasse da vicino. Venne il notaio, vennero
molte altre persone amiche della famiglia che erano state invitate ad
assistere alla segnatura del contratto.
-Egli- sedette vicino a me, mi disse poche parole; quali? io non le
udii; tremavo tutta.
«Oggi è il più bel giorno della mia vita,» soggiunse accostando le
labbra alle mie orecchia. Non udii altro. «Sarete mia!» Il mio cuore
non era capace abbastanza per contenere la gioia di quelle parole. Egli
dunque mi perdonava, egli mi amava ancora, egli aveva compreso il mio
strazio, e voleva farmelo dimenticare coll'amore!
Risollevai il capo come una regina; sentivo in quel momento un orgoglio
che mi veniva dalla coscienza, orgoglio nobile e grande, l'orgoglio
della virtù caduta che si risolleva pentita.
Poco dopo il notaio si rivolse verso di noi; il -signor- Verni mi
lasciò sorridendo, lacerò il guanto della mano destra ed appose la sua
firma al contratto.
In quel punto Giovanni si affacciò alla portiera; non so qual voce
favellasse dentro di me -- arcana voce e fatale; mi levai rapidissima e
gli mossi incontro.
-- La lettera? domandai agitata.
-- Ho corso tutta Milano inutilmente.
Ciò che io provai a quella notizia inaspettata non è descrivibile.
Tutte le torture che mi avevano straziata si rinnovarono in un punto.
Quella lettera che io credeva nelle mani di -lui- ritentava ancora una
volta la mia debolezza. La fatalità mi trascinava alla colpa. Mi balenò
in mente il pensiero di interrompere la cerimonia, di svelare tutto in
quel momento. Mi rivolsi; tutti gli sguardi erano fissi sopra di me; il
notaio aspettava colla penna in mano; il -signor- Verni mi sorrideva e
mi faceva segno che era venuta la mia volta.
Avrei io sfidato la maligna curiosità di tutti quegli sguardi allora
così benevoli? avrei io rinunziato per sempre a quella felicità che mi
attendeva?... Io lo dovevo, sì, lo dovevo; la mia coscienza parlava
assai chiaro; ma il cuore, questo misero cuore affranto da tante
lotte!...
Non fu che un baleno; il pensiero che quella lettera potesse pervenire
nelle sue mani troncò la mia irresolutezza.
-- Dov'è la lettera?
-- Eccola.
Gliela strappai di mano, e la nascosi nel mio seno; respirai più libera
e a un tempo più oppressa -- io aveva risepellito il mio segreto.
LXII.
«Da quel giorno fui vinta. Non dirò le deboli titubanze e le lotte
codarde che vi succedettero -- povere scintille d'una virtù semispenta.
Una settimana dopo il voto del mio cuore era compito; legata da nodo
indissolubile al signor Verni, lo fui del pari al mio rimorso.
Incominciarono giorni d'amore e d'angoscia; l'immenso affetto che
io sentiva per mio marito era soverchiato dall'affanno di averlo
ingannato; anzi più io l'amavo, più egli mi amava, e più grande
parevami la mia colpa.
I primi giorni del mio matrimonio furono funestati da un avvenimento
temuto da gran tempo, la morte del mio povero padre.
Morì calmo e sorridente, come aveva vissuto. Nelle ore che precedettero
la sua ultima ora parlò della morte senza ribrezzo; il suo voto era
esaudito: vedere i -suoi figli- amantissimi ed uniti.
Benchè io fossi preparata a questa perdita, ne piansi come d'una
sventura inattesa. Voi sapete forse che cosa sia perdere un padre, ma
non potrete tuttavia immaginare che cosa fosse per il mio cuore. Mi
pareva di rimaner sola sulla terra. Tutta la mia vita, tutti i miei
affetti, dovevano quindi innanzi essere consacrati a mio marito; allora
più che mai sentii quanto egli fosse per me, quanto valesse il suo
amore, e quanto io ne fossi indegna.
L'amore, l'isolamento mi riaccostavano potentemente a lui; il mio
passato, questo segreto angoscioso che mi divorava, si innalzava
innanzi a me come una barriera.
Mio marito non sospettava di nulla; la mia mestizia agli occhi suoi
era natura, però che egli mi aveva sempre conosciuta mesta; non se ne
doleva, non cercava di condurmi bruscamente ad una falsa allegria,
ma pagandomi di molto amore, di molta tenerezza, mi trascinava
irresistibilmente ad amarlo. Io avrei voluto mostrargli il mio
cuore e dirgli il mio amore, e rispondere alle sue carezze, ma anche
l'espressione dei miei sentimenti era contesa al mio petto straziato;
un ritegno pauroso, un rossore segreto soffocava gli slanci dell'anima;
la voce del rimorso gemeva sordamente dentro di me più potente della
mia volontà -- più potente della voce dell'amore.
Mi venne più volte in mente il pensiero di gettarmi ai suoi piedi,
di chiedergli perdono, di rivelargli tutto... Ma mi avrebbe egli
perdonato, lo avrebbe egli potuto? E qual prò da questa tarda
confessione? oramai il male era fatto; una confessione fatta quando le
conseguenze potevano ricadere a mio danno, tornava a vanto della mia
virtù; fatta quando nulla poteva minacciare una unione indissolubile
agli occhi del mondo, poteva parere ipocrisia mascherata di pentimento.
