vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle
ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso
pensiero!
Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue
fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il
pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati,
aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla:
dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto.
Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore
della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore;
quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per
pochi minuti, e si spense.
Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò
più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue
meditazioni.
Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli
intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come
per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua
volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione
e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle
inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno
lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un
fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio -- il linguaggio
della solitudine e della notte.
Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in
faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle
finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse
avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una
fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte
dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei
grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che
agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo?
Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno.
Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro;
ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma
se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio
d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando
lentamente sui cardini.
Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva
essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la
fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in
breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro,
spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si
attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente.
Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo
all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva
il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso
sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la
sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e
lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva
come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma
riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che
Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il
pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in
cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto
percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza
per tal sorta di viaggi...
Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne
approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato
veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera
che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò
altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli
pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi
in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del
davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e
tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande
stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione
e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel
punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui
Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve
distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase
un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido.
Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi
alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono
contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto,
e cadde...
XXVIII.
Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non
vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia
che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione
viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria
annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita
del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la
caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano
coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli!
ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle.
Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava
in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È
assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a
quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino,
evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il
giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così
bella.
Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava
in casa di Carlotta.
Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse.
Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato.
E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si
accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa
compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo
consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia.
Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era
slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro
che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno
stordimento.
Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di
Carlotta.
Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota.
La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi
al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza
dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva
aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo,
aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera.
E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in
quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più.
E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con
qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima
volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso
giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua
camera da scapolo.
Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero
importuno, torturò la sua ragione vacillante.
Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento
avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della
volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire.
Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi
leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili.
-- Dorme; diceva l'uno dei due.
-- Ha sempre dormito; rispondeva l'altro.
-- Buon segno.
Il resto del dialogo non giunse alle orecchia di Silvio.
-- Se ne vanno, pensò egli udendo ancor dei passi; ma questa volta
s'ingannava; quei passi s'arrestarono al suo capezzale, e un alito
lieve sfiorò la sua faccia. Il volto d'un uomo era lì, presso al suo.
S'egli avesse potuto socchiudere un poco gli occhi e guardare senza
tradire la sua finzione! Non n'ebbe l'ardire.
Un istante dopo quell'uomo s'allontanò dal letto.
-- Se ne vanno, disse Silvio un'altra volta; e raddoppiò l'attenzione
per assicurarsene. Non udì più nulla. La sua posizione diveniva
imbarazzata; evidentemente quegli uomini attendevano che egli si
svegliasse; era dunque inutile il suo strattagemma. Pure trovarsi
faccia a faccia col signor Verni!... Si provò a socchiudere gli occhi e
spingere uno sguardo innanzi a sè; un uomo era seduto in faccia a lui a
pochi passi.
Vestiva un soprabito, ed aveva il cappello in una mano, e un paio
di guanti nell'altra. Senza alcun dubbio egli non era di casa; assai
probabilmente era un medico. Ad ogni modo non era il signor Verni; e
per Silvio bastava questo.
Cercò coll'occhio l'altro uomo, e non potè vederlo. Pure egli era
certo d'aver udito a parlare, e che nissuno era uscito dalla camera. Un
istante di silenzio più profondo gli fe' udire distintamente il lieve e
monotono rumore di due respirazioni. A questa indagine Silvio concluse
che quell'-altro- s'era tenuto presso all'uscio; ora egli non avrebbe
potuto guardare verso l'uscio senza voltarsi.
Vedendo inutile ogni scappatoia, Silvio si decise a svegliarsi; uno
sbadiglio, un gemito leggiero strappato molto probabilmente dalla
sensazione delle sue contusioni, poi una stiratura breve delle braccia,
interrotta a mezzo da un altro gemito più verisimile del primo, poi
finalmente la luce. Un uomo che ha dormito e che si sveglia batte
le palpebre vedendo la luce, e si caccia i pugni negli occhi per
stropicciarli; Silvio fece altrettanto.
Quel personaggio che stava seduto innanzi a lui si levò tacitamente
e si appressò al letto; e siccome Silvio accennava di volersi
sorprendere, e di manifestare la sua sorpresa con parole, quell'uomo
pose l'indice attraverso le labbra consigliando il silenzio con atto di
dolcezza, ma di una dolcezza contratta per abitudine.
Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto
tempo di voltare il capo e di guardare -quell'altro-; ma siccome
-quell'altro- non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il
partito di guardare il medico nel bianco degli occhi.
Il medico si accostò a Silvio, e gli levò la benda che gli legava
il capo; i capelli s'erano attaccati alla tela, però quell'atto gli
cagionò una sensazione poco gradevole. Silvio s'accorse che la ferita
ricevuta al capo aveva fatto sangue, ma dall'espressione del volto del
medico argomentò che doveva essere cosa di poco rilievo.
Il medico accennò col capo a -quell'altro-; e -quell'altro- si mosse
per venirgli in aiuto.
-- Non v'è più scampo, disse Silvio, e sbarrò tanto d'occhi in faccia al
nuovo venuto.
Non era il signor Verni.
Tuttavia quel volto non gli era nuovo; in quel momento però non volle
saperne di più.
I due uomini lo sollevarono alquanto e lo appoggiarono sui cuscini;
il medico scoprì la spalla, e tastò colle dita l'osso. Anche questa
volta il viso del medico indicò quella specie di disdegno col quale i
sacerdoti di Ipocrate riconoscono che il -caso- con cui hanno a fare è
di minima importanza. Il disdegno dei medici è sempre lusinghiero per
gli ammalati, e Silvio ne fu lietissimo. La spalla non era slogata,
come egli aveva temuto.
Silvio fece ancora atto di parlare; questa volta il medico, rassicurato
sulla creduta gravità del male, non lo interruppe per consigliare il
silenzio, ma per prevenirlo colle sue interrogazioni.
-- Avete dormito sempre?
-- Tutta notte.
-- Volete dire tutto il mattino.
-- Sarà come voi dite.
-- Aveste delirio e sogni agitati?
Silvio, che incominciava a temere che la sua malattia dovesse
permettergli troppo presto di abbandonare quella casa, volle essere del
parere del medico, e rispose che aveva avuto delirio e sogni agitati.
-- Non vi destaste qualche volta di soprasalto?
-- Credo di sì.
Il medico visibilmente lusingato della sua infallibilità, sorrise a
fior di labbro, e atteggiandosi come un senatore romano, domandò il
polso.
-- Cento pulsazioni al minuto, disse fra sè.
Silvio lo interrogava collo sguardo.
-- Avrete la febbre, sentenziò l'Esculapio.
-- Buono, pensò Silvio. E sarò guarito? aggiunse forte.
-- Presto, mi lusingo. Conservatevi immobile più che vi è possibile;
l'immobilità accelererà la guarigione.
-- Ponete che io sia una pietra.
Quando la fasciatura della spalla fu compiuta, il medico se ne andò, e
Silvio rimase solo. Poco dopo ritornò quell'uomo che aveva accompagnato
il medico. Silvio vide una faccia serena, e prese confidenza.
-- Signore, disse dolcemente.
Quell'uomo si appressò premuroso.
-- Mi chiamo Giovanni.
-- Volete dire?... balbettò Silvio imbarazzato.
-- Sono un antico servitore della casa.
-- Antico, voi dite? Vedendovi non lo si crederebbe.
-- Ho sessant'anni.
-- È un'età ragionevole.
-- Ragionevolissima.
-- E da quanto tempo servite il signor Verni?
Giovanni guardò Silvio in faccia con lieve atto di stupore.
-- Da quindici anni.
-- E come passa egli i suoi giorni il signor Verni?
Lo stupore di Giovanni questa volta fu assai più visibile.
-- Avete la febbre? domandò premuroso.
-- Cento pulsazioni al minuto; lo ha detto il medico.
-- Se fossero di più?
-- Può essere; da che lo argomentate?
-- Ehi.... diamine; dal vostro volto... più arrossato di poc'anzi.
-- Non monta. Vi dicevo adunque... che cosa vi dicevo?
-- Il delirio incomincia; pensò Giovanni.
-- Ah! Vi domandavo del signor Verni. Che sorta di vita è la sua?
-- Di vita, avete detto? Un assai cattivo genere di vita, in fede mia,
se così volete chiamarlo.
