Frutti proibiti Salvatore Farina SALVATORE FARINA FRUTTI PROIBITI (Fiamma vagabonda) QUINTA EDIZIONE MILANO LIBRERIA EDITRICE CONTEMPORANEA Corso Porta Nuova, N. 36 Proprietà letteraria MILANO 1892 -- TIP. PAGNONI A CHI LEGGE (Dalla quarta edizione.) -Ripresentando al pubblico una vecchia conoscenza dopo tanti anni, v'è pericolo che nessuno più la riconosca e si ricordi di averle fatto buon viso. In questo caso il pericolo è cresciuto, perchè il lavoro di oggi differisce in molti punti dal primo, segnatamente nello stile. Ho pure aggiunto e mozzato alcune pagine -- se facendo bene o male lo dicano gli amici -- ad ogni modo io ho sempre temuto che lo stile di questo racconto fosse ammalato d'asma, ed ora mi pare di averlo guarito. Il risultato della cura non sarà, temo, una salute florida, ma il metodo da me seguito può tentare i curiosi a rileggere il libro, e, se non m'illudo, giovare ad alcuni letterati giovanissimi, i quali anche se gridano forte per far pompa di buoni polmoni, mi paiono intaccati dallo stesso male. Ora gli anni non sono rimedio infallibile, e perciò un esempio non può far danno.- -Perchè il pubblico fosse avvertito, prima di comprare il libro, che non lo si vende come una novità, e perchè d'altra parte della nuova fatica apparisse una traccia indiscutibile almeno sul frontispizio, mi è parso di dovere accoppiare al vecchio titolo del romanzo un battesimo nuovo.- L'AUTORE. FRUTTI PROIBITI I. Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato Si chiama Riccardo, come parecchi eroi da poema epico e da romanzo sentimentale, e molte signore maritate autorevolissime dicono che il suo aspetto conviene mirabilmente al suo nome stante che, salvo il nodo della cravatta e qualche altro accessorio indispensabile all'abbigliamento delle moderne divinità, egli rammenta in tutto l'Apollo del Belvedere. La sua statura è alta senza essere lunga, il suo corpo snello e dritto senza essere smilzo, il viso pallido, ma non scolorito; aggiungete due grandi occhi neri tagliati a mandorla, una selva di capelli neri tagliati alla Nazzarena, i calzoni e il panciotto tagliati all'ultima moda, e avrete il -fascino-, il suo fascino, quello che lo rende irresistibile. Pur qualche cosa non corrisponde al classicismo del rimanente; per esempio, il naso pochissimo greco e molto gallico, vale a dire rivolto all'insù, come per mettersi in salvo dalla bocca che lo minaccia; ma questi difetti sono meravigliosamente corretti da due baffi a punta che basterebbero essi soli da assicurare il trionfo d'un angolo facciale. Lo splendido edifizio ha poi una fortuna corrispondente ai suoi meriti, quella d'essere il domicilio legale d'una grand'anima. Dico -legale- per amor di precisione, perchè si sa che le grandi anime hanno il vero domicilio nel cielo: il nostro Riccardo ha infatti i suoi momenti di negro umore, nei quali sembra indovinare indistintamente la propria natura celestiale, e considerare in buona fede le sue forme apollinee come il carcere duro d'uno spirito eletto. Si sa: sono nature esuberanti, le quali sentono in un modo ignoto al volgare il tristissimo peso della vita, e formano la schiera compassionevole che passa incompresa in mezzo alla turba massiccia. La loro missione in terra (questo è notorio) è l'amore, spasimo e dolcezza a un tempo, fantasma che insegue lo spirito inesperto della vergine, fiamma che di preferenza si apprende pietosamente ai cuori profanati dall'ebetismo maritale, per purificarli. Werther e Jacopo Ortis sono di questa famiglia; Don Giovanni, Faublas e Richelieu essi pure; ma la natura -- benefica -- non si arresta alle due forme tipiche; più generosa dei poeti e dei romanzieri, tra il sentimentalismo puro e il cinismo puro ha posto saggiamente un ampio intervallo destinato all'eccletticismo puro. Così avviene che Riccardo è un po' meno Jacopo Ortis di Werther e un po' meno Don Giovanni di Richelieu; e questa indipendenza tipica è tutta a profitto del suo nobile cuore e della sua grand'anima; però che (non si scoraggino gli adolescenti ben pasciuti e timidi) qualche volta è lecito avere un cuore nobile e un'anima grande anche senza essere Werther e Don Giovanni, purchè si abbiano venticinque primavere e gli occhi tagliati a mandorla. A chi immagina che una creatura così fatta, non potendo avere le nuvole per abitazione e due alucce di farfalla appiccicate sotto le scapole, debba almeno alloggiare in una specie di paradiso terrestre, tutto pispiglio di canarini e profumo di fiori, mi duole di far sapere che la stanza da letto, lo studio e il salotto del nostro Riccardo, sono addobbati col gusto d'un epicureismo solido, e che puzzano di tabacco in modo che i canarini vi buscherebbero l'asma e i fiori vi morrebbero di asfissia. L'assenza del regno vegetale e dell'ornitologia nelle stanze dell'eroe di questo racconto è per altro abbondantemente compensata dalle belle arti, che vi sono rappresentate da una comitiva di Veneri fotografiche, litografiche e oleografiche, di tutte le scuole e di tutti i tempi, le quali sfoggiano la loro nudità dietro le nebbie del sigaro. Non sono che le dieci del mattino, e parrebbe un'ora inconveniente per penetrare la prima volta nelle stanze d'un galantuomo, se non ci proponessimo di fare ampia conoscenza coll'inquilino e di usare presto con lui della massima familiarità. Il primo sguardo buttato su quel disordine che si è convenuto di dire artistico, e la cui ricetta consiste press'a poco nel far sedere le ciabatte in poltrona, nel mettere a letto il paracqua e nel collocare una spazzola fra i volumi della libreria, il primo sguardo, diciamo, apprende una cosa importantissima a sapersi, ed è che il signor Riccardo, dottore in ambe leggi, di professione sentimentalista, ha i migliori requisiti per serbare intatta la dignità del sentimentalismo, vale a dire i mezzi e l'abilità di non far nulla. Immagino che a nissuno premerà di sapere appuntino quanto rendano