Un segreto vol. I (of 2)
Salvatore Farina
UN SEGRETO
ROMANZO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME PRIMO
MILANO
E. TREVES & C. EDITORI
1869
Proprietà Letteraria
Tipografia Letteraria -- Via Marino, 3
I.
-Silvio ad Eugenio.-
«Se i miei calcoli non fallano, a quest'ora sei ad Huesca, supponendo
che tu non abbia mutato proposito, e che, attraversata la Francia,
arrestandoti appena ad Avignone e a Tarbes, ti sia affrettato, com'era
tuo disegno, a valicare i Pirenei durante la bella stagione. Ad ogni
modo io ti scrivo ad Huesca, non bastandomi l'animo di attendere una
tua lettera.
Mi pare un anno che tu sia lontano da me, e se penso che non sono
invece che poche settimane, non so darmene pace, cotanto il mio tempo
mi è diventato increscioso. Tu dirai come al solito che è la mia anima
che è pigra, e che la sua lentezza indolente è quella appunto che mi
fa parere più tardi che agli altri mortali i due movimenti del nostro
pianeta. Ma questa volta t'inganni; e dico in sul serio che se mai vi
fu momento della mia vita in cui abbia sentito il sangue giovanile
pulsare violento ed ostinato alle arterie ed al cuore, questo gli è
desso. E non ho più a rimpiangere come per lo passato gli stravizzi
e le orgie che, come tu affermavi, avevano ottuso i miei sensi, e
spuntato le spine del desiderio. Anzi io penso che questo raddoppiarsi
della mia vita, questo nuovo vigore delle mie forze morali, mi facciano
appunto parere lungo il tempo che trapasso. Non dico che io non mi
annoji -- la solitudine mi condanna a questo -- ma l'avidità con cui
aspiro ad un bene impossibile, il desiderio e la speranza sempre
alimentati in segreto, sono senza dubbio più potenti della noia.
Non mi sono mai sentito così audace, e così gaio, come di questi
giorni. Se qualche volta sospiro, lo faccio per abitudine, o anche per
smania, all'incirca come un viaggiatore frettoloso sospira il momento
che avrà toccato la meta. Accetta questo paragone disgraziato; so bene
che non fa al caso mio. Io non ho una meta, peggio, non so neppure se
io non l'abbia; i sentimenti che m'empiono il cuore sono così vaghi ed
indeterminati, che sfumatura di pennello maestro non saprebbe renderne
l'immagine. Ma tuttavia sono sentimenti -- questo almeno sta fermo --
però io me ne trovo pago, e cinguetto tuttodì da solo, da fare invidia
ai passeri che in questo momento pispigliano inseguendosi e beccandosi
fra i rami del vecchio platano del mio giardino, che tu hai cantato nei
tuoi primi versi.
Ad ogni modo il tempo mi è increscioso. È questa una bizzarra
contraddizione del mio spirito irrequieto, se pure in uno spirito
irrequieto vi sono contraddizioni vere, o piuttosto il volere e
disvolere a un tratto cento cose non è una condizione necessaria di
quello stato.
Ma bando a sofisticherie; il tuo retto senso filosofico n'andrebbe come
al solito -intronato-, e non mi daresti requie colle tue punture -- ed
io so bene quanto valga il tuo aculeo, perchè cerchi di starmene, se
posso, alla lontana.
Confessami che a questo punto ti ho messo in una gran curiosità dei
fatti miei. Potessi pagartene in qualche modo! Potessi darti la mia
confidenza, ed averne in cambio i tuoi conforti! Ma dovrei scrivere un
libro, e non basterebbe; e non sapresti nulla del mio cuore, perchè io
stesso non so nulla. So che in questo momento sono lieto, e che di tali
momenti non è povera la mia giornata; sento il sangue circolare più
rapido, l'intelligenza più chiara, e più salda e vigorosa la potenza di
amare.
Amare! -- L'ho io scritta questa parola? La ci stia. Tu ne sorriderai
con sarcasmo, e sarà tutto; e se interpretando a modo tuo la confusione
di queste mie parole, mi dirai seriamente che io sono innamorato, ti
crederò senza dibattere. Sarei così felice di innamorarmi un'altra
volta! Ma ho paura, mio buon Eugenio, che ciò non sia, e che tutto il
benessere che io provo in questi giorni si risolva in una quistione
di nervi. Anzi se devo credere al Dottor L. gli è proprio così,
e a discuterci sopra mi farei dare del gaglioffo. Colui dice che
noi viviamo nelle nuvole, e che i nostri malanni derivano da ciò,
che discendendo da quelle alture, vediamo le nostre ali tarparsi
miseramente, e temiamo non bastino a reggerci al volo mai più. Ho
spesso creduto che egli avesse ragione; ma ora non temo più di nulla;
e se è vero che mortale ebbe mai le ali, io me le sento crescere sui
fianchi così salde e robuste, da sfidare l'aquila a seguirmi. E davvero
che da qualche tempo gli uccelli non mi fanno invidia, e guardo le
nuvole senza desiderio, e misuro l'orizzonte con qualche sicurezza.
Mi par di vederti -- e ti leggo negli occhi, nel sorriso e nel cuore una
domanda; ma io non ti risponderò per ora. Cerca pure in questa lettera
un nome di donna -- non lo troverai. Se è vero che io debba provare
ancora le dolcezze puerili -- io dico -puerili- -- dell'amore, vorrò
essere il primo a sincerarmene; nè tu, nè altri, ne avrà la certezza
che dalla mia bocca.
Ricorda che io conto inesorabilmente sopra le -Impressioni di viaggio-
che tu hai promesso di scrivere. So che il -far niente- ti serena
l'animo, e che contemplando ti parrà di vivere troppo bene, perchè
abbia ad occuparti di questo strumento di tortura che è la penna del
letterato in Italia.
Lavora per me; arrossisci di rivedere le Alpi, senza aver cantato i
Pirenei. Oltre a che il tempo ti parrà più breve, e le noie degli
avvocati meno amare; e quando le tue faccende siano all'ordine, e
ritornerai fra le braccia dell'amico tuo, anch'egli sarà in qualche
modo compensato della tua assenza. Amami».
II.
