«Il signor Martino Bruscoli? balbetta il giovane.
--Sono io per fortuna... perchè potrei anche essere il signor
Asdrubale.
Lo studente non ha tempo di domandare spiegazioni delle parole
incomprensibili, che dall'estremo punto del sentieruolo appariscono
Costanza e Mariuccia, tenendosi per mano, ansimando e ridendo.
Eccoli stretti in un amplesso; fratello e sorella, zio e nipote. Poco
stante apparisce il signor Norberto, col volto pieno di rughe e
d'amore, coi capelli canuti accarezzati dalla brezza del mattino.
Donato si stacca dalla sorella e corre a buttarsi nelle braccia del
padre, lagrimando.
Ma Martino Bruscoli accorre, stringe la mano al vecchio e spiega
l'improvviso arrivo e le lagrime così:
«Fra quattro giorni Donato incomincia gli esami; tutta la settimana ha
studiato, ha studiato, ha studiato, ci ha voluto rimetter gli occhi
questo bravo figliuolo; sono stato a Milano per certe mie faccenduole,
ho visto una nuova macchina per la Filanda, ed ho parlato coi
professori della Scuola d'applicazione... Fra un mese suo figlio è
ingegnere. Ha voluto venire a salutarla un'ultima volta prima degli
esami, ma questa sera stessa partirà, perchè non ha tempo da perdere,
e, come vede, è soverchiamente impressionabile; ha torto, gliel'ho
detto, ha torto!
Il tempo passa veloce; non anco sì è arrivati, che già è l'ora della
colazione. Donato ha sempre Camillo Bruscoli alle costole; non se lo
può levare d'attorno. Pure, non sa bene perchè, nella sua miseria gli
par d'essere tanto felice, tanto felice!...
«Signor Martino, egli dice quando per la prima volta si trova con lui,
se le ho mancato di rispetto, mi perdoni; io non sapeva che ella fosse
lo zio della signora Costanza.
--Non mi basta, risponde l'ometto, tu devi (ti do del tu perchè mi
piaci e ti voglio bene, e se vuoi fare altrettanto accomodati) tu devi
prima fare ammenda di tutte le ingiurie che mi hai detto o che hai
pensato.
--Io?
--Sta zitto... cioè che ho una figura odiosa; questo l'hai detto;
guardami bene, ti pare proprio che io abbia una figura odiosa?
Donato ride.
«Hai sospettato che io fossi un usuraio; non è forse vero?
--È vero.
--E che ti rubassi al gioco?
--Questo poi...
--È vero o no?
--Ma perchè non darsi a conoscere?
--Oh! bella, perchè volevo conoscere te, e ti ho conosciuto.
Donato china gli occhi, e si perde in un labirinto di congetture...
finalmente trova il bandolo e ne esce con un sospiro.
«Quando vuol che le faccia l'obbligazione... dice poi, cambiando tono
di voce.
L'ometto leva le braccia in alto invocando la misericordia del cielo
su quell'ingenuo, e risponde:
«Che obbligazione d'Egitto! Oh! non capisci dunque che ho fatto per
ridere?
Donato sbarra tanto d'occhi e non trova parole; alla fine balbetta:
«Ma io ho fatto sul serio, ho perduto e devo pagare... il denaro del
gioco è sacrosanto.
Martino Bruscoli scatta come una molla e tappa la bocca allo studente.
«Non mi ripetere queste corbellerie; non pretendere d'impormene con
queste sentenze virtuosissime che escono dal tribunale della bisca,
con questi postulati che non hanno altro valore se non di dare
prestigio al vizio; le son ciancie che stanno bene in bocca al signor
Asdrubale; ma io mi chiamo Martino Bruscoli, per grazia di Dio, e
Martino Bruscoli non conosce altro denaro sacrosanto fuor quello che
si è guadagnato col proprio lavoro. Tu non mi devi nulla, ti ripeto,
ho fatto per guarirti in tempo da un brutto male; tocca il polso alla
tua coscienza e se ti senti proprio sano, non ho perduto la notte. E
fammi il famoso piacere di non fiatare nemmeno.
--Ma se avesse perduto lei?
--Se avessi perduto io, ti avrei fermato sulle sei mila lire, e ti
avrei detto: «Figliuolo mio, hai riguadagnato il tuo denaro; il signor
Asdrubale pagherà a Martino Bruscoli la somma che la signorina
Costanza ti ha dato in prestito, eccoti l'obbligazione; non devi più
nulla, bada che hai talento, hai cuore, ed eri sulla via di diventare
un cattivo soggetto. Piglia la laurea d'ingegnere, fa felice il
vecchio babbo, lavora, poi innamorati sul serio di una qualche bella
ragazza e valla a domandare allo zio...»
L'ometto si tappa la bocca, ma oramai è scappata... conchiude: «Verrai
a vedere la mia filanda; imparerai qualche cosa, perchè già la vita è
una scuola d'applicazione, e ci è da imparare da per tutto; i bachi da
seta, per esempio, t'insegneranno che prima di farsi il bozzolo
prezioso bisogna intorpidirsi; tu ti sei intorpidito due volte; non
pigliare alla lettera il sistema dei bachi, va e fatti il bozzolo.»
XII.
Che ore veloci! Donato ha appena avuto il tempo di gettare un'occhiata
fuggitiva nella sua immensa felicità, ha appena specchiato il suo
sorriso negli occhi di Costanza, le ha detto solo che le vuole tanto
bene, ed ha paura di non essersi spiegato abbastanza chiaro--e già il
focoso Morello scalpita impaziente sul lastrico, e l'oste afferra le
redini e la frusta. Bisogna partire; replicati baci a tutti, perfino
sulla faccetta petulante di Martino Bruscoli, ma non sulle guancie
brune e vellutate di Costanza. Si parte.
Per via Donato fa come gli ha detto l'amico Martino, tocca il polso
alla propria coscienza... è sano; or che ha visto la rovina da vicino,
è sicuro di non giocar più, e lo dice a sè stesso senza l'inquietudine
dei propositi malfermi.
