Le due dopo mezzanotte sono battute a tutti gli orologi, il tuono
brontola in lontananza nel silenzio profondo. Lo zio Emanuele ha finito
di far conti, e Bice ha finito di far valigie: egli ha un sorriso di
conforto pronto sulle labbra, essa una gran voglia di buttarglisi al
collo e di piangere; ma non riesce che a far la cosa a mezzo perchè,
mentre sta per buttarglisi al collo, quel furbone di -zio- la capisce,
si scosta un passo e la rimprovera scherzosamente: -- sta a vedere che
piangi! -- la poveretta ride... ma gli si butta al collo egualmente.
Incomincia una grandine di dimande che si succedono senza aspettare
risposte.
«Promettimi questo e quest'altro» -- e l'ottimo -zio- promette tutto.
-- E mi scriverai, e verrai presto, e penserai sempre a me?... Ma già,
è lo stesso, mi toccherà star sola un pezzo; mi ammalerò di noia e di
affanno.
-- Stavi ben sola un tempo senza ammalarti.
-- Bella ragione! un -tempo- non è più -oggi-; e non per nulla passa il
tuo -tempo-.
-- Passerà anche quello della mia assenza.
-- Già tu ti accomodi subito, è presto detto: -passerà-, ma aspetta un
po' che passi!... Vediamo, in quanti giorni passerà?
-- In quindici spero, e forse più presto.
-- -Spero-... cioè a dire: -forse più tardi-.
-- E forse più presto.
-- Ipocrisia per far passare lo -spero-. E poi te lo voglio dire,
non ci vedo chiaro in questo tuo viaggio... Che necessità hai tu di
andare all'improvviso a La Haye? Se fratel Biagio è in Olanda, ci vada
lui. --
L'osservazione della signora Pool sembra sconcertare un poco il signor
Emanuele, il quale al nome di fratel Biagio si fa serio in viso.
-- Sì, fratel Biagio infatti potrebbe andarci lui, e ci andrà, ma è
necessario che ci vada anch'io...
-- Vedrai dunque mio fratello?
-- Certamente; egli deve essere partito da Amsterdam a quest'ora, e
c'incontreremo. --
Di nuovo interrogazioni, e promesse, e singhiozzi improvvisi che
rompono le parole, e sorrisi che fanno belle le lagrime, e baci che
confondono lagrime e parole.
Suonano le tre, suonano le tre e mezza... Il temporale, che ha
lungamente minacciato, si scioglie in torrenti di pioggia; Bice
esclama che con quel tempo un galantuomo non può mettersi in viaggio,
che bisogna differire la partenza... Ma a poco a poco il cielo si
rasserena, comparisce l'alba, il signor Pool si toglie al tenace
amplesso delle braccia affettuose, ed esce dalla soglia della propria
casa come dal santuario in cui è rimasta tutta la sua felicità.
Se la povera Bice avesse visto come le nuvole si addensarono un'altra
volta sulla fronte che essa sola aveva potuto rasserenare, avrebbe
pianto più amaramente, e la cominciata solitudine le sarebbe parsa
cento volte più amara.
Il signor Pool non sorrideva più, seguiva a piedi il servitore che
portava le sue valigie, e ogni tanto, con un accento che stava tra il
dubbio e l'invocazione, ripeteva a sè medesimo: «bisogna arrivare a
tempo!»
LX.
Seconda interruzione dell'idillio domestico.
. . . . . . .
Correte istanti felici dell'amore!
. . . . . . .
Manca un'ora all'alba; il silenzio della notte è profondo, e il suo
alito fresco, penetrando dalle imposte socchiuse delle finestre,
scherza colla fiamma rossiccia della lampada. I guizzi di quella fiamma
riflettono strani bagliori sul volto dei due amanti; il lucignolo
carbonizzato lancia ad intervalli piccole scintille che muoiono appena
nate... Il desiderio scintilla anch'esso negli occhi di Riccardo.
La veglia protratta, l'ansietà, la passione, hanno scolpito le
loro traccie sulle guancia di Camilla. Essa è pallida, ha i capelli
disciolti, e abbandona le membra stanche con una mollezza piena di
seduzione.
Riccardo non stacca gli occhi dalla donna adorata, entrambi tacciono;
tutto ciò che l'amore può dire fu ripetuto cento volte.
Un improvviso buffo di vento spegne la lampada; un altro buffo
impetuoso spalanca le imposte della finestra.
Gl'innamorati si stringono istintivamente, e i loro aliti si mescono
e le loro labbra si toccano. Appoggiata al cuore che batte agitato,
Camilla freme di paura e d'amore.
Un lampo illumina un istante la camera, e quella luce fantastica
sembra animare tutti gli oggetti; il rumore sordo del tuono risponde da
lontano.
Camilla balza in piedi e corre alla finestra, Riccardo la segue.
Densi nugoli neri passano turbinando nell'aria; il lampo si fa più
frequente; il muggito del tuono più terribile; il vento fischia
cupamente alle svolte delle vie.
Camilla ha paura; cerca le mani di Riccardo, chiude gli occhi e
nasconde la faccia nel suo seno agitato.
Una pioggia impetuosa sì rovescia ad un tratto e la finestra ne è
investita; Riccardo fa scudo colle mani alla testa di Camilla e riceve
sul volto con avidità gli spruzzi della pioggia.
-- Le senti, egli dice, le senti le parole della natura?.. Camilla mia!
questa è l'ora dell'amore! --
La pioggia continua ad imperversare, e tutte le forze degli elementi si
scatenano... Ai palpiti della terra rispondono i palpiti dei due cuori
innamorati.
