-- Buona notte, -- risponde Bice.
-- Buona notte, -- ripete l'altra.
Cieli stellati! Non è Camilla, ma la zia Angelica!
Le finestre si chiudono, tutto ritorna nel silenzio!
E Camilla? e fratel Biagio?... Oh! come è tessuta la tela del cuore!
Riccardo non sa distogliere la mente da quel pensiero; con la fantasia
ricerca Camilla e il suo marito legittimo, li ritrova in una stanza
romita, li vede soli, avventurosi del loro amore...
L'immagine di quella felicità gli sale al cervello; pensa a Bice,
al suo amore, al passato che il tempo ha seppellito per sempre,
all'avvenire caliginoso... Un'onda irresistibile di tenerezza e di
mestizia lo invade; egli ne è vinto, oppresso, e si abbandona sul
proprio letto nascondendo i singhiozzi e le lagrime...
.... Bizzarra potenza della fantasia! Tutta notte Bice e Camilla
stettero assidue al suo capezzale. Camilla aveva i profili soavi di
Bice, e Bice la voluttuosa mollezza delle forme di Camilla.
XIX.
Camilla a Riccardo.
«Vi recherà meraviglia ricevere una mia lettera. Ve ne dico la ragione
in due parole: Bice è ammalata, non vi spaventi la cattiva notizia:
il medico dice che si tratta d'una malattia nè pericolosa, nè grave.
Guarirà rivedendovi -- essa ve lo assicura per bocca mia. Io poi vi
assicuro che guarirà anche prima. A ogni modo è in letto, e, non
potendo scrivervi di propria mano, ha pregato me di darvi sue notizie.
«Ora che vi ho detto la ragione per cui vi scrivo, non ho più nulla da
dire. M'inganno. Sappiate adunque che Bice non pensa che a voi, e ha
fatto una grande scoperta... Indovinate?... vi ama più di prima!
«Un'altra cosa ancora; la malattia l'ha fatta più pallida; essa
vorrebbe che dicessi «più brutta,» ma non è vero niente.
«Un'altra. Il suo canarino è ammalato, sta tutto il giorno in un
cantuccio della gabbia, rifiuta il cibo, perde le piume.
«Ho finito.
«Ah! mi dimenticavo di dirvi che dovete rispondere subito subito,
inviando la lettera al mio ricapito e ferma in posta, perchè non vada
in mano di mio marito. Fratel Biagio ha i suoi principî, e non crede
ben fatto che una ragazza scriva e riceva delle lettere. Ha cento
ragioni, ma bisogna pur perdonare qualche cosa all'amore.
«S'intende, senza che ve lo dica, che Bice è smaniosa di vedervi,
e che dovete affrettare di togliervi alle vostre brighe curiali per
ritornarle vicino.
«Se può avere qualche efficacia sulle vostre determinazioni, sappiate
che mio marito e la zia Angelica e io lamentiamo ogni giorno la vostra
assenza.»
XX.
Riccardo a Camilla.
«La notizia che mi avete dato mi ha afflitto; se le mie faccende non me
lo impedissero, lascerei subito questo dannato paese.
«Vorrei ringraziarvi del carico che avete assunto, ma una strana
riluttanza me ne trattiene -- quello stesso sentimento di carità che non
ha trovato la strada del vostro cuore. Forse io m'inganno. Voglio però
essere franco con voi e non vi nascondo che la vostra lettera mi ha
fatto male.
«Il mio passato mi è caro perchè mi fu largo di promesse e di sogni.
Oggi che mi sono destato, vedo con rammarico che altri sparga il
ridicolo su quel tempo rapidamente fuggito.»
A questa lettera ne andava unita un'altra per Bice.
La buona fanciulla, fuor di sè per la gioia, voleva che la cognatina
stesse a udirne la lettura; ma Camilla si schermì, protestando.
-- Non mancherebbe altro!
-- A che cosa?
-- Nulla. --
E si sottrasse all'insistenza della fanciulla, la quale non sapeva
comprendere come si potesse rimanere indifferenti a una bella lettera
di quattro pagine, che incominciava così: «Mio angelo, mia vita!» vale
a dire la vita e l'angelo di Riccardo.
XXI.
Convalescenza.
L'aveva detto il medico: la malattia di Bice non era nè pericolosa nè
grave; ma quando si ha diciott'anni, un fratello affettuoso come fratel
Biagio, una cognatina vispa più d'un folletto che sa fare cento moine e
cento vezzi, un'infermiera attenta e scrupolosa come la zia Angelica e
un innamorato lontano, che riempie quattro intere pagine di giuramenti
d'amore eterno, si ha diritto, via, d'aggravare i propri mali con la
immaginazione e di contrastare ogni efficacia alle medicine fino al
ritorno del proprio innamorato. È appunto ciò che fa Bice quando il
signor Pool, il modello degli amici di casa, viene, per fermarsi cinque
minuti, a domandare conto dell'andamento della malattia e andarsene in
punta di piedi.
Bice sembra prendere gusto alla uniformità bizzarra di quelle visite, e
non manca mai di riderne con Camilla, la quale per volgere in beffa il
sussiego del taciturno visitatore ha un garbo tutto suo. Ciò non vuol
già dire che le due cognate trovano assolutamente ridicole le maniere
del signor Pool; ma è tanto difficile trovar argomento da ridere, che a
volersi mettere in capo di fare l'esame di coscienza prima di lasciar
andare una risata igienica, si finirebbe col morire di malinconia....
se la noia non uccidesse più presto.
