-- Volevate partire, se non erro; e ve l'ho impedito; oggi ve lo
consiglio; il moto vi farà bene.
Silvio volle sottrarsi con qualche pretesto a questa sentenza, ma senti
il rossore salirgli alle guancie, e tacque.
Pochi minuti dopo egli era un'altra volta solo; un'ora dopo le ombre
bigie del tramonto incominciavano ad affollarsi intorno al suo letto,
ed egli era ancora solo.
Carlotta non era venuta.
XLVI.
-Silvio a Eugenio.-
. . . . . . .
Ed ecco perchè non ti ho scritto. Potrai tu farmene una colpa? Non lo
credo; mi piace crederti generoso, e il pensiero della mia debolezza
fisica, e, deggio pur dirlo, della mia passione, legittimerà agli
occhi tuoi la debolezza morale che, facendomi temere il tuo scherno,
ha contribuito non poco a prolungare il mio silenzio. Aggiungi che
soltanto oggi io ho incontrato le tue lettere; però dalla premura con
cui mi accingo a risponderti, potrai avere nuovo argomento delle mie
buone intenzioni.
Promettimi che non ti farai beffa di me; che il tuo sorriso cinico si
spunterà contro il mio cuore innamorato. Se tu sapessi quanto è bella,
se tu sapessi la immensa folla di promesse che si slancia da' suoi
occhi; se tu potessi numerare tutte le ansie che hanno combattuto il
mio petto, tutti gli spasimi della sfiducia, e le dolci frenesie della
speranza!... Oh! tutto ciò è ben dolce e ben crudele, ma è la vita.
Dì pure che io vaneggio, che sono un fanciullo incorreggibile,
ma lasciami dire alla mia volta che tu non sai vivere. Illusioni,
follie!... Sia pure, mio buon Eugenio, ma stolto ed illuso colui che
rifiuta il calice della vita, perchè non vi vede brillare in fondo
l'eternità! Non è egli forse filosofia più sana e più utile, quella
che benedice l'oggi, se ne appaga e ne vive, di quella che anticipando
il domani con boriosa audacia, s'accascia nell'inerzia, sopportando il
peso d'un'esistenza neghittosa?
Domani sia che si voglia; oggi amo, e basta. Ma io ho anche ragioni per
lusingarmi del domani, e se volessi mostrarmi audace nell'asserire,
quanto voi altri cinici lo siete nel negare, potrei dire una parola
che farebbe palpitare i cuori innamorati; e mille voci s'unirebbero
alla mia, e benedirebbero questo benefico ideale dell'amore: l'eternità
dell'amore.
Infatti tu lo sai al pari di me; non è da oggi che io amo questa
creatura; il mio affetto è passato attraverso il tempo, mascherato di
cinismo come il tuo cuore, ma non si è spento. Così i semi delle piante
passano attraverso i secoli serbando tutta la loro potenza di vita,
sospirosi dell'amplesso fecondo della terra che li farà germogliare.
Anche l'amore ha i suoi germogli.
E poi, oggi è ben altro: io posso pensare senza arrossire agli enormi
desideri che torturano dolcemente il cuore di chi ama, posso pensare
a farla mia, a' suoi baci di fuoco, al suo seno palpitante sul mio.
Nulla più s'oppone alla mia felicità. Il signor Verni è morto; il tuo
silenzio su ciò mi lascia credere che tu lo ignori. Io stesso non so
dirtene di più. Pare che il destino si compiaccia di circondare di
mistero tutto ciò che riguarda questa donna: il suo stesso sorriso
è un enigma; vicino a lei io smarrisco le mie audacie, e il suo
sguardo dolce mi affascina e m'impietosisce ad un tempo. No; non posso
ingannarmi; su quel volto sereno è scolpita una grande sventura. Questo
fantastico sentimento di pietà che si aggiunge alla mia passione ne
raddoppia l'energia. Vorrei comperare le sue lagrime col mio sangue,
vorrei travolgere il suo affanno nel mio amore, e confonderlo in esso --
il mio amore è immenso.
Non sono che poche ore che ho lasciato la sua casa, e pochi passi
soltanto mi separano da lei, e tuttavia mi pare che un abisso
sterminato di spazio e di tempo si distenda innanzi a me per isolare il
mio amore.
Un'angoscia segreta mi opprime; e mi muovo cento domande -- cento
torture -- a cui non posso rispondere. Perchè mai ella mi ha sorriso
più dolcemente dell'usato, nel separarci? Voleva darmi una speranza?
se così era, perchè tenersi a fianco quel benedettissimo signor W**?
Temeva ella di restar sola con me? Mio Dio! Mio Dio! La mia testa si
perde in questo labirinto...
Queste mie camere solitarie che ho già amato tanto, mi sembrano
fredde, mute come sepolcri. Ho aperto le finestre che guardano sul suo
giardino, ho riveduto il pergolato, il viale dei pini, il sedile di
sasso; tutto ciò è assai triste, assai desolato; la brina inargenta
i rami e le zolle; quella nudità della natura mi ha agghiacciato il
cuore. Una sola cosa non ha mutato; le sue finestre; esse sono sempre
là, chiuse gelosamente, colle cortine calate... E tuttavia il mio
occhio non erra smarrito sulle pareti come una volta, ma si spinge
oltre audacemente, e vede una pallida figura di donna... Il mio cuore
palpita più vivamente... Carlotta! Carlotta!
Ho avuto per un istante la pazza speranza che una finestra si aprisse a
un tratto, e che ella vi si affacciasse per rispondere all'appello del
mio cuore. Poi ho cercato la finestra della camera che ho abitato tanto
tempo; ho riveduto il mio letto, le seggiole, gli specchi, i fiorami
delle pareti... E dire che poc'anzi io era là, che vedevo la luce
attraverso quella finestra!... È finita, è finita!... la mia ragione è
minacciata da due forze opposte; impazzirò di gioia o di affanno......
XLVII.
-Silvio a Carlotta.-
«Che cosa devo pensare di voi? È la terza volta che vengo in casa
vostra per rivedervi, ed è la terza volta che mi si dice che voi non
siete in casa. Io non ho dubitato un istante che ciò fosso vero; non
ne ho dubitato, e non ne dubito, ve lo giuro; ma un vago timore si
è impossessato di me, e non so aver pace in nissun modo. Che cosa è
dunque avvenuto? che cosa sta per avvenire, mio Dio?
