dalle camere di Carlotta. M'accostai all'uscio che era rimasto
socchiuso; la voce pareva venire dal fondo della camera; era d'uomo.
Non potei vincere la mia curiosità; ahimè, era certamente assai più che
curiosità! appoggiai la testa contro l'uscio, ed ascoltai vergognando
della mia debolezza.
Erano due voci, e parevano contendere; l'una più robusta, più
imperiosa, ed era quella d'un uomo; l'altra supplichevole e fioca,
d'una donna, forse di Carlotta. Un freddo sudore spuntò sulla mia
fronte; tesi l'orecchio per ascoltare, ma le parole non giungevano fino
a me che stentatamente.
-- Verrete? domandava quell'uomo, e l'altra replicava fra i singhiozzi.
-- Verrete? insisteva il primo.
Mi venne in mente che fosse lui, il cavalier Salvani; e immaginai
Carlotta pallida, lagrimante, stretta dalle mani audaci di quell'uomo.
La pietà me l'imponeva, il mio amore me ne dava diritto; posi la mano
sulla maniglia della porta, e feci per entrare.
-- Verrete? ripetè ancora una volta quella voce.
Un gemito straziante le rispose, poi alcuni passi affrettati, poi più
nulla.
Mi appoggiai al muro un istante, e tentai invano di ricompormi.
Carlotta entrò; la salutai freddo, ella sorridente. La guardai negli
occhi; aveva pianto... Mio Dio! Mio Dio! E quell'uomo dunque? ah! è
cosa da perdere la ragione...
«Verrete?» Era una preghiera? no, era un comando -- ma dove? quando?
e qual sarà stata la risposta di lei? Stolto! e posso io dubitare
ancora?»
X.
In tutta notte Silvio non potè dormire un solo istante; il fantasma
della sua sciagura s'era seduto sul suo letto; i suoi occhi lo
fuggivano, ma invano -- quel fantasma gli era sempre dinanzi. E pigliava
le forme più spaventose, e gli atteggiamenti più strani. Terribile
strazio, notte interminabile; il primo raggio di sole illuminò la sua
fronte madida di sudore. Egli salutò quella luce come un benefizio.
Abbandonò il suo letto ed uscì; che aveva in mente? nulla; e tuttavia
non avrebbe potuto restare un istante di più sotto quella volta, fra
quelle mura che erano state testimonii di quella notte passata nel
delirio e nella febbre dell'insonnia. Gironzò a caso gran tempo; senza
avvedersene e quasi istintivamente, egli si era spinto fin presso
all'abitazione di Carlotta. S'inoltrò; vide le sue finestre e i suoi
vasi di ciclamini, i fiori che essa amava sovra tutti gli altri, e si
fermò sulla via a contemplarli melanconicamente. Gli ritornarono in
mente le segrete battaglie del suo timido amore.
Trascorse gran parte della mattina senza che egli avesse potuto
decidersi ad abbandonare quei luoghi. Guardava tratto tratto alle
finestre, sperando il povero conforto di vederla ancora una volta prima
di abbandonarla per sempre.
Improvvisamente si accorso d'una donna che lo precedeva di un
centinaio di passi e che egli non aveva visto passare innanzi. Vestiva
semplicemente, ma con eleganza; gli volgeva le spalle, e s'allontanava
a passi rapidi. Il cuore di lui rianimava le suo tempeste; parevagli
di riconoscere Carlotta; all'andatura e alle spalle avrebbe giurato
che era dessa. La ragione lo veniva confortando in questa credenza;
quella donna gli era apparsa dinanzi in un solo tratto; sarebbe stata
troppo strana cosa che gli fosse passata dinanzi ed avesse tardato
tanto a vederla. Era dunque uscita da una porta; la sua distrazione gli
spiegava che non l'avesse vista ad uscire; ora la porta dell'abitazione
di Carlotta si trovava per l'appunto a tal distanza che tornava bene
coi suoi calcoli. Così pensando affrettava il passo dietro a quella
donna, procurando di tenersi alle muraglie per celarsi.
Perchè la seguiva egli? non lo sapeva. Se pure avesse avuto la certezza
che quella donna era Carlotta, avrebbe egli osato arrestarla sulla
via e parlarle? E parlarle di che? Certamente non pensava nulla di
tutto ciò; la seguiva non già per raggiungerla, ma per seguirla; anzi
quando gli parve di guadagnare troppo cammino, rallentò il passo per
mantenersi alla stessa distanza.
Ella s'era voltata più volte, ed egli aveva aguzzato il suo sguardo, ma
un fitto velo le nascondeva il viso. Allora solo Silvio ricordò quella
parola udita il giorno prima, e gli parve d'udirla ripetere ancora
malignamente al suo orecchio:
-Verrete?-
-- Oh! ella adunque si reca a quel convegno, non vi è più dubbio -- disse
fra sè gemendo, e accelerò il passo.
Quella donna camminava sempre innanzi a lui. Guardandola più attento,
gli parve che si fosse ingannato e che non potesse essere Carlotta; le
forme e le movenze eran di Carlotta, ma mancavano due linee alla sua
statura, per poter dire che la fosse davvero. Egli non poteva errare;
l'aveva vista tante volte....
-- Oibò, conchiuse, non è Carlotta.
Tuttavia non seppe risolversi di arrestarsi e proseguì, sebbene più
lento, nel cammino che gli veniva segnato da quell'incognita.
Ad uno svolto di via il cuore gli battè più celere, il velo di quella
donna s'era sollevato alquanto, e gli occhi penetranti di Silvio erano
passati come un dardo in una feritoia.
-- È dessa, è dessa -- ripetè sconfortato.
