garbuglio, ma non è misteriosa niente affatto. Il merito è tutto di
fratel Biagio, il quale in questa occasione dovette far prova della
stessa accortezza che gli aveva servito per guadagnare il -sì- della
signorina Camilla, oggi sua legittima sposa. Veramente nel presentarsi
a Bice egli aveva avuto in mente di pigliar la cosa da lontano, ma
anche dinanzi a Camilla ebbe già la stessa intenzione e vi dovette
rinunziare per non essersi saputo decidere a scegliere il suo punto
di partenza; si sa: uno che non abbia alcuna predilezione per l'Era
Volgare e per il Diluvio, il meglio che possa fare è d'incominciare
addirittura in tempo presente. Così aveva fatto fratel Biagio con
Camilla, e così s'era determinato a fare con la sorella.
-- Come stai questa mattina?
-- Bene.
-- Tanto meglio, perchè ho una notizia a darti.
-- Buona!
-- Secondo i oasi. C'è uno che ti vuol bene. --
Bice, senza preamboli, si era messa a piangere.
-- Peggio per lui, io non voglio più bene a nessuno... --
Ma fratel Biagio, tirandosi fra le braccia la bella lagrimosa, aveva
insistito:
-- Ci è uno che ti vuol bene... e che vuole sposarti...
-- Peggio per lui, peggio per lui... io non mi lascio sposare da
nessuno, voglio vivere e morire zitella.
-- Quest'uno... vuoi sapere chi sia?
-- Non me ne importa, non lo voglio sapere.
-- Indovina.
-- Ti dico che non lo voglio sapere.
-- È il mio amico, è il nostro amico Pool.
-- Lui!
-- Proprio lui. Lo vuoi per marito?
-- Non lo voglio. --
Nuova pioggia di lagrime sulle mani tremanti e carezzevoli di fratel
Biagio.
-- Piccina mia, hai torto. Emanuele Pool è un uomo di cuore, non è una
fraschetta, è un commerciante accorto, ti vuol bene e ti farà felice...
-- Non lo voglio.
-- Emanuele è anche un bell'uomo, un po' serio, ma questo non guasta; se
gli vorrai tanto bene sarà capace di ridere anche lui; infine ha solo
trent'anni...
-- Non lo voglio.
-- È la tua ultima risposta?
-- La prima e l'ultima... Cioè, se tu vuoi proprio, io lo sposo, ma solo
per farti piacere.
-- Il cielo me ne guardi. Che cosa devo dire al signor Pool?
-- Non lo so.
-- Devo dirgli che ti è antipatico?
-- Questo no, perchè non è vero.
-- Devo dirgli che tu vuoi un marito più giovane e più bello?
-- Nemmeno; nè lui, nè altri... perchè tanto vorrei bene a lui come a un
altro. Digli questo. --
Fratel Biagio aveva baciato sulla fronte la sorella e se n'era andato
fregandosi le mani a dare la risposta al signor Pool.
Due ore dopo era tornato sorridente.
-- Ho fatto la risposta. --
Bice aveva voluto mostrarsi indifferente, ma non v'era riuscita.
-- Me ne dispiace per lui, ma io non ne ho colpa... Sarà rimasto
mortificato...
-- No... anzi mi ha detto di ringraziarti...
-- Di ringraziarmi!...
-- Di ringraziarti, perchè non lo trovi nè antipatico, nè odioso, e
perchè il suo amore non ti offende... spera col tempo...
-- Il tuo signor Emanuele è un impertinente... non dovrebbe sperar
nulla, o almeno non lo dorrebbe dire...
-- L'impertinente sono io, bambina mia, io che ho letto tutte queste
cose nel suo volto, e che te le dico per farti andar in collera.
-- Dunque il signor Pool non ti ha detto nulla?
-- Nulla.
-- E tu hai letto?
-- Ho letto.
-- Non sai leggere o hai letto male.
-- So leggere benissimo e ho letto benissimo: Emanuele ti ama molto, era
scritto così.
-- Proprio?
-- Proprio. Ti ama da un pezzo, senza che tu te ne sia mai accorta.
-- Questo poi è vero.
-- Che ti ama da un pezzo?
-- No... che non me ne sono mai accorta.
Per quel giorno non se n'era parlato più; al mattino successivo fratel
Biagio non si era lasciato vedere, e il signor Pool, incontratosi per
caso con Bice, l'aveva salutata cortese; Bice avea risposto al saluto,
ed era fuggita via.
Dopo la colazione la bella addolorata si trovò sola col fratello, il
quale imprudentemente si lasciò cadere di bocca il nome del socio.
A questa allusione Bice sentì venire agli occhi due lagrime e disse
singhiozzando:
-- Ho capito, ti preme di darmi marito; non mi vuoi più con te. --
Fratel Biagio tutto commosso, strinse al cuore la giovinetta, ma non
disse di no.
-- Mi lasceresti sola senza dolore, tu, ma io no, non voglio lasciarti
solo. --
Queste parole dicevano forse troppo, ma fratel Biagio pareva soltanto
inquieto dell'avvenire della sorellina, e accennò melanconicamente
all'inevitabile giorno in cui egli avrebbe dovuto abbandonarla nel
mondo.