in lire e in centesimi le prosaiche risaie lasciate al nostro eroe dal babbo e dallo zio, dei quali fu l'unico erede; certo egli stesso non lo sa bene, perchè non l'ha mai chiesto al suo fattore, ed abbandona volentieri tal briga ai fornitori ed alle fornitrici che vi sono in particolar modo interessati. Il secondo sguardo ci mostra il sacerdote di questa specie di tabernacolo, in piedi dinanzi a una scrivania, col volto filosoficamente allungato, con le labbra contratte da un sorriso che pare figlio illegittimo di una medicina amara, con la chioma arruffata e gli occhi così illanguiditi da far temere che la Venere di Tiziano, la quale lo guarda dì nascosto, si tolga alla sua indolente positura e scavalchi la cornice per gettarglisi nelle braccia. Vedi sulla scrivania a cui Riccardo appoggia le mani un fascio enorme di lettere, un mucchietto di mazzolini di fiori disseccati, un libro sdrucito, legato in croce da un nastro di seta azzurra; sopra una seggiola un cofanetto di legno di rosa a varii scompartimenti, in ognuno dei quali si trovano altri mazzolini, altri nastri e altre lettere. Una lettera giace pure aperta sul suolo, e Riccardo vi butta sopra un'occhiata ogni tanto, accompagnando quella mimica espressiva con un sospiro, che è la quintessenza del sentimento. Prima di proseguire oltre, un lettore più curioso degli altri vuol sapere il contenuto di quella epistola. Ai suoi comandi, signor lettore. II. Camilla a Riccardo. Milano.... «È trascorso un anno dall'ultima mia lettera; or eccomi un'altra volta a voi per lo stesso fine -- mi risponderete voi un'altra volta con un rifiuto? «Spero di no. Il cuore ha i suoi diritti, ma il tempo ne ha di più imperiosi, e gli uomini si affaticano invano a lottare col tempo. Esso è un esattore inesorabile a cui dobbiamo pagare ogni giorno il nostro tributo di oblío. «Ho aspettato un anno -- ho aspettato abbastanza? Se nel rispondere ai miei timori interrogo la legge fatale che misura gli affetti, io dico: «sissignore.» A quest'ora voi dovete avermi dimenticata. Vorrei parlare un linguaggio più sicuro, e dire: «a quest'ora mi avete dimenticata;» ma sa Dio quale battesimo dareste a questa nuova scabrosità dei mio spirito. «A ogni modo, quando anche il vostro cuore avesse durato fino a oggi nella sua prima baldanza, ho fede che voi appaghereste ugualmente la mia domanda legittima. Per poco che vi soffermiate a guardare nelle pagine del vostro libro segreto, quelle pagine dove tacciono soffocate le scintille degli incendi futuri, dove il desiderio ha rannicchiato i suoi germi fecondi, comprenderete voi pure non dirò la vanità della vostra lotta per arrestare un fantasma, ma il danno incalcolabile che ve ne proviene. «Lasciate che vi parli francamente; l'eco di quella intimità, che un giorno corse fra di noi, me ne dà diritto; più ancora me ne dà diritto il mio nuovo stato di donna, poichè dovete sapere che se alla vostra età non sì è ancora -uomo-, alla mia si è -donna-. Il nuovo stato mi ha costretto a vivere in un anno quello che non avevo vissuto in venti; oggi ho la mia brava messe d'esperienza, e in certi sciagurati fardelli del cuore posso vederci meglio di voi, perchè me li sono tolti dalle spalle. «Or fa un anno, quando io vi scrissi e voi mi rispondeste quelle parole solenni: «impossibile impossibile!» potevo forse compiangervi; oggi non saprei che riderne. «Parliamoci dunque schietti. Qual è poi questo passato di cui tenete così care le memorie? Quattro anni or sono (badate sono proprio quattro anni) mi vedete, vi vedo, vi piaccio e mi piacete; io diciassette anni, voi ventuno; più fanciullo voi di me, ma fanciulli entrambi. Mi scrivete, vi rispondo, mi confessate il vostro amore e vi confesso il mio amore. Eccoci cacciati nel labirinto; eccoci in viaggio verso una méta. Quale? Il matrimonio? La colpa? Nè l'uno nè l'altra, per buona sorte. Noi viaggiavamo ignari verso l'esaurimento; quando tutto ciò che traboccava dal vostro cuore e dal mio fosse stato asciugato dal fuoco dell'amore, ci saremmo arrestati, ci saremmo detti «addio,» confortandoci a vicenda come due viaggiatori cortesi. «Così doveva essere, così fu. Svampata la prima ardenza, i focolari furono presto due mucchi di cenere. Vi divenni e mi diveniste indifferente; smaniai in segreto di questa -vicenda fatale-, e lessi le segrete smanie del vostro cuore; m'affannai da stolta a ricolorire la tela delle nostre illusioni, e voi pure. Era sonata l'ora di separarci, e fui la prima a darvi l'addio.... per non essere l'ultima. Vanità di donna. «Convenite che foste giuoco d'una meschina illusione. Ferito nell'amor proprio -- e senza ombra di ragione, perchè a uno dei due questa parte doveva toccare -- vi credeste ferito nel cuore; l'orgoglio offeso prese aspetto d'amore, e sentiste riardere, o credeste di sentire, ciò che da gran tempo non dava più nè luce nè calore. «Arroventaste con le vostre mani il ferro di tortura e mi pigliaste un'aria inconsolabile che vi stava a meraviglia. Non me ne dolgo. Se ciò ha potuto risparmiare la vostra fede, se ciò ha potuto serbarvi una sola delle vostre illusioni, tanto meglio per voi. «Passarono due anni; un uomo onesto mi offrì la sua mano; non era che un uomo onesto -- poca cosa veramente per un innamorato, ma abbastanza per un marito -- lo sposai. Vi scrissi ridomandandovi le inutili testimonianze dei nostri amori fanciulleschi. Parevami che il nuovo stato in cui io stava per entrare mi comandasse di svincolarmi affatto dal passato, di distruggere tutto ciò che nel mio cuore potesse rammentare una debolezza, per rinvigorirmi a una religione che io incominciava a sentire con una certa serietà -- la famiglia. «Rifiutaste di aderire alla mia preghiera. «-- Era la sola cosa che vi rimanesse, il culto delle vostre memorie; non volevate far muto ogni eco del passato, infrangere l'ultima corda d'un'arpa spezzata.» -- Tale e quale. «Per non addossarmi questo enorme carico