sulla via di diventar ricco ed alla prima tappa della fortuna non
proseguirà certo il viaggio senza pagare i debiti. Quando si è
ingegneri si può camminare spediti, e camminando spediti si può
arrivare in tempo... la signorina Costanza è tanto giovane...
Finalmente apre l'occhio, e sghignazza forte; Donato, che si è fatto
rosso fino alle orecchie, ora ripiglia animo e trova gusto in quelle
allusioni.
«Ecco fatto, dice il signor Asdrubale, piegando l'obbligazione e
mettendola in fascio con un mucchio di carte, non era più difficile di
così.
Donato accompagna melanconicamente la scritta che ora sprofonda
nell'ampia tasca, e le manda dietro un sospirone lungo.
Ci è qualcos'altro; è facile vederlo anche tenendo un occhio solo
aperto, come il signor Asdrubale, il quale entra difilato nel cuore
dell'argomento.
--La me lo dice, o l'ho da indovinare? Ella, con rispetto parlando, è
al verde; si capisce, quando si è studenti non si possono pagare
cinquemila lire da un momento all'altro senza trovarsi un po'
dissestati... Non è così?
È così, è assolutamente così; e come dir di no, quando quell'adorabile
signor Asdrubale mette un garbo tanto persuasivo ed una bonarietà
tanto impertinente nelle sue interrogazioni?
--Ecco, dice Donato, facendosi di bragia; prima delle cinquemila lire
io ne aveva perduto altre mille, e di queste ne avevo cinquecento
sole...
--Dimodochè, interrompe l'altro, geloso di far prova di penetrazione,
dimodochè ella ha un debituzzo di cinquecento lire e non ha un soldo
in tasca.
--All'incirca, tranne che il debituzzo è di seicento lire... per
gl'interessi.
--E scade?
--Fra due mesi.
--Il suo creditore si chiama?
--Cherubino Dolci, via Poslaghetto, N. 12.
--Un cherubino vero, della stoffa su cui si tagliano gli angioli
custodi dei figli di famiglia.
--Un usuraio, un briccone.
--Ingrato! un uomo di cuore, un uomo onesto, che non la vedrebbe
perdere di tasca un centesimo senza correrle dietro per
restituirglielo; ella non sa come funziona il meccanismo del credito;
e può dire lei dove incomincia l'inonesto nell'interesse? Ci ha un
interesse legale, inferiore all'interesse commerciale, il quale poi
sta sotto all'interesse bancario; il commercio fa un passo più della
legge, la banca fa un passo più del commercio; e non sarà lecito ad un
uomo di buona volontà fare un passo più della banca? Il signor
Cherubino Dolci ne fa forse due o forse tre, ma in fondo è un
galantuomo... Dicevamo dunque, via Poslaghetto, N. 12; sta bene; farò
io questo piccolo negozio, riscatterò la sua obbligazione per mio
conto.
E senza dar tempo al giovane di rispondere, ripiglia il cappello, se
lo incassa sulla testa perpendicolarmente, abbottona l'abito ed infila
l'uscio.
Un'ora dopo è di ritorno; Donato ha avuto le sue buone ragioni per non
muoversi di casa e starlo ad aspettare.
«È andata a meraviglia, dice il signor Asdrubale sbottonandosi e
buttando il cappello sopra una seggiola; il signor Cherubino Dolci è
una pasta di zucchero; ha capito ciò che aveva da guadagnare se
accettava subito il pagamento e non è stato a lesinare sullo sconto;
ecco anche questa obbligazione; non ce n'è altre per caso?
--No, dice Donato con un accento di fierezza che mette l'altro di buon
umore.
--Quand'è così ricapitoliamo: seicento lire per l'obbigazione,
trecentocinquanta che le do in contanti, fanno mille lire tonde tonde
che ella mi pagherà fra un anno cogli interessi commerciali.
Non per nulla Donato studia la matematica; facendo mentalmente il suo
conto, egli trova che un po' di Cherubino Dolci ce l'ha anche il
signor Asdrubale; ma nella gioia di vedersi liberato dai fastidii per
un pezzo, nell'ebbrezza di sentirsi padrone ancora d'una sommetta, si
dimentica volentieri di tutta la sua scienza numerica e ripete che va
benissimo, che va benissimo, che va benissimo, e per poco non si
stringe al petto quel caro, quel simpatico, quell'adorabile signor
Asdrubale.
VII.
Non vorrei dare una cattiva notizia al lettore, ma è provato che egli
ed io, e gli amici suoi ed i miei, abbiamo tutti un demonio alle
calcagna. Donato, nostro amico comune, ora appunto è alle prese col
suo, che è un demonietto sopraffino.
Poc'anzi costui gli ha detto: «Ora che tu hai trecentocinquanta lire
in tasca, non andrai già al caffè ed al Circolo per far pompa innanzi
agli amici d'una suprema indifferenza ai colpi della sorte, non ti
darai il gusto di fumar loro sulla faccia un grosso avana, come nelle
grandi occasioni, non ti uscirà di bocca, insieme coi nugoli di fumo,
questa grossa spampanata che hai la meccanica, le costruzioni ed il
resto in quel paese, no, Donato mio, tu non lo farai.»
Se avesse detto «tu lo farai,» Donato forse si sarebbe impuntato a non
farlo; invece lo fa, e venuta la sera, col cuore leggiero, col
cervello a spasso e con un sigaro d'avana in bocca, egli trotta
allegramente al Circolo,--e il suo demonio dietro.
Atti di meraviglia, oh! ed ah! che gli si avventano da ogni parte,
sorrisi, strette di mani robuste, interrogazioni parlate e mute--un
trionfo.
Donato fa il suo ingresso con modesta dignità, compone il volto ad
un'allegria che gli dà un sopravvento irresistibile sui colleghi,
snoda la lingua a mille ciancie, dice un mondo di corbellerie che non
pensa, è d'una fatuità sublime.
«Sai, dice Cosimo, il piccolo Bonaventura ha rubato l'innamorata a
Faustino.
--E Faustino, per la disperazione, si farà la chierica, e si farà
chiamare frate Bonaventura, dice un altro ridendo.
--Sai... Valente ha comperato un bel baio.