-- Tu sei una fanciulla, io sono un uomo. --
Erano soli, nessuno li vedeva; si abbracciarono stretti e confusero le
loro lagrime.
Anche quest'atto poteva parere più melanconico del necessario, ma chi
può dire quali immagini fossero state evocate da quelle parole?
Prima di separarsi, Bice pose le mani in quelle del fratello e gli
disse con voce ferma:
-- Mi vedi, sono serena, sono sicura di me medesima; se tu lo credi
necessario, sposerò il signor Pool, lui o un altro, o cento altri,
non importa; sposerò tutti quelli che vorrai; e se non occorre alla
felicità altro che un po' di rassegnazione e d'affetto, credo che sarò
felice per farti contento. Già è tutt'uno; fanciulla o moglie sarò la
stessa, purchè abbia sempre il mio buon fratello... --
... E il buon fratello le aveva dato un bacio lungo, dopo di che era
corso col cuore più leggiero a dare la felicità al signor Emanuele
Pool.
L.
Il signor Pool fa la sua dichiarazione.
Bice dopo d'aver pensato molto al suo primo incontro col signor Pool,
aveva fatto il disegno poco caritatevole di mettere tutto l'imbarazzo
della posizione a carico dell'eloquenza del suo futuro sposo. Ma,
contro il prevedibile, il taciturno fidanzato non si lasciò sgominare
dalle difficoltà della sua parte e, invece di attendere il colloquio
formidabile con la rassegnazione di chi è disposto a fare una triste
figura, vi andò incontro animoso, e nel giorno successivo a quello
della domanda di matrimonio fece dire da fratel Biagio a Bice: «che
volendo parlarle, le chiedeva un quarto d'ora del suo tempo.»
«Bisognerà che parli per tutto il quarto d'ora,» disse Bice a sè
stessa, meravigliata meno dell'audacia del signor Pool, che del non
sentirsi ferma come prima le pareva d'essere; volendo riguadagnare la
disinvoltura che aveva perduto, un po' innanzi dell'ora stabilita si
pose al pianoforte per ripassare fervorosamente tutta la sua musica da
ballo.
Si era essa avveduta che il signor Pool le stava dietro le spalle da
un minuto? Poi che disse di no, voltandosi all'improvviso, bisognerà
mostrare di crederle, come fece appunto l'innamorato.
-- Perdoni se giungo in mal punto a disturbarla.
-- Non mi disturba... si accomodi... --
Bice aveva cercato di darsi un'aria fredda e indifferente, capace
d'agghiacciare le parole in bocca a un innamorato timido; ma cedendo
a un moto di curiosità, levò gli occhi in faccia al signor Emanuele, e
vi lesse un'espressione così serena e così dolce, che sentì rimorso dei
propri disegni, e la sua frase le venne fuori in frantumi accompagnata
da un incantevole rossore.
Il signor Pool si trovò adunque avere il sopravvento fin dalle prime
parole, ma, invece di abusarne, non parve neppure porvi mente, e corse
difilato a ciò che gli stava a cuore, come dietro una traccia prefissa.
-- Sono venuto a dirle a voce la gratitudine che le devo; suo fratello
mi ha assicurato che lei acconsente a divenire mia moglie.
Bice taceva.
-- Vuol degnarsi di confermare dinanzi a me ciò che mi fa felice?
-- Quanto le ha detto mio fratello è vero.
-- Perdoni, vorrei che mi dicesse candidamente le ragioni che
l'hanno indotta a darmi il suo consenso. Le pare che io sia troppo
indiscreto? --
La fanciulla non rispose a parole, ma il suo silenzio e il rossore
che le accese il volto dissero chiaro che il suo fidanzato le sembrava
molto stravagante e un poco impertinente.
-- Le assicuro -- proseguì il signor Pool con dolcezza, -- che la mia
audacia non è senza ragione.
-- Ma io...
-- Comprendo. Si rassicuri, non voglio già che mi dica d'amarmi; non
voglio questo, perchè prima di tutto voglio la schiettezza. Spero
che mi amerà un giorno, e allora avrà tempo a dirmelo; intanto per
acconsentire a sposarmi, avrà un motivo, almeno uno. Sia sincera; me lo
dica. --
Se l'eroismo non esistesse sulla terra, bisognerebbe dare questo nome
allo sforzo che fece Bice per rispondere.
-- Prima di tutto io la sposo perchè... ha detto che questo le fa
piacere... --
Il signor Pool aggiunse alla propria faccia serena un sorriso dolce e
incoraggiante.
-- E poi perchè ciò fa piacere a fratel Biagio... e perchè lei è un...
giovine (avrebbe voluto dire un -uomo-) di cuore... e perchè è sempre
stato buono per me, e perchè volendomi bene, come dice, mi farà
felice...