desistei; pensavo: «il tempo mi farà giustizia.» «Mi sono io ingannato? Non lo temo. La fedeltà, di cui vi faceste schermo una volta, è cosa che non è in noi, ma fuori di noi; le occasioni, il tempo, cento nonnulla di cui non sappiamo tener conto, possono sovr'essa più della nostra volontà. Si è fedeli contro il nostro proposito, spesso a nostro dispetto; si è infedeli del pari. Tutto ciò che in noi vive deve morire, ecco il segreto della sciagura umana. La morte non ci troverà più costanti; qualche sospiro, qualche rimpianto, qualche rammarico vano, qualche tardo pentimento, e poi più nulla. Un'immensa onda d'oblio lava le memorie delle tombe. Il nostro passato è anch'esso un sepolcro; credetelo, voi foste fedele assai più del necessario allo scheletro del nostro amore. «Un'ultima parola -- e questa non più all'amatore, ma all'uomo: -- esaminate per poco i doveri del mio stato e misurateli con le compiacenze del vostro -- il confronto vi dia la norma del vostro contegno.» -P. S.- «Avrò il silenzio per un rifiuto: scrivendomi, fatelo al solito ricapito.» III. Un capitolo psicologico, ma breve. La lettura di queste pagine ha naturalmente gettato lo scompiglio in quel nugolo di atomi dorati d'un cielo ipotetico, che dì solito popolano e fanno bella la solitudine della mente di Riccardo. Olimpia, Clotilde, Carmela, Malvina, Maria, e parecchi altri fantasmi di genere femminino, che avevano prima di Camilla acconsentito a palpitare all'unissono con Riccardo e a collaborare con lui alla compilazione degli epistolarii erotici che si ammirano negli archivii segreti del suo quartierino, avevano tutti, quale più, quale meno, tentato la stessa rivendicazione senz'altro frutto fuor quello di aggiungere un documento nuovo a un volume vecchio. Nessuna però aveva fatto il tentativo con tanta audacia, con tanta impertinenza, con una beffa così verisimile, come aveva saputo fare Camilla, la quale, per confessione dello stesso Riccardo, era assolutamente una donna adorabile, e in fatto di spirito si lasciava indietro un bel pezzo Malvina, Carmela, Maria, Clotilde, Olimpia e le altre creature più o meno adorabili che egli aveva a suo tempo platonicamente adorato. Che cosa rispondere? È un gran quesito per un uomo, il quale tenga del pari a non profanare i propri sentimenti e a non passare per uno scimunito. La miglior risposta, la più logica e la più arguta, varrà sempre meno del silenzio, che è anche la più spiccia; ciò è chiaro, è naturale, e voi e io ne sembriamo persuasi; ma andate a metterlo in capo a un uomo di spirito! E poi Riccardo questa volta è determinato a restituire le lettere; egli si trova per ventura in uno di quei periodi di combustione cardiaca preliminare, in cui si è disposti a privarsi senza rimorso delle memorie delle fiamme antecedenti per poter credere più fermamente che non vi siano ceneri di sorta nel proprio cuore. I lettori comprenderanno meglio più tardi; intanto è certo che se Olimpia, Malvina, Carmela e Clotilde avessero colto questa occasione, o una consimile, avrebbero facilmente ricuperato i loro epistolarii e i relativi commenti in forma di nastri, di spilli e di ciocche di capelli. Poichè Riccardo vuole arrendersi alla domanda di Camilla, una lettera è indispensabile, e siccome tutto il sentimentalismo concesso dall'occasione fu prevenuto scaltramente dall'antica innamorata, e non è rimasto in piedi altro che il cinismo, il nostro malinconico eroe avvia un ultimo sospiro sulla strada dei precedenti e accetta disperatamente il cinismo. Ahi! povera anima! IV. Riccardo a Camilla. «Mi avete scritto a Padova, mentre io sono da quattro mesi in Milano, ignorando finora di esservi così vicino; ed ecco la ragione dell'apparente indugio posto nell'aderire al vostro desiderio. «Sono lieto che una specie di miracolo mi abbia fatto differire di giorno in giorno una specie di rogo, dove parecchie centinaia di lettere incendiarie dovevano confondere le ultime scintille e gli ultimi bagliori in un comune martirio. «Certo voi non avrete dato fede a così meschino pretesto e vi sareste piaciuta ad abbellire con la vostra beffa il sentimentalismo che mi attribuiste in cuore fino a oggi. Non me ne dolgo; se ciò ha potuto in qualche modo rendervi più grato il profumo della vostra femminile compiacenza, tanto meglio per voi.» «Perdonatemi se scherzo con le vostre armi: la -messe d'esperienza- che avete raccolto nel campo del matrimonio non vi ha ancora reso tanto venerabile agli occhi d'un fanciullo, da fargli dimenticare che scrive a una donna di spirito. «Ho depositato alla stazione della ferrovia una cassetta di ciliegio, specie di tabernacoletto che contiene la vostra parte di quel fuoco sacro di cui un giorno abbiamo entrambi divampato. «Sono novantasei lettere, ordinate cronologicamente e salvo alcune traccie visibili di piacere o di dispetto nelle prime e nelle ultime, tutte benissimo conservate, tanto che in più d'una è rimasta qualche pallida reminiscenza di certi profumi inebbrianti; argomento incontrastabile della fedeltà dei profumi. «Insieme con le lettere troverete quarantotto mazzolini disseccati; dovrebbero essere di più e mi addolora non aver pensato a serbare la raccolta intatta. «Troverete pure un esemplare del -Werther- annotato di vostra mano nei margini; il volume è legato in croce con un nastro di seta azzurra che portavate al collo nel ballo della contessa R.... a Padova; sulla coperta è uno spillo che conquistai nella stessa occasione. «Infine una ciocca dei vostri capelli, e una striscia di panno verde con le iniziali intrecciate dei nostri nomi, lavoro segreto delle vostre mani. «Vi mando la polizza col mezzo della quale potrete ritirare la cassetta. «Vi è una testimonianza che io posso darvi e che voi potete accettare senza arrossire, quella della mia stima.» V. Bice a Riccardo. «La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po' curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento. «Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero talvolta dopo di noi. «Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente. La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi, e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, che viene a battermi sul viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi. «E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi. «Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo io. Sono otto giorni, -otto giorni-, che non ricevo tue lettere. Dirai che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima perchè -toccava- a me. Mi par di sentirti; tu dirai così!... «Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro. Che cosa hai da fare tu se non pensare a me? «Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me, molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è maritata... «Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno, perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento russare; ne avrà per un pezzo. «In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi ci par di abitare un Eden... addirittura. «Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare, asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no, non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio. «È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro. «E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.» VI. Riccardo a Bice. «Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso. «Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie; otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti, e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto, soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo -- la più terribile e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà dei dolore! «E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e uno sgomento indefinito domina il mio spirito. «Penso ai giorni che non sono più, rivedo a una a una tutte le larve che ha inghiottite quest'immensa voragine del mio passato, esamino la terribile solitudine che si è fatta nel mio cuore. Oramai tutto ciò che mi sta dinanzi non ha seduzioni per me; l'avvenire non ha parole, e il solo sentimento che mi fa vivere, mi atterrisce con la minaccia dell'abbandono. «Mi hai tu compreso? Questo sentimento è il nostro amore; questa promessa lusinghevole che accarezza le titubanze del mio spirito, sei tu, tu sola. «Uno spietato destino regola i moti del cuore umano; ciò che ieri amavamo, oggi ci è indifferente; ciò che oggi amiamo, domani ci sarà ingrato. «Tu non lo credi, non lo puoi credere; hai visto l'orlo della tazza soltanto, e l'occhio tuo non ha potuto guardare ancora attraverso il fango della vita. «Oserò dirlo, si, oserò dirlo; lo devo. «Che sarà di noi? Che sarà del nostro amore?» Ecco la domanda che forma il mio supplizio. Non lo posso vincere questo pensiero ostinato che mi incatena come uno schiavo ribelle. La mia volontà si rompe all'urto delle mie paure e io rimango inerte e accasciato. «Tu lo puoi. Toglimi da questo abisso che mi dà le vertigini. Dimmi che m'ami, dilegua tu quest'orda inviperita di dubbi che m'offende, rasserena tu la mia anima; tu lo puoi. «Dimmi che solo gli amori delle vacue creature della terra muoiono sulla terra, ma che gli amori delle creature del cielo nascono e si perpetuano di là dalla tomba, nel cielo. «Dimmi che l'ardente sospiro che prorompe dal mio petto verso un ideale sognato non si perde vanamente nello spazio, ma va diritto al tuo cuore. «Dimmi che sei mia, di nessun altri, che sarai mia, di nessun altri, sempre.» VII. Bice a Riccardo. «Io era troppo felice, troppo lieta, troppo spensierata; questo stato non poteva durare. La mia istessa felicità era una minaccia; dovevo stare in guardia, dovevo aver paura della mia gioia; al contrario da pochi giorni a questa parte non ho fatto che pazzie; ho cantato tutte le canzoni che so a mente, ho storpiato al pianoforte tutta la mia musica, ho inseguito la cognatina lungo i viali del giardino, ho costretto la zia Angelica a ballare il -valzer- con me, e, -- ingrata nella gioia -- ho dimenticato i miei fiori e il mio canarino. Metteva proprio il conto che io facessi tutto questo, per dover poi piangere come una bambina! «Non volevo dirtelo, ma è meglio che tu lo sappia. Ebbene, sì, ho pianto, piango ancora, piangerò ancora, e sei tu, è quella tua lettera sciagurata che mi fa piangere. «T'ho fatto qualche cosa? Ti ho offeso? È tutt'oggi che cerco di ricordarmi ciò che ti ho scritto l'ultima volta; già, immagino che cosa può essere: qualche parola insensata a modo mio e interpretata a modo tuo. Tu vedi subito le cose in nero, e t'adombri, e pigli la penna e sfoghi il tuo malumore scrivendo frasi, che mi farebbero un gran dispetto se non mi facessero versare delle lagrime. «Hai torto, ecco. Se vi sono ragioni d'essere in collera con me, non devi usare questo linguaggio sibillino, ma parlarmi franco addirittura. Già, io non voglio imitarti, e senza sapere di che, perchè non me l'hai detto, ti domando perdono di ciò che può averti offeso per mia colpa. Una colpa vi dev'essere, se tu hai potuto dubitare di me.... «-- «Che sarà del nostro amore?» -- non lo sai tu? Quali paure sono queste? Credi proprio che io possa mutare un solo istante, mai? Non te l'ho detto che t'amo? O dubiti forse di te medesimo, della tua costanza?... Impossibile, se tu m'ami -- e anche tu me l'hai detto!... Che non darei per poterti leggere in cuore! «Perdonami, sai, perdonami. Volevo essere buona teco, volevo essere carezzevole, dolce, volevo dirti cento cose, toglierti dal cuore ogni dubbio, ed ecco invece mi lascio vincere dal dispetto. E tu soffri! Me l'hai scritto.... tu soffri per amor mio!... Perdonami, mio buon Riccardo, perdonami. «Senti; quando saremo insieme, quando potremo vederci a ogni ora, quando io potrò diradare col sorriso le nuvole