-- Ho avuto in mente, soggiungeva il signor Verni, di rappattumarmi con
quell'uomo, per non dare al pubblico questo spettacolo insipido di due
galantuomini che si tagliano le braccia per porre in salvo l'onore. Ma
non ho saputo essere così forte da lottare contro il pregiudizio. Si
direbbe di me che sono un vigliacco; non è egli vero?
Tutto questo dialogo era avvenuto sul limitare della porta. Silvio
domandò dell'abitazione del Salvani; si tolse il carico di pensare a
tutto, ed uscì col cuore angosciato.
XVII.
Carlotta era colpevole. Silvio aveva finalmente questa certezza
crudele. Invano la speranza ritentava ancora le suo magiche lusinghe;
l'animo suo era chiuso inesorabilmente. Illudersi ancora sarebbe stato
mentire a sè medesimo.
Tuttavia, e benchè vi fosse stato preparato, il suo cuore era
angosciato.
Rammentava ancora, non per discolpare Carlotta, ma per legittimare la
propria cecità, il contegno severo di quella leggiadrissima creatura,
l'espressione di candore che spirava dai suoi occhi, l'amore dimostrato
con tanta apparenza di sincerità, e forse con sincerità, pel marito.
Era cosa da impazzire! pensare che quella donna così giovane, così
bella, così felice ed amata, avesse potuto dimenticare ogni cosa per
abbandonarsi nelle braccia di un uomo come il cavalier Salvani.
Questo pensiero atroce martellò gran tempo la testa agitata di Silvio.
A poco a poco però venne rasserenandosi.
L'amore non corrisposto o si perpetua coll'entusiasmo melanconico, o si
spegne rapidamente col disprezzo.
L'anima di Silvio seppe disprezzare.
Andò in quella stessa sera presso il cavalier Salvani; s'accordò coi
padrini, e il duello fu fissato in tutti i suoi particolari.
Poi andò a dormire, pregando il cielo per il signor Verni.
Quella notte, tra per la veglia dell'antecedente, e forse un poco
perchè la sua guarigione era incominciata, dormì sonni profondi, e
sognò che il signor Verni con un fendente fortunato aveva accorciato le
orecchia del cavaliere.
XVIII.
Alla mattina si levò di buon'ora, e secondo l'accordo fatto andò in
casa del signor Verni. Lo trovò pronto.
Per la prima volta Silvio pensava al pericolo cui quell'uomo andava
incontro, pensava a Carlotta che n'era stata causa, e non sapea darsene
pace. E tuttavia se egli guardava in volto il signor Verni, si sentiva
venir meno nella sua convinzione; la calma di quell'uomo avrebbe tratto
in inganno chicchessia.
-- Siete disposto? domandò Silvio.
-- Lo sono; rispose sorridendo il signor Verni; ma vi confesso che
l'idea di pigliar parte ad una commedia di tal natura è tutt'altro che
aggradevole; in cotesto genere di riparazioni d'onore che non riparano
nulla, non ci si guadagna altro che il ridicolo.
-- Diamine! il ridicolo!
-- Certamente. E vi pare cosa assennata che due uomini si comportino
come belve feroci rinchiuse nella stessa gabbia che contendono per una
libbra di carne, che tanto tanto il domatore strapperà dalle zanne del
vincitore? Ne va di mezzo l'onore? fate da senno e finitevi; che la
vita dell'uno paghi la pace dell'altro! ma scendere nella lizza per
versare qualche goccia di sangue, sotto il pretesto di salvare l'onore,
in verità è cosa tanto sciocca, che non è a dire di più. Da bravi,
miei cari leoni, divertite il pubblico, questo pubblico di conigli che
circonda l'arena per sentenziare del vostro onore.
-- Avete ragione; disse Silvio a malincuore, temendo d'indovinare a che
mirassero le parole del signor Verni.
-- Voi avete escluso i colpi di punta...
-- E i fendenti al capo.
-- Eccoci a quello che io dicevo; non vi pare?
-- Non dico di no, ma poichè si tratta d'una bagattella...
-- È giusto; la vita di due galantuomini non deve esporsi per una
bagattella.
-- Voi dite? esclamò Silvio turbato.
-- Dico che l'uomo di cuore deve anteporre l'onore alla vita, e
sacrificare questa a quello, se le circostanze lo comandino; ma che non
mai uomo di senno debba farsi schiavo d'un pregiudizio, e battezzare
-quistione d'onore- ciò che non è che stupida e inutile millanteria.
Silvio, convintissimo di tutto ciò, non vi poneva mente se non per
immaginare a che cosa il signor Verni volesse riuscire.
-- Ho pensato molto al mio duello, riprese quegli; ne parlerà tutta
Milano, e il mio nome correrà pelle bocche di tutti, come quello del
primo cialtrone che fa mestiere di spadaccino. È doloroso in fede mia.
Vorrei porvi riparo, poichè sono ancora in tempo.
-- Riparo? in qual modo?
-- Direte al cavalier Salvani che io sono dolente di ciò che avvenne
fra di noi, che io penso che due gentiluomini non debbano retrocedere
vergognosi dinanzi ad una giusta e leale riconciliazione.
Silvio rimase estatico.
-- Una scusa? balbettò egli.
-- Se il cavaliere l'accetta, io sono soddisfatto.
-- Soddisfatto!... E se non accettasse?...
-- In tal caso si mutino le condizioni del duello; non mi si condanni ad
una parte ridicola, e mi batterò.
Silvio respirò più libero. Gli parve di comprendere pienamente i
progetti del signor Verni. Una vendetta seria, una riparazione solenne;
un segreto seppellito eternamente nel seno d'un cadavere. Pensandoci,
questa tela si rischiarava di maggior luce, ma ad intervalli si
oscurava affatto, e allora Silvio non comprendeva più nulla, e volendo
sbarazzarsi, si ingarbugliava di più nel suo labirinto. Infatti il
cavaliere poteva tenersi pago delle scuse dell'avversario, e di tal
guisa mandare a monte il duello. Ora, se ciò avveniva, la riparazione
sarebbe sfuggita di mano al signor Verni; e non pareva probabile che
questi, essendo stato ferito nell'onore, volesse offrire al cavaliere
un mezzo di uscirsene onorevolmente senza danno. Bisognava adunque
credere che la cagione del duello fosse in realtà quella indicata dal
signor Verni; se pure non vi era fra i due avversarii una precedente
intelligenza, chè in questo caso il cavaliere avrebbe rifiutato le
scuse, e accettato le condizioni d'un duello più arrischiato.
Giunto a quest'ultimo partito delle supposizioni, Silvio ebbe il buon
senso di non andar oltre nelle sue fantasticherie.
