almanaccato, gettando ogni tanto lo sguardo ad uno specchio che gli sta in faccia, per istudiare il contegno; ma l'impresa, che il giorno innanzi eragli sembrata facilissima, s'è confusa alquanto in quel mattino e scombuiata affatto per via, ed ora egli si sente meglio disposto ad improvvisare un'orazione sulle austere virtù del celibato, ricorrendo magari all'autorità di Sant'Origene, che a domandare la mano della sua Bice. Un affanno che non può immaginare chi non l'ha provato s'impadronisce di lui; ogni minuto che passa cresce il suo imbarazzo. Tende l'orecchio ad ogni rumore, e guarda con una specie di sbigottimento l'uscio che deve schiudersi innanzi ai passi temuti del signor van Leven. Il quale, nella fantasia sconvolta dell'innamorato, piglia aspetti terribilmente imbarazzanti. Ah! Riccardo non è per nessun verso contento dei fatti suoi, e mentre si bisticcia in cuore per questa debolezza invincibile, pensa con desiderio al ritrovo dove è solito passare le sere fra le matte risa ed il fumo dello zigaro, e giura che, non potendo esser colà, vorrebbe almeno essere agli antipodi. Intanto il tempo passa, e nessuno viene. Un'immagine più dolce si fa strada attraverso il buio della sua intelligenza -- Bice. -- Eccola lì, sorridente, felice, orgogliosa d'essere amata e d'amare.... Questo pensiero ridona al nostro eroe un po' d'ardimento; rialza egli il capo come uomo che voglia sfidare il suo demonio, si guarda intorno, si rassetta il panciotto.... Ci siamo... si odono dei passi accompagnati da un fruscìo di vesti.... una maniglia gira con lieve rumore, una porta si apre a mezzo.... e comparisce sulla soglia lo spettro temuto del signor van Leven. XI. La domanda di matrimonio. Fratel Biagio, entrando nella camera, salutò Riccardo con un inchino, poi si volse indietro con un moto rapido e mise il capo fuori dell'uscio come se si stupisse d'essere entrato solo: Riccardo aveva posto un bellissimo sorriso sulle labbra ed aspettava di piè fermo l'urto formidabile; ma pare che l'altro non fosse ben preparato allo scontro, perchè dopo alcuni secondi di titubanza, consacrati evidentemente alla scelta di quattro buoni vocaboli ospitali, si determinò a fare un secondo inchino silenzioso e profondo quanto il primo. Riccardo, che non domandava di meglio, fece altrettanto e più, senza lesinerie, poi continuò il sorriso incominciato. Non vi è ombra di dubbio che, se la cosa fosse stata decentemente possibile, tanto fratel Biagio quanto Riccardo si sarebbero posti in salvo colla fuga; ma poi che bisognava ad ogni costo rimanere uno in faccia all'altro, il miglior partito era di rompere al più presto il fascino e di correre diritto all'argomento. È appunto ciò che pensava fratel Biagio, nè più nè meno di quel che pensava Riccardo. Se non che costui, aspettando legittimamente le parole sacramentali: «a che devo l'onore della vostra visita?» ruminava fra sè e sè un discorsetto che avrebbe dovuto dare al futuro cognato un'idea molto lusinghiera della propria disinvoltura; e il futuro cognato, che su per le scale aveva giurato dieci volte di non scostarsi d'una sillaba dalla formula suddetta, si era lasciato pigliare dallo scrupolo di porre tutto l'imbarazzo dalla parte del povero innamorato. Non ostante la rinunzia al suo privilegio, la posizione del signor van Leven era venti volte meno ingrata di quella di Riccardo, e nel brevissimo intervallo di silenzio si presentò alla sua mente una folla di maniere ingegnosissime per attaccare il filo della conversazione. E se a scegliere di mezzo alla folla non occorresse un lavorìo di mente piuttosto complicato, il sorriso di Riccardo non avrebbe avuto tempo di morire di vecchiaia, prima che l'onesto olandese si afferrasse al cordone del campanello come alla sua tavola di salvezza. Non era vero che fosse notte fitta e che si avesse lasciato Riccardo all'oscuro, come notò fratel Biagio prima di ordinare i lumi al servitore, ma si poteva pur concedere qualche cosa ad un uomo nell'imbarazzo; Riccardo se ne guardò bene, e protestò anzi in forma cortese che ci si vedeva benissimo. Il più era fatto; dopo questo primo passo, entrambi si trovarono rinfrancati e fecero un'ispirazione larga e lenta per ristabilire l'equilibrio tra la circolazione e la respirazione, ciò che la fisiologia, a dispetto del sentimento, ha battezzato «sospiro.» La penombra rendeva meno difficile il primo incontro; di tal guisa Biagio e Riccardo ricambiarono il primo fuoco con certa cortesia piena di dignità, come diplomatici consumati. -- Le domando mille scuse.... -- Si figuri! -- A momenti porteranno i lumi... Si accomodi. -- Si sta benissimo anche così. -- La sua visita.... -- Qui fratel Biagio capì che stava dicendo una corbelleria, e tacque. L'altro si credè interrogato sullo scopo della sua venuta, e incominciò il suo discorsetto con una frase ingarbugliata, da cui nissuno saprà mai come se la sarebbe cavata, se in quel momento il servitore, spalancando la portiera, non fosse rientrato con un candelabro acceso. Ecco in buon'ora un'ottima occasione perchè Riccardo ammutolisse d'un tratto e il signor van Leven cacciasse le mani nelle tasche del panciotto! Rimasero così un brevissimo istante, religiosamente immobili; quando furono un'altra volta soli, si guardarono nel bianco degli occhi e vi lessero un irresistibile bisogno di sorridersi a vicenda, il che fu fatto scrupolosamente. Poi, siccome