del tuo spirito, allora mi farai giustizia e non ti cruccerai più dell'avvenire, perchè imparerai a conoscermi meglio. Tu non sei di quegli uomini che non credono, tu hai fede in un'altra vita, non mi hai deriso tu quando ti ho detto che le stelle preparano le nostre future abitazioni; e perchè dunque vorrai dubitare della sola cosa che ci nobiliti sulla terra, dell'amore? «Se ti potessi parlare, se ti potessi dire ciò che non so o non oso scrivere, se potessi attaccarmi al tuo braccio e condurti nel mio giardino, e farti vedere i miei insetti a cui uso dare dei petali di rosa e di gelsomino e delle foglie fresche a patto che non mi rodano le mie pianticelle; se potessi farti amare il piccolo mondo in cui ho posto la parte dei miei affetti che non è assorbita da te, da fratel Biagio, dalla cognatina e dalla zia Angelica, mi pare che lo sentiresti tu pure il palpito che io provo allo spettacolo della natura. «In un bel romanzo ho letto che gli uomini a forza di tentativi per dimenticare i dolori, non riescono spesso che a dimenticare se stessi e la natura di cui sono figli, e che raddoppiano così le smanie, aggiungendo al loro fardello lo scetticismo e l'apatia. «Ma tu non sei a questo punto, e io saprò guarirti. Ti educherò a modo mio; farò di te un innamorato meno serio, meno grave, e più galante, e più affettuoso... E più affettuoso -- ed è questo il più -- perchè già, voglio dirlo, se hai osato dubitare del nostro amore, non può essere che tu mi ami come dici d'amarmi, e molto meno come t'amo io. Interrogane il tuo cuore... «Ma non dirmene la risposta. Per più ragioni: prima di tutto perchè non mi diresti il vero; in secondo luogo perchè non ti crederei; e poi perchè se mi dicessi che io non m'inganno, non te lo perdonerei proprio e ti farei il broncio. «Ora che ti ho detto l'animo mio, mi par di sentirmi sollevata. Non piango più, non piangerò più. Sei contento? «Se tu sapessi quanto mi costa questa lettera! Essa è frutto d'una lotta fra il cuore che voleva confortarti e piangere teco e lo spirito che si ribellava per tenerti il broncio. «Questa lotta non è finita, i due avversari non hanno ancora deposte le armi, e si guardano biecamente provocandosi a vicenda. Non so quale rimarrà vittorioso. Indovinalo. Tu intanto fa del tuo meglio -- e, a parer mio, il meglio che tu possa fare è di scrivermi subito per domandarmi perdono.» VIII. Bice a Riccardo. «Così va bene, e poichè tu sei finalmente sicuro di amarmi, dirò che io non sono sicura di non impazzire di gioia. La fortuna mi guarda come una madre e mi prepara un cumulo di felicità così grande, che quasi ne sono atterrita. Mio fratello è arrivato ieri; la nostra casa è in festa; la mia cognatina non può stare un momento ferma, la vedo da per tutto; la zia Angelica fiuta tabacco più dei solito; i servitori sono in gran faccende; il cuoco.... bisogna vedere il cuoco!... indolente e sfiaccolato tutto l'anno, ha preso una solennità che fa proprio ridere; insomma tutto intorno a noi è mutato. Perfino il mio canarino sbatte le ali, e si tuffa nel secchiello, e cinguetta come se gli sia toccata una gran fortuna. «Come è opprimente la felicità! Se tu fossi con noi a respirare quest'aria che respiriamo! (Oh! se tu fossi con noi!) Ci si sta a disagio come in un'atmosfera viziata. Si sente l'affanno, l'oppressura; si sente che è qualche cosa che esce dalle leggi naturali della vita, che non è la vita, che non può durare, che è troppo potente per le nostre fibre. Si prova la stessa sensazione che nel salire le prime Alpi. Non sorridere, ci sono stata io! Più si va in alto, e più l'aria è balsamica, e più il corpo s'affatica. Diresti che la gioia ha dell'ossigeno, e che le grandi gioie ne sovrabbondano. «Tutto il giorno non ho fatto che girare intorno a mio fratello come un adulatore importuno. Io l'aveva qui, sulle labbra, il mio segreto, «Glielo dico? Glielo dico?...» E non gliel'ho mai detto. «Mi sono arrabbiata dentro di me di questa debolezza: mi pareva una cosa tanto facile, ma, venuto il momento, me n'è mancato l'ardire. Ho avuto un bel rimproverarmi la mia inettitudine, non sono riuscita che a fare nuovi propositi invece degli altri che mi parevano saldissimi, e a vederli venir meno anch'essi sul buono. Aggiungi che il timore di un rifiuto non vi ha proprio avuto parte. Io sono certa che fratel Biagio non dirà di no, perchè è buono, e mi ama tanto. Mi chiama la sua bambina, e io non me ne offendo; sono niente io ai suo confronto; egli è una specie di colosso e dacchè sono al mondo l'ho sempre visto tale e quale; ho creduto per un pezzo che fosse nato così. «Sai perchè ti scrivo? Per dirti che domani, appena sarà l'alba, correrò incontro a fratel Biagio, e farò quello che tutt'oggi ho tentato inutilmente di fare. Ti scrivo per incorarmi nel mio proposito; ora che ti ho promesso (e giurato) di farlo, non saprò più venire a patti con la mia coscienza. È uno stratagemma che qualche volta riesce, io lo adopero spesso quando voglio costringere la mia volontà a -volere- proprio sul serio. «Così andrò a letto più tranquilla. A quest'ora tu dormirai, perchè è tardi; se non dormi, buona notte. A domani.» -P. S.