Io non conosceva allora quanto il suo cuore fosse grande e generoso,
quanto fosse grande e generoso il suo amore!
Più tardi lo conobbi, e fu vano. Uno sciagurato destino aveva seminato
il rimorso sul sentiero della mia vita.»
LXIII.
«Questa tortura aveva durato un anno, quando voi veniste per la prima
volta in mia casa.
Ciò che mi rimane a dirvi è assai affannoso, nè so dove io attinga
la forza per osare di esaminare così da vicino la mia vergogna e il
mio dolore. Ma è necessario che voi leggiate in tutto il mio passato,
che non una pagina di questo libro sciagurato vi sia celata; quando
pure questa confessione non mutasse i vostri sentimenti e il vostro
desiderio, varrà tuttavia ad apprendervene la vanità. Io pongo questa
confessione fra me e voi, come un vincolo e come una barriera; io non
sarò giammai vostra perchè non potrei dare giammai ad altro uomo più
che io abbia dato a -lui-, e vi avrei dato di più. Se non sdegnerete la
mia amicizia, vi appagherete di essa; non domanderete il mio amore che
non è più della terra.
Giudicherete dal racconto degli ultimi avvenimenti della mia vita, se
la determinazione che ho preso sia frutto d'un sentimento passeggiero,
o piuttosto d'un dovere inalterabile».
LXIV.
«Il passato pesava inesorabilmente sopra il mio cuore, le memorie
occupavano tutta la mia mente. Io non aveva mai spinto lo sguardo
innanzi a me, non aveva mai indagato i misteri del mio avvenire,
aveva quasi dimenticato d'averne uno. Parevami che il rimorso avrebbe
riempito la mia misera esistenza; nè poteva immaginare che nuovi dolori
si sarebbero aggiunti al fardello delle mie pene.
Dov'è il limite che la natura ha stabilito al dolore? dov'è il
limite che ha stabilito alla sofferenza? Io ho spesso cercato di dire
all'anima mia: «fin qui, fino a quel punto, non oltre». Ma le mie fibre
furono più forti della mia volontà e del mio dolore; la mia fragile
natura di donna ha resistito all'urto senza spezzarsi. Le anime deboli
si piegano e s'infrangono -- le forti resistono, ma soffrono più a
lungo; il segreto dei grandi dolori è la forza.
Voi rammenterete forse la sera in cui quell'uomo abborrito osò
oltrepassare la soglia della mia casa.
Tutto l'odio di cui il mio cuore era capace si ridestò a quella vista;
non fu che un istante, compresi che il male che quell'uomo mi aveva
fatto era nulla in confronto di quello che poteva farmi. Per la prima
volta pensai all'avvenire; all'immensità del mio odio per -lui- si unì
un sentimento angoscioso di paura. Quell'uomo poteva perdermi, voleva
perdermi; la sua venuta in mia casa non poteva avere altro scopo. Io
tremai come alla vista d'un pericolo imminente; raccolsi le mie forze
per resistervi, pregai il cielo che mi salvasse o mi facesse morire...
Ma il cielo è sordo alle preghiere della colpa...
Misurai un'altra volta dalla grandezza del mio affanno l'immensità
del mio fallo. Ciò che mi rimaneva a temere me ne dava l'immagine più
nettamente e più inesorabilmente dello stesso rimorso. Il terribile
segreto che aveva straziato fino a quel punto la mia esistenza, si
arroventava dentro il mio seno come uno strumento di tortura. Io avrei
potuto essere felice del mio amore, orgogliosa della mia virtù; avrei
potuto levare la fronte in faccia a quell'uomo che aveva abusato della
mia innocenza, vendicare l'ingiuria col disprezzo, riparare nelle
braccia del mio amico, del mio sposo, e trionfare colla sicurezza
suggerita dal pentimento d'una memoria che richiamava la mia mente ad
una vergogna... Al contrario ero costretta a chinare gli occhi sotto
il -suo- sguardo ingiuriosamente sfacciato: dovea subire l'oltraggio
ed arrossire e tremare come un colpevole che si vede in balìa del
suo complice. La colpa, che lunghi anni d'espiazione mi avevano fatto
credere lavata, risorgeva a un tratto col suo più brutale rimprovero;
tutti i miei dolori avevano pesato inutilmente sulla bilancia che
misura il perdono. Oimè! sì, io l'ho meritato; il mio pentimento non
era stato nè forte, nè sincero, poichè s'era arretrato dinanzi ad una
confessione.
Non mi dissimulai punto i miei torti; non m'adoperai a scemarne la
gravità o a legittimarli con ragionamenti mendicati alla debolezza.
Questa crudeltà con cui flagellai il mio cuore mi consentì una forza
ed un coraggio che avrei creduto superiore alla mia natura di donna, la
forza e il coraggio d'intraprendere la lotta...
