una specie di cicoria, di cui si fa un'ottima insalata. Ma il nostro ospite, nella serenità dell'animo suo, non si avvide dell'intenzione burlesca dell'amico e non prese in mala parte la sua ilarità. Antonio proseguì l'interrogatorio che cagionava all'ex-baritono un visibile piacere. «A che ora ti levi di letto al mattino? --All'alba; nulla di meglio d'una magnifica passeggiata sui monti, all'alba; si gode uno spettacolo incantevole, si respira un'aria frizzante e si acquista un appetito... un appetito... ritorno a casa e faccio colazione... --E poi?... --E poi fumo la pipa, e poi canto accompagnandomi sul pianoforte; e poi vado alla campagna a dare un'occhiata ai miei fondi... fino all'ora del desinare, che dura più d'un'ora... e poi leggo, o canto, o fumo la pipa... e appena annotta, mi caccio in letto... --E al domani ricominci?... --Ricomincio.... --E non ti stanchi mai? --Mai. --E non ti vien mai voglia di parlare con chicchessia? --Se me ne venisse voglia, ci è il fattore, un uomo che si può far andare in estasi con una nota filata, che s'inginocchierebbe ad adorarmi se gli cantassi una romanza, e che dice le più innocenti schiocchezze che siano mai uscite da una bocca che non canta. --E non ti vengono mai in mente i tuoi trionfi, le belle cene, i tuoi -debutti-, i sospirati quartali ed i non sospirosi amori delle quinte? --Mi vengono, ma non li rimpiango, ne rido... insomma sono felice! --To', disse Antonio guardando l'orologio; è mezzogiorno, voglio essere felice anch'io! --Anch'io! dissi accontentandomi della parte secondaria che mi toccava in quella commediola. Il desinare era ghiottamente casalingo, e se è vero che l'appetito sia il miglior condimento delle vivande, io dico che non furono mai vivande meglio condite di quelle della mensa del baritono Tallini. Il quale però, checchè dicesse e facesse, mi sembrava meglio un uomo nervosamente di buon umore, che un mortale baciato in volto dalla felicità. Non aveva dell'uomo felice, come io lo immaginava, la robustezza serena, la tranquilla indolenza, la beata apatia; vero è che codesto è il tipo iperbolico degli uomini felici, e che tutti gli uomini meno scontenti del loro stato escono dalla schiera operosa di quelli che non han tempo da proporsi quesiti psicologici--ma è anche vero che l'ex-baritono Tallini non apparteneva a quest'ultima schiera, e che, stando ai calcoli fatti sui termini forniti da lui stesso, gli dovevano rimanere sei buone ore al giorno per maledire l'esistenza. Egli guardava ogni tanto alla sfuggita Antonio e me, e s'empiva la bocca, e ci rivelava fra un boccone e l'altro i mille artifizii con cui gli era riuscito finalmente di raggiungere la felicità in cima al monte Barro. «Tu non sei più ricco? gli chiese Antonio. --Non sono più ricco; dopo di essermi messo insieme un piccolo patrimonio colla mia voce, ho voluto speculare su quella degli altri; ho fatto l'impresario e ci ho rimesso tutti i miei quartali ed una porzione anche di quelli dei miei scritturati. L'ex-baritono nel dire queste parole ingrossava la voce, volendo, per una vecchia vanità d'artista, sfoggiarne il volume. E proseguiva: «Un giorno mi avvidi che mi avanzavano solo poche migliaia di lire, pensai che era tempo di voltare per sempre le spalle al palcoscenico, uscii dal teatro e presi la via dei monti. Avevo il cuore leggiero quando giunsi a Lecco; seppi che sul Barro ci era questa casicciola da vendere e la comperai. E ci venni, e qui finirò i miei giorni... Queste ultime parole tragiche furono dette a boccia piena, il che ne temperava singolarmente il sinistro significato e dava alla felicità dell'ex-baritono un carattere durevole. «Beato te! disse Antonio sospirando. Non vidi mai faccia più solenne di quella del nostro ospite, a quel sospiro; egli si arrestò perfino dal mangiare per chiedere con aria di superba commiserazione: «Non mi hai detto nulla di te... come vivi tu? --Male... male; per una inveterata abitudine tengo a vivere più che posso e