XIX.
Come Silvio aveva dubitato, il cavalier Salvani si acquetò alle scuse,
e il duello non ebbe luogo. Riportando questa novella al signor Verni,
Silvio immaginava che il dispetto avrebbe tradito in qualche modo
il segreto pensiero di quell'uomo; ma per quanto egli si adoprasse a
spiare ogni gesto, il volto del signor Verni rimase calmo e sorridente.
-- Avevo fede nello spirito del cavaliere, disse con disinvoltura, e
null'altro.
Benchè Silvio fosse disposto a pensare come il signor Verni, non poteva
tuttavia dissimulare a sè stesso un certo rancore; e certamente, più
che il duello fallito, poteva sull'animo suo la nuova tenebra che s'era
fatta nella sua mente.
Il pensiero di Carlotta gli ritornava più importuno di prima; egli si
affannava inutilmente a liberarsene. Aveva potuto lusingarsi di non
stimare più quella donna; ma non era riuscito ancora a non amarla.
Non è vero che l'amore non possa sopravvivere alla stima; la leggenda
degli affetti ha registrato assai spesso nelle sue pagine gli esempi
di passioni veementi concepite per creature abbiette. Creature che non
furono stimate mai, furono tuttavia potentemente amate. Il disprezzo
incomincia spesso dove finisce la stima; l'indifferenza non mai; ma
anche il disprezzo è un moto del cuore; non è più l'amore, ma è ancora
la passione; non è l'amore, ma è la lotta, la ribellione dell'amore.
La condotta del signor Verni aveva avvivato nell'animo di Silvio, se
non la fede, il dubbio sulla virtù di Carlotta.
Spesso chi dubita oggi, crede ed afferma domani; il dubbio è a metà
strada della fede.
Tuttavia il dubbio di Silvio ne era lontanissimo; e se vagheggiava
una certezza, era più quella della colpa, che quella della virtù di
Carlotta.
Uno strano sentimento di egoismo e di debolezza lo spingeva a ciò.
Se Carlotta fosse stata virtuosa, egli non avrebbe saputo non amarla;
amarla senza volerla spingere alla colpa, era carico troppo superiore
alle sue forze. Al contrario s'ella era colpevole, il disprezzo oggi,
l'indifferenza più tardi, avrebbero sanato la sua piaga.
In questo vaneggiamento del suo spirito, v'era però un fondo virtuoso,
il desiderio di non farsi egli stesso occasione d'un tradimento; e
se vi spirava l'egoismo, non era quello che assicura la propria pace
colla sciagura altrui, bensì quello di chi s'adopera per non essere
trascinato nell'irreparabile disastro d'altro uomo. Carlotta colpevole
oggi, risparmiava forse la colpa propria del domani, e quella di
Silvio. Carlotta, virtuosa sempre, avrebbe avvelenato la pace di chi
l'avesse amata senza speranza, e non senza desiderio -- e quest'ultimo
appunto era l'argomento dell'egoismo.
Il desiderio di Silvio non era adunque nè troppo ingiusto, nè troppo
biasimevole e conveniva alla natura dell'anima sua, capace della forza
battagliera che si espone agli sguardi del pubblico, ma non di quella
forza segreta che non apparisce, e costa tuttavia lagrime e dolori
assai più grandi: la rassegnazione.
Silvio era uomo onesto, ma non uomo virtuoso; aveva della virtù ciò che
ne è rimasto all'età nostra dopo il turpe diguazzare nelle oscenità
da trivio: l'incapacità a commettere di proposito una mala azione.
Se l'occasione si porgeva, sapeva lottare contro le seduzioni della
colpa; resisteva, ma piegava; quella robusta e serena operosità della
virtù gli era ignota, perchè lo era pure al mondo in cui egli viveva.
Egli avea preso dal mondo ciò che gli era stato offerto, sceverato il
buono dal pessimo, ma non aveva potuto raccogliere ciò che il mondo
non poteva dargli. Tuttavia Silvio era uomo virtuoso; se egli non
corrisponde al tipo, si ha da incolparne l'attrito che ha sbiadito
le linee dell'impronta. La pallida e slombata virtù dei giorni nostri
riconosce in Silvio una sua creatura.
Tuttavia Silvio fu tratto un'altra volta da un raziocinio inesorabile
a' suoi primi propositi. Rammentò tutti i particolari che accusavano
Carlotta, e conchiuse che se il signor Verni non si batteva col Salvani
non era prova dell'innocenza di Carlotta, ma al più della fortuna dei
suoi inganni e della cecità proverbiale dei mariti.
Con questo convincimento nell'animo, pensò alle sue valigie, e ad
Eugenio che lo aspettava alle falde dei Pirenei.
Egli ritornava a casa, ed affrettò il passo. D'un tratto vide innanzi a
sè un uomo che gli veniva incontro sorridente, il cavalier Salvani.
-- Lui! ruggì l'anima di Silvio, e l'espressione d'un odio profondo si
dipinse sul suo volto.
Il cavaliere si accostò con disinvoltura.
«Era lieto che il signor Verni gli avesse offerto un mezzo per
sciogliere una quistione che non aveva di serio che il pericolo».
«Silvio ne era lietissimo, anch'egli; ma protestava che la quistione
gli pareva seriissima».
-- Diamine! disse il cavaliere; che intendete di dire?
-- Io sostengo precisamente l'opinione del signor Verni; il ministro
attuale rovinerà il paese.
-- Ah! voi credete?...
-- Lo sosterrei in faccia a chicchessia.
-- Opinioni; interruppe il cavalier Salvani con accento di dileggio.
-- E aggiungo che chi lo pensa in modo diverso non è all'altezza dei
tempi.
L'intenzione di Silvio si faceva palese.
-- Opinioni; ripetè ironicamente il cavaliere. Infine voi convenite meco
che il duello è una pazza cosa, tanto più per tali bazzeccole; e che si
può pensarla diversamente su qualche punto di politica, e stringersi la
mano come buoni galantuomini. In faccia al buon senso tutte le opinioni
sono rispettabili... tranne quelle che mancano di buon senso.
In così dire il cavalier Salvani porgeva la mano a Silvio.
Quell'atto era una sfida allo spirito di Silvio; Silvio strinse la mano
del cavaliere.
Qualche ora dopo partì giurando di non arrestarsi che ad Huesca.
XX.
