vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso pensiero! Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati, aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla: dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto. Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore; quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per pochi minuti, e si spense. Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue meditazioni. Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio -- il linguaggio della solitudine e della notte. Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo? Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno. Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro; ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando lentamente sui cardini. Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro, spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente. Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza per tal sorta di viaggi... Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido. Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto, e cadde... XXVIII. Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli! ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle. Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino, evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così bella. Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava in casa di Carlotta. Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse. Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato. E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia. Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno stordimento. Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di Carlotta. Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota. La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo, aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera. E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più. E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua camera da scapolo. Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero importuno, torturò la sua ragione vacillante. Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire. Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili. -- Dorme; diceva l'uno dei due. -- Ha sempre dormito; rispondeva l'altro. -- Buon segno. Il resto del dialogo non giunse alle orecchia di Silvio. -- Se ne vanno, pensò egli udendo ancor dei passi; ma questa volta s'ingannava; quei passi s'arrestarono al suo capezzale, e un alito lieve sfiorò la sua faccia. Il volto d'un uomo era lì, presso al suo. S'egli avesse potuto socchiudere un poco gli occhi e guardare senza tradire la sua finzione! Non n'ebbe l'ardire. Un istante dopo quell'uomo s'allontanò dal letto. -- Se ne vanno, disse Silvio un'altra volta; e raddoppiò l'attenzione per assicurarsene. Non udì più nulla. La sua posizione diveniva imbarazzata; evidentemente quegli uomini attendevano che egli si svegliasse; era dunque inutile il suo strattagemma. Pure trovarsi faccia a faccia col signor Verni!... Si provò a socchiudere gli occhi e spingere uno sguardo innanzi a sè; un uomo era seduto in faccia a lui a pochi passi. Vestiva un soprabito, ed aveva il cappello in una mano, e un paio di guanti nell'altra. Senza alcun dubbio egli non era di casa; assai probabilmente era un medico. Ad ogni modo non era il signor Verni; e per Silvio bastava questo. Cercò coll'occhio l'altro uomo, e non