E questa volta accelerava il passo con frenesia; se non che non andò
molto che si arrestò un'altra volta. Aveva misurato ancora la statura
di quella donna, e assolutamente le mancavano due linee per farne una
Carlotta.
Non osando più affermare nulla dentro di sè, si lasciò guidare
macchinalmente, spinto da quella che si può chiamare la forza d'inerzia
della volontà, e che è pelle nature variabili e deboli la sola
direttrice delle azioni.
Camminò di tal guisa gran tempo; parea che quella donna errasse
capricciosamente, come se temesse d'essere seguita, e volesse sviare
ogni ricerca. Pure egli era certo di non essere stato veduto.
D'un tratto l'incognita si fermò, e guardandosi attorno, entrò d'un
balzo in una carrozza da piazza, che pochi istanti dopo partì al
galoppo.
Silvio s'arrestò sbigottito.
Un'altra carrozza gli veniva incontro, e il cocchiere dall'alto del
cassetto agitava lo staffile per richiamarne l'attenzione ed offerirgli
i suoi servigi.
Silvio corse incontro a quell'uomo.
-- Hai tu veduto quella carrozza che è partita or ora?
-- Il numero 102.
-- Ti basta l'animo di raggiungerla e di seguirla?
-- Per raggiungerla gli è l'affare di cinque minuti; le gambe di -Lupo-,
ed accennava il suo cavallo, sono d'acciaio. In quanto a seguirla, se
anche io chiudessi gli occhi, Lupo le terrebbe dietro ugualmente; egli
conosce meglio di me il numero 102, perchè lo ha giorno e notte dinanzi
agli orchi. Vedete ho il numero 103 io...
Silvio non aveva ascoltato che a metà le ciancie di quell'uomo; s'era
cacciato in carrozza e avea rinchiuso, sbattendolo, lo sportello.
La carrozza partì come una furia.
In breve il numero 103 fu dietro al numero 102; allora rallentò il
passo.
Il numero 102 svoltò in una via, svoltò in un'altra, in un'altra
ancora, e il 103 dietro sempre come un'ombra. Allora parve che
l'incognita si fosse accorta d'essere seguita, perchè d'un tratto il
102 si slanciò al galoppo. E il numero 103 dietro egli pure al galoppo.
A quella corsa sfrenata i passeggieri si davano da banda spaventati.
-- Passale innanzi -- gridò Silvio al cocchiere.
La povera rozza tremò sotto lo scoppiettio della frusta, e accelerò
ancora la sua corsa. Silvio appoggiò il capo allo sportello, tenendosi
nascosto dietro le tende; aveva speranza di veder quella donna e di
riconoscerla, e voleva darle a credere di non essere inseguita, per non
stornarla dal suo proposito.
Il numero 103 raggiunse il 102.
La corsa delle due carrozze era così rapida, che, prima di passar
oltre, si trovarono di fronte un breve tratto. Silvio vide le tende
calate, e l'estremità di una mano che spuntava dietro i vetri. Il volto
di quella donna era là... dietro... sbigottito forse e tremante.
La carrozza passò oltre.
Il 102 approfittò di quel momento, e voltò a sinistra. Silvio non
sentì più il rumore delle ruote dietro di sè. Ahi! essa dunque gli era
sfuggita.
Lungi dall'arrestarsi, il cocchiere tirava diritto al galoppo, e giù
staffilate sul disgraziato -Lupo-.
-- Lasciatemi fare, gridava dal suo cassetto a Silvio che gli comandava
d'arrestarsi.
La carrozza volava, radendo il terreno come una freccia. Silvio
intese il rumore delle ruote farsi più sordo, e cessò affatto d'udire
l'alternato scalpitare delle zampe di -Lupo- sul lastrico. Allora levò
il capo dallo sportello, e conobbe d'essere nella Piazza d'Armi.
Una carrozza privata era ferma nel mezzo della piazza; parve che il
cocchiere di quella, vedendo una carrozza accostarsi, si ripiegasse
indietro per pigliare degli ordini; infatti poco dopo tirò le redini,
e mosse lentamente incontro al numero 103. Il cocchiere del numero 103
dal suo canto rallentò le redini sul collo di Lupo, e lasciò che egli
si avanzasse al piccolo trotto.
All'improvviso la carrozza privata mutò direzione, e volse a sinistra;
da quella parte un'altra carrozza arrivava di galoppo. Silvio riconobbe
in essa il numero 102, smarrì le forze, e dovette abbandonare lo
sportello.
Un'istante dopo diede ordine al cocchiere di passar oltre per non
insospettire.
Allora appoggiò la fronte ardentissima sul piccolo finestrino
posteriore, e guardò con occhio smarrito ciò che stava per succedere. E
vide le due carrozze arrestarsi l'una presso all'altra, e lo sportello
del numero 102 aprirsi, e contemporaneamente aprirsi lo sportello
dell'altra; poi un piede piccolo appoggiarsi sul predellino del
numero 102, ed uscirne una donna velata. Silvio rattenne il respiro
per concentrare negli occhi tutta la sua vita... Un grido proruppe
soffocato dal suo petto; no, egli non poteva più oltre dubitare: quella
donna era Carlotta.
La vide attraversare il breve tratto di via che la separava dall'altra
carrozza; e una mano sporgersi per aiutarla a salire; poi null'altro;
le lagrime gli oscuravano la vista.
Poco dopo un polverio lontano segnava ancora il sentiero di quella fuga.
-- Devo seguirli?... domandò il cocchiere, accennando col dito la
carrozza che si allontanava.
-- No; rispose Silvio con voce cupa.
-- Volete che mi accosti al numero 102?...
Senza aspettare la risposta, spinse Lupo al galoppo.
-- Arresta; gridò Silvio.