-- È ciò che io voleva da lei, signorina; or bene, se crede che tutto
ciò basti a fare la felicità, le prometto che sarò sempre lo stesso,
per farla felice e per farle dimenticare il dolore. --
Egli si era lasciato cadere di bocca queste ultime parole con studiata
indifferenza. Ma Bice ne colse alla prima il significato e sentì
qualche cosa che stava tra la vergogna e il dispetto. Il suo innamorato
si affrettò a soggiungere:
-- Sono schietto con lei fino alla ruvidezza, perchè possa imparare
presto a conoscermi come la conosco. --
Bice si sentì indovinata fin nei moti più segreti del cuore, e levò gli
occhi sbigottiti a guardare in faccia ai signor Pool.
-- Le ricordo il passato, -- proseguì egli, -- perchè se non ne parlassi,
avrebbe ragione di domandarsi conto segretamente del mio silenzio.
Non posso ignorare io solo quanto è noto a tutti, e lei sa che se
osai sognare la felicità di farla mia, non obbedii a un sentimento
improvviso o ingannevole. Le rimane a sapere come io non abbia già
ceduto all'egoismo del mio affetto, ma mi lusinghi di ridonarle
tutto ciò che occupava un posto nel suo cuore. È la mia ambizione;
l'ambizione d'un uomo che l'ama alla buona. Non mi faccia una colpa di
questo linguaggio. Invece di dirle che io sarei morto d'amore per lei,
mi lasci dire che avrei avuto la forza di vederla felice e di benedire
la sua felicità nelle braccia d'un altro. Ciò è forse meno bello, ma è
vero. --
E siccome Bice era passata dal rossore alla commozione e non trovava
la forza di rispondere, il signor Pool, con una galanteria cavalleresca
che anche gli innamorati non sentimentali ritrovano qualche volta nelle
grandi occasioni, prese la mano della vaga fanciulla e la appressò alle
labbra, poi fece atto di allontanarsi.
-- Signor Emanuele, -- disse Bice, e uscendo improvvisamente dalla
inerzia, mosse un passo verso il suo fidanzato, il quale si arrestò, e
si volse con un lampo di felicità nello sguardo. Ma l'eloquenza della
fanciulla veniva dal cuore e non trovò parole o ne trovò troppe in una
volta; invece di parlare, essa offri ancora la mano al signor Pool, che
la strinse con melanconico entusiasmo.
-- Credo che l'amerò, -- disse finalmente Bice, -- perchè mi sento
orgogliosa d'essere amata da lei.
LI.
Camilla a Riccardo.
«La cerimonia si è compiuta ieri mattina all'alba; Bice è diventata la
-signora Pool-.
«La signora Pool! non vi pare che suoni male questo nome? Io credo che
non saprei darmi pace se mi chiamassero la -signora Pool-.
«Per altro Bice era allegra, e sono sicura che sarà felice. Suo marito
è un bell'uomo; molto serio, troppo serio, ma pieno di cuore, e le
-vuole assai bene-. Biagio dice che ne è pazzamente -innamorato-, ma
io stento a crederlo. L'idea del signor Emanuele Pool innamorato non mi
vuol entrare.
«Gran giornata quella d'oggi! Non si è fatto molto chiasso, ma si è
stati allegri; hanno voluto una festicciola di famiglia, senza pompe e
senza sussiego.
«Io avrei preferito che si fosse fatta nella nostra casa di Milano, ma
Biagio si è ostinato a far intervenire la campagna nella cerimonia di
nozze, dicendo che è cosa di buon augurio.
«Perchè non siete venuto? Ieri non vi aspettavamo, ma oggi sì. Io per
esempio ero certa che non avreste temuto di trovarvi dinanzi a Bice
in questa giornata. Non siete venuto e non ve ne faccio una colpa; non
vi sembra però che l'-indifferenza- si sarebbe comportata altrimenti?
Fatemi il piacere di dirmi di no................
. . . . . . .
LII.
Riccardo a Camilla.
«Non vi dico nè sì, nè no. Mi fate un'accusa da cui non voglio
scolparmi; il sentimento che mi ha consigliato la mia condotta mi
consiglia pure questo silenzio. Mi è doloroso avvedermi che non abbiate
ancora imparato a conoscermi.»
LIII.
Buon viaggio!
Il signore e la signora Pool, Camilla, fratel Biagio e Riccardo sono
riuniti nell'atrio della stazione ferroviaria.
Camilla e Riccardo hanno aspetto stravolto, Bice è mesta, Emanuele Pool
imperturbabilmente taciturno.
Anche fratel Biagio, con la valigetta ad armacollo e col cappello di
feltro a larghe tese, sembra in preda a una melanconia profonda.
Riccardo guarda sott'occhi Bice che il matrimonio ha trasformato in
modo strano. Chi può dire quali pensieri passino per il suo capo,
quale arruffato viluppo di confronti egli si affanni a sciogliere col
cervello?
Un sentimento misto di pentimenti vani e di fiacche aspirazioni tenta,
come un adulatore, il suo spirito. Guarda al passato, guarda all'oggi;
vede Bice, già sospirata ardentemente, nelle braccia d'un altro uomo;
pensa alla bizzarria fatale che ha collegato con le stesse vicende i
due affetti della sua vita, e cercando d'ingannare sè stesso fa carico
alla sorte delle sue colpe.