Ciò non vuol dire neppure che Bice non abbia per il signor Pool una
specie di riconoscenza mista a rispetto ed una stima profonda non
scompagnata da un certo affetto filiale, che deriva dall'averlo visto
fin dall'infanzia come lo vede ora -- amorevole e solenne. Questo
garbuglio di sensazioni, incominciato negli anni della bambola, aveva
sopravvissuto ai vecchi amori e resistito ai nuovi, arruffandosi sempre
più, e quando l'ingenua fanciulla s'era voluta dare ragione dei propri
sentimenti, non aveva trovato di meglio che la parola -zio Emanuele-,
con cui un tempo chiamava scherzosamente il signor Pool.
-- Volete essere sempre lo -zio Emanuele-? gli domandò una volta.
-- Finchè vi piaccia.
-- Mi piacerà sempre. --
Ma la risposta aveva dato da pensare a Bice, e siccome a dodici anni
si vuol veder chiaro nelle proprie faccende più che a trenta, così il
giorno dopo tornò all'assalto e ripetè con accento petulantello la sua
dimanda:
-- Volete essere sempre lo -zio Emanuele-?
-- Finchè vi piaccia.
-- E perchè finchè mi piaccia? --
Il signor Pool sorrise e invece di rispondere direttamente, domandò:
-- Come si chiama la vostra bambola?
-- Angiola.
-- La chiamerete sempre Angiola?
-- Sempre.
-- Quand'è così chiamatemi sempre lo -zio Emanuele-. --
La conclusione, contro quel che dovrebbe sembrare, fu che Bice non si
lasciò sfuggire di bocca nessun'altro -zio Emanuele-.
Durante la sua malattia l'antico parentado era tornato in onore ed
aveva fatto le spese dell'ilarità delle due cognate: in una delle
ultime visite inevitabili del signor Pool, Bice, oramai disposta
ad entrare in convalescenza, gli disse scherzando alla presenza di
Camilla:
-- Ho sognato che io era ancora bambina e che vi chiamavo -zio
Emanuele-. Ora non ho più la bambola e non oserei farlo.
-- Perchè?
-- Temerei di offendervi.
-- E perchè dovrei offendermi?
-- Non lo so.... Ma se mi piacesse proprio di ricominciare?
-- Vi diverte? fatelo. --
Sorrise. Ora il sorriso del signor Pool faceva l'effetto
d'un'apparizione melanconica, e rompeva lo scherzo sulle labbra.
Cosicchè quando allo spirare dei cinque minuti, lo -zio- lasciò la
nipotina, Camilla risparmiò la docile arguzia, sapendo che l'avrebbe
spesa inutilmente, e il melanconico visitatore, invece di tirarsi
dietro le baie gioconde delle giovani donne, se la cavò con una
smorfietta di Camilla, a cui Bice rispose seria seria: «è un buon
diavolaccio.»
L'ingenua fanciulla non sapeva esser questo un elogio che qualche volta
si può spendere per un'epigramma. Una creatura, la quale non sappia
essere nè giovane, nè spiritosa, nè maligna, è quasi sempre un «buon
diavolaccio,» vale a dire un fenomeno che ha screditato l'inferno e
screditerebbe il paradiso.
Nulla sapeva Bice di tutto ciò, ma sapeva benissimo che il suo Riccardo
non era un buon diavolaccio; glielo diceva l'istinto, che è nelle
fanciulle un ragionatore sottile!...
-- Oh! perchè Riccardo non correva sapendola malata? Quali barbare
formule legali potevano incatenarlo a Padova? Apprendendo che egli era
in litigio per un suo credito, era giunta fino a domandare se vi fosse
una legge, la quale tenesse in prigione i creditori che vogliono farsi
pagare, e le fu risposto che molti legislatori indebitati vi avevano
pensato, ma non se ne era fatto nulla. Dunque?... Dunque Riccardo non
era un «buon diavolaccio.»
La conclusione ultima fu che la povera creatura si rassegnò a entrare
in convalescenza prima che il suo innamorato fosse di ritorno.
Finalmente il giorno sospirato venne.
Riccardo rivide Bice (a cui la malattia aveva prestato un nuovo
languore pieno di vezzo), con la compiacenza che gli innamorati molto
sentimentali sogliono attribuire a tutto, fuorchè alla -novità-; e Bice
rivide Riccardo col cuore negli occhi.
Quel giorno il signor Pool non venne a domandare conto della salute
della nipotina, perchè evidentemente doveva intendersi che ogni
ricaduta era impossibile.
Ma appunto quel giorno la vezzosa signora van Leven rimase a letto con
l'emicrania.
XXII.
Bice a Riccardo.
«Non posso più tacere; la dissimulazione mi fa male. Ho pianto molto
in segreto, ma vorrei pianger teco, nel tuo seno, vorrei anche vederti
piangere... Ahi io non comprendo più che cosa mi accada, e ho paura.
«Ho esitato fino a oggi a scriverti, lottando meco medesima,
torturandomi il cuore col silenzio e sorridendoti come sempre. Anche
ora sono incerta, non so se faccia bene o male; ma non ne posso più.
«È una settimana, dal giorno del tuo arrivo, che soffro; se il caso
non avesse attraversato i miei disegni, ti avrei svelato subito l'animo
mio, ti avrei detto che il tuo sorriso mi pareva non avere la dolcezza
d'una volta; che le tue parole mi sembravano fredde, sbadate; che
credevo di leggerti nel cuore una sventura! Una sventura. E quale?..