La carrozza si fermò. Silvio si fe' condurre dinanzi all'abitazione del
signor Verni; e quivi discese.
-- Uscirò da questa incertezza fatale, mormorava fra i denti salendo le
scalinate.
-- Voi qui, signor Silvio! disse una voce daccanto a lui.
-- Voi, signor Verni!
-- Vi fa meraviglia?
-- Tutt'altro, vi cercavo.
-- A meraviglia; sono agli ordini vostri.
-- Voi uscite?
-- La mia solita passeggiata. E che cosa volevate dunque da me?
-- E la vostra signora moglie?
-- Sta bene; è uscita anch'essa.
-- Uscita....
-- Da un'ora, una visita ai suoi poverelli; quest'oggi è il
sabbato. Attaccatevi al mio braccio, mi parlerete del vostro affare
passeggiando.
XI.
-Silvio ad Eugenio.-
«Non so darmene pace. Ed è possibile spingere la semplicità a questo
punto? e voler ritessere di propria mano nuovi inganni alla mente,
perchè ella asserisca ciò che non può pensare? Pure è questa da qualche
giorno la mia tortura. E m'affatico stoltamente a deludere il mio buon
senso, per poter credere ancora alla virtù di quella donna.
La virtù, la virtù! sempre questa parola che enfia pomposamente le gote
degli ipocriti; questa che noi chiamiamo virtù è maschera di più fino
lavoro delle altre, ma maschera al pari delle altre; il mondo tutto è
una mascherata ridicola; e chi non ha labbra da ghigni beffardi, non
ha petto da starsene fra gli uomini e farà meglio ad andarsene. Poni
la virtù sopra una bilancia, e dimmi quanto pesi; interroga i mercati,
e che ti si dica il prezzo di questa merce; incontrerai molte virtù
da vendere -- ma la virtù non già, perchè non è cosa di terra -- Se oggi
ci venisse un istante, un usuraio la porrebbe all'incanto, e domattina
l'avrebbero violata.
Hai forse ragione, mio ottimo Eugenio; e in questo momento sono assai
più disposto a convenire teco; ma sono ben otto giorni che mi arrovello
a contraddirti e a persuadermi del contrario. Che vuoi? Sono oramai
così debole, che mi appiglio ad ogni cosa che possa arrestarmi in
qualche modo su questo fatalissimo pendio che mena all'apatia. Gli
uomini sentono di buon'ora questo bisogno; se non che, quando si ha
esuberanza di passioni e di forza, il dubbio sfiora il cuore senza
passarlo; e se un disinganno tarpa le ali per un istante, bentosto la
speranza le rinnova più robuste.
La gioventù è l'inno dell'amore -- si è giovani, e si ama -- a qualunque
prezzo, anche a prezzo del dolore e del sagrifizio -- si ama perchè
giovani, si è giovani perchè si ama.
In questa effervescenza di vita e di affetti si esaurisce rapidamente
la gioventù e l'amore -- colla gioventù la forza, coll'amore la fede,
però che la fede è un'amore.
L'indifferenza, fredda, muta, desolata ci galoppa alle spalle; ieri era
l'avvenire e il passato; oggi è l'oggi -- inesorabilmente.
Io lo sento, e vorrei sottrarmi a questa barbara legge, vorrei
sottrarmi a me stesso, al peso della mia memoria e della inerzia
della mia fantasia. Vorrei... oh! sì; strapparlo dal seno questo cuore
impotente.
Ecco forse perchè m'affanno a credere ancora alla virtù di Carlotta.
È un fantasma vano, tu dici; che importa? è pur sempre una fede, è
pur sempre un amore; non è più Carlotta che io domando al cielo, sono
le mie passioni, i miei affetti, il mio cuore. Non è Carlotta, ma il
pensiero di Carlotta.
Ah! la memoria di quel giorno mi toglie il senno. Spingere a tal punto
la perfidia; ingannare un uomo che non vive che di lei, che ella
dice d'amare, con cui divide il tetto, la mensa e l'avvenire.... e
ingannarlo per chi?
Quel signor Verni è pure la buona persona; affettuoso, cortese,
dignitosamente austero; ma che monta tutto ciò? egli è un marito;
conviene che egli sia giudicato come tale, e amato come tale. Amato...
sì; e non è possibile che io m'inganni. Carlotta ama suo marito... E
perchè dunque?... Enigma tormentoso, indefinibile mistero del cuore
d'una donna, chi mai saprà leggere nelle tue pagine capricciose?
Mi sono recato più volte, dopo quella giornata, in casa di Carlotta.
La vidi mesta, pallida, stravolta: tale un giorno, tale sempre. Che
può ella avere che l'affanni? Il rimorso forse? Menzognera e meschina
e falsa riparazione questa del rimorso... «La poveretta ha errato, ne
soffre». Infamia, infamia; nissuna pietà per la colpa che mendica il
perdono colle vesti del pentimento.
Se l'immagine della vostra colpa può tanto sull'animo vostro da
rendervi infelice, perchè mai non potè arrestarvi prima di commetterla?
«Un istante di debolezza». Verissimo. Ma poichè foste deboli
nell'errare, siate forti nel subirne la penitenza -- non vogliate lavare
l'onta colle lagrime, la debolezza colla debolezza, il vizio colla
menzogna.
Quell'uomo, quel cavaliere Salvani, non è più venuto in casa Verni dopo
quel giorno. M'ingannerei io dunque? Io sono pure lo stolto giocoliero
ad affannarmi per ingannare me stesso. Potessi colle mie stupide
querele arrestare un istante il fantasma della mia fede, e morire
con essa! Morire benedicendo ed amando, morire col pensiero di lei,
coll'immagine di lei dinanzi agli occhi, la mia bocca fremente sulla
sua fronte purissima... la sua fronte purissima!... Irridimi cinico,
irridimi; la tua beffa non può ferire il mio delirio».