Egli è solo! Questo pensiero, questa condanna, campeggia dinanzi alla
sua mente. Potranno le frenesie di nuove colpe pagare la felicità
serena che gli era stata offerta due volte?
Ma egli pensa anche che Camilla è bella, che lo ama, che un'onda
fascinatrice di voluttà spira dal suo corpo leggiadro; pensa che fratel
Biagio parte, che il nuovo stato di Bice la terrà lontana dal turbare
la felicità degli amanti... La colpa non ebbe mai tante lusinghe.
L'ora della partenza si avvicina; fratel Biagio passa la mano sulla
fronte, come a diradare le nuvole di mestizie che l'oscurano.
Camilla gli si fa vicina, gli stringe la mano, lo chiama -amico mio-.
Povera donna! è mesta; pensando a suo marito, al suo ottimo Biagio, che
andrà lontano e farà una lunga assenza, ella ha il cuore gonfio non sa
bene se di tenerezza o d'affanno.
L'ottimo marito dal canto suo giura che non ha mai intrapreso un
viaggio così a malincuore, e che se un negozio d'oro non richiedesse la
sua presenza in Olanda...
Curioso impeto di tenerezza quello che gli vieta di proseguire, e
lo costringe a volgere il capo e soffiarsi il naso per nascondere la
commozione.. Camilla crede d'aver visto una lagrima, e piglia la mano
del marito; Riccardo guarda la punta dei suoi stivali.
-- Rimani, -- dice Camilla in un impeto d'affetto e di pentimento, -- non
partire.-
Fratel Biagio stringe la mano della sua compagna, poi si se scuote
bruscamente.
-- Siamo tanto fanciulli -- dice col suo accento gioviale di tutti
i giorni. -- Ho fatto cinquanta viaggi, e non mi è mai avvenuto di
sentirmi così poltrone. È pur troppo vero che s'invecchia... ma non
sarà mai detto che io mi sia lasciato sfuggire un negozio d'oro come
questo. --
Bice con uno sguardo sembra domandare al suo sposo di che negozio si
tratti, e costui risponde:
-- Di stagno.
-- E poi... -- soggiunge fratel Biagio accompagnando le parole con
un sorriso di mistero, -- ho un disegno... che se mi riesce l'Olanda
rammenterà il mio nome...
-- Di' su, di' su... -- interrompe Bice.
-- È un segreto. --
Ma Camilla, che è sulla via dei pentimenti, non si dà per vinta e
insiste con la parola e con lo sguardo perchè Biagio rimanga..
Il buon marito pare assai commosso da questa testimonianza d'affetto, e
se ne schermisce alla meglio.
-- Ritornerai presto?
-- Presto.
-- E sarà l'ultimo viaggio, non è vero?
-- L'ultimo.
-- Ne sei sicuro? --
Biagio leva gli occhi al cielo, e risponde con voce che si sforza
invano di rendere ferma:
-- Ne sono sicuro. --
Intanto Riccardo si bisticcia col suo demonio, e continua a guardare la
punta dei propri stivali.
Si rinnovano i saluti, gli augurii, gli amplessi affettuosi, i baci
replicati e sonori. Nell'appoggiare le labbra alla fronte di Bice, che
è rimasta ultima, fratel Biagio trova modo di bisbigliarle sottovoce
una domanda, a cui la fanciulla risponde con un sorriso e con un bacio.
Ma il fratello insiste.
-- Credi proprio d'aver incominciato a volergli bene?
-- È la seconda volta che mi fai questa domanda: ti ho già detto di sì.
-- Partirò più lieto se me lo dici ancora.
-- Ebbene, sì, ho proprio incominciato.
-- Ne sei sicura?
-- Ne sono sicura.
-- Il cielo ti benedica! --
Si ode la campana, il signor van Leven si toglie con un moto risoluto
ai suoi cari, ed entra nella sala d'aspetto.
Camilla e Bice si sciolgono in lagrime; Riccardo fa alcuni passi,
cercando di darsi aria disinvolta, ma ha l'aspetto d'un tagliaborse
colto in fallo; Emanuele Pool continua a tacere.
-- Benedetti interessi! -- s'arrischia a dire il signor Celesti.
Camilla e Bice non rispondono.
-- Un negozio d'oro! -- dice messer Pool.
-- D'oro?
-- Di stagno, che torna lo stesso.
-- E il suo disegno secreto?
-- Che ne so io!.. la sua Flora, la sua benedetta Flora!... vuol fare
attecchire le viole mammole in Olanda!... tempo perduto!... --
Bice ha preso il braccio dello sposo e Riccardo offre il suo a Camilla.
Già stanno per allontanarsi, quando odono alle spalle alcuni passi
affrettati e una voce nota... si volgono: è ancora fratel Biagio.
-- Ho voluto abbracciarvi un'ultima volta -- dice egli affannosamente,
-- mancano due minuti alla partenza; state sani, ricordatevi di me..
addio!
