Frutti proibiti
Salvatore Farina
SALVATORE FARINA
FRUTTI PROIBITI
(Fiamma vagabonda)
QUINTA EDIZIONE
MILANO
LIBRERIA EDITRICE CONTEMPORANEA
Corso Porta Nuova, N. 36
Proprietà letteraria
MILANO 1892 -- TIP. PAGNONI
A CHI LEGGE
(Dalla quarta edizione.)
-Ripresentando al pubblico una vecchia conoscenza dopo tanti anni, v'è
pericolo che nessuno più la riconosca e si ricordi di averle fatto buon
viso. In questo caso il pericolo è cresciuto, perchè il lavoro di oggi
differisce in molti punti dal primo, segnatamente nello stile. Ho pure
aggiunto e mozzato alcune pagine -- se facendo bene o male lo dicano
gli amici -- ad ogni modo io ho sempre temuto che lo stile di questo
racconto fosse ammalato d'asma, ed ora mi pare di averlo guarito. Il
risultato della cura non sarà, temo, una salute florida, ma il metodo
da me seguito può tentare i curiosi a rileggere il libro, e, se non
m'illudo, giovare ad alcuni letterati giovanissimi, i quali anche se
gridano forte per far pompa di buoni polmoni, mi paiono intaccati dallo
stesso male. Ora gli anni non sono rimedio infallibile, e perciò un
esempio non può far danno.-
-Perchè il pubblico fosse avvertito, prima di comprare il libro, che
non lo si vende come una novità, e perchè d'altra parte della nuova
fatica apparisse una traccia indiscutibile almeno sul frontispizio, mi
è parso di dovere accoppiare al vecchio titolo del romanzo un battesimo
nuovo.-
L'AUTORE.
FRUTTI PROIBITI
I.
Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato
Si chiama Riccardo, come parecchi eroi da poema epico e da romanzo
sentimentale, e molte signore maritate autorevolissime dicono che
il suo aspetto conviene mirabilmente al suo nome stante che, salvo
il nodo della cravatta e qualche altro accessorio indispensabile
all'abbigliamento delle moderne divinità, egli rammenta in tutto
l'Apollo del Belvedere.
La sua statura è alta senza essere lunga, il suo corpo snello e dritto
senza essere smilzo, il viso pallido, ma non scolorito; aggiungete
due grandi occhi neri tagliati a mandorla, una selva di capelli neri
tagliati alla Nazzarena, i calzoni e il panciotto tagliati all'ultima
moda, e avrete il -fascino-, il suo fascino, quello che lo rende
irresistibile.
Pur qualche cosa non corrisponde al classicismo del rimanente; per
esempio, il naso pochissimo greco e molto gallico, vale a dire rivolto
all'insù, come per mettersi in salvo dalla bocca che lo minaccia; ma
questi difetti sono meravigliosamente corretti da due baffi a punta che
basterebbero essi soli da assicurare il trionfo d'un angolo facciale.
Lo splendido edifizio ha poi una fortuna corrispondente ai suoi meriti,
quella d'essere il domicilio legale d'una grand'anima. Dico -legale-
per amor di precisione, perchè si sa che le grandi anime hanno il vero
domicilio nel cielo: il nostro Riccardo ha infatti i suoi momenti di
negro umore, nei quali sembra indovinare indistintamente la propria
natura celestiale, e considerare in buona fede le sue forme apollinee
come il carcere duro d'uno spirito eletto.
Si sa: sono nature esuberanti, le quali sentono in un modo ignoto
al volgare il tristissimo peso della vita, e formano la schiera
compassionevole che passa incompresa in mezzo alla turba massiccia. La
loro missione in terra (questo è notorio) è l'amore, spasimo e dolcezza
a un tempo, fantasma che insegue lo spirito inesperto della vergine,
fiamma che di preferenza si apprende pietosamente ai cuori profanati
dall'ebetismo maritale, per purificarli.
Werther e Jacopo Ortis sono di questa famiglia; Don Giovanni, Faublas
e Richelieu essi pure; ma la natura -- benefica -- non si arresta alle
due forme tipiche; più generosa dei poeti e dei romanzieri, tra il
sentimentalismo puro e il cinismo puro ha posto saggiamente un ampio
intervallo destinato all'eccletticismo puro. Così avviene che Riccardo
è un po' meno Jacopo Ortis di Werther e un po' meno Don Giovanni di
Richelieu; e questa indipendenza tipica è tutta a profitto del suo
nobile cuore e della sua grand'anima; però che (non si scoraggino
gli adolescenti ben pasciuti e timidi) qualche volta è lecito avere
un cuore nobile e un'anima grande anche senza essere Werther e Don
Giovanni, purchè si abbiano venticinque primavere e gli occhi tagliati
a mandorla.
A chi immagina che una creatura così fatta, non potendo avere le nuvole
per abitazione e due alucce di farfalla appiccicate sotto le scapole,
debba almeno alloggiare in una specie di paradiso terrestre, tutto
pispiglio di canarini e profumo di fiori, mi duole di far sapere che
la stanza da letto, lo studio e il salotto del nostro Riccardo, sono
addobbati col gusto d'un epicureismo solido, e che puzzano di tabacco
in modo che i canarini vi buscherebbero l'asma e i fiori vi morrebbero
di asfissia.
