il bacio degli ultimi raggi dei sole, i fiori esalavano voluttuosi
profumi.
L'orizzonte splendeva di tinte svariate, la terra era ricca di verde
e di malinconia. Le onde del lago sottostante lievemente increspate
univano la loro cadenza a quel gemito sommesso con cui la natura sembra
annunziare la notte....
Camilla e Riccardo si smarrivano nei tortuosi viali del giardino.
-- Non credete? -- domandava Riccardo con accento di rimprovero
appassionato.
-- Non lo credo, -- rispondeva Camilla tremante.
-- Non credete? -- insisteva l'altro.
Vi era tanta passione in quella domanda, su quel volto tale entusiasmo,
che Camilla abbassò lo sguardo a terra -- era quanto dire che credeva
benissimo.
Qui si fe' manifesta tutta la dottrina sentimentale di Riccardo; un
amatore volgare avrebbe insistito per ottenere la risposta che sembrava
premergli tanto; Riccardo Celesti si accontentò di accostare il suo
volto apollineo, e di assassinar la bella con un ultimo sguardo.
Camilla era vinta. Il suo braccio appoggiato a quello del tentatore si
allentò, la tenerezza invano soffocata scoppiò in un singhiozzo; una
lagrima rigò il bellissimo volto.
Fuor di sè dalla gioia, dall'amore, dal desiderio, Riccardo cinse col
braccio il corpo della donna adorata, la trasse al petto palpitante,
l'avvinghiò in un amplesso di fuoco, e con l'avidità d'un assetato
coprì di baci le guancie impallidite.
Camilla non si ritrasse, non resistette; le sue labbra riunite a quelle
di Riccardo mormoravano parole rotte d'amore.....
Erano vicini ad un padiglione coperto di vitalba, al cui ingresso
si vedevano due piante di mirto. Un rumore di fronde agitate giunse
agli orecchi degli amanti; traverso la benda della passione che gli
acciecava, entrambi indovinarono un pericolo...
Camilla fu la prima a divincolarsi dall'amplesso; corse al padiglione,
vi si affacciò, e se ne ritrasse atterrita e tremante. Stette alcuni
istanti come istupidita dal terrore, con gli occhi negli occhi di
Riccardo; poi d'un tratto si scosse e fuggì.
Riccardo rimaneva sul limitare del padiglione, senza osare di muovere
un passo.
Intanto dentro il padiglione un uomo sdraiato a terra rialzava il capo,
si stropicciava gli occhi, stirava le braccia e sembrava rientrare
nella vita con lunghi sbadigli..... Quell'uomo era fratel Biagio.
A giudicarne dall'aspetto stravolto, egli aveva molto profondamente
dormito.
XXXVI.
Impatiens balsamina Atropa Belladonna.
-- Bice! Oh! non è Bice... Siete voi signor Riccardo?
-- Sono io..
-- Si fa notte... mi sono lasciato pigliare dal sonno. E ho dormito
molto, pare?
-- Pare.... -- balbettò Riccardo, non osando guardare in volto fratel
Biagio.
Intanto il signor van Leven s'era sollevato in piedi, aveva spolverati
i suoi abiti, e ricomposto alla meglio il volto rabbuffato. Nel movere
i primi passi, inciampò nell'inaffiatoio ancora pieno d'acqua, e lo
rovesciò con un calcio.
A quell'atto dispettoso Riccardo impallidì, e siccome fratel Biagio
tirò dritto a capo basso, senza dir parola, solo dopo lunga titubanza
si fece ardito a domandargli che avesse. Evidentemente fratel Biagio
non era ancora ben desto, perchè invece di rispondere si piantò in
faccia al suo interlocutore e lo guardò fisso. Era uno sguardo, che
nulla aveva di speciale, ma Riccardo non lo sostenne a lungo; la
coscienza turbata gli faceva vedere in fratel Biagio un accusatore.
Non era invece se non un uomo che si svegliava allora ed aveva fatto di
brutti sogni.
-- Figuratevi, una specie d'incubo, un'oppressura, un macigno enorme che
vi graviti sullo stomaco. Eh! dico io? Per quanto si abbia lo stomaco
di ferro!... --
Il signor van Leven s'interruppe; Riccardo, dopo aver respirato come un
mantice, si affrettò a raccogliere il filo per appiccare il discorso, e
da uomo che sa il fatto suo arrivò man mano al tema prediletto del suo
ospite.
-- Ecco una pianta di cui non conosco il nome.
-- È una pianta velenosa -- una -belladonna- -- -Atropa Belladonna-. --
Il botanico, dicendo queste parole, sorrise.
Riccardo fece altrettanto.
-- È curioso, -- soggiunse il primo, -- che abbiano dato il nome di
-belladonna- ad una pianta velenosa.
-- In fatti... --
Qui fratel Biagio si battè la fronte come uomo che ne ha trovato
un'altra ancora più curiosa.
-- E che invece si sia dato il nome di -begli uomini- all'-Impatiens
balsamina-, una pianta volgarissima, i cui fiori si mettono
nell'insalata.
-- È curioso...
-- Convenite meco che i battesimi scientifici del popolo hanno almeno
spirito e senso pratico; nelle classificazioni di Linneo non ce n'è
nemmeno l'ombra. --
Qui fratel Biagio uscì in uno scoppio di risa.
Riccardo, che volle imitarlo, se ne cavò male. E la conversazione morì
repentinamente.