meglio che posso, ma non mi riesce di essere contento. Passo l'estate a Lecco, amo anch'io la campagna, ricevo molte visite... --Ricevi molte visite?... --Molte... sono seccato a tutte le ore; bisogna chiacchierar sempre, parlar di cento sciocchezze, tagliar i panni al prossimo... e leggere nei giornali altre chiacchiere, altre sciocchezze, altra maldicenza! Sempre chiacchiere, sciocchezze e maldicenza, con questo solo divario che nelle parole si trova qualche volta un po' di spirito e nelle scritture si trova qualche volta un po' di grammatica... All'inverno vado a Milano, perchè a Lecco non si spazza bene la neve... passo il tempo al teatro o al caffè Martini, o in galleria... --Ah! tu all'inverno vai a Milano? --Sicuro. --Poveretto! ripetè l'ex-baritono vuotando d'un fiato un bicchiere ricolmo. E voi, signore, come vivete? --Male anch'io, male anch'io; anzi peggio di voi altri; perchè sto sempre a Milano, vado a tutte le prime rappresentazioni, costretto ad ascoltare tutti gli artisti che hanno o che avevano o che vogliono avere in gola un filo di voce, ed a leggere tutte le cronache cittadine, ed a mostrare di prendere sul serio cento cose che non m'interessano punto. Beato voi che ve ne state qui, con questi bei monti in faccia, con questo bel lago sotto i piedi, che non pensate se non ai fagiuoli del vostro orticello ed a tener provvista la cantina di questo nettare delizioso! --E chi viene a trovarti a Lecco? chiese l'ex-baritono, a cui il vinello snodava la lingua. --Molti che ti conoscono. Agenti teatrali, maestri di musica, cantanti... --E che dicono di me? Questa domanda fu pronunziata sbadatamente, col bicchiere alle labbra e gli occhi fissi nel bicchiere. È impossibile comportarsi meglio per parere supremamente sdegnoso delle cose degli umani. «Dicono, rispose Antonio, levando dal suo canto il bicchiere e ponendolo tra il raggio visuale e la luce della finestra, dicono... --Dicono? --Dicono... Non dicono nulla... Cioè!.... qualcuno dice che sei un pazzo... Niente di meglio per vivere felici che essere creduti pazzi dal prossimo... --Già... sicuramente... --E gli altri? --Gli altri non si ricordano nemmeno che abbia esistito al mondo un baritono Tallini... Nulla di meglio che essere dimenticati dal prossimo per vivere felici... --Già... sicuramente. IV. Il pranzo era al termine; una comitiva di bicchieri di vino s'era data ritrovo nel nostro ventricolo ed accendeva gli estri del buon umore. Ci fu però un momento in cui il nostro anfitrione chinò la testa fra le mani e guardò fissamente la tovaglia. In quel punto il piede d'Antonio urtò sotto la tavola contro lo stinco della mia gamba; guardai. L'ex-baritono uscì in breve dalla sua beata fantasticheria, si pose al cembalo senza dir parola, e dopo alcuni accordi di preludio, intonò con voce stentorea la romanza del -Trovatore-. «Che voce! esclamava ogni tratto Antonio, chinando il capo sul mento e guardandomi sott'occhi, che voce! benissimo! benissimo! Sai qual'è la disgrazia dei nostri teatri? aggiunse quando l'altro ebbe finito. --E qual'è? --Che siano al mondo tanti disgraziati, i quali implorano la misericordia del cielo in chiave di baritono, e che se ci è uno il quale abbia un -organo- a dovere, sia un uomo felice e non ne voglia sapere del palcoscenico. Antonio temperò l'effetto della frase lusinghiera con una bella risata, ma l'ex-baritono non pose mente che alla prima parte e rispose modestamente all'elogio cantando il duetto e facendo in falsetto la parte della donna. --Credete che, se volessi ancora cantare, troverei una scrittura? disse all'improvviso. --Ma tu non vuoi! rispose Antonio. --È vero! oh! come sono felice! ripetè per la centesima volta l'ex-baritono; bisogna bere un'altra bottiglia!... Quel vinello generoso cresceva insolitamente la verbosità del nostro ospite e metteva noi pure alle porte della sua felicità. Io giurai che il monte S. Martino non mi era mai parso così bello, e che avrei passato la vita a