Riccardo non parlava più, fratel Biagio credè d'incoraggiarlo e di rimetterlo in cammino con una formula ipotetica, che non sbaglia mai. -- Lei mi diceva dunque?... Riccardo non aveva detto niente di così importante che meritasse d'essere continuato, nondimeno egli prese il suo coraggio a due mani e ricominciò in questi termini: -- Lei troverà naturale che prima di tutto le dica con chi parla. -- Il signor van Leven lo sapeva benissimo, ma trovava naturale che s'incominciasse di lì; tale era il significato d'un terzo sorriso malizioso, che comparve sulla sua faccia bonaria. -- Mi chiamo Riccardo Celesti. -- Ho piacere... -- Bisogna credergli, ci aveva proprio piacere, ma non sapeva nemmeno lui perchè; e per questo s'interruppe e fece un inchino. -- Sono figlio a Celestino Celesti, commerciante di seta, di cui lei avrà forse inteso parlare. -- Senza dubbio; credo anzi d'essere in rapporto di affari... -- Mio padre è morto da dieci anni. -- Allora sarà la ditta Celesti... -- In fatti la ditta Celesti continuò i suoi negozi sotto la direzione di mio zio, un altro Celesti... -- Volevo ben dire!... -- Il quale però morì cinque anni dopo, e la casa di commercio si estinse con lui. Rimasi unico erede d'un patrimonio, che mi permette una modesta agiatezza; non saprei dirle quanto.. ma il mio fattore che ha le noie dell'amministrazione lo sa, io ho vissuto dandomi un po' di spasso... -- È la sua stagione; lei ha fatto benissimo; anch'io... -- Voleva dire che aveva fatto altrettanto, ma non era vero, e si corresse. -- Anch'io ho le mie passioni e i miei spassi; passioni tranquille, spassi innocenti.... i miei fiori.... -- Vossignoria ama i fiori? -- Sono olandese e gli idolatro. Vedrà il mio giardino, e la mia serra che ho arricchita or ora di magnifici caladii. Più d'un dilettante di Aja ne avrebbe invidia... Ma io l'ho interrotto mentre lei diceva... che cosa diceva? -- Dicevo.... già.... dicevo che ho vissuto dandomi spasso; sono solo, non dipendo da alcuno e posso disporre di me liberamente. -- Qui la lingua di Riccardo trovò un intoppo insuperabile, e non ci fu verso che potesse andare innanzi. Fratel Biagio faceva alla muta quanto è umanamente possibile per cavare il suo prossimo da un imbarazzo. L'espressione compassionevole del suo volto, le buone intenzioni del suo sorriso, la benignità del suo sguardo non si possono descrivere; quando l'intervento della parola fu proprio indispensabile, arrischiò un'allusione all'età del suo interlocutore. Risposta: -- Venticinque anni sonati... le paiono pochi? -- Il cielo me ne scampi, potrei dire che i miei trent'otto anni incominciano a esser troppi, ma non che i suoi venticinque mi paiono pochi. Il vecchio rosaio del mio giardino si muore di invidia per la vicinanza dei giovani piantoni più robusti e più fecondi di lui. -- Non potrà mai dire così delle quercie; esse c'insegnano l'orgoglio degli anni. -- È un complimento... ma è vero, non ci è che dire... Ma io lo faccio sempre divagare nella botanica, che a lei non preme nè punto nè poco, mentre avrà premura di... -- Si figuri! -- interruppe Riccardo, il quale alla crescente disinvoltura di fratel Biagio non poteva contrapporre altro che un imbarazzo crescente, e non si sentiva gran premura di... di che cosa? Terribile pensiero! -- si figuri! amo anch'io i fiori; sono un botanico scellerato, ma non è colpa delle intenzioni che ho sempre avute eccellenti. -- Davvero! -- esclamò il signor van Leven con la più piacevole meraviglia, che abbia mai rischiarato il volto d'un mortale; -- davvero! lei ama i fiori... In tal caso siamo colleghi; lei e io, cioè voi e io andremo d'accordo perfettamente. Vi siete mai occupato d'innesti e di talee? -- Di innesti veramente no... e di talee neppure, non ci ho la mano felice... -- Ve la farete. Schiettamente quando si diventa mariti, se per poco si ha la disgrazia di non poter diventare padri, non v'ha che una cosa che supplisca in qualche modo a quel difetto, ed è un innesto ben riuscito. -- E qui accorgendosi che le sue parole si prestavano a farci una risatina maliziosa, la fece per iscarico di coscienza. Anche Riccardo rise, esclamando: -- Non l'avrei mai creduto. -- È così come ve la dico, -- soggiunse Biagio rifacendosi più grave di prima per ragioni di equilibrio morale. -- Il sentimento della paternità dei fiori è un vero sentimento di paternità... e può far bella la vita. La parte scientifica è incapace di dare le consolazioni che dà la pratica; ciò non toglie che i sistemi tormentosi di Linneo e di Jussieu a suo tempo abbiano fatto un gran bene... alla scienza s'intende, non ai fiori... Li conoscete voi i sistemi di Linneo e di Jussieu? -- Ne ho sentito parlare. -- Siete un uomo prezioso per me, e vi terrò caro. Fratel Biagio non esagerava la sua soddisfazione e diceva il vero candidamente; egli credeva in buona fede di aver trovato in Riccardo, non già un intenditore di botanica (questo è caso frequente), ma un ignorante appassionato, vale a dire la maggior fortuna che possa toccare a un erudito in genere, e in ispecie a uno che della passione dei fiori si è fatto il sentimento della paternità. -- Avrete naturalmente i primi principî? -- Naturalmente... ho i primi. -- Ma se dico io che siete un uomo prezioso! -- Riccardo s'inchinò con un sorriso che pareva dire: «vostra bontà;» fratel Biagio gli rispose con un altro inchino e con un altro sorriso, a