Una lotta spietata. Fu allora che io conobbi per la prima volta quanto
sieno meschine le armi dell'amor proprio offeso, e quanto fiacca la
rivolta della dignità che non si accompagna colla coscienza. Tutti i
rimproveri che io poteva fare a quell'uomo si spuntavano contro il
suo sorriso glaciale; al contrario le accuse che io stessa muoveva
alla mia condotta passata ricadevano sul mio cuore a soffocare gli
impeti generosi dell'ira. Nondimeno lottai... Sfidai il suo sguardo
insistente ed ingiurioso, e lo costrinsi più volte ad abbassarlo. Io
ne andava lieta come di un gran trionfo; sentivo il sangue affluire
più rapido e più copioso alla testa ed al cuore, ma poco dopo tremavo
tutta, impallidivo e chinavo a terra la fronte umiliata; risollevandola
incontravo un'altra volta la pupilla fredda e penetrante di lui...
Quelle lotte esaurirono le mie forze; la mia energia rimase fiaccata a
poco a poco da quell'urto. Vi fu un momento in cui ebbi paura, in cui
un'immensa sfiducia, ed un accasciamento improvviso dominarono tutto
il mio spirito. L'avvenire mi parve assai nero; guardai innanzi a me
atterrita come un viaggiatore che all'improvviso vede sprofondarsi sul
suo sentiero una voragine.
Quell'uomo indovinò dal mio volto, dal mio atteggiamento, ciò che
si passava dentro di me. Quando non seppi più simulare la forza e
l'indifferenza, fui altresì incapace di dissimulare la debolezza e la
paura.
Da quel momento io non mi appartenevo più; ciò che era in me non poteva
quindi innanzi bastare a me medesima; la mia pace, la mia salvezza
erano al di fuori della mia natura. Mio marito! egli solo avrebbe
potuto difendermi, io doveva gettarmi nelle sue braccia e versare nel
suo seno pieno d'amore il mio seno traboccante d'angoscia.
Ad altro patto non era più possibile sottrarmi alla vergogna. Il
cavaliere Salvani avrebbe indovinato ben tosto, se pure non lo aveva
diggià indovinato, l'intervallo che si frapponeva tra me e mio marito;
egli possessore del mio segreto, non avrebbe tardato ad abusarne;
autore del mio disonore, ne avrebbe fatto pesare le conseguenze sul mio
povero capo.
Se io avessi potuto resistere ancora, avrei forse ingannato quell'uomo,
fors'anco lo avrei reso pauroso; sperare di trionfarne per altra via
era lusinga non solo inutile, ma perniciosa.
E tuttavia non mi bastò l'animo. La franchezza d'una confessione
avrebbe sollevato il mio cuore, ma ucciso inesorabilmente la pace di
mio marito. Perdonarmi! l'avrebbe egli potuto? qual'uomo lo avrebbe
potuto?
«Chi sa, dissi a me stessa, se la mia franchezza non avrebbe invece
battesimo di paura, se la mia confessione anzi che spontanea,
non parrebbe invece strappata dalla necessità e dall'imminenza
del pericolo? Egli saprebbe ben tosto tutto; qual merito avrei io
d'anticipare di alcune ore quella scienza sciagurata? E chi può
dire che al contrario la mia confessione, distruggendo a un tratto
l'immagine della mia debolezza, non celerà a suoi occhi le mie lotte
del passato, e non gli farà attribuire a mal animo e a finzione ciò
che fu frutto di vergogna? E poichè le conseguenze d'una rivelazione,
da qualunque parte venisse fatta, erano oggimai immutabili, per qual
fine avrei io attribuito al mio cuore questo penoso fardello, mentre
gli avvenimenti stessi avrebbero palesato il segreto dell'anima mia? La
vergogna! oggi non era ciò che io temessi di più; era l'amore di lui
che io vedeva minacciato, non il mio orgoglio; e poteva io sfidare il
momento in cui egli mi avrebbe ritolto il suo amore?»
Attraverso questa confusa vicenda di paure, e di propositi, io smarrii
affatto l'imperio del mio spirito.
Da gran tempo mi era abituata a considerare i vincoli che mi legavano
a mio marito, il suo amore, e la sua stima, come un tesoro minaccialo
dalla mano avara del destino. In mezzo a questo inesorabile ed
incessante timore, balenava talvolta qualche raggio di speranza --
e qual'è il cuore che non speri? -- ma moriva bentosto nelle tenebre
profonde della mia anima.
Il mio pensiero, sempre stanco e sempre infaticabile, ritornava alle
immagini desolate del mio avvenire.»
LXV.
«L'idea di trovarmi sola col cavaliere aveva attraversato più volte lo
scompiglio della mia mente. Quel pensiero a poco a poco aveva occupato
tutto il mio spirito. Una paura invincibile s'impadronì di me. Avrei
voluto che mio marito non si fosse mai allontanato dal mio fianco, che
non mi avesse lasciata sola in casa un istante; volli pregarnelo -- ciò
avrebbe bastato al suo cuore amantissimo -- ma non l'osai; e come avrei
io potuto osarlo?
Quando era sola mi chiudeva nelle mie stanze, e ordinavo che non si
lasciasse entrare alcuno; uno di quei giorni per l'appunto venne il
cavaliere e lasciò il suo biglietto di visita. Mi rallegrai d'averlo
potuto sfuggire, tremando al pensiero di quell'incontro. Che mi avrebbe
egli detto? come si sarebbe comportato in mia presenza? come mi sarei
comportata io?