-- Tremi... hai freddo? -- domanda Riccardo cercando la pupilla
innamorata.
-- Ho paura..
-- Di che temi?
-- Della natura, di te.. di me medesima!
-- Di te! di te! Tu pure dunque, tu pure! --
Cogli occhi sfavillanti per voluttà, colla respirazione affannosa,
cinge d'un braccio il corpo di Camilla e lo attira a sè; da quell'inno
sfrenato di due cuori burrascosi escono queste parole:
-- Io soffro, Camilla! --
Gli occhi della sciagurata donna si riempiono di lagrime e le sue
labbra si aprono ad implorare pietà, ma il cuore è vinto. Ella resiste,
si agita, si contorce per divincolarsi da quell'amplesso di fuoco;
invano. Riccardo non vede, non ode più nulla, solleva Camilla fra le
braccia e la porta per la camera pronunciando con voce soffocata parole
d'amore e di desiderio.
Intanto al di fuori il temporale continua a ruggire; la pioggia
imperversa ed invade, flagellando i vetri, la camera; lampi frequenti
illuminano lividamente questa scena di selvaggia voluttà.
Più terribile, più impetuoso della tempesta della natura è l'uragano
che rugge nei petti scaldati dall'amore.
Camilla resiste ancora; l'affanno di Riccardo la commuove, ma non la
vince; la sciagurata piange e prega... Qual Dio?
A poco a poco il temporale tace, le nubi fitte si squarciano qua e là,
cessa la pioggia, e il pallido raggio dell'alba viene a salutare la
desolata natura.
E la tempesta dei cuori innamorati dura ancora.
Riccardo è caduto ai piedi di Camilla ed ha afferrato le sue ginocchia;
la luce del mattino batte sulla sua fronte madida di sudore... Egli è
bello e prega, e piange...
In quel punto si ode picchiare alla porta di strada.
I due amanti si scostano come per istinto, si guardano l'un l'altro, ma
il terrore paralizza le loro forze; immobili, muti, coi volti smarriti
si domandano a vicenda un ingannevole conforto.
Chi può essere a quell'ora? La mente di Camilla è corsa lontano
sul sentiero delle ipotesi, ma un'idea più insistente delle
altre si affaccia... E chi altri mai può essere a quell'ora e in
quell'occasione?
-- Lui! lui forse! -- esclama oppressa da un'angoscia mortale.
-- Chi? -- domanda Riccardo con voce soffocata dall'affanno.
-- Mio marito! --
Lo spavento illividisce le guancie di Riccardo. Il pensiero di ciò che
sta per succedere gli toglie il senno; si caccia le mani nei capelli, e
guarda la povera donna con espressione di pietà e di raccapriccio.
Ma una speranza brilla ancora in mezzo allo scompiglio delle loro idee:
forse non è che un errore, un ebbro tardivo che ha sbagliato l'uscio,
uno scherzo di qualche scioperato...
Si picchia un'altra volta; s'ode rumore di catenacci e stridere di
cardini e parlare sommesso... il portinaio ha aperto la porta.
Riccardo non indugia più oltre; corre d'un balzo alla finestra, e fa
per lanciarsi... Camilla lo vede, indovina la sua intenzione, e ratta
come il baleno, gli è dietro, lo afferra, lo trattiene...
-- Lasciami, lasciami...
-- No, per pietà, rimani...
Camilla piange come una bambina; il pensiero del pericolo, a cui il
suo Riccardo voleva esporsi per salvarla, l'ha vinta; il suo cuore non
combatte più; traboccante di riconoscenza e d'amore, ha formato un voto
che nissuna forza saprà infrangere.
-- Rimani, rimani... sarò tua! --
Riccardo non ode altro, l'ebbrezza sconfinata della promessa rapita al
labbro della donna amata gli ha quasi tolto la coscienza di sè...
Ma s'odono passi lungo il corridoio; Camilla ha appena il tempo di
aprire un uscio e di spingervi Riccardo senza dir parola, poi muove
incontro al temuto visitatore, sforzandosi invano di ricomporre le
sembianze paurose.
LXI.
L'ultima pagina dell'idillio.
Rimasto solo Riccardo si guarda intorno stupidamente. È egli ben desto?
tutto il lungo delirio di quella breve notte, il pericolo che corre, la
lusinga che gli parla nel cuore, più alto delle voci della coscienza,
non sono ingannevoli parvenze d'un sogno?
Ad una ad una queste domande passano e ritornano in frotta alla sua
mente senza trovarvi risposta, la veglia, lo spasimo del delirio, il
timore, l'affanno gli hanno tolto il senno.
A poco a poco però si rinfranca, si sente più forte, e ai pallidi raggi
dell'alba interroga gli oggetti che lo circondano. Una parete coperta
di tavole di botanica, ed i lineamenti fotografici di fratel Biagio
nella parete opposta, un grosso erbario olandese sopra un tavolino, una
scrivania coperta di polvere e una libreria a vetri, sopra i palchetti
della quale si schierano pomposamente le opere latine di Linneo; tutto
ciò gli dice che si trova nello studiolo del padrone di casa.
Quell'esame lo rasserena un poco; egli pensa che se anche l'importuno
visitatore è il marito, per quanto rabbioso botanico egli sia, non
avrà subito bisogno di consultare il suo Linneo, e di rivedere con le
lagrime agli occhi il suo erbario olandese.