Perchè non confidarti in me, perchè non svelarmi i tuoi affanni? Non ne
ho forse diritto? O non ami forse più la tua piccola Bice?
«Ebbene, si, sappilo, quest'ultimo pensiero non mi lascia un momento,
io comprendo oggi il tuo strazio d'un tempo, quando tu stesso eri
torturato da questo dubbio, e chiedevi a me il conforto che io ti
domando.
«L'altra sera, passeggiavamo nel giardino; io t'interrogava su tante
cose, tu mi rispondevi distratto. Eravamo soli; non mi dicesti una
volta sola di amarmi! Dovevo interrogarti anche sopra di ciò? Poi venne
Camilla, e tu lasciasti subito il mio braccio, dicendo che era cosa
ridicola dar spettacolo del nostro amore agli indifferenti. Dicesti
proprio -ridicola-! Mi venne una gran voglia di lasciarti e di correre
a celare le mie lagrime, ma tu avevi una faccia così seria che non
osai, e dovei nascondere il male che io soffrivo, qui nel petto, a
soffocarmi.
«Ho pensato tanto a quelle tue parole, vi penso ancora, non so darmene
pace.
«-Dar spettacolo del nostro amore!- Forse che il nostro amore è un
segreto? E poi Camilla non è una -indifferente-; essa è la sola che
sappia quanto io t'ami; le voglio bene, me ne vuole.... E che amore è
il tuo che si vergogna? Io lo direi a tutta l'umanità che ti amo, lo
griderei all'universo, perchè sono orgogliosa di amarti e d'esser tua.
«Dimmi che sono pazza, dimmelo, Riccardo, perchè mi pare di sentire una
voce segreta, e temo di presentire una sciagura.
«Quando ero ammalata non facevo altro che bei sogni. Ti vedeva sempre;
ora no -- ho delle visioni spaventevoli, la notte ho paura....
«Sono pazza, non è vero? Sì, sono pazza. Le mie ansie, i miei dubbi, le
mie paure, tutte larve bugiarde dell'amore. Anche per chi ama vi hanno
delle torture, ed era tempo che la spensierata Bice ne provasse una.
«Basterà una parola a serenarmi l'anima conturbata, quest'anima, che è
tua perchè t'ama, che vuol essere sempre tua per amarti sempre.»
XXIII.
Riccardo a Camilla.
«Perchè mi fuggite? Mi avete dunque letto nel cuore? E se è così, ogni
indugio è vano; vi svelerò finalmente la segreta smania che mi divora.
Sappiatelo -- io vi amo. Vi amo a dispetto della sorte che vi ha rubata
al mio affetto, a dispetto vostro, a dispetto mio. Vorrei lacerarlo
questo cuore che domanda l'indifferenza e non sa ritrarre dal passato
altro che l'amore; vorrei essere insensibile al fascino dei vostri
sguardi, e poter fissare con occhi stupidi la vostra bellezza, vorrei
potervi odiare -- non posso.
«Ciò che io provo vince la mia natura; i miei sforzi per svincolarmi
non fanno che stremare le mie fibre e farmi ricader debole e impotente.
«Il passato mi atterrisce; guardo agli anni trascorsi lontano da voi e
misuro da essi la potenza del mio amore.
«No, il tempo non ha nulla potuto nel mio cuore, il tempo non mi
ha concesso ciò che gli ho domandato con tanta insistenza -- la
dimenticanza.
«Credetelo, io non ho cessato un solo istante di amarvi. Mi ero
ingannato immaginando possibile la felicità senza di voi; avevo sperato
di poterla rinvenire altrove, e l'ho cercata in un altro cuore, in
un altro affetto... Forse lontano da voi ciò era possibile; ma vi ho
riveduta!
«L'immagine della donna amata può morire, ma sopravvive l'amore; oggi
il mio affetto si è ridestato, più ardente. Nessuna traccia della
donna che ho amata è rimasta nella donna che amo, ma vi è rimasto il
mio cuore e l'ho ritrovato. Voi avete tenuto viva quella fiamma che
invano il dubbio aveva cercato di spegnere; riamandovi, non faccio che
rinnovare il mio culto.
«Non cercate di distogliermi; se il tempo non ha saputo distruggere
l'idolo, mal lo potrebbero le vostre parole. Tutto ciò che mi potete
dire martella da gran tempo la mia povera testa. È la tortura d'ogni
giorno, l'incubo d'ogni notte. Il vostro labbro mi parli la pietà, ma
non alimenti vanamente il mio rimorso.
«Non mi fuggite; non mi lasciate solo in quest'immenso deserto del
cuore; dividetene lo strazio, se non potete dividerne l'affetto;
piangete sul mio sciagurato destino; ma per pietà non mi fuggite!
Sarebbe rimedio crudele e vano.
«Prima di svelarvi la mia miseria, io stesso ho cercato di rompere
con la lontananza l'incanto che mi tiene ai vostri piedi; inutilmente.
Sappiate anche questo: la mia partenza fu consigliata dal mio cuore; le
brighe litigiose furono un pretesto.
«Ho domandato la pace ad ogni cosa, ed ogni cosa mi ha risposto
l'amore. Ebbene sia: vi amo -- ecco la mia fede: vi amo -- ecco lo scopo
della mia fede. Ogni altro affetto, ogni altro sentimento si spuntano
contro la corazza incantata che difende il mio cuore.»