I giorni passano, anche quelli terribili della meccanica e delle
costruzioni; vengono e passano allegramente; e giunge il giorno
famoso--Donato si copre di gloria; nulla più lo separa da una nuova
rete di ferrovie o da una miniera... è ingegnere!
Uscendo dall'aula scolastica per lanciarsi nel mondo, chi lo accoglie
a braccia aperte?... Martino Bruscoli, col farsettone nero
abbottonato, colla cravatta a sghimbescio. Avesse anche in testa,
invece del cappello a tubo, un casco metallico, la sua faccetta
asciutta, la sua voce fessa, i suoi sguardi d'economia, fatti con un
occhio solo, non avrebbero nulla di pauroso. Oggi Martino Bruscoli
raffigura la bonarietà, la cordialità, tutti gli astratti onesti del
vocabolario.
«Te lo leggo in faccia, tu sei ingegnere! Tutti gl'ingegneri appena
sgusciati hanno la faccia che hai tu....
--Sono ingegnere! sì, sono ingegnere! risponde Donato... e il babbo, e
Mariuccia... e Costanza?
La famigliarità con cui egli domanda della nipote non offende lo zio,
il quale piglia il giovane a braccetto, lo sottrae con lieve violenza
ai baci ed alle strette di mano dei compagni, esce dalla Scuola.
d'Applicazione, volta a dritta, ed infila a passo di carica il portone
del vicino Albergo Cavour.
In un salone deserto, Donato trova il mondo che l'aspetta a braccia
aperte, il suo mondo che si chiama, Norberto, Mariuccia e Costanza.
Questa volta inaugura la carriera d'ingegnere con un atto d'audacia;
dopo aver baciato i suoi parenti, bacia anche Costanza. E nissuno ci
trova a ridire.
In un cantuccio dell'ampia sala è preparata una mensa per cinque.
Martino Bruscoli da il segnale; seggono: il vecchio babbo a capo di
mensa, Donato accanto a Costanza ed in faccia al... fante di picche.
Ah! chi gli avrebbe detto allora che la partita formidabile doveva
andare a finire così!
La sala si popola di forestieri, di comitive ciarliere o taciturne;
bisogna essere felici a bassa voce, perchè della tranquilla gioia non
esali nulla, non si perda un bricciolo.
Il desinare è splendido; alle frutta, Martino Bruscoli fa un brindisi
all'ingegnere, ma l'ingegnere è distratto; protetto dalla complicità
della tovaglia, egli si è impadronito colla destra della manina manca
di Costanza, e tutta l'anima sua è sotto la tavola.
Alla sera si parte insieme; e giunti a Romanò, il signor Martino
sbottona il farsettone, leva una busta chiusa e la dà a Donato,
dicendogli:
«È un regalo per la laurea.
Donato rompe il suggello ed estrae dalla busta un omicciatolo magro e
nervoso, con un giustacuore nero ed un casco metallico.
«Lo serberò prezioso, dice egli arditamente, ma non mi basta: signor
Martino Bruscoli, le domando la mano di sua nipote...
E il signor Martino Bruscoli esce a ridere, chiude un occhio e
risponde:
«Mariuolo d'un ingegnere... non hai fatto i tuoi comodi, non te la sei
presa?... O credi che non ti abbia visto perchè ci era di mezzo la
tovaglia?
UNA SEPARAZIONE DI LETTO E DI MENSA
I.
La camera che io abitava allora in via Bagutta era veramente in alto
più del bisogno. Lo dicevo a me stesso quattro volte al giorno, sempre
che salivo i cento e dodici gradini che mi separavano dalla folla, ma
siccome quando si era su si godeva dalla finestra un magnifico
panorama di tegole e di fumaioli, ci rimanevo. E poi in quattro mesi
avevo fatto la conoscenza di tutti i vicini, e di solito fra i vicini
d'uno scapolo ve n'è sempre qualcuno da cui dorrebbe esser lontani.
Fu là ch'io conobbi la più bizzarra coppia coniugale che si possa
immaginare. Dire che il signor Sulpicio e la signora Concetta erano la
legittima metà l'uno dell'altro non sarebbe una metafora, che tra
tutti e due non so bene se avessero il tanto di polpe e di muscoli
necessario a formare una sola creatura umana mediocremente pasciuta.
Ponendo però insieme i loro annetti passavano il secolo e mezzo un bel
tratto, e se coll'immaginazione (il decoro non consentiva altrimenti)
collocavo la signora Concetta ritta in piedi sul cranio del signor
Sulpicio, mi conveniva rassegnarmi a veder la testa della veneranda
moglie sfondare il soffitto e passare dall'altra parte. Ora il
soffitto della mia camera distava dal pavimento tre metri e mezzo.
Quando uno abbia sciolto tutti questi quesiti aritmetici si troverà,
credo, innanzi il più preciso ritratto dei due coniugi, e li vedrà
come io li vedo nel mio pensiero, lunghi, esili, allampanati, colle
teste incanutite, coi volti tagliuzzati dalle rughe, cogli occhi
sprofondati e lucenti.
Vivevano insieme dividendo il letto e la mensa e le tribolazioni da
cinquantacinque anni, e s'erano tanto guardati nel bianco dell'occhio,
che a poco a poco i due volti avevano come fatto la smorfia l'uno
all'altro, e se non erano i nasi, si avrebbe detto che Sulpicio e
Concetta fossero fratello e sorella. Ma i nasi, non ci era verso,
avevano voluto rimaner tal quali, ed io dico che di nasi più in
antitesi non mi toccò mai di vederne in vita; quello del marito,
incurvato a becco d'aquila, come un curioso che guarda a tutto ciò che
entra in bocca, quello della signora Concetta, rivolto in su, come un
prudente che si tira indietro quanto può per non dar soggezione ai
buoni bocconi. Le due similitudini non le ho fatte io, ma avevano
avuto origine alla mensa dei due sposi, cinquantaquattro anni e undici
mesi innanzi, in un momento di collera reciproca prodotta da non so
quale intingolo che sapeva di fumo.