contemplarle, sicuro di non poter spendere meglio l'esistenza. Antonio, che da prima pareva farsi beffe del singolar modo che l'ex-baritono aveva scelto per essere felice, assicurava che ora ne comprendeva la filosofia profonda, e l'anfitrione continuava ad assediarci di domande ed a farci ogni tanto quesiti ed ipotesi a cui non sapevamo troppo che rispondere. «Che si dirà di me adesso al caffè Martini? Che si direbbe se mi si vedesse riapparire un bel giorno a Milano, o se annunziassi un'altra volta il mio -debutto-? --Che lago! che magnifico lago! Che monti! Che panorama! ripeteva Antonio; mi par di amarli; ora comprendo come devono essere cari a te che li hai sempre dinanzi! Che buoni amici i monti! Che cara compagna la solitudine! Del vinello, che aveva la maggior parte nel nostro entusiasmo, non una parola; questa è la gratitudine degli uomini. Venne il momento di separarci dal nostro ospite, il quale aveva fatto di tutto per trattenerci, pregandoci, scongiurandoci, e dandoci perfino il tenero spettacolo delle lagrime d'un uomo felice, --Beato te! disse Antonio sospirando, beato te! io mi sento ammalato di nostalgia al solo pensiero di lasciar questi luoghi. Se rimanessi un giorno ancora, Lecco mi parrebbe una sepoltura. Non verrai tu qualche volta a Lecco? Ma già, il difficile è spezzare le abitudini! Oramai tu sei un vecchio inquilino del monte e... Ci penso; non ne hai detto da quanto tempo abiti questo paradiso!... L'ex-baritono stringeva le nostre mani nelle sue, e ci guardava come sbigottito della nostra sciagura e commosso dal nostro dolore... Egli uscì da quell'estasi con un sospirone lungo, e rispose: «Da un mese!... V. .... Quando, scendendo giù per la china del monte, ci voltammo e non vedemmo più la casicciola rosea, l'amico Antonio ed io ci guardammo in volto ed uscimmo all'unisono in una sonora risata. «L'hai visto bene quell'uomo felice? --E non mi escirà più di mente! Antonio ed io ci abbandonavamo così interi a quella ilarità, che giù per la rapida china non ci era più possibile fermarci, e fummo più volte a un pelo di provare, coll'esempio che l'eccessivo buon umore fa perdere la gravità. Non mai la nostra linea di direzione fu così in pericolo di uscire dalla base, nè il nostro naso più vicino ai ciottoli della via. «Io leggo nella felicità di quell'uomo come in un libro aperto, disse Antonio. --Ed io anche. --E dico che quello è un uomo disgraziato come noi. --E più di noi... --E che la sua maggior disgrazia è d'essersi spacciato per un uomo felice... --Amico dei monti e della solitudine, e che tanto ama egli i monti e la solitudine, quanto noi il digiuno. --E si è spacciato per tale solo per cavarsi il gusto di dare invidia agli amici, e mi ha scritto perchè mi arrampicassi fino da lui, colla speranza che io gli facessi un po' di -reclame-... --E per interrompere la sua noia profonda. --È un uomo che vive della sua piccola vanità d'uomo felice, come un altro vive della sua piccola vanità d'autore in voga, o della sua piccola riputazione d'uomo di spirito... --Vuoi dire che muore. Quella non è vita, è agonia. Immagina la sua giornata, e concedine pure larga parte al sonno, e al desinare, e alla cena, e alle due colazioni, e se vero è che il monte Barro eserciti sulle facoltà digestive un benefico influsso, aggiungi pure la merenda--tutto il resto non è che un lungo interminabile sbadiglio. --Oh! disgraziato Tallini! --Infelice baritono! --Ed anche un pochino scimunito! --Molto... --Badiamo a non dirne male; stiamo ancora digerendo il suo desinare! E qui -da capo- la stretta del nostro duetto di risate, come in un'opera buffa. I mille echi del monte Barro erano in gran faccende e duravano fatica a tenerci dietro; il sole spariva dietro i monti, ammiccando ancora con un paio di raggi all'onde del lago lievemente increspate, rugose ganze di vaporosi amori. La china scoscesa era finita, e la via si stendeva ora con facilissimo pendìo. «È proprio così, ripresi a dire; quell'eccellente