Nell'estate successiva, e precisamente ai primi di luglio, un
viaggiatore attraversava la Svizzera pedestre. Si arrestava ad ogni
paese, ad ogni capanna; avido di cose nuove domandava a tutti se nei
dintorni vi fosse qualche paesaggio che mettesse il conto d'essere
veduto; non curava pericoli, e si arrampicava pei dirupi sfidando i
lupi e i sentieri sdrucciolevoli. Una guida che lo aveva accompagnato
sul monte di S. Gottardo giurava d'aver avuto a fare rarissime volte
con uomo così intrepido. Quel viaggiatore aveva anche la borsa ben
fornita e pagava senza lesinerie; i pastori delle rive dell'Aaar non
avevano mai avuto più larga mercede in compenso dei loro formaggi e del
loro latte fresco. Costeggiando le rive dell'Aaar e poi il Reno s'era
spinto fino a Sciaffusa e v'aveva visto la famosa cascata, e poco più
oltre il vasto ed incantevole lago di Costanza colle sue braccia snelle
gettate audacemente frammezzo ad una vegetazione gagliarda.
Quel viaggiatore era Silvio.
Di ritorno dalla Spagna, ripassati i Pirenei ed attraversata un'altra
volta la Francia, s'era internato per la via di Ginevra nella Svizzera,
con quella spensieratezza che è propria degli artisti.
Eugenio lo aveva accompagnalo fino a Ginevra, ma quivi aveva protestato
di non volere andar oltre; però dopo aver tentato invano Silvio perchè
ritornasse con lui a Milano, vi si diresse solo.
Tutto quel tempo trascorso dal giorno della partenza di Silvio da
Milano s'era passato per lui in una lotta penosa tra il disprezzo e
l'amore. Confortate dalla lontananza, queste lotte raggiungono per lo
più l'oblio e l'indifferenza.
Nei primi giorni Silvio s'era rimasto taciturno; aveva sfuggito il
pensiero, ma il pensiero di quella donna che lasciava dietro di sè lo
aveva accompagnato durante tutto il viaggio.
Eugenio, vedendolo in tale stato, se n'era spaventato, ed aveva chiesto
la cagione. Silvio aveva detto tutto, e il cinismo d'Eugenio non ebbe
sogghigni per quella confessione. Il male era serio, e la pietà, meglio
che il conforto, suggeriva il silenzio.
A poco a poco Silvio diventò più calmo; anzi, con un mutamento
repentino, si fece a un tratto ciarliero e gozzovigliatore. Eugenio
tentennava il capo e ripeteva dentro di sè: «egli vi pensa ancora».
Una settimana dopo Silvio spargeva a piene mani il ridicolo sui suoi
amori arcadici, e giurava di non essere mai stato così imbecille come
presso Carlotta, e prometteva che non lo avrebbe fatto più, con atto di
così buffo pentimento, che Eugenio lo guardò meravigliato.
Ma questa volta ancora tentennò il capo e ripetè a sè stesso: «egli vi
pensa ancora».
Un'altra volta attraversando una boscaglia, Silvio si chinò a terra e
raccolse un fiore, un ciclamino, il fiore che Carlotta amava tanto.
Egli stette chino un pezzo e non raccolse più nulla; risollevandosi
aveva la fronte impensierita. Eugenio lo guardò attento, guardò il
fiore, ma non comprese. Silvio dopo alcuni passi gettò il fiore dietro
di sè, ma non potè liberarsi così dal pensiero importuno di Carlotta.
Giunti a Montpellier, Eugenio aveva detto a Silvio:
-- Lo sbocco del Rodano sul golfo è uno spettacolo incantevole; vuoi che
proseguiamo il viaggio per mare?
Ma Silvio aveva risposto che non amava il mare, ed Eugenio aveva
conchiuso che Silvio non voleva allungare il suo viaggio, e che gli
premeva di arrivare presto a Milano.
A -Gap- Silvio era stato preso da improvvisa vaghezza di visitare la
Svizzera, e aveva indotto Eugenio a seguirlo fino a Ginevra. Ed Eugenio
aveva conchiuso che Silvio non voleva rivedere Carlotta.
A Ginevra Eugenio si ribellò affatto, e lasciò il suo amico, convinto
oramai che sarebbe guarito, e che la natura avrebbe operato meglio
dell'arte, e il tempo meglio dei consigli.
XXI.
-Silvio ad Eugenio.-
«I magnifici soli di queste giornate mi hanno messo di buon umore. Sono
venuto a Costanza, città incantevole per la sua posizione, e pel suo
lago; non ho mai visto la natura così lusinghiera; i monti, le vallate
fresche, le nevi in lontananza, e questo cielo purissimo!... È cosa da
impazzirne; mi sento un brulichio per le vene come avessi la febbre.
Ieri ed oggi ho remigato guidandomi da solo sul lago per entro certe
piccole barche di forma assai diversa dalle nostre che sono la delizia
dei villeggianti. Ne ho contato poco anzi una trentina colle velette
bianche e lucenti spiegate al vento inseguirsi radendo le onde come
colombe selvatiche.
Questa mattina fui anche più allegro del solito, e avvenutomi in un
ministro evangelico che asciolveva lautamente alla stessa mensa, mi
sono cacciato con lui in un labirinto di sottigliezze teologiche.
Quel ministro era uomo ancor giovine, pieno di fuoco, favellatore
facile, arguto e, deggio dirlo, benevolo. Egli mi ha risparmiato più
d'una volta, e fu davvero benignità, poichè io mi era fitto in capo di
prendermi spasso delle sue credenze. Io guardava lui, e certe bistecche
di maiale di cui egli alternava i bocconi colle citazioni, e poi ancora
lui. Mi venne in mente ciò che scrisse Gian Giacomo dei preti cattolici
e dei protestanti, e conclusi press'a poco come egli conclude nelle sue
confessioni.
Mi ricordo ora di averti promesso di raggiungerti presto a Milano.
Non dico ancora di no; ma comincio a prevenirti per ogni evento che
mi sento assai poco disposto a lasciare questi paesi. Ci si respira
un'aria che costì cercherei invano; e quel sapersi libero di pensare,
di dire e di scrivere come il capriccio o le convinzioni suggeriscono
è tal bene che appena ora apprendo a stimare quanto valga. Non è già
che costì le mie opinioni possano essere condannate o soffocate -- tu
sai di che sorta d'opinioni, e di che picciol numero, si componga il
mio arsenale politico -- ma tanto tanto quel sapermi padrone assoluto di
dire ciò che penso e di pensare diversamente dai -reggitori- del paese
(vedi che dico -reggitori-) è un potere che mi rialza qualche pollice
in faccia al mio amor proprio, e mi fa credere d'essere in qualche
guisa un uomo importante.
Qui il Governo ci è, ma tu non lo vedi ad ogni passo come nella
tua benedetta Milano, e non ti ferisce nella dignità d'uomo collo
spettacolo di livree salariate, e poi, e poi....