XII.
-Silvio ad Eugenio.-
«Ancora.... sì, ancora di lei; ne ho la mente piena, ne ho il cuore
pieno. Non posso nulla contro la prepotenza di questo affetto.
Le dure parole della tua ultima di dieci giorni fa mi hanno ferito
vivamente nel mio amor proprio. Ho voluto aspettare a risponderti per
dirti: «Rifaccio i tuoi passi, sarò ad Huesca quanto prima...» Che
mi rattiene ora dal farlo? Lo ignoro, ma mi è tuttavia impossibile
abbandonare Milano. E d'altra parte abbandonare una città non
è abbandonare i nostri affetti, le nostre memorie; e se potessi
spogliarmi di queste, non vorrei allontanarmi da Milano.
È la centesima volta che io giuro a me stesso di non rivederla più;
questa volta mancò poco che io riuscissi, e sarebbe stato merito tuo.
Non è mia colpa se il mio proposito, ed era saldissimo, ha fallito;
giudicane tu stesso.
Erano quindici giorni che non era stato in casa di Carlotta; non vi
sarei andato più; se non fossero bastate le mie forze, avrei riparato
nelle tue braccia per sottrarmi ad ogni tentazione. Propositi saggi,
tu lo vedi. Questa mattina sono stato svegliato da un raggio di sole,
e mi sono levato meno triste. Ho aperto le finestre, e un'onda di lieti
pispigli ha invaso la mia piccola casa. Razza spensierata quei passeri!
Uscii meglio disposto a sopportare la noia di me medesimo.
Ho gironzato alcune ore senza pensiero; mi sono cacciato dappertutto;
ho guardato con molta attenzione le mostre dei negozii, ed ho
interrogalo con insistenza il volto dei passanti. «Costoro sono tutti
galantuomini, mi sussurrava il mio demonio; camminano a due a due; e
si danno il braccio, e cianciano. Cianciano tutti, e di che mai? Vedi
soave ricambio di sentimenti!»
Ascoltavo stupefatto le rotte frasi dei loro discorsi, e tentavo
indovinarne il senso. Buona occupazione per gli sfaccendati; ma per
me era più che un'occupazione, era meraviglia; e ti giuro che ce ne
volle prima che mi ricordassi che appartengo anch'io alla razza dei
galantuomini.
Suonava il mezzogiorno, e senza avvedermene io m'era spinto entro i
viali serpeggianti dei giardini. Le belle anitrelle! le belle magnolie!
e sopratutto i bei raggi di sole!
Guardai innanzi a me -- povero mio cuore! -- era dessa!
Veniva lentamente appoggiata al braccio di suo marito. Il mio primo
pensiero, credilo, fu quello di sfuggirla, e girai intorno la sguardo
ricercando un sentiero per la mia fuga; ma essi mi avevano già visto.
Carlotta era pallida, abbattuta, come se fosse uscita appena allora di
malattia; il suo profilo s'era allungato, e i suoi grandi occhi pareano
ingrossati più ancora, e guardavano con sguardi così languidi... Ma io
sono pur sciocco a intrattenere il tuo cinismo di queste miserie.
Mi salutarono per i primi; il rossore mi salì alle guancie.
Domandai notizie della salute di Carlotta, balbettai alcune scuse
per non essermi più recato in casa loro. Non udii le loro parole di
rimprovero; ma mi parvero tali. Dolci rimproveri!
Quel signor Verni è proprio una carissima persona, e sua moglie così
bella! Io vorrei pure amarli entrambi...
Mi accompagnai un breve tratto con essi, e vollero farmi promettere che
sarei andato a far loro visita. Promisi. Poteva io non farlo?
Ed ora? Tutt'oggi non ho fatto che pensare ad essa: ho ripetuto mille
volte ogni sua parola. È così dolce la sua voce! Ne sento ancora
l'armonia, come fremito d'arpa lontana. Ho dimenticato i miei passeri;
il loro cinguettìo mi è indifferente, quasi importuno; e se penso
alla gioia d'essere amato da quella donna e udirlo ripetere dalle suo
labbra... credo che impazzirei.
E dire!... ah, perchè non posso io contemplare un istante questa cara
visione, senza che vi si mesca quell'orribile pensiero? E se io la
calunniassi, se non fosse lei quella che ho veduto? Incertezza crudele.
Ritornerò, sì, ritornerò nella sua casa; un'ultima volta, e ti
prometto che avrò fatto prima le mie valigie. E sarò teco a dividere la
solitudine di quel dannato paese più presto che tu non immagini; e ci
consoleremo a vicenda».
XIII.
Silvio lasciò passare alcuni giorni senza sapersi risolvere a ritornare
in casa di Carlotta.
Se avesse dovuto ascoltare la voce della sua passione, egli vi si
sarebbe recato molto prima, e già più volte era stato per arrendersi al
desiderio; ma poichè egli aveva promesso ad Eugenio, e più a sè stesso,
che quella visita sarebbe stata l'ultima, non aveva ritrovato ancora
dentro di sè tanta forza da appigliarsi a quell'estremo partito.
Se non che suole avvenire delle anime deboli che spesso s'inducano dopo
molta riluttanza ad affrontare un dolore, solo perchè non hanno forza
di ribellarsi ad una determinazione presa. La scrupolosa osservanza
delle promesse che gli uomini fanno a sè stessi, non è sempre, nè
per tutti gli uomini, indizio di forza; anzi lo -scrupolo- è sempre
debolezza. L'indugiare è una lotta, ma la lotta del debole; l'adempiere
dopo l'indugio è un arrendersi dopo la lotta; novello indizio di
debolezza.