-Eugenio a Silvio.-
«La tua lettera mi ha preceduto di due giorni. Or eccomi finalmente ad
Huesca, dopo un viaggio abbastanza lungo, e se devo dirlo, poverissimo
d'avvenimenti. Vedi che io dico avvenimenti, e non avventure; non
perchè di queste ultime ne abbia avuto, ma perchè tu non immagini che
io n'andassi in cerca. Per altro non mi sono annoiato; ho pensato, ho
fantasticato molto, ho raccolto una gran messe di idee e di -voli-; e
se le mie -Impressioni di viaggio- vedranno quando che sia la luce, tu
stesso ne sarai giudice.
Come tu l'hai pensato, io ho mutato di molto il progetto del mio
viaggio; ho incominciato dal cedere una volta, e invece di tirar
diritto da Avignone a Tarbes, mi sono spaventato della distanza e ho
fatto sosta a Montpellier. Il guaio volle che Montpellier mi piacesse,
e vi dormii una notte -- un dolce sonno te lo assicuro -- ed è per
lo appunto questa dolcezza che mi ha fatto invaghire dei viaggi a
tappe. Infatti invece di partire il domani per Tarbes, come io aveva
sacramentato meco medesimo di fare, me ne andai con animo di arrestarmi
a Carcassona. A metà via discesi a Beziéres. Però d'allora in poi
non fermai più nulla, e come Dio volle, venni man mano a Pamier, e
poi a S. Gaudenzio, e a Tarbes -- e se il diavolo ci ficcava meglio
la coda, uscivo di via e mi spingevo fino a Pau -- nè so come mi sia
risoluto a discendere a Bagnéres, e a Baréges. In quest'ultima città
mi disponevo ad attraversare i Pirenei presso il Monte Perduto, ma un
inglese che viaggiava per diporto, e con cui avevo stretto relazione a
Tarbes, scese in quel giorno allo stesso albergo, e poichè egli voleva
visitare la famosa Valle d'Arran, mi decisi a deviare un breve tratto
con lui. Così passai i Pirenei fra le gole del monte Maledetto. Non ti
dico nulla dell'incanto di quella traversata -- tanto varrebbe che io
scrivessi per te solo le mie -Impressioni di viaggio-.
Di Huesca non ti parlo; mi è riuscita spiacevole a prima vista, e parmi
che non mi ricrederò; ad ogni modo non ho a fermarmici molto, e, se Dio
lo vuole, conto di trovarmi presto al tuo fianco. E tanto più ci conto
e me ne struggo, se penso al piacere con cui ho visto i tuoi caratteri,
e la parola -Italia- sul timbro postale della tua lettera.
Ma che! tu minacci dunque d'impazzire? E che modo è questo tuo di
torturare il cervello d'un amico che ha i fianchi rotti, non so se più
dai cavalli di posta, o da una mezza dozzina di curiali che gli stanno
alla cintola giorno e notte? Che vuoi tu che io capisca di queste
vaporose fantasime del tuo intelletto?
In verità io ho serio timore che assai valesse meglio la tua tetraggine
d'una volta, che questa falsa allegria che ti contorce le labbra
come la sardonica; e meglio era non uscirne mai, che uscirne così
stoltamente.
Sei o no innamorato? Non lo sai! l'hai a sapere dico io. In queste
miserie del cuore, se non ci vedi dentro tu, chi ci ha a vedere? Oltre
a che tu sarai colto alla sprovveduta, come una fortezza sguarnita; e
questo, credilo, è il peggior danno che possa toccare ad un galantuomo.
Diffida, diffida sempre, e di tutti; e più che d'ogni altro, di te
medesimo. Se gli uomini sapessero cacciarsi in mente questa verità:
che le grandi sciagure sono tali per lo appunto, perchè inaspettate, il
numero degli sciagurati n'andrebbe minorato d'assai.
In amore l'abbandono è pericoloso come in tutte le cose della vita --
forse peggio -- la vita non si ha già ad avere in conto d'un'infanzia
perenne, nè l'amore s'ha a torre come un giocattolo da bimbi. Assai
triste gioco è quello che fa l'amore, e in fede mia ci si dee pensare
non una, ma cento volte.
Non dimenticare i tuoi ventisei anni, non rinfanciullire a un tratto
dinanzi al volto d'una bella donna. Quale che ella sia, pensa che
il suo sorriso nasconde un pugnale, e i suoi baci un veleno. Le suo
braccia sono morbide come il velluto, e fragili e pieghevoli come uno
stelo di giunco; ma tuttavia sanno stringere in amplessi soffocanti --
la voluttà che spira dalle sue nivee forme è un fuoco che consuma.
Oh! io conosco troppo bene come le vanno queste cose -- e tu pure. Ma
all'occasione si è sempre arrendevoli; ingannati cento volte, cento
volte la bestemmia è spirata sul nostro labbro -- domani ci si ingannerà
ancora.
«Gioventù e bellezza sono armi troppo potenti, perchè i virili
propositi possano resistere a lungo». Verissimo -- se si cadesse nella
lotta, sopraffatti nobilmente -- se non che -- ed è questa vera codardia
-- disillusi, vagheggiamo col pensiero un nuovo fantasma di donna che
raccatti il nostro cuore e voglia mentire un po' d'amore per lui.
Osceno mercato di sentimenti, di fantasie e di menzogne -- e di
voluttà. E se ricerchi ciò che vi ha di vero in questi rapporti, vedrai
sbigottito una sola cosa, il sesso -- e non potrai andar oltre.
Tu giuochi una scommessa perigliosa; v'ha per posta una parte, la più
bella parte, del tuo avvenire.
Che potrai ottenere da questa donna, se tu l'amerai? Un momento
di voluttà, un po' d'amore forse -- ma sai tu ciò che vi perderai
inesorabilmente?
Pensaci. Se mai avvenga che dal confronto tu ritragga qualche forza,
combatti disperatamente; se sarai vinto, avrai qualche conforto più
tardi; quando ti parrà d'aver tutto perduto, ritroverai dentro di te
qualche cosa che non sarà morta coi tuoi amori -- la compiacenza della
propria forza adoperata nobilmente, e quella non minore di poter far
carico alla sorte soltanto dei tuoi dolori.
Questi miei consigli -- e non vogliono essere più che consigli, nè meno
-- ti giungeranno forse tardi, e ti saranno cagione d'inutili rimorsi.