significare: «troppa modestia.» -- Noi Olandesi, -- proseguì quest'ultimo con una vena che sarebbe stato difficile arrestare, -- noi Olandesi ereditiamo, insieme coi registri del nostro commercio, una collezione di rarità botaniche più o meno copiosa e la manìa di accrescerla. È il nostro lusso; i poveri si accontentano della reseda e del geranio e ne adornano il davanzale delle loro finestre, e i ricchi alloggiano in apposite stufe le -muse- e i -caladii-... Se vedeste l'aspetto che offre nei giorni di mercato Aja coi suoi cento canali corsi da mille barche cariche di fiori... Peccato che le mie faccende mi rubino gran parte del tempo che vorrei consacrare a Flora! -- Peccato! -- ripetè Riccardo come un'eco. -- Del resto ho anch'io le mie piccole cognizioni e le mie piccole raccolte. A suo tempo vi farò vedere centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte una dall'altra. -- Centoventidue varietà di tulipani! -- Doppi. Centoventidue varietà di tulipani doppi ben distinte l'una dall'altra, -- ripetè il signor van Leven; accentando le parole con lieve espressione d'orgoglio; -- i semplici che si coltivano passano i seicento. -- Passano i seicento? -- Passano. -- E siccome fratel Biagio tacque all'improvviso, Riccardo, indovinando il significato di quel silenzio, sentì riardere la febbre dell'imbarazzo. -- Dicevate?... interrogò il suo ospite uscendo dalla distrazione, e cambiando tono di voce. -- Dicevo... non dicevo nulla... -- Ma fratel Biagio si era rammentato dello scopo di quel colloquio, e facendo forza a sè medesimo, volle tentare di volgere opportunamente il discorso. -- Voi conoscete la mia passione, passione solitaria che non ho diviso con alcuno e che dividerei volontieri con un amico... -- Riccardo sorrise stupidamente. -- Mia moglie ama molto i fiori, ma solo per farne dei mazzolini; la mia sorellina mi aiuta a ordinare i vasi, a inaffiare... ha anch'essa la sua ajuola... e vi coltiva le verbene e l'elitropio. -- Riccardo era piombato in un silenzio profondo. Fratel Biagio tacque anch'esso. -- Mi par d'udire un susurro, -- disse il signor Celesti, tendendo l'orecchio. -- Un susurro... -- Di fronde... da questa parte... il vostro giardino forse?... -- Ah! sicuro, il mio giardino, i miei tigli... -- Dei tigli... -- Colossali; li ho fatti venire a posta dai mio paese. L'Olanda è ricca di tigli; lungo i suoi canali non si vedono che tigli; sono di qualità migliore dei tigli d'Italia. Hanno le foglie più nere. -- È curioso. -- Già... più nere e più sottili... -- . . . . . . . Fratel Biagio aveva accompagnato Riccardo fin sulla soglia, e gli aveva stretto con effusione di tenerezza la mano, invitandolo a ritornare. Rifacendo i suoi passi, pensava con compiacenza alla simpatia irresistibile che lo attirava verso quell'uomo così amante della botanica. Bice gli venne incontro saltellante, e gli si buttò nelle braccia. -- Ebbene? Ebbene? -- Ebbene che cosa, fanciulla mia? -- Riccardo... il signor Riccardo... ti ha parlato, ti ha detto?.. -- Sicuramente... mi ha parlato, mi ha detto... -- Ti ha detto che mi vuol bene? -- Eh!... -- Che vuol sposarmi?... -- In fatti... -- Quale piacere! -- E la vispa fanciulla batteva le mani per la contentezza. Fratel Biagio se n'andò a passi lenti nelle sue camere, tenendosi il mento con una mano e frugando dell'altra nei capelli, in aria d'un uomo non punto soddisfatto dei fatti suoi. Un quarto d'ora dopo, per confortarsi, egli pensava alla prossima visita dell'ottimo signor Riccardo Celesti, e si proponeva di pigliarlo in disparte, e di dirgli alla buona, da vecchi amici: «badate che l'altra volta vi siete dimenticato d'una bagattella; il torto è metà mio metà vostro: mettiamoci in regola: domandatemi la mano di Bice e io ve la concedo.» Egli si proponeva di dirgli così, nè più nè meno. XII. Un'apparizione. La seconda visita di Riccardo non fu meno imbarazzante. Il signor van Leven non era in casa, Bice e la cognatina vi erano. Trovarsi per la prima volta vicino alla propria innamorata al cospetto d'uno sconosciuto è cosa maledettamente spiacevole. Peggio se lo sconosciuto è una donna; peggio se questa donna è giovine e bella. Nondimeno Riccardo si fe' cuore, ed entrò a passo fermo nella sala, dove lo aspettavano Bice e la signora van Leven. Le due donne erano sedute a fianco l'una dell'altra in atto confidenziale e amichevole. Una lampada, che brillava sopra una tavola coprendo con la sua luce quelle teste giovanili, pareva involgerle in un'atmosfera infocata e dava al candore di quei volti la trasparenza dell'alabastro. Il quadro che si offriva agli occhi di Riccardo era incantevole. Bice, lievemente incurvata verso la sua compagna, pareva raccogliersi e confortarsi in essa per nascondere il rossore; la signora van Leven, con la faccia rivolta verso l'uscio, con il corpo teso, con lo sguardo lucente, con le labbra infiorate dal sorriso, era l'immagine viva della curiosità. Perchè la signora van Leven fece atto di muovergli incontro e si arrestò come pentita? Certo se fosse toccato a Bice di ricevere il nuovo arrivato, ella non si sarebbe sollevata a mezzo per rimanersene appoggiata al divano. Intanto Riccardo non si moveva. I suoi sguardi immobili parevano dominati da un fascino. A vero dire quello spettacolo vinceva ogni aspettazione. Lo due creature, giovani e belle entrambe, formavano un contrasto bizzarro che non era possibile guardare