--E il virtuoso Felice ha giuocato ed ha perduto... cinquanta
centesimi.
--Ieri abbiamo fatto una cena al Gnocchi,
--Giusto... che n'è del giornalista? chi ha visto Ilario?
--Io! È indisposto; la cena gli ha fatto male...
--Sempre la stessa mala lingua; non potendo fare un articolo critico,
ha fatto un'indigestione.
Donato in mezzo ai razzi di buon umore e di spirito, si accontenta di
star zitto e di dondolarsi sulla poltroncina fumando, e quando
finalmente dice una parola, tutti ridono in coro, pronti a giurare che
non hanno mai inteso nulla di così spiritoso. Così accade spesso nei
circoli e fuori.
Ma al nostro eroe è entrata in capo un'idea, e checchè egli faccia,
non vuole più uscirne... «Valente ha comperato un bel baio...» lui,
Valente, quegli appunto che gli ha guadagnato le sei mila lire!
Certo il demonio gli ha detto: «Tu non penserai a questo, a te non
importa dell'uso che Valente ha fatto del denaro guadagnato al gioco.»
«Valente è in gran vena, dice Cosimo, vince ogni sera...
--Chi viene? dice un altro.
--Io!
--Io!
--Io!
Escono. Donato sa dove vanno, non si muove. Il demonio gli dice: «Bada
bene, tu non devi più mettere il piede nella casa da gioco, non
lasciarti sedurre dalla curiosità di assistere a quello spettacolo,
non dire a te stesso che non vi è male alcuno...»
E Donato si leva, esce, e quando è sulla via pensa che tanto vale
passeggiare da una parte o dall'altra, e quando arriva dinanzi alla
nota casa, conchiude che sarebbe proprio una debolezza il non salire
le scale e che egli si sente forte, e che non giocherà...
Eccolo nella sala da gioco, sdraiato sopra un divano in aria di
suprema indifferenza.
Il fortunato Valente gioca e vince.
«Osserva, dice qualcuno vicino a Donato, anche stasera Valente ha
cambiato posto; egli afferma che la fortuna è una pazzerella e fa il
giro del tavoliere, e che tutta l'arte di vincere consiste nel saperla
precedere d'un passo.
«Oibò, risponde l'altro; la vera arte di vincere io la so, e non è
quella.
--E qual'è?
--È un'arte che non s'insegna: saper aspettare il momento buono....
--E chi te ne avverte del momento buono?
--Non so chi, ma qualcuno certo; pigliando in mano i dadi o le carte,
vi sono delle volte che io sono sicuro di fare un grosso punto e di
vincere la partita; è come un buon vento che dura un quarticino d'ora,
raramente mezz'ora; bisognerebbe saper cogliere il destro una volta,
puntar grosso e poi non giocar più.
--E allora perchè non ti sei fatto milionario? Avessi io un vento
simile!... Oibò, il vero sistema l'ho già esperimentato; è la teorica
delle probabilità. Valente per esempio fa banco; io mi schiero fra i
puntatori ed aspetto che egli abbia vinto tre o quattro volte; alla
quinta punto ed ho quattro probabilità di vincere.
--E perdi, perchè ti manca la quinta.
--È possibile, ma è più facile ch'io vinca, e se perdo raddoppio.
--E se ti trovi per caso a camminare contro vento vai alla malora....
--Vuoi proprio saperlo, dice il demonio di Donato, qual'è il vero modo
di vincere? Il vero modo di vincere è di non giocare; guardati bene
dal pensare che in un quarticino d'ora, di buon vento potresti
ricuperare il denaro perduto, arrischiando solo una piccola moneta....
Valente ha vinto ancora, sono quattro volte che vince, perderà alla
quinta... e Donato non sa che sia, ma crede proprio di sentire come un
estro, come un'onda che lo invada, il buon vento famoso forse.
Davvero, se ci è una giustizia, non può Valente conservare il baio che
ha comperato con denaro non suo... Potrebbe rischiare poco, cinquanta
lire sole... perdendo glie ne rimarrebbero trecento, e fuggirebbe... e
se vincesse, oh! se vincesse!...
Eccolo innanzi al tavoliere.... gli tremano le gambe, gli batte il
cuore.
Qual mano gli si posa sulla spalla a trattenerlo? Volta la faccia
impallidita.... è il signor Asdrubale, col farsettone nero abbottonato
da cima a fondo, col nodo della cravatta a sghimbescio, col sorriso
bonario sulle labbra.
A Donato vengono in mente mille idee in un punto solo. Come mai il
signor Asdrubale si trova nella casa da giuoco? E che gli vuole? E
perchè lo trattiene? Lo ha dunque spiato? Ha forse avuto incarico di
stargli alle costole per impedire una ricaduta? Oppure--la cosa è men
bella, ma più verisimile--oppure il signor Asdrubale bazzica nelle
case da gioco per ragioni di mestiere? Or gli torna in mente più vivo
il negozio stretto poche ore prima; rifà i calcoli fatti e conchiude
che le due anime di Cherubino Dolci e dell'ometto dal farsettone nero
abbottonato non solamente si assomigliano alla lontana, ma fanno un
paio magnifico.... Tutto ciò in un istante, tra due sorrisi ed una
stretta di mano.
Il signor Asdrubale non lascia il suo giovine amico, lo tira con lieve
violenza in disparte, sorridendogli sempre e guardandolo con sguardo
d'amore, e finalmente gli dice:
«Ella voleva giocare, dica il vero; tanto io son pratico di queste
faccende, ne avevo quasi un sospetto--e per questo sono venuto, glielo
dico schietto, perchè, via, se ella ha da giocare ancora, non vedo
perchè abbia da farmi torto.
Donato spalanca tutti e due gli occhi e non gli basta; quello che il
signor Asdrubale tiene chiuso non sarebbe di troppo per vederci
chiaro,
E l'altro prosegue a dire:
«Ho giocato anch'io, e gioco ancora qualche volta; se crede, può far
prima la pace del suo debito; io non desidero di meglio. Le carte sono
traditrici, ella potrebbe perdere con altri, e mi dorrebbe molto,
molto.
