«Lui, sempre lui! Camilla adunque pensava ancora, avrebbe pensato eternamente a quell'uomo! E a che giovava il suo amore, se non la poteva togliere dagli amplessi d'un cadavere!» Era dispetto? Era gelosia? Forse dispetto mascherato di gelosia. Egli si tolse dal fianco della dolente e passeggiò a gran passi cacciandosi le mani nei capelli; Camilla rialzò il capo sbigottita, e lo seguì con occhi paurosi. -- Tu l'ami, non è vero? -- domandò Riccardo arrestandosi a un tratto innanzi a Camilla, e siccome la poveretta impallidiva per terrore e non rispondeva, soggiunse temperando la durezza dell'accento: -- tu l'ami, dillo, tu l'ami? -- Camilla rimase alcuni istanti estatica, quasi non comprendesse la dimanda, poi aprì le labbra per parlare, ma gliene mancarono le forze. -- Taci, taci, non mi parlare di lui... -- Di lui... -- Taci. LXXIV. Camilla a Riccardo. «Non insistere, perchè le tue parole mi fanno troppo male. Che posso io risponderti? Egli è morto! Non mi condannare ad una confessione irriverente e penosa; cessa questa amara ironia. «Lo sai bene ch'io t'amo; che altro pretendi da me? «Se t'ho amato? Chiedilo al tuo cuore; ti risponda esso per me; richiama tu stesso la memoria della mia colpa, e dillo tu se t'ho amato. «Ma in nome del cielo, abbi pietà del mio dolore, rispetta il mio rimorso.» LXXV. Camilla a Riccardo. «Ho fatto appello al tuo cuore che io credeva generoso. Poichè fu inutile, poichè ti ostini in una domanda, non so se più crudele o ridicola, te lo ripeterò francamente: «io l'ho amato.» «Non posso nè voglio ripudiare con una menzogna un affetto di cui mi onoro. Prima d'esser donna colpevole fui sua con tutto il cuore. Tutte le forze della terra e tutte le forze del cielo non possono fare che quell'amore non sia stato. -Più o meno di te- non so, nè importa; ma l'ho amato. «Lasciami però dire ancora una volta che questa tua esigenza per cui ho dovuto parlarti così, non è solo crudele, è ridicola.» LXXVI. Estremi mali. Era davvero gelosia quella di Riccardo? Non era, ma voleva essere e parere. Quando la gelosia non è frutto d'amore, tien luogo d'amore; e i tramonti degli affetti sono sempre segnalati da questa ringhiosa avarizia del cuore. Il più delle volte, quando l'innamorato teme da per tutto un'insidia per rapirgli il suo affetto, si può giurare che quell'affetto sta per staccarsi dal suo cuore come un frutto avvizzito. Riccardo vedeva la rovina che il tempo faceva nel suo seno; vedeva frantumarsi ogni giorno l'altare che egli vi aveva eretto all'amore. Torturato dal rimorso, impaurito dalla idea di una fatalità che pesava sopra di lui, cercò smaniando un rimedio, e trovò la gelosia. Per essa s'illudeva di tenere in vita i propri affetti, si stordiva, poteva per essa mettersi in pace con la coscienza. I suoi modi freddi, talvolta aspri, dispettosi, erano così giustificati per lui; la sua miseria gli appariva sotto altro aspetto -- più nobile, quasi generosa. -- Evidentemente ciò non poteva durare a lungo. Non v'ha forza che valga a trattenere l'amore fuggitivo, e Riccardo consumava invano le ultime faville della propria energia, combattendo fiaccamente come chi non abbia speranza di vittoria. Diverso era lo strazio di Camilla. Contristata nei malinconico culto che voleva consacrare alla memoria di fratel Biagio, raccoglieva in sè stessa le sue paure ed i travagli del pentimento. Quest'artifizio di dissimulazione l'allontanava a poco a poco da Riccardo; non cessò essa di amarlo, ma l'amò senza abbandono, senza quella confidenza che fa mettere radici agli affetti. Era ancora l'amore, ma non quello d'un tempo; una parte del suo cuore ella doveva adoperarsi a nasconderlo! Un ostacolo era sorto; il tempo lo ingrandirebbe. Già ieri dell'amante, tutta; oggi in parte dal marito defunto. Così la falsa gelosia di Riccardo, ritorcendosi contro sè stessa, creava ragioni di gelosia vera. Riccardo scendeva la china dell'indifferenza, e ancora Camilla non se n'era accorta. Ora il vero amore è avveduto, e la cecità è quasi sempre pessimo indizio in amore. E non di meno Camilla continuava ad amare Riccardo, ed a costui pareva di fare altrettanto. LXXVII. Estremi rimedi. Erano passati così alcuni mesi, e ancora non si era parlato di matrimonio. Riccardo però vi pensava, e se ne rodeva; ma la sua determinazione era presa; egli non doveva sagrificare il suo avvenire, il suo dorato ed ampio avvenire, alle stolte querimonie d'una coscienza codarda. Questa determinazione gli valse un po' di franchezza; a poco a poco la sua freddezza non seppe mascherarsi tanto che Camilla non la riconoscesse; e quando Camilla l'ebbe riconosciuta, non si mascherò più. Non andò molto che Riccardo volle venirne ad una; sciogliere un vincolo diventato penoso. Era il miglior partito, e non bisognava indugiare; una mattina trovò un'audacia che faceva curioso contrasto con le primitive