L'assenza del regno vegetale e dell'ornitologia nelle stanze dell'eroe
di questo racconto è per altro abbondantemente compensata dalle belle
arti, che vi sono rappresentate da una comitiva di Veneri fotografiche,
litografiche e oleografiche, di tutte le scuole e di tutti i tempi, le
quali sfoggiano la loro nudità dietro le nebbie del sigaro.
Non sono che le dieci del mattino, e parrebbe un'ora inconveniente
per penetrare la prima volta nelle stanze d'un galantuomo, se non ci
proponessimo di fare ampia conoscenza coll'inquilino e di usare presto
con lui della massima familiarità.
Il primo sguardo buttato su quel disordine che si è convenuto di dire
artistico, e la cui ricetta consiste press'a poco nel far sedere le
ciabatte in poltrona, nel mettere a letto il paracqua e nel collocare
una spazzola fra i volumi della libreria, il primo sguardo, diciamo,
apprende una cosa importantissima a sapersi, ed è che il signor
Riccardo, dottore in ambe leggi, di professione sentimentalista, ha i
migliori requisiti per serbare intatta la dignità del sentimentalismo,
vale a dire i mezzi e l'abilità di non far nulla.
Immagino che a nissuno premerà di sapere appuntino quanto rendano in
lire e in centesimi le prosaiche risaie lasciate al nostro eroe dal
babbo e dallo zio, dei quali fu l'unico erede; certo egli stesso non
lo sa bene, perchè non l'ha mai chiesto al suo fattore, ed abbandona
volentieri tal briga ai fornitori ed alle fornitrici che vi sono in
particolar modo interessati.
Il secondo sguardo ci mostra il sacerdote di questa specie
di tabernacolo, in piedi dinanzi a una scrivania, col volto
filosoficamente allungato, con le labbra contratte da un sorriso che
pare figlio illegittimo di una medicina amara, con la chioma arruffata
e gli occhi così illanguiditi da far temere che la Venere di Tiziano,
la quale lo guarda dì nascosto, si tolga alla sua indolente positura e
scavalchi la cornice per gettarglisi nelle braccia.
Vedi sulla scrivania a cui Riccardo appoggia le mani un fascio enorme
di lettere, un mucchietto di mazzolini di fiori disseccati, un libro
sdrucito, legato in croce da un nastro di seta azzurra; sopra una
seggiola un cofanetto di legno di rosa a varii scompartimenti, in
ognuno dei quali si trovano altri mazzolini, altri nastri e altre
lettere. Una lettera giace pure aperta sul suolo, e Riccardo vi butta
sopra un'occhiata ogni tanto, accompagnando quella mimica espressiva
con un sospiro, che è la quintessenza del sentimento.
Prima di proseguire oltre, un lettore più curioso degli altri vuol
sapere il contenuto di quella epistola.
Ai suoi comandi, signor lettore.
II.
Camilla a Riccardo.
Milano....
«È trascorso un anno dall'ultima mia lettera; or eccomi un'altra volta
a voi per lo stesso fine -- mi risponderete voi un'altra volta con un
rifiuto?
«Spero di no. Il cuore ha i suoi diritti, ma il tempo ne ha di più
imperiosi, e gli uomini si affaticano invano a lottare col tempo. Esso
è un esattore inesorabile a cui dobbiamo pagare ogni giorno il nostro
tributo di oblío.
«Ho aspettato un anno -- ho aspettato abbastanza? Se nel rispondere ai
miei timori interrogo la legge fatale che misura gli affetti, io dico:
«sissignore.» A quest'ora voi dovete avermi dimenticata. Vorrei parlare
un linguaggio più sicuro, e dire: «a quest'ora mi avete dimenticata;»
ma sa Dio quale battesimo dareste a questa nuova scabrosità dei mio
spirito.
«A ogni modo, quando anche il vostro cuore avesse durato fino a oggi
nella sua prima baldanza, ho fede che voi appaghereste ugualmente la
mia domanda legittima. Per poco che vi soffermiate a guardare nelle
pagine del vostro libro segreto, quelle pagine dove tacciono soffocate
le scintille degli incendi futuri, dove il desiderio ha rannicchiato
i suoi germi fecondi, comprenderete voi pure non dirò la vanità della
vostra lotta per arrestare un fantasma, ma il danno incalcolabile che
ve ne proviene.
«Lasciate che vi parli francamente; l'eco di quella intimità, che un
giorno corse fra di noi, me ne dà diritto; più ancora me ne dà diritto
il mio nuovo stato di donna, poichè dovete sapere che se alla vostra
età non sì è ancora -uomo-, alla mia si è -donna-. Il nuovo stato mi
ha costretto a vivere in un anno quello che non avevo vissuto in venti;
oggi ho la mia brava messe d'esperienza, e in certi sciagurati fardelli
del cuore posso vederci meglio di voi, perchè me li sono tolti dalle
spalle.
«Or fa un anno, quando io vi scrissi e voi mi rispondeste quelle parole
solenni: «impossibile impossibile!» potevo forse compiangervi; oggi non
saprei che riderne.
«Parliamoci dunque schietti. Qual è poi questo passato di cui tenete
così care le memorie? Quattro anni or sono (badate sono proprio quattro
anni) mi vedete, vi vedo, vi piaccio e mi piacete; io diciassette
anni, voi ventuno; più fanciullo voi di me, ma fanciulli entrambi.