-- Non vi comprendo; che cosa dunque è avvenuto all'ottimo signor Verni?
-- Lo ignorate?
-- Pare di sì.
-- È strano; un amico di casa!
Silvio fe' un cenno del capo come per ringraziare di questo titolo
onorifico.
-- Il mio padrone vi rammentava spesso...
-- Il vostro padrone è assai buono, interruppe Silvio, per cui
l'amicizia del signor Verni era un rimprovero. Ho viaggiato; è molto
tempo che viaggio...
-- Quand'è così, poichè lo ignorate, il mio padrone...
-- Ebbene?
Giovanni fece un gesto assai espressivo, e portò una mano sugli occhi
per nascondere una lagrima.
-- Morto! ripetè Silvio tra sè, meno addolorato che sorpreso di questa
novella.
Per alcun tempo nissuno dei due fece motto. Silvio levava a quando a
quando gli occhi, e incontrava la figura mesta di Giovanni, col capo
sempre inchinato sul petto, e gli occhi fissi al suolo.
Questa notizia era così inaspettata, e per essa era stato così
improvvisamente mutato tutto l'ordine delle idee e dei progetti di
Silvio, che egli non seppe più riannodare il filo dell'interrogatorio
incominciato. Giovanni fu il primo ad uscire dalle sue fantasie
melanconiche, e ne uscì con un grosso sospiro più eloquente
d'un'elegia.
-- Avete fame...? domandò a Silvio.
Silvio non aveva ancora avuto tempo a pensarci; ma quando si ha
ventisette anni, non si può dimenticare per ventidue ore il proprio
pranzo senza qualche inconveniente. La caduta, la febbre, il sonno,
l'emozione e l'amore, avevano potuto molto sul ventricolo di Silvio;
ma infine egli aveva ventisette anni, e non aveva mangiato da
ventidue ore; però, per quanto il dolore della triste novella poteva
consentirlo, egli confessò candidamente che aveva appetito.
XXIX.
Nella notte successiva Silvio dormì assai poco.
La sua mente agitata si adoperava invano ad indagare il mistero
che circondava la solitudine della donna che egli amava. La morte
del marito mutava aspetto a tutte le apparenze della vita di
Carlotta. Tutte le indagini fatte fino a quel punto, non erano
state che tentativi vuoti; egli era partito dall'errore, e tutte
le verisimiglianze che vi aveva connesso, dovevano adunque essere
necessariamente false.
Così l'edifizio delle sue supposizioni rovinava a un tratto.
L'isolamento di Carlotta non era più una punizione, ma un bisogno
d'anima afflitta; non era la solitudine della colpa e del rimorso, ma
la solitudine del dolore e del pianto.
Ella aveva amalo suo marito, e suo marito non era più. Il mondo
non avrebbe potuto darle ciò che le era stato tolto, ed ella viveva
separata dal mondo.
Questo pensiero riconfortò la fede vacillante di Silvio. Carlotta non
era forse colpevole. Se essa fosse stata tale, la morte dell'unico
uomo che avesse dei diritti sopra di lei l'avrebbe spinta in mezzo
alla società, dove avrebbe trovato nei facili piaceri l'oblio del suo
passato e di sè medesima.
No, Carlotta non era colpevole. Tutte le apparenze avevano lottato
contro la sua fede, e il suo cuore codardo n'era stato vinto; ma ora
il suo cuore risorgeva più forte a rinnovare la battaglia, ed usciva
vincitore: Carlotta non era colpevole.
Ma quell'uomo che aveva visto con essa in giardino? Chi era egli? Un
fugace sospetto gli suggerì il nome del cavalier Salvani; ma rifuggì
inorridito da questo pensiero.
Carlotta avrebbe forse potuto profanare con tale infamia la memoria del
marito, ma non si sarebbe infinta giammai fino a mascherare di virtù la
propria abiezione.
Ora se non era il cavalier Salvani, chi mai era quell'uomo? Egli
l'aveva visto non una, ma più volte; la convivenza nella stessa casa
era dunque probabilissima. Lo aveva sorpreso al fianco di lei sotto
il pergolato, in atteggiamento di gran domestichezza, tanto d'averlo
creduto un marito; non era tale, era dunque un amante.