Fu la prima nuvola del loro azzurro, ma fu un nuvolone brutto, che
come dall'intingolo si era passato ai nasi, così dai nasi si passò
alle abitudini e dalle abitudini agli umori. Si finì a conchiudere che
la catena del matrimonio non aveva mai appaiato due che la portassero
insieme così di malavoglia; Concetta parlò di ritornare ai parenti e
Sulpicio voleva che ci ritornasse subito, ma si considerò che, siccome
viaggiavano per le nozze, i parenti di Concetta si trovavano a dugento
miglia dal luogo della prima catastrofe matrimoniale, e si differì la
cosa.
La gran parola era stata pronunciata «separazione di letto e di
mensa!»
Al giorno dopo Sulpicio pensò che a lui era stato affidato il
verginale tesoro della sua compagna, ricordò le parole d'un commovente
discorsetto che gli aveva rivolto il suocero, ricordò d'aver giurato
di -farla felice-, ricordò un mondo di oneste ricordanze, pensò un
mondo di savii pensieri e conchiuse che gli bisognava indurre Concetta
a rimanere nel tetto coniugale.
Dal canto suo Concetta, donna giudiziosa se mai ve n'ebbe, s'era
tirata in mente i consigli della mamma, il sì pronunziato all'altare,
l'invidia delle amiche rimaste zitellone, aveva pensato al dolore dei
suoi, alla segreta gioia ed alla falsa compassione delle compagne e
conchiuso che forse dopo tutto Sulpicio non era cattivo, e che se non
fosse stato quel disgraziato intingolo che sapeva di fumo... Quando
Sulpicio venne col suo più bel sorriso, Concetta aveva anch'essa il
suo più bello, si strinsero le mani, si abbracciarono stretti e fecero
la pace.
In fondo però rimaneva inteso che si davano l'uno all'altro in prova.
Quella prova era, per mille burrasche della stessa natura, giunta fino
al quarto piano di via Bagutta, e durava ancora.
A volte il vicinato era messo improvvisamente sossopra da uno strillo
acuto.
«È Concetta!» si diceva.
Era Concetta. La disgraziata vittima, dopo di aver lanciato al suo
tiranno tutti gli epiteti graziosi ammucchiati in cinquantacinque anni
di ricerche, senza riuscire a debellare il dizionario del marito, gli
gettava finalmente uno strillo formidabile. Si accorreva e si trovava
che il vecchio Sulpicio si era posto in salvo giù per le scale e che
Concetta gli avventava un ultimo aggettivo qualificativo dal
pianerottolo.
I primi uffizi di buon vicinato venivano prodigati a Concetta, e si
sapeva a memoria che dovevano consistere nel lasciarla dire fino a
tanto le fosse sbollita la collera. Guai a compiangerla o a dirle che
non meritava la sua sorte e che suo marito era un disgraziato: anche
quando pareva spenta, ripigliava fuoco come un fiammifero a protestare
che il suo Sulpicio se l'era voluto lei e se l'avrebbe tenuto, che
quello che era il suo Sulpicio lo sapeva lei sola e non doveva saperlo
altri, e nessuno venisse ad insegnarle a leggere nel cuore del suo
Sulpicio, e che essa da un pezzo lo sapeva a memoria e che in fondo
-lui- valeva meglio di tanti.
Cessato l'impeto, e quando il pianerottolo era ridiventato solitario,
la vecchia usciva di soppiatto dalle proprie camere, si guardava
intorno colla testa tremante entro la larga cuffia di seta nera,
scendeva due scalinate ed andava a picchiare all'uscio, della signora
Nina, una giovine vedova che viveva con uno zio pieno di acciacchi,
amico di Sulpicio. Concetta sapeva che il suo -uomo- voleva un gran
bene a quella giovane donna e non solo non era gelosa, ma ne invocava
l'intercessione per farle fare la pace.
Press'a poco nello stesso tempo il fuggitivo marito ritornava
furtivamente in casa, saliva le scale ansando e faceva irruzione nella
mia camera.
Sapeva che Concetta mi voleva bene come ad un figliuolo, che una mia
parola poteva molto sull'animo di lei, e mi affidava il carico di
ridargli la sua domestica tranquillità.
II.
A me la parte di conciliatore non costava gran fatto, e non credo che
alla signora Nina contasse di più.
Quando Concetta mi vedeva, non mi lasciava proferir verbo
dell'imbasciata, stringeva fra i nodi di ambe le mani la mia destra, e
con un muto tentennar del capo e un levar d'occhi al soffitto, mi
dimostrava tutto il suo dolore dell'accaduto, l'intenzione di
ritornare nel talamo, la gratitudine per la mia buona opera.
In fondo era evidente che Concetta non poteva vivere separata dal suo
Sulpicio, e che pensava nemmeno Sulpicio potesse stare senza la sua
Concetta. Si amavano come si erano sempre amati, alla loro guisa
battagliera, ma si amavano quanto è possibile che due si amino in
terra.
Quando il convertito Sulpicio, il quale non aspettava altro,
riappariva nel vano dell'uscio, dandosi un contegno sbadato ed
indifferente per non parere commosso alla mia presenza, Concetta si
ricordava non so qual rammendatura che doveva fare, e frugava in fondo
alle tascaccie per trovare il ditale e l'agoraio.
Allora o infilavo l'uscio, o mettevo il capo ai vetri della finestra,
o mi correvano gli occhi ad un libro o ad un quadro.
Sulpicio si accostava a Concetta, e Concetta si volgeva un pochino
verso Sulpicio, ed entrambi un altro poco; poi vedevo colla coda
dell'occhio stringersi due mani tremanti, ed avvicinarsi due volti
illuminati da un magnifico sorriso, e due lagrime scendere incanalate
lungo i solchi delle rughe.... Finalmente si abbracciavano stretti. Ed
io continuava a guardare altrove, o mi voltavo sbadato, o dicevo che
faceva un magnifico sole quando non faceva una pioggia diluviana,
pensando dentro di me che quelle lagrime erano giovani e quei sorrisi
in tutto degni della primavera di due volti rosati.