Fatto questo ragionamento, trova il coraggio di appoggiare la testa
all'uscio che si è chiuso dietro di lui e di porger l'orecchio.
Da principio non ode nulla, fuorchè un bisbiglio indistinto, ma
dopo pochi istanti gli sembra d'intendere il nome di fratel Biagio
pronunciato da Camilla... trema, raddoppia l'attenzione, coglie un
frammento di dialogo.
-- Quando partirete?
-- Ho le mie valigie da basso... fra mezz'ora Bice verrà a stare con
voi... --
Riccardo potrebbe forse udirne di più, ma gli basta.
Ha riconosciuto la voce del signor Pool... del signor Pool che parte,
che ha le valigie da basso..
Tutto il suo coraggio gli ritorna, la sua febbre riarde, il suo cuore
batte agitato, ed il pensiero delirante vagheggia un'audace speranza...
Si guarda ancora intorno, e gli oggetti che lo circondano gli
appariscono con nuove sembianze. Le tavole botaniche hanno una
fisionomia ilare, come a dire che non furono mai spettatrici di una
festa simile; i volumi latini in quarto, che ripetono dalla libreria
il nome di Linneo, sembrano dirgli che tutta la scienza dell'universo
non potrebbe comprare l'ora d'amore che lo attende; e l'immenso erbario
olandese ha l'espressione discreta dì un che accetti la complicità;
perfino il fotografico fratel Biagio sembra incoraggiarlo ostinandosi a
non guardare le tavole del regno vegetale che...
. . . . . . .
Intanto il signor Pool si accomiata e s'allontana a passi rapidi,
ripetendo affannosamente a sè stesso: «chi sa se potrò arrivare in
tempo?»
Non anco è chiuso dietro di lui il portone di strada, e già Camilla,
ebbra d'amore, ha aperto con le proprie mani il carcere di Riccardo e
si è gettata con abbandono nelle sue braccia...
La luce dell'alba inonda la camera, i passeri cinguettano allegramente
sulle gronde.
-- Tu hai sofferto, non è vero?
-- E tu pure?
-- Oh! sì, noi abbiamo sofferto... Noi abbiamo troppo sofferto! --
LXII.
Riccardo a Camilla.
«Sono pazzo, sono pazzo! Se tu mi vedessi, se potessi leggere nel mio
cuore!
«Non fu illusione la mia? non fu sogno? Oh! lascia che col pensiero
mi rinnovi le dolcezze d'un'ora gelosamente involatami dal tempo;
lascia che ripeta a me stesso che nella voragine sterminata che noi
scaviamo coi nostri passi e che chiamiamo il passato, v'ha un punto, un
istante... Affannoso e dolce pensiero!
. . . . . . .
LXIII.
Camilla a Riccardo.
«Perchè mi parli così? perchè non risparmi l'umiliazione ad un'anima
straziata dal rimorso? Non v'ha dunque più dubbio! Per te pure sono una
donna colpevole!
«Lo so; non è in mio potere di mutare le conseguenze d'un fallo; ma
questo linguaggio che vorrebbe dirmi l'amore e non mi dice invece che
la vergogna, tu, no, non dovevi aggiungerlo alle mie torture.
«Penso al mio passato, all'enormità del mio fallo, e mi domando che mi
rimane nella vita.
«Che sarà di me? Dove troverò io la forza di sollevare lo sguardo sulla
fronte limpida ed aperta di mio marito? E potrò nascondergli la mia
colpa?
«Ho un presentimento triste; mi pare che una voce segreta mi parli dal
fondo del cuore, e che una grande sventura sia sospesa sul mio capo.
Cerco un conforto nel cielo; ma il cielo distoglie gli occhi dalle
creature che mi assomigliano...
«I miei occhi non hanno più lagrime; tutti i miei affetti sono
inariditi; tutti i nodi che mi legavano alla famiglia sono spezzati.
Perfino Bice, la mia piccola Bice, candida e buona, mi ìmpaurisce come
un'accusa vivente.
«Il tuo amore che mi ha fatto intorno questa solitudine orrenda, ora mi
è necessario per popolarla.
«Interroga il tuo cuore, Riccardo; e dimmi, dimmi, mi amerai tu tanto
da pagare le mie sciagure?»
LXIV.
Chi vorrà dire la gioia degli amanti, i tripudi segreti, i sogni a
occhi aperti, le pazze dimenticanze?
Talora una nuvola di mestizia appare sulla guancia di Camilla, ma i
baci di Riccardo la cancellano; e se l'affanno della colpa dissimulato
invano, viene a turbare il loro petto, essi si gettano nelle braccia
l'uno dell'altro, mormorando a bassa voce: «quanto t'amo! quanto
t'amo!»
Ahi! Riccardo ha toccato il culmine della umana felicità! Come suole
avvenire di certi favoriti del piccolo Dio bendato, la continua festa
l'ha reso schizzinoso, a poco a poco egli non se ne appaga più, e un
bel giorno s'accorge, e lo dice a sè stesso con un sospiro, che il suo
cuore, il suo gran cuore, è insoddisfatto. E non sono passati dieci
giorni dall'ultima lettera di Camilla, che egli si caccia le mani nei
capelli, giurando che la sorte gli è ancora debitrice. E dite un po'
chi ne ha colpa?... fratel Biagio, lui, proprio lui, che si è andato a
cacciare in mezzo a due cuori fatti l'uno per l'altro!
LXV.