con occhi indifferenti. La bellezza della signora van Leven, più aperta, più seducente, più molle di quella di Bice, riceveva dal confronto una luce singolare. Gli occhi estremamente vivaci, i capelli neri, ondeggianti, copiosi, il volto disegnato con linee pure, la pelle morbida e vellutata, le labbra leggermente rigonfie, del colore della rosa, e le forme eleganti, tutto ciò dava alla signora van Leven la seduzione che incatena. La donna con le sue battaglie, con le sue ardenze palpitava in quel corpo leggiadro. La bellezza di Bice, più nascosta e più modesta, aveva il profumo timido della vergine. I fiori appena sbocciati del gelsomino, per chi ne capisce il linguaggio, favellano così blandamente al cuore come l'ingenuo e sorridente abbandono di quella creatura diciottenne. Tutto ciò che l'uomo può domandare alla donna era raccolto in quell'antitesi -- la passione e l'amore, la fantasia e il sentimento, i voluttuosi abbandoni e i mesti raccoglimenti. La signora van Leven parve titubare un istante; le sue guancie rosate si tinsero d'un incarnato più vivo, e gli occhi vagarono intorno alla stanza; indi con un moto impercettibile delle spalle e con un fino sorriso di malizia si fece incontro a Riccardo e gli porse la mano. Riccardo afferrò timidamente l'estremità di quelle dita morbide e affusolate, e sì fece innanzi. «La signora e la signorina van Leven stavano benissimo.» «Il signor Riccardo Celesti a meraviglia.» La signora van Leven aveva dello spirito, e ne faceva mostra. La signorina Bice navigava in un mare di contentezza, e non lo sapeva nascondere. Il signor Riccardo era distratto. Da oltre un'ora egli s'ingegnava di avvivare la conversazione e di rispondere con passione all'elettrica favella degli sguardi di Bice, senza altro frutto che di mostrare a ogni tratto il suo rossore. Certo un pensiero importuno rimpiccioliva le facoltà del suo spirito. Sempre che i suoi sguardi si incontravano in quelli della signora van Leven, s'impegnava una lotta, una debole lotta d'un istante, che finiva con la ritirata di entrambi. La bella donna pareva impacciata dell'insistenza, e Riccardo sopraffatto dal peso d'un convincimento. Bice, la leggiadra fanciulla diciottenne, interrompeva ogni tanto con parole innocenti le vicende di quella battaglia. A un tratto si udì il suono ripetuto d'un campanello. -- Fratel Biagio! fratel Biagio! -- disse Bice con impeto: riconosco il suo modo di sonare. -- Ed essendo che la conversazione da qualche tempo languiva, la buona creatura vide nella venuta del fratello un potente ausiliario, e gli mosse incontro festosa. La cognatina e l'innamorato rimasero soli nella sala; essa con il capo inclinato, egli con l'occhio intento, con le labbra semiaperte. La cognatina sollevò la fronte e gettò uno sguardo sereno sopra l'innamorato, il quale non diè addietro e insistè... Quello sguardo durò un istante è parve eterno. Riccardo, pallido in volto, con le labbra ridotte a forza al sorriso, si levò in piedi. La signora van Leven, bella e seducente, pareva irridere con la sua tranquillità... -- Camilla! -- La cognatina non fe' motto. -- Camilla! -- ripetè Riccardo, e si lasciò cadere sulla seggiola. Uno scoppio di risa balzò dalle labbra coralline della bella donna -- uno scoppio di risa schietto e argentino, che ricercò sotto l'epidermide tutti i nervi e tutte le fibre commosse di Riccardo. Bice e fratel Biagio entrarono nella sala. XIII. Bice a Riccardo. «Sono sei giorni che non ti si vede. Sei giorni! Le pare, signorino, che le -convenienze- mettano un intervallo di sei giorni fra una visita e l'altra? proprio sei giorni? Non uno di meno? Che dico? So io quanto avresti aspettato ancora a venire, so io quanto aspetterai non ostante i miei rimbrotti? «Sono in collera teco; ti costerà fatica rabbonirmi. «Intanto seppi che doman l'altro andremo tutti a Laveno, sul Lago Maggiore; vi passeremo due giorni. Ti s'inviterà; sarai tu pure della comitiva... se vorrai essere.» XIV. Riccardo a Bice. «Perdonami mia buona amica, perdonami. Se tu sapessi! Ma ti dirò tutto, voglio dirti tutto: voglio versare le mie angoscie nel tuo seno. Io sono un essere malato, non lo nego, ma mi guarirai tu con il tuo amore -- tu buona, tu ingenua, tu bella! «Ho un rimorso che mi opprime più di tutte le mie paure; è il rimorso di turbare il sereno infinito della tua innocenza, d'avvelenare la santa e inconscia fiducia del tuo cuore. «Verrò a te come a un altare; tu mi ridonerai la mia fede; mi dirai che mi ami, che saprai amarmi sempre, mi dirai se lo senti tu pure questo prepotente bisogno di dirmi: «t'amo» come io lo sento. «T'amo, t'amo, t'amo.» XV. Amore in viaggio. La comitiva viaggiava in una carrozza di prima classe della strada ferrata da Milano a Varese. Camilla e Bice erano state le prime a salire e s'eran sedute l'una in faccia all'altra, alle estremità dei divani, desiderose entrambe di poter cacciare il capo fuori degli sportelli. La zia Angelica, che si era arrampicata a gran stento subito dopo e aveva lo stesso desiderio, era andata a incantonarsi nell'angolo opposto. Riccardo che le aveva tenuto dietro si trovò fra due partiti: sedersi al fianco di Camilla o al fianco di Bice; e naturalmente si attenne a quest'ultimo. Il signor van Leven e il signor Pool s'erano acconciati il primo al lato di Riccardo, l'altro accanto a Camilla, e siccome nessun viaggiatore era venuto a introdursi