Il sole era disceso dietro i monti; la pallida luna risaliva la curva
dell'orizzonte; le tenebre scendevano rapidamente facendosi sempre più
fitte; incominciava il sonno della natura; quel buio e quel silenzio
erano solo turbati dalla nota solitaria del grillo e dal fosforico
barlume di alcune lucciole, che tramutavano il loro letto, sollevandosi
dalle zolle e ricadendo poco lungi.
Un uomo si nascondeva in quelle tenebre e taceva in quel silenzio
-- Riccardo. Egli non era assorto in una di quelle fantastiche
contemplazioni care all'artista, ma attingendo nel cuore una nuova
dolcezza, vagava immerso in un vaneggiamento fatto di memorie, di
speranze, di desideri. Ai battiti affrettati del suo gran cuore
d'innamorato si sarebbe detto che in quel vaneggiamento soave avesse
alcuna parte l'aspettazione.
Qual mai mortale più felice di Riccardo? Egli sentiva ancora errare
intorno a sè il profumo voluttuoso della donna adorata, chiudeva gli
occhi, e gli pareva di rinnovarsi la dolcezza di un bacio lungo e
fremente, e la stretta dolce ed angosciosa d'un seno colmo d'amore.
Nissuno venne.
Sonava la mezzanotte, quando Riccardo, rôso da mille paure, rifaceva i
suoi passi verso la casa.
E allora una finestra si aprì con lieve rumore; una mano apparve
un istante sul davanzale, e una pallottola di carta cadde ai piedi
dell'innamorato. Poi tutto rientrò nell'oscurità e nel silenzio.
Quella pallottola diceva laconicamente:
«A domani.»
XXXVII.
Un colloquio non desiderato.
Che cosa era dunque avvenuto? E se Camilla aveva dovuto mancare ai
ritrovo, perchè non dirne le cagioni? «A domani!» La sibilla ne avrebbe
detto di più. E poi il -domani- bisognava partire.
Gran parte della notte Riccardo ruminò a questo modo. Una paura segreta
gli stringeva il cuore; il sonno invano combattuto ritornava a brevi
intervalli pieno d'immagini angosciose.
Un lume intanto rifletteva dal di fuori una luce fantastica sui
vetri della sua finestra. Qualcuno vegliava al par di lui... forse
Camilla!...
Finalmente il sonno lo vinse.
All'alba balzò in piedi di scatto, si vestì in furia, e scese in
giardino. Passeggiò a gran passi alcun tempo, respirando con voluttà
l'aria frizzante; poi risalì nella sua camera, aprì la finestra,
accese un sigaro. Non soddisfatto ancora, prese un libro e andò a
sdraiarsi sopra un seggiolone nell'ampia sala da pranzo. Un'agitazione
invincibile pareva dominare il suo spirito; teneva tuttavia fra le mani
un foglio di carta spiegazzato, su cui erano scritte le due parole
misteriose che lo avevano tanto affannato la vigilia, e guardava ad
ogni tratto una porta, che metteva nelle camere di fratel Biagio.
Non si udiva un rumore nella casa. Al di fuori le rondini
incominciavano ad abbandonare i loro nidi, empiendo l'aria di canti
e di voli; qualche fringuello mattiniero cinguettava dondolandosi
sull'estrema punta delle roveri.
Riccardo pensava a Camilla, all'amor suo, alla felicità dell'ieri, e
con la baldanzosa insaziabilità degli amanti tesseva nella fantasia
mille insidie per carpire nuovi baci e nuova felicità.
Egli non pensava alla felicità minacciata di fratel Biagio, non pensava
alla felicità distrutta di Bice.
All'improvviso una porta si aprì, una donna comparve sulla soglia.
Il fruscìo della veste, l'effluvio della persona, e il cuore,
soprattutto il cuore, martellando a festa, avevano detto a Riccardo
che quella donna era Camilla. Si rizzò egli di botto e fece un passo
innanzi.. ma si trattenne turbato e girò l'occhio intorno cercando uno
scampo. Il fruscìo della veste, l'effluvio della persona, e soprattutto
quell'instancabile martellatore che era il cuore di Riccardo, gli
avevano detto una bugia, quella donna non era Camilla, -- era Bice.
La vaga fanciulla vestiva di bianco; i capelli scomposti le sfuggivano
dalla reticella cadendole in ciocche giù per le spalle. Il suo
abbigliamento negletto lasciava vedere il collo ignudo e il principio
del seno; l'estrema candidezza del volto, la dolce serenità dei
grand'occhi le davano aspetto d'una visione di sogno.
Vide ella Riccardo e portò istintivamente le mani al petto per
coprirsi, e le si tinse il volto di vergogna; ma un altro sentimento
più forte si fe' strada nel suo cuore, e vi gettò il turbamento e
l'affanno. S'arrestò anch'essa sulla soglia, e fece atto di volgersi
per rientrare, ma si pentì, rimase, chinò gli occhi al suolo.
L'altro mosse due volte le labbra per dire «buon giorno,» e non lo
disse: alla terza volta lo disse.
-- Buon giorno, -- rispose Bice con un filo di voce.
Il massimo sproposito di Riccardo sarebbe stato di mostrarsi debole
dinanzi a Bice; bisognava protendere lievemente il corpo ad un inchino,
poi rizzarsi di botto e piantarsi lì, a capo alto, come un punto
d'ammirazione; tutto questo bisognava fare per darsi aria disinvolta.
Rincorato dal turbamento della fanciulla, fece anche di più, le si
appressò e le chiese se avesse dormito bene.