Un tiro della Provvidenza degli innamorati.
Il signor Emanuele Pool fu di ritorno verso la metà d'ottobre.
Appena Riccardo lo seppe, si recò officialmente in casa van Leven per
avere novelle dell'ottimo fratel Biagio. Ma, sia che avesse scelto un
cattivo momento, o sia che altro si voglia, contro la sua aspettazione
e contro la consuetudine, non fu Camilla ad accoglierlo, ma il signor
Emanuele Pool in persona.
Riccardo non era uomo da impensierirsi per questo; col più cordiale
sorriso che abbia rallegrato mai la faccia d'un mortale, mosse incontro
all'-ottimo signore-, e gli domandò notizie della sua preziosa salute.
Il degno Pool aveva la faccia più brusca del consueto, e nel rispondere
che «stava benissimo» fece una certa smorfia bizzarra, specie di
geroglifico che Riccardo non si diede la briga di decifrare.
-- Ha fatto buon viaggio?
-- Bonissimo. --
Il dialogo era giunto fin qui, e Riccardo si avvide che non avrebbe
potuto andare molto più lontano; onde si fece premura di chiedere della
signora van Leven.
-- È di là, -- rispose l'altro colla sua incurabile concisione.
«Sicuro che è di là! pensò Riccardo, -- ma bisognerebbe sapere perchè
non è di qua.»
-- Avrò io l'onore di salutarla? -- domandò a voce alta.
-- Credo di no.
-- È incomodata?
-- Fa le sue scuse per bocca mia, aggiunse il signor Pool senza
rispondere direttamente.
V'era nell'accento, nei modi, nella fisionomia di quest'uomo singolare
qualche cosa di così duramente tetro, che Riccardo ne fu colpito, ed
incominciò a farneticare.
Che diamine poteva essere avvenuto?
Il primo pensiero -- terribile pensiero! -- fu che il suo amore fosse
scoperto. E spingendosi oltre, immaginò che la novella fosse già in
viaggio per l'Olanda. Se pure non vi era già arrivata prima d'ora... Il
signor Pool, questo signor Pool così imbronciato, doveva essere capace
di tutto. Allora gli tornò in mente una gravissima circostanza, quasi
dimenticata: la vigilia della partenza del signor Emanuele, il suo
arrivo importuno, in un'ora... Ah! non poteva essere altrimenti; tutto
ciò si collegava diabolicamente...
Bisogna dire che lo sguardo che egli lanciò al socio di Biagio
van Leven non fosse niente affatto benigno, perchè l'altro parve
avvedersene, e lasciò venire a fior di labbro un sorriso ironico.
Riccardo fu lì lì per uscire dai gangheri, ma, diciamolo a sua lode,
si contenne a meraviglia; anzi rammentando lo scopo apparente della
visita, domandò in termini cortesi e con aria disinvolta notizie del
caro signor Biagio.
A questo nome Emanuele Pool girò gli occhi intorno, ma non disse verbo.
Riccardo, fuori di sè per l'affanno, insisteva collo sguardo.
-- Sta forse male? -- balbettò con un turbamento che avrebbe fatto
l'elogio della sua tenerezza e della sua amicizia.
-- No, -- rispose l'altro con voce spenta.
-- Ed è ancora in Olanda? -- soggiunse Riccardo.
-- No.
-- Ne è partito?
-- Sì.
-- Ci raggiungerà presto?
-- Non credo.
-- E dove è andato?
-- Un viaggio.. lungo...
-- Lungo? E verso qual terra?
Al signor Pool non era più possibile contenersi! quel nugolo di
mestizia, che vagava sulla sua fronte, scoppiò a un tratto; gli occhi
gli si empirono di lagrime e un rantolo doloroso uscì dal suo petto.
-- Al cielo! -- balbettò egli con accento straziante.
Fissando paurosamente gli occhi al suolo, Riccardo ripetè come un'eco:
al cielo!...
LXVI.
Soliloquio.
Tutto quel giorno Riccardo fu in preda ad una angoscia indicibile.
Un'immagine insistente, tormentosa, gli fu sempre nel pensiero: la
morte di fratel Biagio.
Questo avvenimento inatteso, imprevedibile, pigliava in quell'occasione
un aspetto sciagurato. Riccardo ne era come atterrito; ne rifuggiva, ma
invano; la sua mente vi era trattenuta come da un fascino.
Le sue colpe, di cui non sapeva più celare a sè stesso la gravezza,
s'ingrandivano spaventosamente sotto il martello del rimorso.
Quali erano stati gl'intendimenti segreti della sorte nel volere che
la morte di quell'uomo onesto avvenisse appunto allora che una mano
profanatrice gli aveva rapito i suoi affetti? Riccardo non poteva
dubitarne: salvare il marito da una vergogna, condannare gli adulteri
ad un perpetuo rimorso.
Poteva anche darsi che la Provvidenza -- ve n'ha una anche per gli amori
-- avesse voluto venire in aiuto dei due amanti togliendo di mezzo un
ostacolo che sbigottiva i loro cuori scrupolosi. In avvenire nulla più
doveva trattenerli dal bevere avidamente all'immensa coppa del piacere.
In fatti, morto fratel Biagio, il loro amore diventava legittimo; e il
cielo è amico degli amori legittimi.
Ma da qualche tempo un altro pensiero, rompendo la turba dei suoi
compagni, gli si presentava insistente, ritornando ad ogni tratto come
un importuno.