Lo so, è una strana audacia la mia; pure vi scongiuro, toglietemi da
quest'affanno; ditemi che la vostra assenza è affatto casuale, che non
si rannoda con alcun dolore, con alcuna circostanza penosa; soprattutto
che io non vi ho parte alcuna.
Ho pensato di scrivervi, perchè non oserei presentarmi alla vostra
casa con questo dubbio; perchè un nuovo tentativo di rivedervi fallito
getterebbe forse nel mio cuore dei fallaci sospetti sulla vostra
lealtà; perchè forse, se una dura verità deve partire dal vostro
labbro, voi stessa troverete più facile mezzo affidandola ad una
lettera. Rispondetemi adunque, ve ne prego. Qualunque sia la sentenza
con cui risponderete al voto del mio cuore, io saprò obbedirvi, io
saprò forse rassegnarmi ad una sciagura su cui il mio pensiero osa
appena arrestarsi: «riperdervi per sempre.»
Soprattutto siate franca, e procurate di rispondere liberamente a
questa domanda che io vi faccio per l'ultima volta col cuore affranto
dalla lunga speranza: «Volete voi esser mia?»
XLVIII.
-Carlotta a Silvio.-
«Sarò franca con voi, perchè lo volete. E vi dirò che la vostra
proposta mi ha fatto versare delle lagrime di riconoscenza. Voi non
saprete mai tutto il bene che le vostre parole mi hanno fatto, non
saprete mai quanto acerbamente io soffra dovendovi rispondere con un
rifiuto. Non insistete, ve ne prego; voi non fareste che crescere
la mia angoscia, senza mutare il mio proposito. V'ha qualche cosa
d'insormontabile che si frappone fra me e voi, fra me e il mondo, un
sepolcro inviolabile. Quell'uomo che oggi non è più, quell'uomo che
mi ha amato e che io ho amato con tutte le mie forze, stende le sue
braccia per circondarmi ancora del suo amore.... No, il suo amore non
è sepolto con lui; io lo sento; è solo per questa fiamma misteriosa
che ha sopravvissuto al suo corpo che io accetto ancora la vita. Senza
di essa io non sarei forse più, o non sarei più che una pallida larva
del mio passato, un'anima mutilata. Potrei io accettare il vostro
amore? Che cosa potrei darvi in contraccambio? potrei io amarvi come
voi meritereste d'essere amato? che dico? potrei io darvi la minima
parte del mio amore senza involarlo a lui? e dovrei io ritogliere alla
morte per donare alla vita? Impossibile! impossibile! Quando anche il
culto del passato potesse isterilire nel mio cuore senza incenerirlo,
un imperioso dovere mi vieterebbe di farlo. Io sono sua, non potrei
essere d'altri mai, senza turbare la pace della sua tomba. E d'altra
parte, forse che voi potreste accettare un amore diviso con un altro
essere che, sebbene non sia più nella vita, mi è tuttavia compagno nel
pensiero, nel sonno, sempre e dappertutto? Forse che se fossi vostra e
mi amaste, non sareste ugualmente infelice sapendo che io ho amato un
altro più di quello che potrei amar voi?
Lo vedete, è impossibile. Voi siete generoso, e vi ho creduto sincero;
perciò volli essere sincera e generosa con voi. Sarei stata assai più
ingrata se avessi alimentato un istante di più le vostre speranze. Ho
fede nella vostra energia d'uomo; tuttavia non abbiate a male se io oso
farvi appello e muovervi una preghiera: «non insistete.»
XLIX.
-Silvio a Carlotta.-
«Non posso, non posso! La mia energia d'uomo si è spezzata, io non
sono che un fanciullo, uno sciagurato fanciullo che non ha altro che
lagrime.
Non potreste amarmi come avete amato -lui-? che importa se voi potrete
amarmi? vi ho domandato il vostro amore, e voi potete darmelo; non
pretendo di più: una parte del vostro amore è sempre il vostro amore.
«Impossibile!» Non ditelo in nome del cielo; non immaginate che le
ombre dei defunti possano turbare col loro egoismo la felicità dei
superstiti. La loro pace è assai profonda, assai più dolce delle
burrasche della vita; esse sanno quel che hanno perduto e quel che
hanno guadagnato morendo, confrontano e compiangono. Noi soli siamo i
ciechi, e barcolliamo inseguendo l'amore.
I defunti non hanno invidia di noi; vorrebbero essi contenderci
l'amore, e spingere le loro mani scheletrite per staccare questo solo
frutto benefico dell'albero della vita?
Respingete queste paure; interrogate il vostro cuore, se egli può
palpitare vicino al mio, siate mia. Io non mi opporrò a questa
religione delle memorie che vi fa santa ai miei occhi; vorrò dividerla,
vorrò piangere e benedire anch'io; la felicità immensa di sapervi mia,
di vivere al vostro fianco, di vedere ogni giorno il vostro sorriso, mi
farà buono; mi farà generoso; apprenderò da voi il sentiero della pace,
apprenderò a piangere e a benedire.»
L.
-Carlotta a Silvio.-
«Voi v'illudete; il vostro cuore v'inganna; il tempo muterebbe l'animo
vostro, inesorabilmente. Domani vorreste da me ciò che io non potrei
darvi.
E poi... è inutile. Il mio passato vi si oppone; se voi poteste leggere
in esso, rifiutereste forse con disdegno ciò che oggi domandate con
insistenza; nè io potrei più esser vostra, nè lo vorrei.
Non domandate di più.
Credetemi; voi potete esser felice in altro modo; io non posso aver
pace che nella solitudine del cuore. Siate generoso. Lasciate che io
parta da questi luoghi, e non cercate di seguirmi.»
LI.
Il cuore di Silvio traboccava di speranza; nonostante le prime ripulse,
egli si era lusingato che Carlotta avrebbe aderito al suo desiderio.
Questa lettera sfasciò d'un tratto, come un soffio malvagio d'uragano,
il dorato edifizio delle sue illusioni. Oggimai nulla più era a
sperare; la fermezza d'una decisione presa traspariva da ogni parola.
Un immenso sentimento di amara melanconia si diffuse e serpeggiò per le
vene di Silvio, a guisa di tossico mortale.
Pensando al suo passato, alle care parvenze vagheggiate così
lungamente, alla vanità dei suoi sforzi per dominare il suo cuore, al
destino che lo aveva così stoltamente riavvicinato ad una donna che
egli doveva riperdere per sempre, egli si sentì vinto da un'ambascia
compassionevole, e più intenerito che attristato dalla sua sciagura, si
gettò nel suo letto singhiozzando.