titubanze, ed eccolo diretto a Laveno. Camilla non era in casa; vi erano invece la zia Angelica e la signora Pool. La sorte si prendeva giuoco di Riccardo. Non era un'ironia sanguinosa trovarsi innanzi a Bice, dopo tanto tempo che non l'aveva veduta ed in quell'occasione? Bice vestiva il bruno anch'essa; era mesta anch'essa, e bella, adorabilmente mesta e bella... E perchè mai egli si sentiva stringere il cuore alla presenza di quella buona creatura? E perchè il linguaggio della coscienza è così tardo e tanto inesorabile? Un'onda di pensieri tenebrosi invase la mente di Riccardo; rivide egli il suo passato, rifece colla grave croce delle memorie il cammino percorso; ahi! quanto dissimile l'oggi da quel tempo di lusinghe e di sogni! Tutte le forze dell'animo tumultuavano irose. Pensò a Camilla, ai giuramenti infranti e deposti ai suoi piedi, alle promesse nuove, alle stolte speranze, alla colpa meditata e preparata, al tradimento... Orribile schiera di fantasmi!... Ed ora?.. Bice era lì, dinanzi a lui, mesta, pallida, sofferente. Tutte le forze lo abbandonarono ad un tratto; balzò in piedi, salutò le due donne, si sottrasse con un pretesto all'insistenza cortese della zia Angelica, ed uscì. Cento nuovi propositi e pentimenti nuovi ondeggiavano nel suo cuore. All'improvviso una donna si arrestò innanzi a lui -- Camilla. -- Egli la vide, impallidì, rammentando lo scopo della sua venuta, e chinò gli occhi al suolo. Quel colloquio fu freddo. Quando si separarono, Riccardo corse pazzamente per la campagna. La disperazione lo seguiva alle spalle. La determinazione di Riccardo era crudele, ma franca e leale; se non che, come ebbe piegato una volta, retrocesse man mano fino alla codardia ed alla bassezza. Nelle cose del cuore è raro che l'indugio adoperi altrimenti. Pensò che egli non avrebbe osato mai farsi innanzi a Camilla e dirle chiaro l'animo suo; e che d'altra parte ciò, oltre d'essere durezza sconveniente, avrebbe provocato lagrime e rimbrotti, cose non buone ad altro che ad arruffare con vane commozioni quella tela intricata. Bisognava scrivere; ciò è sempre più spiccio e più energico e permette nei casi difficili di mitigare con frasi acconcie l'asprezza dell'abbandono. A questo punto Riccardo s'arrestò per almanaccare gravemente sul giro delle frasi e sulla scelta dei vocaboli; e pensi chi ebbe almeno una volta cuore d'innamorato, se egli poteva trovare il fatto suo. Intanto la coscienza veniva a patti colla codardia e cercava una scappatoia per mettersi in salvo... E fu allora che Riccardo ebbe un'idea, e la credette luminosa. LXXVIII. Riccardo a Camilla. «Lascio Milano. Non ti spaventare, ti scriverò subito e sarò presto di ritorno.» LXXIX. Emanuele Pool a Riccardo. «Per vostra norma, il mio antico socio Biagio van Leven, non è morto per frattura del femore e cancrena, ma per rottura dei grandi vasi del cuore, prodotta da una palla di pistola. Il signor Biagio van Leven, vostro buon amico, era stanco della vita, e la finì di propria mano. «Si voleva serbare il segreto di questo avvenimento. Vi si raccomanda la segretezza finchè vi sarà possibile.» LXXX. La feccia del calice. Si dica a lode di Riccardo: a bella prima questa notizia non tanto lo meravigliò quanto lo commosse: una commozione straordinaria, una febbre strana, un martellare affrettato delle arterie e dei polsi, uno sgomento, un affanno, qualche cosa che era pietà e rimorso e disperazione tutt'insieme. La meraviglia venne dopo, e durò poco, e si manifestò a domande e risposte rapide, brevi, frequenti, inesorabili. Peggio. Qui, dove forse le battaglie del dubbio potevano mascherare la profondità dell'abisso, qui non era più dubbio alcuno; la verità appariva chiara, limpida, angosciosa. La risposta seguiva la domanda con spietata prontezza; tutte le fila del garbuglio si scioglievano innanzi alla mente con evidenza spaventosa. Fratel Biagio aveva letto nel cuore di Camilla, e disperato per aver perduto il più grande affetto della sua vita, aveva voluto prevenire il tradimento, ridonando la libertà alla donna amata. Dunque il suo viaggio in Olanda era un pretesto per nascondere le sue intenzioni, e forse la partenza di messer Pool uno stratagemma per assicurare la riuscita... E perchè aveva voluto celare le vere cause ed il modo della sua morte? Come mai quell'uomo tanto sincero aveva ricorso alla simulazione ed all'inganno?... Era chiaro anche questo: per non opprimere sotto il peso del rimorso la felicità degli amanti. Allora si presentarono alla mente di Riccardo cento nonnulla che acquistavano uno straordinario valore; rammentò il contegno di fratel Biagio durante le vicende dell'amore colpevole; quel suo sonno, creduto opera della provvidenza, nel padiglione; poi il matrimonio di Bice col socio Pool, ed i particolari della partenza per l'Olanda... Ed ahi! come tutto ciò flagellava l'anima sua