potè vederlo. Pure egli era certo d'aver udito a parlare, e che nissuno era uscito dalla camera. Un istante di silenzio più profondo gli fe' udire distintamente il lieve e monotono rumore di due respirazioni. A questa indagine Silvio concluse che quell'-altro- s'era tenuto presso all'uscio; ora egli non avrebbe potuto guardare verso l'uscio senza voltarsi. Vedendo inutile ogni scappatoia, Silvio si decise a svegliarsi; uno sbadiglio, un gemito leggiero strappato molto probabilmente dalla sensazione delle sue contusioni, poi una stiratura breve delle braccia, interrotta a mezzo da un altro gemito più verisimile del primo, poi finalmente la luce. Un uomo che ha dormito e che si sveglia batte le palpebre vedendo la luce, e si caccia i pugni negli occhi per stropicciarli; Silvio fece altrettanto. Quel personaggio che stava seduto innanzi a lui si levò tacitamente e si appressò al letto; e siccome Silvio accennava di volersi sorprendere, e di manifestare la sua sorpresa con parole, quell'uomo pose l'indice attraverso le labbra consigliando il silenzio con atto di dolcezza, ma di una dolcezza contratta per abitudine. Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto tempo di voltare il capo e di guardare -quell'altro-; ma siccome -quell'altro- non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il partito di guardare il medico nel bianco degli occhi. Il medico si accostò a Silvio, e gli levò la benda che gli legava il capo; i capelli s'erano attaccati alla tela, però quell'atto gli cagionò una sensazione poco gradevole. Silvio s'accorse che la ferita ricevuta al capo aveva fatto sangue, ma dall'espressione del volto del medico argomentò che doveva essere cosa di poco rilievo. Il medico accennò col capo a -quell'altro-; e -quell'altro- si mosse per venirgli in aiuto. -- Non v'è più scampo, disse Silvio, e sbarrò tanto d'occhi in faccia al nuovo venuto. Non era il signor Verni. Tuttavia quel volto non gli era nuovo; in quel momento però non volle saperne di più. I due uomini lo sollevarono alquanto e lo appoggiarono sui cuscini; il medico scoprì la spalla, e tastò colle dita l'osso. Anche questa volta il viso del medico indicò quella specie di disdegno col quale i sacerdoti di Ipocrate riconoscono che il -caso- con cui hanno a fare è di minima importanza. Il disdegno dei medici è sempre lusinghiero per gli ammalati, e Silvio ne fu lietissimo. La spalla non era slogata, come egli aveva temuto. Silvio fece ancora atto di parlare; questa volta il medico, rassicurato sulla creduta gravità del male, non lo interruppe per consigliare il silenzio, ma per prevenirlo colle sue interrogazioni. -- Avete dormito sempre? -- Tutta notte. -- Volete dire tutto il mattino. -- Sarà come voi dite. -- Aveste delirio e sogni agitati? Silvio, che incominciava a temere che la sua malattia dovesse permettergli troppo presto di abbandonare quella casa, volle essere del parere del medico, e rispose che aveva avuto delirio e sogni agitati. -- Non vi destaste qualche volta di soprasalto? -- Credo di sì. Il medico visibilmente lusingato della sua infallibilità, sorrise a fior di labbro, e atteggiandosi come un senatore romano, domandò il polso. -- Cento pulsazioni al minuto, disse fra sè. Silvio lo interrogava collo sguardo. -- Avrete la febbre, sentenziò l'Esculapio. -- Buono, pensò Silvio. E sarò guarito? aggiunse forte. -- Presto, mi lusingo. Conservatevi immobile più che vi è possibile; l'immobilità accelererà la guarigione. -- Ponete che io sia