La notte che sopravvenne fu un lungo strazio per lo spirito agitato di
Silvio. Le segrete paure della veglia, le fitte d'un pensiero atroce,
i vaneggiamenti dell'amore deluso, lo tennero desto gran parte della
notte. Quando finalmente, vinto dalla stanchezza, chiuse gli occhi al
sonno, i fantasmi dei sogni gli amareggiarono il riposo. Un fantasma
lungo e severo passeggiava per la sua camera; gli occhi atterriti di
Silvio seguivano i passi uguali, monotoni, di quell'essere misterioso,
paurosi e avidi a un tempo di ricercare i lineamenti di quel volto.
Un grido morì soffocato nel suo petto; egli aveva ravvisato la larva
disseppellita del sig. Verni...
Si destò di soprassalto, e si cacciò d'un balzo fuori del letto;
un sudore minuto gli bagnava la fronte, e un brivido agitava le sue
membra. La stagione era fredda, e il suo focolare spento; ma il suo
cuore era in sussulto. Camminò alcun tempo per la camera, inciampando
nelle sedie; quando fu più queto, accese la sua lampada notturna, e si
guardò intorno pauroso, e quasi atterrito del suo coraggio. Le ombre
dei mobili avevano atteggiamenti strani, il silenzio era profondo.
Che avrebbe egli fatto? Guardò il suo letto con espressione di
rammarico, come si guarda un nemico, e indossò frettoloso una veste da
camera; poi si trasse accanto al camino, ravvivò i tizzoni spenti, e
si lasciò cadere sopra un seggiolone di cuoio. Due ore dopo, col capo
fra le mani, cogli occhi immobili, guardava il guizzo crepitante della
fiamma.
A un tratto si drizzò come spinto da una molla; un'idea aveva
attraversato la tenebrosa solitudine della sua mente senza pensiero...
-- Ella parte! Ella parte! disse sordamente scuotendo il capo con un
gesto disperato.
-- E se questa notte medesima...
In un baleno fu alla finestra, e ne spalancò le imposte. La notte era
serena, una di quelle notti così frequenti negli inverni dei climi
freddi. Non si udiva un alito di vento, non un susurro, non una voce:
dinanzi agli occhi le tenebre, alcune stelle silenziose nel cielo.
Un lumicino brillava ad una delle finestre dell'abitazione di Carlotta.
L'immaginazione di Silvio andò più oltre e credette di vedere un'ombra
passare e ripassare più volte dietro i vetri.
-- Ella parte, ella parte! ripetè con voce fioca; «non la vedrò più!» e
afferrò il capo colle mani come a raccogliere le idee.
-- Vediamo, proseguì con una calma straziante; ella parte, ella lascia
questi luoghi che le sono cari, questa solitudine che ama, i suoi
fiori, la sua casa tranquilla... E tutto ciò per fuggirmi, per non
vedermi, per sottrarsi alle persecuzioni del mio amore importuno.
E che farò io in questa casa, in questo paese, se ella non sarà più
vicino a me?... Impossibile che io vi rimanga... fuggirò anch'io, mi
trascinerò dietro di lei come un pezzente, e le domanderò l'elemosina
di uno sguardo. Che essa mi odii, che essa mi disprezzi, poichè non può
amarmi!...
Allora si die' a passeggiare a gran passi, sfogando il suo dolore in
gemiti selvaggi. Questo impeto fu breve, e spossando le fibre del suo
cuore, rinvigorì quelle della sua mente.
-- Essa mi prega di non seguirla; soggiunse con profondo abbattimento,
come se ripetesse a sè stesso una sentenza inappellabile.
Allora in uno slancio generoso si proponeva di fuggirla, di lasciarla
alla sua pace, di recarsi un'ultima volta innanzi a lei e pregarla di
rimanere. L'idea del sagrifizio gli sorrideva dal profondo del cuore;
essa gli avrebbe stretto la mano nell'estremo -addio-, ed avrebbe forse
versato una lagrima in segreto...
L'alba lo trovò irresoluto.
Si recò più volte innanzi alla casa di Carlotta senza osare di varcarne
la soglia; era troppo presto, poteva riuscire importuno...
Rifece i suoi passi e ritornò nelle sue camere dove si tenne appostato
alla finestra spiando tutto ciò che avveniva nell'appartamento di
Carlotta. Di tal guisa acquistò la certezza che Carlotta si apprestava
per partire.
Suonava il mezzogiorno, e Silvio lottava tuttavia col suo demonio
senza grande vantaggio; un'ora dopo le condizioni della lotta parevano
promettergli la vittoria; alle due la battaglia era vinta, e Silvio
saliva le scale dell'abitazione di Carlotta. Era pallido o stravolto,
ma fermo.
Carlotta era uscita con Giovanni; solo la cameriera era in casa.
Buona figliuola in tutto, non faceva torto al ceto cui apparteneva,
e chiaccherava volontieri. Silvio non ebbe ad ascoltare molto, che ne
seppe abbastanza.
Uscì e si diresse verso il cimitero. Uno stretto sentiero dietro la
casa vi guidava abbreviandone la distanza. Quel sentiero era poco
battuto, e vi spuntava un'erba gialliccia, coperta ancora della brina
che l'ombra della casa aveva protetto; fatti pochi passi appena,
riconobbe le pedate di due persone: Carlotta e Giovanni senza dubbio.
Più in là la brina era stata disciolta dal sole, cosicchè le traccie
del piede di Carlotta diventavano quasi impercettibili; il piede di
Giovanni aveva stampato orme più profonde... Silvio esaminava tutto
ciò con una attenzione che era presso alla puerilità; il suo spirito
smarrito aveva perduto la coscienza di sè medesimo.
In breve giunse dinanzi al cancello di ferro del ricinto.
Era un piccolo campo seminato di croci, circondato da quattro mura poco
più alte di un uomo, e da un doppio giro di cipressi. Sul cancello era
scolpito un teschio con due ossa incrociate, e l'iscrizione: -Hodie
mihi, cras tibi-.
Sui pilastri che reggevano i battenti erano due lapidi di marmo bianco;
in una di esse si leggeva un versetto dei salmi di Davide, scritto a
matita, e più sotto una data ed un nome, un nome di donna....
Silvio lesse e sorrise tristamente.
Spinse il cancello, che girò sui cardini senza rumore, ed entrò nel
recinto.