Con questo martello nel cuore, si addormentò più rannuvolato, ma
giurando tutta via a sè stesso che Carlotta non era colpevole.
XXX.
Erano passati molti giorni. Silvio era quasi ristabilito; la sua ferita
al capo s'era cicatrizzata completamente, e l'osso della spalla aveva
ripreso la sua posizione normale.
Tuttavia un mutamento poco favorevole si era prodotto nel suo umore;
egli era passato vivamente per tutta la scala dell'entusiasmo, e ne
aveva ridisceso i gradini ad uno ad uno; ogni giorno che passava era un
sospiro di più nell'anima di Silvio, e un fiore di meno nel giardino.
L'inverno si avvicinava a gran passi, e l'ipocondria del pari --
un'inverno assai rigido ed un'ipocondria inguaribile; il termometro
della natura, e quello del cuore segnavano la stessa distanza dallo
zero.
Dapprincipio Silvio aveva vagheggiato tutte le fila di un'avventura;
quella donna che egli aveva tanto amato viveva sotto lo stesso tetto,
conosceva l'amor suo, lo sapeva ferito, la pietà se non l'amore
l'avrebbe chiamata al suo fianco. Questa sicurezza di cui egli si
compiaceva lo aveva reso più sdegnoso, quasi indolente; quelle poche
reliquie d'un amor sepellito, avevano spezzato la pietra del loro
sepolcro per irrompere violente -- la sicurezza le aveva ricacciate
nella tomba.
Il signor Verni era morto; Carlotta vedova; il deplorabile scetticismo,
di cui Silvio avea corazzato il petto, traeva da quei due fatti due
conseguenze che alimentavano le sue speranze e ponevano in pace la sua
coscienza. I doveri d'amico e di moglie non si frapponevano più alla
loro passione.
Silvio non domandava più un amore, domandava una passione; l'eccesso
è bisogno delle anime malate e dei corpi affranti. Egli non reputava
più sè stesso capace d'amore; fors'anco non reputava Carlotta degna.
E tuttavia il suo cuore aveva lottato disperatamente per salvare
quella donna da ogni macchia; tante volte il suo pensiero aveva
voluto spingere le indagini audaci nel passato misterioso di colei,
altrettante ne era stato respinto come un profanatore.
-- Il passato non mi appartiene -- disse Silvio a sè stesso -- l'oggi è
mio.
Malgrado ciò i giorni erano passati uguali, monotoni, senza che nessuna
delle parvenze sperate della sua mente avesse preso corpo e vita vera.
Dopo il secondo giorno, la sua sicurezza si mutò in aspettazione che
aveva tutti i travagli d'una vaga incertezza; dopo il terzo giorno
l'aspettazione divenne desiderio ardente e pauroso. Tutto inutilmente --
Carlotta non venne.
Giovanni era quasi sempre al suo capezzale; ma non era uomo da cui si
potessero avere facilmente molte parole. Tuttavia egli avea istruito
Silvio su molte cose; gli avea detto che Carlotta viveva sola con
una cameriera, e che aveva fatto proposito di non abbandonare mai più
quell'abitazione. Ad ogni altra domanda aveva risposto di non saper
nulla.
Di tal guisa Silvio s'era visto ridotto alle sue fantasie e alla
sua solitudine; fu allora che quel sentimento soffocato riarse più
terribile nel suo petto, e per la prima volta conobbe d'amare tuttavia
d'amore.
Alle vacue lusinghe del suo amor proprio succedette la frenesia del
desiderio e l'ardenza dell'affetto; alle stolte compiacenze dell'oggi,
la sospirosa evocazione del passato. L'ieri così pallido, così povero,
così monotono riappariva alla mente di Silvio luminoso e fantastico,
come le veglie d'un fumatore d'oppio.
Egli ripensava a quella sua finestra amica donde aveva tante volte
sorpreso le pensose passeggiate della solitaria, al pergolato che
aveva visto sfrondarsi sotto i suoi occhi, al sedile di sasso su cui,
sotto le forme della solitudine e del mistero, egli aveva rinvenuto
l'immagine di Carlotta. Ahimè! egli sarebbe rientrato nelle sue camere,
avrebbe riveduto presto, troppo presto, quei luoghi, ma non avrebbe
ritrovato più mai il bene che avea perduto. L'agile fantasma del suo
amore lo avrebbe forse sfuggito.