Il giovine capisce l'allusione, e vorrebbe offendersene; e sebbene un
sentimento di giustizia gli dica che il signor Asdrubale ha ragione,
si prova a fare il viso arcigno; ma l'ometto non gli bada, gli
sorride, lo trae con lieve violenza ad un tavolino, lo costringe a
sedersi e gli siede dirimpetto, e finalmente domanda un mazzo di
carte; tutto ciò con una bonarietà schietta, con maniere tra serie e
burlesche che finiscono a far ridere il giovane.
Ride e trema insieme, e si sente come oppresso dalla vergogna e dal
rimorso, e ricerca di soppiatto un'accusa sul volto del signor
Asdrubale, il quale ora è entrato nel guscio del giocatore vero e
mesce le carte con sicurezza e depone il mazzo sul tavolino.
«Che gioco preferisce il signor Donato?
Il signor Donato non sa nemmanco lui, ha appena la forza di fare un
gesto coll'animo di dichiarare che si rimette all'avversario, e
intanto sbadatamente taglia il mazzo.
«Sta bene; risponde il signor Asdrubale errando sul significato di
quel gesto; un gioco semplice, il gioco delle ultime ore, quando non
si ha più tempo da perdere e si vuol tentare la sorte con colpi
replicati e frettolosi, il solo gioco a due che non sia nè lungo, nè
difficile; bravissimo, vedo in lei la stoffa del giocatore; la carta
più alta vince.... benissimo; avrei però preferito qualche cosa di
meno spiccio e di più interessante; questo suo gioco eroico non dà
tempo alla commozione.
A Donato riesce finalmente di far capire con un mugolio che egli è
indifferente a qualsiasi maniera di gioco; aggiungerò per debito di
giustizia che in così dire egli si guarda intorno e che, se avesse in
faccia l'uscio, forse pianterebbe in asso il signor Asdrubale. Intanto
due o tre curiosi gli si sono stretti intorno per assistere alla
partita.
--A meraviglia, prosegue a dire l'ometto abbottonando l'ultimo bottone
della giubba fin sotto al mento; quand'è così le propongo un gioco
pieno d'interesse e di commozioni, che permette di -tirar l'orecchio-
alla carta, come si dice; ecco; spartiamo il mazzo per metà,
stabiliamo prima una carta, e chi si trova d'averla vince. Le garba?
--Mi garba.
--La posta?
Donato fa un gran sforzo per non balbettare e balbetta:
«Cinquanta lire.»
Qui i tre curiosi, non vedendo denaro sul tavoliere e delusi
nell'aspettazione d'un giuoco più forte, se ne vanno ad assistere alla
fortuna di Valente.
Il signor Asdrubale non dice più parola, piglia il mazzo, lo mesce
ancora e sembra concentrarsi tutto in quest'operazione; quando ha
finito presenta le carte all'avversario perchè tagli, poi ne estrae
una che deve decidere del gioco:
«Fante di picche!
VIII.
Incoraggiato da un cenno gentile e da un sorriso amoroso, Donato
addenta il sigaro d'avana, raccoglie il fante di picche, lo caccia nel
mazzo, e mescola copiando assai male la disinvoltura che gli è tanto
piaciuta nell'avversario. Ed è squisita misericordia del cielo se il
signor Asdrubale, tutto intento a tirare di qua e di là il farsettone
abbottonato perchè non faccia grinze sul petto, taglia senza levar gli
occhi; altrimenti si accorgerebbe che allo studente di matematica
tremano le mani e si contraggono le labbra e si scolorisce il volto,
Il giovane rovescia le sue carte, le squaderna, fruga e rifruga, poi
guarda titubante l'avversario, il quale, coi gomiti appuntati al
tavolino e col mazzo sollevato all'altezza del naso, -tira l'orecchio-
ad una carta ribelle.
A Donato non par vero di aver perduto, scompagina un'altra volta le
carte che gli stanno dinanzi... poi risolleva il capo, impaziente
della rivincita; il signor Asdrubale non gli bada, ha visto finalmente
l'estremità d'una figura nera, ed affatica a farla uscire dal mazzo...
«Ho perduto, dice Donato.
L'altro gli fa cenno di aspettare, poi con uno sforzo scopre tutta
intera la carta.
«Sissignore, ha perduto,» dice mostrando il fante di picche; e
soggiunge modulando la voce con dolcezza melanconica: «mi lasci dire
che se lo merita; non è così che si gioca; per vincere la sorte
bisogna prima vincere la propria impazienza; scompaginare le carte,
come ha fatto lei, è una profanazione.»
A Donato riesce di ridere, e l'altro «non rida, è un canone
dell'arte.»
Intanto il signor Asdrubale ha sbottonato il farsettone, ha cavato di
tasca il taccuino, e si è riabbottonato da cima a fondo. Il giovane
leva anch'esso il taccuino ed estrae un biglietto di cinquanta lire
che porge all'avversario.
Ricomincia la partita. Questa volta è il signor Asdrubale che mesce,
ma è ancora Donato che perde.
Fa caldo--Donato suda; l'altro, impassibile, offre la rivincita...
guadagna ancora. Fa un caldo orribile.
Non rimangono più che centoquarantanove lire nel taccuino dello
studente, il resto si è sprofondato nella voragine di pelle di bulgaro
del signor Asdrubale. Poco stante la voragine si apre un'ultima volta
e le centoquarantanove vanno a raggiungere le compagne.
A Donato casca di bocca il mozzicone d'avana che gli è costato
trecentocinquanta lire; le forze lo abbandonano, goccioloni di sudore
gl'imperlano la fronte e gli rigano le guancie. La sciagura dovrebbe
venir raffigurata in quell'atto.
Che fare ora, poichè non gli rimane nemmeno il tanto da ritentare la
sorte?
Il signor Asdrubale finisce appunto di raccogliere il suo denaro, leva
la faccia sorridente e porge le carte al giovine, dicendogli con una
monotonia d'accento che parrebbe feroce: «La rivincita?»
Quale fortuna! Quell'ottimo signore si fida; è disposto a giocare a
credito, si adatta a riperdere il denaro vinto ed a lasciarsene
guadagnare dell'altro!...