XXIV.
Altre velleità psicologiche.
Perchè la simpatia che sogliono ispirare gl'innamorati non inganni la
buona fede di chi legge, giova smascherare una metafora di cui Riccardo
abusa nella sua lettera.
Che egli ami ardentemente Camilla, e che lo scopo della sua vita sia
d'ottenere d'essere riamato, ed altre somiglianti cose -- queste sono
le verità di fede d'ogni -passione-, e bisogna crederle anche senza
intenderle; ma il dire che egli si è accorto di non aver cessato un
solo istante d'amarla può far nascere il dubbio che durante un tempo
ragionevolmente lungo, l'innamorato fosse affetto da una malattia della
retina da cui ora sia avventurosamente guarito, oppure che l'improvviso
flusso di sangue, che si getta sul cervello al principio d'ogni
innamoramento, gli abbia oscurato il dono prezioso della memoria.
Il vero è che Riccardo non sa come spiegare a sè stesso il nuovo
fenomeno del suo cuore, perchè fra i postulati psicologici che egli
ha sempre inteso ripetere a faccia tosta dai suoi colleghi ve ne ha
uno che assicura il cuore contro le ricadute amorose, e permette a lui
Riccardo d'innamorarsi di tutte le belle donne dell'universo fuorchè
di Camilla. Ora l'ipotesi ingegnosa d'una fiamma latente e continua,
che prorompe irresistibile alla prima occasione, spiega il fenomeno
lasciando in piedi il postulato scientifico -- e chiunque al posto di
Riccardo sarebbe lietissimo della scoperta.
Che poi la teorica delle ricadute sia assolutamente vera o
assolutamente falsa non sapremmo dire; è certo però che l'edifizio
amoroso di Riccardo è tutto fabbricato di nuovo sulle rovine del
vecchio.
Si badi che Camilla riappare all'antico innamorato trasformata nelle
forme, nei modi, nello spirito; che la sua bellezza nulla ha lasciato
al tempo e ne ha invece ricevuto moltissimo; si pensi che la fanciulla
è diventata moglie, e che da tempo immemorabile si riconobbe nella
donna d'altri un fascino segreto, e si consideri infine che Riccardo
aveva amato in Camilla l'amore e potrebbe oggi essersi acceso per la
donna.
Si raccolgano tutti questi elementi e s'indaghi.
Una cosa intanto sta ferma: ed è che i fatti psicologici che narriamo
sono veri e come tali si sottraggono alla sospettosa analisi dei
lettori più increduli.
XXV.
Camilla a Riccardo.
«Era mia intenzione di non rispondervi; speravo che il vostro contegno
m'avesse a risparmiare un cómpito penoso.
«Poche parole, ma franche, come è mio costume. Le vostre lettere
mi offendono, mi affliggono; la cessazione delle vostre visite è
inopportuna. La vostra assenza, oltre del dolore che cagiona ad una
fanciulla che avete detto d'amare e che vi ama, può essere, ed è
avvertita da mio marito.
«Faccio appello alla vostra cortesia perchè non vogliate involgere me
in un fatto che deploro.
«Risparmiate il più lontano sospetto che minacci la mia pace ed offenda
il mio onore.
«Ve ne prego -- venite oggi stesso.
«Non domando altro. Il tempo farà giustizia di questa nuova aberrazione
del vostro spirito, e vi persuaderà che il cuore non vi ha alcuna
parte.
«La vostra lealtà, che mi fa fede delle buone intenzioni, mi lascia
sperare che non invano vi avrò parlato il linguaggio schietto della
donna e dell'amica.»
XXVI.
Camilla a Riccardo.
«Desistete da questo frasario insensato. Se anche potessi dar fede
all'amore che voi dite di nutrire per me, dovrei piangerne come d'una
sciagura.
«Rientrate in voi stesso, scandagliate il vostro cuore, esaminate con
sincerità il passato, e dite se è possibile che le nostre anime possano
riavvicinarsi mai. Non possono, non devono. In quella età della vita in
cui è così facile amarsi per amarsi, noi abbiamo esaurito rapidamente
ciò che ne pareva inesauribile -- il tesoro dei nostro affetto. Potevamo
avverare i sogni, e ci siamo contentati di sognare. Era destino che non
dovessimo andare più in là.
«Ed è mai possibile ritentare le stesse vie oggi che tutto è mutato in
noi ed intorno noi? Oggi che nuovi doveri, nuovi diritti, nuovi affetti
ci hanno trasformato il cuore?
«Cessate dall'illudervi. Io rifuggo atterrita dalle immagini che le
vostre parole mi schierano dinanzi.
«Nutro fiducia che una sola parola basterà a togliervi da questo
delirio; questa parola io la scrivo francamente, io la innalzo come una
barriera fra voi e me: -sono felice!-
«Sì, io sono felice; la mia vita è piena, il mio cuore è pago, sereno;
la famiglia, l'affetto d'un uomo che amo mi rendono soddisfatta del
mio stato. Quell'uomo vi ha pure stretto cordialmente la mano, vi ha
accolto da ospite cortese, da amico; io so che egli vi stima e vi ama.
«Non aggiungo altro.
«Risparmiate la mia pace; non oscurate il cielo della mia vita
modesta; non cercate di portare nel mio cuore le battaglie d'un affetto
colpevole. Sarebbe vano e fatale.