All'ultimo Riccardo, vedendo che quel pensiero era inesorabile come un
esattore e domandava ad ogni costo la sua porzione di raziocinio, se ne
volle sbrigare e avventurò la sua povera testa nel labirinto. Tremendo
labirinto quello del -matrimonio-!
«Amore legittimo! pensò Riccardo, quale strano abuso di parole! Forse
che l'impunità e la sicurezza rendono virtuosa la colpa?... O non la
fanno invece più bassa e più vile? -Legittimare!- la tresca non si
legittima mai, non si legittima l'adulterio, se non...»
Non poteva dare indietro: «se non... col matrimonio! Il matrimonio!..
E se fosse questo?...» Sicuro; e come non vi aveva pensato prima? Era
questo per l'appunto: ecco le fila del destino si raccoglievano, si
indovinava la tela.
«Sposare Camilla!» Un tempo aveva pure avuto la follia di credere che
ciò lo avrebbe fatto felice... ma ora! Sposare Camilla! Avvelenare una
tazza colma di dolcezze; rinunziare all'amore, alle speranze, alle
memorie; fare il cammino della noia con lo stesso compagno con cui
aveva fatto il cammino della frenesia e dei tripudio; mettere il codice
al posto del cuore, la sazietà invece del desiderio!...
Il matrimonio! bastava la parola ad apprendere a Riccardo tutti gli
orrori dell'idea; alla guisa di quelle voragini che impauriscono meno
perchè non se ne scorge il fondo, ma di cui un sassolino gettato come
scandaglio rivela la spaventosa profondità.
«Triste baratto, in fede mia!» conchiuse Riccardo fra sè e sè.
«Uno scompiglio, una rovina, un suicidio!» soggiunse il suo demonio.
Allora gli passarono in mente, come pagine sfogliate da mano ignota,
tutti i sogni della sua infanzia, i disegni audaci, le lusinghe
carezzevoli, le febbri di vent'anni, tutte le seduzioni della sua bella
vita di scapolo. Infine egli non aveva se non venticinque anni, e il
mondo era popolato di belle donne!
A venticinque anni invilupparsi eternamente nei nodi indissolubili
delle nozze legittime; rinunziare a tutti quanti gli amori, guardarsi
in uno specchio e dire a sè stesso che tutto è finito, che egli non
formerà più lo spasimo di alcuna donna, che i suoi compagni se lo
additeranno l'un l'altro come un oggetto curioso, che gli toccherà
farsi grave e curare le faccende di casa, e misurare l'entrata
coll'uscita, e pensare al risparmio ed alla figliolanza...
Ma non amava egli Camilla?
Se l'amava! perchè l'amava troppo non la poteva sposare! Doveva egli
uccidere l'amante per farne una moglie?...
Riccardo ebbe la febbre e dormì sonni agitati. L'alba gli suggerì nuove
argomentazioni.
«Vediamo, disse riordinando le idee, è impossibile che la sorte abbia
giuocato questo brutto tiro a fratel Biagio solo per avere il pretesto
di mandarlo all'altro mondo; ma è pure impossibile che l'abbia mandato
al mondo di là solo per togliere di mezzo un impedimento alle giuste
nozze. La sorte, io penso, non deve frugare molto nei codici. E poi
nel caso nostro il matrimonio sarebbe un'irriverenza, un insulto, uno
sfregio codardo alla santa memoria dell'onesto van Leven. Possiamo
noi edificare il nostro tetto nuziale sopra la tomba dell'uomo che
fu offeso dal nostro amore? profanare oggi la sua memoria dopo aver
profanata la sua casa?
«Si ripara la colpa! Menzogna! Non si ripara nulla! È egoismo,
niente più, è volersi sottrarre al peso del rimorso, è voler rimanere
impenitenti, non voler pagare neppure questo tributo a quel povero
signor Biagio.»
Riccardo non aveva ancora esaurito la limpida vena dei suoi
ragionamenti, quando udì picchiare all'uscio d'ingresso.
Balzò di letto, si avviluppò in furia nella veste da camera, e venne ad
aprire.
Il portinaio recava -una lettera pel signor Riccardo-.
Siccome le mattine incominciavano a farsi fredde, l'innamorato non
s'arrestò sul limitare, ma, presa la lettera senza quasi badarvi, corse
a ricacciarsi in letto.
Com'ebbe tirate le coltri fin sotto il mento, fece atto di lacerare
il suggello della lettera, ma s'arrestò e volse prima l'occhio alla
soprascritta.
«Questi caratteri mi pare di conoscerli!» balbettò, e corse coll'occhio
al bollo postale, e lesse a voce alta: «Amsterdam.»
«Amsterdam! Amsterdam, ripeteva tra i denti; intanto colle mani
tremanti ruppe il suggello e cercò la sottoscrizione...
«Giusti cieli! esclamò facendosi più pallido del suo lenzuolo: -Biagio
van Leven!-
Da quando in qua i morti scrivono? E se fratel Biagio non fosse morto?
Ben è vero che poteva aver scritto prima di morire... Ma in tal caso
perchè questa lettera gli veniva per posta? Non era più naturale
affidarla al signor Pool?... Che cosa mai poteva scrivergli? E perchè
una lettera? Non bastava un messaggio a voce?
Per uscire da questo ginepraio il miglior partito era leggere la
lettera.
LXVII.
Biagio a Riccardo.
«Mi trovo a letto, e sono conciato assai male, a causa d'una caduta che
mi ha spezzato il femore destro. Il medico ha segnalato la cancrena,
ed ha annunziato il delirio per domani. Come vedete, non ho tempo da
perdere.