-- Buon viaggio!... Buon viaggio!.. --
Ma s'ode un fischio; fratel Biagio si slancia e qualcuno gli dice: -- È
troppo tardi! il convoglio parte!
-- Che piacere! -- esclama Camilla.
-- Che piacere! -- ripete Bice.
E Riccardo Celesti è costretto a dire anche lui:
-- Sì, davvero, che piacere!
-- Se è partito... -- balbetta fratel Biagio come trasognato -- se è
partito, io posso restare, forse è meglio così.. -- partirò un altro
giorno. --
E si piglia sotto il braccio la moglie, la quale ride e piange allo
stesso tempo, e non ha più occhi per Riccardo.
Costui, nel rifar la via verso casa, è più che mai occupato dei proprî
stivali.
LIV.
Fratel Biagio fa un bel sogno.
Tutto quel giorno Camilla non seppe stare in sè; credeva in buona fede
di non essere stata mai tanto felice; fratel Biagio vedendosela intorno
carezzevole, le sorrideva e le restituiva le sue carezze. Più tardi a
quell'allegria nervosa succedette una specie di torpore; senza sapere
perchè, la disgraziata moglie ebbe bisogno di ritirarsi nelle proprie
stanze, di stare un momento sola con la sua coscienza; ma fratel Biagio
la raggiunse, e la trovò in lagrime.
E fu allora come se la luminaria della festa del cuore si spegnesse a
un tratto; non poteva veder piangere nessuno il povero uomo, tanto meno
sua moglie; caduto dall'alto della propria allegria, rimaneva lì senza
parole.
Poi si fece innanzi, prese per mano la bella, che invano cercava di
dissimulare, la trasse a sedere al suo fianco, e con voce mesta e
profonda:
-- Che hai? -- le disse.
-- Non lo so neppur io... la gioia.. ho riso troppo e ora piango senza
volere... forse perchè sono tanto felice.
-- Camilla, -- proseguì il marito, -- tu mi nascondi qualche dolore; non
è oggi soltanto che me ne sarei dovuto accorgere, la colpa è mia; noi
altri uomini d'affari crediamo che rimanga sempre tempo all'amore,
e il tempo se ne va, quando non se ne va l'amore. Accusami pure, me
lo merito; ti ho trascurato troppo, avrei dovuto pensare che tu hai
bisogno di distrazioni, che fai una vita troppo monotona.... dillo, è
questo?
-- No... cioè sì, che ne so io? sarà questo... -- rispose Camilla
tremando... -- partiamo, conducimi teco, in Olanda... non ti darò noia..
Vuoi? --
E dette queste parole, che le erano venute irresistibilmente sul
labbro, ella stette a guardare attonita suo marito.
-- Perchè no? -- esclamò egli con una specie di entusiasmo giocondo. --
Facevo a malincuore il viaggio, lo faremo insieme e sarà una festa.
Siamo intesi, ti conduco meco; ma voglio vederti allegra.. voglio che
tu rida sempre, come poco fa... Ridi...
-- Sì -- disse Camilla -- starò allegra, staremo allegri... rido... --
Ma un singhiozzo le ruppe le parole. Fratel Biagio rispettò quel nuovo
impeto di melanconia, poi disse:
-- Povera Camilla!... hai bisogno di piangere, piangi qui nel mio
petto... piangi, ti farà bene.
-- Non piango più... -- disse Camilla, rizzandosi in piedi, -- sono i
nervi... ora è passato... Vedi... --
E mostrava il bel volto, sa cui rimaneva ancora appesa una lagrima.
Fratel Biagio le asciugò gravemente la guancia con la pezzuola, poi la
baciò sulla fronte. La disgraziata Camilla aveva una strana luce negli
occhi, ma non piangeva.
Più tardi, verso il tramonto, era sola in giardino sopra una panca;
aveva raccolto un ramo d'acacia e ne staccava le foglie a una a una,
quando il marito venne a sedersele vicino.
-- È giunta una lettera, -- disse egli con voce tremante.
-- Che lettera?
-- Dall'Olanda; la mia presenza laggiù è proprio necessaria; partirò
domani...
-- Domani? -- mormorò Camilla; non disse altro.
Dopo un silenzio lungo, fratel Biagio ripigliò a dire titubante:
-- Ho pensato.. che tu non avrai tempo di far i preparativi... dovendo
partire, avresti tante cosuccie da fare...
-- È vero, -- balbettò Camilla...
-- Per altro, non occorrono tante valigie; l'assenza non sarà
lunga... --
La meschina guardava le foglie dell'acacia cadute ai suoi piedi, e non
rispondeva.
-- Si partirebbe... all'alba... -- proseguiva fratel Biagio con voce
commossa -- tu non hai veduto mai l'Olanda... è un paese curioso... A
che pensi?...
-- Penso, -- mormorò Camilla senza rialzare il capo, -- penso a quello che
dici tu stesso... che non mi rimane tempo a nulla... che partire così,
all'improvviso... senza nemmeno salutare... Bice...