Un grido troncò la sua atonia -- quel grido era di Carlotta...
LII.
Tutte le fibre di Silvio risposero a quel grido: la sua mente smarrita
ritrovò il sentiero del dolore; pensò allo scopo per cui era venuto,
e fissò gli occhi nel suolo con uno sforzo disperato, quasi volesse
scavare una fossa per seppellire le sue illusioni.
Carlotta era inginocchiata presso una tomba, e nascondeva la faccia
fra le mani; il vecchio Giovanni, ritto accanto ad essa, teneva il capo
inchinato sul petto.
Vi furono alcuni istanti d'immobilità e di silenzio.
Finalmente Carlotta sollevò il capo lentamente, e drizzandosi in piedi,
aprì gli occhi velati dalle lagrime, fissando Silvio d'uno sguardo
lungo e sereno, come raggio di sole dopo una tempesta. Silvio barcollò
e fece alcuni passi; intanto Giovanni s'era spinto inosservato fuori
del ricinto.
Alcuni istanti dopo, quasi senza avvedersene, Carlotta e Silvio si
trovarono seduti l'uno a fianco dell'altro a' piedi della tomba.
-- Mi perdonate? domandò Silvio con voce fioca.
Carlotta non rispose, ma il suo sguardo parve dire: «vi perdono.» E
poichè Silvio tentava d'afferrarle una mano, essa gliel'abbandonò senza
ritrosia -- una piccola mano candida, affilata, con vene azzurre, come
quella d'un bambino.
Questa arrendevolezza non meravigliò Silvio, il quale in quel
momento era incapace di misurarne il valore. Trovarsi seduto accanto
a Carlotta, sentire la mano di lei nella sua, udire il suo respiro
affannoso, l'ansia del suo petto, e quasi i battiti affrettati del
suo core, e dire che tutto ciò non era che un sogno che non si sarebbe
rinnovato più mai, era tale tortura che soffocava il piacere.
-- Ho voluto vedervi un'ultima volta, prese a dire Silvio balbettando,
per dirvi...
E qui si arrestò titubante. Carlotta, sbagliando sul significato
di quell'interruzione, si mostrò agitata, e ripiegando indietro il
capo guardò la lapide presso la quale erano seduti. Silvio seguì
istintivamente quello sguardo, e lesse su quel marmo un nome, il nome
di -lui-.... Egli lo aveva immaginato già prima, e tuttavia impallidì;
e gli parve che quel muto richiamo, in quel momento, e per parte
di Carlotta, palesasse una certa trepidanza mal dissimulata, ed ora
invece la sicurezza. Ad ogni modo l'intenzione di troncare la via ad
ogni audacia, v'era palese, e gli tornarono in mente quelle parole che
erano cadute sul suo cuore come un martello: «v'ha qualche cosa che si
frappone fra me e voi, un sepolcro inviolabile.»
Quello sguardo aveva ridestato uno sciame di pensieri importuni, che
volteggiarono in giro per alcuni istanti nel capo di Silvio, prima di
posarsi un'altra volta.
-- Per dirvi... proseguì egli sorridendo mestamente come per dinotare
che aveva indovinato il dubbio di Carlotta, per dirvi che io parto.
-- Voi partite! esclamò Carlotta colla sorpresa indeterminata di chi non
sa se debba corrucciarsi o ringraziare.
-- Vi lascio; aggiunse Silvio con voce soffocata.
Carlotta chinò gli occhi a terra per nascondere l'emozione; ma la
sua mano incontrò un'altra volta la mano di Silvio e disse con un
linguaggio eloquentissimo la riconoscenza.
-- Poichè voi lo volete; prese a dir Silvio con vivacità, e siccome la
mano di Carlotta minacciava di allontanarsi, soggiunse più vivamente
ancora: poichè Dio lo vuole. Non affannerò più oltre la vostra
solitudine, non turberò i fantasmi del vostro passato; non mendicherò
senza frutto ciò che voi non volete darmi; non tenterò più le vie del
vostro cuore che non saprebbe amarmi giammai.
Carlotta non rispose, ma il suo seno agitato palesava apertamente
l'affanno.
-- Voi l'avete detto. Iddio lo vuole.
Silvio sorrise amaramente, e tentennò il capo con un gesto disperato.
Carlotta impallidì. Evidentemente ella temeva di aver confidato troppo
nella fermezza del proposito di Silvio; forse lo stesso Silvio aveva
troppo fidato sulla sua forza.
Dite al naufrago che si lasci seppellire dalle onde, che tanto tanto il
lottare non gli gioverà a nulla -- dite ad un amante che l'insistenza
della domanda non potrà vincere mai l'ostinazione del rifiuto d'una
bella ritrosa....
Silvio, sentendo il bel corpo di Carlotta vicino al suo, ebbe la
debolezza di pensare all'immensa frenesia di piacere che egli avrebbe
potuto provare vivendo al suo fianco. Il sangue gli salì al cervello,
e vide in una nube di fuoco tutta un'infinita schiera di fantasmi
fuggitivi.... Un'eloquenza suggerita dal cuore ispirò irresistibilmente
il suo labbro; strinse la mano di Carlotta e parlò nuove profferte e
nuove preghiere; i suoi occhi sfavillavano come fiamme, il suo petto si
sollevava e s'abbassava come onda di mare tempestoso.
Carlotta turbata all'improvviso assalto, tremava come uno stelo, e
guardava Silvio con un'espressione che pendeva tra il rimprovero e la
preghiera, ma che diceva più che tutto lo sgomento.
Silvio tacque arrossendo; abbandonò la mano di Carlotta, e chinò il
capo al suolo; Carlotta levò gli occhi al cielo.
-- Non dirò che una parola, disse ella poco dopo con accento commosso; e
voi desisterete, spero, da una vana insistenza....
Si arrestò titubante; Silvio continuava a tenere il capo abbassato, e
non vide sul volto di Carlotta le traccie della lotta che si combatteva
nel suo petto.
Il silenzio ridestò l'attenzione di Silvio; egli si scosse e guardò
Carlotta in viso; quello sguardo era mesto e dolce, e tuttavia la
poveretta tremò come sotto una minaccia; indi con un supremo sforzo
che vinse la sua natura di donna, pronunziò con voce ferma il nome del
cavalier Salvani....
Un grido, un ruggito di belva imprecò sulle labbra di Silvio.
Carlotta nascose il capo fra le mani.
LIII.