-- Ma se la mia voce avrà mai la sorte di prevenire, d'un solo istante,
l'estremo passo, oltre il quale è questo fatalissimo abisso dell'Amore,
tu soffermati alquanto a meditarla. Forse la chimera pazza che vagheggi
andrà sfrondata delle sue corone, e le seduzioni di una sirena non
sapranno rimuoverti dall'austera saldezza che ti eri proposto di
mantenere per tutta la vita.
Se poi a quest'ora il tuo spirito si culla nelle nenie voluttuose di
questo tuo amore adultero, la pace sia teco; e tu perdona alla audacia
di chi ha osato profanare il tuo tempio, parlandoti un linguaggio
insensato.
Ho scritto «amore adultero». M'ingannerei io forse? Affè, che non
saprei più raccapezzarmi. Ma questo è un dubbio passeggiero, e si è
dileguato di già dal mio cervello senza lasciarvi traccia.
Scommetterei anzi di potermi spingere più oltre senza fallire, fino ad
immaginare il pallido viso della ninfa che ti ha sedotto, e a poter
ripetere il nome che i vaneggiamenti del tuo sonno tradiscono forse
ogni notte. Ed è...
Ma io potrei errare, e ci farei pure la triste figura dopo aver
vantato tanta avvedutezza; e forse anche -- e questo sarebbe peggio --
l'importanza del mio consiglio ne andrebbe scemata ai tuoi occhi, e
ti parrebbe che le mie parole siano inspirate dalla persona e non dal
principio, e sprezzeresti le mie teoriche. Però questo è per l'appunto
ciò che io non voglio da te; e se posso, farò che tu non sorrida della
mia filosofia balzana. Ad ogni modo tieni in mente questo che io ti ho
detto: che credo d'avere indovinato il nome dell'eroina della tua nuova
passione.
Se è rimasto un posticino nel tuo cuore, serbalo per me; ma ho paura di
no -- i nuovi amori sono come i nuovi proprietarii d'un campo; i quali,
per far sentire il loro imperio, si cacciano dappertutto, e rimuovono
e ricostruiscono i limiti, per attaccare in qualche modo la loro
personalità alla nuova possessione».
III.
Come Eugenio lo aveva pensato, la sua lettera giunse tardi. Cotesta in
generale è la sorte comune dei consigli, e in ispecie dei consigli agli
innamorati, i quali sono incontrastabilmente la razza più ostinata che
viva sulla terra.
Convien sapere per altro che se Eugenio, buon figliuolo in tutto il
resto, si scaglia da poco in qua con compiacenza contro l'amore, e
contro le donne, ne ha le sue buone ragioni. E chi l'avesse conosciuto
due mesi prima, avrebbe udito ben altre sentenze sulle sue labbra. Si
pretende di doverne incolpare una certa bruna, con certi occhioni neri,
e certa chioma lussureggiante; ma siccome ciò non torna indispensabile
al caso nostro, lasciamo che la maldicenza districhi del suo meglio
questo nodo.
Una cosa intanto resta ferma, che Silvio alla lettura di questa lettera
si strinse nelle spalle.
IV.
-Silvio ad Eugenio.-
«Ritorno in questo momento dal vederla, dal parlarle, dall'adorarla in
silenzio come un'immagine santa. Ho la mente ed il cuore pieni di lei.
Oramai non lo dissimulo più a me medesimo -- se pure riuscissi ad
ingannarmi, non ne avrei al certo giovamento -- però vorrei gridarlo a
tutto il mondo: «sono innamorato.»
Questa parola che qualche settimana addietro mi avrebbe fatto arrossire
di vergogna, risuona dentro di me come una melodia soavissima. I miei
nervi, le mie fibre, la cantano in coro.
E perchè dovrei io arrossire? perchè dovrei ostinarmi in questa
ringhiosa inerzia, che impoverisce ogni dì più la sorgente degli
affetti?
In fede mia, povero Eugenio, tutti i sermoni della filosofia accigliata
non saprebbero arrestare un solo istante quest'inno che prorompe in
mille suoni dalle corde della natura; nè la vanità d'essere chiamato
filosofo può pagare un solo battito d'un cuore innamorato.
Poi che tu dici d'aver indovinato il suo nome, tanto meglio; lo
scriverò senza titubanza: «Carlotta.»
Intendo il rimprovero che tu mi fai; non vo' affannarmi a ribatterlo,
ma tuttavia ti giuro che non ho in mente una colpa.
Io non voglio nulla, non domando nulla, solo che mi si lasci amarla.
La mia felicità è opera sua, ma pure non è in essa; è in me, nell'amor
mio. In appresso... e che so io del futuro? ma ho fede che saprei
resistermi in ogni evento.
Non tenermi il broncio se io non pongo mente alle tue raccomandazioni;
se tu sapessi quante volte io ti ho benedetto per avermi fatto
conoscere questa donna, se tu potessi vedere la mia gioia, non ti
reggerebbe l'animo di contraddirmi più oltre; e la mia gratitudine ti
compenserebbe ad usura della mia disobbedienza.
Tu ignori quanto si possa essere felici amando questa donna; la tua
mente, comunque ci si affatichi, non può riprodurti che una pallida
immagine della sua bellezza; però nella tua cecità tu accomuni questa
creatura colle mille che paghi col disprezzo, mentre... Nè io vo' tormi
la briga di farti ricredere; ma se tu la vedessi... Vestiva un abito
nero semplicissimo, colle maniche che lasciavano vedere le sue braccia
ignude; pure quanto più leggiadra di tutte le altre, nonostante i loro
pizzi, le loro trine e i cento altri fronzoli a cui mendicavano la
grazia!
Me le accostai tremante; mi sorrise, mi porse una mano breve, affilata,
candidissima, e mi salutò per nome. Un nonnulla per l'indifferente,
un'epopea pel mio cuore.
Oh! dimmi che questa mia non è illusione, che quel saluto e quel
sorriso erano da più che non volessero parere, che io posso... No, non
voglio nulla; non dirmi nulla -- ho io bisogno d'alimentarmi di menzogne
e di speranze audaci come un fanciullo? A che fine uscire dalla mia
paga serenità, ed abbandonarmi ciecamente al desiderio?
Il desiderio! Oh! gli è questo un mare senza confini, un assai tristo
mare per una nave sdruscita; nè io vo' avventurarvi il mio cuore».