-- Bice... verrà stasera col marito... gli ho mandati ad avvertire... Ma
vedo bene che è impossibile...
-- Lo vedi anche tu...
-- O per lo meno... difficile... molto difficile.. corresse il marito; --
ma Camilla ripetè senza badargli:
-- Lo vedi anche tu che è impossibile!
-- È vero, -- disse Biagio con un sospiro profondo, -- ho fatto un bel
sogno! --
Si alzò di repente, e mosse verso la casa; Camilla lo accompagnò con
uno sguardo attonito, poi nascose la faccia fra le mani.
Il domani, all'alba, fratel Biagio partì per l'Olanda -- solo.
LV.
Camilla a Riccardo.
«Balzo da letto per iscrivervi. Qual notte! quali terrori! Che
fate voi, in quest'ora? Dormite? Sognate forse di me? Vi scrivo per
stordirmi, per ingannare queste ore terribili di tenebre, di solitudine
e d'insonnia.
«Come è pigro il tempo! quanto tarda a spuntare l'alba!
«Credete voi ai presentimenti? Ditemi di no; ve ne scongiuro. Anch'io
non vi credo; di giorno anzi ne rido; ma di notte si diventa fanciulli
e ogni ombra piglia sembianza di fantasma.
«In questo momento mi faccio forza, ma poc'anzi... lo credereste? ho
avuto paura dell'attaccapanni. Anche ora non sono proprio un'eroina, e
mi guardo ogni tratto intorno, perchè gli spettri non mi piglino alla
sprovveduta; ma se non altro la mia mente è con voi, il mio cuore è con
voi... non sono più sola.
«Mi viene In mente che per cacciar la paura dei fantasmi, non è il
miglior mezzo parlarne.. Parliamo d'altro.
«Ancora non mi sono fatta un'idea del come passerò il mio tempo. Sono
proprio spaventata dalla solitudine che mi attende.
«La zia Angelica è un'eccellente creatura, ma non si sa che fare, nè
che dire con lei. Bice ha altro da pensare... fortunatamente: perchè
come potrei io guardarla in faccia?
«Ah! Riccardo! quanti affanni e quante dolcezze mi cagiona il vostro
amore!
«Anche il vedervi, il trattenermi con voi mi è negato. Sì, mi è negato;
non cercate di persuadermi del contrario; se vi è cara la mia pace, se
vi è caro il mio onore dite a voi stesso che io non posso vedervi, che
le vostre visite frequenti svelerebbero a tutti il nostro segreto. E
pensate se si sapesse, se mio marito....»
. . . . . . .
LVI.
Riccardo a Camilla.
«Vi ho obbedito; ho soffocato l'ardente desiderio del cuore; sono
quindici giorni che vostro marito è lontano e non fui che due volte in
casa vostra, e mi vi trattenni pochi minuti come un indifferente. Ora
non mi è più possibile; voi non sapete ciò che io soffro senza vedervi,
non sapete che lo spasimo misura le mie giornate, che cento larve irose
popolano la solitudine delle mie notti.
«Tutto nel mio cuore è mutato, io mi domando atterrito dov'è la forza
che mi ha sorretto finora, e mi meraviglio d'averla avuta, e interrogo
il destino che me la diede un istante per ritormela ad un tratto.
«Mi è cara la vostra pace; stimo prezioso più del mio il vostro onore,
ma è follia, credetelo, sfuggire oggi le occasioni che ricercheremo più
tardi.
«Noi possiamo vederci -- noi lo dobbiamo.
«Se il vostro cuore sente come il mio, ne converrete voi pure.
«È un diritto ed un benefizio quello che vi domando. Io soffro;
senza vedervi, senza abbracciarvi, senza udire dal vostro labbro
l'affermazione del vostro amore, senza sentirmi avvolto nel fascino dei
vostri occhi, io soffro pene maggiori di quelle dell'inferno, perchè mi
avete dato il paradiso.»
LVII.
Camilla a Riccardo.
«La zia Angelica non esce mai di casa. Non è possibile vederci che
di notte. Poichè lo volete, poichè il mio cuore impotente non sa
resistervi, venite domani, alle undici; a quell'ora il portinaio dorme,
io stessa verrò ad aprire.»
LVIII.
Idillio domestico.
Riccardo ha misurato più volte a passi lenti la facciata della casa del
signor van Leven, senza che alcun segnale sia giunto al suo orecchio ed
al suo cuore. Per altro egli è ben certo di aver udito battere undici
tocchi agli orologi della città, e che quella appunto è l'ora stabilita
dalla lettera di Camilla.
Un affanno pauroso si mesce all'impazienza che affatica il suo spirito;
egli si domanda sbigottito che mai possa essere sopravvenuto a Camilla
perchè manchi così alla parola.
In quel punto ode sonare le undici e mezza; altri orologi vicini
e lontani ripetano a brevi intervalli lo stesso suono... Allora si
scuote, si guarda intorno, si assicura che nissuno può vederlo e muove
difilato alla porta di ingresso della casa van Leven.