Ma è forse meglio che io mi trattenga dal dirtene di più; ritorniamo
artisti, e serbiamoci tali per tutta la vita, se ci è possibile, almeno
nel cuore. La politica ha guastato tutto; alla guisa di certi bruchi è
passata su tutti i fiori, e ha stampato sul velluto dei vergini petali
la lurida impronta del suo corpo.
Non profaniamo l'arte che è primogenita dell'idea. Se anche gli artisti
si cacciano in capo di rubare il mestiere ai diplomatici, non vi sarà
più altro al mondo; e se pensi alla cifra spietata dei politicanti,
vedrai che non è poco danno. Infine anche quei messeri, ambasciadori,
ministri plenipotenziarii, incaricati d'affari, e che so io, hanno
cento ragioni d'arrabbiarsene; è il loro mestiere, il loro privilegio;
e pensa se domani mandassero all'estero l'Arte -- -alma parens- --
conciata colle livree gallonate, col cappello a due punte, e le sue
brave credenziali del nostro buon Governo...
Per carità ritorniamo artisti.
Poichè ho incominciato a lasciarti indovinare in qualche parte i miei
progetti, sarò sincero e ti dirò ciò che all'incirca ho contato di
fare.
Non pensare però che la confessione dei miei propositi -- se pure sono
propositi -- debba obbligarmi ad attenermici. Dico questo perchè in
generale si suole attribuire a leggerezza il mutamento frequente dei
progetti, mentre il più delle volte, se si ha una colpa, è quella
di aver palesato troppo presto il proprio pensiero, senza attenderne
il frutto che è la determinazione vera, la quale è sempre una sola.
Quegli uomini che dicono «farò questo» e fanno, non è già che abbiano,
come si crede comunemente, la forza mirabile di fare quello che
dicono, inalterabilmente e sempre, ma piuttosto che hanno l'astuzia
o la prudenza, ed è tutt'uno, di non dire se non ciò che hanno
assolutamente fermato di fare. Vedi che non è un giuochetto di parole,
ma una verissima cosa, una specie di piramide, poco meno certamente,
a puntellare la serietà e la fermezza dell'umana natura; serietà e
fermezza a cui si crede meno che non convenga.
Voglio dire che domani io potrei pensare diversamente da quel che penso
oggi, e non per questo dovrebbe venirmene taccia di volubile. Se io
aspettassi la vigilia di compiere i miei disegni per palesarli, tu mi
avresti in concetto di uomo ferreo; e ci avrei assai più del mio conto.
In conclusione Gossau è un bellissimo paese -- così mi si dice --
vi hanno belle villeggiature e molti villeggianti, tutte cose non
indifferenti; aria buona, bel cielo, buone vivande, altre cose di cui
sono avidissimo; ed ho in mente di recarmivi e passarvi questi mesi
d'autunno.
Ecco ciò che mi passa ora per il capo; se domani avrò mutato consiglio,
non sarà grave danno, e il peggio che possa capitarmi è di far ritorno
a Milano e rivedere ciò che non vorrei rivedere mai più. L'ho detto;
e se la prudenza è debolezza -- e parmi davvero che le sia dato a torto
l'appellativo di virtù, -- dì pure che questa mia è debolezza. Forse io
misuro male le mie forze, e saprei resistermi; ma non so pormi a questa
prova.
Vederla ancora, parlarle ancora! non è possibile; tutto in lei mi
farebbe male; la mia stessa indifferenza mi sarebbe penosa, nè io
saprei essere impassibile se non a prezzo di nuovi dolori ancora più
atroci. Guardarla senza lacrime e senza palpiti, dopo tanta frenesia!
Ahi, sarebbe questo un disinganno assai più amaro, e vi getterei
l'ultima illusione: la pazza fede che io l'avrei amata eternamente.
Non parliamone più. Mi preme che questa mia ti giunga presto, e so
che vi è un pessimo servizio postale tra la Svizzera e l'Italia. Dimmi
delle cose tue; dimmene lungamente, e persuadimi, se ti è possibile, a
raggiungerti presto. Egli è pure il mio desiderio, ma una catena fatata
mi lega a questo paese».
XXII.
-Silvio ad Eugenio.-
«Di' pure che io sono un gran colpevole. Da venti giorni non faccio
che lottare meco medesimo per decidermi a scriverti. «Scriverò domani,
scriverò domani» e così sono giunto fino ad oggi.
La tua lettera, contro le mie aspettazioni, mi è venula assai presto.
Pensa se io l'ho letta con avidità; mi aspettavo ad ogni linea di
leggere quel nome, e trepidavo non per desiderio, ma per timore che
il pensiero di lei avesse a darmi prova della mia debolezza; non
temevo del mio cuore, ma temevo tuttavia l'esperimento. Tu non l'hai
nominata, e te ne sono grato; la mia gratitudine ti sia prova del mio
buon volere, se non della mia indifferenza. Non mi è possibile essere
indifferente ai casi di quella donna; se tu mi avessi detto: -l'ho
veduta-; il mio cuore avrebbe domandato: «era felice? era dolente?»
io non avrei potuto frenare il mio cuore. Posso però non amarla e non
l'amo.
È una settimana, dal 20 settembre, che io mi sono stabilito a
Gossau. Il paese non merita che io te ne parli; ma la posizione è
delle più ridenti, e i comodi della vita animale si hanno tutti, con
poco dispendio. Gli Svizzeri non sono soltanto buoni orologieri, ma
all'occasione sanno essere buoni ed eruditi gastronomi, e pazienti.
Non so più qual filosofo abbia posto la pazienza fra le virtù del
-perfetto gastronomo-; ma io dico che la filosofia non ha mai rivelato
verità così profonda, e così efficace.
Ho tolto a pigione a breve distanza dal paese una villetta
graziosissima; quattro camere in tutto, ma pulite, piene di luce e di
aria, elementi indispensabili per la vita del pensiero. Ho anche il mio
pezzo di giardino, pochi palmi di terreno rubati agli scaglioni d'un
colle, col suo bravo pergolato, e colle sue piante di rododendri e di
dalie tutte in fiore.
Nel primo giorno mi ho fatto apprestare gli utensili col proposito
patriarcale di coltivare io stesso i miei rododendri e le mie dalie;
ma dopo alcune ore mi sentii tutto slogato, e ci ho perduto in una
volta sola tutti questi gusti così primitivi. E mi pare che se mi fossi
trovato nei panni di Adamo, e che Domine Iddio mi avesse condannato a
«lavorare la terra col sudore della mia fronte», io, per tormene più
presto d'impaccio, avrei scavata una fossa larga due piedi e profonda
sette, e mi sarei sepellito a dirittura.
