Quella donna era Clelia. Al vederla rimasi come impietrito; il cuore mi
parlava troppo palesemente, perchè io potessi dubitare della verità dei
miei timori; ma smanioso d'uscire da quell'ultima incertezza, e d'altra
parte timoroso di perderla d'un tratto, non osavo rivolgermi per
interrogare Charruà.
Poco stante mi rivolsi. Egli era a due passi da me, colla testa china e
colle braccia incrociate. Lo guardai; mi guardò, ma non disse motto; e
siccome io m'accostai a lui ed insistetti dello sguardo, egli sciolse le
braccia e le lasciò cadere lungo i fianchi.
Quel gesto fu una rivelazione. Impietrito dalla fatale novella io non
parlai per alcun poco. Charruà mi si fece accosto, con un brusco
movimento del capo gettò innanzi le lunghe anella dei suoi capelli, e mi
bisbigliò all'orecchio:
--Lo Charruà non incanutisce mai, i suoi capelli sono sempre neri come
l'ala del corvo. Osservate signore come il vostro servo è mutato.
Io lo guardai con tenerezza: i suoi capelli una volta nerissimi,
incominciavano infatti ad incanutire. Gli porsi la mano, e fè atto di
portarsela alle labbra--m'accorsi che il suo ciglio era umido di pianto.
--Morta! sclamai in quel punto, guardando ancora una volta quel quadro.
--Morta--ripetè Charruà con voce fioca come un soffio di vento.
In quel punto entrò Raimondo. Mi vide e mi mosse incontro senza
affrettare il passo.
Lo strinsi fra le braccia: "sono io, gli dissi, l'amico tuo, il tuo
Giorgio."
Mi guardò in volto: "Tu qui!" sclamò poi con lieve accento di
meraviglia. E fu il solo cenno ch'egli mi facesse del suo piacere nel
rivedermi; ma io pensai che il dolore profondo gli impediva di
manifestarlo, ma che, sebbene l'anima sua fosse fatta in certa guisa
insensibile, egli ne provasse tuttavia grande conforto. Però lungi
dall'offendermi della sua freddezza, rimasi più atterrito e dolente del
suo strazio.
Mi si strinse al seno, ed appoggiò il capo sul mio omero.
Charruà in un canto della sala, immobile come una statua, col capo
ricurvo sul petto, gettava ad intervalli uno sguardo pauroso e dolente
sul suo padrone. Una folla d'immagini desolate mi empiea la mente ed il
cuore.
D'improvviso Raimondo si scosse, e stringendomi al petto, mi disse con
accento di tristezza indefinibile:
--Che tu sia il benvenuto, amico mio--poi guardando il ritratto dì
Clelia, ed accenandolo col dito: da un mese io sono solo.
Non disse altro; ma mi fe' segno che lo seguissi e mi trasse verso la
sua camera.
Nell'uscire da quella sala, mi rivolsi, e vidi Charruà immobile, colle
braccia incrociate e colla testa inclinata sul petto.
XXII.
Io non aveva avuto agio di contemplare il volto di Raimondo; però non
appena fui seduto al suo fianco il primo mio sguardo corse a ricercare
nei suoi lineamenti le traccie del suo dolore. Il dolore ha una
terribile maniera d'alterare le sembianze dell'uomo; non è quella
magrezza che succede ad una lunga malattia, ma una tinta indefinibile e
sfumata di languore, un solco che non apparisce, ma che pure è profondo,
credetelo, assai profondo.
Volsi l'occhio in giro per la camera; ogni cosa diceva l'abbandono e la
mestizia; pareva che le stesse pareti vestissero il lutto. La polvere
s'era addensata sugli scaffali dei libri; i ragni erano venuti ad
attaccare i loro fili sovra alcune tele preziose di scuola fiamminga; da
per tutto dove prima era l'ordine, regnava la trascuranza; si vedevano
vasi di Sassonia posti alla rinfusa, e le più belle armi delle fabbriche
di Boston giacenti confusamente in mezzo ad alcune vecchie medaglie
irruginite.
Volli provarmi a confortare Raimondo. Egli sorrise, ma non cercò
d'interrompermi e continuò a tenere il capo fra le palme ed a guardare
fissamente il suolo con un'espressione d'amarezza disperata.