E Silvio, che poco prima si riputava fortunato e indolente possessore
d'una suprema felicità, rimpiangeva amaramente le chimere d'un tempo.
Sì, anche le chimere avrebbero abbandonato il suo cuore; egli sarebbe
rimasto solo, solo colla fatale certezza che Carlotta non avrebbe
sentito mai nulla per lui.
Uno spasimo dissimulato si aggiungeva alle sue torture. Quell'uomo,
quell'uomo che egli aveva visto nel giardino non era forse un amante?
Ben è vero che Giovanni gli aveva detto che Carlotta viveva sola, ma
supponendo anche che Giovanni non mentisse, la presenza di quell'uomo
nel giardino non era meno sospetta. Ora chi era quell'uomo?
Silvio aveva cercato più volte di domandarne a Giovanni, ma un
sentimento d'orgoglio l'aveva sempre trattenuto. Allora si provò a
rammentare l'immagine di quel personaggio; egli non l'aveva veduto mai
che alle spalle, e non ne aveva serbata quasi alcuna memoria.
-- Vediamo, disse a sè stesso una mattina, quell'uomo non era il
cavaliere Salvani; i suoi favoriti rossi e le sue spalle quadrate lo
avrebbero tradito. Pareva alto, proseguì analizzando le sue memorie,
poco più di me certamente, ma più alto di me; aveva movenze lente, più
da uomo maturo che da giovine...
In quella entrò Giovanni.
Un'idea assai naturale, e che le nebbie della gelosia gli avevano
celato fino a quel punto, balenò alla mente di Silvio.
-- Se fosse mai!....
Giovanni si accostò al capezzale.
-- Sto meglio, gli disse Silvio prevenendo la domanda. Che giorno è oggi?
-- Venerdì.
-- Quanti ne abbiamo del mese?
-- Ventinove.
-- Non vi pare che abbia nevicato?
-- Sono sicuro di no.
-- Credete che nevicherà presto?
-- Lo credo. Le montagne sono già tutte coperte.
-- Fatemi il favore di assicurarvene.
Giovanni si accostò alla finestra. Silvio guardò attentamente le sue
spalle, e non parve soddisfatto del suo esame.
-- Il tempo è asciutto, non è vero?
-- Asciuttissimo.
-- Dovreste farmi un favore.
-- Cento.
-- Andate a passeggiare in giardino.
-- In giardino?
-- Il tempo è asciutto; ve ne prego.
Giovanni parve titubare alquanto.
-- Ve ne prego, ripetè Silvio.
-- Come volete, disse Giovanni; e s'incamminava per uscire.
-- Non ancora. Assai probabilmente voi non avete predilezione per l'una
parte del giardino piuttosto che l'altra?
-- Nessuna.
-- Passeggiate lungo il viale dei pini, quand'è così; sarà molto meglio.
-- Ci s'intende, disse Giovanni tentennando il capo nell'uscire.
Non appena Giovanni ebbe varcato la soglia, Silvio scese d'un balzo dal
letto. Indossò frettoloso alcuni abiti e si accostò barcollando per
la debolezza alla finestra che guardava nel giardino. Un uomo ed una
donna, che parevano usciti in quel punto dalla casa, si allontanavano a
fianco l'un dell'altro lungo un viale.
Quella donna era Carlotta; quell'uomo era -lui-.
Il cuore di Silvio si allargò per la gioia. Se non che in quel punto un
altr'uomo uscì dalla casa, e si diresse alla volta dei due; quest'altro
uomo era Giovanni.
Silvio dovette appoggiarsi alle imposte per non cadere; la gelosia lo
teneva immobile; quell'eterna domanda, eterno supplizio, gli si parava
un'altra volta dinanzi: chi era adunque quell'uomo?
Giovanni raggiunse la sua padrona, e camminò alcuni istanti vicino ad
essa parlandole. Di che cosa?
Silvio non potò dubitarne molto lungamente, però che vide il volto
di Carlotta voltarsi e guardare alla sfuggita la sua finestra, mentre
Giovanni si cacciava per entro ad un sentiero trasversale che metteva
capo al viale dei pini.