V.
-Silvio ad Eugenio.-
«Mancano ancora otto giorni all'arrivo del corriere che deve recarmi
una tua lettera; però dovrei starmene tutto questo tempo ad aspettare
in silenzio, mentre, se la mia impazienza non m'inganna, mi pare
d'avere un mondo di cose a dirti. Quindi innanzi aspettati di sovente
a siffatte anticipazioni; e questa sarà la tua parte di guaio, se ti
ostini a credere che io non me la caverò da quest'amore senza malanni.
Giovedì scorso mi sono recato, secondo il consueto, in casa del signor
Verni. L'impazienza, e da qualche tempo la turbolenta va facendomi
spesso di siffatti tiri, mi vi aveva condotto mezz'ora prima; però
consultato il mio orologio, e avvedutomi, stavo fra due se dovessi
entrare od allontanarmi; e intanto non mi moveva dal limitare della
porta.
Il signor Verni salì le scale in quel momento, e mi sorprese nella mia
indecisione.
Vedendolo mi si imporporarono le guancie di rossore, e fu ventura
che fosse notte, e mi trovassi quasi nascosto nell'ombra. Per
meglio dissimulare il mio turbamento diedi una strappata vigorosa al
campanello, poi mi rivolsi fingendo sorpresa e salutai il signor Verni.
Mi corrispose cortesissimo, mi ringraziò della premura, dicendo di
-tenersene onorato-, e cianciò meco cordialmente.
Il signor Verni è uomo di bei modi, colto, e facile parlatore. Ebbi
agio d'esaminarlo, e mi parve anche bello, e quel che è più, di quella
bellezza simpatica che si rivela prima al cuore che agli occhi.
Ho provato un senso di gelosia, che ho cercato invano di soffocare,
e devo aver risposto al suo spirito con molte sciocchezze. Tuttavia
egli è uomo che non potrei odiare giammai, che vorrei quasi amare, se
sapessi perdonargli la felicità d'essere marito di Carlotta.
In quella mezz'ora di cicaleccio sono sceso dentro di me, e vi ho
interrogato le mie debolezze che non sono poche. Ne uscii netto, te lo
giuro: e guardai in volto quell'uomo con sicurezza e con orgoglio, come
a dirgli: «io non abbasserò mai la mia fronte innanzi a te».
Nel pensarlo non ho titubato un solo istante, e mi compiacqui di me
medesimo. E mancò poco che, preso da prepotente trasporto d'espansione,
non confidassi a lui stesso il mio amore. Le convenienze uccisero in
buon punto l'entusiasmo; ma giuro che la sola paura del ridicolo non
avrebbe potuto abbastanza.
Che non darei io per poter dire a Carlotta l'animo mio? Parmi che il
sapere conosciuto da lei il mio affetto, me lo farebbe più caro, ed
allevierebbe il mio spirito.
Ho pensato mille modi, ho accarezzato i progetti più assurdi; e
tuttavia, trovatomi solo al suo fianco, me ne è venuto meno l'ardire.
Che mi ha trattenuto?...
Essa lo ama -- ne ho la certezza; lo chiama teneramente: «mio buon
Antonio» -- e si attacca al suo braccio, e gli parla confidenzialmente,
e gli sorride...
Affè, perchè non gli salta dunque al collo in mia presenza?...
Credilo, Eugenio, questa sì, è tortura. Egli è pur suo marito. -- Qual
merito? dico io. Se un villano raccatta una perla fra i solchi, s'ha a
dire: fortuna, non merito.
Ma tanto è tutt'uno; la legge vuole che il tesoro appartenga a chi
l'ha ritrovato, e che la moglie segua il marito. È cosa da smarrirne la
ragione.
Perchè non l'ho io incontrata sul mio cammino prima di quell'uomo?
Il cielo mi è testimonio se l'avrei amata; e tu sai quanto io avrei
saputo amare in quel tempo. Pure, pensandoci, non so ribellarmi alla
sorte. Forse è meglio che sia così -- in fine essi si amano entrambi;
Dio sa se ella avrebbe amato me altrettanto. E son pur degni l'uno
dell'altro; e se questa mia natura codarda sapesse spogliarsi d'una
gelosia insensata, e li incontrassi per via, da passeggiero pietoso io
mi rivolgerei a benedire, e direi dentro di me: «che bella coppia!»
Che Iddio adunque li benedica, e l'azzurro del cielo sorrida loro, e
gli astri danzino sullo loro teste innamorate, finchè la baldanza dei
loro anni giovanili li allieterà sulla terra!
Tant'è, darei un anno della mia vita per averle detto che l'amo. Questo
segreto -- ed è pure un segreto, poichè tu solo ne sei a parte -- mi pesa
sul cuore come un rimorso. L'amore è come vampa -- si può soffocare,
nascondere non mai. Talvolta, soffocato un istante, riarde più potente
e si svela. Le anime amanti ardono, le ardenti amano; però se l'amore è
fiamma, può essere che la fiamma sia un amore».
VI.
Quando un figliuolo d'Adamo è arrivato a questo punto, non v'ha più
dubbio ch'egli sia innamorato. S. Tommaso stesso non ne vorrebbe di
più. Però di solito avviene che dopo le prime titubanze puerili, un
po' per vergogna, un po' per una certa audacia che a tempo opportuno
Amore non trascura mai di concedere, si finisce sempre per svelare la
passione nascosta, ed offerire un cuore ricolmo fino all'orlo del più
puro affetto che amante possa nutrire.
Anzi siccome il piccolo Cupido si compiace di certe gherminelle,
ed è raro che si tenga sul sentiero battuto e non rasenti invece
gli eccessi, così è che spesso i più timidi diventano a un tratto
arrischiati, e dove da prima si tenevano morti per una parola e per un
sorriso, si gettano a corpo perduto nella via delle audacie.
Le faccende di Silvio non dovevano andare altrimenti.
Una bella sera -- le sere degli innamorati sono sempre belle -- Silvio
si vestì con una ricercata trascuranza, e andò in casa del signor
Antonio Verni con animo di dire a Carlotta, «che i suoi occhi erano due
soli, e il cuore che egli le offeriva una sterile landa da fecondare
coi suoi raggi,» o qualche altra squisitezza di questo genere. Questa
volta aveva avuto l'attenzione di consultare il suo orologio, ed era
riuscito, a furia di resistenze e di lotte, ad arrivare pressochè degli
ultimi. Secondo i suoi calcoli questo ritardo doveva chiudere gli occhi
del marito, e guadagnargli qualche pollice di terreno sulla via della
sua conquista.