«Pensate a Bice, a quella creatura ingenua e dolce a cui avete
domandato e promesso l'amore; oggi essa soffre per cagion vostra. Sì,
essa, l'angelo che potrebbe formare la pace del vostro avvenire, soffre
e piange in silenzio, perchè indovina l'abbandono che le minacciate.
«Siate uomo; cacciate le larve d'un tempo che non deve più rivivere;
gettatevi nell'avvenire con confidenza.
«Dimenticate.»
XXVII.
Riepilogo delle vicende d'un assedio.
Non ostante le savie osservazioni di questa lettera, le cose corsero a
precipizio giù per la china naturale.
Riccardo rispose, chiamando in aiuto il vocabolario del cuore; rinnovò
l'assalto con maggior audacia, ma con poca fortuna. Camilla zitta. Ciò
che avrebbe debellato un altro, rinvigorì Riccardo, il quale ritornò
alla lotta più animoso, più passionato che mai. Questa volta ebbe
maggior fortuna. Camilla volle schermirsi, e lo fece male, scoprendo il
lato vulnerabile della sua corazza.
A poco a poco il linguaggio carezzevole dell'adorazione giunse a
ferire l'amor proprio della donna. Non era gran cosa, ma Riccardo non
domandava di più.... per ora. Egli sapeva troppo bene che quando la
vanità avesse accettato l'amore, la natura o presto o tardi avrebbe
posto l'amore al luogo della vanità.
Così avvenne.
Camilla, che amava sul serio suo marito, resistette dapprima con
energia, ma la compiacenza naturale di aver destato una passione così
violenta come appariva quella di Riccardo, facendosi strada a poco a
poco nell'animo suo, la rese più mite nel giudicare quel sentimento,
più debole nel difendersene.
Si aggiunga, ed è cosa di cui poche donne potranno menar vanto, il
trionfo della sua bellezza matura sulla bellezza verginale d'una
fanciulla diciottenne, senza contare che Riccardo non era innamorato
come ne vanno tanti dietro le sottane della bella, ma un adoratore il
quale aveva disertato un altare e ritornava a prostrarvisi pentito. Ora
se è vero che nell'altro mondo si faccia più festa d'un pentito che di
cento giusti (cosa poco lusinghiera pei giusti e tale da invogliare
gli uomini ad appartenere alla schiera dei pentiti), della donna
si potrebbe dire con più ragione e con minor pericolo, che essa si
allegra meglio del ritorno d'un infedele che del culto di cento nuovi
spasimanti.
Dalla compiacenza di aver suscitato un incendio a procurare
d'alimentarlo non vi è che una linea impercettibile; la vanità dà la
mano alla civetteria. Ora nulla di più facile, per un corteggiatore
scaltrito, che mutare la vanità e la civetteria in affetto.
Nel caso nostro il fenomeno si è avverato appuntino e Riccardo,
rendiamogli giustizia, si è condotto a meraviglia.
Fratel Biagio era sempre lo stesso. Lieto dei suoi fiori, del
suo commercio, dei suoi affetti che egli reputava saldi, pareva
lontanissimo dal tremare per la castità del suo talamo.
Quella serenità cieca, che sembra scendere come un balsamo sull'anima
dei mariti, gli traspariva dal volto aperto e gioviale, dal contegno
sempre affabile e cortese.
Se gli innamorati non fossero quella razza d'egoisti che sono, o se
Riccardo fosse stato un innamorato differente degli altri, avrebbe
provato un sentimento di pietà per quell'uomo onesto e leale, a cui
egli preparava il dolore e la vergogna. Riccardo, come tutti gli altri
correligionari d'amore, sentiva ad ora ad ora qualche fitta di rimorso,
ma questo sentimento che rattoppa le colpe (e le rattoppa male) non
vale a prevenirle; spesso, per uno stordimento prodotto dallo spasimo,
serve invece ad affrettarle.
Ad ogni modo, se il signor van Leven si può dire un marito cieco al
pari degli altri, diciamolo pure un marito fortunato. Più d'una volta
egli era stato minacciato da uno di quegli impeti irresistibili, che
dinanzi al pubblico sentimentale legittimano il fallo e formano la
disperazione dei mariti, i quali sono la razza meno sentimentale che
si conosca -- il suo buon vento aveva sempre diradato questi nugoli
minacciosi.
Fosse caso o provvidenza, e noi incliniamo a credere a quest'ultima,
fratel Biagio si trovava sempre nel luogo del pericolo. La sua
grossolana e confidente bonarietà lo traeva dietro le pedate degli
amanti. Era un marito importuno. Così la simpatia che aveva concepita
per Riccardo, mentre pareva illuderlo stranamente sul conto del nuovo
amico, lo spingeva ad attraversare i disegni ed a svelare le insidie
d'un amore illegittimo.
Era passato così un mese, e i rapporti di Camilla e Riccardo non si
erano ancora trasformati tanto da pigliare aspetto colpevole.
Nondimeno il cuore di Camilla era mutato. L'amore del marito soffocava
sempre la fiamma, ma non la spegneva, e il rimorso poteva anche meno su
quell'anima forte e sdegnosa. La poveretta lottava, ma il suo sguardo
diceva chiaro la poca speranza di vittoria.
Le occasioni, provocate da Riccardo con avidità, e avventurosamente
contrastate da fratel Biagio, erano fuggite debolmente da Camilla.