Quest'ultima idea fu un raggio di luce; fino a quel punto io non ci
aveva pensato; oramai diveniva indispensabile. Il cavaliere non era
uomo da sbigottirsi al primo tentativo fallito; se egli aveva in animo
d'incontrarsi solo con me, sarebbe ritornato; non accolto, sarebbe
ritornato ancora; la sua insistenza avrebbe vinto o tardi o tosto
il mio proposito. Nè io poteva senza destar sospetti ostinarmi in un
contegno così poco naturale e così opposto alle mie abitudini. I miei
servi ne avrebbero fatto ben presto l'osservazione; la malizia e la
maldicenza avrebbero affrettato lo scandalo che io voleva evitare.
Rinunziai adunque ad un sistema di difesa che non offriva speranze
di vittoria. Mi conveniva affrontare quell'uomo, sopportare i suoi
sguardi. Egli avrebbe forse mentito un affetto per vincere il mio cuore
e trascinarmi un'altra volta alla colpa; in questo caso io mi sentiva
forte; sarebbe forse disceso fino alla minaccia, ed io mi lusingava di
opporre saldamente il mio disprezzo.
Il cavaliere Salvani venne. Questa volta io mi sentiva preparata a
riceverlo.
Le sue prime parole come io lo aveva immaginato furono un prodigio di
iniquità e di menzogna, quale io non avrei creduto possibile nell'anima
d'un uomo. Mi cadde ai piedi domandandomi perdono, incolpando il
destino che lo aveva macchiato dell'-apparenza d'un tradimento-, e gli
aveva involato il -suo amore-.
A tanta audacia io sentii mancarmi gran parte delle forze sulle quali
aveva confidato; tuttavia risposi con dignità, evitando l'ironia
e il rimprovero. La mia freddezza parve sventare i suoi progetti;
evidentemente egli aveva calcolato sulla mia collera e sul mio dispetto
come sopra una breccia che mi avrebbe data in sue mani. Tuttavia non
desistette, e facendo ciò che io non aveva fatto, finse un improvviso
sentimento di gelosia e mi colmò di rimproveri, lamentandosi che io
non lo avessi compreso, e non avessi saputo aspettare il suo ritorno.
Questo secondo tentativo mi trovò inalterabile; un sorriso di disprezzo
sfiorò il mio labbro, e riunendo tutte le mie forze per non tradire la
mia angoscia, gli dissi freddamente che mio marito sarebbe ritornato
fra breve. Quello fu il segnale della lotta più terribile; ma io era
pronta a sostenere le minaccie come aveva sostenuto le preghiere ed i
rimproveri.
Se non che io non aveva indagato che la natura dell'assalto, non ne
aveva misurato la violenza; una minaccia fredda, calma, sarcastica, mi
avrebbe trovata fredda, calma e sarcastica del pari; l'impeto con cui
il cavaliere irruppe contro di me mi fe' correre un brivido di spavento
per le vene; le mie fibre fragili e dilicate si commossero e tremarono
tutte; il timore dello scandalo mi rese debole e paurosa; compresi di
esser vinta.
Il cavaliere pareva fuor di sè; lo era egli, o fingeva? lo ignoro; ma
la sua collera non era meno terribile.
Mi abbandonai sul divano in preda ad un affanno mortale. In quella
strana ed angosciosa fantasmagoria di rimorsi e di paure, mi pervennero
distintamente all'orecchio queste parole, che furono un dardo
avvelenato pel mio cuore.
-- Che credete? Siete mia; lo siete stata, lo sarete. La vostra
coscienza ha dimenticato troppo presto il vincolo che vi congiunge
eternamente a me. -Eternamente-, intendete? Vorreste sottrarvene?
Provate. Vi sfido; il vostro passato mi dà diritto su voi; l'ieri mi fa
giustizia dell'oggi.»
Ohimè! sì, io era in sue mani; e tuttavia io lo sentiva, non era lui,
non era il mio passato che esercitasse tale potere misterioso sopra
di me -- era questo segreto fatale che mi mordeva il petto come un
serpente.»
LXVI.
«In quel momento udimmo un passo avvicinarsi; tremai come al contatto
d'una pila, e nascosi la faccia fra le mani. Il cavaliere mi afferrò
per un braccio; levai gli occhi istupiditi; la sua faccia era pallida
per la paura. Quella vista rianimò il mio coraggio, e mi ridonò un poco
di calma.
Entrò un servo e mi fu annunziata la vostra visita.
Il cavaliere aveva ripreso il dominio di sè stesso, ed aveva composto
le labbra ad un sogghigno...
Compresi, tuttavia non esitai; ordinai vi si facesse attendere un
istante in sala. Gli occhi del cavaliere avvamparono d'ira; io ne
sostenni il lampo senza battere palpebra. Ciò che avvenne dopo quello
sguardo ha lasciato un solco assai profondo nella mia memoria.