«Ho determinato di scrivervi come vi parlerei -- francamente. I rapporti
che mi stringono a voi me ne danno il diritto e il dovere.
«Vicino a morire, ho richiamato ad una ad una al pensiero tutte
le dolcezze della vita per vedere se vi fosse qualche ragione di
addolorarmi di perderla, ed ho conchiuso dentro di me che lascerò il
mondo senza amarezza.
«Ho un solo rimorso nel petto, e in quest'ora si fa gigante per
contristarmi; ed è di aver legato alla mia povera esistenza un'altra
esistenza; d'aver trascinato dietro al mio cuore pigro un cuore
battagliero, d'aver voluto stabilire l'accordo della gioventù, della
bellezza e dell'entusiasmo con la prosa d'una età sfrondata.
«Sarei, oltre che irragionevole, ingrato verso Camilla se le facessi
colpa d'avere acconsentito a divenire mia moglie. Fu pietà la sua, fu
debolezza; la mia, sì, fu imprudenza, e l'imprudenza colpa.
«Il tardo pentimento mi giova, ed è rara fortuna, a rallegrarmi della
morte. Se vi è cosa di cui mi compiaccia è questa, di vedermi vicino a
liberare dal peso della mia esistenza le persone che amo e che m'hanno
amato.
«-Che m'hanno amato-... Sì, lo dico con un sentimento di gratitudine
e di compiacenza: Camilla mi ha amato. Potrei aggiungere: «Camilla mi
ama, ed onorerà la mia memoria come ha onorato il mio nome.» «Sa Dio
se io l'ho benedetta per la felicità che mi aveva dato; e pure, oggi
che egli mi ha involato un bene che non mi apparteneva, che non avrebbe
dovuto appartenermi mai, non mi so lamentare. Pari alle mie, se non più
gravi e più lagrimevoli, sono le torture che ho costato a quel povero
cuore di donna -- e al vostro.
«È inutile dissimularlo; so tutto: il vostro amore, le vostre segrete
smanie, i vincoli che vi legavano nel passato a Camilla, e le nuove
lotte, e il nuovo ridestarsi d'una fiamma sopita -- tutto.
«Ho taciuto, ed ho pianto in segreto -- più dei vostri mali che dei
miei. Ho rivolto l'occhio al cielo ed ho implorato soccorso, senza
saper bene che cosa domandassi. Ora il cielo mi esaudisce; nessun'altra
via era aperta alla mia pace, alla vostra pace. La mia morte assicura
l'opera del destino, e compie i voti del vostro cuore. Possiate essere
felici per tutta la vita, quanto io fui per un brevissimo istante, che
fu tutta la mia vita. Lieto di questa sicurezza attenderò la morte col
volto sereno.
«Una preghiera. Camilla non sappia mai che io ho letto nel cuore; ciò
le risveglierebbe in petto rimorsi ingiusti ed inutili, pentimenti
affannosi di colpe immaginarie. Ella deve credere e che io sia morto
ignaro; fatelo per voi stesso; così essa apparterrà meno al passato, e
sarà più vostra.
«Abbiate voi ciò che vi apparteneva; abbia Camilla i palpiti che la
natura acconsente ai giovani cuori.
«E il cielo benedica il vostro amore, come io lo benedico!»
LXVIII.
Riccardo si bisticcia con Riccardo.
Riccardo rimase come fulminato, si cacciò una mano nei capelli, balzò
dal letto e misurò a gran passi la camera.
Non era un sogno, no, non era un sogno. Erano proprio i caratteri di
fratel Biagio, era proprio la sua sottoscrizione, e sul bollo della
posta era proprio scritto: -Amsterdam!-
Così dunque quell'uomo generoso aveva indovinato la propria sciagura,
ed era morto lontano dalla sua casa, senza conforto di lagrime e di
affetti... Atroce premura della sorte!
Non sapeva darsene pace; un sentimento d'angoscia mista di pietà lo
spingeva a compassionare il povero van Leven e ad incolpare in certo
modo sè stesso della morte.
Ed ora?... Giusti cieli! ed ora?... Sposare Camilla! Questo era il
desiderio del morto! Che ne pensavano i vivi?
Sposar Camilla! Eccoci da capo alle torture, alle lotte, alle
titubanze, allo sgomento. Pure Riccardo non poteva dissimulare a
sè stesso la grave responsabilità che pesava sopra di lui. La sua
coscienza gli favellava alto nel cuore, minacciandolo di mille
ingiurie, se avesse dato indietro un passo. Egli non poteva negare
questo conforto all'uomo ingannato, all'uomo tradito; non doveva
togliergli nel sepolcro l'unica fede che fratel Biagio avesse portato
seco....
Il mal animo non si dava tuttavia per vinto; piegava un istante,
ma tornava più invelenito alla battaglia; e poichè gli fallivano le
armi del sentimento e della ragione, ricorreva ai dardi avvelenati
dell'ironia.
«Dunque, perchè ad un marito cancrenoso viene in mente di addossare la
vedova sulle spalle d'un galantuomo che ha la disgrazia di essere amico
di casa, non si avrà più a ribattere sillaba? In che mondo viviamo?»
«Bada, ribatteva la ragione, in questo caso generalizzare è mentire;
non si tratta d'un marito, d'una moglie e d'un amico di casa, ma
precisamente...»
«Del signor van Leven buon'anima, della vedova van Leven, e di me,
Riccardo... A meraviglia. È vero, io ho della simpatia per Camilla...»