L'innamorato veniva all'assalto con nuove lettere, con vulcanica
eruzione d'affetti, di sentimenti, di fantasie. L'onesta moglie
piangeva in segreto ed invocava la dissimulazione non più come una
difesa contro Riccardo, ma come una maschera per nascondere al marito
il proprio rossore.
Camilla e Riccardo erano giunti a tal punto, donde non era più
possibile dare indietro; il vincolo che gli univa era oramai così
saldo, che per ispezzarlo avrebbero dovuto lacerare il cuore.
Un'occasione qualunque avrebbe posto a grave cimento la virtù della
moglie e la lealtà dell'amico. Entrambi se ne avvedevano; ne tremavano
entrambi; essa di terrore, egli di trepidanza e di desiderio -- si
amavano, sissignori.
XXVIII.
Bice a Riccardo.
«Non vi offenderete di quello che vi scrivo; è un atto che voi
aspettate certamente da gran tempo dal mio amor proprio.
«È inutile ingannarci; io ho compreso tutto; la mia stoltezza
giovanile, il mio amore non possono farmi cieca più a lungo.
«Ditelo francamente: non mi amate.
«No, non mi amate. Non voglio indagare le cause del mutamento
dell'animo vostro, nè se sia proprio un mutamento, mi basta potervi
dire con sicurezza: -- non mi amate. --
«Avrete compreso che cosa voglia dire per me questa sicurezza, e quale
sia la causa che mi induce a scrivervi.
«Ho indovinato il vostro supplizio, -- ho letto nel vostro cuore --
voglio risparmiarvi una confessione difficile, incoraggiandovi a
troncare un vincolo che a quest'ora deve parervi odioso.
«Voglio restituirvi il vostro affetto vagabondo, che s'era arrestato
un istante sopra di me; togliervi all'incubo di una promessa che non
potete mantenere e sulla quale io ho cessato di contare da un pezzo.
«Ho visto quanto vi sia grave quella -convenienza- che suggerisce le
vostre visite, e vi voglio dirvi di risparmiarvi pure, se vi piace, la
noia della nostra casa.
«Ho detto tutto a fratel Biagio; qualunque sia per essere la vostra
determinazione, egli non se ne avrà a male.
«Non vi accuso di nulla. Lo avete detto: -una legge fatale regola
i moti del cuore-. Ne abbiamo fatto esperienza; meglio oggi che più
tardi.»
XXIX.
Camilla a Riccardo.
«Mi sono levata all'alba per iscrivervi; ho passato una notte
affannosa, ed ho ancora un gran disordine nel capo; ma non voglio
attendere un minuto.
«Tutte le torture che può dare il rimorso io le ho inflitte al mio
cuore; ho compreso quanto grande sia il dolore, quanto nobile e
generoso. Ora che ho pianto molto mi sento più forte, più severa verso
di me medesima.
«Un sordo rimprovero brontola nel mio petto, terribile e giusto
rimprovero. Lo riconosco; io non ho fatto tutto quanto stava in poter
mio per iscongiurare la sventura che colpisce la povera Bice; v'erano
in me delle forze che ho lasciato neghittose.
«Ahi! Che sarà di quella buona creatura? Ieri la sorpresi intenta a
scrivere. Scriveva a voi, piangeva. Mi vide, nascose la faccia fra le
mani, poi mi mosse incontro e si gettò fra le mie braccia, chiamandomi
teneramente «sorella.»
«Ho cercato di confortarla. Con quale animo! Essa ignora la parte che
ho io nella sua sciagura: si è solo accorta che voi non l'amate; non ha
visto, non ha indovinato altro.
«Non so perchè non mi si spezzasse il cuore.
«Non io fui la causa di questo nuovo dolore, ma pure ne ho l'anima in
tumulto. Tutte le mie fibre tremano al pensiero della responsabilità
che le vostre insistenze mi hanno imposto.
«Non più, non più. Ve ne scongiuro, ridonate la fede ad un'anima
innocente, ridonate la pace al mio cuore di moglie.
«Ove volete giungere? A che sperate di trascinarmi? Quali lusinghe
tengono desto lo sciagurato proposito che vi rende sordo al grido del
dolore?
«Siate franco, siate leale.
«Che cosa potete voi domandarmi senza arrossire?
«Meschina e stolta illusione, se pure non è menzogna, questa che
vi consiglia! A cancellare la debolezza del passato, guardate alla
colpa. Sì, alla colpa. Levate la maschera al vostri disegni, non ve
ne dissimulate l'orrore con le sembianze d'una passione effimera;
procurate di non ingannarvi.
«Rimediate oh! rimediate al male che avete fatto; siete ancora in
tempo; non spingete oltre il passo in questo sentiero che conduce al
rimorso.
«Potete risparmiare l'infelicità vostra e quella d'una fanciulla, alla
quale fino ad ieri avete mentito l'amore; potete assicurare la pace
d'altrui e la vostra; fatelo. --
«Desistete da un'insidia che ricade sopra dì voi; non cercate di non
udire le voci del dovere e dell'amore, stordendovi col grido di una
passione fallace.
«La vostra fantasia si è presa giuoco del vostro cuore; oggi, come
sempre, voi ingannate voi stesso.»
XXX.
Un rimedio.
Una sera fratel Biagio venne incontro alla moglie col volto accigliato.