Regalerò il mio badile a qualche montanaro che se ne servirà a
sgomberare i suoi passi dai cardi e dalle liane.
L'aria che si respira quassù è veramente benefica; mi pare che i miei
polmoni si dilatino. Ogni mattina mi affaccio alle mie finestre, e
assorbo a più riprese la brezza frizzante che viene a battermi sulla
faccia. Questa ginnastica di polmoni, come tu la chiami, giova al mio
sangue, il quale, ti giuro, non ha mai corso così sereno.
Ho seguito in tutto i tuoi consigli, e mi sono circondato di ossigeno;
e siccome il rododendro e la mia dalia non ne esalano a sufficienza,
io non ho che a passare nelle due camere posteriori, le finestre delle
quali guardano sopra un altro giardino. Questo non è un giardino da
burla, ma un giardino sul serio; non so di quante pertiche, ma l'occhio
ci corre un buon tratto; e poi piante molte, e pini selvatici, e
pergolati, e viali, e cento altre benedizioni; un guaio solo: non mio.
Ma la vista è anche mia, sebbene un gran pergolato me ne rubi gran
parte; non foss'altro, per la mia ginnastica è quel che mi ci vuole.
Ho spiato invano per vedere a chi appartenga questo giardino; non ci ho
mai visto dentro alcuno; ho però sentito una volta dei passi sotto il
pergolato, ma il fitto del fogliame mi ha tolto di vedere chi fosse. Ad
ogni modo ho la certezza che questo Eden è abitato. Fosse almeno una
divinità femminina! In fondo al giardino si vede la facciata di una
bella casa di campagna, dipinta a foggia di castello; ma non ho mai
visto i castellani.
Non ti faccia meraviglia se io mi fermo su queste inezie; e di' pure
che io sono curioso, che non me l'avrò a male. Quando si è soli par
di me, la scoperta di un vicino ha cento volte più importanza che non
abbia per voi altri abitatori di città la scoperta di un monumento.
Aggiungi una certa tinta di misterioso, e vedrai che ce n'è più del
bisogno per incuriosire un povero campagnuolo solitario come io mi
sono.
Se tu fossi meco! Ma è inutile ripeterlo; tu non vorrai già deciderti
ad una nuova peregrinazione per accompagnarti colla mia insulsa
giocondità, come già facesti colla mia ridicola tetraggine.
Tuttavia si hanno in questa calma che mi circonda tali tranquille
contemplazioni, e spettacoli di tramonti così infuocati, e certi
piccoli formaggi così piccanti, che, a pensarci seriamente, un artista
coscienzioso saprebbe rinvenire cento ragioni pro, e non una contro,
per mettersi in viaggio un'altra volta».
XXIII.
-Silvio ad Eugenio.-
«Una donna! Una donna! L'ho vista finalmente questa deità ritrosa che
si nasconde in quest'angolo di terreno. È bella? È giovine? Senza
dubbio; 22 anni, un corpicino snello, un volto bianco ed affilato,
occhi grandi e cerulei, e una selva di capelli biondi. Ecco il ritratto
ideale che io mi sono fatto di questa misteriosa creatura; e metterei
pegno che le somiglia. In realtà però io non potrei giurare che
dell'abito, il quale era nero; e ciò in causa di questo benedettissimo
pergolato che frappone una barriera inesorabile innanzi ai miei occhi.
Avevo udito più volte dei passi sotto le mie finestre; ma non avevo
visto alcuno ad attraversare quel tratto di giardino che tocca la casa
(il solo su cui io possa guardare); pensai adunque che vi fosse qualche
viale che comunicasse col mio pergolato.
Avevo tuttavia sperato che, tenendomi alla finestra, sarei riuscito
a scoprire quello strano abitatore. Se non che pare che ove finisce
il pergolato, incominci subito un viale fittissimo di pini, il quale
attraversa il giardino e rimena alla casa. Guardando quel viale
m'accorsi che al settimo pino, di quelli che io posso vedere, v'è
un'interruzione, suppongo lo spazio di due pini mancanti. Pensa se vi
ho tenuto sopra gli occhi nella speranza che qualcuno passasse per quel
viale. Ma tutto ciò inutilmente.
Ieri finalmente è passato; non fu che un batter d'occhio; una visione
non si dilegua più rapida; ma tuttavia basta perchè io ti possa dire
che è una donna.
Di' tu la mia felicità. Una donna in questi luoghi, una compagna nella
mia solitudine. Non è più solitudine, dirai. Vero, ma è di meglio; la
corrispondenza tacita di due anime solitarie val più che la solitudine;
ne ha i conforti e i vantaggi, non ne ha le ore di noia e i segreti e
spietati rancori che ci fanno odiosi a noi stessi.
Che se l'anima solitaria che s'incontra nella tua è femmina, vi
si aggiunge un avvicinamento elettivo, un'attrazione simpatica; la
debolezza che si appoggia alla forza; la forza che si compiace di
proteggere.
Meglio ancora; la mia incognita è giovine e bella.
Non canzonarmi se mi abbandono a queste illusioni; sono nato artista e
vagheggio l'idillio per istinto; e intreccio il romanzo per abitudine.
La fantasia non può popolare meglio le ore oziose dell'arte. Lascia
adunque che io sogni; giacchè cotali fantasmi sono i più ridenti della
vita, e verrà giorno che ricorderemo d'aver vissuto e d'aver sognato, e
pentiti delle realtà della vita, non sapremo benedire che i sogni».
XXIV.
-Silvio ad Eugenio.-
«Tu mi rampogni perchè non so decidermi a lasciare Gossau e a ritornare
costì, e per farmi arrendere mi dici che Carlotta non è più a Milano.
E con ciò tu hai torto doppiamente; anzi tutto volendo che io cambii
la serenità di questi luoghi, colla mefitica atmosfera delle vostre
sale; e in secondo luogo credendo che io non saprei trovarmi innanzi
a Carlotta senza imbecillire a un tratto e cadere nelle mie vecchie
follie. Finchè io stesso lo temeva, te l'ho confessato; ma ora ti giuro
che mi sentirei assai più forte; non voglio dire indifferente, perchè
tu non la creda una millanteria inutile.
Del resto io sarei teco dalla metà d'ottobre, se la mia vicina non
avesse tenuto così vivamente eccitata la mia curiosità. Lo crederesti
che io non so ancora come si chiami, che cosa faccia, se sia bella e
se abbia proprio 22 anni come la fantasia si ostina ad affermare? Lo
scoprire tutte queste cose è diventato per me una occupazione seria;
mezze le mie giornate le passo alle finestre che guardano nel suo
giardino; le altre mezze a pensare alla mia incognita. Se mi partissi
di qui senza avere la chiave di questo piccolo mistero, credo che non
me ne conforterei più nella vita.