Mi scrivete, vi rispondo, mi confessate il vostro amore e vi confesso
il mio amore. Eccoci cacciati nel labirinto; eccoci in viaggio verso
una méta. Quale? Il matrimonio? La colpa? Nè l'uno nè l'altra, per
buona sorte. Noi viaggiavamo ignari verso l'esaurimento; quando tutto
ciò che traboccava dal vostro cuore e dal mio fosse stato asciugato
dal fuoco dell'amore, ci saremmo arrestati, ci saremmo detti «addio,»
confortandoci a vicenda come due viaggiatori cortesi.
«Così doveva essere, così fu. Svampata la prima ardenza, i focolari
furono presto due mucchi di cenere. Vi divenni e mi diveniste
indifferente; smaniai in segreto di questa -vicenda fatale-, e lessi le
segrete smanie del vostro cuore; m'affannai da stolta a ricolorire la
tela delle nostre illusioni, e voi pure. Era sonata l'ora di separarci,
e fui la prima a darvi l'addio.... per non essere l'ultima. Vanità di
donna.
«Convenite che foste giuoco d'una meschina illusione. Ferito nell'amor
proprio -- e senza ombra di ragione, perchè a uno dei due questa parte
doveva toccare -- vi credeste ferito nel cuore; l'orgoglio offeso prese
aspetto d'amore, e sentiste riardere, o credeste di sentire, ciò che da
gran tempo non dava più nè luce nè calore.
«Arroventaste con le vostre mani il ferro di tortura e mi pigliaste
un'aria inconsolabile che vi stava a meraviglia. Non me ne dolgo. Se
ciò ha potuto risparmiare la vostra fede, se ciò ha potuto serbarvi una
sola delle vostre illusioni, tanto meglio per voi.
«Passarono due anni; un uomo onesto mi offrì la sua mano; non era che
un uomo onesto -- poca cosa veramente per un innamorato, ma abbastanza
per un marito -- lo sposai. Vi scrissi ridomandandovi le inutili
testimonianze dei nostri amori fanciulleschi. Parevami che il nuovo
stato in cui io stava per entrare mi comandasse di svincolarmi affatto
dal passato, di distruggere tutto ciò che nel mio cuore potesse
rammentare una debolezza, per rinvigorirmi a una religione che io
incominciava a sentire con una certa serietà -- la famiglia.
«Rifiutaste di aderire alla mia preghiera.
«-- Era la sola cosa che vi rimanesse, il culto delle vostre memorie;
non volevate far muto ogni eco del passato, infrangere l'ultima corda
d'un'arpa spezzata.» -- Tale e quale.
«Per non addossarmi questo enorme carico desistei; pensavo: «il tempo
mi farà giustizia.»
«Mi sono io ingannato? Non lo temo. La fedeltà, di cui vi faceste
schermo una volta, è cosa che non è in noi, ma fuori di noi; le
occasioni, il tempo, cento nonnulla di cui non sappiamo tener conto,
possono sovr'essa più della nostra volontà. Si è fedeli contro il
nostro proposito, spesso a nostro dispetto; si è infedeli del pari.
Tutto ciò che in noi vive deve morire, ecco il segreto della sciagura
umana. La morte non ci troverà più costanti; qualche sospiro, qualche
rimpianto, qualche rammarico vano, qualche tardo pentimento, e poi più
nulla. Un'immensa onda d'oblio lava le memorie delle tombe. Il nostro
passato è anch'esso un sepolcro; credetelo, voi foste fedele assai più
del necessario allo scheletro del nostro amore.
«Un'ultima parola -- e questa non più all'amatore, ma all'uomo:
-- esaminate per poco i doveri del mio stato e misurateli con le
compiacenze del vostro -- il confronto vi dia la norma del vostro
contegno.»
-P. S.- «Avrò il silenzio per un rifiuto: scrivendomi, fatelo al solito
ricapito.»
III.
Un capitolo psicologico, ma breve.
La lettura di queste pagine ha naturalmente gettato lo scompiglio
in quel nugolo di atomi dorati d'un cielo ipotetico, che dì solito
popolano e fanno bella la solitudine della mente di Riccardo. Olimpia,
Clotilde, Carmela, Malvina, Maria, e parecchi altri fantasmi di genere
femminino, che avevano prima di Camilla acconsentito a palpitare
all'unissono con Riccardo e a collaborare con lui alla compilazione
degli epistolarii erotici che si ammirano negli archivii segreti del
suo quartierino, avevano tutti, quale più, quale meno, tentato la
stessa rivendicazione senz'altro frutto fuor quello di aggiungere
un documento nuovo a un volume vecchio. Nessuna però aveva fatto il
tentativo con tanta audacia, con tanta impertinenza, con una beffa così
verisimile, come aveva saputo fare Camilla, la quale, per confessione
dello stesso Riccardo, era assolutamente una donna adorabile, e in
fatto di spirito si lasciava indietro un bel pezzo Malvina, Carmela,
Maria, Clotilde, Olimpia e le altre creature più o meno adorabili che
egli aveva a suo tempo platonicamente adorato.
Che cosa rispondere? È un gran quesito per un uomo, il quale tenga
del pari a non profanare i propri sentimenti e a non passare per uno
scimunito.
La miglior risposta, la più logica e la più arguta, varrà sempre meno
del silenzio, che è anche la più spiccia; ciò è chiaro, è naturale, e
voi e io ne sembriamo persuasi; ma andate a metterlo in capo a un uomo
di spirito!