Il cavaliere si accostò furibondo all'uscio che comunicava colla sala;
per un'istante credetti che vi muovesse incontro; ma egli afferrò la
porta e la rinchiuse sbattendola con tale impeto che fece tremare i
vetri delle finestre; poi venne a me, e con voce resa ancora più truce
dallo sforzo che egli faceva per abbassarla, volle che io promettessi
di recarmi da lui ad un suo cenno. Insistei. Minacciò -- una terribile
minaccia... Che doveva io fare? Ero sola, paurosa di uno scandalo; voi
eravate lì presso, io avea udito i vostri passi -- -lui- era immobile,
ritto innanzi a me, col volto contraffatto dall'ira...
-- Verrete? Verrete? Un -sì- soffocato partì dal mio petto.»
LXVII.
«Venni innanzi a voi col sorriso sulle labbra, colla disperazione
nell'anima. Avevate voi udito? Sospettavate?... Non ve ne faccio colpa;
il vostro contegno mi diceva di -sì-; la vostra cortesia fredda mi
accusava e mi feriva.
Quando fui sola mi chiusi nelle mie stanze come per involarmi
agli occhi di tutti; avessi io potuto sottrarmi alla mia stessa
coscienza!... Parevami che il mondo avesse letto la mia vergogna....»
LXVIII.
«Il domani mattina verso le nove, Giovanni mi consegnò segretamente un
biglietto che uno sconosciuto aveva portato poco prima. I caratteri
del cavaliere mi erano noti, e li riconobbi; tremai per il pericolo
che io aveva corso e nascosi istintivamente quella lettera perchè
non pervenisse in mano di mio marito.... Egli era là, nel suo letto,
sorridente, tranquillo, felice.... Mi sanguinava il cuore per doverlo
ingannare.
L'audacia dei cavaliere Salvani riuscì a quell'effetto cui
evidentemente aveva mirato, a debellare il mio spirito colla pompa del
suo sangue freddo, a farmi apprezzare vieppiù per mezzo dell'esempio
l'importanza del pericolo che mi minacciava qualora avessi voluto
sottrarmi alla mia promessa.
Quella lettera non conteneva che alcune indicazioni per il convegno
al quale io aveva dato l'assenso. Il laconismo di quelle parole era
temperato da una preghiera che non mancassi.
Nondimeno la mia vanità di donna non se ne offese. Io aveva ben altra
spina nel cuore. «Fra due ore!» Quella lettera mi fissava il convegno
per le undici. Un termine così breve per decidere! Anche questo era
un sotterfugio per trionfare più facilmente della mia debolezza.
Un tempo lungo avrebbe forse rinvigorita la mia volontà, e fattala
uscire vincitrice; un termine breve mi costringeva ad arrendermi senza
lottare. La virtù non può trionfare che dopo aver combattuto, ad uno
ad uno, corpo a corpo, tutti gli assalitori; non è che la passione che
vince al primo assalto.
In quello spazio di tempo che precedette l'ora fatale, mille pensieri,
mille progetti, mille propositi morirono un'altra volta nel mio petto.
Vi fu un istante in cui, tratta da un invincibile trasporto di
abnegazione e di sagrifizio, venni presso al letto di mio marito.
Che voleva io fare?... Rivelare, sì, rivelare tutto; affrontare il
disprezzo; il suo abbandono....
Levai il capo verso di lui.
.... Egli era là, sorridente, tranquillo, felice....
Mio Dio! Mio Dio! Avrei io avvelenato di un tratto la sua pace, avrei
io sagrificato tutto il suo avvenire d'affetti ad un sentimento poco
caritatevole di tarda ed infruttuosa severità? Però che io l'amavo,
mio marito; ardentissimamente.... E poi, io non volevo già tradire la
sua fede; se mi recava ad un convegno era per assicurare la sua pace,
la nostra felicità; chi sa; le mie lagrime, le mie preghiere avrebbero
forse ritrovato il sentiero nascosto di quel cuore insensibile....
io avrei saputo piangere e pregar tanto, che egli avrebbe avuto pietà
della mia angoscia.,.. L'ora si appressava....
Balbettai non so più quale pretesto per uscire di casa senza
insospettire mio marito, e mi recai al convegno.
LXIX.
«Una carrozza mi attendeva; non vi dirò lo spasimo che torturò il mio
cuore per via; non vi dirò come io vi arrivassi, istupidita, senza
pensiero, senza coscienza.
Mi era parso d'essere stata seguita e spiata, il terrore aveva
soffocato il rimorso, e riparai in quella carrozza come in un asilo che
avrebbe celato la mia vergogna.
Il cavalier Salvani era seduto in faccia a me; io non lo riconobbi,
non lo vidi quasi; il timore d'essere scoperta vinceva la mia anima,
l'occupava tutta.
La carrozza partì al galoppo. A poco a poco mi rincorai, l'immagine
d'un altro pericolo assai più fatale fu la prima che venne a troncare
l'atonia del mio pensiero; un sentimento ben definito di terrore
succedette alle vaghe paure che m'avevano sbigottita. Tuttavia non mi
smarrii d'animo; di fronte alla minaccia d'una immensa sciagura, serbai
la calma per meditare le vie d'assicurare la mia salvezza.