Ti parrà strano che io debba incontrare tante difficoltà in una cosa
di così lieve importanza; ma pensa che la mia incognita non esce mai
di casa, così suppongo, che i vetri delle sue finestre sono coperti da
cortine a maglia, sempre troppo fitte per la distanza che le separa
dalle mie; rammenta il pergolato benedettissimo che mi sta di sotto,
e poi il viale di pini selvatici, e vedrai che tutte le mie risorse si
confinano in quell'intervallo fra il settimo e l'ottavo pino.
Tuttavia sono già andato innanzi nelle mie ricerche; anzitutto ho
pensato di fare il giro del muro di cinta del giardino per riuscire
in faccia all'abitazione. Speravo di incontrare una porta aperta; ma
fui deluso anche in ciò; l'uscio d'ingresso, che sta in cima ad una
gradinata di pochi scalini, era chiuso; le finestre coperte come quelle
che guardano sul giardino; così una volta, così sempre. Ieri soltanto
mi avvenne di vedere allo svolto della via un uomo che saliva quella
gradinata; affrettai il passo, ma, sia che quell'uomo mi avesse visto,
o che avesse davvero molta premura, aprì frettoloso l'uscio e sparì
richiudendolo dietro di sè, senza che avessi tempo di vederlo nel viso.
Stamattina mi sono levato più presto del solito e sono subito corso
alle finestre. Ho visto ancora quell'uomo, mi volgeva ancora le spalle,
ma tanto lo riconobbi egualmente. Egli non mi vide. Ma essa, essa!...
perchè si nasconde? Io m'affanno a rappresentarmene col pensiero
l'immagine; e la vedo ancora quale la vidi la prima volta. Se osassi
dirlo, ti confesserei che mi sento disposto ad amarla; vedi se io sono
ancora malato del mio vecchio male, come tu temi! Amarla! e perchè
no? s'ella ha 22 anni, ed è bella, perchè non l'amerei io? Se la sorte
ha confinato due persone di sesso diverso nei dirupi della Svizzera,
e le ha collocate l'una rimpetto all'altra, non si può ribellarsi
alla sorte. La natura ha fatto il resto in anticipazione, accendendo
nel cuore di quelle creature ravvicinate fortuitamente le fiamme del
desiderio e dell'amore.
Anzi, poi che mi pare che questo sillogismo mi riconforti, prometto
d'amare questa incognita a qualunque costo, di amarla tranquillamente,
allegramente, di accostarmi all'amore come un gastronomo si accosta
alla mensa, o un freddoloso al focolare. Il cuore della donna è per
lo appunto, come tu vuoi meglio, una tavola da pasti o un focolare: ci
si sta un po' stipati, ma in molti. Sarà una passioncella meditata, ma
sarà puro una passione; e forse sarò più fortunato che non lo sia stato
con colei, e mi compenserò del passato.
E se non fosse giovine e bella? Non posso crederlo. La statura forse
più alla di quella di Carlotta, il corpicino sottile, forse più
sottile di quello di Carlotta, il passo lento ma franco, sono indizio
di gioventù e di grazia. Sarebbe strano che la bellezza non vi si
accompagnasse; infine gioventù e grazia unite sono già per sè stesse
una bellezza; però se anche il naso di questa donna disarmonizzasse,
o i suoi occhi sporgessero un po' troppo sulla fronte, prometto di
starmene pago al resto, e di amarla ugualmente............»
XXV.
Il giorno 31 ottobre fu una giornata assai melanconica. Silvio si
era messo, secondo il solito, alle finestre del giardino, e pensava
all'incognita, portando a riprese lo sguardo sulla casa in cui essa
abitava e sul viale dei pini nel quale l'aveva veduta. Egli pensava
che quella donna e lui occupavano nello spazio due punti che una linea
retta assai breve avrebbe potuto congiungere, e che tuttavia vivevano
ignorati e lontani come se l'un dei due si trovasse al capo di Buona
Speranza.
Intanto il vento autunnale sussurrava fra le fronde intatte dei pini,
e sfogliava lentamente alcuni vecchi olmi che fiancheggiavano il
pergolato. Quella solitudine, quella quiete, fecero brulicare nella sua
testa una folla di idee assopite; ripensò a Milano, ad Eugenio, alle
sue antiche abitudini d'artista, alla inerzia in cui vivea, a Carlotta;
rammentò per associazione d'idee il platano secolare che sorgeva nel
mezzo del giardino della sua abitazione in Milano, e gli parve che quel
platano valesse meglio di quei pini... Intanto il vento sussurrava
senza tregua; e pareva rianimarsi, e invadendo la camera, involava
da un tavolo di disegno una dozzina di abozzi, e li sparpagliava sul
pavimento e sui mobili.
Tuttavia Silvio non si mosse, e stando alla finestra e lenendo gli
occhi socchiusi per difenderli dal polverio, riceveva sulla faccia quei
freschi buffi di vento che accarezzavano scompigliandoli pazzamente i
suoi capelli.
Guardò sotto di sè, e vide il pergolato ingiallito e i lunghi sarmenti
agitati dal vento spogliarsi anch'essi delle loro foglie disseccate.
Una speranza sorriso nel cuore di Silvio; fra pochi giorni quei
pergolato sarebbe stato interamente nudo, i vecchi olmi del pari; nulla
più si sarebbe frapposto a' suoi sguardi, il suo orizzonte si sarebbe
allargato come per incanto, ed avrebbe visto la bella incognita. Da
quel punto il sussurro del vento gli suonò dolce come una promessa.
Rianimato da questo pensiero, Silvio dimenticò ben presto il platano
secolare e le altre fantasie milanesi. Una nuova idea occupò allora
il suo cervello; un progetto audace ruminato da molto tempo e che non
aspettava che l'occasione per tradursi in pratica.
Silvio non indugiò più oltre; prese un foglio di carta profumata,
rimboccò le maniche come dovesse accingersi a una grande opera, e
scrisse furiosamente una lettera così concepita:
«-Signora-,
«Un uomo che vi ama, vi prega a non chiudere inesorabilmente le
vostre finestre. È inutile che vi nascondiate; il suo pensiero vi
segue dappertutto, e vi domanda dappertutto ciò che voi forse non
vorrete consentirgli giammai: un po' del vostro amore».