Donato non ha forza di rispondere, ma l'avversario ne indovina gli
scrupoli e lo previene:
«So quel che mi faccio, dice socchiudendo un occhio furbescamente, so
quanto vale il signor Donato, so fin dove posso arrivare senza
rischio.
E ripete colla stessa dolcissima monotonia:
«La rivincita?...
Donato ci pensa, ha paura.
«Cento lire!...
Questa volta vince, e si arrabbia di non aver arrischiato di più.
«Dugento cinquanta.»
«Dugento cinquanta,» ripete il signor Asdrubale come un eco, intanto
che distribuisce le carte; e non faccia complimenti, caso mai il fante
di picche non le accomodasse... scelga lei...
Ma Donato crede di udire una voce che gli grida di no, e risponde che
il fante di picche gli accomoda, e lo cerca baldanzoso fra le proprie
carte, sicuro come è di trovarlo. Quella voce ha mentito, Donato
perde; il signor Asdrubale apre il taccuino e segna colla matita
centocinquana lire a suo credito.
Un mutamento avviene nello spirito di Donato.
Quanto poc'anzi era pauroso, altrettanto ora è arrischiato;
l'intrepidezza della prima audacia è sempre poca cosa appetto
dell'intrepidezza che succede allo sgomento; il signor Asdrubale dice
di sapere dove e quando si fermerà, Donato invece non sa nulla, è
sulla via della rovina (questo lo sospetta), ma è disposto a correre
ad occhi chiusi. Il terribile gioco incomincia ora; finchè il magro
taccuino dello studente di matematica stava di fronte a quello ben
pasciuto dell'uomo di affari, il pericolo della scaramuccia era
determinato e palese come la posta; or si acciuffano le cifre, si fa
posta di parole, si fa battaglia campale di numeri.
Le carte passano da una mano all'altra, una volta, due, tre; ma il
fante di picche è sempre fedele al signor Asdrubale. Ah! il brutto
pensiero che attraversa la mente di Donato! si prova a respingerlo,
scrolla il capo e getta indietro i capelli, ma quel pensiero buio non
se ne va.
«Badi, dice l'avversario guardandolo fisso, il fante di picche
quest'oggi mi vuol bene, scelga un'altra carta.
Donato si sente smascherato e si fa di porpora... ma che colpa ne ha
egli se ha pensato male? Ne ha inteso dir tante! Vi è della gente così
destra, dicono!... Il meno che possa fare per rattoppare il sospetto è
di dichiarare, come dichiara:
«Nossignore, nel gioco bisogna essere ostinati...
Vince, si rianima, raddoppia, perde un'altra volta. Assolutamente il
signor Asdrubale tiene la fortuna per le briglie e la mena come vuole.
«Accetto il suo consiglio, balbetta lo studente, scelgo l'asso di
denari e raddoppio la posta.
L'ometto fa un cenno affermativo, e si curva a notare sul taccuino la
nuova vincita. Si ridanno le carte... Amara beffa della sorte! Ecco
Donato in contemplazione innanzi al fante di picche.
Pare al giovane che la carta fatale obbedisca ad un occulto nemico,
che prima gli ha conteso la fortuna ed ora gli reca la beffa. La
guarda intento, si sente voglia di stropicciarla, di morderla. Gli
passano strane idee nella mente sbalordita, ha una visione; fissando
l'occhio nel corpicciatolo meschino di quel fanticello, ci vede come
una somiglianza di famiglia col suo avversario fortunato; se prova a
levare il casco metallico all'uno, od a mettere un casco metallico
all'altro, i due si confondono in un solo; hanno entrambi una faccetta
asciutta e petulantella, ammiccano entrambi dell'occhio, ed il
farsettone abbottonato dell'uno par tagliato dalla stessa mano che ha
fatto il giustacuore nero dell'altro.
La visione, che va a poco a poco acquistando caratteri d'evidenza, è
interrotta sul meglio da un'esclamazione del signor Asdrubale, il
quale si ricorda d'aver viscere di misericordia, come tutti i
giocatori fortunati, e compone il volto, i modi e l'accento ad una
tenerezza compassionevole.
«È una vena sciagurata la sua, egli dice, mostrando l'asso di denari,
non ho mai visto scirocco più ostinato, parola d'onore non ne ho mai
visto.
Non so per quale fascino occulto le parole che celebrano la disgrazia
d'un giocatore faccian l'effetto d'un balsamo sulle ferite della
borsa, pur nissuno a mente fredda vorrebbe dare un quattrino della
compassione nuda e cruda d'un che gli avesse levato di tasca gli
scudi.
In tutti i modi Donato è riconoscente all'avversario, e nella sua
miseria trova ancora un sorriso da spendere; l'altro prosegue:
«Ecco, se mai volesse aspettare un altro giorno fortuna migliore, ed
intanto desistere, perchè non è forse prudente quanto immagina
l'ostinarsi, anzi nossignore, non è prudente niente affatto... io
s'intende, sarò a sua disposizione domani, doman l'altro, quando
crede....
Donato si scolora in volto, trema, ha paura che l'avversario cerchi
una scappatoia, ed interrompe la melliflua proposta ripigliando il
mazzo e dicendo:
«Ancora una prova; torniamo al fante di picche.
L'ometto ammutolisce, riaccomoda le pieghe della giubba ed il nodo
della cravatta, si rimette in positura perpendicolare e dà un'occhiata
di sbieco alle annotazioni dell'enorme taccuino.
Quell'occhiata ha un significato, ed il giovine lo comprende. Ma che
importa? Non è più ora di calcoli, di ritegni, di titubanze; ha
perduto molto, troppo, perderà ancora; uscito dai confini delle sue
proprie forze, una sola è la rovina, si chiami dieci mila o cento
mila. Perde, raddoppia, riperde, raddoppia ancora, senza tremito,
senza ansia, quasi indifferente. Una cosa sola lo inquieta, il timore
che l'avversario, ad un dato momento, si levi dal tavoliere e dica col
suo sorriso mefistofelico: «Mi basta.» La speranza, se ne rimane una
palese a Donato, conta sull'ostinazione; un soffio favorevole può
cancellare in dieci minuti tutte le paurose cifre messe in fila sul
taccuino e rendere l'infausta partita un trastullo da bimbi, feroce
trastullo, ma vano.