una pietra. Quando la fasciatura della spalla fu compiuta, il medico se ne andò, e Silvio rimase solo. Poco dopo ritornò quell'uomo che aveva accompagnato il medico. Silvio vide una faccia serena, e prese confidenza. -- Signore, disse dolcemente. Quell'uomo si appressò premuroso. -- Mi chiamo Giovanni. -- Volete dire?... balbettò Silvio imbarazzato. -- Sono un antico servitore della casa. -- Antico, voi dite? Vedendovi non lo si crederebbe. -- Ho sessant'anni. -- È un'età ragionevole. -- Ragionevolissima. -- E da quanto tempo servite il signor Verni? Giovanni guardò Silvio in faccia con lieve atto di stupore. -- Da quindici anni. -- E come passa egli i suoi giorni il signor Verni? Lo stupore di Giovanni questa volta fu assai più visibile. -- Avete la febbre? domandò premuroso. -- Cento pulsazioni al minuto; lo ha detto il medico. -- Se fossero di più? -- Può essere; da che lo argomentate? -- Ehi.... diamine; dal vostro volto... più arrossato di poc'anzi. -- Non monta. Vi dicevo adunque... che cosa vi dicevo? -- Il delirio incomincia; pensò Giovanni. -- Ah! Vi domandavo del signor Verni. Che sorta di vita è la sua? -- Di vita, avete detto? Un assai cattivo genere di vita, in fede mia, se così volete chiamarlo. -- Non vi comprendo; che cosa dunque è avvenuto all'ottimo signor Verni? -- Lo ignorate? -- Pare di sì. -- È strano; un amico di casa! Silvio fe' un cenno del capo come per ringraziare di questo titolo onorifico. -- Il mio padrone vi rammentava spesso... -- Il vostro padrone è assai buono, interruppe Silvio, per cui l'amicizia del signor Verni era un rimprovero. Ho viaggiato; è molto tempo che viaggio... -- Quand'è così, poichè lo ignorate, il mio padrone... -- Ebbene? Giovanni fece un gesto assai espressivo, e portò una mano sugli occhi per nascondere una lagrima. -- Morto! ripetè Silvio tra sè, meno addolorato che sorpreso di questa novella. Per alcun tempo nissuno dei due fece motto. Silvio levava a quando a quando gli occhi, e incontrava la figura mesta di Giovanni, col capo sempre inchinato sul petto, e gli occhi fissi al suolo. Questa notizia era così inaspettata, e per essa era stato così improvvisamente mutato tutto l'ordine delle idee e dei progetti di Silvio, che egli non seppe più riannodare il filo dell'interrogatorio incominciato. Giovanni fu il primo ad uscire dalle sue fantasie melanconiche, e ne uscì con un grosso sospiro più eloquente d'un'elegia. -- Avete fame...? domandò a Silvio. Silvio non aveva ancora avuto tempo a pensarci; ma quando si ha ventisette anni, non si può dimenticare per ventidue ore il proprio pranzo senza qualche inconveniente. La caduta, la febbre, il sonno, l'emozione e l'amore, avevano potuto molto sul ventricolo di Silvio; ma infine egli aveva ventisette anni, e non aveva mangiato da ventidue ore; però, per quanto il dolore della triste novella poteva consentirlo, egli confessò candidamente che aveva appetito. XXIX. Nella notte successiva Silvio dormì assai poco. La sua mente agitata si adoperava invano ad indagare il mistero che circondava la solitudine della donna che egli amava. La morte del marito mutava aspetto a tutte le apparenze della vita di Carlotta. Tutte le indagini fatte fino a quel punto, non erano state che tentativi vuoti; egli era partito dall'errore, e tutte le verisimiglianze che vi aveva connesso, dovevano adunque essere necessariamente false. Così l'edifizio delle sue supposizioni rovinava a un tratto. L'isolamento di Carlotta non era più una punizione, ma