codarda! Che fare? Persistere nella determinazione presa... Questo pensiero lo tentò ancora una volta, «Poichè hai frapposto venti miglia fra il tuo cuore e quello di Camilla, mettine altre venti, poi altre venti, va così lontano che nissuno possa raggiungerti.» Ma abbandonar Camilla non era lasciarsi dietro le spalle il rimorso; e poi se gli era giunta una lettera a venti miglia, ben potrebbero pervenirgliene cento altre in capo al mondo. Il signor Pool, qualora avesse in animo di spiare i suoi passi, troverebbe mezzo di farlo dovunque. Tutte queste voci parlarono sotto voce e non ascoltate. Nello stato d'animo di Riccardo poteva l'egoismo dir la sua, per non darsi vinto ma senza speranza d'ottenere gran cosa. Qui non era luogo a mezzucci, a piccole bassezze; conveniva affrontare gli avvenimenti e decidere apertamente: o l'abbandono schietto od il matrimonio. Il tormentoso dilemma durava ancora, quando venne la notte. Raro è che le anime deboli, come quella del nostro eroe, non subiscano il pauroso dominio delle tenebre. Quella notte, divisa tra i vaneggiamenti dell'insonnia e le larve di sogni agitati, fu lunga, e parve eterna. Balzando giù dal letto prima dell'alba, Riccardo aveva preso il suo partito; all'alba, abbandonato l'albergo, galoppava in un calesse verso Milano. LXXXI. Riccardo a Camilla. «È la terza volta che vengo a Laveno e che non sei in casa. Così almeno mi si dice, ma non l'ho creduto, come puoi immaginare. La mia insistenza ti dica che devo parlarti di cose gravi; non volere che io ritorni la quarta volta inutilmente.» LXXXII. Riccardo a Camilla. «Il vostro contegno è inesplicabile, e mi offende. Sarò nondimeno più schietto di voi, e vi dirò l'animo mio. Una fatalità pesa sul nostro amore. È inutile indugiare: noi dobbiamo uscire da questo labirinto, e non vi sono che due vie: l'abbandono od il matrimonio. «Scegliete.» LXXXIII. Verso il matrimonio. Riccardo, toltosi questo enorme peso dalla coscienza, respirava più libero. Il gran passo l'aveva fatto, era gettato il dado della sua sorte. Ahi! Qual misera sorte!... Egli ne distoglieva lo sguardo come da un abisso vertiginoso per rinfrancarsi in quel primo e nuovo vigore che nasce da ogni proposito onesto. Ed era, se non lieto de' fatti suoi, rappattumato seco medesimo, e chi si è trovato a battagliare con la coscienza, dica se questa è lieve ventura. Si preparava con rassegnazione cinica alla sua parte, come fa un attore da commedia dietro le quinte; meditava il domani e il doman l'altro e l'altro ancora; contava i magri benefizi della nuova vita e ne guardava con uno sbigottimento gli orrori. Dopo due giorni d'un'aspettazione che incominciava a farsi tormentosa, ricevette una lettera di Camilla, la quale rispondeva alla sua proposta con due sole parole: «Scelgo l'abbandono.» Era proprio scritto così, nè una sillaba più, nè una sillaba meno: «scelgo l'abbandono.» Questa risposta metteva un po' di scompiglio nuovo nel vecchio tormento di Riccardo. Anche Camilla dunque aveva cessato d'amare? O si era essa avveduta della freddezza e voleva vendicarsi fingendo l'indifferenza? «Questa è manna caduta dal cielo!» gli veniva a quando a quando sulle labbra, ma non lo diceva. Com'era naturale, una rivoluzione curiosa avvenne nello spirito sentimentale del disgraziato amatore. L'impreveduto ed imprevedibile contrasto parve ridestare la sua fantasia che sonnecchiava in un canto; certe corde mute da gran tempo vibrarono ancora, certi carboni sepolti nella cenere mandarono bagliori pallidi, e involontariamente, e forse per opera del dispetto, il nostro malinconico eroe si sentì un lievissimo morso di gelosia. Immaginando d'essere abbandonato e dimenticato, -- per poco non aggiunse -tradito- -- il suo proposito acquistò saldezza, e ciò che prima era docilità espiatoria, parve ancora una volta impeto di desiderio e d'affetto. Parve, e non era; ma Riccardo, non potendo dare indietro nella via su cui lo aveva spinto il rimorso, si compiacque che queste nuove forze militassero a farlo persistere nella sua determinazione. Senza frapporre indugio scrisse un'altra lettera a Camilla; le parlò di amore, si discolpò alla meglio, fece cento promesse una più metaforica dell'altra... Non ebbe risposta. Ritentò la prova con altre armi; una sua lettera accusò, imprecò, dipinse lui come una vittima, e conchiuse con un torrente di tenerezze e giuramenti... E ancora nessuna risposta. Per un istante pensò che, essendo andato fallito ogni tentativo, la sua responsabilità fosse tolta di mezzo, ed egli non avesse più che a rallegrarsi in cuore della buona ventura. Ma la forza che lo aveva trascinato a questo passo non era contenta e gli parlava sordamente come una minaccia; l'infelice Riccardo tentennò il capo sfiduciato; perchè ahi! in fondo a tutta questa vicenda di paure, di menzogne, di ripulse e di desiderî, egli vedeva