Quel nome ridestava in un punto solo tutte le passate torture di
Silvio. Egli rivide la faccia trista e il contegno arrogante di
quell'uomo odiato. Mille pensieri assalirono la sua mente abbattuta,
come orda inviperita che infierisce sul caduto.
Quel Salvani era dunque stato un amante? Carlotta era dunque colpevole?
Quale altro significato attribuire a quel nome pronunciato da Carlotta,
se non quello d'una confessione? E perchè una confessione? La credeva
essa indispensabile? E come mai aveva potuto immaginare che dovesse
bastare il solo nome del Salvani a tale effetto? Conosceva essa adunque
i sospetti che egli aveva nutrito un tempo?...
A poco a poco la sua mente afferrò il filo di questo labirinto d'idee.
Volse l'occhio verso Carlotta, e la vide immobile, abbattuta, colla
faccia sempre nascosta fra le mani; il suo petto era agitato come
un piccolo mare, immenso mare di amore e di voluttà.... Una lagrima
spuntava fra le sue rosee dita, e scorreva lentamente lungo il braccio.
Silvio sentì nel seno un artiglio spietato che gli stringeva il cuore;
i suoi occhi anch'essi versavano delle lagrime; e perchè non le avrebbe
egli mescolate, queste dolci lagrime della pietà e dell'amore, con
quelle purificatrici del rimorso?
Allora una nuova idea balenò nella sua mente. Se questo appunto, questo
solo, fosse stato il motivo dell'ostinato rifiuto di Carlotta? Ciò era
naturale; pensandoci meglio, non poteva essere altrimenti. Carlotta
aveva dubitato di lui, aveva stimato che l'amore che le veniva offerto
era uno di quegli amori volgari che, nati di desiderio, hanno tutta
la prepotenza della passione, ma non la forza dell'affetto, e se sanno
affrontare lo stesso pericolo della vita, s'impauriscono però al solo
pensiero del ridicolo e della maldicenza. Ora, interrogando il suo
cuore, Silvio lo sentiva più saldo che non avesse creduto, e disse a
sè stesso che i pregiudizi sociali non avrebbero avuto virtù di farlo
piegare un solo istante dai suoi propositi.
Chi sa?... Forse Carlotta lo amava in segreto, forse... Buon Dio! come
è meravigliosamente intessuta la tela bizzarra delle umane illusioni!
Silvio immaginò la riconoscenza affettuosa di Carlotta, la sua pace
domestica, la solitudine. Guardò un'altra volta al suo fianco... un
angelo, l'angelo del pentimento!
Oh! sì; Dio è grande e misericordioso!
Se una colpa s'imprime sulla riputazione d'una donna, il pentimento
deve lavare ogni macchia; infine essa confessava... l'onore del
-marito- era salvo...
LIV.
Silvio prese dolcemente una mano di Carlotta, e con lieve violenza la
allontanò dalla sua faccia. Carlotta cedette come un automa.
-- Ascoltatemi, prese a dire Silvio, ascoltatemi, in nome del cielo; voi
non sapete quale sterminata distesa di speranze avete fatto riapparire
al mio sguardo con una parola. Sarà dunque vero? Potrò io ancora? oh!
dite, dite che io non m'illudo stoltamente, che io posso ancora farvi
mia...
Colui! Che importa a me di colui, se voi mi amerete? che importa a me
del passato, quando mi rimane il presente, quando questo presente è
l'amore? Dimenticate, dimenticate tutto, distraete il vostro sguardo da
un fantasma che vi offende, che vi impaurisce.
Quali rapporti vi hanno stretta a quell'uomo? Io non lo so, non lo
dimando; io so che vi amo, che innanzi a voi io divento fanciullo,
che guardo la vostra fronte, e vi leggo il candore dell'anima vostra.
Qualunque sia quest'affannosa memoria che vi ha fatto piangere, io non
ho che una parola per confortarvi: «ai miei occhi voi siete pura come
il bacio della mia povera madre.» Non respingete la mia proposta, non
la respingete, siate mia, dividete la mia solitudine, dividete meco il
culto che avete sacrato alla morte; lo vedete, ho pianto anch'io; saprò
piangere anch'io.
-- Vi ringrazio, disse Carlotta commossa, vi ringrazio; sa il cielo se
io lo vorrei... non posso.
-- Non lo dite, non lo dite; abbiate pietà di me. È nelle leggi della
natura che la donna debba amare; compiacetevi pure dei vincoli che vi
legano alla morte, ma non dimenticale i vincoli che vi legano alla
vita. Amate le vostre memorie, ma amate pure l'amore; rinunziate
all'idea di un sagrifizio irragionevole; oppure sagrificatevi
doppiamente; fate felice un uomo che vi ama, cercate d'amarmi, siate
mia.
Così dicendo Silvio stringeva convulsamente la mano di Carlotta,
cercando d'incontrarne lo sguardo che si teneva ostinatamente fisso al
suolo.
Quando egli tacque, Carlotta risollevò il capo, e si lasciò sfuggire un
lieve sospiro. Silvio la interrogò con un gesto d'insistenza disperata;
tutta la sua anima era nei suoi occhi. Carlotta fece atto di parlare,
ma mancandogliene la forza, scosse tristamente il capo senza dir motto.
Silvio lasciò sfuggire la mano che teneva stretta fra le sue, e si
battè la fronte gemendo sordamente.
Per alcuni istanti non si udì altro che il rantolo di Silvio e la
respirazione affannosa di Carlotta.
La poveretta non piangeva, non aveva più lagrime, ma l'espressione del
suo pallido volto era così profondamente compassionevole, che pareva
riflettere lo stesso dolore.