Bice non rispose. Ed ecco l'infedele, che non aveva preveduto il
silenzio, un'altra volta mutolo, immobile, in contemplazione dinanzi
alla fanciulla, a cui non osava più rivolgere la parola.
La giovinetta era pur bella! assolutamente bella!... ma poteva l'amore
inesperto e puerile di quella creatura ingenua pagare l'immenso fascino
che spirava dallo sguardo di Camilla? Ah! Camilla! con le sue forme
rigogliose, col suo seno palpitante, con la sua bocca fremente, coi
mille incanti della voluttà!... Era ben altro Camilla! ben altre erano
le lusinghe, le tempestose lusinghe di quell'amore!
Riccardo continuava a tacere; Bice pure. Una gran lotta si combatteva
nel petto di entrambi: l'esito non poteva essere dubbio; egli trionfò,
ella soggiacque, e si coprì il volto colle mani per soffocare un
singhiozzo.
La vista delle lagrime turbò più ancora l'animo dell'infedele; un
sentimento prepotente, qualche cosa che stava tra la tenerezza e la
pietà, ruppe d'un tratto le barriere dell'indifferenza; si accostò
egli alla fanciulla, e le prese una mano. Bice lasciò fare. Un'onda
d'eloquenza corse sulle labbra di Riccardo; stava per dirle... che mai?
si confuse, mormorò parole rotte.
-- Lasciatemi, -- disse Bice, -- lasciatemi. --
Riccardo obbedì come un fanciullo; ma Bice die' in un altro scoppio di
pianto, ed egli pentito si affrettò a riprendere la mano abbandonata.
-- Non mi amate più? -- domandava quell'innocente fra le lagrime; --
ditemelo con franchezza; ditemelo, io sono forte, lo vedete, non piango
più.
Ma le sue lagrime scorrevano copiose, come onda invano trattenuta.
Il cuore di Riccardo, che se non era dei più fermi era però dei più
facili, si scioglieva in una sterile pietà; per poco non piangeva egli
pure.. ed oh! se avesse potuto piangere su «questa spietata legge che
regola i moti dei cuore!...» Ma troppo spesso le glandule si ribellano
al sentimento; così fatto è l'uomo.
In quel punto si aprì la porta della camera di fratel Biagio, e
comparve sulla soglia, pallida, stravolta, lagrimosa, la bella Camilla.
Riccardo si sentì allargare il petto, e Bice fuggì per nascondere il
suo dolore.
XXXVIII.
Febbre reumatica.
Camilla ha dato una cattiva notizia; fratel Biagio s'è ammalato, ha la
febbre, delira...
Si manda in fretta a Laveno per un medico, e intanto la famigliola
circonda di cure l'infermo, il quale con gli occhi semichiusi, la
fronte fasciata da pezzuole inzuppate d'aceto, la faccia stranamente
sconvolta, getta lo scompiglio nelle anime pietose ed affezionate che
gli stanno intorno.
La sposa e l'amico ne sono conturbati più di tutti. Ogni gesto, ogni
accento del delirio li commuove, gli agita. Bice ha gli occhi gonfi
di lagrime, la zia Angelica, che è in maggior intimità coi santi,
interroga a quando a quando il cielo cogli occhi.
-- È curioso, -- dice fratel Biagio parlando fra sè e sè; -- non è vero
che è curioso?...
-- Sicuro, che è curioso! --
Camilla guarda Riccardo e Riccardo Camilla.
-- La belladonna è una pianta velenosa... -Atropa Belladonna- -- prosegue
a dire l'infermo, ed allunga le labbra a una smorfia nel pronunziare il
nome latino.
Poi compone il volto ad un'espressione di contentezza, mentre la
zia Angelica guarda di nuovo il soffitto, e Bice cambia la pezzuola
inzuppata d'aceto.
-- Grazie, piccina... che fai? che cosa mi metti sulla fronte?
-- È aceto. --
L'infermo fa ancora la sua smorfietta sdegnosa; poi dice: --
Un'insalata... i begli uomini, la belladonna... la vuoi proprio far tu
quest'insalata?... --
La testa di fratel Biagio si confonde; non è più possibile afferrare il
senso dei suoi vaneggiamenti.
XXXIX.
Camilla a Riccardo.
«Indovino il vostro affanno, e colgo il primo momento di libertà per
iscrivervi, per confortarmi. Ciò che avvenne ieri ha tanto sconvolto
la mia mente, che non so più se debba lusingarmi o rammaricarmi della
sorte. Aiutatemi voi; ecco come andarono le cose.
«Non era passata un'ora dacchè mi trovavo nella mia camera, quando mio
marito entrò, mi parve tranquillo; sorrideva. Volli andargli incontro,
farmi forza e vincere il turbamento che la sua presenza mi cagionava,
ma non mi potei muovere, e finsi d'essere attenta alla lettura di un
libro. Egli mi parlò di cose indifferenti e non parve accorgersi del
mio imbarazzo; poco dopo uscì. Tornò tardi; io mi era posta a letto e
fingevo di dormire, lo vidi accostarsi ad una tavola, sedersi, levarsi
repentinamente, passeggiare agitato per la camera. Osservai per altro
che non dimenticava d'alleggerire il passo quando si accostava al mio
letto. Come mi batteva il cuore!
«Tutta notte non chiusi occhio.
«Verso le due del mattino egli si accostò al mio letto e stette un
istante chino sul capezzale. La mia ansietà era tale, che, temendo
di tradirmi, finsi di svegliarmi, e mi meravigliai ad arte di vederlo
ancora levato, e gli domandai che avesse. Era pallidissimo in volto, e
batteva i denti nel rispondermi, aveva la febbre. -- Lo esortai a porsi
a letto, non volle.