sempre la larva temuta, -- il matrimonio. Nessuna via per fuggirla; anzi, per maggior strazio, gli bisognava accostarsele come un mendico e scongiurarla perchè non dileguasse come un'ombra vana. LXXXIV. Riccardo a Camilla. «Ho detto male. Una sola via onesta è aperta al nostro amore -- il matrimonio. «Se vi è cara la vostra pace, la mia, la pace d'un uomo che avete amato più di me, non potete e non dovete ritrarvene. «Sappiatelo voi pure questo orribile segreto che divora la mia esistenza: vostro marito si è ucciso colle proprie mani.» LXXXV. Preliminari di seconde nozze. Il matrimonio fu convenuto. Una grave trasformazione avvenne nell'indole di Camilla. Quella donna leggiadra ad un tempo e forte, si fece inerte e paurosa come una bambina. Taciturna e pensosa, non del presente, con gli occhi smarriti nel cielo, assomigliava ad un angelo sbigottito ancora dalla caduta. Le sue notti -- lunghe, interminabili notti, -- erano popolate di strani fantasmi; una superstiziosa credenza animava quelle visioni, dando loro un linguaggio tremendo. Anche Riccardo si dibatteva in queste smanie; da esse, più che dalla parola data, egli riceveva la forza di perdurare nel suo proposito e d'affrettare un legame odioso che solo poteva ridonargli la pace. Pur non dissimulava la gravità del sagrifizio. Vi pensava, lo ingrandiva, ed ora ne gemeva in segreto, ora se ne arrabbiava apertamente, e sfogava il dispetto in querele vane e rimbrotti. I suoi rapporti con Camilla passarono di tal guisa dall'indifferenza al rancore. Si vedevano di rado; egli col sarcasmo sulle labbra, insofferente di ogni cosa; lei silenziosa, rassegnata, sprezzante. Ma non venne loro in mente di sottrarsi al vincolo che gli univa; nissuno dei due avrebbe osato opporsi alla fatalità che legava i loro destini. La memoria di fratel Biagio teneva in catene la volontà d'entrambi. Questo supplizio durò alcune settimane. Venne finalmente il giorno temuto; venne l'ora fatale -- Camilla e Riccardo diventarono marito e moglie. Così la corona degli inganni e delle illusioni cadde ai loro piedi sfrondata. LXXXVI. La prima fase d'una luna di miele. Era stata davvero una triste cerimonia. Non mai festa di nozze aveva contato tanti volti pallidi e tanti sorrisi di gelo. Dopo il -sì- fatale, i due nuovi sposi erano partiti, come si usa, involandosi alle noiose e fredde congratulazioni degli amici di casa. I viaggi di nozze amano il silenzio. Non chiedete agli sposi novelli che si abbandonino spensierati al cicaleccio; essi hanno di solito una gran folla d'idee da svolgere, cento sogni da vagheggiare, e interrogazioni da muovere alla coscienza, e patti da stringere col cuore, e propositi da ribadire e fors'anche vaghe paure da serenare. Ma io dico che non fu mai viaggio di nozze così profondamente taciturno come quello di Camilla e Riccardo. Era la notte quando essi arrivarono a Venezia. Camilla da qualche tempo aveva una gran voglia di rompere in lagrime; ed appena fu all'albergo, si ritirò nella sua camera per piangere. Riccardo rimase a divorarsi nel dispetto. Tutte le forze che lo avevano trascinato riluttante a quell'estremo passo, lo abbandonavano a un tratto; la coscienza, già battagliera e tormentatrice, taceva; tutte le vipere dell'egoismo drizzavano ora il capo a mordere il cuore codardo. Non vi era più scampo; l'indissolubile patto era stretto per sempre. Per sempre! In questo pensiero Riccardo smarriva la ragione; si rivolgeva ciecamente alla Divinità, a Camilla, e fratel Biagio, e tutti accusava della sua sorte. Ciò che prima non era se non penosissimo dovere, ecco pigliava aspetto di sagrifizio eroico, a petto del quale impallidiva ogni cosa, la memoria delle sue colpe, lo abbandono di Bice, la seduzione, il tradimento, il rimorso, tutto. La morte di fratel Biagio cessava di esercitare sulla sua mente quel fascino temuto. Nessun fantasma sorgeva più a minacciare; egli era solo, solo nella voragine che gli uomini, gli avvenimenti ed un destino sciocco e crudele avevano scavato ai suoi piedi. Passeggiò gran tempo per la camera. Verso la mezzanotte uscì; vagò a caso per i viottoli tortuosi della città. Venezia non dorme mai; si vedevano intorno le finestre illuminate, e si udiva da lontano il canto dei gondolieri unito al lamento monotono ed eguale dell'onda che si rompeva contro gli scogli. Più tardi, costeggiando la riva oramai deserta degli -Schiavoni-, Riccardo incontrò una coppia d'amanti che passeggiava guardinga; quella vista crebbe l'amarezza del suo cuore; affrettò i passi e giunse alla piazza di San Marco. Colà era ancora adunata molta gente; si parlava a voce alta, si rideva. «Tutta gente felice!» ripetè fra i denti il novello sposo, «tutta gente che ama, gode di questa sera magnifica ed affretta col desiderio l'alba di domani.... Ed io?... io ho seppellito la mia giovinezza. Io ho avuto la mia parte, non