E poi Riccardo questa volta è determinato a restituire le lettere; egli
si trova per ventura in uno di quei periodi di combustione cardiaca
preliminare, in cui si è disposti a privarsi senza rimorso delle
memorie delle fiamme antecedenti per poter credere più fermamente
che non vi siano ceneri di sorta nel proprio cuore. I lettori
comprenderanno meglio più tardi; intanto è certo che se Olimpia,
Malvina, Carmela e Clotilde avessero colto questa occasione, o una
consimile, avrebbero facilmente ricuperato i loro epistolarii e
i relativi commenti in forma di nastri, di spilli e di ciocche di
capelli.
Poichè Riccardo vuole arrendersi alla domanda di Camilla, una
lettera è indispensabile, e siccome tutto il sentimentalismo concesso
dall'occasione fu prevenuto scaltramente dall'antica innamorata, e
non è rimasto in piedi altro che il cinismo, il nostro malinconico
eroe avvia un ultimo sospiro sulla strada dei precedenti e accetta
disperatamente il cinismo.
Ahi! povera anima!
IV.
Riccardo a Camilla.
«Mi avete scritto a Padova, mentre io sono da quattro mesi in
Milano, ignorando finora di esservi così vicino; ed ecco la ragione
dell'apparente indugio posto nell'aderire al vostro desiderio.
«Sono lieto che una specie di miracolo mi abbia fatto differire di
giorno in giorno una specie di rogo, dove parecchie centinaia di
lettere incendiarie dovevano confondere le ultime scintille e gli
ultimi bagliori in un comune martirio.
«Certo voi non avrete dato fede a così meschino pretesto e vi sareste
piaciuta ad abbellire con la vostra beffa il sentimentalismo che mi
attribuiste in cuore fino a oggi. Non me ne dolgo; se ciò ha potuto
in qualche modo rendervi più grato il profumo della vostra femminile
compiacenza, tanto meglio per voi.»
«Perdonatemi se scherzo con le vostre armi: la -messe d'esperienza-
che avete raccolto nel campo del matrimonio non vi ha ancora reso tanto
venerabile agli occhi d'un fanciullo, da fargli dimenticare che scrive
a una donna di spirito.
«Ho depositato alla stazione della ferrovia una cassetta di ciliegio,
specie di tabernacoletto che contiene la vostra parte di quel fuoco
sacro di cui un giorno abbiamo entrambi divampato.
«Sono novantasei lettere, ordinate cronologicamente e salvo alcune
traccie visibili di piacere o di dispetto nelle prime e nelle
ultime, tutte benissimo conservate, tanto che in più d'una è rimasta
qualche pallida reminiscenza di certi profumi inebbrianti; argomento
incontrastabile della fedeltà dei profumi.
«Insieme con le lettere troverete quarantotto mazzolini disseccati;
dovrebbero essere di più e mi addolora non aver pensato a serbare la
raccolta intatta.
«Troverete pure un esemplare del -Werther- annotato di vostra mano
nei margini; il volume è legato in croce con un nastro di seta azzurra
che portavate al collo nel ballo della contessa R.... a Padova; sulla
coperta è uno spillo che conquistai nella stessa occasione.
«Infine una ciocca dei vostri capelli, e una striscia di panno verde
con le iniziali intrecciate dei nostri nomi, lavoro segreto delle
vostre mani.
«Vi mando la polizza col mezzo della quale potrete ritirare la cassetta.
«Vi è una testimonianza che io posso darvi e che voi potete accettare
senza arrossire, quella della mia stima.»
V.
Bice a Riccardo.
«La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono
rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po'
curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie
finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che
ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu
saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento.
«Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo
in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero
talvolta dopo di noi.
«Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente.
La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando
sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi,
e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro
nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, che viene a battermi sul
viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi.
«E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono
sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e
pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi.
«Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo
io. Sono otto giorni, -otto giorni-, che non ricevo tue lettere. Dirai
che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima
perchè -toccava- a me. Mi par di sentirti; tu dirai così!...
«Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la
zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto
il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro.
Che cosa hai da fare tu se non pensare a me?
«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto
che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me,
molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è
maritata...
«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli
arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un
ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor
di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno,
perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo
furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento
russare; ne avrà per un pezzo.
«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra
casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi
ci par di abitare un Eden... addirittura.
«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene
pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in
fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare,
asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e
presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva
mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e
gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli
dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio
fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa
nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no,
non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.
«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io
m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.
«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non
mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la
zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a
salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»
VI.
Riccardo a Bice.
«Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi
quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle
torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non
puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua
mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa
solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno
risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della
vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi
senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso.
«Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può
dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie;
otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti,
e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto,
soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo -- la più terribile
e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà
dei dolore!
«E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se
non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e
uno sgomento indefinito domina il mio spirito.
«Penso ai giorni che non sono più, rivedo a una a una tutte le larve
che ha inghiottite quest'immensa voragine del mio passato, esamino la
terribile solitudine che si è fatta nel mio cuore. Oramai tutto ciò
che mi sta dinanzi non ha seduzioni per me; l'avvenire non ha parole,
e il solo sentimento che mi fa vivere, mi atterrisce con la minaccia
dell'abbandono.
«Mi hai tu compreso? Questo sentimento è il nostro amore; questa
promessa lusinghevole che accarezza le titubanze del mio spirito, sei
tu, tu sola.
«Uno spietato destino regola i moti del cuore umano; ciò che ieri
amavamo, oggi ci è indifferente; ciò che oggi amiamo, domani ci sarà
ingrato.