«-- Non è nulla, -- disse, -- un'infreddatura; l'umidità della notte...
aspetterò che mi sia passata. --
«Invano volli fargli mutare consiglio. -- Andare a letto, diceva, era
darsi vinto. --
«Allora mi levai anch'io e gli preparai un beverone di camomilla.
Ritornando, lo trovai in preda al delirio; parole rotte, sconnesse, gli
uscivano dalle labbra; mi guardava senza riconoscermi.
«La notte era fitta; andai a destare la zia Angelica, e vegliai con
essa al capezzale.
«Il rimanente vi è noto.
«Quando entraste nella camera, sentii una stretta dolorosa di rimorso;
e lessi nel vostro volto le stesse torture; avrei voluto dirvi ciò che
era avvenuto per non lasciarvi temere di peggio, non mi fu possibile.
Partiste; volevo scrivervi subito, ma non mi si lasciò mai sola.
Sola! E lo sono io davvero in questo istante? No; le spietate larve
accusatrici mi seguono da per tutto.
«Che avete fatto, Riccardo? Perchè ci siamo riveduti? Perchè mi amate?
Ed ah! perchè non ho io più la forza di resistere a questo amore
sciagurato?»
XL.
Camilla a Riccardo.
«È venuto il medico: l'ammalato sta meglio, e la malattia si chiama:
febbre reumatica. -- Sudando molto, tra pochi giorni sarà guarito.
«Mio marito confessa d'essersi lasciato cogliere dal sonno nel
padiglione, fra i vasi di fiori, sul terreno nudo ed umido.
«È dunque tutta colpa dell'umidità -- lo dice il medico.
«I miei timori sono affatto svaniti. Se ancora me ne rimanessero,
l'umore allegro di Biagio li diraderebbe pienamente.
«Come sono felice!
«Ve lo devo dire? Per gli affanni che mi costa, il vostro amore mi è
divenuto necessario; amatemi quanto io v'amo.»
XLI.
Riccardo a Camilla.
«Vi scrivo col cuore agitato, con la mano tremante. Voi mi amate! voi
mi amate! Il pensiero della mia felicità è più grande d'ogni umana
grandezza. È proprio vero? Non sono io giuoco d'un'illusione? Camilla,
la mia Camilla dei primi anni, è ritornata.
«È ritornata ed è festa nel mio cuore!
«Ancora mi pare impossibile che la sorte abbia voluto concedermi
tanta gioia, senza mandarmi per altre vie una sciagura. E sia pure;
da qualunque parte mi possa giungere, sono pronto a sopportarla; io
la domando la mia parte di dolore; voglio pagare a caro prezzo la mia
felicità, perchè nissuno abbia più il potere di rapirmela.
«Ho riveduto le mie camerette, sono passato innanzi alla vostra casa,
ho risalutato i fiori del vostro giardino, ma il mio pensiero è sempre
lontano, è sempre con voi, è al vostro fianco, vi segue da per tutto
come un importuno, per ripetervi questa parola di cielo: -- v'amo,
v'amo! --
«L'ho pure udita sulla vostra bocca questa parola, ho pur sentito
palpitare il vostro cuore sul mio, e le vostre labbra sulla mie labbra,
ed i vostri sguardi nei miei... ma non sono sicuro che non sia un
sogno!
«La felicità mi rende buono. Guardo agli uomini con misericordia; mi
fanno compassione le loro grandezze. Mi sento gigante a petto degli
altri, e chino il capo a guardare la folla come un Dio maestoso e
benigno.
«E ditemi: quando mai potremo essere ancora insieme... soli... raccolti
nell'estasi dei nostro amore?
«Io prego Dio che mi ridoni quelle ebbrezze, quei palpiti, quel
bacio... Ah! la memoria di quel bacio mi toglie il senno... Io l'ho
qui sulle labbra, lungo, fremente, infocato... Inganno voluttuoso e
crudele!...»
. . . . . . .
XLII.
La cognatina.
Camilla s'interruppe e nascose la lettera perchè dall'opposto lato del
viale Bice le veniva incontro.
La povera fanciulla era ancora mesta; non ostante la resistenza
naturale della sua età facile e spensierata, il dolore cominciava a
scolorire quelle sue guancie rosate. Era mesta e sorrideva; il sorriso
fa bella anche la mestizia.
Camilla sentì un tremito correrle per le membra alla vista di Bice,
che raffigurava per lei il rimorso. Nondimeno le si accompagnò, le
porse il braccio, amorosa e disinvolta, si chinò con essa sulle zolle
a raccogliere i convolvoli selvatici. -- Senti, -- le disse, -- che odore
hanno? -- Hanno odore di mandorle amare. -- Poi con una vivacità piena
d'incanto cianciò allegramente di feste e di mode.
Bice rispondeva a quando a quando con entusiasmo, ed ammutoliva ad un
tratto; trascinata un istante dalla foga della cognatina, s'arrestava
poi a mezza via. Un pensiero importuno le s'addensava sulla fronte;
Camilla se ne avvide, e lottò ancora, cercando di stordirsi; da ultimo,
stanca degli inutili sforzi, si diede vinta e si fece silenziosa
anch'essa.
Passeggiarono buon tratto senza dir parola. Quel silenzio pareva pesare
ad un tempo sulle due donne; se non che diverso era il loro turbamento.