mi spetta più nulla, nè speranze nè gioie. È inaridita per me la sorgente del piacere.» Riccardo continuò un pezzo a girellare di qua e di là, accostandosi sbadatamente alla porta dell'albergo e scostandosene irresoluto. Quando rientrò nelle sue camere, l'alba vi penetrava anch'essa. Il suo partito era preso. Mosse deliberato verso lo stanzino di Camilla, ma si arrestò sul limitare; appoggiò il capo all'uscio e stette in ascolto. Non si udiva alcun rumore; forse la sua donna legittima dormiva. Come svegliarla per dirle?... Volle fuggire, ma s'indispettì della propria debolezza; si riaccostò all'uscio, e vi picchiò colla nocca del dito. Nessuno rispose. Quel silenzio lo incoraggiò e battè più forte. Nulla. «Dorme,» pensò, e istintivamente si fece indietro sulla punta dei piedi. Un'ora dopo tornò all'uscio, battè di nuovo, nulla! Allora fe' girare lentamente la maniglia, aprì l'uscio e stette un istante immobile sul limitare. La stanza era deserta; il letto intatto; sopra una scrivania, accanto ad un lume spento, si vedeva una lettera al suo ricapito. Senza dar tempo alla riflessione, Riccardo prese la lettera, ne ruppe i suggelli, e lesse alcune pagine scritte con mano agitata... LXXXVII. Camilla a Riccardo. «Non vi faccia meraviglia il modo repentino con cui vi lascio; la determinazione che io prendo non è avventata come può parere, ma è invece frutto di molti affanni e di gravi lotte lungamente combattute. «Dell'opportunità di questa determinazione, se la vostra coscienza sa essere superiore al dispetto, giudicate voi stesso, giudicatene pure severamente. «Da qualche tempo noi brancoliamo nelle tenebre, fingendo affetti che non sono in noi, fingendoli per noi stessi, paurosi di perdere l'ultima illusione. Abbiamo voluto ingannare la nostra coscienza, e ci siamo ingannati a vicenda. Non so, nè voglio dire, se ciò sia grave torto nostro, ed a quale di noi convenga attribuirne la maggior parte; so che questo stato di cose non potrebbe durare molto, e perciò è bene che finisca subito. «È venuta l'ora di guardarci a viso scoperto e di cessare una mascherata dolorosa. «Da qualche tempo non vi amo più; da un pezzo voi non mi amate. È inutile temperare la durezza di questa verità od adoperarci a proseguire l'inganno. Potrei aggiungere che la vostra freddezza ha generato la mia; ma sarebbe una discolpa vana, un rimprovero ingeneroso. «Io non accuso voi dei miei dolori, nè di ciò che soffro ancor oggi; accuso me stessa, le mie debolezze, la mia colpa, il mio destino. Voi non siete stato che uno strumento cieco nelle mani della sorte; avete aperto le mie ferite come fa il pugnale nelle mani dell'omicida. «Non voglio avermi pietà; se interrogo il mio passato, comprendo di non esserne degna; vorrei poter inasprire i miei dolori, ed inviperire il mio rimorso, se così potessi mitigare l'enormità del mio fallo e placare le voci irose che gridano contro di me. «Già mi sorrise il pensiero del vostro affetto; pensai stoltamente a riparare in esso, a dimenticarmi. Era certamente irriverenza ed egoismo -- era un'altra colpa; la vostra indifferenza, uccidendo la mia fede, ha dato vita ad un culto più nobile e più santo; sono rimasta sola a piangere e ad espiare; sarò sola sempre. «Perciocchè mia è la colpa, tutta mia. Ho potuto credere un istante che la sorte avesse vincolato con nodi indissolubili i nostri cuori; colpevole con voi, volli con voi essere penitente, fu un sogno pazzo. Mia è la colpa. Voi non avete fatto nulla più di ciò che ogni uomo giovane si crede in diritto di fare; voi non trattenuto da giuramento di fedeltà, nè da scambievole rapporto di stima, avete adoperato le armi vostre, le armi dei pari vostri; il volgo degli uomini dopo i vent'anni vi assomiglia, e sa fare, e fa altrettanto. Nell'infinita serenità del vostro cielo non doveva apparire alcuna nube a contristarvi. Le titubanze che hanno tormentato il vostro spirito, i legami odiosi che avete contratto, vi puniscono gravemente, se pure avete una parte nella mia colpa. «Io sola doveva patire la condanna del destino; io grande e vera colpevole; io che ho tradito una fede giurata, io che ho calpestato la dignità ed il nome di un uomo generoso, che ho sprezzato il suo affetto santo, per infamarmi in un delirio basso e volgare. «Dall'infinito in cui si è lanciato, quell'uomo che il mio labbro non osa più nominare, mi apparisce ora in tutta la sua grandezza, mi apparisce qual'era: nobile, virtuoso, superiore troppo a chi lo ha ingannato. Nella tenebra della mia vita, questa immagine si agita, e vive, e riluce splendidamente, e rianima le morte mie fibre ad un orgoglio santo che non è della terra. «La sua pietà mi sorride nelle mie miserie. «Al punto a cui siamo giunti, nessun rapporto è possibile fra di noi. «Abbiamo obbedito ad una forza superiore alla nostra volontà, potevamo sottrarci ad un vincolo odioso e non