Compresi come la sua doglia non avesse rimedio.
Il sommo dolore rifiuta i conforti; è severo e sdegnoso insieme; soffre
e tace; guarda con occhi immobili, ma senza lagrime. Anche la sventura
ha il suo pudore; le grandi sventure passano in mezzo agli uomini
tacitamente; il loro lamento sale al cielo, ed è un ruggito. Ma tuttavia
è pur la misera cosa questa fragile e boriosa natura nostra: nè il
disastro dell'uomo era tanto lieve, che vi si aggiungesse questa barbara
e cieca compiacenza d'alimentare il proprio affanno, di vivere in esso,
di fissare la propria sciagura senza volerne distogliere lo sguardo un
istante.
Ammutolii.
Raimondo si rivolse a me, quasi timoroso d'avermi offeso; ma come vide
che il mio volto gli parlava più la compassione che il rammarico,
sorrise ancora tristamente e si ricacciò nella sua tetraggine.
Lasciai quella casa sventurata coll'anima inquieta ed abbattuta. Nello
scendere le scale m'incontrai in una bambina guidata per mano da una
vecchierella.
Vestivano il bruno entrambe: riconobbi subito Bianca, la figlinoletta di
cui avevami fatto cenno Raimondo. La sollevai sulle braccia, e la baciai
in volto. La vecchierella, che non mi aveva mai veduto, mi guardò
sorpresa, ma mi lasciò fare--la piccina sorrise.
Era una creatura dolce, uno di quei leggiadri amorini, dei quali Albano
s'è tante volte compiaciuto, e che hanno fatto celebre il suo pennello.
Viso affilato, pallido e lungo, capelli ondeggianti, ocelli grandi ed
espressivi. Somigliava a Raimondo ed alla povera mamma insieme, ma più a
Raimondo; tuttavia, osservandola alcun tempo, mi parve di veder rivivere
su quel volto infantile la memoria di Clelia come io l'aveva vista la
prima volta in casa della contessa.
Per via pensai al modo con cui Raimondo mi avea accolto, al modo con cui
mi avea parlato, alla natura del suo dolore che erami parso avesse
dell'amarezza, e credetti di vedere in tutto ciò un mistero, e che la
sola morte di Clelia avesse dovuto affliggerlo, non dirò meno
intensamente, ma in un modo diverso.
Colla mente fissa in questo pensiero almanaccai cento cose stranissime
senza frutto; e allora cercai di darmi pace dicendo a me stesso come
fosse naturale che Raimondo si dolesse insieme della perdita di Clelia,
e si amareggiasse del suo destino. Questa spiegazione mi appagò alcun
tempo, e mi vi acquietai; ma ben tosto i miei dubbi risorsero, e da capo
le mie ricerche, e le mie fantasie.
XXIII.
Il giorno dopo ritornai in casa di Raimondo.
Vi andavo con animo commosso, ma pur deciso a farmi forza, a parlargli
la voce confortevole dell'amicizia, e dove fosse stato necessario, la
voce del rimprovero. Egli era giovine, dovea esser forte--era padre,
doveva almeno -vivere-. Gli avrei parlato francamente; avrei affrontato
il suo dolore, gliene avrei rinnovato a vivi colori l'immagine,
ricordandogli la sua felicità di cui appena io era stato testimonio, e
la grandezza della sua sciagura; ma lo avrei costretto a palesarmi tutto
il suo segreto, se pure egli ne nascondeva uno, a versare il suo cuore
nel mio--fors'anco a piangere.
Contavo molto sul mio progetto; io prevedeva che se fossi riuscito ad
avere la sua confidenza, avrei avuto in mie mani la sua salvezza.
Comunque il mio tentativo dovesse andar fallito, avrei fatto il debito
mio. Se la sorte mi avea richiamato presso di lui nei giorni della
mestizia, io doveva accettare il mandato che mi si confidava: non avrei
potuto rifiutarmi senza tradire l'amicizia, senza disconoscere la tela
misteriosa e provvidenziale che riuniva l'esistenza di Raimondo alla
mia.