nella stessa carrozza, chiusi appena gli sportelli, la nostra comitiva aveva levato al cielo un picciol grido di gioia come se fosse stata liberata miracolosamente dalla compagnia d'un nemico. Indizio curioso d'egoismo di cui ciascuno di noi è stato testimone, è quella specie di carico che ogni uomo il quale si trova in una carrozza pubblica fa a ogni altro uomo che giunga dopo di lui a turbare la sua solitudine. Ve ne ha di quelli che vanno più in là, e si adirano in cuore non solo verso chi li segue, ma verso quanti li hanno preceduti. Un estraneo che viaggia con noi è uno che si annoia per via, al par di noi, che ci guarda dalle scarpe al cappello, che esamina ogni nostro gesto, si ferma sopra ogni difetto dei nostro volto, per l'appunto come noi facciamo con lui. Non è rappresaglia, è bisogno; ma dall'una parte e dall'altra piglia i caratteri odiosi della rappresaglia. Chi ha viaggiato può far fede che non vi ha nemico più acre di un compagno di viaggio con cui non si voglia (ed è raro che si voglia) avviare un dialoghetto sulla necessità della pioggia per le campagne, sulla crisi probabile del Ministero, o sulla possibilità di una prossima guerra. Questa specie di ruggine, che la vicinanza pone fra due esseri che non s'erano mai visti prima, diventa acrimonia, e si manifesta negli sguardi o nelle esclamazioni eloquenti, quando invece che con una persona si ha a fare con una brigata. Costoro facevano conto di trovarsi in casa propria; avrebbero chiacchierato con abbandono durante tutto il viaggio; pensate voi se potevano vedere di buon occhio un estraneo venuto a posta per condannarli al silenzio, all'immobilità, a quel contegno grave e composto con cui ogni galantuomo che si rispetta si crede in obbligo di stare in faccia al suo prossimo... Però, miei buoni amici, se mai vi avvenga di porre il piede sul predellino d'una carrozza e di vedere una mezza dozzina di sguardi immobilmente fissi su di voi, e altrettanti sorrisi beffardi che paiano dirvi: «osereste entrare?» dite a voi stessi che turbereste le dolcezze d'una comitiva, e cercate altrove un'ospitalità meno amara. La nostra comitiva viaggiava adunque da una mezz'ora verso Varese. La zia Angelica, che s'era posta vicino allo sportello per godere lo spettacolo dei pali del telegrafo che paiono inseguirsi, dopo aver fiutato tabacco due o tre volte, aveva finito con l'addormentarsi. Van Leven e Pool s'erano cacciati in un labirinto di quistioni commerciali, e minacciavano di non cavarsene molto presto. Camilla, Bice e Riccardo parevano assorti in gran pensieri. Ogni tanto Bice guardava Camilla, e poi Riccardo, e poi la campagna, e poi ancora Camilla e Riccardo, e facendosi rossa in viso interrompeva il silenzio con qualche esclamazione: -- Bella giornata! -- Riccardo componeva il volto a serietà, e rispondeva gravemente: -- Bellissima. -- Camilla guardava e sorrideva senza dir parola. Uno strano nugolo d'idee imperversava intanto nella testa dell'innamorato. Il senso di voluttà innocente che dà il contatto della donna amata traeva il suo spirito fuori della meschina cerchia delle idee della vita, ma un invincibile sentimento di paura e di dubbio, segreto tarlo che gli rodeva il cuore, tarpava miseramente i larghi voli della sua fantasia. Però che Camilla, lo spettro del suo primo amore, era lì, dinanzi a lui, bella, sorridente, spensierata, felice. Quel volto fresco a cui la rosa aveva prestato i suoi colori, quella capigliatura che cadeva rovesciata sulle spalle, quegli occhi grandi, aperti, sereni, profondi abissi in cui egli aveva avventato col desiderio la sua anima, quella bocca soave, quel corpo di silfide, quelle manine affilate e candide come mani di fata, tutto quell'essere misteriosamente leggiadro che egli aveva visto errare per tante notti nella sua cameretta e chinarsi sul suo guanciale a bisbigliargli una promessa, e che il tempo inesorabile doveva più tardi cancellare dal suo cuore -- tutto riviveva in un istante con le seducenti lusinghe della gioventù e della bellezza e con gli amari rimpianti dell'amore. «Dov'è il mio passato?» Per qual misterioso intendimento fui tratto ad amare questa donna, ad esserne amato? E con quale disegno, oggi che quel palpito non è più, e altri ha diritto al nostro affetto, ci troviamo balzati dalla sorte sullo stesso sentiero? Amara ironia della fortuna!» Riccardo andava più in là e gettava sbigottito lo sguardo all'avvenire; pensava paurosamente alla -legge inesorabile che regola i moti del cuore-, pensava a quella creatura ingenua, che egli aveva tratto a rispondere al suo affetto; interrogava sè stesso, analizzava la propria natura.... Avrebbe egli soggiaciuto? Era egli certo di non mentire? Era ancora l'amore, il vero amore che infiammava le sue vene? E Bice? Quell'anima ingenua poteva illudersi, credere all'eternità d'un affetto di cui ignorava la saldezza.... Intanto la zia Angelica russava, i due soci si affannavano a raccogliere le fila del loro garbuglio, e Camilla agitava il ventaglio. -- Fa caldo, -- disse Bice. -- Estremamente, -- rispose Riccardo. Camilla chiuse il ventaglio e l'appoggiò sulle labbra. Nè qui era tutto; ciò che più d'ogni altro pensiero, torturava in quel punto, l'anima del povero Riccardo era una vergogna invincibile, che lo rimpiccioliva dinanzi a Camilla. Infatti per un innamorato, il quale si trovi per la prima volta al fianco della propria innamorata