La brutta parola è scritta. Egli non lo diceva a sè stesso, non voleva
pensarlo, quasi non lo pensava, ma tuttavia quell'idea gli sorrideva
in un cantuccio della mente; e dica chi conosce il cuore dell'uomo se
poteva essere altrimenti.
In generale si comincia sempre allo stesso modo, e si corrono
successivamente le stesse fasi -- si ammira, si sospira, si desidera. La
prima fase offre pochi pericoli, però i mariti possono dormire placidi
sonni. Dalla seconda alla terza non v'ha che un passo, se pure non si
confondono in una. Questo però resta fermo, e farà bene chi ne porrà
in guardia i mariti, che il sospiro è lo smorzatoio del sacro fuoco
coniugale.
Silvio aveva sospirato più d'una volta; senza accorgersene si
travagliava da un pezzo col desiderio. Ad ogni modo egli si andava
ripetendo che le sue intenzioni erano oneste, e che quando avrebbe
fatto palesi i suoi sentimenti, non sarebbe andato più in là.
Carlotta lo avrebbe compianto, avrebbe conosciuto la nobiltà dell'animo
suo disinteressato, e l'avrebbe forse stimato -- era più che egli non
desiderasse.
Forse queste sue fantasie avevano un lato vero -- la vanità è l'unico
rimedio dell'amore, e la compiacenza d'atteggiarsi a vittima sull'ara
della virtù può lottare, con qualche speranza di vittoria, colla
frenesia dei desiderii.
In quella sera le sale del signor Verni erano più affollate del
solito. Silvio, che sul limitare della porta avea deposto gran parte
dell'audacia che lo aveva sorretto per via nei suoi propositi, entrò
alquanto imbarazzato, parendogli che gli occhi di tutti si fissassero
sul suo volto e vi leggessero i suoi pensieri. In fondo, benchè egli
facesse mestiere di letterato, non era dei più avveduti, e se aveva una
macchia sulla coscienza, bisognava che gli salisse alle guancie.
Il signor Verni gli mosse incontro, gli porse la mano, lo chiamò: -mio
caro signore-, e lo fece sedere al suo fianco.
Silvio guardava all'intorno in cerca di Carlotta. Ne domandò a -lui-,
e -lui- rispose che -ella- sarebbe venuta a momenti; poi riprese il suo
ragionare brioso.
Assolutamente in quella sera il signor Verni era di buon umore. Silvio
lo pensò, e per un momento si sentì venir meno. Amareggiare così le
gioie d'un uomo onesto! colpirlo nei suoi affetti, nella sua pace!...
Ma Carlotta era così bella! Guardò ancora attorno a sè, ricercandola
cogli occhi.
-- Che cercate? gli domandò il signor Verni.
-- Nulla -- rispose Silvio imbarazzato; e per rassicurarsi, guardò la
faccia di quell'uomo.
Era bello, assolutamente bello.
-- È una cosa orribile -- un marito! e da quale stampo è dunque uscito
costui? pensò dentro di sè. Ma ciò è ancor peggio, che io mi sento
attratto verso di lui, chè egli mi è simpatico, e mi pare quasi
d'amarlo.
L'esame fu brevissimo, ma completo. E riconobbe per la prima volta
sotto le linee di quel volto sorridente, una impronta di virile
severità che non disarmonizzava tuttavia coll'abituale dolcezza con cui
era uso trattare.
Da quel punto Silvio fu sulle spine; si contorceva sulla sua seggiola
come un uomo annoiato, tanto che il sig. Verni, da quella compita
persona ch'egli era, gli offerì di fare una partita agli scacchi.
-- Ciò ci farà passare il tempo -- aggiunse.
-- Vi pare? rispose Silvio distratto; e intanto guardava sott'occhio una
porta, da cui parevagli dovesse uscire Carlotta.
-- Dunque accettate? replicò l'altro.
-- Accetto -- stava per dire Silvio senza badare -- ma in quella l'uscio
si aprì, e Carlotta entrò nella sala.
VII.
-Silvio ad Eugenio.-
«Ciò che mi dici nella tua lettera d'ieri, mi fa male. Lo ignoro io
forse perchè tu debba ammonirmene?
«Non è che un anno che essa è sposa a lui», perchè farmene sovvenire?
e con qual animo mi faresti tu questo richiamo, se non dubitasti delle
mie intenzioni?
Sii franco meco; l'amicizia te ne dà il diritto, te ne dà il dovere.
Dimmi adunque, giacchè lo pensi, che io sto per commettere un'azione
indegna, che sto insidiando codardamente la pace d'un uomo onesto, che
vive al pari di me d'affetto e di speranze, che mi accoglie nella sua
casa, che mi stringe la mano...
T'intendo, t'intendo -- tu non credi alla mia forza, perchè non credi
che nissuno possa amare una donna col solo fine di amarla. Il tuo
scetticismo non si smentisce. Ma io ho creduto che le mie parole
dovessero rassicurarti, e che non mi avresti stimato così debole da
infrangere il mio giuramento, nè così stolido da comperare un'ora di
voluttà a prezzo d'un rimorso.
Può essere che io m'inganni.
Da qualche tempo sono così mutato, sento l'amore in un modo così
diverso, e il mio raziocinio si è così impoverito, che non riesco a
darmi ragione dei fatti miei. Tuttavia mi pare che sarei forte, che,
anzi che costarle una lagrima, vorrei prima morire. Ma sono pur stolto
io! Parlo come se essa corrispondesse al mio amore... mentre...
A quest'ora ella sa tutto. Non so come l'animo mi reggesse a questa
rivelazione; e ne sono quasi pentito, o vorrei fuggire per non
rivederla mai più. Una forza più potente della mia volontà mi tiene qui
soggiogato; io ritornerò dinanzi ad essa pauroso come uno schiavo...
A quest'ora forse ella pensa a me; ripeterà dentro di sè le mie parole
-- che dirà il suo cuore?... Il mio non batte più, s'è come paralizzato;
da ieri io vaneggio come un pazzo -- vorrei dimenticarmi, vorrei
sfuggire a questa tortura del pensiero, e non mi è possibile. La notte
di ieri mi è sempre dinanzi alla mente, nè io posso staccarmene un
istante.