- «Come sono felice! Ti scrivo col cuore traboccante di gioia. Se tu sapessi!... Ora saprai tutto. «Non so dove io trovi la forza di stare a questo tavolino per iscriverti; ho una strana sensazione di benessere, il sangue mi galoppa per le vene. Vorrei saltare al collo di fratel Biagio, della zia Angelica, della cognatina, se il mio orgoglio di donna non si ribellasse; vorrei correre in giardino, e ricercare un angolo oscuro, sotto il padiglione di rose bianche, dove neppure il sole potesse vedermi, per nascondervi il mio pazzo tripudio... «Dove s'arresterà questo turbine d'idee che mi gira pel capo? Non so come incominciare... «Come avevo promesso, stamane mi levai di buon'ora, e venni innanzi a mio fratello per dirgli tutto. Ero risoluta più che io stessa non sperassi -- pensavo a te... tuttavia di' tu se il cuore mi battesse! «Fratel Biagio era di buon umore; egli lo è sempre, ma questo mi parve buon indizio. Mi attaccai al suo braccio, passeggiai gran tempo con lui per la casa, e riuscii a trarlo a poco a poco in giardino. Lo tempestai di domande sul suo viaggio, sulla sua intrapresa di stagni, sull'Olanda... Fratel Biagio era lontano mille miglia dal supporre a che volessi venire, e siccome se può parlare dei suoi viaggi è l'uomo più felice di questa terra, entrò in cento minuzie per soddisfare la mia curiosità. «Intanto ch'egli parlava, io rivolgeva in mente la mia idea fissa, rampognandomi di scegliere una via così lunga, e frammettendo ogni tanto qualche cenno del capo e qualche accento di meraviglia per non tradire la mia distrazione. Ma o non vi riuscii punto, o vi riuscii male, perchè all'improvviso mio fratello tacque; io, tolta da quel silenzio repentino alle mie fantasie, lo guardai in faccia... Mi guardava... balbettai qualche parola e mi feci di bragia in volto. E mio fratello a ridere come matto. Quel riso sonoro, aperto, mi indispettì e rallegrò a un tempo; ma non osai interrogarlo più sui suoi viaggi. Allora fratel Biagio mi guardò fisso, mi prese il braccio che io aveva svincolato, e incominciò alla sua volta l'interrogatorio. «La conclusione?... La conclusione è che gli ho detto tutto! «Quand'ebbi finito, egli rimase un momento silenzioso; poi incrociando le braccia e appuntando il mento sul petto, mi si piantò dinanzi serio serio, e mi disse con accento che voleva essere severo: «Ah! la signorina è innamorata! ah! la signorina scrive delle lettere e ne riceve!» «Io non sapeva se dovessi credergli o no, ma ti giuro che fui lì lì per fuggire e sottrarmi alla sua collera. Lo guardai supplichevole, ed egli diede in un altro scoppio di risa. Questo secondo impeto d'ilarità, invece d'indispettirmi, mi rese audace; gli dissi che noi eravamo sicuri della -fermezza dei nostri sentimenti- e gli domandai il consenso al nostro amore. «-- Ah! tu vuoi anche che io acconsenta? «-- Che egli venga da noi...» interruppi. «-- Ch'egli venga!... balbettò maravigliato. «Non aveva detto di no, non era andato in furia; non volli sapere altro, gli posi una mano sulla bocca, e via come una freccia. «Per due ore il cuore mi battè forte forte. Finalmente la cognatina venne nella mia camera sorridendo, e mi disse: «Ma non posso più star ferma; vorrei poter volare io stessa a portarti questa lettera, e dirti io stessa la mia felicità... la nostra felicità. Ma se potessi venire, non t'avrei scritto; e da un pezzo non sarei qui. Vieni tu e tutti i voti del mio cuore saranno esauditi. «Volevo che ti invitassero con lettera, ma mi hanno detto che sarebbe una -sconvenienza-. Io non sono persuasa, ma non mi ostino. Basta che io possa dirti -vieni- perchè tu venga; e a me basta che tu venga.» IX. Fratel Biagio. Gli uomini che hanno la corteccia di fratel Biagio s'incontrano così di frequente nel mondo, che parrebbe inutile spendere molte parole a riprodurne le sembianze, tanto più che i caratteri precisi del suo naso e della sua bocca non tornano assolutamente indispensabili al caso nostro. S'immagini una di quelle fisionomie che la natura non fa se non abbozzare, nei momenti d'ozio, con mano distratta, e in cui si trovano quasi sempre tutti i luoghi comuni del disegno di figura: un bei naso, due occhioni (-due- è la regola), un mento tondo, una bocca piccina, una fronte alta, insomma una comitiva di perfezioni, le quali si dànno la posta sovra una rotondità carnosa, per avere il pretesto di formare una faccia che non arriva al ridicolo, perchè si è fermata al dozzinale. S'incornicino queste forme con una chioma nera e arruffata, si collochi il tutto sopra un torso tarchiato, di mezzana grandezza, e il torso su due colonne più solide che classiche, e l'edifizio apparrà intero. Un assai povero edifizio in fede mia, e degno in tutto dell'insegna -- -Biagio!- Quando un padre condanna la propria creatura a trascinarsi dietro per tutta la vita la catena di un nome così melanconico, se pure ha viscere di padre, non ha cervello d'uomo ragionevole. Affliggere il proprio sangue col nome di Biagio, mentre è tanto facile raccomandarlo alle signore chiamandolo Arturo! Aver nome Biagio vuol dire veder le proprie velleità romantiche derise dai compagni di scuola, costringere l'innamorata ad arrossire dinanzi alle amiche che amino un Leopoldo o un Eugenio, ed essere esposti a buscarsi le beffe oltre il danno, se per avventura un'onesta moglie riesce a mettersi in capo che il serbar la fede a un marito, il quale non si chiami Arturo, è cosa troppo superiore alle forze del suo sesso. Aver nome Biagio, possedere una bocca, un mento e un naso classicamente indifferenti, vuol dire un'infinità d'altre cose niente affatto piacevoli; ma non vuol già sempre dire che chi si serve di questi organi e risponde a tal nome sia proprio un tanghero o uno scimunito. Se un cuore aperto, un sorriso schietto, un conversare piacevole e una buona dose di accortezza nei negozi potessero far perdonare alle signore sentimentali il nome, i trent'otto anni sonati, il naso, la bocca e gli altri accessori che concorrono a formare la pacifica esistenza di Biagio van Leven, ci affretteremo a dire che, oltre a tutto ciò, egli possiede anche un'erudizione spaventevole in fatto di botanica, e che coltiva, con una fortuna vinta appena dalla sua passione, i bulbi dei giacinti, dei narcisi, dei tulipani, delle ixie, delle amarillidi, i tuberi degli anemoni doppi e le zampe dei ranuncoli. Fratel Biagio è nato commerciante, ha vissuto e vive commerciante, e probabilmente morrà commerciante; nè mai, io credo, anima più mite e innocua scaldò le vene d'un onesto borghese delle coste dello Zuiderzee. Nato in Olanda, trascorsa la primissima infanzia numerando balle di cotone, e la giovinezza a scriver numeri nei registri del padre, il nostro Biagio fu, per così dire, gettato irresistibilmente nella corrente dei negozi. Rimasto solo, dopo la morte del padre, con una sorellina del secondo letto, per non diventare ipocondriaco, pensò di espatriare, e tolto seco il suo fardello la sua piccola Bice, di cui era tutore, trasportò il suo malumore e la sua casa di commercio in Milano. Ciò avvenne alcun tempo fa, e siccome i suoi interessi hanno sempre prosperato, e gli anni si sono ammucchiati sulle sue spalle, ha finito col prender moglie. Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania -- il suo commercio di Olanda. Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e di sua moglie Ada. Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine, e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda. Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la sua pipa. Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven che si compiacquero di metterlo al mondo. Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello scambio, del progresso, del -pauperismo-, e quando ha finito conchiude candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista! Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene per gran tempo il governo. Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; -- tale il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella dialettica. All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina. Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla desolata madre, che non tardò a tenerle dietro. Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto definitivamente la partita. Se non che quando una buona figliuola del territorio di Groninga acconsentì a dividere la vita col vedovo van Leven, a Biagio, il quale non aveva ancora quindici anni e sentiva nel cuore un gran vuoto, parve d'aver riacquistato le carezze della mamma; questo lo rifece sereno in volto come nei giorni della gioia. La serenità si volse in qualche cosa di meglio dopo una fortunata intrapresa in stagno delle isole di Banca, che raddoppiò d'un tratto i capitali della casa van Leven e Compagni, e toccò il parossismo quando la seconda moglie di babbo van Leven regalò al figlio van Leven un'altra sorellina, che, a memoria della povera morta, ne ebbe lo stesso nome e le stesse accoglienze festose. Quindi innanzi Biagio diventò -fratel Biagio-, l'allegria prese alloggio un'altra volta in casa van Leven, e il sorriso parve stamparsi indelebile sulle labbra del nostro eroe. Ma la battaglia non era finita. La madre della piccola Bice fu tratta a morte da malattia di petto, e il povero marito, vedovo un'altra volta, si accorò tanto, che se ne morì anch'esso. Per alcuni mesi fratel Biagio non disse parola di lamento; si aggirava per la casa come uno spettro, si toglieva tra le braccia la bambina, e non le sapeva più sorridere. Venuto a Milano per isfuggire alla melanconia, ebbe giorni di pace, ma non lieti, finchè, stanco di inseguire invano la larva fuggente della felicità d'una volta, riparò nelle braccia d'una moglie come in porto sicuro. E quivi ebbero fine le sue procelle; riapparve il sorriso, il cuore affrettò nuovamente i battiti. Le parti dei due contendenti s'invertirono e la vittoria sembrò assicurata al buonumore. X. Preliminari d'una domanda di matrimonio. Fratel Biagio stava inaffiando le azalee del suo giardino, quando sentì una voce chiamarlo a nome e alcuni passi affrettati lungo il viale dei carpini. «Bice,» disse egli, come rispondendo a sè stesso, e un sorriso brillò nelle sue labbra. Una testina bionda, con un volto candido e rosato e grand'occhi azzurri, si affacciò in mezzo al fitto delle foglie e dei fiori. Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella scena l'immagine d'una fantastica apparizione. Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla fanciulla. Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di quella creatura di diciotto anni. -- Che cosa vuoi? -- È venuto -- rispose Bice con impeto innocente. -- Chi? -- Lui!... -- Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fece -pro forma-, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba. Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza trovare nulla. -- Diamine!... diamine!... -- mormorò alla fine; facendo violenza a sè stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di seguirlo. Intanto -lui-, cioè Riccardo, non si trovava in una condizione molto invidiabile. Rimasto solo in un'ampia sala, egli ha cercato di raccogliere le idee e di comporre ancora una volta nella mente il discorsetto lungamente 1 2 3 4 5 6 7 8 9 ( ) 10 11 12 13 14 15 16 , . 17 18 19 20 21 - - . 22 23 24 25 26 27 ( . ) 28 29 30 - , ' 31 32 . , 33 , . 34 - - 35 - - 36 ' , . 37 , , , 38 , , 39 ' , , 40 , 41 . , 42 . - 43 44 - , , 45 , ' 46 , 47 48 . - 49 50 ' . 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 . 61 62 63 64 65 , 66 , 67 , 68 69 ' , 70 ' . 71 72 , 73 , , ; 74 , 75 , ' 76 , - - , , 77 . 78 79 ; 80 , , 81 ' , ; 82 83 ' . 84 85 , 86 ' ' ' . - - 87 , 88 : 89 , 90 , 91 ' . 92 93 : , 94 , 95 . 96 ( ) ' , 97 , , 98 99 ' , . 100 101 ; , 102 ; - - - - 103 ; , 104 105 ' . 106 ' ' 107 ; 108 ' ; ( 109 ) 110 ' 111 , 112 . 113 114 , 115 , 116 , 117 , 118 , , 119 ' , 120 ' 121 . 122 123 ' ' ' 124 125 , , 126 , , 127 . 128 129 , ' 130 ' , 131 ' 132 . 133 134 135 , ' 136 , 137 , , , 138 , 139 , , , 140 , 141 ' . 142 143 144 145 , ' ; 146 , ' , 147 148 . 149 150 151 , , 152 , 153 , 154 , 155 , 156 . 157 158 159 , , 160 , ; 161 , 162 , 163 . , 164 ' , 165 , . 166 167 , 168 . 169 170 , . 171 172 173 174 175 . 176 177 . 178 179 180 . . . . 181 182 « ' ; ' 183 - - ' 184 ? 185 186 « . , 187 , . 188 189 . 190 191 « - - ? 192 , : 193 « . » ' . 194 , : « ' ; » 195 196 . 197 198 « , 199 , 200 . 201 , 202 , 203 , 204 , 205 . 206 207 « ; ' , 208 , ; 209 , 210 - - , - - . 211 ; 212 ' , 213 , 214 . 215 216 « , 217 : « ! » ; 218 . 219 220 « . 221 ? ( 222 ) , , ; 223 , ; , . 