un bisogno d'anima afflitta; non era la solitudine della colpa e del rimorso, ma la solitudine del dolore e del pianto. Ella aveva amalo suo marito, e suo marito non era più. Il mondo non avrebbe potuto darle ciò che le era stato tolto, ed ella viveva separata dal mondo. Questo pensiero riconfortò la fede vacillante di Silvio. Carlotta non era forse colpevole. Se essa fosse stata tale, la morte dell'unico uomo che avesse dei diritti sopra di lei l'avrebbe spinta in mezzo alla società, dove avrebbe trovato nei facili piaceri l'oblio del suo passato e di sè medesima. No, Carlotta non era colpevole. Tutte le apparenze avevano lottato contro la sua fede, e il suo cuore codardo n'era stato vinto; ma ora il suo cuore risorgeva più forte a rinnovare la battaglia, ed usciva vincitore: Carlotta non era colpevole. Ma quell'uomo che aveva visto con essa in giardino? Chi era egli? Un fugace sospetto gli suggerì il nome del cavalier Salvani; ma rifuggì inorridito da questo pensiero. Carlotta avrebbe forse potuto profanare con tale infamia la memoria del marito, ma non si sarebbe infinta giammai fino a mascherare di virtù la propria abiezione. Ora se non era il cavalier Salvani, chi mai era quell'uomo? Egli l'aveva visto non una, ma più volte; la convivenza nella stessa casa era dunque probabilissima. Lo aveva sorpreso al fianco di lei sotto il pergolato, in atteggiamento di gran domestichezza, tanto d'averlo creduto un marito; non era tale, era dunque un amante. Con questo martello nel cuore, si addormentò più rannuvolato, ma giurando tutta via a sè stesso che Carlotta non era colpevole. XXX. Erano passati molti giorni. Silvio era quasi ristabilito; la sua ferita al capo s'era cicatrizzata completamente, e l'osso della spalla aveva ripreso la sua posizione normale. Tuttavia un mutamento poco favorevole si era prodotto nel suo umore; egli era passato vivamente per tutta la scala dell'entusiasmo, e ne aveva ridisceso i gradini ad uno ad uno; ogni giorno che passava era un sospiro di più nell'anima di Silvio, e un fiore di meno nel giardino. L'inverno si avvicinava a gran passi, e l'ipocondria del pari -- un'inverno assai rigido ed un'ipocondria inguaribile; il termometro della natura, e quello del cuore segnavano la stessa distanza dallo zero. Dapprincipio Silvio aveva vagheggiato tutte le fila di un'avventura; quella donna che egli aveva tanto amato viveva sotto lo stesso tetto, conosceva l'amor suo, lo sapeva ferito, la pietà se non l'amore l'avrebbe chiamata al suo fianco. Questa sicurezza di cui egli si compiaceva lo aveva reso più sdegnoso, quasi indolente; quelle poche reliquie d'un amor sepellito, avevano spezzato la pietra del loro sepolcro per irrompere violente -- la sicurezza le aveva ricacciate nella tomba. Il signor Verni era morto; Carlotta vedova; il deplorabile scetticismo, di cui Silvio avea corazzato il petto, traeva da quei due fatti due conseguenze che alimentavano le sue speranze e ponevano in pace la sua coscienza. I doveri d'amico e di moglie non si frapponevano più alla loro passione. Silvio non domandava più un amore, domandava una passione; l'eccesso è bisogno delle anime malate e dei corpi affranti. Egli non reputava più sè stesso capace d'amore; fors'anco non reputava Carlotta degna. E tuttavia il suo cuore aveva lottato disperatamente per salvare quella donna da ogni macchia; tante volte il suo pensiero aveva voluto spingere le indagini audaci nel passato misterioso di colei, altrettante ne era stato