La carrozza camminò gran tempo senza arrestarsi; io teneva gli occhi
abbassati; il cavaliere non diceva parola. Nondimeno io indovinavo
i suoi pensieri, e, senza guardare, vedevo il suo sguardo penetrante
fisso ostinatamente sopra di me.
Ciò che stava per avvenire era una prova terribile, suprema; io non me
ne dissimulavo la gravezza; mi era parso che il primo bisogno del mio
cuore era di non ingannarsi sulla natura della lotta, per non fallire
nella misura delle sue forze. Una speranza troppo audacemente nutrita,
un'illusione troppo ingenuamente serbata, mi avrebbero strappata la
vittoria dal pugno. Doveva spogliarmi di tutto, guardare in faccia il
pericolo, prevederlo, aspettarlo; di tal guisa il fascino dell'ignoto
non avrebbe potuto nulla sopra di me.
Che poteva io sperare da quel colloquio? Che sperava, che pretendeva
quell'uomo?
Previdi le preghiere, i giuramenti, le menzogne, le minaccie; la
mia forza avrebbe bastato a resistere. Riconfortata da questa fede,
sollevai lo sguardo in faccia al cavaliere con aria di sì fredda ed
irremovibile sicurezza, che le guancie di lui s'imporporarono non so se
per vergogna o per dispetto.
Non dissi motto -- non disse motto; gli fui grata del suo silenzio.
Finalmente la carrozza si arrestò; un brivido mi corse per le vene...
Che facevo io? dove andavo? a qual fine? che sarebbe stato di me? Mio
Dio! mio Dio! avessi potuto strapparmi il cuore, strapparlo, salvarlo
dai rimorsi questo misero cuore!
Tutto il mio coraggio mi venne meno a un tratto. Sentii la mano del
cavaliere posarsi sul mio braccio, e levai lo sguardo pauroso per
implorare la sua pietà.
Il suo aspetto impassibile ferì il mio orgoglio; mi divincolai dalle
sue mani e lo guardai fisso, colle labbra tremanti, col cuore agitato.
Sorrise senza sarcasmo, ma freddo; e chinandosi alquanto, mi disse
all'orecchio: «abbassate il velo.»
La dolcezza con cui pronunziò queste parole mi vinse; obbedii senza
rispondere, accettai macchinalmente la mano che egli mi porgeva per
discendere di carrozza, e lo seguii a capo chino. Su per le scale vi fu
un istante in cui credetti di svenire; il sangue mi corse alla fronte,
sentii un grande frastuono alle orecchia e mi si piegarono le gambe...
Il cavaliere se ne avvide, e mi porse il braccio; mi vi appoggiai con
un senso invincibile di ribrezzo.»
LXIX.
«Mi trovai sola con lui in un'ampia sala. Non ho serbato altra memoria
di quel luogo se non quella di alcuni ritratti antichi a cornici nere
che pendevano dalle pareti.
Mi ero lusingata di poter contrapporre il sarcasmo al sarcasmo, la
freddezza all'ingiuria; l'immagine del pericolo mi aveva trovata forte:
il pericolo mi trovò debole e paurosa come un bambino. Non seppi che
piangere in silenzio.
Il cavalier Salvani si assise al mio fianco, mi afferrò una mano o
cercò di ritenerla fra le sue; io la ritrassi con lieve violenza,
raccapricciando di me medesima. In quel momento avrei voluto poter
sfuggire a quell'uomo e ritornare nella mia casa che non avrei dovuto
abbandonare giammai; guardai intorno a me con occhi smarriti; le
finestre erano chiuse... Lo sguardo di -lui- immobilmente fisso sul mio
rossore leggeva le mie intenzioni, un lieve tremito delle sue labbra
tradiva il dileggio di quell'anima abbietta.
Nondimeno io non rinvenni più il mio vigore; abbassai gli occhi al
suolo non osando levarli al cielo che mi aveva abbandonato; se collo
sguardo avessi potuto scavare ai miei piedi una tomba, io mi sarei
sepolta per sottrarmi allo spasimo della vergogna.
Quel silenzio durò gran tempo. Il cavaliere Salvani lo ruppe uscendo in
un scoppio di risa. Lo stento di quel riso mi passava il seno come un
pugnale. Arrossii più forte ma non risposi.
Questa volta il silenzio fu meno lungo.
Il cavaliere si levò, misurò a gran passi la camera, s'arrestò
innanzi a me improvvisamente, poi come pentito, riprese a passeggiare
apparentemente agitato.
Come vide che io mi ostinavo nel silenzio, ritornò presso di me; e
poichè io non levava gli occhi a guardarlo, si assise ancora al mio
fianco. Lo lasciai fare, ma non mi rivolsi; oramai era questa l'unica
forza che mi rimaneva; in cuore tremavo d'avvilimento e di paura.
Egli si curvò verso di me, e ritentò di afferrarmi le mani; volli
divincolarmi come prima, ma non riuscii; le dita d'acciaio di
quell'uomo mi stringevano come una morsa. Quando vidi vano ogni mio
sforzo, mi sollevai col cuore pieno di sdegno, colle narici dilatate,
pallida in volto e minacciosa.... Incontrai la sua fronte corrugata,
le sue pupille dilatate e sanguigne... Ebbi paura, e, rifuggendo
inorridita da quella vista, volsi il capo e ricaddi sulla seggiola.