Questa volta Bice fu prima a rompere il silenzio; si strinse al fianco
della cognatina, quasi a farsene un riparo, e disse con voce fioca:
-- Credi che potrò dimenticarlo?
Camilla non potè frenare un sussulto; quella domanda rispondeva così
bene al suo intimo pensiero, che le parve bisbigliata da uno spirito
maligno.
-- Chi?..
-- Lui... Riccardo... il signor Riccardo...
Camilla non rispose. Le ripugnava arrestarsi a un'indagine tormentosa,
le ripugnava spingere la simulazione tant'oltre. Si schermì afferrando
la mano di Bice e stringendola forte; non volendo dir nulla, ebbe
l'aria di dir molte cose.
Bice si fece cuore e proseguì.
-- E m'avrà egli dimenticata del tutto?
Camilla lasciò cadere bruscamente la mano della giovinetta, «L'avrà
egli dimenticata del tutto?» le veniva ripetendo la voce affannosa del
dubbio.
La povera fanciulla aveva trovata la via per dar sfogo al suo dolore;
rammemorava i giuramenti, le promesse, le lusinghe del menzognero;
ritesseva le speranze, i sogni, le care fantasime svanite per sempre
dal suo orizzonte.
Camilla aveva un sogghigno amaro sulle labbra e ascoltava in silenzio.
Crudelmente ingenua la fanciulla toccava cento corde diverse; si
tratteneva ad accarezzare le morte sembianze della sua felicità
seppellita.
-- Basta... basta... -- interruppe Camilla a un tratto.
-- Basta!... -- ripetè ancora una volta con un filo di voce... e
stette un istante immobile, sbigottita della propria imprudenza; -- ho
l'emicrania -- disse poi, passando una mano sulla fronte, e fuggì via.
Bice rimase; non sapeva che dire, non sapeva che pensare, aveva una
gran voglia di piangere, e non sapeva bene perchè.
XLIII.
Riccardo a Camilla.
«Che cosa devo fare per convincervi del mio amore?
«Non mi parlate di Bice. Voi non sapete qual terribile piaga riaprite
nel mio cuore.
«È vero, sì, io sono colpevole verso di lei, ma in altro modo da quello
che credete. Non è vero, come voi dite, che io abbia cessato di amarla,
non è vero perchè non l'ho amata mai. Ho inseguito la larva del mio
amore, ho creduto un istante di potermi dimenticare, fui pazzo. Senza
confessarlo a me stesso, non feci che continuare il culto alla memoria
dei primo, del solo affetto della mia vita. Vi vedevo in Bice, vi amavo
in Bice; voi, voi sola, credetelo, eravate in cima ai miei pensieri.
«Nondimeno grazie, donna adorata, perchè mi avete dato la miglior prova
del vostro amore.»
. . . . . . .
XLIV.
Camilla a Riccardo.
«Vi credo, ho bisogno di credervi. Non parliamone più, sono una
sconsigliata; ho l'anima piena di dolcezza, e non so più che cosa
farneticare per amareggiarmi.
«Mio marito ci ha lasciato ieri, è ritornato costì ai suoi negozî.
L'avete veduto? Egli è proprio ristabilito in salute; anche da questo
lato i miei timori sono svaniti. Non voglio più pensare a nulla, tranne
che ad amarvi.
«Domenica sarà un bel giorno per me. Ci hanno invitate a recarci ad una
villa vicina alla nostra; vi si danzerà, vi si farà una di quelle feste
autunnali che sono la delizia delle nostre campagne. La zia Angelica ha
accettato l'invito per condurvi Bice; io mi sono schermita. Per poco il
mio rifiuto non ha mandato a monte ogni cosa. Non si voleva lasciarmi
sola. Figuratevi! Sono forse una bambina io? E poi la villa non è che
a pochi passi dalla nostra... -- Ho detto questo ed altro. E l'ho vinta.
Bice e la zia Angelica andranno; io rimarrò.
«Quale piacere! sarò tutta sola, il fittaiuolo e la sua famiglia
andranno di buon'ora a Laveno per la messa, si fermeranno probabilmente
a santificare la festa alla bettola, e non ritorneranno che
sull'imbrunire. Sarò libera tutto il giorno; non rimarrà meco che la
figlia maggiore del fittaiuolo, una fanciulletta di quattordici anni,
per prepararmi il desinare.
«Non potete credere come questo pensiero mi renda felice; ho già
formato il mio disegno; mi leverò all'alba ed andrò a fare un
mazzolino; poi beverò una ciotola di latte fresco, poi me ne andrò al
padiglione, all'ombra, a rileggere le vostre ultime lettere... e poi...
«Direte che sono la gran pazzerella a intrattenervi di queste inezie.
Ditelo pure. A me scrivendovi pare di parlarvi, d'esservi vicina,
d'amarvi di più... Questo poi non è vero; amarvi di più, no, perchè non
è possibile.»
XLV.
Idillio campestre.
La sospirata domenica è venuta.
Camilla si è levata all'alba, ha fatto la sua passeggiata lungo i
viali, ha composto un grosso mazzo di fiori, ha bevuto la sua ciotola
di latte prima ancora che Bice e la zia Angelica si siano messe
in cammino. Finalmente anch'esse sono partite; ecco Camilla sola.
Batte le mani per la allegrezza, s'inerpica sul poggio più elevato
e fa sventolare la pezzuola bianca. Bice le risponde con lo stesso
linguaggio e dice alla zia Angelica sospirando:
-- Come è felice Camilla!