Camilla si sentì correre un brivido per le membra. Da qualche tempo
essa non poteva incontrare l'occhio sereno del marito senza provare
quella specie di turbamento vago, che è meno paura d'altrui che di sè
medesimo.
La confidenza tranquilla e carezzevole, con cui ella soleva venire
innanzi al compagno affettuoso della sua vita, non le rischiarava più
la fronte bianca. Dissimulava male; ogni lieve nube, ogni sguardo, ogni
gesto le parevano una minaccia.
-- Che hai? -- domandò vincendo la ripugnanza.
-- Lo sai bene -- disse Biagio tentennando il capo in aria afflitta. -- La
povera Bice....
-- Bice!...
-- Soffre.
-- Soffre... -- ripetè Camilla con voce fioca.
Entrambi parvero raccogliersi in questa immagine.
Ma Camilla pensava ad altro; guardando sott'occhi il marito, spiava lo
scopo di quel colloquio.
Fratel Biagio aveva preso fra il pollice e l'indice uno dei bottoni
d'acciaio della sua giacchetta di tela, e lo stropicciava con calore.
-- Che te ne pare? -- domandò all'improvviso, fissando Camilla in volto;
e siccome costei a evitare lo sguardo e a risparmiarsi l'imbarazzo
d'una risposta, chinò il capo in attitudine di pensiero, l'ottimo
marito lasciò la sua compagna e si diede a misurare la camera a gran
passi. Camilla ne seguì di nascosto ogni movimento finchè qualche
istante dopo fratel Biagio s'arrestò.
-- Bisogna allontanarla.
-- Allontanarla.... Chi?
-- Bice. Andrà in campagna.
-- Sola? --
A questa domanda sfuggitale involontariamente Camilla si arrestò
turbata.
Fratel Biagio sembrò non badarvi, e rispose con indifferenza che
«questo appunto era il suo imbarazzo.»
-- Andiamo tutti, -- propose Camilla con disinvoltura.
-- Non è possibile; le mie faccende mi trattengono. --
Dicendo queste parole fratel Biagio aveva gettato alla sfuggita
uno sguardo sulla moglie, la quale se ne avvide, e attribuì cento
significati paurosi a quello sguardo. Nondimeno si affrettò a
soggiungere:
-- Vi andremo noi... e la zia Angelica.
-- Tu! esclamò Biagio con meraviglia; e stette un istante a meditare. --
Non ti duole d'andarvi?
-- Dolermi! Ti pare? Se potessi venire tu pure! Ma già, le tue
faccende!... --
Questa volta gli sguardi dei coniugi van Leven si ricercarono e
s'incontrarono francamente.
Fratel Biagio porse la mano alla moglie e le disse con dolcezza:
-- Perdonami, ho dubitato del tuo cuore; temevo che l'andare in campagna
in questa stagione, per dividere con una creatura addolorata le
melanconie della solitudine e le noie dell'inverno, potesse sembrarti
un sagrificio troppo grave... perdonami! --
XXXI.
Camilla a Riccardo.
«Non crediate che io mi sia lasciata vincere dalla insistenza delle
vostre domande. Se non fosse un bisogno imperioso, non avrei violato il
voto di non scrivervi. Questa volta sarà l'ultima.
«Sono ancora atterrita dal pericolo che ho corso. Ve ne pongo a parte
perchè vedendo a quali dolori mi esponete, vogliate risparmiarmeli in
avvenire.
«Venendo in campagna avevo portato meco le vostre lettere, perchè
il segreto che mi costringete a dividere non venisse scoperto da mio
marito. Or bene, ieri appunto io radunai quelle lettere, con l'animo
di rimandarvele per liberarmi dall'affanno che pesa sulla mia coscienza
come una colpa.
«Stamattina sono uscita di buon'ora con Bice. Ritornando a casa due
ore dopo ho incontrato mio marito che usciva dalla mia camera. Mi sono
venute in mente le lettere che avevo lasciate in un cassetto aperto;
pensate il mio spasimo! Non so come abbia risposto a Biagio, nè se sia
riuscita a celargli il mio turbamento. Egli però era tranquillo, e ciò
mi ha dato conforto. Sono corsa subito nella mia camera... le lettere
vi erano; non erano state toccate; forse non erano state viste. Ah! ma
il cuore mi batteva forte!
«Tutt'oggi non ho fatto che spiare sul volto di mio marito le tracce
del malumore temuto. Questo esame ha diradato le mie paure; non deve
aver visto nulla.
«Dopo tale soccorso della provvidenza, io non voglio aspettarne un
altro; e siccome la pace mi è cara, vi rimando questi serpentelli che
minacciano d'avvelenarmela.
«Non abbiatevene a male, la vostra delicatezza vi farà apprezzare la
mia determinazione, e saprà suggerirvi la norma della condotta futura.
«Non insisto sopra un argomento spinoso, che minaccia d'essere
inesauribile.
«Su questi colli la natura ci regala i primi sorrisi della primavera.
Ho già raccolto delle pratelline, dei mughetti, e non siamo che ai
primi di marzo. In compenso abbiamo passato un inverno rigido e triste.
«Finisco con una notizia che farà arrabbiare il vostro amor proprio.
Bice si è rimessa in salute; non morrà d'amore.
«Non è proprio indispensabile che mi scriviate.»
XXXII.
Riccardo a Camilla.
«È proprio indispensabile -- ecco perchè vi scrivo.