Egli continuò a stringere le mie mani nelle sue, senza dir motto.
Allora mi tornò in mente mio marito; lo rividi bello, sereno e
forte, lo rividi nel suo letto dove io lo aveva lasciato ingannandolo
infamemente; immaginai che egli mi vedesse, che egli volesse venirmi
in aiuto, e mi animasse con un rimprovero mesto.... Ahi! la terribile
visione!...
Mi volsi colle lagrime agli occhi.
-- Che cosa hai? mi domandò egli con una dolcezza che contrastava
coll'espressione del suo volto; perchè piangi?
Quell'accento, quel linguaggio confidenziale, quel contegno mi
sferzarono il volto come un'ingiuria atroce. Nondimeno le lagrime
frenarono l'impeto della collera.
-- Che volete da me? domandai singhiozzando; perchè mi avete voluto
costringere a questo convegno abborrito? Che cosa potete rapirmi
ancora? Non vi basta lo strazio che avete imposto al mio cuore; che
volete aggiungere?
-- Ti amo.
-- Amarmi! Voi! Forse che voi lo potete, forse che ne avete il diritto?
-- Ti amo!
-- Ed io vi odio e vi disprezzo; il passato che mi ha congiunta a voi fu
troppo crudelmente espiato, perchè possiate farmi ancora paura. No, io
non vi temo; vi odio e vi disprezzo.
-- Ti amo!
Un lampo attraversò la mia mente. Nella insistenza fredda e monotona di
quelle parole vidi scolpita una determinazione inesorabile. Il terrore
mi trasse fuor di senno; mi sollevai d'un balzo, e fu tale l'impeto
e così impreveduto, che giunsi a liberarmi dalle mani di quell'uomo.
Corsi pazzamente per la camera, vidi un uscio, cercai uno scampo da
quella parte, ma l'uscio era chiuso e la chiave era stata tolta dalla
toppa; mi provai a spingere con tutte le mie forze, a battere coi pugni
colla speranza che qualcuno accorresse; tutto fu vano.
Il cavaliere mi guardava tentennando il capo con un sorriso pieno
di sarcasmo e di dileggio; le forze mi abbandonarono, e caddi sulla
soglia.
Rimasi accasciata, colla testa fra le mani; non so quanto tempo; il
cavaliere non si mosse; se egli si fosse accostato a me, credo che in
quel momento sarei morta di terrore.
Il coraggio e la forza mi erano falliti in un punto solo,
irreparabilmente; la mia volontà non poteva più nulla sopra di me;
il mio cuore e la mia mente non videro altre armi, che quelle della
debolezza: le lagrime e la preghiera.
Mi trascinai ai suoi piedi, afferrai la sua mano, e la bagnai di
lagrime; pregai smaniando mi lasciasse alla mia pace, mi perdonasse le
acerbe parole strappatemi dalla collera, correggesse colla generosità
tutto il male che mi aveva fatto.
Mi lasciò dire senza interrompermi, guardò le mie lagrime senza
commuoversi; quando io tacqui, sorrise. Io non indovinai la terribile
espressione di quel sorriso, e i miei occhi continuavano ad implorare
ed a piangere. Il cavaliere sorrideva sempre; mi porse le mani e
mi sollevò da terra; poi tentò di farmi sedere sulle sue ginocchia.
Istupidita dal dolore io mi arrendevo come un automa; ma a quest'ultimo
atto resistei con violenza. Inasprito dal rifiuto egli mi afferrò per
le braccia, mi strinse ruvidamente e s'adoperò a costringermivi colla
forza. La vergogna, l'umiliazione che io sentii a quell'atto brutale,
l'orgoglio ferito, e più che tutto un gagliardo sentimento di virtù, mi
consentirono un vigore straordinario. Con uno sforzo riuscii a liberare
una mano; egli tentò di riafferrarla e intanto riteneva l'altra con
tutte le sue forze. Vi fu un istante di lotta, inutile e terribile
lotta; la mia energia stava per abbandonarmi; io vedevo la sua faccia
presso alla mia, sentivo il suo respiro alitare sulla mia bocca, il
suo sguardo minaccioso ricercare il mio sguardo... Ansante, sfinita,
disperata, mi drizzai di tutta la persona in faccia al cavaliere, levai
il braccio, e lasciandolo ricadere con impeto cieco, lo percossi più
volte sulle guancie.
La sorpresa lo rese mutolo ed inerte; le sue mani si allentarono ed io
sfuggii senza fatica. L'istinto mi trasse inconscia e delirante dinanzi
ad una finestra; volli aprirla e gridare; ma una mano poderosa pesò
improvvisamente sul mio omero, e uno sguardo feroce brillò di collera
selvaggia vicino al mio volto. Gettai un grido e caddi. Il cavaliere
mi sollevò nelle sue braccia, aprì una porta, ne aprì un'altra, poi
un'altra ancora; poi non vidi più nulla.