l'abbiamo voluto; perchè? di voi non so, so di me sola; pareva a me che questa unione fosse nei decreti immutabili della Provvidenza, mi lasciai punire con le stessa armi adoperate alla colpa. Non egli si vendica, ma è vendicato. «Era necessario diventare vostra moglie per comprendere tutta la gravità della mia colpa, e sarebbe necessario vivere con voi per provare tutta l'amarezza del supplizio. Ma ciò è superiore alle mie forze di donna, nè io voglio involgervi più oltre nelle mie sciagure. «Riprendetevi dunque la vostra libertà; dimenticate la donna che vi ha dato il suo affetto, la sua pace, il suo amore ed a cui avete dato il vostro nome. La spensierata gioventù vi aspetta; dove l'orgia beffa e ride, scorre ancora copiosa l'onda dell'oblio.» LXXXVIII. Più tardi. Durante una notte d'inverno -- inverno rigido e notte nevosa -- fu consegnata a Riccardo nelle sale dei circolo una lettera premurosa. Quella notte il tavoliere era coperto di biglietti di banca, e Riccardo perdeva. Ricevendo la lettera si strinse dispettoso nelle spalle, e volle darsi aria disinvolta cacciandola con negligenza nelle tasche; ma si arrestò a mezzo, colpito da un improvviso pensiero. Guardò la soprascritta... i caratteri non gli erano ignoti... Un lampo brillò nella sua memoria; si scostò bruscamente dal tavoliere, si raccolse in un cantuccio e lesse: «Bice sta male; so che desidera vedervi. «EMANUELE POOL.» La notte era alta, e nevicava a larghi fiocchi Riccardo attraversava le vie deserte della città, affondando il piede nel fitto strato di neve. Era commosso e camminava a gran passi; e per quanto glielo consentiva il confuso alternarsi di mille idee diverse, pensava. «Bice sta male!». Così era scritto; ma poteva la sua anima d'innamorato infedele serbare la pietosa illusione che era concessa al marito? «Bice sta male!» Così era scritto, ma egli leggeva: «Bice muore!» «Bice muore!» Era un sogno? La giovinetta ingenua, bella, piena di vita, il fiore appena sbocciato, a cui rideva tanta serenità di cielo e tanta luce di sole, essa, l'amore innocente della sua vita sciagurata, stava per morire! «Bice muore!» E come aveva egli lasciato trascorrere tanto tempo senza vederla, senza domandarne conto? La vergogna soltanto gli aveva fatto trascurare una creatura in cui viveva tanta parte del suo passato! «So che desidera vedervi,» proseguiva Riccardo. Il tempo non aveva cancellato da quel cuore vergine l'impronta del primo affetto! Egli viveva ancora nel pensiero di lei; era rammentato, desiderato, amato! L'anima di Riccardo era facile alla tenerezza, a questo pensiero egli sentì correre il sangue più ardente e più rapido, e come un entusiasmo melanconico rinvigorirgli le fibre. Levò il capo in alto e cercò il cielo con occhi illanguiditi. Ma il cielo era bigio e nevicava sempre. «So che desidera vedervi!» Il signor Emanuele Pool lo sapeva.... perchè lo aveva indovinato! Era pietà che lo aveva indotto a scrivere quella lettera; pietà strana in ogni altro marito, ma non nel degno socio di fratel Biagio. Con questo nugolo d'idee pel capo egli giunse all'abitazione del signor Emanuele Pool. LXXXIX. Un personaggio nuovo. Un'invincibile commozione tratteneva il nostro eroe sulla soglia della camera dell'inferma. Dalla porta lievemente socchiusa penetrava il raggio d'una lampada notturna; non si udiva parola. Riccardo picchiò leggermente all'uscio; subito un'ombra nera apparve nel vano, e una voce sommessa disse una sola parola: «entrate.» Il melanconico amatore riconobbe il marito, e gli porse la destra, ma l'altro non vide l'atto ed accennando al letto della poveretta, si ritrasse a capo basso in un canto. Quella camera era vasta, e la debole luce lasciandone le pareti nell'oscurità pareva crescerne l'ampiezza. La lampada mandava ogni tanto strani guizzi, che riflettevano bagliori fantastici sul soffitto, sui mobili e sui volti impalliditi che vegliavano nel silenzio. Sopra il fondo candido dei guanciali del letto si disegnava il volto affilato di Bice, immobile, sereno come cosa che non è più della terra. Gli occhi aveva velati, come se dormisse, e le labbra semiaperte parevano socchiuse da un sorriso pieno di dolcezza. Sognava forse il suo ultimo sogno! Non ostante il pallore delle guancie fatte scarne dalla febbre, era bella; i capelli biondi le scendevano scompostamente sugli omeri e sul collo, mettendole nel volto una specie d'aureola. Riccardo stette alcuni istanti immobile ai piedi del letto, poi si fece presso al capezzale. All'accostarsi dell'antico amatore, Bice aprì gli occhi e li tenne fissi sopra di lui; poi li richiuse lentamente, compose il volto ad un'espressione di dolcezza e ricadde nel sopore. Tutte le potenze dell'anima di Riccardo irruppero a tumulto; ah! quella dolcezza che rallegrava la povera inferma gli diceva tutta una leggenda di dolori usciti dalle sue mani. Per