Una mattina Silvio si alzò giurando che al pomeriggio sarebbe andato da
Carlotta, e che il domani avrebbe lasciato Milano.
Non erano ancora lo due dopo mezzogiorno, ed egli entrava nel portone
del palazzo Verni.
Su per le scale immaginò l'imbarazzo che avrebbe provato dinanzi a
Carlotta, quando egli si fosse lasciato cogliere alla sprovveduta;
però si premunì disponendo il corpo a certa disinvolta noncuranza, che,
secondo i suoi calcoli, doveva fare una profonda impressione.
Carlotta era sola.
Sebbene Silvio fosse venuto con animo di salutare anche quel buon uomo
del signor Verni, questa notizia gli fece piacere, e sentì ad un tratto
svanire gran parte di quella forza fittizia su cui egli aveva riposato
così securamente. Ad ogni modo non si diede per vinto, e col più
insulso cinguettìo di cui fosse capace, domandò a Carlotta della sua
salute, della preziosa salute del signor Verni. Carlotta s'era rimessa
completamente, e il signor Verni era sempre stato a meraviglia. Silvio
assicurò d'esserne lietissimo; e continuò a dire con una rapidità
prodigiosa di cento ultime notizie che Carlotta ascoltava colla più
bella grazia di questo mondo.
-- Rimessa completamente -- andava intanto ripetendo fra sè e sè, e
gettava alla sfuggita uno sguardo sul viso fresco e rosato della
vaga creatura, non osando contemplarla per paura di perderci il suo
frasario.
-- Io parto -- disse alla fine con aria distratta.
-- Partite! esclamò Carlotta con accento di sorpresa.
Silvio stava per aggiungere qualche cosa, ma levando gli occhi
s'incontrò in quelli di Carlotta che lo guardavano con una strana
espressione di mestizia. Allora fu perduto, s'ingarbugliò, balbettò
frasi sconnesse, poi non disse più nulla.
Carlotta continuava a guardarlo sott'occhi; forse ella aveva letto
nell'anima di lui, e quello sguardo rivelava la pietà.
Ma l'immaginazione degli innamorati ha le ali più robuste e
s'accompagna nei voli colla speranza.
Per Silvio quello sguardo voleva dire ben altro; era un amore
corrisposto, una fiamma celata, era il profumo che tradiva un affetto
dissimulato. Tremante e pallido egli ricercò quello sguardo avidamente.
Carlotta volse gli occhi altrove. Era un riguardo; e tuttavia Silvio ne
fu addolorato. Vi fu un istante di silenzio.
-- Noi siamo pur soli -- pensò Silvio; io potrei...
-- Lasciate Milano per molto tempo? -- domandò Carlotta all'improvviso.
-- Lo ignoro... Dipenderà dalle circostanze.
Carlotta aveva strappato un giacinto bianco da un piccolo vaso, e lo
sfogliava lasciandone cadere i petali sulle sue ginocchia. Silvio stava
muto a guardarla.
La sua posizione diventava sempre più imbarazzata; ma egli non se ne
accorgeva più; non temeva più il ridicolo; non cercava più di celare
sotto un'apparenza fredda e contegnosa il tormento della sua passione.
Si era svelato, e lo sapeva. Non aveano detto parola, e pure s'erano
compresi. Egli aveva detto l'amore; essa la pietà. Il silenzio ha
delle grandi rivelazioni. Carlotta aveva pietà di lui; non poteva
più dubitarne. Era bastato un momento ad apprendergli tutto, a
farlo ricadere dall'altezza delle sue fantastiche speranze, nella
rassegnazione dell'uomo che non domanda altro che il compianto. Uno
sguardo aveva sprigionato nel suo petto i sogni e le ebbrezze del
desiderio e dell'amore, uno sguardo lo aveva ricacciato nel suo nulla.
In questo breve periodo di folle abbandono egli aveva perduto la sola
forza che potesse contrapporre allo slancio della sua passione, la
maschera d'indifferenza sotto cui aveva celato il suo cuore.
Tuttavia la pietà della donna che si ama è un gran conforto per le
sventure degli amanti; v'ha in essa un profumo soave, una dolcezza
lusinghiera che compensa in certo modo del rifiuto dell'amore. Forse
anche la pietà è amore; però le donne che vivono per amare, allora che
non amano, compiangono.
Silvio s'era spogliato dell'orgoglio dell'uomo, e s'inchinava a
raccogliere gli sguardi di quella pietosa. In quel punto non ricercava
di più; gli pareva follia che si potesse preferire l'amore colpevole,
alla virtuosa dolcezza di quel compianto.
-- Forse ella mi avrebbe amato -- pensò. Povero conforto per la vanità
delle anime volgari; grande per la vanità delle anime elette.
-- Dove andate? domandò ancora Carlotta.
-- Che so io? In Ispagna forse, viaggierò per distrarmi. Vi è forse
ancora disseminata pel mondo qualche gioia elio possa pagare l'aridità
della mia vita presente. Cercherò.
Silvio sorrideva senza amarezza; quelle parole gli venivano dal cuore.
-- Ne avete diritto: aggiunse Carlotta. Voi siete giovine.
E pronunziò queste parole con tale accento di mestizia, che Silvio ne
rimase colpito.
-- I dolori invecchiano, disse Silvio.
-- È vero, i dolori invecchiano.
Per alcun tempo si rifecero mutoli. Silvio non cercava di rompere
il silenzio; quel silenzio era per lui la sola cosa che dava ai suoi
rapporti con Carlotta quella tinta di confidenza che gli era così cara.
-- Viaggiate solo?