respinto come un profanatore. -- Il passato non mi appartiene -- disse Silvio a sè stesso -- l'oggi è mio. Malgrado ciò i giorni erano passati uguali, monotoni, senza che nessuna delle parvenze sperate della sua mente avesse preso corpo e vita vera. Dopo il secondo giorno, la sua sicurezza si mutò in aspettazione che aveva tutti i travagli d'una vaga incertezza; dopo il terzo giorno l'aspettazione divenne desiderio ardente e pauroso. Tutto inutilmente -- Carlotta non venne. Giovanni era quasi sempre al suo capezzale; ma non era uomo da cui si potessero avere facilmente molte parole. Tuttavia egli avea istruito Silvio su molte cose; gli avea detto che Carlotta viveva sola con una cameriera, e che aveva fatto proposito di non abbandonare mai più quell'abitazione. Ad ogni altra domanda aveva risposto di non saper nulla. Di tal guisa Silvio s'era visto ridotto alle sue fantasie e alla sua solitudine; fu allora che quel sentimento soffocato riarse più terribile nel suo petto, e per la prima volta conobbe d'amare tuttavia d'amore. Alle vacue lusinghe del suo amor proprio succedette la frenesia del desiderio e l'ardenza dell'affetto; alle stolte compiacenze dell'oggi, la sospirosa evocazione del passato. L'ieri così pallido, così povero, così monotono riappariva alla mente di Silvio luminoso e fantastico, come le veglie d'un fumatore d'oppio. Egli ripensava a quella sua finestra amica donde aveva tante volte sorpreso le pensose passeggiate della solitaria, al pergolato che aveva visto sfrondarsi sotto i suoi occhi, al sedile di sasso su cui, sotto le forme della solitudine e del mistero, egli aveva rinvenuto l'immagine di Carlotta. Ahimè! egli sarebbe rientrato nelle sue camere, avrebbe riveduto presto, troppo presto, quei luoghi, ma non avrebbe ritrovato più mai il bene che avea perduto. L'agile fantasma del suo amore lo avrebbe forse sfuggito. E Silvio, che poco prima si riputava fortunato e indolente possessore d'una suprema felicità, rimpiangeva amaramente le chimere d'un tempo. Sì, anche le chimere avrebbero abbandonato il suo cuore; egli sarebbe rimasto solo, solo colla fatale certezza che Carlotta non avrebbe sentito mai nulla per lui. Uno spasimo dissimulato si aggiungeva alle sue torture. Quell'uomo, quell'uomo che egli aveva visto nel giardino non era forse un amante? Ben è vero che Giovanni gli aveva detto che Carlotta viveva sola, ma supponendo anche che Giovanni non mentisse, la presenza di quell'uomo nel giardino non era meno sospetta. Ora chi era quell'uomo? Silvio aveva cercato più volte di domandarne a Giovanni, ma un sentimento d'orgoglio l'aveva sempre trattenuto. Allora si provò a rammentare l'immagine di quel personaggio; egli non l'aveva veduto mai che alle spalle, e non ne aveva serbata quasi alcuna memoria. -- Vediamo, disse a sè stesso una mattina, quell'uomo non era il cavaliere Salvani; i suoi favoriti rossi e le sue spalle quadrate lo avrebbero tradito. Pareva alto, proseguì analizzando le sue memorie, poco più di me certamente, ma più alto di me; aveva movenze lente, più da uomo maturo che da giovine... In quella entrò Giovanni. Un'idea assai naturale, e che le nebbie della gelosia gli avevano celato fino a quel punto, balenò alla mente di Silvio. -- Se fosse mai!.... Giovanni si accostò al capezzale. -- Sto meglio, gli disse Silvio prevenendo la domanda. Che giorno è oggi? -- Venerdì. -- Quanti ne abbiamo del mese? -- Ventinove. -- Non vi pare che abbia nevicato? -- Sono sicuro di no. -- Credete che