Scritta la lettera conveniva pensare a mandarla; e, per quanto la
fantasia di Silvio vi si adoperasse, non venne a capo di nulla. Quella
casa era inaccessibile, e quand'anche egli si fosse presentato alla
porta e avesse affidato al primo venuto il suo foglio da consegnarsi
alla signora, chi gli assicurava che non sarebbe invece pervenuto nelle
mani di quell'uomo? E chi era quell'uomo? Assai probabilmente un marito
geloso. E se il marito stesso fosse venuto ad aprirgli?... Quel primo
progetto audace era impossibile, e fu respinto.
Non conosceva alcuno che avesse accesso in quella casa; non sapeva il
nome di lei per informarsene nel paese, o per dirigerle la lettera per
posta; oltre a che tutti questi mezzi erano imprudenti e pericolosi.
L'ultimo partito era dunque quello di aspettare; forse la Dea degli
Amori gli avrebbe offerto un'occasione; quella donna si sarebbe trovata
sola in giardino, egli l'avrebbe sorpresa, e fatta una pallottola dei
suoi sentimenti, l'avrebbe gettata ai piedi della bella ritrosa.
I primi giorni di novembre furono giorni d'osservazione; il pergolato
continuava a sfogliarsi, gli olmi levavano già al cielo le loro braccia
nude; il vento fischiava sempre fra le fronde dei pini.
Silvio vedeva realizzarsi in parte i suoi progetti; guardando sotto di
sè, poteva scorgere lo scheletro del pergolato e seguirlo coll'occhio
finchè si congiungeva col viale dei pini; il settimo pino era divenuto
prima l'ottavo, e più tardi il duodecimo. Il pergolato a poche braccia
dalle sue finestre, formava un padiglione; sotto di esso era un enorme
tavolo di pietra, e alcuni sedili pure di sasso, fatti a foggia di
satiri accosciati che tenevano sul capo un disco. Era chiaro che in
quel luogo l'incognita s'era riposata più volte.
Tutte queste nuove scoperte furono ben presto esaurite, e non potevano
pagare per gran tempo la curiosità di Silvio. Egli aveva cercato
per tutto dove il suo occhio giungeva, ma non avea più visto un solo
indizio che accennasse alla sua incognita.
Finalmente un giorno, il 10 novembre -- Silvio lo notò nel suo albo
come un'epoca memorabile -- la sorte gli fu benigna. Dubitando d'essere
spiato, e che si cogliesse occasione della sua assenza, egli lasciò
assai più presto del solito la mensa dell'Albergo di Costanza, e fece
ritorno a casa, dove aveva avuto la prudenza di tener socchiuse le
imposte d'una delle finestre che guardavano nel giardino.
Si fece alla finestra, colla sua pallottola stretta in una mano. Il
cuore gli batteva in modo strano; raramente il cuore s'inganna nei
suoi pronostici. Quella donna era seduta nel padiglione del pergolato;
occupava uno di quei sedili di sasso a foggia di satiro, e un uomo le
era daccanto.
Quei due personaggi non s'accorsero di Silvio, che nascosto dietro le
imposte spiava con occhi avidissimi ogni piccolo movimento di quella
donna. Era bella? Era giovine? In verità egli non potè saperne più
delle altre volte; vestiva a nero; ecco tutto. E quell'uomo? Vestiva
a nero anch'esso. Le teste d'entrambi erano piegate verso il suolo
ed appoggiate fra le palme. Quella era senza dubbio l'attitudine del
pensiero. A che pensavano?
La donna offriva agli occhi di Silvio una magnifica capigliatura
nera, e un breve tratto del profilo (un profilo adorabile); una mano
candidissima nascondeva il rimanente.
Silvio attese. Non andò molto che quell'uomo si mosse come per rizzarsi
in piedi; Silvio si ritirò prudentemente, temendo d'essere scoperto e
immaginando che la sua compagna avrebbe fatto altrettanto. Rimettendo
il capo alla finestra, il suo volto era pallido per l'emozione; egli
stava per vedere il volto dell'incognita, i suoi 22 anni e l'azzurro
delle sue pupille.
Al contrario quella donna era sempre immobile, colla testa sempre
china al suolo, colle mani sempre appoggiate al volto. L'-altro- si
allontanava a passi celeri lungo il pergolato.
Era una fortuna insperata; Silvio non pensò altro; gli parve che la
Provvidenza non avrebbe voluto favorirlo, così avvedutamente un'altra
volta, e sporgendosi del corpo sul davanzale, gettò con un movimento
rapidissimo l'amorosa pallottola, che per la sua leggierezza descrisse
un breve arco e ricadde a due passi dalla bella pensosa.
Silvio fu ancora più ratto a ritirarsi indietro; quella donna, non
vedendo alcuno, avrebbe esposto più lungamente e con maggior abbandono
il suo volto.
Tutto l'edifizio dei suoi sogni stava per consolidarsi o rovinare in un
punto.
Col capo appoggiato contro le gretole delle imposte, cogli occhi
intenti ed immobili, col cuore palpitante e commosso, Silvio cercava i
22 anni di quella donna e l'azzurro delle sue pupille....
XXVI.
L'incognita si scosse, levò il capo; guardò la finestra dietro della
quale si nascondeva Silvio; guardò la pallottola; titubò un istante, e
s'allontanò senza rivolgersi.
Silvio rimase immobile e muto; aveva voluto mostrarsi e gridare
per richiamarla, ma la voce erasi spenta nel suo petto. Coll'occhio
immobilmente fisso e coll'anima agitata, egli seguiva quella donna, il
fantasma redivivo del suo vecchio amore... Carlotta.
XXVII.
Colei era dunque Carlotta!
Il rimanente di quella giornata fu una tempesta pel cuore di Silvio.
Questo incontro così inaspettato, o in tali circostanze, era per lui
un avvenimento fatale. La mente piena del passato gli suggerì che il
destino avesse vincolato inesorabilmente la sua vita alla vita di
quella donna; allora non pensò più a sfuggirla. Aveva dimenticato
facilmente tutto ciò che stava contro di lei; vedendola, tutto era
risuscitato in un punto. Il disprezzo lottò un'altra volta coll'amore,
lottò spietatamente, tenacemente; ma a questa lotta disperata aveva
preso parte un nuovo sentimento. Egli aveva visto quella donna vestita
a bruno, solitaria, dolente, straziata forse da segreto rimorso; la
compassione potè più che l'amore, egli si senti ravvicinato dal dolore
a Carlotta.
Silvio ripensò ogni minuto particolare di quell'incontro; riflettè
sulle strane abitudini d'isolamento di Carlotta, per poterne trarre uno
spiraglio di luce. Che cosa era adunque avvenuto in quel frattempo?