La porta è lievemente socchiusa, e un fruscio di vesti giunge
all'orecchio di Riccardo. Tutte le ansie dispettose cedono
improvvisamente alle trepidanze dell'amore.
Egli è presso all'uscio, immobile, tremante; la baldanza gli vien meno,
il pensiero di trovarsi solo con Camilla, in quell'ora, di sfidare
con essa il pericolo di essere scoperti, e d'altra parte il timore di
tradirsi, la paura di non saper tanto soffocare i battiti del cuore
e gli accenti affannosi della passione che non giungano a rompere il
sonno dei servi, tutto ciò lo riempie d'affanno.
È sul limitare della felicità, e non sa determinarsi a passarlo.
Ma si fa forza, con un filo di voce balbetta:
-- Camilla!
-- Riccardo! -- risponde un'altra voce tremante... L'uscio gira
lentamente sui cardini; le barriere sono scomparse, i due amanti si
uniscono in un amplesso.
Per alcuni istanti s'ode solo il rotto linguaggio dell'amore e il
fremito ardente dei baci.
-- Camilla! Camilla!
-- Riccardo! --
Salgono le scale avviticchiati come due giovani piante cresciute sulla
stessa zolla, entrambi muti per la commozione, entrambi smarriti e
tremanti.
Riccardo è fuor di sè: la febbre della felicità fa battere i suoi
polsi, il desiderio fa fremere le sue fibre. Vorrebbe parlare, ma le
parole gli muoiono sulle labbra.
La bella donna tace anch'essa, il suo corpo pesa con abbandono sulle
braccia di Riccardo; il suo seno si alza e si abbassa come una nave
portata da flutti tempestosi...
Correte istanti felici dell'amore!
Attraversano alcune stanze, rasentano un uscio semichiuso da cui esce
la respirazione tranquilla e regolare della zia Angelica. Essa dorme;
tutte in quell'ora solenne dormono le creature della terra!
Dormite, dormite... Più seducente dei fantasmi del vostro capezzale,
più lusinghiera e più dolce dei vostri sogni è la felicità che attende
gl'innamorati.
Proseguono silenziosi, eccoli in una camera appartata; qui sono soli,
nessuno li guarda; la oscurità della notte gli avvolge, li circonda,
li difende; si amano e possono amarsi; il mondo è lontano, il cielo è
in essi, nel loro petto ansante, nelle loro braccia che si stringono,
nell'alito che esce dalle loro bocche e si confonde, negli sguardi che
si ricercano e s'incontrano attraverso l'oscurità.
Correte istanti felici dell'amore!...
-- Voi tremate! -- dice Riccardo.
-- Voi pure!
-- Perchè tremate?
-- Ho paura.
Riccardo stringe con passione la mano di Camilla come a domandarle: «di
che cosa?» la bella non risponde, ma il suo silenzio è più eloquente
della parola.
-- Di me?
Camilla a quella insistenza trema più forte, ma continua a tacere.
Stanno alcuni istanti in silenzio. Riccardo volge l'occhio intorno; i
suoi sguardi avvezzi a poco a poco all'oscurità riconoscono l'ampia
sala in cui egli venne già la prima volta. Su quello stesso divano
egli si era assiso col signor van Leven, che l'aveva accolto in casa
sua come un amico; colà è il tavolino su cui si era appoggiato e
nella parete opposta lo specchio, dinanzi al quale s'era rassettato
il panciotto, mentre studiava la miglior maniera di -presentarsi a
dovere-.
Quanto tempo è passato da quel giorno, e quanto rapidamente è passato!
E negli avvenimenti molteplici che si sono succeduti come tutto
l'ordine immaginario era stato mutato nella realtà!... E per qual via
l'imprevedibile aveva rotte le trame del preveduto?... In quel tempo
egli viveva per Bice... ed ora!...
Quest'ultimo pensiero lo richiamava in sè stesso. Egli è solo
con Camilla, sente il bel corpo premere sul suo... nessuno li
sorprenderà... nessuno!
Che spera? che pensa? che farnetica colla mente agitata?
Un'onda d'amore gli prorompe dalle labbra; l'oscurità favorisce la sua
eloquenza...
Ciò che egli disse, ciò che essa rispose, vibrò lungamente nel loro
cuore.
-- Mi amate?
-- Vi amo.
-- Come me?
-- Sì, se mi amate molto.
-- Camilla mia! Camilla mia!
La disgraziata non risponde più; un nuovo turbamento sembra
impadronirsi del suo spirito; si alza, si svincola con dolcezza dalle
braccia dell'innamorato, e fa per accostarsi al camino. Riccardo la
segue, la raggiunge, la trattiene.
-- Che fate?
-- Accendo un lume.
-- Perchè?
-- Per vedervi...
-- Non è vero.
-- Sì, per vedervi.
-- Non è vero; ecco.. voi tremate.
Camilla si arrende e si lascia guidare da Riccardo.
-- Di che temete?
-- Di che temo! Del nostro amore, di voi... ah! Riccardo, abbiate pietà
di me!