nevicherà presto? -- Lo credo. Le montagne sono già tutte coperte. -- Fatemi il favore di assicurarvene. Giovanni si accostò alla finestra. Silvio guardò attentamente le sue spalle, e non parve soddisfatto del suo esame. -- Il tempo è asciutto, non è vero? -- Asciuttissimo. -- Dovreste farmi un favore. -- Cento. -- Andate a passeggiare in giardino. -- In giardino? -- Il tempo è asciutto; ve ne prego. Giovanni parve titubare alquanto. -- Ve ne prego, ripetè Silvio. -- Come volete, disse Giovanni; e s'incamminava per uscire. -- Non ancora. Assai probabilmente voi non avete predilezione per l'una parte del giardino piuttosto che l'altra? -- Nessuna. -- Passeggiate lungo il viale dei pini, quand'è così; sarà molto meglio. -- Ci s'intende, disse Giovanni tentennando il capo nell'uscire. Non appena Giovanni ebbe varcato la soglia, Silvio scese d'un balzo dal letto. Indossò frettoloso alcuni abiti e si accostò barcollando per la debolezza alla finestra che guardava nel giardino. Un uomo ed una donna, che parevano usciti in quel punto dalla casa, si allontanavano a fianco l'un dell'altro lungo un viale. Quella donna era Carlotta; quell'uomo era -lui-. Il cuore di Silvio si allargò per la gioia. Se non che in quel punto un altr'uomo uscì dalla casa, e si diresse alla volta dei due; quest'altro uomo era Giovanni. Silvio dovette appoggiarsi alle imposte per non cadere; la gelosia lo teneva immobile; quell'eterna domanda, eterno supplizio, gli si parava un'altra volta dinanzi: chi era adunque quell'uomo? Giovanni raggiunse la sua padrona, e camminò alcuni istanti vicino ad essa parlandole. Di che cosa? Silvio non potò dubitarne molto lungamente, però che vide il volto di Carlotta voltarsi e guardare alla sfuggita la sua finestra, mentre Giovanni si cacciava per entro ad un sentiero trasversale che metteva capo al viale dei pini. Giovanni era un servitore assai rispettoso, e Silvio avrebbe potuto averne prova, se lo avesse visto pochi istanti dopo passeggiare nel viale dei pini con uno zelo veramente ammirabile; ma Silvio aveva occhio a ben altro. Colla fronte ardente appoggiata ai vetri della finestra egli seguiva d'uno sguardo pauroso e smarrito i due che vedeva allontanarsi sempre più. Non v'era dubbio; quell'uomo che oggi vedeva al fianco di Carlotta era quello stesso che aveva visto tante volte; lo stesso passo, lo stesso abbandono confidenziale. Ma chi era dunque? Egli stava per acquistare finalmente questa scienza fatale; fra poco essi sarebbero ritornati sui loro passi ed avrebbero offerto il volto ai suoi sguardi; pochi minuti, un minuto ancora..... Intanto Giovanni continuava la sua coscienziosa passeggiata lungo il viale dei pini.... -- Eccoli! gridò il cuore di Silvio. Infatti Carlotta e il suo cavaliere s'erano voltati verso la casa. Un piccolo moto di stupore e di dispetto fu il primo indizio della scoperta di Silvio; quell'uomo era il medico. Un altro moto di gioia gli seguì ben tosto, quando ebbe notato due cose che parvero rassicurarlo: il pallore malaticcio di Carlotta, e i lineamenti del volto del medico. Convien sapere che il signor W**, medico e chirurgo di Gossau, aveva due occhietti grigi e un naso camuso, oltre ad alcune ciocche di capelli posticci, coll'aiuto delle quali s'ingegnava di arrivare alla cinquantina dimostrandone appena i quattro quinti. Evidentemente il W** non era uomo pericoloso, e Silvio poteva dormire i suoi sonni tranquilli. Silvio incominciò dal rimettersi a letto, ma in quanto a dormire, non