-- Solo.
-- Fate conto di ritornare a Milano?
-- Lo spero.
-- Ci rivedremo.
Silvio non rispose; e levò gli occhi al cielo.
-- Vostro marito? domandò poi commosso.
-- È uscito.
-- Avrei avuto caro di salutarlo.
-- Si offenderebbe se non lo faceste. Egli vi stima; gli siete simpatico.
-- Egli!
-- A qual giorno è fissata la vostra partenza?
-- Più presto che mi sarà possibile. Vedrò vostro marito.
La conversazione morì un'altra volta sulle loro labbra; ma le loro
anime parlavano un linguaggio ben più eloquente.
Ella scherzava col gambo sfogliato del giacinto; egli guardava i
petali caduti sul tappeto. Pensavano entrambi, entrambi mesti e pronti
a sorridere di quel sorriso che fa così bella la mestizia. Una soave
intimità non rivelata da prima spirava dai loro atti. Si conoscevano
appena e pure potevano leggere nel pensiero l'un dell'altro.
Silvio pensava a raccogliere i petali del giacinto; Carlotta si levò a
metà, e battendo sulla veste, fece cadere quei petali che vi si erano
attaccati. Silvio s'inchinò lentamente e li raccolse; risollevandosi
incontrò il volto sereno di Carlotta. Non s'era offesa dell'audacia, ed
egli lo sapeva.
-- Li terrò sempre meco, disse Silvio sorridendo; mi porteranno fortuna.
-- Sono fiori melanconici i giacinti.
-- Li avrò più cari per questo. Mi faranno sovvenire di voi.... Siete
così bella!.... aggiunse scuotendo il capo mestamente.
Carlotta tacque.
In quel punto un servo venne ad annunziare il cavaliere Salvani. A quel
nome due grida morirono soffocate sulle labbra di Silvio e di Carlotta.
Si guardarono in volto, entrambi muti e tremanti. In quello sguardo
smarrito Silvio lesse la condanna che il dubbio aveva sempre trattenuto
nel suo cuore. Quella donna meritava il suo disprezzo.
Il cavaliere Salvani entrò, e si tenne ritto un istante sull'uscio
senza inoltrarsi. Carlotta pareva oppressa da un'ansia mortale.
-- Io vi lascio, le disse Silvio; e fe' atto di allontanarsi.
Carlotta levò gli occhi verso di lui, come ad implorare la sua pietà e
pregarlo di fermarsi.
Silvio non intese, o non volle; salutò, ed uscì.
XIV.
Non era facile cosa abbandonare quella casa; però Silvio non fu appena
sulla via, che conobbe come quell'impresa fosse superiore alle sue
forze. Avrebbe desiderato che una furia lo avesse trascinato seco, e
tanto per dar prova della sincerità delle sue intenzioni, si mosse a
passi agitati.
Ma la sua gelosia era più forte del suo sdegno, e gli troncò
inesorabilmente il cammino.
Ritornò indietro lentamente, ma colla tempesta nel cuore. Che aveva in
animo di fare? Egli non aveva ancora risposto a questo quesito. Cento
propositi insensati turbinavano nella sua mente; non accettava, non
respingeva nulla. Venuto dinanzi alla casa di Carlotta, egli si sentì
crescere lo sdegno; collo sdegno il disprezzo. -- Volle fuggire un'altra
volta, ma non si mosse. Levò il capo e guardò le finestre, come ad
interrogarle dei misteri che esse nascondevano. Allora in un lampo più
forte d'ira, pensò di risalire le scale, di sorprendere quell'uomo,
d'insultarlo, di strapparlo a forza dalle braccia di Carlotta. Ma quali
diritti poteva egli vantare per far ciò? Diritti! V'era pure chi ne
aveva.... il signor Verni! E perchè non l'avrebbe egli avvisato, perchè
non sarebbe andato in cerca di lui a dirgli: «badate, vostra moglie
v'inganna?» E Carlotta? Che sarebbe stato di lei? E poi, scendere
a tale bassezza, farsi delatore, forse calunniatore.... Infine egli
non aveva la certezza. Poteva ben essere che altri misteriosi legami
unissero quell'uomo a Carlotta. Amante od amico, sarebbe stato accolto
con piacere. Tale adunque non era, poichè Carlotta aveva dimostrato il
contrario.
Ritessè nella mente tutta la tela dei suoi sospetti, e disse a
sè stesso che Carlotta avrebbe potuto essere colpevole, ma non
ingannatrice.
Sentire un affetto illegittimo è della debolezza della donna,
mascherarlo colla simulazione è bassezza. Carlotta non sarebbe stata
capace di tradimento; però se ella mostrava d'amare suo marito,
lo amava. Ma intanto il tempo passava, e quell'uomo.... Le smanie
di Silvio diventavano più violente. E si rifaceva da capo ai suoi
vaneggiamenti. I suoi sguardi ricercavano ancora le finestre di quella
camera in cui egli aveva visto morire le sue ultime speranze. Ahi! Le
sue ultime illusioni morivano in quegli sguardi.
Un uomo entrò in quel punto nel portone di quella casa. Silvio lo vide,
lo riconobbe; era il signor Verni.
-- Lui! sclamò tenendosi istintivamente alla parete per non essere
veduto; e in un baleno l'immagine di ciò che stava per succedere
illuminò la sua mente agitata. Vide Carlotta pallida e tremante
sotto il rimprovero; la pace di lei, la pace di lui distrutte ad un
tratto.... Egli era ancora in tempo; poteva arrestare quell'uomo,
fermarlo alcuni minuti, trattenerlo ad ogni costo nella sua ignoranza
confidente, e risparmiare l'avvilimento a Carlotta.