-- Siate forte; prese a dire poco dopo con dolcezza; siate uomo; io non
merito tanto dolore... E tuttavia, soggiunse con voce cui cercava di
dare una fermezza impossibile, e tuttavia io vi ringrazio con tutte
le forze della mia anima; questo linguaggio che mi avete parlato ha
prodotto in me la sola gioia che io non avrei creduto di riprovare più
mai sulla terra, quella di ingrandire, di risollevare me stessa ai miei
occhi. Se voi credete alla riconoscenza degli uomini, fidate sulla
mia; è un povero tributo infecondo, il solo che io possa darvi, ma
mi viene dal cuore e mi fa bene il potervelo pagare. Credete a me: io
non posso esser vostra, -non lo posso-; non fatemi dire di più. Se voi
sapeste il terribile segreto che mi opprime, se conosceste il rimorso
che mi divora... Eppure, sì, io lo debbo, io sono forte e lo posso:
una confessione. Voi ne avete il diritto; avete anche il dovere di
ascoltarla; forse apprenderete a stimarmi di più, e ad amarmi meno. Io
non ho più nessun desiderio nella vita, non vedo innanzi alcuno scopo,
fuor uno: espiare; pure il pensiero di sapermi stimata da voi allieterà
la mia solitudine. Forse siete il solo cui le apparenze abbiano
concesso questo fatale diritto di disprezzarmi; voi non ne avete
abusato; mi avete amato. Io credo al vostro amore, e ne piango come
di una sciagura; credo pure alla vostra stima, ma il tempo muterebbe
le disposizioni dell'animo vostro; e forse un giorno non avreste per
me che compianto. Io voglio la vostra stima; voi solo guarderete in
questo povero cuore così colpevole e così sciagurato: giudicherete
voi, voi solo. Direte voi stesso se un legame diverso dall'amicizia può
stringere ad un altro cuore questo cuore straziato di donna.
Carlotta aveva detto queste ultime parole collo sguardo francamente
aperto e sereno; la sua voce non tremava più. Silvio affranto e
scoraggiato, seguiva colla docilità di un bambino le inflessioni soavi
di quella voce argentina.
Carlotta tacque un istante; poi prese a parlare in questi termini.
LV.
«La natura ha posto un limite alle lagrime, ed io posso volgermi
indietro, e contemplare le più remote memorie dei miei dolori, senza
piangere.
Non è gran tempo. Io era ciò che si suol dire -una fanciulla da
marito-, e mi si teneva in conto di tale; ma nel cuore io mi sentivo
ancora una bambina. Mio padre, un vecchio negoziante che aveva
accumulato un patrimonio coi suoi guadagni, mi aveva fatto dare
un'educazione compita, e pretendeva che io ne facessi mostra. Era un
buon uomo, e mi amava; io lo compiaceva del mio meglio, ma dentro di me
sospiravo quelle dolci ed innocenti puerilità che allietano la facile
carriera dei primi anni della vita; in mezzo alle feste, ai suoni,
alle danze, a quelle cure che compiacevano la mia nascente vanità di
donna, io pensavo a quella festa della vita che si chiama l'infanzia, a
quell'età di spensieratezza e di petulanza che folleggia nelle vie, nei
fossati, nei giardini, col suo lusso di teste bionde, e coi suoi cori
di voci argentine.
Mia madre non era più al mio fianco; la poveretta mi aveva lasciato
sola da un pezzo; a me adunque le cure della casa, piccole noie
desiderate e care a diciotto anni, ma ingrate a sedici; a me le brighe
dei ricevimenti, «madamigella,» «signore,» e poi i soliti complimenti
di rigore; e tutto ciò senza sbadigliare, senza -uscire fuor di sè
stessa-, come soleva dire mio padre -- terribile carico per il mio
piccolo dorso. Io che avrei amato tanto correre per la campagna,
inseguire le farfalle e cogliere le more selvatiche!... «Non sei più
una bambina» diceva mio padre; «madamigella» mi si diceva da ogni
canto; ed io povera creatura, sottratta ai miei piccoli amori, mi
rassegnava sospirando.
La nostra casa era frequentata da molta gente; uomini e donne, la
più parte vecchi, si davano convegno alla sera per prendere il -thè-
con mio padre. Queste radunanze settimanali erano il mio più gran
supplizio; era in esse per l'appunto che io udiva ad ogni momento
quella terribile parola -madamigella-. Era forse una stoltezza la mia;
ma questo titolo, che ad altre fa battere il cuore, mi irritava, mi
offendeva.
Ho ritenuto sempre in mente la memoria del giorno in cui udii
profferire quel titolo fatale per la prima volta; fu in bocca d'un
vecchio sensale di operazioni di banca. Costui era amico della
famiglia, e m'avea sempre chiamato per nome; io credo che lo facesse
per compiacere il segreto desiderio di mio padre; ma so che n'ebbi
stizza, e che da quel giorno all'incirca incominciarono i ricevimenti
settimanali, nei quali io doveva far la parte di padrona di casa. Mio
padre andava orgoglioso di me, e non faceva nulla per nasconderlo. Egli
stesso diceva che io era bella, e tutti gli altri me lo ripetevano in
coro. Le prime volte fui turbata, e me ne lagnai con mio padre; più
tardi ascoltai senza arrossire; più tardi con compiacenza.
Mi fermo sopra queste inezie, perchè è appunto ad esse che io
attribuisco le mie sciagure. Il mio povero padre mi amava certamente;
ma la sua cecità fu la prima causa, forse la sola, delle mie colpe. Io
non era nata vanitosa; questo sentimento che abbandona l'uomo in balia
del più destro, e trascina così fatalmente la donna alla dimenticanza
dei suoi doveri, era come assopito nel mio cuore; non si sarebbe
forse risvegliato mai, o non si sarebbe risvegliato che assai tardi.
Ma l'educazione che mi si aveva dato, le cure precoci che mi si aveva
addossato, le amiche, i divertimenti, le adulazioni che avviluppavano
da ogni parte il mio spirito, tutto in una parola congiurò contro di
me.
Venne un giorno, fatal giorno, in cui un uomo parlò al mio orecchio un
linguaggio diverso da quello che io era solita udire.
Quell'uomo era giovane; mi aveva detto che io era bella, e mi ero
stretta nelle spalle; tutti mi avevano detto altrettanto; mi aveva
detto che io gli piaceva, ed io l'aveva guardato in volto, ed aveva
visto che non era brutto e che non mi dispiaceva; finalmente mi disse
che mi amava.
Io non risposi nulla, ma arrossii e sentii dentro di me qualche cosa
che mi lusingava e m'impauriva ad un tempo.
La notte non chiusi occhio; una sensazione nuova mi costringeva a
vegliare. Io volgeva e rivolgeva in mente quelle misteriose parole
che avevano tanto potuto sul mio cuore; dove era il segreto che me
le faceva così care? L'immagine dell'uomo che le aveva profferite si
mesceva talvolta alle mie fantasie, ma così vaporosa ed incerta, che io
stentava a riunirne coll'occhio i profili. Io non posso dubitarne: il
labbro che le aveva profferite aveva ben piccola parte nell'influenza
meravigliosa di quelle parole. L'amante era l'accessorio -- un nonnulla;
l'amore era tutto. Essere amata! sapere che si ha inspirato dell'amore!