pare che sapesse cavarsene colla stessa disinvoltura. XXXI. Tutto quel giorno Silvio ebbe la febbre dell'amore. La notte successiva non chiuse occhio. Vi sono delle anime, generose ma deboli, che ad ogni apparenza di ragione si acquetano, e ad ogni nuova tempesta del cuore si abbandonano lamentevoli o disperate; nature monche, per le quali l'eterno sospiro alla felicità si tramuta in perpetua miseria -- persuasi e dubitosi con bizzarra vicenda -- talora a un punto solo -- infelici sempre. Silvio partecipava di questa natura; la sua fede seguiva ciecamente le fantastiche movenze del suo spirito irrequieto: accasciamenti subitanei, brevi e gagliarde riscosse, segnavano la sua vita intellettuale. Così è che nei delirii della sua veglia era diventato un'altra volta entusiasta dell'amor suo; alla neghittosa fiducia era succeduto il fervido battagliare dell'amore che vuole l'amore. Egli non disperava più; amava. Carlotta era un angelo; non le domandava più il suo passato; non dubitava più del presente. Ogni ombra di gelosia era svanita; dinanzi agli occhi, dinanzi al cuore di Silvio una luce sola, una gran luce: l'avvenire. Quest'avvenire era l'amore. In quella notte Silvio provò tutte le dolcezze e gli affanni d'una cara e melanconica visione; l'immagine di Carlotta gli fu sempre dinanzi agli occhi. L'atteggiamento molle di lei, le tinte pallide e i lineamenti patiti del suo volto, gli facevano fede d'una malattia che la Provvidenza, e non il caso, aveva con misterioso intendimento collegato al proprio stato. In quella notte Silvio rinvenne le sue audacie d'un tempo. FINE DEL VOLUME PRIMO. ERRATA-CORRIGE Nel Vol. 1.º pag. 8, lin. 15 e pag. 17, lin. 6 leggasi -Eugenio- invece di -Ernesto-. E nel Vol. 2.º pag. 34, lin. 29, e pag. 35, lin. 25 leggasi pure -Eugenio- invece di -Raimondo-. Nota del Trascrittore Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine volume (Errata-Corrige) sono state riportate nel testo. , 1 . . 2 ! 3 4 ' . ' ; 5 . 6 , , 7 . : 8 , . 9 10 ' , ' ; 11 ' ; ; 12 . ' 13 , . 14 15 . ' ; 16 , 17 . 18 19 ; ' 20 . , 21 . 22 ; , 23 . . 24 , . 25 ! ' ; 26 , - - 27 . 28 29 , , 30 . ; 31 , . 32 ' ' 33 . 34 . ' , 35 , 36 . ? 37 ? , . 38 39 ' , ; 40 . ' ; 41 ? 42 ' , ' 43 . 44 45 . ; 46 . ' , , 47 ; , ' , 48 . , 49 : 50 , . 51 , , 52 ' ; ' ' 53 . ' 54 , 55 , , 56 . 57 ' ' ' , 58 . 59 ' ' , 60 ; , 61 62 . ! 63 . . . 64 65 . 66 67 . ; ' 68 , . 69 ; ' 70 . . 71 ' , 72 . 73 ' ' , . 74 ; ' . 75 ' . 76 , ' 77 . 78 . 79 . . 80 , ' 81 ; ; 82 . , 83 . . . 84 85 86 87 88 . 89 90 91 , . 92 , , 93 , . 94 95 . , 96 , ' , , 97 . . . ? ; 98 . ? ! 99 ' . 100 101 ' ? 102 ? ' ? 103 104 ' . ' , 105 . 106 ; . . . 107 . 108 109 . 110 . 111 112 . 113 114 ' . 115 , , 116 ; 117 , 118 ' . 119 120 ' 121 , 122 , , 123 . 124 125 126 . 127 128 , ' ; . 129 130 131 , . 132 ; 133 ; , , 134 . 135 ? 136 ' ; . 137 138 ' ? 139 ' ? 140 ' ' 141 , 142 . 143 144 ' ? 145 , . 146 147 ' ' . 148 . 149 , . 150 151 , 152 , . 153 154 - - ; ' . 155 156 - - ; ' . 157 158 - - . 159 160 . 161 162 - - , ; 163 ' ; ' , 164 . ' , . 165 ' 166 ! ' ' . 167 168 ' ' . 169 170 - - , ' ; ' 171 . . 172 ; 173 ; . 174 ! . . . 175 ; 176 . 177 178 , , 179 ' . ; 180 . ; 181 . 182 183 ' ' , . 184 ' , . 185 ' 186 . 187 ' - - ' ' ; 188 ' . 189 190 , ; 191 , 192 , , 193 , 194 . 195 , 196 ; . 197 198 199 ; 200 , , ' 201 ' 202 , . 203 204 , . 205 - ' - ; 206 - ' - , 207 . 208 209 , 210 ; ' , ' 211 . ' 212 , ' 213 . 214 215 - ' - ; - ' - 216 . 217 218 - - ' , , ' 219 . 220 221 . 