Me le ero seduto daccanto, e da un pezzo non le dicevo parola.
Rimuginavo dentro di me cento maniere diverse, e non sapevo qual
scegliere per palesarle l'amor mio. Più volte avevo aperto le labbra
per incominciare, e il pentimento me le aveva richiuse in un sospiro.
-- Fa molto caldo, mi disse Carlotta.
-- Estremamente -- risposi, e non mentivo.
Volli dir di più, ma mi venne meno l'ardire. Suo marito si accostò
a noi, mi rivolse la parola, e mi sorrise; poi parlò lungamente
con Carlotta. Quando si allontanò, vidi gli sguardi di Carlotta
che lo seguivano con espressione di affetto; tutte le mie forze si
accasciarono per un istante. Se non che mi risollevai poco dopo, e
credo che la speranza non mi avrebbe mai dato tanto ardimento, quanto
me ne venne dalla certezza della sua indifferenza.
-- Ho una cosa a dirvi -- dissi d'improvviso arditamente.
Ella rivolse la sua faccia verso di me, affissò i grandi occhi nei miei
con espressione di meraviglia.
Non potevo più dare indietro.
-- Non oso -- aggiunsi balbettando.
-- Diamine! diss'ella, scuotendo il capo con un sorriso mesto.
-- Se voi l'indovinaste...
I suoi occhi non mi dissero nulla.
-- Se potessi dirvelo in un orecchio... insistei sorridendo per
dissimulare il mio strazio.
Ebbe pietà della mia vergogna, e non attese più oltre. Si rizzò
in piedi. La guardai supplichevole, mi guardò senza rancore, senza
disprezzo, serena e mesta ad un tempo. Ahimè! non era lo sguardo con
cui ella avrebbe detto il suo amore.
M'allontanai precipitosamente da quella casa; mi cacciai in letto
smaniando e piangendo.
Dimmi tu pure che io fui sciocco; è tutt'oggi che lo ripeto a me
medesimo. Mi pare che in questo momento saprei pur rintracciar la vera
via per giungere al suo cuore. Ma è meglio che sia così; tu ne sarai
pago; il ridicolo mi ha condannato irremissibilmente -- così tutto sarà
finito. Io non avrò più forza di parlarle, non so neppure se avrò forza
di rivederla.»
VIII.
Silvio stette tutto quel giorno combattuto fra mille pensieri.
Aveva stabilito di non recarsi in quella sera in casa di Carlotta, e
tuttavia parevagli che il suo orologio camminasse troppo lento, e che
tardasse troppo ad annottare. Verso il tramonto mutò proposito, e volle
andarvi; si abbigliò ed uscì: gironzò lungo tempo indeciso, e finì col
rientrare in casa più tetro di prima.
Stette alcuni giorni senza ritornare in casa del signor Verni.
Finalmente si arrese al proprio desiderio, e vi andò ancora.
Carlotta gli sorrise senza affettazione, senza ironia, senza quella
compiacenza che la certezza d'aver ispirato una passione genera
nell'animo d'ogni donna. Era calcolo, dissimulazione delicata? era
natura? Silvio lesse subito nel contegno di lei la sua sentenza, e
chinò il capo.
Erano soli in un canto della camera; ella seduta sopra un divano,
egli appoggiato ad una seggiola -- la comitiva cianciava allegramente;
le belle donne gettavano qua e là sguardi provocanti, i bellimbusti
sciorinavano del loro meglio i loro giuochetti di spirito.
Silvio taceva -- Carlotta agitava lentamente il suo ventaglio.
-- Signor Silvio, disse ella volgendo all'improvviso la bella testa
verso di lui.
Egli si scosse dalla sua meditazione, e balbettò con fioca voce:
«signora.»
-- Accostatevi, riprese Carlotta, scommetterei che vi annoiate.
-- Siete in inganno; la vostra casa ha bandito la noia, rispose Silvio
sforzandosi a sorridere.
Trasse la sedia d'accanto a Carlotta, e si assise.
La bella donna continuava ad agitare il suo ventaglio. Un'audace
speranza balenò nella mente di Silvio; forse ella aveva accolto il suo
affetto, e quel suo contegno era un invito. Si fe' rosso in volto dal
piacere, mosse le labbra convulsamente per parlare.
Carlotta s'avvide.
-- Ieri vi siete interrotto -- disse con dolcezza, ma senza la titubanza
che suggerisce l'amore.
-- Ieri... ripetè tristamente Silvio, smarrendo a un tratto ogni energia.
-- Avete fatto bene, aggiunse Carlotta con un leggiero tremito, gettando
uno sguardo melanconico e pietoso sul povero Silvio.
Non dissero più nulla. Ella volgeva gli ocelli intorno, per nascondere
il suo imbarazzo, egli guardava il suolo pensando la sua sventura.
Poco dopo Carlotta si levò, ed uscì da quella sala. Silvio la seguì
cogli occhi, e rimase estatico a contemplare la porta per cui ella era
uscita. La vide rientrare poco dopo al fianco di suo marito. Che voleva
ella dirgli con ciò? Ahi! Silvio lo comprese troppo bene.
Passarono in una sala da giuoco; li seguì come attratto da una forza
invisibile.
-- M'ami? domandava ella al marito.
-- Me lo dimandi!
-- Mi pare d'amarti come non ti ho mai amato.
Il signor Verni stringeva più forte il braccio di madama.
Silvio si tenne al muro per non cadere. Carlotta si voltava in quel
momento per districare la sua veste di raso che s'era impigliata ad un
mobile.
Si guardarono, ed arrossirono entrambi.
Quella sera fu un supplizio per il cuore di Silvio.
E tuttavia egli non sapeva allontanarsi da quella casa. Più volte s'era
trovato a fianco del signor Verni, e l'aveva guardato con un sentimento
d'invidia che non aveva potuto soffocare. Ma quel signor Verni era
così affabile, così espansivo, e così severo ad un tempo ne' suoi
modi, che quasi Silvio si compiaceva del suo strazio, pensando di aver
risparmiato peggio a quell'ottimo marito -- e se non era la prepotenza
della sua passione, egli avrebbe incolpato sè medesimo di codardia. Ad
ogni modo ciò non è poco, specialmente per chi, al pari di Silvio, si
tenga sicuro dell'-onestà- delle sue intenzioni.