«Tu non lo credi, non lo puoi credere; hai visto l'orlo della tazza
soltanto, e l'occhio tuo non ha potuto guardare ancora attraverso il
fango della vita.
«Oserò dirlo, si, oserò dirlo; lo devo. «Che sarà di noi? Che sarà
del nostro amore?» Ecco la domanda che forma il mio supplizio. Non lo
posso vincere questo pensiero ostinato che mi incatena come uno schiavo
ribelle. La mia volontà si rompe all'urto delle mie paure e io rimango
inerte e accasciato.
«Tu lo puoi. Toglimi da questo abisso che mi dà le vertigini. Dimmi
che m'ami, dilegua tu quest'orda inviperita di dubbi che m'offende,
rasserena tu la mia anima; tu lo puoi.
«Dimmi che solo gli amori delle vacue creature della terra muoiono
sulla terra, ma che gli amori delle creature del cielo nascono e si
perpetuano di là dalla tomba, nel cielo.
«Dimmi che l'ardente sospiro che prorompe dal mio petto verso un ideale
sognato non si perde vanamente nello spazio, ma va diritto al tuo
cuore.
«Dimmi che sei mia, di nessun altri, che sarai mia, di nessun altri,
sempre.»
VII.
Bice a Riccardo.
«Io era troppo felice, troppo lieta, troppo spensierata; questo stato
non poteva durare. La mia istessa felicità era una minaccia; dovevo
stare in guardia, dovevo aver paura della mia gioia; al contrario
da pochi giorni a questa parte non ho fatto che pazzie; ho cantato
tutte le canzoni che so a mente, ho storpiato al pianoforte tutta la
mia musica, ho inseguito la cognatina lungo i viali del giardino, ho
costretto la zia Angelica a ballare il -valzer- con me, e, -- ingrata
nella gioia -- ho dimenticato i miei fiori e il mio canarino. Metteva
proprio il conto che io facessi tutto questo, per dover poi piangere
come una bambina!
«Non volevo dirtelo, ma è meglio che tu lo sappia. Ebbene, sì, ho
pianto, piango ancora, piangerò ancora, e sei tu, è quella tua lettera
sciagurata che mi fa piangere.
«T'ho fatto qualche cosa? Ti ho offeso? È tutt'oggi che cerco di
ricordarmi ciò che ti ho scritto l'ultima volta; già, immagino che cosa
può essere: qualche parola insensata a modo mio e interpretata a modo
tuo. Tu vedi subito le cose in nero, e t'adombri, e pigli la penna
e sfoghi il tuo malumore scrivendo frasi, che mi farebbero un gran
dispetto se non mi facessero versare delle lagrime.
«Hai torto, ecco. Se vi sono ragioni d'essere in collera con me, non
devi usare questo linguaggio sibillino, ma parlarmi franco addirittura.
Già, io non voglio imitarti, e senza sapere di che, perchè non me l'hai
detto, ti domando perdono di ciò che può averti offeso per mia colpa.
Una colpa vi dev'essere, se tu hai potuto dubitare di me....
«-- «Che sarà del nostro amore?» -- non lo sai tu? Quali paure sono
queste? Credi proprio che io possa mutare un solo istante, mai? Non
te l'ho detto che t'amo? O dubiti forse di te medesimo, della tua
costanza?... Impossibile, se tu m'ami -- e anche tu me l'hai detto!...
Che non darei per poterti leggere in cuore!
«Perdonami, sai, perdonami. Volevo essere buona teco, volevo essere
carezzevole, dolce, volevo dirti cento cose, toglierti dal cuore ogni
dubbio, ed ecco invece mi lascio vincere dal dispetto. E tu soffri!
Me l'hai scritto.... tu soffri per amor mio!... Perdonami, mio buon
Riccardo, perdonami.
«Senti; quando saremo insieme, quando potremo vederci a ogni ora,
quando io potrò diradare col sorriso le nuvole del tuo spirito, allora
mi farai giustizia e non ti cruccerai più dell'avvenire, perchè
imparerai a conoscermi meglio. Tu non sei di quegli uomini che non
credono, tu hai fede in un'altra vita, non mi hai deriso tu quando ti
ho detto che le stelle preparano le nostre future abitazioni; e perchè
dunque vorrai dubitare della sola cosa che ci nobiliti sulla terra,
dell'amore?
«Se ti potessi parlare, se ti potessi dire ciò che non so o non oso
scrivere, se potessi attaccarmi al tuo braccio e condurti nel mio
giardino, e farti vedere i miei insetti a cui uso dare dei petali di
rosa e di gelsomino e delle foglie fresche a patto che non mi rodano
le mie pianticelle; se potessi farti amare il piccolo mondo in cui ho
posto la parte dei miei affetti che non è assorbita da te, da fratel
Biagio, dalla cognatina e dalla zia Angelica, mi pare che lo sentiresti
tu pure il palpito che io provo allo spettacolo della natura.
«In un bel romanzo ho letto che gli uomini a forza di tentativi per
dimenticare i dolori, non riescono spesso che a dimenticare se stessi
e la natura di cui sono figli, e che raddoppiano così le smanie,
aggiungendo al loro fardello lo scetticismo e l'apatia.