Evidentemente l'uomo ch'egli aveva visto con Carlotta era il marito,
il signor Verni. E come mai non l'aveva riconosciuto? E perchè s'era
egli indotto a vivere così lontano dal mondo, ed a nascondere la
moglie? Aveva dunque scoperto ogni cosa? E per tal modo era questa una
punizione? E Carlotta una colpevole?
In questo labirinto di domande, che egli muoveva a sè medesimo senza
potervi rispondere, aveva smarrito la memoria di tutti i suoi progetti
anteriori. La donna che egli aveva spiato con tanta cura pel corso
di alcuni mesi, la donna per la quale aveva tessuto tutta una tela di
seduzione, e colla quale aveva sognato un idillio, era Carlotta; non
avrebbe potuto essere altri; tutto adunque si perdeva in Carlotta. Il
suo soggiorno in Isvizzera e i cento castelli della solitudine erano
troppo misera cosa al confronto del passato che riviveva in quella
donna, perchè egli potesse ancora averne la mente occupata.
Non dimenticò però che egli aveva gettato una lettera nel giardino;
che quella lettera fatta per una sconosciuta avrebbe potuto offendere
Carlotta; che avrebbe potuto pervenire in mani del signor Verni ch'era
pure stato suo amico; infine che egli aveva fatto voto di non macchiare
di colpa l'onore di quella donna, di non portare il suo amore come un
ostacolo all'affetto di due sposi che si amavano.
Carlotta aveva potuto essere colpevole; non perciò egli era autorizzato
a farla colpevole un'altra volta. Bisognava rinunziare; resistere
ancora, poi che aveva resistito fino a quel punto.
Egli aveva dei doveri, e non li avrebbe dimenticati; un istante di
oblio avrebbe aggiunto un'altra spina alla corona di rimorsi che faceva
sanguinare il cuore di quella creatura adorata.
Ad ogni modo non l'avrebbe sfuggita; ciò era superiore alle sue forze;
era forse contrario allo stesso destino che lo aveva riaccostato in un
modo così strano a quella donna.
Silvio si prese il capo fra le mani. Un'idea fissa lo torturava senza
frutto. Venne ancora alla finestra, e guardò all'intorno. Il giardino
era deserto; le finestre della casa chiuse nel modo consueto; quella
fatale pallottola di carta era ancora là, dove prima era caduta. S'egli
avesse potuto ritrarnela! per istinto misurò d'uno sguardo l'altezza
che separava il giardino dalla finestra, all'incirca venticinque piedi;
il pergolato avrebbe potuto aiutarlo nella discesa; ma tanto era una
prova assai pericolosa. E poi avrebbe abbisognato attendere la notte; e
l'oscurità rendeva più grave il pericolo.
E tuttavia dover lasciare quel foglio nel giardino!... Ella forse
avrebbe aspettato la notte per raccoglierlo, e la leggierezza di quelle
parole l'avrebbe offesa. È ben vero che quella lettera non era diretta
a lei; ma come dirglielo? Oltre a ciò, lo stesso signor Verni avrebbe
potuto averne notizia....
Silvio guardò al cielo, meno per chiederne consiglio, che per vedere
se promettesse soccorso. Chi sa? Un acquazzone avrebbe potuto lacerare
quel malaugurato foglio e seppellirlo fra le zolle.
Ma il cielo era purissimo, e il sole tramontava lentamente dietro i
colli.
Allora Silvio si rifece a misurare la strada che avrebbe dovuto
percorrere per scendere in giardino. Egli avrebbe posto i piedi sopra
un'asta di legno del pergolato, tenendosi al parapetto della finestra.
Quindi, appoggiandosi alla muraglia, avrebbe guadagnato un palo
che pareva più vigoroso degli altri, e si sarebbe lasciato scorrere
lungh'esso fino al fondo. La risalita non doveva essere più difficile.
Rifacendo i calcoli gli parve ora un'impresa semplicissima.
Con questo proposito aspettò la notte. Una mezz'ora dopo il tramonto,
Silvio si accostò alla finestra, parendogli d'udire rumore nel
giardino. Sperava e temeva che Carlotta lo avesse prevenuto; ma il
giardino era deserto. Conveniva affrettare; alcuni istanti dopo non
sarebbe forse stato più in tempo. Scavalcò il davanzale della finestra
con una trepidanza indicibile; egli poteva essere visto, poteva
incontrarsi con Carlotta, e quel che era peggio col marito. Pose i
piedi sull'asse del pergolato e, prima di abbandonarvisi, ne provò
con una scossa del corpo la resistenza. L'asse piegò sotto il peso,
ma non si ruppe. Tuttavia fu col cuore serrato dal raccapriccio che
egli si decise a distaccare le mani dalla pietra del davanzale. Senza
volerlo, i suoi occhi guardarono sotto di sè, quel pergolato contava
almeno 18 piedi d'altezza. Era un'inezia per chi aveva salito il San
Gottardo, e Silvio sorrise della sua debolezza. Col corpo inclinato
verso il muro si trascinò lentamente lungo quell'asse, e giunse al palo
che aveva adocchiato. S'egli riuscva ad attaccarvisi colle mani, era
tutto fatto; lo stesso palo l'avrebbe accompagnato fino a terra. Ma per
afferrare quel palo gli toccava reggersi in equilibrio per un istante,
senza alcun appoggio delle mani, e ripiegare il corpo lentamente, senza
uscire da quel bilico difficilissimo. Silvio eseguì questa ginnastica
con qualche disinvoltura, e in breve pose piede nel giardino. In
quell'istante un'ombra nera passò nel viale dei pini. Era illusione
cagionata dal turbamento di Silvio, od era realtà? Silvio non ebbe
altro pensiero che di nascondersi; se il signor Verni l'avesse sorpreso
in quel luogo, egli ne sarebbe morto di vergogna. Si rannicchiò in
mezzo ad alcune piante di mirto, ed attese.
Quando gli parve d'essere al sicuro, uscì dal suo nascondiglio, e si
rivolse verso il padiglione per rintracciare la lettera. Riconobbe
il luogo ove era caduta, ma non vide più la malaugurata pallottola.
Pensando d'essersi ingannato, guardò alla sua finestra, rifece
coll'occhio l'arco descritto dalla pallottola, e conobbe di non essere
in errore. Tuttavia cercò minutamente fin presso al padiglione.
Non vi era dubbio; qualcheduno avea preso quel foglio; e chi mai
se non Carlotta? Questo pensiero gli empiè il cuore di gioia; ma
fu un istante. Che avrebbe pensato Carlotta della arditezza del suo
linguaggio?
Senza accorgersene, s'era introdotto nel padiglione, e s'era seduto
sullo stesso sedile su cui aveva visto Carlotta. Da quel luogo egli
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