Charruà mi mosse incontro--il suo signore non era in casa. Domandai dove
avrei potuto incontrarlo, e parve titubante se dovesse dirmelo; ma
questo dubbio durò poco; mi accennò del dito una corona di semprevivi
che pendeva da un angolo della parete, e mi disse come Raimondo uscisse
ogni mattina con una corona consimile, ma non volesse essere seguito.
--Ci andrò--dissi risoluto. Ed uscii senza domandar altro.
Mi diressi verso un cimitero. Quale? Non vi avevo pensato: però mi
cacciai in una carrozza da piazza e ordinai mi si conducesse al più
vicino.
Vi giunsi in breve ora, e vi posi il piede con un senso di raccapriccio.
Pensavo a Clelia che forse dormiva in quel luogo, a Clelia già così
bella, così felice; e venivanmi in mente le ultime parole che ella mi
aveva rivolte con tanta dolcezza.
--A rivederci, a rivederci--io andava ripetendo dentro di me, e vi
scorgevo non so che di melanconico che mi toccava il cuore.
--Or ecco dove io ricerco la tua memoria, povero angiolo.
Mi avanzai trepidante, e spinsi lo sguardo innanzi a me.
Un'ampia pianura seminata di croci nere incurvato al suolo; qua e colà
alcune lapidi bianche colle iscrizioni sbiadite dal tempo, alcune fosse
scavate di recente, e accanto ad esse un mucchio d'ossami--ecco quel che
s'offerse ai miei occhi.
Raimondo non era in quel luogo. Volli ritornare indietro, ma poi che la
carrozza s'era allontanata, e mi avrebbe toccato rifare a piedi la via,
disperai d'incontrarlo per quel mattino.
Avanzai lentamente, quasi sbadato, attraverso quei sentieruzzi. Non so
più che mi avessi in capo, ma al vedermi così solo in quel luogo, io mi
sentii come compreso da una misteriosa trepidanza.
Buttai a caso lo sguardo sopra alcune inscrizioni; e mi parve di vedere
i superstiti lagrimosi, e d'udire i rotti singhiozzi, e mormorare fra le
lagrime agli indifferenti le virtù dei defunti.
Un'anima ha vissuto--è partita; è la storia di ognuno.
La tomba ha una parola sola per tutti; ogni tomba ha un'intera leggenda
che non è compresa che da pochi--talvolta da un solo--e per poco tempo.
Più tardi ogni altro accento è muto; il santuario della morte non parla
più che la sola parola della morte.
Pure crediamo dì temperare con poche parole la legge inesorabile, e che
i passanti debbano arrestarsi e indovinare dal nome che ci è caro tutto
il tesoro di memorie che egli ridesta nel nostro cuore.
All'improvviso scorsi d'innanzi a me una lapide nuova; era di marmo
bianco, semplicissima nel disegno e non abbondava di iscrizioni.
Il cuore martellavami il petto come volesse spezzarlo. M'accostai a
quella tomba e vi lessi commosso queste bibliche parole:
"Perchè mi hai tu abbandonato?"
Nè so che la pomposa eloquenza m'abbia mai cercato il cuore così
profondamente.
Io non poteva indovinare chi fosse chiuso sotto quel marmo, poichè la
menzogna non ne aveva tessuto l'elogio; ma comprendeva lo strazio di chi
ne aveva lagrimato la morte.
Più oltre erano nuove iscrizioni, e tutte levavano a cielo le
impareggiabili virtù del defunto, e compiangevano lui morto, come se
egli avesse a mendicare ancora sulla terra il pane, gli onori e
l'adulazione.
Però mi raccostai a quella tomba recente.
"Perchè mi hai tu abbandonato?" Era tutto--una storia d'affetti
spezzata, un mondo di sogni svanito.
Pensai a Raimondo ed a Clelia.
M'allontanai un'ora dopo dal cimitero, senza essere andato più in là
nelle indagini per cui era venuto. Fantasticai mille cose meste, ma
senza potermi togliere di capo quel moto: "perchè mi hai tu
abbandonato?"
XXIV.
Nei giorni successivi io non vidi Raimondo. Mi era recato più volte da
lui, ma Charruà aveami detto che il suo signore non era in casa.