Giovanni era un servitore assai rispettoso, e Silvio avrebbe potuto
averne prova, se lo avesse visto pochi istanti dopo passeggiare nel
viale dei pini con uno zelo veramente ammirabile; ma Silvio aveva
occhio a ben altro. Colla fronte ardente appoggiata ai vetri della
finestra egli seguiva d'uno sguardo pauroso e smarrito i due che vedeva
allontanarsi sempre più. Non v'era dubbio; quell'uomo che oggi vedeva
al fianco di Carlotta era quello stesso che aveva visto tante volte; lo
stesso passo, lo stesso abbandono confidenziale. Ma chi era dunque?
Egli stava per acquistare finalmente questa scienza fatale; fra poco
essi sarebbero ritornati sui loro passi ed avrebbero offerto il volto
ai suoi sguardi; pochi minuti, un minuto ancora.....
Intanto Giovanni continuava la sua coscienziosa passeggiata lungo il
viale dei pini....
-- Eccoli! gridò il cuore di Silvio.
Infatti Carlotta e il suo cavaliere s'erano voltati verso la casa.
Un piccolo moto di stupore e di dispetto fu il primo indizio della
scoperta di Silvio; quell'uomo era il medico. Un altro moto di
gioia gli seguì ben tosto, quando ebbe notato due cose che parvero
rassicurarlo: il pallore malaticcio di Carlotta, e i lineamenti del
volto del medico. Convien sapere che il signor W**, medico e chirurgo
di Gossau, aveva due occhietti grigi e un naso camuso, oltre ad alcune
ciocche di capelli posticci, coll'aiuto delle quali s'ingegnava di
arrivare alla cinquantina dimostrandone appena i quattro quinti.
Evidentemente il W** non era uomo pericoloso, e Silvio poteva dormire i
suoi sonni tranquilli.
Silvio incominciò dal rimettersi a letto, ma in quanto a dormire, non
pare che sapesse cavarsene colla stessa disinvoltura.
XXXI.
Tutto quel giorno Silvio ebbe la febbre dell'amore. La notte successiva
non chiuse occhio.
Vi sono delle anime, generose ma deboli, che ad ogni apparenza di
ragione si acquetano, e ad ogni nuova tempesta del cuore si abbandonano
lamentevoli o disperate; nature monche, per le quali l'eterno sospiro
alla felicità si tramuta in perpetua miseria -- persuasi e dubitosi con
bizzarra vicenda -- talora a un punto solo -- infelici sempre.
Silvio partecipava di questa natura; la sua fede seguiva ciecamente
le fantastiche movenze del suo spirito irrequieto: accasciamenti
subitanei, brevi e gagliarde riscosse, segnavano la sua vita
intellettuale.
Così è che nei delirii della sua veglia era diventato un'altra volta
entusiasta dell'amor suo; alla neghittosa fiducia era succeduto il
fervido battagliare dell'amore che vuole l'amore. Egli non disperava
più; amava. Carlotta era un angelo; non le domandava più il suo
passato; non dubitava più del presente. Ogni ombra di gelosia era
svanita; dinanzi agli occhi, dinanzi al cuore di Silvio una luce sola,
una gran luce: l'avvenire. Quest'avvenire era l'amore.
In quella notte Silvio provò tutte le dolcezze e gli affanni d'una
cara e melanconica visione; l'immagine di Carlotta gli fu sempre
dinanzi agli occhi. L'atteggiamento molle di lei, le tinte pallide e
i lineamenti patiti del suo volto, gli facevano fede d'una malattia
che la Provvidenza, e non il caso, aveva con misterioso intendimento
collegato al proprio stato.
In quella notte Silvio rinvenne le sue audacie d'un tempo.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
ERRATA-CORRIGE
Nel Vol. 1.º pag. 8, lin. 15 e pag. 17, lin. 6 leggasi
-Eugenio- invece di -Ernesto-.
E nel Vol. 2.º pag. 34, lin. 29, e pag. 35, lin. 25 leggasi
pure -Eugenio- invece di -Raimondo-.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
Le correzioni indicate a fine volume (Errata-Corrige) sono state
riportate nel testo.
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