Una volta però la burrasca fu così tremenda, che prima che le due navi
entrassero d'accordo nel porto matrimoniale ci vollero parecchie ore e
molte ambascerie. La parola -separazione di letto e di mensa- era
stata pronunziata da tutti e due, e nissuno voleva essere il primo a
disdirsi.
A sgominare la vicendevole diplomazia, i due coniugi erano andati
fuori di casa da due parti opposte. La domestica, una fanciullona
mezzo scimunita che i due vecchi avevano raccolto, non capiva nulla di
nulla, fuor che i suoi padroni erano usciti uno dopo l'altro. Mi
sedetti innanzi al caminetto, attizzai il fuoco ed aspettai. Era una
magnifica giornata d'inverno; il sole dardeggiava sui vetri, ed i
tizzoni scoppiettavano allegri.
I miei pensieri erano giocondi.
Cercavo d'indovinare quale dei due dovesse ritornare primo al letto
coniugale... Quale? Concetta senza dubbio. In quella appunto udii un
fruscio di abiti, mi alzai, mi volsi... e mi trovai faccia a faccia
colla signora Nina, la giovane vedova del terzo piano.
La signora parve meravigliata di vedermi e si mostrava
imbarazzatissima, tanto più che, essendo entrata colla dimestichezza
consueta, voleva non aver l'aria, d'aver commesso una indiscrezione, e
si guardava intorno per vedere se qualcuno giungesse ad apprendermi
indirettamente che ella usava d'un vecchio diritto.
Intanto io m'era inchinato a salutarla, ed aveva fatto per parlare.
Ella mi prevenne.
«La signora Concetta non è in casa? mi disse.
--Nè il signor Sulpicio, aspetto l'una o l'altro.
--Ed io cercava dell'uno o dell'altra, ritornerò...
Ma l'apprendere che i due coniugi erano entrambi fuor di casa pareva
inquietarla e non si muoveva.
«Se desidera attendere qui, ritornerò io...
--Grazie... ella viene probabilmente per...
--Per lo stesso motivo...
Così dicendo mi trassi in disparte come per invitarla ad inoltrarsi, e
un minuto dopo ella era seduta al mio posto in faccia al camino, ed io
non me ne andava.
La signora Nina non mi conosceva, ma io conoscevo benissimo la signora
Nina; molte volte, dalla mia finestra posta sopra la sua, avevo
studiato a memoria il colore dei suoi capelli sperando invano che ella
mi desse occasione di apprendere il colore delle sue pupille; una
volta l'avevo posta in fuga tossendo, e d'allora in poi non avevo mai
più tossito alla finestra. Ora quelle manine candide, che avevo visto
battere la solfa sul davanzale, tenevano le molle innanzi al camino, e
quel volto, che era quasi tuttavia un mistero per me, mi si mostrava
aperto.
Ah! la signora Nina era bella, o almeno mi piaceva tanto!
Vedendo che mi stavo ritto, mi fe' un cenno cortese; sedetti;
aspettammo alcuni momenti in silenzio; nessuno veniva.
A poco a poco quel silenzio ci pesò, e per uscirne ella mi parlò di
Sulpicio, ed io le parlai di Concetta.
Quando seppe l'ufficio che io compiva dacchè avevo la fortuna d'essere
il vicino dei due coniugi, la vedova sorrise lievemente. Che bel
sorriso! Che magnifici denti!
«Quale disgrazia! uscì a dire poco dopo; passare cinquantacinque anni
insieme senza riuscire ad intendersi!
--Debbe essere uno spasimo, osservai; ma in fondo si vogliono bene.
La vedova fe' una smorfietta e non rispose.
«Quei contrasti sono per essi come i venti che separano onda da onda e
le avventano, per ritornarle, passata la burrasca, la superficie d'uno
stesso mare. Non credo che due possano vivere insieme gran pezzo senza
incollerire.
Assolutamente la vedova non voleva rispondere; crollò il capo e si
die' a frugare impaziente nelle ceneri.
Tacqui.
«Quante ore sono? mi chiese avvedendosi che il suo silenzio mi
offendeva.
--Le quattro.
--È tardi; bisogna che me ne vada; ritornerò...
--Mancano veramente tredici minuti alle quattro...
La signora Nina sorrise e non se ne andò. Io non comprendeva perchè,
ma il cuore scampanava a festa...
Quand'ecco venire Sulpicio e Concetta, tutti due, tenendosi per mano.
«La pace è fatta? interrogammo coll'occhio la signora Nina ed io.
--Sissignori, ci risposero i due coniugi alla stessa maniera.
--Ero venuto per salutarla, disse forte la vedova a Concetta; ora è
tardi e me ne vado.
Concetta era di buon umore; le sue rughe avevano la mobilità delle
grandi gioie e gli occhietti mandavano lampi.
«Meno male che il signor Carlo le ha tenuto compagnia.
A quel riavvicinamento io sentii che il cuore picchiava più forte, e
mi avvidi che la vedova arrossiva.
Se ne andò; me ne andai subito dopo...
E tutto il giorno pensai alla signora Nina, e la sognai tutta notte, e
al giorno successivo stetti alla finestra l'intero mattino per
vederla, e fui così fortunato che mi vide e si volse e la salutai, e
per un mese non lasciai di andare alle stesse ore alla finestra,
sempre colla stessa fortuna, e una volta ardii sorriderle, e un'altra
volta ardì sorridermi... e cinque mesi e otto giorni dopo, io mi
stringeva legittimamente al cuore la signora Nina... non più vedova.
III.
Eravamo felici. Abitavamo una casicciola molto lontana dal chiasso e
dalla baraonda cittadina; le nostre finestre non guardavano in casa
d'incomodi vicini; il sole ci veniva a trovare ogni giorno all'alba e
ci lasciava dopo mezzodì, e la luce dava colori di festa ai nostri
mobili nuovi.