«Ma tu non sei a questo punto, e io saprò guarirti. Ti educherò a modo
mio; farò di te un innamorato meno serio, meno grave, e più galante,
e più affettuoso... E più affettuoso -- ed è questo il più -- perchè
già, voglio dirlo, se hai osato dubitare del nostro amore, non può
essere che tu mi ami come dici d'amarmi, e molto meno come t'amo io.
Interrogane il tuo cuore...
«Ma non dirmene la risposta. Per più ragioni: prima di tutto perchè
non mi diresti il vero; in secondo luogo perchè non ti crederei; e poi
perchè se mi dicessi che io non m'inganno, non te lo perdonerei proprio
e ti farei il broncio.
«Ora che ti ho detto l'animo mio, mi par di sentirmi sollevata. Non
piango più, non piangerò più. Sei contento?
«Se tu sapessi quanto mi costa questa lettera! Essa è frutto d'una
lotta fra il cuore che voleva confortarti e piangere teco e lo spirito
che si ribellava per tenerti il broncio.
«Questa lotta non è finita, i due avversari non hanno ancora deposte
le armi, e si guardano biecamente provocandosi a vicenda. Non so
quale rimarrà vittorioso. Indovinalo. Tu intanto fa del tuo meglio --
e, a parer mio, il meglio che tu possa fare è di scrivermi subito per
domandarmi perdono.»
VIII.
Bice a Riccardo.
«Così va bene, e poichè tu sei finalmente sicuro di amarmi, dirò che io
non sono sicura di non impazzire di gioia. La fortuna mi guarda come
una madre e mi prepara un cumulo di felicità così grande, che quasi
ne sono atterrita. Mio fratello è arrivato ieri; la nostra casa è in
festa; la mia cognatina non può stare un momento ferma, la vedo da per
tutto; la zia Angelica fiuta tabacco più dei solito; i servitori sono
in gran faccende; il cuoco.... bisogna vedere il cuoco!... indolente e
sfiaccolato tutto l'anno, ha preso una solennità che fa proprio ridere;
insomma tutto intorno a noi è mutato. Perfino il mio canarino sbatte le
ali, e si tuffa nel secchiello, e cinguetta come se gli sia toccata una
gran fortuna.
«Come è opprimente la felicità! Se tu fossi con noi a respirare
quest'aria che respiriamo! (Oh! se tu fossi con noi!) Ci si sta a
disagio come in un'atmosfera viziata. Si sente l'affanno, l'oppressura;
si sente che è qualche cosa che esce dalle leggi naturali della vita,
che non è la vita, che non può durare, che è troppo potente per le
nostre fibre. Si prova la stessa sensazione che nel salire le prime
Alpi. Non sorridere, ci sono stata io! Più si va in alto, e più
l'aria è balsamica, e più il corpo s'affatica. Diresti che la gioia ha
dell'ossigeno, e che le grandi gioie ne sovrabbondano.
«Tutto il giorno non ho fatto che girare intorno a mio fratello come
un adulatore importuno. Io l'aveva qui, sulle labbra, il mio segreto,
«Glielo dico? Glielo dico?...» E non gliel'ho mai detto.
«Mi sono arrabbiata dentro di me di questa debolezza: mi pareva una
cosa tanto facile, ma, venuto il momento, me n'è mancato l'ardire. Ho
avuto un bel rimproverarmi la mia inettitudine, non sono riuscita che
a fare nuovi propositi invece degli altri che mi parevano saldissimi,
e a vederli venir meno anch'essi sul buono. Aggiungi che il timore
di un rifiuto non vi ha proprio avuto parte. Io sono certa che fratel
Biagio non dirà di no, perchè è buono, e mi ama tanto. Mi chiama la sua
bambina, e io non me ne offendo; sono niente io ai suo confronto; egli
è una specie di colosso e dacchè sono al mondo l'ho sempre visto tale e
quale; ho creduto per un pezzo che fosse nato così.
«Sai perchè ti scrivo? Per dirti che domani, appena sarà l'alba,
correrò incontro a fratel Biagio, e farò quello che tutt'oggi ho
tentato inutilmente di fare. Ti scrivo per incorarmi nel mio proposito;
ora che ti ho promesso (e giurato) di farlo, non saprò più venire
a patti con la mia coscienza. È uno stratagemma che qualche volta
riesce, io lo adopero spesso quando voglio costringere la mia volontà a
-volere- proprio sul serio.
«Così andrò a letto più tranquilla. A quest'ora tu dormirai, perchè è
tardi; se non dormi, buona notte. A domani.»
-P. S.- «Come sono felice! Ti scrivo col cuore traboccante di gioia. Se
tu sapessi!... Ora saprai tutto.
«Non so dove io trovi la forza di stare a questo tavolino per
iscriverti; ho una strana sensazione di benessere, il sangue mi
galoppa per le vene. Vorrei saltare al collo di fratel Biagio, della
zia Angelica, della cognatina, se il mio orgoglio di donna non si
ribellasse; vorrei correre in giardino, e ricercare un angolo oscuro,
sotto il padiglione di rose bianche, dove neppure il sole potesse
vedermi, per nascondervi il mio pazzo tripudio...
«Dove s'arresterà questo turbine d'idee che mi gira pel capo? Non so
come incominciare...
«Come avevo promesso, stamane mi levai di buon'ora, e venni innanzi
a mio fratello per dirgli tutto. Ero risoluta più che io stessa non
sperassi -- pensavo a te... tuttavia di' tu se il cuore mi battesse!