«Dell'amore...»
«È tutt'uno; ho avuto dell'amore....»
«E non ne hai forse più?»
«Ne ho, ne ho.... non lo nego, ma infine ciò non ha nulla a fare....»
«Ci ha a fare moltissimo.»
«Non ha nulla a fare... dico... chi mi assicura di poter amare Camilla
eternamente!»
«Dubiti del tuo amore? non ami.»
«Amo e dubito. Non si vive già al mondo come mummie, e vi si impara
qualche cosa... È la storia d'ogni giorno, d'ogni passione. E poi è
d'altro che si tratta; si tratta di matrimonio.... Questa è la nave
sdrucita! e dove andrà mai a parare? Uno scoglio, una corrente, un
basso fondo, un uragano, tutto è finito, i profondi gorghi dell'oceano
seppelliranno o tardi o tosto lo sconsigliato equipaggio....»
Ciò era sconfortante, ma Riccardo lo diceva a confortarsene, «Le cose
accadono così per tutti -- e per me.» Involgere altrui nella nostra
miseria è sempre inganno fortunato che ci fa parere danno minore ciò
che in realtà è maggior danno. Generalizzare è pure talvolta scemare.
«Non siamo noi; è l'umanità -- e l'umanità non l'abbiamo fatta noi.»
LXIX.
Ancora un soliloquio.
Riccardo lottava, non più come uomo che si travaglia in un tormentoso
dilemma, ma a guisa d'uno sciagurato che si ribelli al giogo che gli si
vuole imporre. Da ciò un impeto ed un ardore, che gli provenivano dalla
coscienza di voler legittimamente resistere ad una tirannia.
Il tiranno era naturalmente fratel Biagio con le sue pazze idee da
moribondo, inspirate senza alcun dubbio dalla cancrena.
-- Se pure, -- aggiungeva Riccardo, rincarendo la dose, -- se pure non era
già il delirio, annunziato per il giorno successivo. Oibò, io sto saldo
come una piramide; se mi hanno a pigliare nelle reti ci ho a essere
anch'io. --
E pure tentennava. Un altro pensiero venne a gettare nuovo scompiglio
nella sua testa. Fratel Biagio era morto sereno, benedicendo ad
un'unione che gli faceva parer bella la morte, fiducioso nella virtù
di Camilla, nella fedeltà dell'amicizia, lontanissimo dal pensare al
tradimento... Invece!.... non vi è dubbio che se la sorte lo aveva
tenuto in vita qualche giorno di più, ed aveva permesso il delitto,
era stato perchè questa considerazione dovesse più tardi pesare sulla
bilancia!...
In tale vicenda bizzarra di riluttanze, di dubbî, e di propositi
generosi, Riccardo trascorse le prime giornate che seguirono la
luttuosa novella, senza recarsi innanzi a Camilla. E come avrebbe
osato? come avrebbe potuto dissimulare il proprio affanno al cospetto
di quella dolente?
Di quella dolente!... Curioso a dirsi: al pensiero che Camilla avrebbe
vestito il bruno, e lagrimato la memoria di suo marito, egli si sentiva
mordere il seno da un dispetto, che assomigliava alla gelosia.
LXX.
Camilla a Riccardo.
«Vi scrivo da Laveno, dove mi sono ritirata da due giorni, e dove conto
di rimanere alcuni mesi. Nel tempo che rimasi a Milano dopo il ritorno
del signor Pool, speravo di vedervi. È certamente inutile che io vi
parli del mio dolore. Voi non lo dovete comprendere. Vivete felice.»
LXXI.
Riccardo a Camilla.
«Non mi affannerò a giustificarmi. Se l'anima vostra non ha saputo
indovinare i sentimenti che hanno suggerito il mio contegno, non
saprebbe neppure apprezzarli.
«L'intenzione che dimostrate di parlarmi dei vostri dolori, è un'altra
prova che non sentite per me come io sento per voi.»
LXXII.
Camilla a Riccardo.
«Sei proprio tu che adoperi meco questo linguaggio? Oh se potessi
leggere nel mio cuore straziato!
«E sia: ho dei torti verso di te; ho attribuito ad indifferenza ciò
che fu opera di pietà e d'amore; ti ho calunniato, ti ho offeso; te ne
domando perdono. Vorrai serbarmi rancore per un sospetto che una sola
parola è bastata a dissipare?
«Io sono pure la sventurata donna! E dove troverò mai la pace che ho
distrutto con le mie mani?
«Te pure, non è vero?... oh! sì, te pure, ne ho la certezza, travaglia
questo spietato rimorso...
«Interrogo il cielo, e ricerco col pensiero il filo che ha guidato fino
ad oggi la mia povera vita; quale abisso pauroso, quale inesplorato
mistero! Io mi vedo gioco d'una fatalità che non ha ancora cessato di
tener l'occhio sopra di me; il passato e l'avvenire mi sbigottiscono
del pari. Due voragini si aprono al mio pensiero: l'una mi strazia col
peso delle memorie, l'altra con le vaghe minaccie dell'ignoto.
«Di chi la colpa?... Mia, non lo dissimulo. Non cerco neppure di
attenuarla ai miei occhi; io sono colpevole; colpevole senza scusa,
colpevole d'un fallo che non merita pietà.
«No, quell'uomo generoso non doveva essere pagato da me col tradimento;
nè da te, Riccardo.