Anche Charruà parea sempre più tetro; l'ultima volta che io gli avea
parlato aveami risposto con un mugolio strano che non giunsi ad
intendere. Argomentai però giustamente dal contegno di lui, dello stato
di Raimondo. Charruà era come uno specchio dell'anima del suo signore;
non subiva altre impressioni, non amava altri affetti, non pativa altri
dolori che quelli del suo protettore. Così egli chiamava Raimondo, e il
suo occhio si addolciva pronunziando questa parola, come se gli
ridestasse in mente una memoria assai mesta. Né io seppi mai che cosa lo
legasse con tanta riconoscenza al mio amico, ma della riconoscenza non
incontrai certamente e non incontrerò più mai sulla terra immagine tanto
viva.
A poco a poco il mio demonio andò cacciandomi in mente che Raimondo non
volesse vedermi, e che perciò mi facesse dire che non era in casa. E da
prima pensai che egli non volesse essere turbato nel suo dolore e che io
subissi la sorte di tutti--e me ne dolsi amaramente pensando alla nostra
amicizia, e ai diritti ed ai privilegi che io credeva mi spettassero; ma
più tardi andai oltre a credere che egli cercasse di fuggirmi
accusandomi d'essere stato io la causa delle sue afflizioni. Però,
siccome io mi teneva innocente e l'ingiustizia mi accende il dispetto
nel cuore, stetti alcun tempo senza far ricerca di Raimondo, fingendo
non curarmi di lui.
Se non che il mio proposito venne meno a poco a poco; in pari tempo che
il mio sospetto andava dileguandosi; né corsero quindici giorni, che mi
recai in casa della contessa sotto il pretesto di farle visita, ma in
realtà coll'animo pieno di speranza di sapere dalla sua bocca qualche
cosa dei cinque anni che erano passati.
La contessa mi rivide con gioja--mi parlò di Clelia con molta
mestizia--e mi chiese notizie del "povero Raimondo."
Ella accentuò con dolore queste ultime parole, e mi parve di leggervi il
compianto e quasi un rimprovero d'essere stata dimenticata da lui.
Non avevo adunque nulla ad apprendere da essa. In quei cinque anni
Clelia e Raimondo erano stati spesso nelle sue sale. Le erano parsi
entrambi felici, fino agli ultimi mesi, nei quali Clelia avea cominciato
ad ammalarsi--d'allora in poi li aveva veduti più di rado--nelle ultime
ore di vita della povera Clelia, s'era trovata al suo capezzale--non
sapeva dirmi altro.
Mi tornò in mente il vecchio generale; e siccome parevami che io avrei
potuto saperne di più da lui, ne chiesi alla contessa.
Tentennò il capo, e mi disse ch'era morto. Poco dopo le nozze della sua
Clelia era stato colpito di gotta una prima volta, e n'era guarito in
tempo per poter tenere al fonte battesimale la piccola Bianca che egli
chiamava teneramente la sua nipotina. Poi siccome un nuovo accesso del
suo male gli avea tolto l'uso delle gambe, e lo aveva costretto a vivere
nel suo sepolcro imbottito, com'egli aveva battezzato in un momento di
buon umore il suo antico seggiolone di cuojo verde, s'era dato
all'assenzio. Alla momentanea forza che egli ritraeva da questo liquore
doveva le sue ore più gaje; e però in breve ne abusò. I medici
pronosticarono che seguitando di tal passo non avrebbe vissuto più di
qualche mese; egli lo sapeva e se ne compiaceva. "Non vedo l'ora, soleva
dire, di potermi rizzare dal mio sepolcro imbottito--in quei di sasso,
scommetto, ci s'ha a star meglio." Quando fu agli estremi di vita volle
gli si recasse un bicchiere d'assenzio, e siccome quello che gli veniva
apprestato non era ricolmo, pregò lo si colmasse. Poi lo sollevò, e lo
tenne alcuni istanti innanzi agli occhi, dicendo: "come è bella la luce
traverso questo bicchiere!"
Queste erano state le ultime sue parole, ed era morto nelle braccia di
Clelia e di Raimondo.
La contessa narrandomi questo triste avvenimento non poteva arrestare le
sue lagrime.