baritono mi ha tutta l'aria di essere oppresso sotto il cumulo della sua immensa felicità... --Una felicità che dura da un mese! È troppo! è troppo! Deve essere insopportabile! --E che, dopo d'aver vestito i panni di un semidio, specie di fauno d'altri tempi, non sappia più come rientrare nella sua pelle di baritono, e ridiscendere al piano. --Tanto più che coll'aver posto a base della sua felicità tutta l'altezza del monte Barro, egli crede in buona fede d'essere fatto visibile come una statua colossale, e che a Lecco ed a Milano non si faccia altro che guardare in alto per cercar di vederlo. --Questo è in parte il danno della celebrità, osservai, obbedendo ad un filosofico istinto suggerito dal vinello; un uomo celebre ha due svantaggi: primo, che il mondo si occupa dei fatti suoi e lo guarda, come una bestia feroce in gabbia; secondo, di non essere -sempre- una bestia, tanto per non darsene pensiero. ---Qualche volta-... corresse Antonio... Fra i monti, la luce crepuscolare è più breve che in pianura; quando il sole fu scomparso, le ombre, come se si tenessero nascoste e pronte dietro i cespugli, uscirono in frotta ed invasero la scena, press'a poco colla rapidità dei fenomeni atmosferici melodrammatici. Anche la natura riportava a forza il pensiero ribelle al baritono Tallini. Intanto gl'insetti si svegliavano nei prunai, ed alcuni uccelli, desti nel primo sonno dalle nostre ciancie e dai nostri passi, si levavano qua e là a brevi voli, per mutar letto. «Quanto tempo credi tu che possa durare la -felicità del baritono Tallini-? mi chiese improvvisamente Antonio. --Un mese... a conti fatti... un mese; una settimana per venire alla determinazione di lasciare il monte; il rimanente è il tempo minimo che egli deve supporre necessario agli uomini, perchè, non fiatando e non facendo più fiatare verbo dei fatti suoi, si disavvezzino dal pensare a lui. --Io dico che non starà neppur tanto, e che il giorno che si sia determinato a lasciare il monte Barro, non ci potrà più rimanere un minuto, e salirà quel poco che lo separa dalla vetta per discendere non visto dalla parte di Valmadrera... rotolando a capo fitto, se occorre, per far più presto. --Questo è vero... ma... --Solo, invece di otto giorni, gliene concedo quindici; un baritono non è un tenore, voglio dire che non sempre è un eroe, e ad una determinazione eroica di questa fatta ci vorrà pensare lungamente. --E credi che se ne andrà dai monti alla chetichella, senza nemmeno venirti a trovare? --Ne sono convinto, e non più tardi di quindici giorni da oggi... --D'un mese... --Di quindici giorni, nemmeno uno di più; e se dobbiamo scommettere... fra due settimane ci inerpicheremo ancora sul monte e troveremo il nido color rosa, ma il baritono no, che avrà preso il volo... Non so perchè io mi ostinassi a credere fermamente che il baritono Tallini dovesse rimanersi sul Barro ancora un mese, non un giorno di meno; per ciò probabilmente che il mio amico Antonio si ostinava a dire due settimane, non un giorno di più. Quella fede sconfinata nella propria opinione, fede che fa gli apostoli ed i tribuni, ci proveniva forse dal vinello bevuto a desinare. --Quindici giorni, ripetè per la ventesima volta Antonio. --Un mese! ribattei. Questa volta la doppia risata che accompagnava inevitabilmente i termini della nostra scommessa, fu così sonora che gli insetti tacquero ad ascoltarla. Bisogna sapere che, dietro di noi, avevamo sentito un rumore di passi frettolosi, ed un -ohè-! gridato in cadenza, ma colla voce di un baritono -di buoni mezzi- a cui manchi il fiato. Cinque minuti dopo ci stringevamo fra le braccia il baritono Tallini. VI. La corsa gli dava l'ansia e l'affanno e gli toglieva la parola; lo guardavamo sbigottiti senza interrogarlo. «Sapete, ci disse finalmente, ho pensato che potrei venire a passare la notte a Lecco con voi e stare allegri ancora un poco; non so perchè non potevo star solo questa sera... È la prima volta. Egli aspettava evidentemente