Erano trascorse tre ore dacchè Silvio era giunto in casa Verni, e una
pendola sopra un caminetto suonava con squilli argentini la mezzanotte.
Il povero innamorato passò una mano nei capelli, e si rizzò da una
seggiola, su cui era rimasto lungo tempo, con animo di allontanarsi. Si
accingeva alle fredde cerimonie della partenza, e pensava che avrebbe
voluto essere sotto le lenzuola, e risparmiarsi, se gli fosse stato
possibile, l'imbarazzo di quei saluti; quando un servo annunziò due
nuovi personaggi.
Siccome le serate del signor Verni si protraevano di solito fino alle
tre del mattino, non v'era nulla di strano che quei tali giungessero
a quell'ora; ma tuttavia Silvio, che aveva lo spirito immiserito dalla
battaglia del suo cuore, ne fu sorpreso, e s'arrestò.
Quei due erano un dottore, ed un cavaliere, Felice Salvani.
Il dottore era persona conosciutissima; frequentava assiduamente le
serate del Verni, e godeva di qualche intimità con lui -- il cavaliere
Salvani era uomo nuovo, che si presentava per la prima volta in quelle
sale -- e ciò, secondo i calcoli di Silvio, cresceva l'inopportunità di
quell'ora.
Del resto il cavaliere era un bell'uomo, sui trentacinque anni,
d'aspetto serio, ma più per albagia che per dignità -- infine era
biondo; non ce ne voleva di più perchè Silvio lo trovasse antipatico.
Senza sapersene spiegare la ragione, egli cercò collo sguardo Carlotta.
La vide in mezzo a un crocchio di signore; era pallida e guardava verso
l'uscio d'ingresso con espressione di terrore. Involontariamente Silvio
fe' un passo come per recarle soccorso; si rattenne in tempo. Il signor
Verni si accostava alla moglie seguito dal cavaliere.
Silvio rimase immobile a guardare quella scena, dominato da una
sensazione di paura e d'ira che non sapeva spiegare a sè medesimo. Vide
Carlotta impallidire maggiormente, barcollare un istante, e reggersi
allo schienale d'una seggiola per non cadere; vide la sua bocca aprirsi
per balbettare un complimento, e un sorriso sfiorare forzatamente lo
sue labbra, e indovinò l'ansia del suo petto, e lo straziante martello
del suo cuore.
Tutto ciò aveva durato un istante, nè altri che Silvio avrebbe potuto
vederlo -- ma per lui era una rivelazione; egli guardava Carlotta,
guardava quell'uomo, e parevagli di afferrare le fila d'un segreto.
Ahimè! temeva d'indovinare.
Tuttavia poteva essere che egli s'ingannasse, che fosse stata
un'illusione de' suoi sensi agitati. Infine quell'uomo veniva per
la prima volta in casa Verni; e non era probabile che corresse una
segreta intelligenza fra lui e Carlotta: egli avrebbe avuto mezzo di
prevenirla, di prepararla, nè la sua venuta le sarebbe stata cagione di
sorpresa. Oltre a che -- e per poco che egli fosse avveduto non poteva
ingannarsi su questo -- non la sorpresa, ma il terrore aveva imbiancato
le guancie di Carlotta. Che se invece il cavaliere fosse stato altre
volte in qualche dimestichezza col Verni, come mai questi non aveva
alcun sospetto, e non s'era accorto del turbamento di Carlotta?
In tali quesiti Silvio smarriva la coscienza di sè medesimo, del suo
dolore; pensò al dottore che era uomo compitissimo e legato a lui da
molto tempo da una di quelle relazioni di simpatia che sono così presso
all'amicizia, e venne innanzi a lui con animo di averne qualche lume
sul conto di questo cavalier Salvani.
-- Sapete che immagrite? disse il dottore a Silvio stringendogli la mano.
-- Vi pare...
-- Ne sono sicuro; scommetterei che pesate due libbre di meno.
Silvio sorrise.
-- È da un pezzo che non vi si vede; interruppe gentilmente; che cosa è
stato di voi fin'ora?
-- Fui ai bagni; i bagni sono un'ottima cura, che io consiglierei a voi
pure; noi altri medici moderni diciamo che l'-idroterapia- è la pietra
angolare della medicina. I contraddittori sono eccezioni che non hanno
peso. Interrogatene i savii di tutti i tempi. Mosè ordinava che si
pregasse nell'acqua corrente; ci si vuol vedere un simbolo, ma vi è
anche un principio d'igiene...
Il dottore -- nissuno lo chiamava con altro nome -- aveva la debolezza
di intrattenere tutto il mondo dell'arte sua e compensarsi in tal
modo della mancanza d'una clientela. Buon uomo del resto, e pieno
di spirito, rideva a tempo opportuno di sè medesimo, e confessava
candidamente di non aver mandato nessuno all'altro mondo.
-- Voi non siete venuto solo? domandò Silvio.
-- Solo! è vero, volete alludere al cavalier Salvani.
-- Per l'appunto. Che uomo è?
-- Un cavaliere.
-- Non è questo.
-- Non so dirvene di più.
-- Dunque non è vostro amico?
-- Amico, precisamente, no. Lo conosco.
-- Molto?
-- Poco; i nostri rapporti sono recenti -- qualche parola, e qualche
mazzo di carte scambiate insieme -- e più carte che parole. È un
giocatore assai fortunato; io ho puntato spesso sulle sue carte, e gli
sono riconoscente della sua fortuna. Ecco tutto; il cavaliere non è
di Milano, conosce poche persone, mi ha pregato di fargli respirare in
qualche modo l'aria delle nostre sale, e l'ho condotto qui.
Silvio non potè saperne di più; ma era già molto che egli avesse la
certezza che l'incontro di Saivani con Carlotta non fosse soltanto
effetto del caso.
Da quel punto mutò proposito, e non volle lasciar quella casa senza
prima accertare in qualche modo i suoi sospetti.
Il cavaliere Salvani si tenne quasi sempre lontano da Carlotta; parlò
due o tre volte col marito, entrò nella sala da giuoco, perdette alcuni
biglietti di banca; impassibile sempre. Silvio lo seguiva come uno
spettro.