Il vecchio zio di Nina non aveva voluto assolutamente, come egli
diceva, porre i suoi acciacchi in comune per fare una casa sola, e se
n'era andato a stare con una sorella la quale viveva in villa.
La compagnia dei nostri sogni, dei propositi nostri, bastava a tutto;
qualunque altro sarebbe stato un importuno. Le nostre stanze color di
rosa erano popolate di care fantasime dello stesso colore. L'avvenire
ci appariva nei sogni, e ne facevano di così leggiadri! Bisogna dire
che Nina aveva una rara squisitezza di maniere, un sorriso dolcissimo,
uno sguardo sereno come un raggio di luna, una voce armoniosa come una
parola di conforto, e una tal maniera vezzosa di appressarmisi, di
pormi le mani sugli omeri e dirmi «ti voglio bene» senza dirmi nulla,
che io avrei passato le ore intere a divorarmela cogli occhi.
Aveva un solo difetto: nell'andare da una stanza all'altra si tirava
dietro gli usci con violenza. Molte volte, strappato alle mie
fantasticherie dallo sbattere d'una porta, avrei ceduto ad un
movimento dispettoso se subito dopo non mi fosse apparso il suo viso
rosato.
Ciò nondimeno il cuore continuava a trotterellare allegro e non mi
sarebbe riuscito di fargli prendere un'andatura più ragionevole.
Bisogna anche dire che io era per Nina un marito poco men che
perfetto. Non la lasciavo sola mai, o più raramente e più brevemente
che poteva, non la contraddiceva in nulla, prevenivo i suoi desideri,
non le dicevo che parole buone, facevo cento fanciullaggini per
tenerla di buon umore. Avevo però anch'io un diffettaccio: mi
distraeva orribilmente; a certi momenti, per tener dietro ad una
sciocca fantasia, non mi accorgevo che ella, sorridendo, mi domandava
un sorriso, o rispondevo con un cenno serio del capo ad una proposta
burlesca.
Certo la sorte non accoppia due colpe così nere per dare l'immagine
della pace coniugale.
Venne il giorno in cui io mi mostrai più distratto del solito, ed ella
sbattè gli usci più forte. Mi sfuggì un -oh-! ed ella l'intese, ed io
me ne pentii. Inutilmente. Un'altra volta Nina mi lasciò pensoso,
camminando sulle punte dei piedi, e chiuse l'uscio con mille
precauzioni per non far rumore... Il frastuono delle fucine d'averno
non mi avrebbe fatto dare un balzo più ratto dalla seggiola. La
raggiunsi, l'abbracciai, e ridemmo insieme di gran cuore.
Ma il ghiaccio era rotto; ci avevamo detto in viso il pensiero nostro:
non eravamo perfetti!
Per quanti sforzi facesse, Nina non riusciva a correggersi; solo
quando aveva peccato, pigliava una certa aria tra il dolente e lo
scherzoso che la faceva più bella.
Quanto a me avevo un gran scrollare il capo, o spalancar tanto d'occhi
quando ero colto col cervello in processione--non ci guadagnavo nulla,
assolutamente.
La luna di miele durava da molte lune, senza che la più lieve ombra
avesse mai oscurato i nostri volti innamorati.
Fu un giorno, un brutto giorno di quel dispettoso mese di luglio, in
cui il sole è così beffardo e il caldo così crudele... Ella giura
d'essere stata la prima a dirmi: «vorrei un po' sapere a che pensi
sempre col capo nelle nuvole, vorrei proprio saperlo...;» ma non le
credete; la prima offesa uscì proprio dalle mie labbra in forma d'un
piccolo sacramento che non mi riesci d'afferrare coi denti se non
quand'era venuto fuori più di mezzo. Comunque sia, un di noi rispose
con una lieve impertinenza, e l'altro con una meno lieve, e poi con
un'ironia, e con un'altra ironia, e infine Nina colle lagrime agli
occhi ed io col cuore gonfio.
Un'altra volta lo stesso esordio ci portò alla stessa conclusione, ed
un'altra più in là,
--Questa vita non è più sopportabile, disse lei.
--Davvero! dissi io per farle dispetto.
--Davvero! Ah! davvero! Eh! lo sapeva io che sei già stanco di me: è
quasi un anno che sei alla catena.
--Dieci mesi, risposi.
--Che ti sono parsi dieci anni; me ne sono accorta già da un pezzo; la
nostra felicità ha già troppo durato; ah! come sono disgraziata!
Finirai per odiarmi, se pure non mi odii fin d'ora; ma finirò anch'io
per odiarti.
Mi struggevo di voglia di pigliarmela fra le braccia e di portarla in
giro per -le stanze-, lei e tutta la sua collera insieme, sino a tanto
che dicesse: -basta- ridendo; mi veniva voglia di buttarmele ai piedi
ginocchioni e dire le mie orazioni maritali, di allacciarle il collo e
rubarle tanti baci finchè lo sgomento me l'avesse rifatta docile--mi
venivano in mente tutti i propositi buoni che possono venire alla
miglior pasta di marito. La guardai sott'occhi, vide il mio sguardo e
mi volse le spalle, mossi un passo verso di lei, ed ella via in
un'altra camera... ed io dispettoso, via dalla parte opposta, e giù
per le scale, pieno di rimorsi già prima di porre in atto la terribile
vendetta,
Gironzai un pezzo, non mi potendo staccare dal vicinato e volgendomi
ogni tanto a guardare la casicciola dov'era la mia felicità.
Mi tornavano al pensiero Concetta e Sulpicio, i buoni amici d'una
volta, e dicevo a me stesso che io non aveva chi compiesse presso la
mia Nina i buoni uffizii di paciere, e che dopo tutto non avrei patito
di affidarli a chicchessia.