«Se sapessi quali sogni spaventosi scendono alla notte sul mio
guanciale, se ti potessi dire quante paure mi assalgono, quanti
affannosi presentimenti mi conturbano! Io sono debole, io sono
meschina; le tenebre pesano sul mio spirito, e il rimorso pesa
sull'anima mia.
«Che mi rimane ora? Se il tuo amore mi venisse a mancare, sarebbe
spenta la sola luce che brilli ancora nell'universo per me.
«Pietà, Riccardo, pietà d'una sciagurata che t'ama, che non sa, nè può
vivere senza di te.»
LXXIII.
Miserie del cuore.
Riccardo sentì un istante riardere l'entusiasmo dei giorni passati;
dimenticò le smanie che lo travagliavano, e ridivenne il caldo e
passionato amatore d'una volta.
Col cuore trepidante, come se si recasse ad un primo ritrovo, egli
mosse alla volta di Laveno.
Camilla lo attendeva ansiosa; la poveretta sperava dimenticarsi,
fuggire al pensiero, alle paure segrete del cuore, riparare come
in porto sicuro nelle braccia del suo diletto, domandare all'amore
quell'ebbrezza che sola poteva compensarla della pace perduta. La morte
dell'uomo di cui aveva diviso la vita aggiungeva una voce lugubre alle
cento voci che gridavano nella sua coscienza. L'amore, che ella portava
a suo marito, le appariva traverso i vaneggiamenti di un altro amore,
ingrandito da un impeto di pietà. Dal mondo dell'ignoto in cui viveva,
fratel Biagio pareva avvolgere Camilla con un fascino soprannaturale.
Un solo pensiero la rinfrancava: «non sarebbe stata sola, avrebbe avuto
un compagno in quella notte orrenda; Riccardo era lì per sorreggerla,
per confortare il suo povero cuore; uniti nell'espiazione e nel
pentimento come erano stati nella colpa, essi dovevano dare l'uno
all'altro la forza necessaria a resistere; consacrando alla memoria di
colui che avevano tradito, un culto di ricordi e di pentimenti, presto
sarebbe cancellata la macchia che deturpava il loro amore.»
Camilla attendeva Riccardo per dirgli: «noi fummo colpevoli, noi
saremo penitenti; parleremo insieme di -lui-; pregheremo per -lui-, gli
ridoneremo ciò che gli abbiamo tolto, la fede; riconquisteremo ciò che
abbiamo perduto, la pace.»
Ma Riccardo pensava:
«La rivedrò, chiederò al suo seno una scintilla che mi riscaldi; mi
getterò nelle sue braccia come in un mare tempestoso; m'inebbrierò in
un'orgia d'amore, dimenticherò d'avere una volontà e una coscienza, e
sarà di me, sarà di noi, ciò che la sorte ha decretato.»
Trasognata, ebbra d'amore e di dolore, Camilla si gettò nelle braccia
di Riccardo. Quel primo impeto della passione fu muto; Riccardo
esaminava con puerile ammirazione il meraviglioso contrasto della veste
nera di Camilla e della candidezza del suo volto; Camilla interrogava
con occhi pieni di lagrime.... Il cuore d'entrambi batteva celere, le
loro mani si stringevano e tremavano.
Tacquero per gran tempo; poi confusero in un altro amplesso il rotto
linguaggio dell'affanno e della passione.
Riccardo s'era fatto silenzioso; la parola ardente di Camilla gli era
discesa nel cuore a ridestarvi le prime torture. Un convincimento, che
altre volte l'avrebbe reso felice, pesava sul suo spirito smarrito --
«egli era amato, potentemente, pazzamente amato.»
L'idea dì quest'amore, che irrompeva ora più impetuoso dal petto
della sciagurata donna, di quest'amore fatto cieco dal rimorso, di
quest'amore lagrimoso e circondato da misteriose paure, gli balenava
ora alla mente come una minaccia.
Essa gli aveva detto: «Tu sarai mio, eternamente mio!»
Come trovar la forza di opporsi? avrebbe egli potuto sciogliere il nodo
fatale di due cuori, senza spezzare un cuore? uccidere l'amore senza
ferire a morte il seno che lo nutriva? E doveva aggiungere un altro
rimorso a flagellare la propria esistenza desolata?
Pure non poteva illudersi; ciò che provava per Camilla non era l'amore
d'una volta; era un sentimento misto di pietà e di desiderio, un
affetto tiepido, che mentre avrebbe saputo resistere al tempo, doveva
venir meno all'idea d'un sagrifizio.
Camilla anch'essa taceva; ignara di ciò che passava nella mente di
lui, ritornava alle meste fantasie, ai rimorsi, alle paure; guardando
Riccardo, rivedeva le immagini temute della colpa.... Un impeto di
dolore strappò al suo petto improvvisi singhiozzi, e un'onda di lagrime
le oscurò la vista.
A Riccardo parve che ella gli leggesse nel pensiero; arrossì, e
la prese per mano. I suoi modi avevano l'apparenza della pietà e
dell'affetto, ma erano freddi. Quelle lagrime erano nuovo veleno
versato nelle sue piaghe.
-- Perchè piangi?
-- Ah! Riccardo, Riccardo mio, ci avrà egli perdonato, potrà egli
perdonarci mai? --
L'innamorato si scosse bruscamente, passò una mano sulla fronte e non
rispose; Camilla continuava a piangere, nascondendo la faccia fra le
mani.
«Ci avrà egli perdonato?» Queste parole cadevano sul petto di Riccardo
come un martello.
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