Per la prima volta, dacchè si è seduto in faccia al signor Asdrubale,
Donato gira l'occhio intorno; l'ampia sala brulica di gente affannosa;
dal tavoliere di Valente si stacca ogni tanto uno che si rasciuga la
fronte e stropiccia la pezzuola, e stringe le labbra nascondendo male
il dispetto. Nè Donato scampa a quella miserabile vanità di giocatore;
se qualcuno si accosta a lui, e lo interroga sulla sua fortuna, rizza
il capo, sorride nel rispondere: «Perdo.»
E perde; la sorte implacabile non si stanca.
Gli passano innanzi, come fantasmi benigni che invano cerca di
trattenere nell'afa della sala da gioco, il babbo canuto, la sorellina
gentile, Costanza innamorata. Col pensiero abbandona un istante quelle
pareti fatali, torna a vagar pei campi inaffiati dal Lambro, risale
l'erta faticosa del boschetto e ricompone innanzi agli occhi tutte le
note sembianze di quel notturno paesaggio. Ecco i bruni alberi
dondolanti, ecco le lunghe schiere d'acacie e la via maestra che si
allunga come un nastro bigio nelle tenebre, le stelle che ammiccano in
un cielo nero, i nugoli che viaggiano lentamente e l'anfiteatro di
montagne appena disegnato nell'oscurità. A quel quadro vivo nulla
manca, nemmeno il coro intermittente delle rane beffarde.
E perde; la sorte non si placa; gli sorride un istante, gli fa
balenare una speranza che lo rende più audace, poi s'invola
beffandolo.
Il signor Asdrubale, finora impettito ed abbottonato, comincia a
muoversi sulla seggiola, a guardarsi intorno, a mostrarsi inquieto; ha
l'aria di voler dire qualche cosa e di non sapervisi indurre,
finalmente si sbottona, trae dall'ampia tasca, tirandola per un capo,
una pezzuola di seta non mai finita e si asciuga il sudore ipotetico
della fronte. A vederlo in quell'atto pare un uomo che abbia fatto
un'improba fatica; è invece semplicemente un uomo in imbarazzo.
«Oh! senta, dice finalmente, stringendo fra le due mani la pezzuola
per farsi forza; devo proprio dirglielo; non posso andare innanzi;
ella ha perduto tutto quanto poteva perdere; non dico già che la non
abbia ad essere -solvibile- anche per il doppio, anche per il triplo,
non dico questo, ella è giovane, è quasi ingegnere, e gl'ingegneri di
talento... come dice Martino Bruscoli... tutto questo è probabile, è
probabilissimo, ma è l'avvenire nudo nudo... senza altro fondamento.
S'interrompe perchè Donato dica qualche cosa, ma Donato guarda
istupidito e non dice nulla; ed allora riattacca il filo a bassa voce
come facendogli una confidenza:
«Ho voluto porgerle modo di rifarsi, ho giocato la sua eredità futura,
e mi sono messo a rischio, perchè ella potrebbe, Dio la conservi,
invertire l'ordine naturale delle cose, buscarsi un malanno, mi
capisce; ma se non altro ci è un... fondamento; ora siamo arrivati al
limite massimo, e se persistessimo a giocare sarebbe far le cose in
aria... senza fondamento.
Ancora s'interrompe, ed ancora ripiglia con accento misericordioso:
«Ah! creda che mi duole vederla perdere così, è una disgrazia senza
esempio, senza esempio... Ebbene senta, per mostrarle che non voglio
abusare della sua situazione, accetterò ancora una posta, una sola; se
la fortuna vuoi favorirlo e rifare la strada fatta, la non dirà almeno
che io le ho sbarrato il passo.
Ah! Si allarga il cuore a Donato.
«Accetto, dice egli, e soggiunge come obbedendo ad un'ispirazione: ma
questa volta chi ha il fante di picche perde.
È l'ultima posta, ansiosa come la prima; è la minaccia d'un male senza
rimedio, è l'estrema parola della sciagura.
Il giovine mesce, taglia, fa tutto da sè; l'avversario lascia fare.
«Povero signore! dice poco dopo il signor Asdrubale, non ne imbrocca
uno, non ne imbrocca; io non ce l'ho proprio il fante di picche, lo
cerco... ma non ce l'ho proprio; povero signore!
E dette queste parole, nota nel taccuino il nuovo guadagno, raduna le
proprie carte, nasconde il tutto nella giubba e si abbottona da cima a
fondo per l'ultima volta.
Donato non lo intende, non lo vede neppure; rimane immobile,
istupidito, cogli occhi negli occhi di quel fanticello di picche dalla
faccetta petulante, dal giustacuore nero e dal casco metallico.
IX.
Il pendolo della sala da gioco segna le undici da tempo immemorabile;
ma porgendo l'orecchio, in un intervallo di profondo silenzio, si
odono le voci variamente fioche degli orologi lontani. Sono le due
dopo mezzanotte.
La fortuna di Valente ha stancato gli avversarii che ad uno ad uno
sono scomparsi; rimangono un paio di testerecci, ed una mezza dozzina
di scioperati, i quali, non avendo un quattrino per pagarsi vizii
proprii, campano sulle bricciole dei vizii degli altri. Costoro non se
ne andranno che dopo l'ultima partita.
Donato, col capo curvo sul petto, sembra estraneo a quanto succede
tutt'intorno, ed il signor Asdrubale, dopo essere stato un pezzo in
silenzio, si decide a rammentare la sua presenza con un sospirone
lungo lungo. Lo studente si scuote, si leva in piedi, e come colto da
un improvviso pensiero, ricade sulla seggiola balbettando:
«Sono agli ordini suoi.
--Agli ordini miei, dice l'ometto con accento di evangelica pietà;
agli ordini miei! ma io non ho ordini da darle, caro signore; il suo
debito, ella sa benissimo che ascende a... ecco... lo dicevo, ella lo
sa benissimo; dunque non ne parliamo altro; quanto al termine ed al
modo di pagamento, io... (ah! le giuro che mi duole di aver
guadagnato, non dico che preferirei aver perduto perchè non mi
crederebbe e non sarebbe vero, ma in coscienza mi duole,)... quanto al
termine nè io nè lei non ne sappiamo nulla, dipende dal cielo, il meno
che posso fare per dimostrarle il mio... la mia... i miei, insomma il
meno che posso fare è di augurare a quell'ottimo signor Norberto gli
anni di Matusalemme.