non so se vi possa essere cosa più imbarazzante che aver di rimpetto una donna dalla quale altra volta egli abbia tentato con fortuna la via del cuore. Questo io dico, e i lettori avveduti me lo crederanno, che il sorriso di Camilla pesava come un incubo sullo spirito smarrito del nostro eroe. Si aggiunga che il signor Pool aveva il mal vezzo di piantare ogni tanto gli occhi sulle persone che gli stavano in faccia -- due occhi da padre da commedia, niente affatto beffardi, ma paternamente dolci quando guardavano Bice, e paternamente severi se fissavano Riccardo. L'effetto di tutto ciò sull'infelice innamorato era, che mentre egli sentiva contro il fianco il lieve contatto delle forme divine della fanciulla amata, mentre il suo piede, errando inconsciamente sotto il mistero delle vesti ondeggianti, s'incontrava con un altro piede, nondimeno (ecco la tortura) non osava volgersi e ricercare con lo sguardo uno sguardo. Colei.... quella donna indifferente, insensibile, col dileggio dipinto sulle labbra, e colui, quel padre nobile di trent'anni, frenavano gli slanci impetuosi di due anime che si volavano incontro interrogando l'amore. Bice tentava a volte, con certa astuzia che anche le più ingenue apprendono sempre dal cuore, d'incontrare lo sguardo di Riccardo, ma lo sciagurato se ne avvedeva, lottava un istante dentro di sè, guardava Camilla alla sfuggita, e sprofondava gli occhi negli inesplorabili abissi della sua stupida vergogna. Questa indeterminazione durò qualche tempo. Riccardo almanaccava da solo a solo con la coscienza il miglior modo di vincere il fascino, quando all'improvviso sentì una mano urtare contro la sua, la mano di Bice. Si scosse con un brivido di piacere.... l'armeggio della fanciulla era stato fortunato, nissuno se n'era avveduto. Ed avrebbe egli risposto coll'indifferenza a quel favore insperato? Un istante d'indugio poteva mettere in fuga la mano adorabile; non indugiò egli, e la prese. In quel punto, non so se per caso o per disegno, ma certo a grande sciagura degli innamorati, il ventaglio di Camilla cadde a terra; toccava a Riccardo sollevarlo.... Vi fu un po' di scompiglio per districare la stretta delle due mani innamorate; nondimeno Riccardo arrivò a prevenire la bella Camilla. Sollevando gli occhi verso di lei per consegnarle il ventaglio, sentì il volto accendersi per rossore. Camilla ringraziò e sorrise. Bice aveva messo il capo fuori dello sportello... Intanto la ditta van Leven e Pool era riuscita a mettersi d'accordo nell'argomento e vi navigava a vele sciolte come sopra un mare clemente; e, più beata di tutti, la zia Angelica russava nel suo cantuccio. Da Varese a Laveno corre un tratto di circa due ore, nè va rozza che sappia impiegarne di più. La strada scende giù per un pendìo serpeggiante, limitata a destra dalle colline, a sinistra dalle valli soggette. Un immenso orizzonte s'apre innanzi agli occhi, lo sguardo si sprofonda fra i burroni, segue i capricciosi giri dei sentieruzzi segnati dalle umane pedate, e giunge e si riposa sul placido piano del lago. Due carrozze venivano rapidamente giù per quella via, inseguendosi a breve distanza come due rondini innamorate. In quelle due carrozze era la nostra brigata: Camilla, Bice e Riccardo nella prima, la zia Angelica, il signor Pool e fratel Biagio nell'altra. Pareva che una cattiva stella si fosse ostinata a cacciare Riccardo in quel ginepraio. Le due donne, entrambe giovani e belle, erano dinanzi a lui, ravvicinate dalla gretta misura della carrozza, -- Camilla cogli sguardi provocanti ed ironici, Bice coi languidi ed innocenti sorrisi. Ricominciavano adunque le torture; nè v'era altra via ad uscirne, fuorchè sfidare apertamente la fortuna beffarda. Come Riccardo ebbe così conchiuso, si rasserenò in cuore, e per prima prova d'audacia piantò gli occhi in volto a Camilla. La vezzosa tenne duro un poco, ma fu presto costretta a volgere altrove lo sguardo. Riccardo respirò più libero; poichè il primo scontro gli era stato favorevole, le sorti della lotta non potevano essere incerte. Occorre dirlo? il nostro eroe ebbe la vittoria. Ma se le battaglie della donna non sono mosse altro che da vanità, soggiungiamo che da quelle occhiate di sfida Riccardo apprese, e ripetè segretamente a sè stesso, due cose: la prima che il tempo, mutando le sembianze di Camilla, non aveva fatto se non aggiungerle vezzi, cioè a dire che la Camilla d'oggi valeva meglio della Camilla d'una volta; la seconda, ed è naturale conseguenza della prima, che Camilla era bella, assolutamente, incontrastabilmente bella. Ora se le battaglie della donna sono mosse da vanità, anche Camilla (non vi pare?) ebbe la sua porzione di vittoria. Sulla riva del lago, presso a Laveno, v'ha una rete di sentieri, che si arrampicano fra i burroni d'un colle. Questi sentieri, interrotti ad ogni tratto da cento asperità del suolo, si ripiegano qua e là bruscamente a guisa d'assalitori paurosi che non osino mostrare la fronte all'inimico. Nella falda destra del colle, tagliata a picco, si forma una specie di avvallamento che si risolleva poco lungi in una breve altura; su quell'altura è una casa dalle persiane verdi, e quella casa appartiene a Biagio van Leven. La comitiva è discesa di carrozza e s'è arrestata a' piedi del colle, contemplando le brune striscie del sentiero che deve guidarla. Bice, vedendo la banderuola del comignolo della casa, batte le