è forse questa segreta compiacenza che abbellisce il primo palpito del
cuore della donna. Ieri le feste, le etichette, le mode; ma nonostante
tutto ciò la coscienza, e, più che la coscienza, il desiderio d'essere
bambina; oggi invece la donna colle sue ardenze, coi suoi desiderii,
coi suoi affetti. L'amore è una rivelazione; la farfalla dalle ali di
raso si abbandona al fuoco che la seduce -- la fanciulla muore e nasce
la donna.
Quell'uomo era bello, era simpatico? che so io? Mi amava, ecco tutto.
Io non l'amavo, ma pensavo talvolta a lui, e mi compiaceva di questo
pensiero. Io sentiva qualche cosa per lui; forse più riconoscenza che
simpatia, amore no certamente; ad ogni modo io sentiva qualche cosa.
Era stato lui il primo! Aveva sopra di me come un diritto di conquista;
avessi anche sentito simpatia per un altro, mi sarebbe sembrato di
rendermi infedele, di mancare ad un dovere. A quella età si sente
l'istinto del sagrifizio, e se ne ha la forza.
Il giorno successivo fui pensierosa; erano i primi pensieri, i primi
affanni.
Lo rividi; volli sfuggirlo quasi per istinto, ed -egli- mi si fece
vicino addolorato. Quel dolore mi ferì vivamente; fui gentile con
lui; risi delle sue parole, ma dentro di me mi lusingai. Le abitudini
sociali mi apprestavano le prime armi dell'amore, la dissimulazione.
Un'altra volta fu più ardente, ed io risi meno; finalmente mi domandò
se io l'amassi, ed io gli dissi ingenuamente di -sì-. Ero io certa di
non ingannarmi? non credo; ero però certa di non mentire.
Di quel tempo mio padre ammalò; per la prima volta in mia vita pensai
che sarebbe venuto un giorno in cui anch'egli mi avrebbe lasciato. Pur
troppo i miei timori non tardarono ad avverarsi!
Durante la sua infermità io fui sempre al suo fianco; ma il mio
pensiero era sempre con -lui-.
Ci rivedemmo più volte presso il capezzale di mio padre; gli parlai
dell'avvenire; mi parlò dell'avvenire. In fondo al mio cuore era un
pensiero che si rivelava dai miei sguardi; mi parlò di nozze. Battei
palma a palma le mani; non ne era troppo certa, ma doveva esser questo.
Il matrimonio per me era l'amore.
A poco a poco mi assuefai a vederlo, a pensare a lui, ai -nostri-
progetti. Allora fui assalita da una specie di rimorso; incapace di
apprezzare giustamente la natura dei miei sentimenti, volli analizzare
l'affetto che io sentiva per -lui-, e convincermi che io l'amavo.
Frugai nel mio cuore con severità, disposta ad accusarmi di non
avergli dato tutto ciò che il mio cuore poteva dargli. Il risultato
di queste indagini mi afflisse; io non era certa d'aver la coscienza
netta; quando avevo domandato a me stessa che cosa amassi in -lui-,
era rimasta attonita. Il suo naso, la sua fronte, la sua bocca?
No certamente; un altro naso, un'altra fronte, un'altra bocca, mi
avrebbero trovata arrendevole allo stesso modo: amavo -lui-. Questo
-lui- concretizzava le mie aspirazioni, il mio ideale: ma questa vaga
indeterminazione mi era incresciosa, e me ne faceva un carico.
Come per vendicare questa colpa, presi a dimostrargli maggior
tenerezza. Ridivenni bambina per -lui-, perchè egli potesse comandarmi,
perchè io ricercassi avidamente le sue carezze; la mia innocenza non
mi impediva il rossore; la natura stessa ci avverte dell'errore in un
linguaggio pieno di mistero e di eloquenza.
Quell'uomo approfittò della mia debolezza, dell'impero fatale che
esercitava sopra di me; un giorno.... e come oserò io ripeterlo? egli
pregava, mi stringeva le mani, si gettava ai miei piedi; io pallida,
sbigottita, tremante, senza coscienza. La vergogna mi teneva immobile,
l'amore, la pietà mi facevano deboli; la sua audacia, le sue promesse,
mi soggiogavano; fui colpevole.»
LVI.
Carlotta nascose la faccia fra le mani.
Silvio colle labbra tremanti, con una espressione indescrivibile
d'ansietà o di paura, girava uno sguardo torvo intorno a sè.
-- E quell'uomo? domandò egli con voce fioca, facendo forza a sè stesso.
-- Il cavalier Salvani; rispose Carlotta rialzando la fronte
pallidissima.
Silvio soffocò un gemito; e fece segno a Carlotta di continuare la sua
narrazione.
LVII.
«Conobbi ben tosto l'enormità del mio fallo; benchè io cercassi di
stordirmi nel pensiero dell'amore, la coscienza mi accasciava ogni
giorno sotto il peso del rimorso. Una segreta ed invincibile paura
s'aggiungeva al mio strazio.
La prima colpa mi aveva abbandonata inerme in balia di lui; io
sentiva di appartenergli, parevami che forza umana non avrebbe potuto
strapparmi dal suo seno, che i nostri destini fossero stati congiunti
lassù. Questa assoluta dipendenza dai suoi voleri mi atterriva; il peso
dei doveri che mi stringevano a lui non era alleviato da alcun diritto;
io sapeva troppo bene di non averne alcuno.
Per la prima volta pensai al matrimonio come ad una riparazione;
glielo dissi fra le lagrime, ed egli mi rassicurò, ridendo della mia
debolezza.
Io non lo amavo più come prima, nè certamente lo amavo più di
prima; pareva che la mia anima avesse mutato natura. La colpa aveva
concretizzato a un tratto le astrazioni del mio culto; prima era
l'amore; oggi era l'uomo a cui mi era abbandonata. Era tuttavia un
modo assai strano d'amarlo; v'era dell'ammirazione, e quasi del timore
per il suo corpo maschio, così vigoroso al confronto del mio; v'era
del rispetto, ma poca tenerezza. Io sentiva che avrei potuto amare
altrimenti, che in fondo al mio cuore v'era qualche cosa che invano
anelava di prorompere. Che cosa me ne tratteneva? Non lo sapeva dire.
Tuttavia io era felice; mi compiacevo dei miei sentimenti, e cercando
d'ingannare me stessa, mi compiaceva perfino della mia colpa. Le sue
carezze, le sue promesse, mi pagavano di tutto; quando mi vedeva mesta
sapeva mostrarsi tenero per rasserenarmi.