Pensavo: «È la prima volta, ma chi sa se non faremo più! Bisogna
ritornare a lei, toglierla quanto è possibile alla sua pena, e
confortarla, e dirle che non avremo più a bisticciarci mai... Ma se,
invece di ascoltarmi benignamente, fa la ritrosa?... Ah! che non darei
perchè alla prima parola buona rispondesse con un bacio saporito! E
non se ne parlasse più e si piangesse e si ridesse insieme!» Tutte
queste riflessioni, mi portarono due o tre volte sulla soglia di casa,
ed altrettante me ne ritrassero; finalmente mi riuscì di rompere il
fascino, infilai il portone d'un balzo, salii gli scalini a quattro a
quattro, ed in un attimo fui innanzi a lei che mi era venuta incontro
lagrimosa sul pianerottolo.
Nascondeva il viso fra le mani e non mi diceva nulla. Le cinsi il
corpo con un braccio e la trassi nel salotto; me la feci sedere sulle
ginocchia, le scostai con dolce violenza le mani dagli occhi, posi il
mio volto sotto al suo, e le chiesi perdono. Ma invece di perdonarmi
scoppiò in un altro singhiozzo, e mi buttò le braccia al collo, ed
appoggiò la testina sul mio omero.
Mi batteva il cuore forte; gli atti di Nina esprimevano una disgrazia.
Che era dunque avvenuto nella mia assenza? Di nuovo carezze di baci e
di parole, e cento interrogazioni paurose e finalmente un altro
singhiozzo più forte:
«È morta!
--Chi?
--Concetta, la povera Concetta!
Ammutolii. Se devo dire il vero, non me ne doleva moltissimo; la buona
donna trotterellava giù dalla settantina da un pezzo, e il Paradiso
aveva aspettato molto per avere una pergamena di più; ma rispettavo la
sensibilità di Nina. Quando ebbe cessato di lagrimare, tentennò il
capo e mi disse con un filo di voce melanconica:
«Eccoli separati di letto e di mensa!
--E chi ti ha dato questa notizia?...
--Un'amica che è venuta a trovarmi; la povera Concetta è mancata ieri
l'altro quasi improvvisamente.
--E Sulpicio?
--È disperato; non dice parola, sembra sbigottito.
--Bisognerà andare a trovarlo,
--Amico mio, vacci subito.
Vi andai.
Oimè! Il povero cuore del vecchio non aveva potuto resistere agli
affanni della solitudine, e nella notte, poche ore dopo che gli fu
portata via la sua compagna, s'era posto nel vedovo letto colla
sicurezza di non vedere un altro mattino.
Il cadaverico volto pareva sorridermi tristamente e dirmi che neppure
la morte li aveva voluti divisi.
Ritornando a casa col cuore mesto, ma d'una mestizia dolce che mi
faceva bene, non volli dire nulla alla mia compagna. La quale seppe la
cosa da altri alla mia presenza, e come fummo soli mi si strinse
paurosamente al petto...
«Carlo!
--Nina!
Levò gli occhi come per leggermi nel pensiero, e mormorò lentamente
queste parole:
«Anche noi, non è vero?»
UN UOMO FELICE
I.
--... Un uomo felice!
--E contento del proprio stato?
--Così contento che non lo cambierebbe con quello di un principe...
--Secondo i principi...
A forza di ruminarci sopra, non potemmo più reggere alla tentazione,
ed una bella mattina del mese di giugno il mio amico Antonio ed io ci
provammo ad arrampicarci sul monte Barro, voltando le spalle al
territorio di Lecco, per andare a vedere da vicino il prodigio
vivente.
Il monte Barro è un monte rispettabile per ogni riguardo; ha due
sagre, una delle quali, quella di S. Michele, è tenuta in molta
considerazione in Paradiso; ha l'eco di Galbiate che ripete poco meno
di due versi endecasillabi senza incespicare, e la sua vetta, in forma
di gobba, apparisce a quando a quando involta fra le nuvole. Ci
sarebbe da insuperbire per poco che un monte avesse le facoltà
locomotrici del minimo insetto che campa la vita alle sue spalle e
potesse andarsene dove meglio gli talenta; così inchiodato dove si
trova, in faccia alla mascella enorme del Resegone ed alla vetta
brulla del San Martino, ed a tutta quella famiglia di giganti che, più
oltre, più oltre, sembrano rizzarsi sulle punte dei piedi per guardare
dietro le spalle di chi li precede, il povero Barro ha la fisionomia
burlesca d'un nano, e si direbbe che ci soffre. È tutt'uno. Ad
arrampicarvisi non è punto comodo: è un monte niente affatto
arrendevole, ed i sentieri che esso apre nelle sue coste non hanno
l'aria di concessioni; si inerpicano diritti o quasi diritti, sassosi
che non è una delizia. Ogni tanto siete costretti a fermarvi per
respirare, e vi vien fuori senza avvedervene: «che monte!» Lo
stratagemma gli è riuscito.
Vi ha, è vero, una via carrozzabile, ma è un'altra arguzia di quel
monte imbronciato, perchè, ad un certo punto, poco prima di Galbiate,
la salita si fa così ripida, che il peso della carrozza trascina il
cavallo, e carrozza e cavallo pigliano l'andatura di un gambero
enorme; quanto ai viaggiatori pedestri nulla di peggio, si sa, d'una
strada carrozzabile.
L'amico Antonio, pratico dei luoghi, mi incoraggiava alla salita,
assicurandomi che, giunto alla sagra di S. Michele, tutte le asperità
avrebbero cessato come per intercessione del santo, e che avremmo
camminato all'ombra delle acacie, e posto i piedi sopra un vero
tappeto di velluto.
Coraggio e innanzi, e innanzi, a salti, piegando a dritta ed a
sinistra, ascoltando l'allegra musica dei ciottoli che rotolano dietro
i nostri passi, e ridendo... Eccoci giunti. Ecco la sagra. È una
chiesa, o piuttosto uno scheletro di chiesa; mostra il tetto, le
pareti e le fondamenta, il tutto disegnato con gusto e impiantato
solidamente; le mancano le polpe--pavimento, volte, sagristia, altari:
ci sono aperture di finestre e di porte ma senza porte e finestre, e
il vento deve farvi strane scale cromatiche quando gli accomoda.