mani pel tripudio. Riccardo volge l'occhio qua e là, pensando probabilmente a ben altro, mentre fratel Biagio addita il sentiero a Camilla, e dice: -- Suvvia! una mezz'oretta di strada, e ci saremo. Poniamoci in cammino a due a due; ogni cavaliero abbia la sua dama. E siccome Bice a queste parole muove un passo strategico verso Riccardo, fratel Biagio le lancia uno sguardo, che vuol essere severo. -- Caro Pool, accompagnatevi con mia sorella; appoggiatevi a me, zia Angelica, voi, signor Celesti, date il braccio a mia moglie... XVI. Amore a tavola. In una terrazza che sovrasta il tetto della casa, sotto un pergolato di glicinie, è raccolta alla mensa la nostra comitiva. È l'ora del tramonto; il sole getta i suoi raggi infocati traverso il fitto delle foglie; l'inno clamoroso del giorno si volge a poco a poco nella preghiera sommessa della notte. Si offre allo sguardo uno spettacolo pieno di incanti; un cielo purissimo, tinto a ponente di luce porporina, una campagna silenziosa e grave, una schiera maestosa di brune montagne, e la pallida e serena superficie delle onde del lago. Tutto invita alla calma e alla malinconia; non di meno i commensali hanno la letizia sul volto. La sola Bice pare un po' imbronciata; essa non sa perdonare a fratel Biagio d'averle assegnato il posto accanto al signor Pool, e d'aver cacciato il suo promesso tra Camilla e la zia Angelica. Se non che gli sguardi franchi e sereni con cui Riccardo l'assedia ogni tanto la tengono così occupata da compensarla quasi della sua disavventura e farle dimenticare ogni rancore. D'altra parte quel povero Pool è così prudente, così silenzioso, e le dà così poca noia, che se non fosse per i servigi di buon vicinato che egli presta con una premura piena di dignità, e per certi sguardi tra dolci e austeri con cui continua a guardarla di nascosto, essa non avrebbe altra ragione di accorgersi dell'usurpatore fuorchè l'usurpazione del territorio. Camilla poi è l'anima della comitiva; ha la barzelletta sulle labbra, ed è d'un buon umore contagioso; lo squillo della sua voce argentina è un vero scampanío di festa. Bice pensa che se fosse vicina a Riccardo non saprebbe fare altrettanto, ma farebbe assai meglio, e intanto con l'occhio appassionato cerca l'occhio appassionato di lui, e l'incontra.. Beata la gioventù e l'amore! Dal canto suo Riccardo si è trasformato nei modi, e lungi dall'essere in impaccio al fianco di Camilla, si mostra disinvolto, indifferente e allo stesso tempo cortese, come non seppe essere in tutto il giorno. Una tranquilla intimità sembra unirlo a quella donna; egli la guarda, le parla, sorride delle sue parole, la fa sorridere, e tutto ciò senza sforzo, senza affettazione, senza pure quel lieve turbamento che dà in ogni tempo la bellezza. Che cosa era avvenuto? Nulla in apparenza. Le larve redivive d'un passato remoto avevano saputo spezzare il fantastico nodo che sembrava tener legato ancora ciò che da gran tempo era irrimediabilmente disciolto. Caduta la maschera, potevano guardarsi in faccia senza arrossire; cessata la paura, potevano riderne candidamente -- ridevano. Quindi innanzi Camilla non doveva essere per Riccardo altro che una donna di spirito, donna amabilissima, donna leggiadrissima, ma nulla più che una donna. Bice invece era l'angelo. Questo sentimento soave gli balzava dal cuore irresistibilmente, brillava nei suoi sguardi e volava incontro alla sua fanciulla, la quale sa ne avvedeva. Anch'essa dunque, la buona creatura, è felice; non di meno vuol vendicarsi di fratel Biagio e gli tiene il broncio. XVII. Il socio di van Leven. -- Che ve ne pare, signor Pool? -- domanda Camilla. Si era visto da lungi il fumo del battello a vapore, e si era venuti a parlare di viaggi di mare, e poi di burrasche; ora si vuol sapere dal signor Pool, che ha molto viaggiato, la propria opinione sulla preferenza da darsi in caso di burrasca ai vapori a ruote anzi che a quelli a elice. Il degno socio di fratel Biagio rialza il capo, e con la spartana concisione che non gli viene mai meno, non dice che una parola: -- A elice. -- A elice? -- ribattè Camilla; -- si dondola maledettamente. -- Si va più presto. -- E che importa? La burrasca non si abbrevia lo stesso. -- Si arriva più presto. Il signor Pool ha senso pratico. Impossibile dire se egli lo sappia e se ne tenga, perchè ha il merito raro di parlare pochissimo, e l'altro ancora più raro di non pretendere di occupare il prossimo dei fatti suoi -- ma che egli abbia senso pratico lo sanno tutti e nessuno lo contrasta. -- È naturale adunque che sia l'anima dei negozî della Ditta che porta il nome del nostro van Leven, il quale, sebbene faccia professione di commerciante, e incominci a metter pancia, si compiace di certe romantiche aspirazioni peccaminose e piglia troppo sul serio i fiori. Pool al contrario è un commerciante austero; il suo aspetto grave lo fa parere una cifra vivente, e il suo silenzio gli dà un'aria sbalorditoia di registro chiuso. Il signor Pool è certamente una virtù spartana, scampata non si sa come al naufragio di tante virtù e andata a riparare in Olanda, nello studio della buon'anima di Guglielmo van Leven, ma ciò non toglie che egli abbia le sue debolezze. Una più delle altre merita d'essere svelata, perchè sia sempre più provato che la natura non fa nulla di perfetto, nemmeno le virtù spartane -- ed è che ogni sera, dopo il suo parco desinare da