222 223 ; 224 . 225 226 ; 227 , ' . 228 229 - - 230 . 231 , . , 232 . 233 234 ; , 235 , 236 , . 237 238 - - ? 239 240 - - . 241 242 - - . 243 244 - - . 245 246 - - ? 247 248 , 249 , 250 , . 251 252 - - ? 253 254 - - . 255 256 , 257 , , 258 . 259 260 - - , . 261 262 . 263 264 - - , ' . 265 266 - - , . ? . 267 268 - - , . ; 269 ' . 270 271 - - . 272 273 , , 274 . ' 275 . , . 276 277 - - , . 278 279 ' . 280 281 - - . 282 283 - - ? . . . . 284 285 - - . 286 287 - - , ? . 288 289 - - ' . 290 291 - - ' . 292 293 - - . 294 295 - - ? 296 297 . 298 299 - - . 300 301 - - ? 302 303 . 304 305 - - ? . 306 307 - - ; . 308 309 - - ? 310 311 - - ; ? 312 313 - - . . . . ; . . . ' . 314 315 - - . . . . ? 316 317 - - ; . 318 319 - - ! . ? 320 321 - - , ? , , 322 . 323 324 - - ; ' ? 325 326 - - ? 327 328 - - . 329 330 - - ; ! 331 332 ' 333 . 334 335 - - . . . 336 337 - - , , 338 ' . ; 339 . . . 340 341 - - ' , , . . . 342 343 - - ? 344 345 , 346 . 347 348 - - ! , 349 . 350 351 . 352 , , 353 , . 354 355 , 356 ' 357 , ' 358 . 359 , 360 ' ' . 361 362 - - . . . ? . 363 364 ; 365 , 366 . , , , 367 ' ' , ; 368 , 369 ; , 370 , . 371 372 373 374 375 . 376 377 378 . 379 380 381 . 382 383 . , 384 ; ' , 385 , 386 . 387 388 ' . 389 ' , 390 ' ; , 391 . 392 393 , . 394 , 395 . 396 397 . 398 . , ' 399 ' 400 , ' 401 . 402 403 , . 404 , ' ; 405 , 406 : . 407 408 ' ? ? 409 ; 410 . 411 412 413 , 414 . 415 416 , ' ? 417 ' , ; 418 . 419 , , ' 420 ; , . 421 422 , , 423 . 424 425 426 427 428 . 429 430 431 . ; 432 ' , ' 433 . 434 435 ; 436 ' , 437 ; 438 ' , . 439 440 ' , ' - - 441 ' ' ; 442 , 443 . 444 445 ' ; 446 , 447 ' , , ' 448 ' . 449 , ; 450 ' , 451 - - 452 . 453 454 ; ; , 455 , 456 457 . ' 458 . 459 460 , ; ' 461 . 462 ' ; ' . 463 464 ; 465 , 466 . 467 468 - - - - - - ' 469 . 470 471 , , 472 . 473 474 , 475 ' ; 476 ' . - - 477 . 478 479 ; 480 . 481 ; 482 , 483 ' . 484 . 485 486 ' 487 ; 488 , ' 489 ' . 490 491 492 ' ' ; ' , 493 . ' , , 494 , 495 ' ' . 496 497 498 , 499 , , 500 , 501 ' . ! , 502 , , , 503 . ' 504 . 505 506 , 507 ' , ' . 508 509 , ; 510 , 511 . 512 513 . ' , 514 ' ? 515 516 , 517 , ' 518 . ' ? 519 520 , 521 ' ' . 522 ' ; ' 523 , . 524 525 - - , , ' 526 ; 527 . , , 528 , ; , 529 . . . 530 531 . 532 533 ' , 534 , . 535 536 - - ! . . . . 537 538 . 539 540 - - , . ? 541 542 - - . 543 544 - - ? 545 546 - - . 547 548 - - ? 549 550 - - . 551 552 - - ? 553 554 - - . . 555 556 - - . 557 558 . 559 , . 560 561 - - , ? 562 563 - - . 564 565 - - . 566 567 - - . 568 569 - - . 570 571 - - ? 572 573 - - ; . 574 575 . 576 577 - - , . 578 579 - - , ; ' . 580 581 - - . ' 582 ' ? 583 584 - - . 585 586 - - , ' ; . 587 588 - - ' , ' . 589 590 , ' 591 . 592 . 593 , , 594 ' ' . 595 596 ; ' - - . 597 598 . 599 ' , ; ' 600 . 601 602 ; 603 ; ' , , 604 ' : ' ? 605 606 , 607 . ? 608 609 , 610 , 611 612 . 613 614 , 615 , 616 ; 617 . 618 ' 619 . ' ; ' 620 ; 621 , . ? 622 623 ; 624 625 ; , . . . . . 626 627 628 . . . . 629 630 - - ! . 631 632 ' . 633 634 ; ' . 635 , 636 : , 637 . * * , 638 , , 639 , ' ' 640 . 641 642 * * , 643 . 644 645 , , 646 . 647 648 649 650 651 . 652 653 654 ' . 655 . 656 657 , , 658 , 659 ; , ' 660 - - 661 - - - - . 662 663 ; 664 : 665 , , 666 . 667 668 ' 669 ' ; 670 ' ' . 671 ; . ; 672 ; . 673 ; , , 674 : ' . ' ' . 675 676 ' 677 ; ' 678 . ' , 679 , ' 680 , , 681 . 682 683 ' . 684 685 686 . 687 688 689 690 691 - 692 693 694 . . . , . . , . 695 - - - - . 696 697 . . . , . , . , . 698 - - - - . 699 700 701 702 703 704 705 706 , 707 . 708 709 ( - ) 710 . 711