224 , , 225 . ; 226 . ? ? ? ' ' , 227 . ' ; 228 229 ' , , « , » 230 . 231 232 « , . , 233 . 234 ; - - , 235 ; ' 236 , . ' , 237 ' . . . . ' . 238 . 239 240 « ' . ' 241 - - , 242 - - ; ' 243 ' , , , 244 . 245 246 « 247 ' . . 248 , 249 , . 250 251 « ; ; 252 - - , 253 - - . 254 . 255 256 , 257 , 258 - - . 259 260 « . 261 262 « - - , ; 263 , ' 264 ' ' . » - - . 265 266 « ; : « 267 . » 268 269 « ? . , 270 , , ; 271 , , , 272 ' . 273 , ; . 274 , 275 . ; , 276 , , , 277 . ' ' . 278 ' ; , 279 . 280 281 « ' - - ' , ' : 282 - - 283 - - 284 . » 285 286 - . . - « : , 287 . » 288 289 290 291 292 . 293 294 , . 295 296 297 298 ' , 299 . , 300 , , , , 301 , 302 ' 303 304 , , , , 305 ' 306 . 307 , , 308 , , , 309 , , 310 , , 311 , , 312 . 313 314 ? , 315 316 . 317 318 , , 319 , ; , , 320 ; 321 ! 322 323 ; 324 325 , 326 327 . 328 ; , 329 , , 330 , 331 , 332 . 333 334 , 335 , 336 ' ' , 337 , 338 339 . 340 341 ! ! 342 343 344 345 346 . 347 348 . 349 350 351 « , 352 , ; 353 ' ' . 354 355 « 356 , 357 358 . 359 360 « 361 362 . ; 363 364 , . » 365 366 « : - ' - 367 368 ' , 369 . 370 371 « , 372 373 . 374 375 « , 376 377 , , ' 378 ; 379 . 380 381 « ; 382 383 . 384 385 « - - 386 ; 387 . . . . ; 388 . 389 390 « , 391 , 392 . 393 394 « . 395 396 « 397 , . » 398 399 400 401 402 . 403 404 . 405 406 407 « ; 408 . , ' 409 , 410 . ' 411 , , 412 . . . . . 413 414 « . ; 415 ; 416 . 417 418 « ; , . 419 , ; 420 , , 421 , 422 . , 423 , ' ' . 424 425 « ! 426 ! , , ' , 427 . . . ? ? . . . . 428 429 « ? ? 430 . , - - , . 431 , 432 - - . ; ! . . . 433 434 « ; , ; 435 , ' . . . , , 436 , ' . . 437 ? 438 439 « ? , . 440 ? . , , , , 441 . , 442 . . . 443 444 « . 445 ' , 446 . . 447 ' , , , , 448 , 449 . 450 ; . 451 452 « , , 453 , 454 . . . . 455 456 « ? 457 ; 458 ; ; , , 459 , . . . ! . . . ? ; , 460 . . 461 , , 462 . , , 463 , . 464 ; 465 . . . . ? , 466 ; , . 467 468 « ' . ' ? . , 469 ' , . ' . 470 471 « ? , 472 , . ; 473 . . . . 474 , , . . » 475 476 477 478 479 . 480 481 . 482 483 484 « ' . 485 ! 486 ! , , 487 . ' , 488 ' , 489 ' . , ' 490 ; 491 , . 492 ; . 493 494 « 495 ' . ; 496 , 497 . , 498 , - - 499 , ' , 500 ! 501 502 « , 503 . , , 504 . 505 506 « , 507 ' , 508 . 509 ; ' , 510 , 511 ' . 512 513 « ? ; 514 , 515 , . 516 517 « ; 518 , ; , 519 . 520 521 « , ; ' 522 , ' 523 . 524 525 « , , ; . « ? 526 ? » . 527 528 . ' 529 . 530 531 « . . 532 ' , ' ' , 533 ; . 534 535 « 536 , 537 , . 538 539 « ' 540 , 541 . 542 543 « , , , , 544 . » 545 546 547 548 549 . 550 551 . 552 553 554 « , , ; 555 . ; 556 , ; 557 ; 558 , 559 , , 560 - - , , - - 561 - - . 562 , 563 ! 564 565 « , . , , 566 , , , , 567 . 568 569 « ' ? ? ' 570 ' ; , 571 : 572 . , ' , 573 , 574 . 575 576 « , . ' , 577 , . 578 , , , ' 579 , . 580 ' , . . . . 581 582 « - - « ? » - - ? 583 ? , ? 584 ' ' ? , 585 ? . . . , ' - - ' ! . . . 586 ! 587 588 « , , . , 589 , , , 590 , . ! 591 ' . . . . ! . . . , 592 , . 593 594 « ; , , 595 , 596 ' , 597 . 598 , ' , 599 ; 600 , 601 ' ? 602 603 « , 604 , 605 , 606 607 ; 608 , 609 , , 610 . 611 612 « 613 , 614 , , 615 ' . 616 617 « , . 618 ; , , , 619 . . . - - - - 620 , , , 621 ' , ' . 622 . . . 623 624 « . : 625 ; ; 626 ' , 627 . 628 629 « ' , . 630 , . ? 631 632 « ! ' 633 634 . 635 636 « , 637 , . 638 . . - - 639 , , 640 . » 641 642 643 644 645 . 646 647 . 648 649 650 « , , 651 . 652 , 653 . ; 654 ; , 655 ; ; 656 ; . . . . ! . . . 657 ' , ; 658 . 659 , , 660 . 661 662 « ! 663 ' ! ( ! ! ) 664 ' . ' , ' ; 665 , 666 , , 667 . 668 . , ! , 669 ' , ' . 670 ' , . 671 672 « 673 . ' , , , 674 « ? ? . . . » ' . 675 676 « : 677 , , , ' ' . 678 , 679 , 680 ' . 681 . 682 , , . 683 , ; ; 684 ' 685 ; . 686 687 « ? , ' , 688 , ' 689 . ; 690 ( ) , 691 . 692 , 693 - - . 694 695 « . ' , 696 ; , . . » 697 698 - . . - « ! . 699 ! . . . . 700 701 « 702 ; , 703 . , 704 , , 705 ; , , 706 , 707 , . . . 708 709 « ' ' ? 710 . . . 711 712 « , ' , 713 . 714 - - . . . ' ! 715 716 « ; , 717 . , 718 , . 719 , , 720 ' . . . 721 , ' 722 , 723 . 724 725 « ' , , 726 , 727 728 . , 729 , ' ; , 730 , . . . 731 . . . . 732 . , , 733 ; 734 . , 735 , ' . 736 737 « ? . . . ! 738 739 « ' , ; 740 , 741 , : « ! 742 ! ! 743 ! » 744 745 « , 746 . , 747 . 748 ' , ' , ; 749 - - 750 . 751 752 « - - ! ? 753 754 « - - . . . » . 755 756 « - - ' ! . . . . 757 758 « , ; 759 , , . 760 761 « . 762 , : 763 764 « ; 765 , . . . 766 . , ' ; 767 . . 768 769 « , 770 - - . , . 771 - - ; . » 772 773 774 775 776 . 777 778 . 779 780 781 ' 782 , 783 , 784 785 . 786 787 ' 788 , ' , , 789 : , 790 ( - - ) , , , 791 , , 792 , 793 , 794 . 795 796 ' , 797 , , 798 , ' . 799 800 , ' - - 801 - ! - 802 803 804 , 805 , ' . 806 807 , 808 ! 809 810 811 , ' 812 , 813 , ' 814 , 815 , . 816 817 , , 818 , ' ' 819 ; 820 . 821 822 , , 823 824 , ' , , 825 826 , , 827 , ' 828 , , 829 , , , , 830 , , 831 . 832 833 , , 834 ; , , 835 ' 836 . 837 838 , 839 , , 840 , , 841 . , , 842 , , 843 , , 844 , 845 . 846 847 , 848 , , 849 . 850 851 ' - - 852 . 853 854 , , 855 856 , 857 ' , 858 . 859 860 , , 861 ' , 862 , . 863 864 : , 865 ' ; : , , 866 . 867 868 869 . 870 , ' ' 871 , 872 . 873 874 ; , 875 ; , 876 , , - - , 877 878 , , , ' 879 , ! 880 881 882 , 883 . 884 885 ; 886 ; 887 , , , 888 889 ' ' ; , 890 ; - - 891 ; 892 893 . 894 895 ' 896 , 897 ' 898 ' . 899 ' , ' 900 , ' 901 . 902 , 903 , 904 , 905 , . 906 907 908 ; 909 . 910 911 912 , , 913 , 914 ' ; 915 . 916 917 918 , ' 919 , 920 921 ' , , , 922 . 923 924 - - , ' 925 ' , 926 . 927 928 . 929 , , ' , 930 , ' . 931 ; 932 , , 933 . 934 935 , , 936 , , 937 ' , ' 938 . 939 940 ; , 941 . 942 ' . 943 944 945 946 947 . 948 949 ' . 950 951 952 , 953 954 . 955 956 « , » , , 957 . 958 959 , ' 960 , . 961 962 , ' 963 , 964 ' ' . 965 966 , ' , 967 . 968 969 ' 970 . 971 972 - - ? 973 974 - - - - . 975 976 - - ? 977 978 - - ! . . . - - 979 980 , : « ? » 981 - - , , 982 ' . . 983 984 , 985 , 986 ' 987 . 988 989 - - ! . . . ! . . . - - ; 990 , , 991 , 992 , 993 . 994 995 - - , , 996 . 997 998 ' , 999 1000