«Fratel Biagio era di buon umore; egli lo è sempre, ma questo mi parve
buon indizio. Mi attaccai al suo braccio, passeggiai gran tempo con
lui per la casa, e riuscii a trarlo a poco a poco in giardino. Lo
tempestai di domande sul suo viaggio, sulla sua intrapresa di stagni,
sull'Olanda... Fratel Biagio era lontano mille miglia dal supporre a
che volessi venire, e siccome se può parlare dei suoi viaggi è l'uomo
più felice di questa terra, entrò in cento minuzie per soddisfare la
mia curiosità.
«Intanto ch'egli parlava, io rivolgeva in mente la mia idea fissa,
rampognandomi di scegliere una via così lunga, e frammettendo ogni
tanto qualche cenno del capo e qualche accento di meraviglia per non
tradire la mia distrazione. Ma o non vi riuscii punto, o vi riuscii
male, perchè all'improvviso mio fratello tacque; io, tolta da quel
silenzio repentino alle mie fantasie, lo guardai in faccia... Mi
guardava... balbettai qualche parola e mi feci di bragia in volto.
E mio fratello a ridere come matto. Quel riso sonoro, aperto, mi
indispettì e rallegrò a un tempo; ma non osai interrogarlo più sui suoi
viaggi. Allora fratel Biagio mi guardò fisso, mi prese il braccio che
io aveva svincolato, e incominciò alla sua volta l'interrogatorio.
«La conclusione?... La conclusione è che gli ho detto tutto!
«Quand'ebbi finito, egli rimase un momento silenzioso; poi incrociando
le braccia e appuntando il mento sul petto, mi si piantò dinanzi
serio serio, e mi disse con accento che voleva essere severo: «Ah!
la signorina è innamorata! ah! la signorina scrive delle lettere e ne
riceve!»
«Io non sapeva se dovessi credergli o no, ma ti giuro che fui lì lì
per fuggire e sottrarmi alla sua collera. Lo guardai supplichevole,
ed egli diede in un altro scoppio di risa. Questo secondo impeto
d'ilarità, invece d'indispettirmi, mi rese audace; gli dissi che noi
eravamo sicuri della -fermezza dei nostri sentimenti- e gli domandai il
consenso al nostro amore.
«-- Ah! tu vuoi anche che io acconsenta?
«-- Che egli venga da noi...» interruppi.
«-- Ch'egli venga!... balbettò maravigliato.
«Non aveva detto di no, non era andato in furia; non volli sapere
altro, gli posi una mano sulla bocca, e via come una freccia.
«Per due ore il cuore mi battè forte forte. Finalmente la cognatina
venne nella mia camera sorridendo, e mi disse:
«Ma non posso più star ferma; vorrei poter volare io stessa a portarti
questa lettera, e dirti io stessa la mia felicità... la nostra
felicità. Ma se potessi venire, non t'avrei scritto; e da un pezzo non
sarei qui. Vieni tu e tutti i voti del mio cuore saranno esauditi.
«Volevo che ti invitassero con lettera, ma mi hanno detto che sarebbe
una -sconvenienza-. Io non sono persuasa, ma non mi ostino. Basta che
io possa dirti -vieni- perchè tu venga; e a me basta che tu venga.»
IX.
Fratel Biagio.
Gli uomini che hanno la corteccia di fratel Biagio s'incontrano così
di frequente nel mondo, che parrebbe inutile spendere molte parole
a riprodurne le sembianze, tanto più che i caratteri precisi del suo
naso e della sua bocca non tornano assolutamente indispensabili al caso
nostro.
S'immagini una di quelle fisionomie che la natura non fa se non
abbozzare, nei momenti d'ozio, con mano distratta, e in cui si trovano
quasi sempre tutti i luoghi comuni del disegno di figura: un bei naso,
due occhioni (-due- è la regola), un mento tondo, una bocca piccina,
una fronte alta, insomma una comitiva di perfezioni, le quali si
dànno la posta sovra una rotondità carnosa, per avere il pretesto di
formare una faccia che non arriva al ridicolo, perchè si è fermata al
dozzinale.
S'incornicino queste forme con una chioma nera e arruffata, si collochi
il tutto sopra un torso tarchiato, di mezzana grandezza, e il torso su
due colonne più solide che classiche, e l'edifizio apparrà intero.
Un assai povero edifizio in fede mia, e degno in tutto dell'insegna --
-Biagio!-
Quando un padre condanna la propria creatura a trascinarsi dietro per
tutta la vita la catena di un nome così melanconico, se pure ha viscere
di padre, non ha cervello d'uomo ragionevole.
Affliggere il proprio sangue col nome di Biagio, mentre è tanto facile
raccomandarlo alle signore chiamandolo Arturo!
Aver nome Biagio vuol dire veder le proprie velleità romantiche derise
dai compagni di scuola, costringere l'innamorata ad arrossire dinanzi
alle amiche che amino un Leopoldo o un Eugenio, ed essere esposti a
buscarsi le beffe oltre il danno, se per avventura un'onesta moglie
riesce a mettersi in capo che il serbar la fede a un marito, il quale
non si chiami Arturo, è cosa troppo superiore alle forze del suo sesso.
Aver nome Biagio, possedere una bocca, un mento e un naso classicamente
indifferenti, vuol dire un'infinità d'altre cose niente affatto
piacevoli; ma non vuol già sempre dire che chi si serve di questi
organi e risponde a tal nome sia proprio un tanghero o uno scimunito.