San Michele è benemerito per la sua sorgente di acqua leggiera come un
soffio. Nulla di meglio d'una buona sorgente d'acqua per assicurare la
devozione dei fedeli; a S. Michele non ci ha altro, ma basta perchè
migliaia di devoti vi portino al 29 settembre l'occorrente per
desinare sull'erba. Vi bevono l'acqua e si ubbriacano di vino, ed alla
sera rotolano giù per la rapida china cantando e ridendo allegramente.
Gran buona pasta di santo questo che si lascia adorare in tal maniera!
Via, ancora una ciottola d'acqua leggiera come un soffio, e innanzi...
L'amico Antonio non mi ha lusingato inutilmente; ora si sale senza
fatica; il sentiero gira intorno al cocuzzolo del monte, all'ombra
delle boscaglie; l'aria frizzante del mattino ci batte in viso, e
sotto di noi si schiera un panorama incantevole d'acque e di monti. A
un certo punto ci pare d'entrare in un giardino; il vento ci ha
portato un profumo di gelsomini selvatici in fiore. Vien la tentazione
di raccoglierli tutti, ma ce n'è troppi, non ne raccogliamo nemmeno
uno... Innanzi... Alle falde del monte, tra le, acacie, s'incontrano
altri tesori: ecco un ciclamino bianco e per uno bianco mille color di
rosa, e poi una famiglia stravagante di fiorellini dalle forme più
curiose; ecco una spiga d'un rosso cupo che non avevamo ancor visto;
la fiuto per far più ampia conoscenza; quale profumo squisito di
-vainiglia-! quella che noi coltiviamo nei giardini col nome di
-elitropium peruvianum- è molto lontana dall'aver un odore così
squisito. Facciamola felice anche questa; diamole un battesimo dotto:
-vainiglia montana-. La gran ventura!
II
Innanzi. La strada è sgombra, ma la salita si fa sempre più
faticosa--bisogna rallentare il passo.
--Arriveremo in tempo per l'ora del desinare, dice Antonio.
--Supponendo che un uomo felice abbia un'ora per desinare.
--Nè avrà due, questo dev'essere il primo benefizio della vera
felicità.
Ed il mio amico uscì in uno di quei scoppi sonori di risa che sa fare
egli solo e che avevano già risvegliato parecchie volte gli echi delle
vallate.
--Che uomo è questo Cuor Contento?
--Un ex baritono, che si era fatto un piccolo patrimonio stonando il
Conte di Luna, e prestando i suoi quartali a Manrico; si vantava
sempre che avrebbe tirato su l'edifizio della sua felicità, e pare che
ci sia riuscito; un bel giorno rifiutò colle lagrime agli occhi una
scrittura ed un quartale anticipato--era ricco.
--Ed è venuto subito ad inselvarsi nel Monte Barro?
--Oibò; pare che la felicità non sia così facile a ritrovare, perchè
per un pezzo le corse dietro inutilmente; divenne prodigo, per sè solo
si intende, offrì il cuore a varie prime donne -assolute-, la cena a
parecchie seconde ballerine che aspettano ancora adesso l'assoluzione.
Le cene trovavano subito la piazza, il cuore rimaneva disponibile.
Allora si consacrò tutto al vino, che egli amava molto ed a cui doveva
i più rumorosi trionfi della sua carriera baritonale; ebbe una cantina
ben provveduta ed invitò alcune volte i compagni di chiave a desinare.
Andava a tutte le rappresentazioni del Carcano e della Scala, e
trovava che ai -suoi tempi- si cantava meglio. Tutto ciò non lo aveva
portato un pollice più vicino alla sua felicità, e quando lo lasciai,
or son due anni, correva ancora dietro la sottana della fuggitiva. Due
settimane fa ricevetti finalmente la lettera in cui mi giura che è
felice!
--Sia lodato il cielo!
--E l'altro dì la seconda lettera in cui ripete, sacramentando, che è
felice, e che io dovrei levarmi il gusto di vedere un uomo felice.
--Peccato che la felicità stia tanto in alto!
--Non importa, ci arriveremo. Ecco, si vede già la casetta color di
rosa, emblema dei pensieri e dei sentimenti ex-baritonali del suo
abitatore.
Qui la via si biforcava, da un lato scendendo a precipizio e
dall'altro girando intorno intorno verso Galbiate: noi ci mettemmo per
un sentieruccio che si apriva nella siepe e moveva più diritto che
poteva incontro alla vetta del monte.
Dopo venti minuti di cammino, fatto colle mani sulle ginocchia e col
corpo piegato in arco, all'uscire da una boscaglia ci vedemmo
finalmente innanzi la casicciola rosea. Aveva un solo piano, una
piccola spianata dinanzi alla porta e quattro o cinque finestre colle
persiane verdi in tutto. Levai il capo in alto; il cucuzzolo del monte
pareva molto vicino e si staccava nero nero dall'azzurro fondo del
cielo. Quel bocciolo di rosa in quel luogo aveva proprio l'aria d'un
nido di amorini. Gli amorini ci erano, ma scalzi e scamiciati, e
corsero non appena ci videro a nascondersi nel nido; subito dopo
apparve una donna che pareva vecchia ed era invece la giovane venere,
madre di quegli amori, e ci chiese chi cercassimo,
«Il signor Tallini.
--Dorme
--Sogni innocenti; beato lui!
--Però ha raccomandato di svegliarlo se venisse qualcuno....
--Viene spesso gente a trovarlo?...
--Mai.
--E come passa il tempo?
--Mangia, dorme e va a spasso.
--Ecco la vera felicità!
--Devo dirgli chi sono lor signori?
--Due disgraziati.
E siccome la buona donna ci guardava sospettosa, Antonio ripetè,
premettendo una delle sue allegre risate:
«Sì, ditegli che due disgraziati lo aspettano.
In quel mentre una persiana verde si socchiuse, la faccia felice e
rubizza dell'ex-baritono Tallini apparve nel vano, e si udì un grido,
un -do- di petto della gioia più schietta e più stonata che io
m'avessi mai udito.