Mosse alcuni passi spinto da un impeto generoso, ma si trattenne.
Aveva pensato ancora a quell'uomo, a quell'odiato rivale, cui la sua
generosità insensata avrebbe prolungato il godimento, ed assicurato
forse per sempre il possesso di Carlotta. Si sentì smarrire le forze
e stette un istante dubbioso. Intanto il signor Verni scomparve;
Silvio non attese più oltre e gli si slanciò dietro; ma non ebbe
appena toccato l'ingresso della casa, che s'arrestò un'altra volta, e
cacciandosi le mani nei capelli:
-- È impossibile, è impossibile, ripetè con voce rotta; non posso farmi
complice di questo tradimento.
Stette alcun tempo cogli occhi fissi sul terreno; un rumore di passi
che scendevano le scale lo tolse al suo ansioso vaneggiare.
Per non essere sorpreso in quel luogo e in quell'atteggiamento, si
allontanò. N'ebbe appena il tempo, che il cavalier Salvani uscì.
Silvio lo vide e si sentì serrare il cuore.
Non v'era più dubbio; l'arrivo del marito poneva in fuga l'amante. Che
cosa dunque era avvenuto? A quel pensiero si sentì mordere il seno dal
rimorso...
Tuttavia l'andatura di quell'uomo era calma ed indolente.
Silvio guardò ancora una volta alle finestre di Carlotta. Vide i vasi
dei ciclamini, e contemplò con occhio umido di pianto le poche foglie
di giacinto che gli rimanevano.
Una lagrima spuntò a forza sul suo ciglio; egli la deterse dispettoso,
ma il suo cuore sanguinava.
Come fu solo, pose dinanzi a sè quelle foglie di giacinto, le sole
reliquie del suo amore.
Egli era solo, nessuno poteva vedere le sue lagrime, e pianse.
XV.
Quella notte Silvio non dormì; l'immagine di Carlotta gli era sempre in
mente, pallida, muta, inesorabile come fantasma.
Balzò più volte di letto, e passeggiò a gran passi per la camera; ma
inutilmente; quel pensiero importuno lo seguiva dovunque.
Nel suo delirio si fece cento volte alle vetrate delle finestre,
sperando di vedere spuntare il giorno.
-- Eterna notte! -- ripetè con voce cupa; -- fosse l'ultima!
Verso il mattino cadde sfinito dalla stanchezza sul suo letto; si
sentiva premere la fronte come da un cerchio di fuoco; tuttavia non
trovò sonno. A poco a poco la luce ridestò la vita nella città; rumore
di carri e schiudere d'imposte, e voci aperte e serene nella via, ma
non un raggio di sole.
Silvio non poneva mente a nulla; cogli occhi socchiusi, vaneggiava fra
le chimere di un assopimento fantastico. Egli sognava e pensava; il
sonno e la veglia alternavano bizzarramente le loro immagini. Questo
stato durò qualche ora.
Quando Silvio si scosse era assai tardi. Levò il capo, e si guardò
intorno come istupidito.
Poco dopo si accostò come un automa alla finestra, e guardò sulla via,
poi al cielo, un cielo plumbeo, senza luce e senza azzurro. Aprì un
antico forziere, e ne trasse alcune valigie di cuoio che gettò nel
mezzo della stanza. Vuotò i cassetti dei suoi mobili, e cacciò ogni
cosa alla rinfusa in quelle valigie. Questa occupazione non richiese
gran tempo.
-- La Spagna è un paese d'avventure -- disse a voce alta come se qualcuno
fosse testimonio della sua millanteria -- vedrò le sue donne e i suoi
puledri.
Il suono della sua voce gli cagionò una specie di terrore; ammutolì.
-- Eugenio è un buon amico -- aggiunse poco dopo a voce sommessa.
In quel punto un raggio di sole uscì dalle nuvole, e illuminò d'una
tinta di porpora le pareti della camera.
-- Sia benedetto! -- sciamò Silvio -- Or via, le mie valigie sono pronte,
non mi rimane che salutare i pochi amici...
I pochi amici erano veramente pochi, e si riducevano a tre o quattro
antichi compagni d'orgia che egli aveva dimenticato da un pezzo, e che
rammentava tanto per far numero, e al signor Verni. La curiosità più
che l'amicizia lo richiamava in quella casa; e più ancora il bisogno di
uscire da ogni incertezza, e forse la speranza di riacquistare una fede
perduta.
-- Porterò meco il disprezzo, ovvero la memoria incontaminata di
Carlotta.
Il suo cuore aggiungeva in segreto: «la rivedrò ancora una volta.»
XVI.
Il primo sguardo di Silvio ricercò tutto intorno pella camera; il
signor Verni era solo.
-- Che sarà di Carlotta? -- pensò.
Il signor Verni si disse lieto di veder Silvio; lo riceveva nelle sue
camere, senza cerimonie, perchè fra amici non si doveva badar tanto
all'etichetta; del resto la sua salute era floridissima, e in quella
notte avea dormito saporitamente; tutte belle cose che empievano di
giubilo il cuore di Silvio, il quale per non essere da meno assicurava
alla sua volta il signor Verni che la sua vita era un bocciuolo di
rosa.
-- Che sarà di Carlotta? -- domandò a sè stesso un'altra volta.
Per quanto egli continuasse ad interrogarne le pareti di quella camera,
non gli veniva fatto di veder chiaro in quell'enigma.
Il volto del signor Verni non ne diceva di più; anzi la sua stessa
serenità era un'enigma. Ma Silvio non era uomo da lasciarsi prendere
alla prima apparenza, e volle andare più in fondo.
-- La vostra signora moglie? -- domandò Silvio.
-- Ottimamente; è uscita.