-- Non ho che amore, Camilla, un amore immenso, indomabile, che mi fa
grande per farmi soffrire di più.
-- Zitto... ho sentito rumore; la zia Angelica...
Camilla si accosta ad un uscio e si pone ad origliare, mentre Riccardo
rimane immobile nel mezzo della camera trattenuto dal terrore. La
povera donna approfitta di quell'istante per accendere la lampada.
All'improvvisa luce la camera piglia un aspetto nuovo; svanisce a un
tratto quella sicurezza che rendeva l'uno audace e l'altro debole nel
resistere.
Ecco, i due amanti si guardano come estranei; la loro intimità è
cessata, l'imbarazzo si pinge vivamente sulle loro guancie, l'uno vede
nell'altro la propria accusa...
Ciò che poc'anzi sembrava legittimo pare audace. Nuovi modi, nuovo
linguaggio e quasi nuove persone; e tuttavia le stesse passioni.
Riccardo è sbigottito; bisogna ricominciare da capo, sfidare la
presenza importuna dei mobili, le beffe ed i sarcasmi dei quadri
appesi alle pareti. Da uomo avveduto, egli comprende che non conviene
domandare tutto all'audacia, ma che bisogna attendere molto dalla
febbre della passione.
Correte istanti felici dell'amore!...
LIX.
Un marito che fa conti e una moglie che fa valigie.
Correggere con un po' di affetto semplice la tazza della voluttà,
mettere accanto alle dolcezze affannose del tradimento le freddure
dell'amore legittimo è un privilegio di narratori melanconici che, dopo
aver trovato il modo di rendere noiosa la virtù, si ingegnano quanto
sanno a rendere noiosa anche la colpa.
Chi scrive queste pagine non si nasconde il pericolo che corre,
togliendo bruscamente l'a-mico lettore- dallo spettacolo d'un'eroica
moglie che ha fatto venire in casa l'innamorato sentimentale per aver
il pretesto di mettere a prova la sua virtù. Ma chi sa come tutta
l'arte del novelliere si riduca a farsi gioco abilmente della pazienza
dei lettori, porrà questo salto repentino a carico della tirannia della
narrazione.
Eccovi dunque in cambio gli affetti legali di due sposi ragionevoli.
Il signore e la signora Pool hanno vegliato anch'essi tutta la notte,
e vegliano ancora, -- l'uno a porre in ordine carte, a scrivere memorie,
a dar consigli e suggerimenti al primo commesso della casa van Leven e
Compagni, l'altra ad incassare valigie con poca abilità, ma moltissimo
sussiego e qualche segreta lagrima ogni tanto.
Il signor Emanuele Pool parte.
La povera Bice è tutta commossa da questo avvenimento inaspettato; il
marito le ha spiegato appuntino come qualmente un bisogno imperioso
lo chiami all'improvviso a La Haye, e non sia luogo ad indugi, e gli
convenga partire subito, e come si tratti di cose molto serie e molto
gravi, di cambiali, di fallimenti, di pegni, di merci in viaggio e di
cento altre cose tutte serie e gravi ad un modo; delle quali Bice non
ha capito altro se non che il suo Emanuele parte, che andrà lontano e
starà assente molti giorni, e che essa dovrà rimanere sola in compagnia
di Camilla e della zia Angelica, proprio come quando non era ancora la
«signora Pool.»
Ce n'è più del bisogno perchè una creatura, la quale, anche diventata
la signora Pool, non ha cessato di rassomigliare molto a Bice, si
creda in diritto d'avere gli occhi gonfi ed il cuore gonfio. Se poi
si aggiunge che essa ha creduto di leggere nel volto del marito un
turbamento insolito, converrete di buon grado che il suo contegno è
precisamente quello d'una matrona, a cui non è ignoto l'eroismo sereno
della -madre di famiglia-.
È possibile anche, che per forza d'abitudine -- le fanciulle si abituano
presto ad esser mogli -- l'ingenua Bice abbia preso ad amare sul serio
il marito, il quale, da quel legittimo orsacchiotto che fu sempre,
può averle dato il vizio di starle vicino, e concesso il diritto di
tirargli i baffi, di fargli il nodo della cravatta e di chiamarlo
-zio Emanuele-; tutto ciò per altro non toglie che l'ingenua creatura
possa lasciar credere a sè stessa che più di tutto la sbigottisce e
la impaura l'aria melanconica colta da lei nel viso del suo Emanuele,
perchè l'ingenua creatura è anche furba!
Sarebbe difficile dire se avesse o no ragione d'inquietarsi, è però
incontrastabile che prima di venire innanzi alla moglie per darle la
brusca notizia del suo improvviso viaggio, il signor Pool aveva letto
più volte una lunga lettera proveniente dall'Olanda, ed aveva fatto
la sua faccia più scura. Certo, parlando a Bice, egli non fu meno
carezzevole del solito; ma Bice, come dicevamo, non era più fanciulla
inesperta; e quel po' di amore che, a torto od a ragione, era entrato
da castellano nel suo petto, le aveva dato la doppia vista, dinanzi a
cui è inutile ogni maschera.
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