Sì, Camilla è felice, e la sua felicità basta per un quarto d'ora a
farle compagnia. Le lettere di Riccardo che ella rilegge tre volte,
le servono per altrettanto; aggiungete un'ora di fantasticherie, di
castelli in aria, di sogni... Tutto sommato, dopo due ore Camilla
incomincia a pensare alla giornata che l'attende, e sospettando che lo
spettacolo della natura possa non bastare ad occuparla tutta, discute
in cuor suo se debba fare qualche modificazione al programma, e mettere
in luogo d'una passeggiata sentimentale una buona dormita dopo pranzo.
Di repente, volgendo lo sguardo, vede venirsi incontro un uomo.
«Un uomo!» La sua mente non le ha ancora parlato in tal guisa, che già
il cuore le ha detto: «è lui!»
Ansante, col volto arrossato dal piacere, coi capelli sprigionati,
Camilla corre incontro a quell'uomo; lo raggiunge, lo chiama a nome, lo
guarda un momento negli occhi bramosi, gli sorride e si getta nelle sue
braccia.
-- Riccardo! Riccardo!
-- Camilla! Camilla!
. . . . . . .
. . . . . . .
Correte istanti felici dell'amore!
Camilla e Riccardo sono soli; chi vorrà dire la loro gioia, chi vorrà
numerare le cento follie della loro mente, i mille tripudî del loro
cuore?
Correte istanti felici dell'amore!
La solitudine; la tiepida calma di quella giornata di maggio, il lusso
della natura verdeggiante, l'ampia distesa di cielo che apparisce
da quel luogo di delizie agli occhi innamorati, ne raddoppiano la
dolcezza.
Passeggiano allacciati in un amplesso, parlando del loro amore a voce
bassa, o tacendo per dire l'amore con sguardi lunghi, con brevi e rotti
sospiri.
L'usignuolo canta a pochi passi, la gazza fa udire la sua nota rauca,
mentre fende l'aria inseguita dalla compagna, il picchio s'appende ai
nodi delle piante secolari, le prime rondini volteggiano a piccoli
drappelli sul loro capo; e più su, dove l'occhio giunge appena,
l'allodola si libra come un punto immobile nel cielo...
Correte istanti felici dell'amore!...
È una gara lunga di promesse, di giuramenti, di propositi; e una più
lunga schiera di memorie evocate a una a una, e poi un improvviso
ritorno al presente, e nuove promesse...
All'improvviso i tocchi della campana di Laveno annunziano il
mezzogiorno.
-- Di già! dice Riccardo.
-- Di già! -- ripete Camilla. -- Lo credereste? -- aggiunge dopo breve
silenzio con un sorriso pieno di grazia, -- lo credereste? E accostando
la bocca all'orecchio del suo innamorato, mormorò con un filo di voce:
-- ho fame!
-- Ho fame! -- ripete l'innamorato come una eco. --
Ridono.
-- Avremo un desinare meschino, -- dice Camilla; -- ora che vi penso la
mia piccola cuoca non era prevenuta del vostro arrivo. Ma mi ci metterò
io...
-- Faremo noi.. anzi bisognerebbe allontanare quella villanella... Se mi
vedesse!
-- Vi penso io; aspettatemi qui, non vi movete, vado e torno. --
Sparve. Un istante dopo la luce del suo sorriso e dell'occhio suo
innamorato brillò alla svolta del viale. Riccardo le mosse incontro; e
si presero per mano, e così allacciati corsero come due bambini verso
la casa.
. . . . . . .
-- È tempo di separarci, disse la bella donna allacciando con le braccia
il collo del giovane innamorato.
-- Separarci! lasciarvi! così presto!... è impossibile.
-- È tardi. Tra un'ora potrà essere di ritorno qualcuno. --
Riccardo abbassò il capo sul petto. Cento pensieri, cento sentimenti
invasero in folla la sua mente e il suo cuore. Lasciare Camilla, l'amor
suo.. per non rivederla forse mai più! Un'idea invano combattuta tornò
a tentarlo; quell'idea era paurosa e fascinatrice come un abisso;
era l'abisso dell'amore e del piacere, era la massima ardenza della
vita, era la dimenticanza intera di chi s'abbandona alla morte,
era la seduzione terribile della voluttà e della colpa. E l'avrebbe
egli lasciata così, bella, innamorata, sorridente?... L'avrebbe egli
lasciata alle carezze d'un altr'uomo?...
Camilla si rizzò in piedi, si divincolò dalla stretta fremente delle
braccia di Riccardo, lesse negli occhi suoi quell'espressione selvaggia
di desiderio che ne trasformava le sembianze, e si ritrasse paurosa.
Riccardo la segui, la raggiunse, se la strinse al petto, la coprì di
baci.. le domandò per pietà ciò che per amore non aveva osato.
Camilla si sciolse un'altra volta dalle sue braccia, corse come ebbra
nella sua camera, poi cadde in ginocchio mormorando fra le lagrime una
preghiera affannosa...
In quel punto s'udì rumore.
Camilla tese l'orecchio; passi affrettati salivano su per le scale. Lo
spavento rendeva mutoli e immobili i due sciagurati amanti; poi Camilla
balzò in piedi, ricompose in furia i capelli, asciugò le lagrime, e
venne incontro a Riccardo: -- Fuggite! -- mormorò con voce spenta dalla
disperazione.
Riccardo si guardò intorno cercando uno scampo; non era più in tempo;
la porta si aprì, e comparve sulla soglia l'aspetto sereno e sorridente
di Bice.