la prima volta guardò intorno a sè, pauroso di leggere nei volti dolenti che uscivano dalle ombre la terribile accusa che ogni battito del suo cuore ribadiva come un martello: «è l'amore che la uccide!» Tre persone vegliavano con lui: il signor Pool, la zia Angelica e un'altra donna che le stava al fianco, nascondendo la faccia fra le mani. Chi era essa? Il silenzio durava profondo. Non si disperava ancora; la calma del sonno dell'inferma ingannava quei cuori avidi d'inganno. Chi ha vegliato al letto di una persona amata, sa che cosa sia la speranza ad ogni tratto smarrita, e trattenuta sempre a prezzo d'una lotta tormentosa; ricorderà le ansie, i dubbi, le paure, i lunghi sguardi rivolti al cielo, gettati come scandaglio nelle tenebre della morte, e le invocazioni brevi e disperate -- e poi le nuove paure, la nuova sfiducia, la nuova angoscia -- e finalmente un rantolo, un sospiro, e un grido supremo... Oh! le terribili lotte dell'amore e della morte! Il signor Pool si era accostato ansioso al letto della moglie; il dolore aveva impresso un profondo solco sulla sua faccia severa, era negli occhi suoi l'attonitaggine della sventura, e sul suo labbro un sorriso tra amaro e benigno; un sorriso che era preghiera e bestemmia. Riccardo si ritrasse istintivamente all'accostarsi di messer Pool; si sentiva rimpicciolito; all'aspetto di quel dolore profondo e sincero. Bice sorrise al marito, gli porse la mano, lo trattenne al suo fianco, ed aprì le labbra quasi gli volesse dire parole di riconoscenza e d'affetto; poi si volse e chiamò con un filo di voce: «Camilla!» Camilla intese, drizzò il capo mostrando il volto lagrimoso: prese la mano di Bice e le sorrise fra le lagrime. E quando i suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Riccardo, non li ritrasse, non arrossì, non mostrò turbamento. Tutte le vipere del rimorso rialzarono il capo nel cuore dello sciagurato; non mai l'immagine della propria colpa eragli apparsa coll'evidenza così crudele. Bice, Camilla, fratel Biagio! Quante care larve svanite! L'inferma rimaneva immobile, quasi titubante; poi abbandonò la mano del marito, e volle quella di Riccardo. I suoi occhi rivolti a Camilla dicevano la sua intenzione. Riccardo comprese, e Camilla pure; chinarono il capo e non si ritrassero... Ma un improvviso rantolo sopravvenne in quel punto a Bice. Il signor Pool, la zia Angelica, Camilla e Riccardo, curvi sul corpo dell'inferma, si guardavano a vicenda, ricercando nei loro volti imbiancati dal terrore il conforto d'un'ultima speranza. Passava intanto il tempo indifferente. Si udivano i tocchi uguali degli orologi lontani e tratto tratto un crepitìo leggero: era la brezza, che spingeva la neve contro i vetri delle finestre. Bice taceva e sorrideva ancora; la sua anima, librata sul confine d'un mondo, pareva misurare il volo per lanciarsi nell'altra vita... Ma chi è che rompe coi singhiozzi l'angoscia mortale di quel silenzio?.... Lui, l'uomo onesto, il marito, il cui affetto è un'ara sacra. Ch'egli si lamenti, ch'egli gema, ch'egli domandi conto dello strazio, non meritato; ch'egli difenda il suo tesoro fino all'ultimo -- è il suo diritto; chi sa che le sue lagrime non inteneriscano la morte. Ma se il cielo vuole che il suo gemito si muti in una bestemmia, quella bestemmia sia raccolta fra le cose più sante del cuore. Riccardo no, non piange, non sa piangere. A che gioverebbero le sue lagrime? E chi le crederebbe sincere? E di che soffre egli, e che perde che già prima non avesse perduto? «Bice muore!» Sotto l'ipocrisia d'una mano che nasconde due occhi asciutti, vi è una coscienza che morde -- è vero -- ma vi è pure una fantasia meschina, che ripete: «È l'amore che la uccide!» Ebbene sì, è l'amore che l'uccide, l'amore nobile, l'amore santo, l'amore che è sagrifizio e dolore, l'amore che va fino al limitare della morte per apprendere il suo ministero di pietà!... Non lo avete dunque udito il primo pianto del bamboletto color di rosa?... Egli è di là, in un'altra camera, e guarda gli occhi d'una donna che non è una madre, egli è di là mentre la poveretta che gli ha dato la vita se ne muore! La udite ora la sua vocetta dolente?.. Quello è un gemito che domanda un miracolo. La povera madre l'ha udito -- tende l'orecchio -- e l'ode ancora.. Mettetelo nelle sue braccia, il bambinello; chi sa che i battiti di quel cuoricino non riaccendano la vita di cui egli è parte! forse la morte non oserà rendere gelido il petto d'una madre che stringe la propria creatura... La sentite? -- essa piange, ha trovato la forza di piangere; non vuol morire, perchè la sua vita è necessaria... No, non è l'amore che la uccide, è l'amore che la fa rivivere!... . . . . . . . XC. Riccardo a Camilla. «Per pietà, Camilla, non mi opprimete con la vostra indifferenza. Se poteste numerare le mie torture, direste forse che sono punito abbastanza. «Ho