d'essere interrotto, ed Antonio, che guardava ora lui ora me coll'intenzione di lasciarlo dire, si arrese impietosito. «Hai fatto benissimo, disse, troverai a Lecco qualcuno che ti vedrà volentieri, --Non voglio veder nessuno, ho bevuto troppo a desinare... domani all'alba risalirò in cima al mio nido d'aquila. --Fai bene, fai bene, disse Antonio. --Incominciò allora l'ultima china, la più rapida e la più sassosa, fatta formidabile dalla oscurità della notte e dalla eccessiva luce del nostro cervello. I sassi rotolavano innanzi a noi, e noi con essi, a precipizio, inciampando, senza poterci fermare.... Un quarto d'ora dopo eravamo sul piano di Lecco. Il baritono si guardava intorno sospettoso finchè non fummo rientrati in casa: quivi sprigionò il suo più bel sorriso, senza riuscire a cancellare dalla faccia una certa espressione bizzarra d'impaccio. «O m'inganno, gli disse Antonio, o l'aria di pianura comincia già a guastare la serenità del tuo animo. --No, non mi pare, non mi pare... Sulla tavola erano sparsi alcuni giornali teatrali, arrivati poco prima; il baritono ne ruppe le fascie con una indifferenza mal simulata e lesse a voce alta coli'aria di beffarsene le ultime scritture. «To', il C... che va a Londra, e il V... che va al Cairo, e il B. che canta al Carcano. --Se tu avessi voluto! osserva Antonio, ci saresti andato anche tu... --A Londra?... Non ci volli mai andare... e se volessi!... --E se volessi, troveresti ancora cento scritture! --Basterebbe una... ma buona... in un teatro di prim'ordine come baritono d'obbligo... --Dopo tutto, credi a me, meglio la tua solitudine del Barro, osservò Antonio dicendo e contraddicendo con infinita disinvoltura. --Cento volte meglio... Antonio, volendo alla sua volta far gli onori della ospitalità, sprigionò una veneranda bottiglia di barolo; ma il baritono ne assaggiò a pena, ed un quarto d'ora dopo, dicendo di non sentirsi bene, volle andare a letto. «Io posso accomodarti benissimo, gli disse Antonio. Ma l'altro non ne volle sapere, e tanto fece che lo accompagnammo fin sull'uscio dell'albergo della -Croce Bianca-. «Verremo a vederti domani. --Grazie; verrò io... all'alba... Rimasti soli, Antonio mi toccò il gomito e mi ripetè queste sole parole: «Quindici giorni...», «Un mese!» L'avevo sulle labbra, ma non lo dissi, incominciando a credere che avesse ragione. Al mattino successivo aspettammo invano; incominciando a temere che il contagio delle abitudini cittadinesche tenesse il baritono a letto fino al mezzodì, andammo a chiedere di lui all'albergo--era proprio uscito all'alba, aveva pagato il conto e non s'era più visto. «Avrà patito la nostalgia e sarà ritornato al suo nido d'aquila. --Senza nemmeno salutarci? --Gli uomini veramente felici non si ricordano dei disgraziati pari nostri. --Dunque?... dissi io... un mese... Questa volta fu l'amico a tacere....... Otto giorni dopo, alle frutta, ci fu recato il solito giornale teatrale die ci visitava periodicamente; Antonio lo aprì, lo scorse coll'occhio, e die un grido improvviso... «Che è stato? --Indovina chi fu scritturato? --Lo indovino! gridai, leggendogli nel volto la notizia... il baritono Tallini! --Proprio lui! --Per Londra? --No... -per teatri da destinarsi-!! Evidentemente, nella famosa alba, dopo aver pagato il conto dell'oste della -Croce Bianca-, l'ex-baritono, invece di risalire il monte, aveva preso la prima corsa: Lecco-Bergamo-Milano! FINE INDICE Fante di Picche Pag. 7 Una separazione di letto e di mensa 103 Un uomo felice 123 , ' . 1 2 , ' , 3 ' ' 4 . ' 5 ' - . 6 7 « ? 8 9 - - ' ; ' , 10 ' ; , ' 11 . . . . . . 12 . . . 13 14 - - ? . . . 15 16 - - , ; 17 ' . . . 18 ' , ' ' . . . , , 19 . . . , . . . 20 21 - - ? . . . 22 23 - - . . . . 24 25 - - ? 26 27 - - . 28 29 - - ? 30 31 - - , , 32 , ' 33 , 34 . 35 36 - - , , 37 - - , ? 38 39 - - , , . . . ! 40 41 - - ' , ' ; , 42 ' ! 43 44 - - ' ! 45 . 46 47 , ' 48 , 49 . 50 , , 51 , 52 . 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