Camilla e Riccardo stavano immobili e tremanti come due colpevoli. La
giovinetta li vide, comprese, soffocò un grido e nascose la faccia tra
le mani.
Camilla corse a lei, le allontanò le mani dal volto e la baciò con
frenesia.
-- Perdonami, Bice: perdona a una sciagurata!... --
Ma ecco altri passi su per le scale; con una energia inusata, Bice si
staccò dall'amplesso di Camilla, corse alla porta d'ingresso e chiuse a
chiave.
-- È lui, -- disse poi affannosamente alla cognata, -- rimani qui... non
rispondere... --
Poi aprì un altro uscio, prese per mano Riccardo e se lo trasse dietro
senza guardarlo.
Camilla si gettò sopra un divano, e congiunse le mani rivolgendo gli
occhi al cielo; ma il terrore le troncò sul labbro la preghiera.
Come un fanciullo docile, Riccardo aveva seguito Bice attraverso gran
numero di stanze, ed era disceso per una scaletta di legno che metteva
nella parte rustica dell'abitazione.
Bice gli indicò senza parlare il sentiero per cui se ne doveva andare,
egli le prese la mano e l'accostò alle labbra mormorando a occhi bassi
parole di riconoscenza.
Bice non rispose.
La poveretta levò gli occhi al cielo.
Invano Riccardo insistè con lo sguardo: la fanciulla non aveva lagrime,
non aveva parole.
. . . . . . .
XLVI.
Camilla a Riccardo.
«Sono ancora commossa dal pericolo che abbiamo corso. Il pensiero di
ciò che avrebbe potuto succedere mi ha tolto le forze; la mia mente
ne rifugge impaurita, come quando, spinti sull'orlo d'un vertiginoso
abisso, si chiudono gli occhi per non vederne la nera profondità. Oh!
quali affanni ha la vita! E dire che senza il soccorso di Bice noi
eravamo perduti!
«Povera Bice! Dovere a essa l'impunità del nostro amore! E pure,
sciagurata me, non trovo dentro al petto tanto rimorso da pagare il
nobile sacrificio di quell'anima generosa!
«E può il vostro cuore rimanere insensibile a tanta abnegazione? e
non sarete voi spinto irresistibilmente a confrontare la virtù mite,
semplice, serena di Bice con la mia arrendevolezza colpevole?
«Quanto mi sento meschina dinanzi a questa creatura di diciott'anni!
Ohimè! quanto il mio cuore è codardo!
«Che ne ho fatto della mia pace, dov'è l'altero vanto della mia virtù?
«Ho domandato al cielo la forza di lasciarvi, di dirvi -addio- in
questa lettera per l'ultima volta, di dimenticarvi, di ridonarmi ai
miei doveri traditi, all'affetto d'un uomo a cui mi legano vincoli
tenaci di riconoscenza e di stima; ma ii cielo mi ha abbandonato, mi ha
lasciata sola a combattere questa misera lotta! Me trista! Anche ora la
voce della coscienza mi parla invano; più potente, più carezzevole, più
cara mi parla la voce dell'amore..
«Perchè io v'amo, Riccardo, a costo della mia felicità, della mia pace,
del mio avvenire, a costo di tutto... vi amo!
«Ma dite, dite, dove ci condurrà quest'amore sciagurato?
«Oh! Riccardo mio, pietà di me; pietà d'una misera donna che vede una
minaccia nella sua felicità, mille pericoli a ogni passo e non una mano
per soccorrerla...»
XLVII.
Riccardo a Camilla.
«Che dite, mia buona amica, che dite mai? Dubitereste della mia
lealtà, della mia fede, del mio amore? È vero, io ho dei torti verso
di voi; ho potuto forse dimenticarmi un istante al vostro fianco, ma il
pensiero dei dolori che il mio amore vi costa, mi ha fatto già pentire
amaramente del mio delirio. Perchè fu solo un delirio, Camilla, un
sublime, un immenso delirio, quello che mi ha aperto audacemente le
porte del cielo...
«Ebbro dell'amor vostro, e insoddisfatto ancora feci sogni di paradiso
e d'inferno.
«Vi giuro che questo non avverrà mai più! io non profanerò la santa
serenità di questo cielo infinito, dove è sorto il nostro amore.
«Una sola promessa da voi, in cambio del mio giuramento. Amatemi
sempre; e tutto il vostro cuore mi appartenga.»
XLVIII.
Fratel Biagio a Riccardo.
«Ciò che vi devo dire vi recherà forse dolore; me ne duole davvero, e
vorrei potervelo risparmiare; ma a questo punto non è più possibile. Si
tratta di Bice.
«Saranno tre settimane, forse quattro, essa mi venne a contare non so
che, dicendomi che tenessi per sciolta ogni cosa con voi, perchè non sì
sapeva determinare a questo passo. Aveva gli occhi rossi; io le diedi
una risposta che non si aspettava, -- un bacio -- ed essa mi sfuggi di
mano piangendo.
«Avrei forse dovuto parlarvene subito, ma sperando che si trattasse
di qualche bisticcio di innamorati, ho taciuto finora, anche perchè
pensavo che non era niente affatto necessario di sciogliere qualche
cosa, mentre non era stato legato nulla. Se vi ricordate, fra voi e me
non si parlò mai di matrimonio.
«Oggi le cose pigliano un altro aspetto. Il signor Emanuel Pool, mio
socio, che io stimo e amo come fratello, mi ha palesato la sua fiamma
segreta per Bice e l'intenzione di sposarla. Ho risposto, come dovevo
rispondere, che ne avrei parlato a mia sorella.