Quando rinvenni io era coricata sopra un divano; il cavaliere mi
sorreggeva il capo e mi bagnava la fronte con aceto. Tutti gli oggetti
che mi circondavano prendevano uno strano aspetto ai miei occhi;
quella specie di ritorno alla vita abbelliva le prime sensazioni che
me ne davano la coscienza, perfino il volto del cavaliere mi parve
compassionevole o dolce.
Quell'illusione fu breve.
Risensata, tornai col pensiero ai miei timori, alle mie ansie, ai miei
rimorsi. Il pericolo che mi minacciava balenò ai miei occhi come una
lama tagliente, la mia posizione mi apparì in tutto il suo orrore.
Giunsi le mani in atto di preghiera, e non dissi parola. Il cavaliere
mi rassicurò con uno sguardo. Fallace e stolta sicurezza!
Ricordai mio marito che in quell'ora mi aspettava forse con ansietà, e
girai lo sguardo intorno alla camera cercando un pendolo di cui sentivo
le oscillazioni lente e monotone. In quel punto udii lo scatto d'una
molla, poi gli squilli argentini, uguali, delle ore. Erano le tre. Mi
sollevai impetuosamente per uscire. Il cavaliere stese un braccio verso
di me e mi fe' segno d'aspettare.
-- Che volete? domandai tremando.
Non rispose, ma mi prese le mani e mi costrinse a sedere al suo fianco.
-- Che volete? insistei con voce spenta dall'ansia e dal terrore.
-- E lo so io che voglio? Voglio che non mi lasciate, che rimaniate
ancora con me.
-- Mio marito... balbettai cercando di dissimulare a me stessa le mie
paure.
-- Vostro marito è un uomo ragionevole e non troverà strano che sua
moglie si trattenga un'ora di più fuori di casa.
-- Un'ora, diss'io sforzandomi di sorridere.
-- Un'ora, sì, un'ora di dolcezze, di abbandoni, un'ora di amore... Per
lui gli anni, la vicinanza continua, la proprietà assoluta, per me il
momento, il breve ma ardente possesso; uno per mille, uno solo. Vedete
che io sono generoso.
Queste parole mi fecero sentire il peso della mia vergogna; radunai
tutta la mia energia e tentai uno sforzo supremo per liberarmi dalle
mani di quell'uomo. Terribile sforzo, superiore alla mia natura di
donna, ma impotente. Ricaddi sul divano vinta, spossata, senz'anima.
-Egli- continuò:
-- Volete fuggirmi? perchè? vi faccio paura? potrebbe ciò che vi ha
ispirato l'amore ispirare oggi il ribrezzo? O non vi pare che il
passato legittimi le mie pretese, i miei desiderii? Non siete voi stata
mia? non mi avete detto d'amarmi?
-- Mi sono ingannata: non vi ho mai amato.
-- E perchè non dite: vi ho ingannato? Avete mentito un affetto che non
nutrivate in cuore? ebbene, siate oggi più franca d'allora: siate mia
senza ingannarmi, senza mentire. Ciò sarà più onesto e più leale.
Celai la faccia fra le mani e domandai al cielo che mi facesse morire.
Quel linguaggio, quel cinismo, io sentiva d'averlo meritato!
Non udii più nulla; il mio spirito cadde in una specie di vaneggiamento
straziante; nuovi rimorsi, nuove paure, nuove sfiducie; e ciò in
un modo confuso, vago, agitato, diverso da tutte le sensazioni che
appartengono alla veglia, serbando solo la coscienza e la volontà a far
fede che non era un sogno. Frammezzo a quella confusa alternativa di
idee che stancavano la mia mente, continuava a giungere fino a me il
suono della voce del cavaliere, ma indistinto e fioco come venisse da
lontano.
Questo stato durò alcuni minuti che mi parvero eterni. Mi riscossi
improvvisamente sentendo la bocca audace di quell'uomo sfiorare le mie
guancie; m'arretrai con un grido; egli mi strinse fra le sue braccia,
mi sollevò come un bambino, e mi portò per la stanza ripetendo con voce
rotta dall'ansia: «sei mia, sei mia.»
Vi era tanta energia selvaggia in quell'atto, in quelle parole, che la
mia anima ne fu soprafatta. Nondimeno resistetti a lungo; lottai come
può lottare una donna; adoperando le mie deboli braccia, e piangendo in
silenzio. Egli era forte, fui vinta.
Allora mi si gettò in ginocchio, mi chiese perdono, implorò colla
dolcezza e colla preghiera ciò che ormai avrebbe potuto ottenere colla
forza. «Sarebbe stato l'ultimo mio sagrifizio, egli avrebbe lasciato
Milano, non avrebbe amareggiato più oltre la mia pace, mi sarei
abbandonata quindi innanzi con sicurezza all'amore di mio marito.»
Tutto ciò era ben dolce, e il suo accento pareva tanto sincero.... Che
avrei fatto io? Avrei io dovuto con un rifiuto impotente contrastare al
desiderio di quell'uomo che aveva nelle mani il segreto della mia pace?
-- Giuratemi... gridai nascondendo la faccia per la vergogna.
-- Giuro.
-- Sul vostro onore.
-- Sul mio onore.
-- Per la memoria di vostra madre.
-- Per la memoria di mia madre.
Il patto della vergogna era sancito; la colpa doveva assicurare
l'impunità della colpa.»
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