Donato si fa forza per chiudere l'uscita ad un'onda amara di lagrime,
ed arriva appena in tempo a trattener coi denti un singhiozzo che si
perde in un mugolio lamentevole.
Il signor Asdrubale sembra proprio alla tortura
«Non ne parliamo più, egli dice; e se può, se ne dimentichi ella
stessa, veda, io me ne sono bell'e scordato; la cosa è semplicissima,
e deve passare fra noi due soltanto; anima viva non l'ha a sapere; di
questo fatto doloroso nissuno avrà dolore, eccettuato lei ed... io. A
suo tempo, fra venti anni, fra trenta, salderemo i nostri conti senza
amarezze soverchie.
Bisogna dire che l'ometto trovi proprio irresistibile la sua
eloquenza, perchè, interrompendosi un istante, ripiglia fiato così:
«Allora ella sarà in grado di non avvedersi nemmeno di questa piccola
sventura... perchè è giovane, ha talento, buona volontà, ed i giovani
ingegneri di talento, se lo lasci dire ancora una volta, hanno sempre
una miniera sotto i piedi; un bel giorno battono il tacco e trovano il
filone buono, afferrano la fortuna per i capelli d'oro e non la
lasciano più scappare. Così farà lei; è il solo rimedio al suo male, è
la sola via onesta...
Alla parola -onesta-, Donato rialza vivamente il capo; senza
rendersene conto, ha una voglia pazza di regalare un paio
d'impertinenze al suo avversario. Il quale interpreta quell'atto a
modo suo e tira innanzi senza fermarsi:
«Bravissimo; così mi piace. Un uomo volgare, dopo una brutta notte
come questa, penserebbe a mille corbellerie, a disperarsi, ad
impazzire, a pigliare un semicupo nel naviglio, od a cacciarsi in
corpo una palla, che spesso va di sghimbescio e ti inchioda a letto un
paio di mesi... che so io; un giovane volenteroso e savio, come lei,
medita invece una partita coraggiosa colla fortuna, combatte col
lavoro e coll'ingegno, si piglia una rivincita solenne e fa onore ai
propri impegni e paga i proprii debiti... Le ho detto che mi sono
scordato del mio credito... sarò sincero, ci penso invece, e sono
sicuro che ella non mi farà aspettare un pezzo.
Donato si rizza in piedi, finge di ravviarsi i capelli innanzi allo
specchio, abbozza un sorriso a due o tre camerati, esce a passo fermo
colla desolazione nel cuore--ed il signor Asdrubale dietro.
Uno degli orologi più frettolosi di Milano batte la mezz'ora, un altro
gli risponde e dieci altri.
Donato cammina un breve tratto a gran passi, poi rallenta l'andatura.
E la voce fessa dell'ometto dal farsettone nero ripiglia a dire,
mutando accento:
«Un istante di torpore è necessario a preparare le nobili cose; il
filugello s'intorpidisce quattro volte prima di farsi il bozzolo;
anche lei si farà il bozzolo, sissignore, se lo farà anche lei, se Dio
le conserva questo tesoro di salute. Ed io spero di sì, perchè se ella
morisse prima del tempo sarebbe una sciagura per tutti...
Donato si ferma nel mezzo della via, ed alla luce d'un lampione guarda
la faccia contrita del suo compagno.
«Sissignore, per tutti, soggiunge costui, e prima di tutti per lei...
poi per Martino Bruscoli, -idest- per la signorina Costanza, e in fine
per il signor Asdrubale suo umilissimo servitore. Badi un po' quanto
la sua vita è preziosa: morendo lei, l'eredità del signor Norberto
toccherebbe tutta alla sorellina, ed addio crediti; la signorina
Costanza non potrebbe nemmeno farsi i ricciolini colla sua
obbigazione, perchè non porta ricciolini, mi pare, ed il signor
Asdrubale non potrebbe nemmeno accendere la pipa colla obbligazione
che ella gli farà... perchè non fuma; veda un po' se la sua vita è
preziosa! E veda quanto è facile pagare i debiti quando non si ha
coscienza, e veda che rischio si corre di appaiare in un istante di
debolezza una corbelleria irrimediabile ed una cattiva azione...
Qui le intenzioni del vincitore cominciano a farsi palesi anche a
Donato, il quale si arresta di botto e dice:
«La ringrazio del consiglio; so i miei doveri; domani venga da me, le
scriverò l'obbligazione.
Lo studente di matematica, ciò detto, volta a mancina, ma il signor
Asdrubale non lo lascia.
«Come mai da quella parte? non va dunque a casa?
--Non ho sonno, non dormirei stanotte...
--To'! anch'io non ho sonno.... e non dormirei; non le duole già che
l'accompagni?... quanto all'obbligazione non ci è tutta la premura che
ella immagina... ed è una cosa subito fatta, quattro parole sopra un
foglio di carta bollata... vorrei che fosse già aperto uno spaccio di
tabacchi che si leverebbe la seccatura subito... abbia pazienza fino a
domattina. E dica... non vuole che andiamo al caffè a prendere una
chicchera di latte caldo? Fa bene il latte caldo dopo una notte
vegliata... pago io, s'intende, poichè, salvo errore...
L'oscurità non permette a Donato di vedere l'occhiata che il suo
compagno gli lancia dal basso in alto con un occhio solo; ma nondimeno
l'indovina, come l'altro indovina che lo studente si fa rosso in viso.
«Non ci è da arrossire; ella ha perduto tutto quanto aveva, e non ha
più un soldo; ma sono qua io per lei; dica che cosa le occorre per i
bisogni più urgenti e faremo un conto solo...
Suonano le tre, quando il signor Asdrubale spinge con lieve violenza
il giovane nel caffè della stazione.
Non vi è anima viva, tranne due camerieri ed un grosso micio che
sonnecchiano.