«Appunto testè le ho parlato; e Dio mi danni se vi capisco qualche cosa
-- accetta!
«Credete, caro signor Celesti, che io sono mortificato di questa
imperdonabile leggerezza di mia sorella e tanto più che mi era
lusingato d'imparentarmi con voi.
«Spero che non sarà per ciò offesa la cordialità dei nostri rapporti.
Altri legami vi stringono oggi alla mia casa e a me, e qualunque sia
per essere l'effetto che produrrà questa malaugurata notizia sull'animo
vostro, mi vorrete conservare un po' d'amicizia.
«Siccome le mie faccende mi chiamano in Olanda nel mese d'agosto, il
matrimonio si farà presto.»
Il primo effetto di questa lettera sull'animo di Riccardo fu,
naturalmente, la meraviglia. La riflessione venne dopo: per essa,
Riccardo si rallegrò di questo avvenimento e lo tenne in conto d'una
gran ventura.
In fatti eccolo a un tratto alleggerito dal peso d'un rimorso e libero
di abbandonarsi alla sua passione. Era un sentimento generoso che si
faceva scudo all'egoismo. L'egoismo ha spesso di tali maschere.
Ma tutto ciò era così impreveduto e così imprevedibile, che più
tardi il nostro eroe tornò da capo alla meraviglia, e almanaccò
cento cose a darsene ragione. Allora la sua vanità volle far la
permalosa e ritenersi offesa, ed egli proseguì per la via delle
indagini e dei confronti, a dire a sè stesso che il signor Pool
era assai meno seducente di lui, e che Bice aveva avuto in animo di
vendicarsi; in ultimo, ostinandosi a trovare fredda e stiracchiata la
lettera di fratel Biagio, concluse che egli doveva avere avuto nella
determinazione della fanciulla assai maggior parte che non volesse
mostrare.
Infine anche il cuore entrò a dire la sua; tanto per non perdere una
bella occasione di fare la parte di vittima, si dichiarò tradito, non
da Bice veramente, ma dagli -avvenimenti-. E fece dire sospirando a
Riccardo: «e pure, sì, quella fanciulla io l'ho amata molto!»
Quando in questi bisticci di famiglia il cuore è l'ultimo a prendere la
parola, si può scommettere che sa d'aver torto.
IL.
Come e qualmente il signor Pool fosse innamorato.
La fiamma segreta del signor Pool metterà di buon umore più d'uno dei
miei lettori (supponendo che i miei lettori siano più d'uno), e farà
dire che chi scrive non rispetta i limiti dei suo argomento, e che, col
pretesto d'un romanzo sentimentale, ha dato un tuffo nel ridicolo.
In fatti da tempo immemorabile un innamorato è una creatura
privilegiata, che se la intende con la luna e con le stelle, dà del tu
ai zeffiri e alle aurette e non si occupa delle cose della vita se non
per indebitarsi col sarto e col profumiere.
Un uomo, che abbia sulle dita tutto l'abbaco, compresa la regola
del tre semplice e composta; che non conosca neppure di vista il
vocabolario delle -grandi passioni-; che a forza di sentire a parlare
ha solo imparato a tacere; un uomo che non distacca mai gli astri dal
cielo nemmeno per chiasso e che, invece di consacrare un'ora del giorno
all'arte difficile di annodarsi la cravatta, sembra considerare i
propri indumenti come cosa separata dall'organismo, un uomo di questa
sorta -- è chiaro -- non può accendere e alimentare dentro di sè una
fiamma segreta, senza farsi ridere sul muso da chi abbia in testa un
grano di giudizio.
Ma se il ridicolo è un'ottima ricetta per tenere allegra una metà
degli uomini a spesa dell'altra metà, non fa quasi mai che un ammalato
d'amore guarisca della sua febbre.
La fiamma segreta del signor Emanuele Pool è dunque una vera fiamma,
forse un po' meno splendida e un po' meno ardente di molte altre, ma
con i caratteri di luce e di calore di tutte le fiamme metaforiche
conosciute.
Da quanto tempo egli amasse Bice, quali considerazioni lo avessero
trattenuto dal rivelarsi, per che sorta di tempeste fosse passato il
suo cuore durante il periodo luminoso dell'amore di Riccardo, e come
avesse accettato alla muta la parte del sacrificio, tutto ciò nessuno
potrebbe dirlo, perchè il signor Emanuele Pool non lo disse a nessuno.
Noi sappiamo solo che un dì fratel Biagio fu visto in lungo colloquio
col suo degno socio, poi in lungo colloquio con la sorellina e poi
ancora con il signor Pool, e al giorno susseguente da capo con la
sorellina e con l'imperturbabile innamorato, il quale lasciò l'uffizio
un quarto d'ora prima del consueto a passi affrettati, con un sorriso
appeso fra le labbra alla disposizione del primo venuto. Sappiamo pure
che dopo breve tratto, egli rifece i propri passi per venire a sfogare
l'allegrezza vuotando il borsello nelle mani dei suoi cenciosi amici,
sempre esatti al ritrovo, e che dieci o dodici sciancati e paralitici
sentirono quel giorno, oltre dei loro consueti malanni, una specie
di febbre che, grazie alle veglie scientifiche degli economisti, non
avevano provato molte nella vita.
Tutti questi fenomeni volevano dire che il signor Emanuele Pool aveva
chiesto la mano di Bice e che Bice aveva detto di sì.
L'accettazione della fanciulla non è la parte meno stravagante del
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