bisogno del vostro perdono; mi dovete ridonare, non dico il vostro affetto, ma una parte almeno della vostra stima. Perchè io soffro; perchè la vita mi è diventata incresciosa. «Lo avete detto voi altra volta; lasciatelo ora ripetere a me con l'accento della disperazione: -- salvatemi dal rimorso! -- «Lunga serie di avvenimenti ha legato i nostri destini; vano è il fingere un'indipendenza che non abbiamo; vano sopratutto tentare di divincolarci. «Credetelo -- assai più stretti dei nodi con cui ci lega la legge, sono quelli che ci ha imposto la Natura; viatori smarriti del mondo, la norma che ci dirige non proviene dal mondo -- non la udite dunque voi pure questa voce di tomba? «Non è vaneggiamento il mio; il passato ha tracciato la nostra via, che conduce all'espiazione. «Attraverso le sventure, attraverso la lontananza, l'indifferenza, il disprezzo, le anime nostre devono unirsi un'altra volta. «Abbiamo forse molte lagrime da confondere e molte amarezze da bevere alla stessa tazza; è il nostro destino; lasciate che si compia. E forse troveremo qualche pallida gioia, qualche nuovo e sereno orizzonte, qualche sorriso di Natura. «Per l'ultima volta, ascoltate il grido dell'anima mia: lasciate che io venga a voi a domandare in ginocchio il vostro perdono. «Che se il rancore vi ha chiuso il petto alla pietà, sappiatelo, e il cielo è testimonio del mio giuramento, io seguirò i vostri passi come un demente, sempre e da per tutto.» XCI. Conclusione. Trascorsero otto giorni d'angoscia, durante i quali Riccardo attese invano una risposta. Col cuore agitato da mille paure, egli fantasticava senza frutto sulle cause di quel silenzio; alla notte si spingeva istintivamente fin presso l'abitazione di Camilla, e guardava ai vetri delle finestre con l'ansia d'un innamorato. Ma le finestre non erano mai illuminate. Questa volta però egli pareva fermo nel suo proposito; gli pesava più che mai la vita di paure che l'orgia non sapeva soffocare. Perchè egli aveva visto il dolore santo, perchè egli aveva guardato in faccia l'amore generoso; perchè le fatue compiacenze della sua -grand'anima- avevano per la prima volta taciuto dinanzi alla beatitudine serena d'una madre che ama e che soffre. Non diciamo che il suo pentimento fosse durevole; e molto meno ch'egli stesso lo credesse -- ma era sincero. Oh! perchè dunque Camilla non apre le braccia a quell'anima pentita?... -- Riccardo, dopo molte titubanze, fece il gran passo -- andò in casa del signor Pool. Ma si era appena accostato al limitare, e se ne ritrasse.... aveva udito il pianto del nuovo nato. E gli si compose alla fantasia una scena d'amore, una tortura: Bice guarita, felice, che insegna alla propria creatura a sorridere; che ne bacia con avidità i labbruzzi, la fronte, le guancie e le manine; accanto a Bice il signor Pool, l'uomo dozzinale, il negoziante che ha trattato la felicità come una derrata, e se l'è fatta venire in casa legalmente, alla muta... Dopo essersi scostato titubante, Riccardo scese le scale e fuggì comprimendo il petto nel punto in cui doveva essere il suo gran cuore d'innamorato. Passarono alcuni giorni prima che egli si rammentasse ancora di Camilla; questa volta si recò bruscamente in casa della moglie, salì le scale senza arrestarsi e picchiò più volte all'uscio... Nessuno rispose. Nel ridiscendere incontrò il portinaio e seppe da lui che Camilla era partita da quindici giorni. Per dove? Questo, il portinaio non lo sapeva, ma egli era certo del fatto suo. Riccardo non ascoltò altro, e corse a casa del signor Pool. E qui lo aspettava un contrasto nuovo: «il signor Pool aveva abbandonato il commercio, ed era partito da quattro giorni -colla famiglia-.» -- Per dove? -- Per l'Olanda. -- L'Olanda! Questa parola gli dice tutto... Egli non si arresterà un istante... correrà in Olanda a raggiungere la sua donna, a cementare il suo nido rovinato! Così egli deve rispondere alla voce beffarda che gli ripete le parole della sua lettera: «seguirò i vostri passi come un demente, sempre e da per tutto.»... . . . . . . . Lo sappiano i lettori meno avveduti: Riccardo non è andato in Olanda... . . . . . . . Un lungo viaggio. Ma chi non vorrà seguirci fino ad Amsterdam, per rivedere Bice, Emanuele Pool e il piccolo Biagio che ha imparato a sorridere? Noi non ci ritrarremo innanzi al limitare della casa tranquilla del 1 « , ! , 2 ' ! , 3 ' ! » 4 5 ? ? . 6 7 8 ; , 9 . 10 11 - - ' , ? - - 12 , 13 , ' : - - ' , 14 , ' ? - - 15 16 , 17 , , . 18 19 - - , , . . . 20 21 - - . . . 22 23 - - . 24 25 26 27 28 . 29 30 . 31 32 33 « , . 34 ? ! 35 ; . 36 37 « ' ' ; ? 38 39 « ' ? ; ; 40 , ' 41 . 42 43 « , , 44 . » 45 46 47 48 49 . 50 51 . 52 53 54 « . 55 , , 56 , : « ' . » 57 58 « 59 . ' . 60 61 ' . - - , ; 62 ' . 63 64 « 65 , , . » 66 67 68 69 70 . 71 72 . 73 74 75 ? , 76 . 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