Vedendosi ancora faccia a faccia col suo avversario, col suo nemico,
Donato sente come un impeto d'odio, come un'amarezza nuova, come uno
spasimo indefinibile. Quella faccetta asciutta, quell'occhio che
ammicca, quel labbro che sorride e par che ghigni, quel farsettone
chiuso come una cassa forte dopo di aver inghiottito ogni sua
ricchezza, quella voce monotona, uguale, stridula, quella disinvoltura
provinciale, non vi è dubbio tutto ciò è lui--il fante di picche!
Non pensa, solo gli sta innanzi la fatale visione; non ragiona, ma
sente un bisogno irresistibile: allontanarsi da quell'uomo.
Si alza bruscamente, e dice con voce rotta dallo sforzo che fa per
contenersi:
«Ho bisogno d'esser solo, venga domani; come le ho detto, le farò la
sua obbligazione.
Ma il signor Asdrubale non sembra avvedersi di quei modi nè di
quell'accento, afferra il giovine per la falda dell'abito e lo
costringe a sedersi, picchiando sul tavolino coll'altra mano per
chiamare un cameriere.
«Due chicchere di latte caldo, ben caldo... Veda, caro signor Donato,
come le dicevo, io non ho premura; fra un'ora albeggia, e se ha tanta
fretta faremo subito l'atto; intanto eccole qui trecentocinquanta
lire... le bastano?... non faccio che pigliarne nota e sono sue...
Tanta sicurezza dà l'ultimo crollo al giovine studente, il quale per
la prima volta fissa gli occhi in faccia del compagno importuno; ma
costui non batte palpebra, sorride bonariamente ed insiste per fargli
accettare il denaro.
Sotto quelle sembianze di cortesia e di buona fede è un'ansia paurosa
che non inganna nemmeno Donato.
«Ha paura che gli scappi!» pensa il giovane, «diffida di me.»
E ne ha ragione, figliuol mio; e che farnetica la tua mente scombuiata
se non il modo di fuggirgli di mano? Non sai perchè, non immagini che
farai, non vedi nulla oltre il bisogno del momento, perchè le tenebre
ti si stringono intorno al cervello; ma questo tuo bisogno prepotente,
l'hai pur detto, è sempre lo stesso--rimaner solo. E che farai quando
sarai solo?
Così sembrano parlargli il sorriso bonario e la dolce insistenza del
signor Asdrubale per fargli accettare il denaro.
E Donato accetta, beve il latte caldo, risponde a monosillabi alle
chiacchiere del compagno, spinge l'occhio nel buio della sua mente
quanto più gli riesce, cerca un'idea. Non trova; in quella ridda di
fantasie strambe--carte, tavolieri, debiti, sorrisi di Costanza,
lagrime del vecchio padre, carezze melanconiche di Mariuccia e quesiti
di meccanica applicata--non vi è nulla che abbia l'aria d'un pensiero
proprio.
Pure il bisogno di togliersi la seccatura del suo compagno ha preso a
poco a poco il carattere di mania; cominciano a venirgli alcune idee
di evasioni impossibili; pensa al conte di Montecristo, una delle
poche reminiscenze romantiche della sua vita numerica; si guarda
intorno cercando uno scampo; fa disegni insensati; fugge in cento mila
modi, e invano, chè il signor Asdrubale gli è sempre alle calcagna
come un'ombra.
E il tempo passa.
«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Camerlata?» grida all'improvviso
una voce stentorea nella sala.
Ah! ecco finalmente un'idea!
«Pagherò io, dice Donato levandosi di botto ed accostandosi al banco.
--Oibò, ribatte l'altro, è già pagato, e chiama a sè col gesto un
cameriere.
Ma il giovine non gli bada e tira dritto, piglia l'altro cameriere in
disparte e gli dice sommessamente mettendogli in mano cinque lire: «Un
biglietto -secondi posti- per Seregno; spicciati, il resto è per te.»
Cinque minuti dopo la voce stentorea ripete: «Chi parte per Sesto,
Monza, Seregno, Camerlata?»
E la campana annunzia la partenza.
Donato guarda attorno ansiosamente, non badando al signor Asdrubale,
il quale per la ventesima volta ripete: «Ah! triste cosa il giuoco,
non è contento chi perde, e non è nemmeno contento chi vince...
Creda...
Il cameriere arriva, Donato scatta in piedi senza dir parola, afferra
il biglietto ed infila l'uscio che gli sta in faccia.
Due minuti dopo il convoglio si muove, parte... lo studente di
matematica respira.
X.
È solo. Può ora sprofondare l'occhio nell'abisso in cui è caduto,
misurare l'immensità della sua sciagura. Ma che vale? Tutto quanto può
dire il pentimento egli l'ha inteso altra volta--e nulla valse. Allora
come oggi si trovava solo, faccia a faccia con un pauroso fantasma;
allora come oggi lamentava nella sua colpa non la rovina propria, ma
il dolore affannoso del vecchio padre--e nulla valse.
Or si aggiunge allo stesso strazio la morte della sua più cara
speranza, un amore non pur confessato e già gigante, e già perduto per
sempre; e su quel cumulo di sciagure--sciagura maggiore di ogni altra,
perchè gli toglie anco il conforto delle lagrime--una sfiducia
profonda di sè medesimo.
Ricercherà egli nelle voci della natura, nelle immagini de' suoi cari,
nei mille vaneggiamenti febbrili, un alimento al rimorso, se già ebbe
tutto questo e invano? Si farà zimbello di un giuoco bambinesco, e pur
d'incrudelire contro sè medesimo, ripeterà ancora una volta il vacuo
frasario della coscienza di che ha fatto inutile esperimento?
No, anche la coscienza tace; uno squallido silenzio è intorno
all'anima sua; quel raggio di sole che percuote la pianura, illumina
la morta calma d'un cuore che si disprezza.
La sua condizione è palese; ha giocato, ha perduto; ha perduto
Costanza, la stima d'altrui e di sè stesso, il diritto di lasciarsi
amare dal vecchio babbo e dalla sorellina, la fede nell'avvenire; era
questa la posta, egli lo sapeva ed ha giocato--ed ha perduto. Non gli
rimane nemmeno più il diritto di morire; uccidersi ora sarebbe «un
troppo facile modo di pagare i proprii debiti»--il signor Asdrubale lo
ha detto.