scapolo, egli suole fare una lunga passeggiata, in cui non manca mai di incontrare, per caso, una dozzina di sciancati, di gobbi e di rachitici (tutta gente che ha pochi cenci indosso e molto appetito), ai quali egli dispensa gli spiccioli che si trova sempre avere, per caso, nel taschino del panciotto. Il geroglifico socio di fratel Biagio sa benissimo che gli economisti hanno provato fino all'evidenza come qualmente chi fa l'elemosina è, senza avvedersene un cattivo soggetto, ed è forse perchè non ama sfidare apertamente il biasimo erudito d'una classe di galantuomini così rispettabile, che suole circondare di mistero la sua debolezza. Non è però proprio certo che sia questa la vera ragione, perchè, ripetiamolo, il signor Pool è parsimonioso di parole, e a differenza di tanta brava gente, la cui abilità consiste nel far parere al di fuori solo ciò che non è al di dentro, egli serba tutto dentro e non fa parer nulla al di fuori. L'indovinello è con ciò reso più difficile, ma è anche più onesto. Il signor Pool è giovane; ha soli trent'anni, ma ne dimostra trentacinque. Sebbene le labbra sporgenti gli diano l'aria d'uomo che faccia il broncio all'umanità, è tuttavia un bel giovane, di lineamenti nobili e regolarissimi. È per lo più pensoso, e sembra mesto. Un abito pensieroso assomiglia a mestizia, perchè tutti i mesti pensano. Il signor van Leven e il signor Pool fanno due persone in una sola; le individualità sono sparite, e rimane la Ditta van Leven e Compagni. Ciò che vale in commercio, vale pure, e a maggior ragione, nella vita intima. Biagio vuole Emanuele, ed Emanuele Biagio. Cianciano di interessi, o tacciono; più spesso tacciono; si guardano alla sfuggita, si intendono; il commercio delle loro anime è esatto come i loro registri. La natura nel crearli aveva stretto un patto con la sorte -- e la sorte gli aveva appaiati. Più severo, più intrepido nelle disavventure, Pool ha la fermezza e la costanza di van Leven; non ne ha la dolce e serena fiducia che fa costui più lieto. Intanto il piroscafo, che si era visto da lungi, si è accostato rapidamente e tocca la baia sottoposta di Laveno. La zia Angelica, Bice e fratel Biagio si levano sulla punta dei piedi; Pool si accontenta di voltare il capo; Camilla e Riccardo, non si sa perchè, rimangono. Accorgendosi di questa armonia che il caso pone ancora tra di loro, vogliono rimediare, e balzano in piedi al tempo medesimo. La coincidenza non tanto li meraviglia quanto pare che dovrebbe. Aggiungiamo che da qualche momento gli sprazzi di spirito di Camilla tacevano, e che Riccardo s'era fatto pensoso. Si può credere che ciascuno dei due in questo punto pensi la stessa cosa, perchè si volgono pure a un tempo per guardarsi alla sfuggita. Arrossiscono, e poi sorridono: e siccome il signor Pool, voltandosi prima degli altri, coglie quel sorriso, arrossiscono entrambi un'altra volta. Di che, buon Dio? Incomprensibili debolezze del cuore umano! XVIII. Veglie e sogni dell'innamorato. Alla notte Riccardo è più innamorato che mai. Queste repentine recrudescenze sono frequenti in amore, e di solito le provoca una causa che è fuori di noi. La donna amata ha lieve parte, o non ne ha nessuna, nel fenomeno; essa non fa che fruire degli effetti. Una paura, un impeto malinconioso, un dolore, una disgrazia hanno spesso l'arcano potere. Si domanda all'amore ciò che ne è altrimenti involato o conteso; si ripara nell'amore, si ama l'amore. La donna amata è solo un pretesto per giungere all'amore. E non le seduzioni della bellezza provocano cotali ribollimenti; potentissime armi contro il senso, esse non toccano punto il sentimento; inaspriscono il desiderio, ma non avvivano le fiamme dell'amore. Alla notte adunque Riccardo è più innamorato del solito. Guarda alle stelle, che si schierano fitte sulla vôlta del cielo; guarda alle lontane finestre illuminate che vede oscurarsi a una a una; alle tranquille e severe onde del lago, che riflettono in lunghi guizzi le luci della notte. E porge orecchio ai rumori indistinti, al bisbiglio degli insetti, al susurro delle frondi, al gorgoglio delle onde che si rompono sulla riva.... Come la natura è grande e serena! Come è grande e sereno il suo cuore! Dal suo balcone egli vede pure le finestre dell'ala opposta della casa; il lume vi brilla ancora; si vedono ombre nere disegnarsi un istante sui vetri; profili che si scompongono, si allungano smisuratamente, scompaiono. Quanta folla d'idee nella mente di Riccardo! Là dietro è forse il suo amore!... All'improvviso una finestra si apre, e una testa di donna si affaccia. Riccardo non può scorgere i lineamenti del viso, ma il suo cuore è indovino. Bice vede il suo diletto e lo riconosce, e gli manda per l'aria un saluto. Riccardo sta per affidare allo stesso messaggiero fedele un identico fardello prezioso, ma vede un altro volto di donna appoggiato ai vetri d'un'altra finestra, si turba, si smarrisce.... la finestra si apre... il cuore gli batte con una strana violenza... Camilla forse?... Egli la guarda intento, mutolo, intanto un'ombra passa lenta lenta nel giardino, e una voce che ha l'accento inalterabile e la cadenza solita di quella del signor Pool, augura la buona notte alle due donne. , 1 , ; ' , 2 , ' 3 , 4 ' , 5 ' ' , 6 . 7 8 ' ' 9 ; . 10 11 ' , 12 ' 13 . 14 15 , ' , 16 . 17 18 ! , 19 , 20 21 , , , 22 . 23 24 , . 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