Se un cuore aperto, un sorriso schietto, un conversare piacevole e
una buona dose di accortezza nei negozi potessero far perdonare alle
signore sentimentali il nome, i trent'otto anni sonati, il naso,
la bocca e gli altri accessori che concorrono a formare la pacifica
esistenza di Biagio van Leven, ci affretteremo a dire che, oltre a
tutto ciò, egli possiede anche un'erudizione spaventevole in fatto
di botanica, e che coltiva, con una fortuna vinta appena dalla sua
passione, i bulbi dei giacinti, dei narcisi, dei tulipani, delle
ixie, delle amarillidi, i tuberi degli anemoni doppi e le zampe dei
ranuncoli.
Fratel Biagio è nato commerciante, ha vissuto e vive commerciante, e
probabilmente morrà commerciante; nè mai, io credo, anima più mite
e innocua scaldò le vene d'un onesto borghese delle coste dello
Zuiderzee.
Nato in Olanda, trascorsa la primissima infanzia numerando balle
di cotone, e la giovinezza a scriver numeri nei registri del padre,
il nostro Biagio fu, per così dire, gettato irresistibilmente nella
corrente dei negozi. Rimasto solo, dopo la morte del padre, con una
sorellina del secondo letto, per non diventare ipocondriaco, pensò di
espatriare, e tolto seco il suo fardello la sua piccola Bice, di cui
era tutore, trasportò il suo malumore e la sua casa di commercio in
Milano.
Ciò avvenne alcun tempo fa, e siccome i suoi interessi hanno sempre
prosperato, e gli anni si sono ammucchiati sulle sue spalle, ha finito
col prender moglie.
Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania -- il suo
commercio di Olanda.
Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che
quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un
pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non
per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e
di sua moglie Ada.
Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine,
e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del
suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda.
Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e
l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la
sua pipa.
Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un
uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è
incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne
amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven
che si compiacquero di metterlo al mondo.
Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie
del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello
scambio, del progresso, del -pauperismo-, e quando ha finito conchiude
candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze
sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse
fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista!
Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra
gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene
per gran tempo il governo.
Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo
van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto
negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in
gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno
pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora
imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; -- tale
il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo
avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella
dialettica.
All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole
così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio
raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione
d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven
ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello
attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero
di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina.
Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a
ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni
la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla
desolata madre, che non tardò a tenerle dietro.
Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe
per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto
definitivamente la partita.
Se non che quando una buona figliuola del territorio di Groninga
acconsentì a dividere la vita col vedovo van Leven, a Biagio, il quale
non aveva ancora quindici anni e sentiva nel cuore un gran vuoto, parve
d'aver riacquistato le carezze della mamma; questo lo rifece sereno in
volto come nei giorni della gioia.
La serenità si volse in qualche cosa di meglio dopo una fortunata
intrapresa in stagno delle isole di Banca, che raddoppiò d'un tratto
i capitali della casa van Leven e Compagni, e toccò il parossismo
quando la seconda moglie di babbo van Leven regalò al figlio van Leven
un'altra sorellina, che, a memoria della povera morta, ne ebbe lo
stesso nome e le stesse accoglienze festose.
Quindi innanzi Biagio diventò -fratel Biagio-, l'allegria prese
alloggio un'altra volta in casa van Leven, e il sorriso parve stamparsi
indelebile sulle labbra del nostro eroe.
Ma la battaglia non era finita. La madre della piccola Bice fu tratta a
morte da malattia di petto, e il povero marito, vedovo un'altra volta,
si accorò tanto, che se ne morì anch'esso. Per alcuni mesi fratel
Biagio non disse parola di lamento; si aggirava per la casa come uno
spettro, si toglieva tra le braccia la bambina, e non le sapeva più
sorridere.
Venuto a Milano per isfuggire alla melanconia, ebbe giorni di pace, ma
non lieti, finchè, stanco di inseguire invano la larva fuggente della
felicità d'una volta, riparò nelle braccia d'una moglie come in porto
sicuro.
E quivi ebbero fine le sue procelle; riapparve il sorriso, il
cuore affrettò nuovamente i battiti. Le parti dei due contendenti
s'invertirono e la vittoria sembrò assicurata al buonumore.
X.
Preliminari d'una domanda di matrimonio.
Fratel Biagio stava inaffiando le azalee del suo giardino, quando sentì
una voce chiamarlo a nome e alcuni passi affrettati lungo il viale dei
carpini.
«Bice,» disse egli, come rispondendo a sè stesso, e un sorriso brillò
nelle sue labbra.
Una testina bionda, con un volto candido e rosato e grand'occhi
azzurri, si affacciò in mezzo al fitto delle foglie e dei fiori.
Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul
verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella
scena l'immagine d'una fantastica apparizione.
Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla
fanciulla.
Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di
quella creatura di diciotto anni.
-- Che cosa vuoi?
-- È venuto -- rispose Bice con impeto innocente.
-- Chi?
-- Lui!... --
Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fece
-pro forma-, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò
risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba.
Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava
tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il
quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza
trovare nulla.
-- Diamine!... diamine!... -- mormorò alla fine; facendo violenza a sè
stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con
la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò
le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di
seguirlo.
Intanto -lui-, cioè Riccardo, non si trovava in una condizione molto
invidiabile.
Rimasto solo in un'ampia sala, egli ha cercato di raccogliere le idee
e di comporre ancora una volta nella mente il discorsetto lungamente
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