La mattina è splendida di luce, puro il cielo, l'aria fresca e
carezzevole. La morta calma del cuore di Donato gli si riflette
nell'occhio intorpidito che si arresta in una inconsapevole
contemplazione. I pali del telegrafo gli passano dinanzi
vertiginosamente in prima linea, le acacie delle siepi procedono più
lente, e i gelsi più lenti; tutta la pianura scintillante se ne va;
solo gli orizzonti rimangono immobili, anzi le vette delle montagne,
con movimento opposto, par che lo seguano nel viaggio.
Così fugge il presente, così non possiamo staccarci dal nostro tempo
lontano--dal passato che ci accompagna, dall'avvenire che ci aspetta.
Una volta, due, tre il convoglio si è arrestato; finalmente al noto
fischio succede una monotona voce: «Seregno!»
Donato si scuote, balza fuori dal carrozzone, e si arrende all'invito
del primo monello che, schioccando la frusta, offre un calessino
sconquassato. La rozza, educata alla identica scuola del Morello
famoso, attraversa come un fulmine o poco meno le vie di Seregno, poi
strascica gli zoccoli nella polvere della via maestra.
Che fa lo sciagurato? Che propone?
Non lo sa egli stesso; ha bisogno di rivedere la casa dove fu tanto
lieto, di sentirsi vicino, per l'ultima volta forse, a coloro che ama,
di respirar l'aria della felicità di cui ora è immeritevole, poi...
Poi fuggirà, e se non gli è lecito togliersi la vita, andrà in cerca
di morte, domandandola agli uomini ed alla natura.
Attraversa i paeselli, osserva le case meschine, i villini eleganti,
le fontane pubbliche, guarda a tutte quelle note fisonomie, che, alla
tetra luce della nuova sventura, gli paion nuove e non più care come
prima. Per tutta la via s'incontra in contadinelle che, canticchiando
sommessamente, levano la bruna testa di mezzo all'immenso biondeggiare
delle spighe mature... ecco l'ultima salita, ecco il colle, ecco
Inverigo coi suoi viali di cipressi, colle sue casette bianche, col
suo campanile scintillante al sole, ecco il tranquillo sentieruolo
ombreggiato d'acacie, l'ultimo...
Donato fa arrestare il calesse, scende, rimane un istante immobile,
poi si avvia a passo lento... e si trattiene innanzi al muricciolo di
cinta del giardino, del babbo; gli batte il cuore, sente rumore di
passi, si nasconde, ha paura di esser visto; poi si appressa, si
arrampica d'un balzo allo sporto del muro, getta, spenzolandosi,
un'occhiata di baleno nel giardino e si lascia ricadere a terra
palpitante. Quante cose ha visto! la casetta bianca, le finestre
dischiuse, non ancora baciate dal sole, il viale, il padiglione di
glicinie, la quercia superba... Ascolta, gli par di udire una voce, è
lei... no, sì, sono due voci note, la sorellina e Costanza. Le care
creature hanno l'anima lieta come il limpido mattino che le ha
destate, ridono... se salissero sulla -montagnuola- e si affacciassero
al muricciuolo!... ecco si accostano, si allontanano, ridono ancora...
se sapessero!...
Ah! questa volta Donato non regge più, una lagrima gli riga le guancie
e, dietro a quell'una, mille.
Un rumore di passi nel sentiero lo toglie al sua affanno; vuol
fuggire, vuol nascondere il proprio dolore alla stupida curiosità d'un
contadino indifferente... troppo tardi, appena ha il tempo di celare
la faccia lagrimosa fra le mani. Ma il passante si è fermato, non se
ne va, e Donato ne sente lo sguardo curioso ed indagatore.
Allora si leva in piedi, guarda innanzi a sè e rimane come istupidito.
È lui, ancora e sempre lui--il fante di picche!
XI.
Il signor Asdrubale, col pugno sull'anca, colla faccetta petulante, se
non ha un aspetto odioso, come pare a Donato, ha certo una gran voglia
di ridere. A momenti spalanca la bocca sorridente e se la lascia
scappare la sonora risata di soddisfazione che gli spira da tutti i
pori.
«Come ho fatto? Mi domandi come ho fatto, e si dia per vinto. Vede
bene che io sono nato prima. «Uno secondi posti per Seregno;» ho
l'orecchio fino io ed ho fatto il papagallo... «uno secondi posti per
Seregno» ed ho viaggiato con lei, separato solo da un tramezzo, ed ho
inghiottito la polvere del suo calesse, ed eccomi... Così ho fatto.
Questa volta non resiste più e dà in una risata che fa ammutolire i
grilli mattinieri.
Donato si ricompone, fa un passo innanzi, si ferma e dice:
«Ignoro le sue intenzioni; le mie sono da galantuomo, non ho avuto in
mente di sottrarmi alla mia sciagura, ma alla sua presenza odiosa che
me la fa parere cento volte più amara.
Che ci è da ridere in queste parole, pronunziate con una solennità
dignitosa?
Pure il signor Asdrubale minaccia di far saltare i quattro bottoni
della giubba e si stringe i fianchi con tutte e due le mani.
Finalmente si rifà serio, e risponde in falsetto:
«Non dirà sempre così, non dirà sempre così.
Certo l'eco della risata ha passato il muricciuolo ed è entrato in
giardino, perchè lassù, sulla montagnuola, di mezzo alle foglie della
vite ed ai grappoli immaturi, si affaccia una figurina gentile, e poi
un'altra. Due esclamazioni di gioia, ed un replicato batter di palme e
due voci amorose che gridano:
«Donato!
«Lo zio!
L'ometto dal farsettone nero leva il capo in alto e dice senza
turbarsi:
«Sì, piccina mia! siamo noi; arrivati a piedi come due studenti; buon
giorno, signorina Mariuccia.
Mariuccia non risponde nemmeno, è la prima a sparire, Costanza
l'accompagna; si odono le loro voci fresche e festose che si
allontanano gridando la buona novella; Donato non ha parole, si crede
beffato da un'illusione, guarda l'ometto a bocca aperta, e l'ometto
guarda lui con un sorriso incoraggiante.
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