E pensai fra me e me: «Come rende buoni la felicità!»
III.
Il signor Tallini scese le scale a precipizio, e si gettò nelle nostre
braccia prima ancora che avessimo avuto il tempo di varcare la soglia
della casa color di rosa. Nelle nostre braccia non è un modo di dire
iperbolico, perchè l'ex-baritono, buttando ciecamente la mano diritta
sul costato sinistro di Antonio e la mano manca sul mio costato
diritto e premendoci l'un contro l'altro e premendosi egli stesso
contro di noi, trovò modo di abbracciarci tutti e due in un tempo. Era
un quadro che avrebbe tentato un pittore fiammingo.
«Bravissimo il mio Antonio, bravissimo anche il signore...
bravissimi... bravissimi! Non potete credere il piacere che mi date;
il primo quartale toccato per la mia prima scrittura non mi ha fatto
così lieto!
Il suo volto era veramente illuminato a giorno, ed i suoi occhi
mandavano bagliori. Pensavo che egli cedeva con troppo abbandono alla
febbre della gioia, la quale è la più acre nemica della vera felicità!
Ci fe' entrare nel suo appartamento; due stanze in tutto, arredate con
una scenica parsimonia di molto buon gusto; nel salotto si vedevano
parecchie di quelle enormi sedie ad alto schienale, che frequentano il
palcoscenico di tutti i teatri dell'orbe terraqueo; nel mezzo una
tavola rettangolare con un gran tappeto che ne copriva le gambe, da un
lato una -cônsole- e dall'opposto lato un pianoforte; la sola
differenza tra il salotto dell'ex-baritono, ed -una sala riccamente
addobbata con due porte laterali-, era che -in fondo- invece
d'un'altra porta si vedeva un caminetto, un vero caminetto, ed uno
specchio, un vero specchio, con cornice dorata sovr'esso. E però,
quando l'ex-baritono volle mostrarci la sua camera da letto, io fui
molto meravigliato che due comparse non venissero a toglierci le sedie
di sotto per preparare il cambiamento di scena. Se non che nella
camera contigua, oltre il letto nascosto dietro una cortina bianca,
come nell'ultimo atto della -Traviata-, rividi le stesse sedie ad alto
schienale e lo stesso tavolino coll'identico tappeto, ed allora
compresi perchè le due brave comparse non avessero fatto la loro
frettolosa apparizione.
La felicità non tolse all'ex-baritono la memoria del suo appetito e la
fede nel nostro.
Erano le undici e die' ordine che si preparasse il desinare pel
mezzodì. Antonio ed io udimmo alcuni momenti dopo, con un vero
sentimento di gioia che non aveva invidia di quello del nostro ospite,
correre dietro ad un branco di polli, i quali starnazzavano le ali
fuggendo, e finalmente uno dei fuggitivi gridar più forte.... e poi il
silenzio profondo.
«Così è, disse allora l'amico Antonio all'ex-baritono che ci aveva
fatto uscire dall'abitato per farci vedere il suo campicello, così è,
non ho potuto resistere al piacere di vedere in faccia un uomo felice.
--Ed un vecchio amico!
--Ma sai, che non è carità la tua di scrivere tante volte ad un
disgraziato pari mio, che tu sei felice! Almeno ora che mi hai fatto
arrampicare fin qui, dovresti insegnarmi la ricetta.
--È facile, rispose l'ex-baritono con visibile soddisfazione, e col
miglior accento per far credere il contrario, è facile!
--Basta aver denari!...
Il nostro ospite lo interruppe prontamente, come per non lasciar più a
lungo il suo tempio sotto la macchia di siffatta profanazione.
«Oibò; il denaro non serve a nulla; io che ti parlo sono stato ricco,
e non sono mai stato felice, ed ora che non sono più ricco, sono
felice!
--È una sciarada.
--Bravo! una sciarada, ma io l'ho sciolta, e me ne trovo bene. Il
-primo- è la campagna, il -secondo- la solitudine, il -terzo-
l'indipendenza, il -quarto- la serenità d'animo, e l'-intero-...
--E l'-intero- è il baritono Tallini, non può essere altri che lui,
perchè io potrei ritirarmi in campagna, e starmene solo, ed essere
indipendente, che nossignori, non sarei felice.
--Perchè ti mancherebbe il -quarto-, la serenità d'animo...
--E tu l'hai? chiese Antonio.
--L'ho, rispose gravemente l'ex-baritono.
--E come passi il tuo tempo nella solitudine?
--Non lo so, non son io che passo il mio tempo, è il mio tempo che
passa da sè.
La risposta era così semplice che ci parve profondissima; Antonio si
volse a me e tradusse il suo stupore in una risata, intanto che
l'ex-baritono ci guardava in volto curiosamente, per spiare l'effetto
delle sue parole.
--Osservate, ci disse poco dopo il nostro ospite, che incantevole
panorama! Lecco laggiù, più oltre Pescarenico, che si guardano
nell'immenso specchio delle acque...
--Stupendo! dissi io.
--Stupendo, ripetè Antonio; ma non si cambia mai scena mi pare; è un
vero idillio; atto unico, scena unica...
--T'inganni; se ci arrampichiamo sulla vetta del Barro, vedrete
l'altro versante, Valmadrera, Galbiate...
--Ma sempre Valmadrera e Galbiate,
--E il monte S. Martino e il Resegone...
--E quanto tempo tu consacri ogni giorno a contemplare tutto ciò?
--Nulla... ma io so di essere circondato da una bella natura, e questo
mi fa bene... Ecco qua il mio campicello...
--Lo coltivi tu?
--Qualche volta sì... la botanica mi piace...
--Hai seminato tu quei fagiuoli?
--Sicuro... io stesso... è la mia passione. Antonio si rivolse a me ed
uscì in uno scoppio di risa più sonoro dei precedenti.
Bisogna sapere che i fagiuoli seminati dall'ex-baritono Tallini erano
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