Questa risposta era stata fatta con molta franchezza; Silvio
riputandosi avveduto compiangeva in cuore i meschini artifizii di
una inutile dissimulazione; del resto conveniva che quel signor Verni
dissimulava assai bene.
-- L'ho vista ieri, dopo il mezzodì -- soggiunse lentamente, e guardava
in volto il signor Verni.
Aggiuntavi una certa titubanza e un po' d'angoscia, il suo sguardo
pareva volesse dire: -ti ci colgo-. Ma il signor Verni non si sgominò
punto, e rispose semplicemente:
-- Lo so.
-- Se lo sa, sillogizzò Silvio fra sè e sè, qualcuno devo averglielo
detto; e se questo qualcuno è Carlotta, assai probabilmente non è
avvenuto nulla di quanto io ho immaginato.
Allora si ricordò dello scopo principale della sua visita, e senza
attendere interrogazioni, disse mutando tuono:
-- Io sono qui per salutarvi.
-- Che dite?
-- Io parto.
-- Voi?
-- Non lo sapevate?
E Silvio sillogizzò ancora, e conchiuse che se il signor Verni non
sapeva nulla della sua partenza, non poteva neppure aver saputo da
Carlotta della sua visita del giorno prima.
-- E dove intendete andare?
-- In Spagna.
-- Il paese degli amori.
-- E degli occhi neri.
-- Che ci andate a fare?
-- In cerca d'impressioni.
-- Ne incontrerete molte, non avrete che a raccogliere.
E qui il signor Verni assicurava Silvio che egli lo avrebbe
accompagnalo volontieri in quel viaggio se non avesse avuto la moglie.
-- Peccato -- disse Silvio.
-- Ch'io abbia moglie?
-- Che non possiate accompagnarmi.
Il signor Verni era imperturbabile; interrogava e rispondeva con una
serenità che faceva rovinare ad ogni tratto gli edifizii della mente di
Silvio.
-- Non vi è dubbio, è avvenuto qualche cosa, pensava quest'ultimo,
parendogli d'aver colto al volo una contrazione amara delle labbra,
o un corrugare di sopracciglia, indizii poco lusinghieri sulla faccia
d'un marito. Ma il signor Verni sorrideva con tanta bonomia, che era
assolutamente impossibile durare in quel pensiero.
-- Non è avvenuto nulla, concludeva Silvio. E così da capo più d'una
volta.
Dopo aver parlato di viaggi d'ogni specie, e aver passato in rassegna
i costumi spagnuoli, incominciando dalla -Donna- e dal -Caballero-
fino ai -guitarreros- e ai suonatori di -mandolino-, il signor Verni,
che era mostruosamente erudito, trasportò Silvio sulle vette della
-Sierra Nevada-, e naturalizzò con lui, indicandogli la vegetazione
sottostante, e cento altre cose così belle, che se Silvio non avesse
avuto in animo d'andare in Spagna, se ne sarebbe sentito struggere
di voglia; e a starsene in Italia più oltre, si sarebbe ammalato di
nostalgia. Ed io giuro che mai marito fu più eloquente e più fortunato
nello sbarazzarsi d'un pericolo pella castità del suo talamo.
Silvio stava per accommiatarsi.
-- Saluterete per me la vostra signora.
-- Non mancherò di farlo.
E qui una stretta di mano. D'improvviso il signor Verni si battè la
fronte. S'era dimenticato di un piccolo affare, in cui forse la bontà
del signor Silvio avrebbe potuto tornargli utile.
«Silvio, pensate! non domandava di meglio che di favorire la bontà del
signor Verni».
-- Voi non partite che domani?
-- Così conto di fare. Le mie valigie sono già all'ordine.
-- A che ora contate di partire?
-- Alle due pomeridiane.
-- È inutile, non posso farvi perdere la mattina; non ne parliamo più.
-- Vi pare? La mia partenza non è che allo stato di progetto, posso
differire.
-- Non mette il conto.
-- Del resto le mie ore del mattino sono perfettamente libere; un paio
di visite, ed è l'affar di mezz'ora.
-- Il mio sarebbe per l'appunto l'affar di mezz'ora.
-- Vedete! Dite dunque, in che posso servirvi?
-- Un'inezia; domani mattina ho uno scontro...
-- Un duello?
-- Un'inezia; e siccome non è gran tempo che io sono a Milano, ed avrei
caro che le mie parti fossero trattate da -amici-, così...
-- Sarò vostro padrino, disse Silvio agitato, e guardava il viso del
signor Verni. E chi è il vostro avversario?
-- Non so se voi lo conosciate, il cavalier Salvani.
Silvio impallidì.
-- Lo conoscete?
-- Lo conosco.
-- Un gentiluomo.
-- E la ragione?....
-- Un'inezia, ve l'ho detto. Il cavalier Saivani si ostinava a credere
che l'attuale ministro salverebbe il paese; ed io mi ostinava a dire
che lo perderebbe. La politica è sempre perniciosa per le teste
vulcaniche. Ne ho fatto esperimento, e dico che è meglio l'amore.
Ci siamo scaldati un poco, egli mi ha detto con un giro di parole
graziosissimo qualche cosa che è sinonimo di -cretino-, ed io
altrettanto; per rincarire la dose ho fatto vedere che io l'avevo in
conto d'uomo -illiberale-; ho parlato dell'-altezza dei tempi-.... Il
cavaliere ha spiegazzato fremendo un paio di guanti, ho indovinato di
che si trattava, e l'ho trattenuto dicendogli che gli avrei mandato i
miei padrini... Ecco il fatto.
E il signor Verni rideva delle sue parole, gaio e spensierato come un
fringuello. Silvio non rideva più.
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