Passarono di tal guisa alcune settimane. La malattia di mio padre
s'era aggravata; pensando che io deludevo la fiducia del povero
infermo, e che v'erano stati dei momenti in cui m'era quasi rallegrata
della sua infermità, io mi sentiva riavvicinata a lui, più ancora che
dall'affetto e dal sentimento di pietà dal bisogno di meritare il suo
perdono.
La sua malattia si prolungò alcuni mesi.
In quell'intervallo di tempo Salvani era venuto assiduamente a vedermi;
i suoi modi erano però mutati; alla dolcezza delle sue parole era
succeduta una specie di rozzezza dissimulata a stento; alla spontaneità
ardente un'indifferenza che mi agghiacciava.
Io gliene faceva rimprovero palesemente; egli si schermiva con una
parola: «affari», ed io, che non amavo di meglio che di credergli, mi
acquetavo.
I miei timori non erano che troppo fondati; in breve n'ebbi la certezza.
Non dirò per qual via mi giungesse la forza per sopportare quel
colpo crudele; io lo sopportai. Il suo abbandono mi trovò preparata;
da qualche tempo l'affetto s'era spuntato nel mio cuore contro la
vergogna; la virtù oltraggiata mi consenti una forza che non avrei
osato sperare; egli spezzò i suoi giuramenti, ed io non ne morii. La
vergogna non uccide.
La mia debole natura di donna si fortificò nell'odio; odiai quell'uomo
assai più che non lo avessi amato».
LVIII.
«Risparmierò al mio cuore una narrazione penosa ed inutile; la
narrazione dei dolori che accompagnarono il mio disinganno.
Mio padre riacquistò a poco a poco la salute; a poco a poco invece
io andai perdendo la mia. Il cielo mi è testimonio se il pensiero
d'ammalarmi e di morire mi ha fatto battere il cuore! Ma la mia
speranza fu vana. Un pallore estremo aveva cancellato sulle mie guancie
le rose della fanciullezza e dell'innocenza, ma non fui costretta a
letto. Assai più fatale era il mutamento avvenuto nel mio spirito;
quella mia natura facile, scherzosa, puerile, aveva preso il sussiego
della meditazione, e un'indolenza assai prossima all'apatia.
Mio padre cercò invano di distrarmi, interrogò invano i medici, invano
interrogò il mio cuore.
Le sale della nostra casa si ripopolarono un'altra volta di convitati;
un'altra volta toccarono a me le brighe dei ricevimenti; ed io mi
vi assoggettai senza riluttanza, senza troppo gran noia, come ad una
necessità indifferente.
Un ricco negoziante, ancor giovane, aspirò alla mia mano. Mio padre
me ne parlò con quella leggiera insistenza che nei cuori benevoli e
delicati tiene luogo dell'autorità. Rifiutai, e non se ne parlò più.
Ma il mio cuore n'ebbe per un pezzo, e tutti i fantasmi del rimorso
ritornarono in folla a torturarmi dopo quel rifiuto. Il mio partito
era preso; per la donna che ha dimenticato i suoi doveri, non ve ne
ha più che uno: soffrire in silenzio, soffrire sola; associare un uomo
alla mia vita sarebbe stato associarlo alla mia vergogna. Il pentimento
mi rendeva crudele contro me stessa; conobbi più tardi che un altro
rimedio era possibile, ma non ebbi il coraggio d'accettarlo.»
LIX.
«Passarono di tal guisa diciotto mesi; io ora presso al ventesimo
anno. Mio padre mi colmava di carezze senza riuscire a darsi ragione
della mia tristezza. Di Salvani non avevo saputo più nulla; tremavo al
pensiero di rivederlo, sebbene sapessi troppo bene che egli mi avrebbe
sfuggito.
L'aspetto di mio padre era una continua minaccia per me; benchè egli
si adoperasse a non lasciarlo parere, io indovinavo dal suo volto
l'affanno che lo torturava; comprendevo che il mio stato di zitella lo
poneva in gravi timori pel mio avvenire. I suoi discorsi miravano tutti
istintivamente ad uno stesso fine: ispirarmi l'amore della famiglia e
il pensiero d'uno sposo; io fingevo di non comprendere l'allusione, e
mi schermivo con qualche domanda d'altra natura, a cui egli rispondeva
sospirando.
Una sera, io l'ho in mente come fosse ieri, ci fu presentato il figlio
d'un ricco negoziante svizzero, che era in rapporti di commercio con
mio padre.
Era un giovane sui ventotto anni, alto della persona, di lineamenti
severi e belli. Non so perchè, vedendolo la prima volta, mi sentii così
potentemente attratta verso di lui; v'ha certamente al di fuori di noi
una forza misteriosa che ci trascina inesorabilmente sul sentiero che
ci è stato segnato; noi non siamo che strumenti.
Quell'uomo voi lo avete conosciuto, si chiamava Antonio Verni.»
LX.
«Io aveva lottato disperatamente col mio cuore, e mi era lusingata
d'avergli strappato per sempre ogni altra facoltà, tranne quella del
dolore. Quel giorno compresi d'aver fidato a torto sulle mie forze;
io sentivo nel mio seno la facoltà, e più ancora, il bisogno d'amare.
Anzi, ora appunto che mi sapevo indegna di questo nobile sentimento,
m'accorgevo di comprenderne per la prima volta la vera natura. Salvani
non aveva avuto che la mia innocenza, oggi io potevo dare il mio vero,
il mio primo amore.
Tuttavia non mi arresi al prepotente desiderio del mio cuore, e
combattei questa passione che divampava ogni giorno più violenta.
Il signor Verni -- allora io lo chiamavo arrossendo «signore» -- pareva
non vedere l'imbarazzo che mi cagionava la sua presenza, nè dal canto
suo aveva fatto nulla per suscitarlo. Rare parole ed indifferenti,
qualche sguardo smarrito che s'era incontrato alla sfuggita nel mio,
e null'altro. La mia vanità di donna non sarebbe stata certamente
lusingata dal suo contegno; ma io non era più vanitosa. La vanità è una
debolezza che esige una coscienza, non dirò pura, ma tranquilla; essa
vive e s'alimenta di cento inezie che solo la virtù senza macchia o il
vizio spudorato possono procacciarle; un'anima tormentata dal rimorso
non lo potrebbe giammai.
Dal sapere che il mio affetto era solitario e non corrisposto, ritrassi
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