Finalmente quell'uomo, dopo aver gironzato alcun poco attorno a
Carlotta, prese il partito di sedersele vicino. Silvio si arrestò di
botto; e pose una mano sul cuore a reprimerne la frequenza dei battiti.
Carlotta vedendo quell'uomo aveva fatto un movimento di ripugnanza, e
aveva tentato allontanarsi; ma il cavaliere l'aveva guardata fisso con
uno sguardo imperioso; la poveretta a quello sguardo aveva tremato come
al tocco d'una pila, e s'era arrestata.
Silvio non pensò ad altro, e si fece innanzi per porsi anch'egli a
fianco di Carlotta. Questa lo vide, ne indovinò l'intenzione, e fe' un
atto di gioia -- e facendogli posto sul divano:
-- Qui, gli disse tremando, signor Silvio...
V'era tale abbandono in quelle parole, che Silvio ne fu commosso.
Senza dubbio Carlotta anch'essa s'accorse d'essersi spinta troppo
oltre, e tentò di mitigare con uno scherzo stentato la vivacità di quel
richiamo.
Silvio e Felice si trovarono così l'uno in faccia all'altro; si
guardarono immobilmente un istante, sfidandosi a vicenda, e volendo
costringere l'un l'altro ad abbassare gli occhi per il primo, Silvio
non cedette punto; il cavaliere sogghignò amaramente, si levò in piedi,
salutò, e si allontanò gettando un ultimo sguardo sopra Silvio, che lo
accolse impassibile. In quello sguardo era giurato un'odio.
Carlotta aveva chinato gli occhi sopra un albo di paesaggi.
-- Osservate, diss'ella a Silvio appena il cavaliere fu partito -- che
incantevole veduta! ci sono stata; ecco laggiù il lago di Costanza, e
qui a sinistra la città di S. Gallo.
-- Infatti..
-- Non avete voi visitato la Svizzera?
-- Infatti.... io non ho visitato la Svizzera.
IX.
-Silvio ad Eugenio.-
«Ti avevo promesso di non parlarti più di questo mio amore, ti avevo
promesso che mi sarei fatto forza, che avrei vinto me stesso ed avrei
dimenticato. Non credere che io intenda fallire così al mio proposito;
se te ne scrivo ancora non è perchè io non voglia dimenticare, ma sì
perchè non ho ancora dimenticato.
Un istinto più potente della mia volontà, un istinto fatto più di
compassione e di curiosità che d'amore, mi riavvicina a quella donna.
Ho dovuto ritornare in sua casa dopo essermene allontanato alcun tempo,
e ti giuro che, se non fosse stato di quell'uomo, io non vi sarei
ritornato più; avrei subìto la mia sorte, avrei domandato la pace ad
ogni cosa, anzi che straziarmi in questa sterile lotta d'un amore non
corrisposto. Ma sapere che un altro era vicino a lei, e tentava forse
con maggior fortuna le vie del suo cuore, era troppo gran strazio; io
non poteva aggiungerlo alle mie torture, senza soccomberne.
Sono dunque ritornato in quella casa. Non l'avessi fatto mai! Vi ho
perduto la sola cosa che mi fosse ancora cara, la fede incontaminata
nella virtù di Carlotta.
Io non ho il diritto di farmi giudice delle sue azioni, ma tuttavia non
posso chiudere dentro di me questa condanna che mi viene sulle labbra.
Ho voluto difenderla, ho pensato l'amore che ella ha per suo marito, e
l'apparente ripugnanza che dimostra per questo assiduo corteggiatore;
ma tutto ciò non basta. Se fra di loro non v'ha vincolo d'amore o
di colpa, quali diritti così possenti può egli vantare sull'animo di
Carlotta?
Vorrei pure illudermi ancora, vorrei poter essere ancora in tempo, e
fuggire recando meco la mesta croce dei miei dolori, e le mie ultimo
illusioni. Oh! le mie illusioni! povera corona sfrondata!... Ma oggi
è inutile; dovunque io andassi, avrei dinanzi agli occhi l'immagine
di quest'uomo che mi ha avvelenato la sola gioia che m'era rimasta,
la gioia del sacrificio. Nulla più può salvarmi, se non la certezza;
di qualunque natura ella sia, pur che mi tolga da questo dubbio
inesorabile che mi cammina a fianco, che si appoggia al mio capezzale
e affanna i miei sonni coi suoi quesiti, che mi rode le viscere come un
tarlo. Ma che dico! posso io dubitare ancora, dopo ciò che è avvenuto?
Ah! se un dubbio v'è nella mia mente, è la mia mente che lo nutrisce;
l'anima mia vigliacca vede la certezza, e ne rifugge impaurita, e si
dibatte con un vacuo fantasima, meglio che desistere dalla lotta.
Giudicane tu stesso.
Erano venti giorni che io non andava più in casa di Carlotta. Vi andai
oggi dopo il mezzodì. Avevo in mente di scusare per tal modo la mia
assenza; in cuore di rivederla, di combattere ancora per contendere
l'amore di Carlotta a quell'odiato rivale. A quell'ora io mi sarei
trovato solo con essa, o almeno non avrei avuto intorno a me il volto
marmoreo di quel biondo cavaliere; forse... che dico? io era giubilante
di questa determinazione; guardai il cielo, e mi parve bello; i volti
umani, e mi parvero più sereni; la speranza giovine e robusta rinasceva
nel mio povero petto.
Entrai nella sua casa tremante; la signora era nelle sue camere,
il sig. Verni uscito poco prima. Mi feci annunziare a Carlotta ed
attesi. Il servitore ritornò a dirmi che la signora mi faceva pregare
d'attenderla un istante nella sala. La gioia mi rendeva insensato:
seguii macchinalmente il servo che mi precedeva.
Entrando nella sala, udii il rumore d'una porta sbattuta con violenza.
Mi rivolsi; era la porta che metteva nelle camere di Carlotta; la
spinta era stata così violenta, che l'uscio aveva rimbalzato senza
chiudersi, e la maniglia tremolava ancora.
Rimasi solo, e contemplai sbigottito quel luogo in cui avevo
passato tante sere felici; la luce del giorno me lo rendeva quasi
irriconoscibile.
Fui tolto alle mie meste fantasie dal suono d'una voce che partiva
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