«Le lettere che mi avete inviate le ho qui; le ho rilette con
quell'acre compiacenza con cui si ritentano le piaghe del cuore, e se
non m'inganno, delle prime che vi scrissi ne manca una. Siccome non
mi avete risposto sempre, posso immaginare che non vi sia pervenuta, e
sarebbe meno male. -- Ma se vi è pervenuta, bisogna l'abbiate smarrita.
Comprenderete quanto questo pensiero mi opprima dopo ciò che mi avete
detto.
«Il cielo allontani da voi un dolore, da me il rimorso d'esserne stato
la cagione!
«Toglietemi da quest'ansia crudele comunicandomi il risultato delle
vostre ricerche.
«Era ad ogni modo inutile che mi rendeste le mie lettere; se vi pesava
troppo il custodirle, e non poteva essere altrimenti poichè sdegnate il
sentimento che me le dettava, vi rimaneva un mezzo più semplice e più
prudente di liberarvene: abbruciarle.
«Fate così di questa, e dell'altra se potrete rinvenirla.
«Non aggiungo parole a cui tanto non vorreste dar fede; il vostro
cinismo, la vostra indifferenza mi hanno fatto male.»
XXXIII.
Camilla a Riccardo.
«Anche questa volta una buona stella mi ha salvato; la lettera l'ho
subito rinvenuta nel cassetto. Come vi si trovasse ancora non so,
poichè mi pareva d'averle raccolte tutte, ma ad ogni modo l'ho trovata.
«Potete immaginare i timori e le ansie che mi cagionò la terribile
notizia. La mia mente corse subito a mio marito; immaginando che egli
solo potesse aver sottratto la lettera, ne ricordai gli sguardi, i
gesti, le parole, e quasi quasi mi stupii di non aver prima badato al
suo contegno iroso. Tanto può l'immaginazione. Ora rido di me stessa.
«Anche ieri mio marito venne a trovarci. Da qualche tempo egli è più
mesto del solito; non ve ne dico la ragione, ma voi l'indovinate. Egli
ama la sorellina più di sè stesso!...
«Hanno passeggiato insieme un pezzo.... Che cosa dicevano? Avrei ben
voluto cacciarmi in mezzo a loro, e non mi avrebbe trattenuto, no, il
timore di riescire importuna, ma mi trattennero invece la vergogna e il
rimorso.
«Io non posso più guardare in faccia a Bice senza che una voce
inesorabile si levi nel mio petto ad accusarmi d'aver sfrondato la
corona d'illusioni di quella testa innocente; non so più levare lo
sguardo sopra mio marito, senza pensare al segreto che mi tortura.
Sento che vi è qualche cosa che mi allontana da queste creature
affettuose e nobili, qualche cosa che la mia ragione non riesce a
debellare, che mi accusa, che mi rimpicciolisce. Oh! un tempo io non
era così! E un tempo anche la nostra casa era più lieta!
«Non voglio farvi rimprovero; non ne ho il diritto, non lo vorrei
avere. Forse io stessa ho una parte di colpa, forse sarà, come dite
voi, destino. E sia. Al tempo lo scioglimento del nodo; dove si
prepara la giustizia, si prepara forse il pentimento, il vano e tardo
pentimento. -- »
«-PS.- Ho seguito il vostro consiglio; ho abbruciato le lettere.»
XXXIV.
Due parole all'orecchio del lettori: «Camilla non ha bruciato le
lettere.»
XXXV.
Dove si vede, al solito, una moglie desta ed un marito addormentato.
-- Che cos'hai piccina?
-- Nulla; un gran bisogno d'essere sola... con te.
-- Con me?!... --
E fratel Biagio volse il capo verso le finestre della casa, e passò la
mano nei capelli.
-- Sola con me?!... -- ripetè come se parlasse a sè stesso. -- È
impossibile... sarebbe una sconvenienza. --
Bice battè i piedini e alzò le spalle con un lieve atto dispettoso;
fratel Biagio si affrettò a soggiungere con voce carezzevole:
-- Vedi... la nostra assenza sarebbe notata...
-- Da chi?
-- Da tutti.... da lui.... Non posso già lasciare così.... un
convitato, un amico di casa.... Credi a me; ritorniamo insieme; quattro
chiacchiere ancora... poi verremo in giardino.
-- Vacci tu.... io rimango. --
Biagio pareva in grande imbarazzo; tra il disgustare la sorella e
tradire le convenienze egli avrebbe avuto da dibattere un pezzo, se in
quel punto la zia Angelica, Camilla e Riccardo non fossero usciti dalla
casa.
-- Mia moglie ha dello spirito, -- disse fra sè, e parve rasserenarsi.
Bice, appena vide Riccardo, impallidì, e afferrando il braccio del
fratello, mosse alcuni passi precipitosi.
-- Non voglio più vederlo, non voglio più vederlo... mi fa male. Hai
proprio giurato di farmi vergognare. --
Biagio si lasciò condurre senza opporre resistenza.
Attraversarono un viale, scesero un breve pendío, risalirono, piegarono
a destra, poi a mancina.... Fratel Biagio continuava a volgere il capo,
come se lasciasse dietro di sè qualche tesoro.
Lo crederanno i nostri lettori? Egli aveva avviato con Riccardo una
discussioncella sui -monopetali-, che era stata interrotta bruscamente
dall'improvviso allontanarsi di Bice.
Una leggiera brezza curvava le fronde dei tigli e delle robinie; sotto
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