Nell'uscire ella mi domandò se io avessi notizie del signor Eugenio S.
pittore, amico di Raimondo.
--Eugenio S., sclamai, egli dunque fu qui!
--Non lo sapevate? È circa un anno che egli è ripartito per Roma; ma
visse a Milano alcuni mesi.
Quella notizia sconvolse la mia testa. Io non avevo saputo dell'arrivo
di Eugenio a Milano; nè Raimondo me ne aveva parlato. In ciò non era
certamente nulla di straordinario, ma tuttavia io mi domandavo senza
frutto perchè Raimondo non mi avesse parlato d'Eugenio. Era stato
calcolo o dimenticanza? E se il suo dolore consentivami quest'ultima
interpretazione, come spiegare il suo silenzio quando io era ancora in
Sardegna e Clelia viveva? E perché non mi aveva prevenuto di ciò? perché
Eugenio stesso non avea cercato di farmene prevenire o di prevenirmene
egli stesso? Tutto quel dì m'affannai in tale pensiero.
Il giorno successivo incontrai Raimondo per via--era il cielo che lo
inviava; io non aveva ancora cessato di pensare ad Eugenio; però me gli
accostai con animo di domandargliene novelle.
Al vedermi, Raimondo non mostrò sorpresa; mi venne incontro benevolo, si
sforzò di sorridere e si scusò meco della sua condotta. Ciò valse a
dissipare i miei primi sospetti, né io vidi più in lui l'ingrato, ma
soltanto l'infelice.
La sua fisonomia s'era come allungata dal dolore; il suo passo era
grave, teneva il cappello assai calato sugli occhi, e l'abito nero
abbottonato fin sotto la gola.
Poco stante gli parlai d'Eugenio e gli domandai se ne sapesse qualche
cosa. Mi parve che impallidisse, e stentasse alquanto a rispondermi; poi
mi disse che Eugenio non gli aveva scritto da molto tempo.
Siccome io mutai subito discorso, egli mi guardò in volto sospettoso, ma
parve rassicurarsi. Non mi sfuggì quello sguardo e ne penetrai il
senso--però da quel punto ebbi fermo in mente che Raimondo mi celava un
segreto.
XXV.
Un segreto! E di qual natura poteva egli essere questo segreto che
resisteva all'amicizia? O forse che io non ero più l'amico di Raimondo?
ovvero la sua fede nell'amicizia s'era affievolita tanto da farlo
rinunziare alla confidenza?
Per gran tempo mi dibattei in questi pensieri. Vi è qualche cosa che ci
avvelena più che un inganno in amore, ed è un amico perduto--e quel
dubitare d'un amico, quel vederselo innanzi, ma non più sotto l'aspetto
d'un tempo, quel ritentare il passato e trovarlo muto, e vedere un seno
una volta aperto agli entusiasmi confidenti chiuderci gelosamente il suo
segreto, non è certamente meno doloroso. Avanza melanconica e tenace la
memoria, ma essa stessa è tortura; si rimane avviticchiati come un'edera
dissecata ai rami spenti d'un olmo montano--ma la vita non corre più
fra le loro fibre; e quel freddo amplesso è un supplizio.
E tuttavia io non voleva credere che Raimondo fosse mutato verso di me;
e lottavo meco medesimo per persuadermi che la sua amicizia aveva
sopravvissuto alla distruzione del suo cuore. Domandavo questa fede ad
ogni cosa, ad una stretta di mano più lunga, ad un saluto più
affettuoso, ad un sorriso più confidente. Quando io gli era vicino, e
potevo vederlo e parlargli, mi confortavo in cuore, però che mi paresse
di riconoscere ancora il Raimondo d'un tempo; ma come io mi allontanava,
la sua immagine si alterava nella mia mente; non era più lui.
Non dirò se io ne soffrissi. Raimondo se ne accorse e venne più spesso
da me; talvolta si trattenne meco, ma poi che non mi sfuggiva lo sforzo
che egli vi poneva, gliene fui grato, ma disperai d'arrestare il
fantasma della nostra amicizia che si era oramai dileguato.
Mi ricordai d'Eugenio. Forse verso di lui io era assai colpevole; ma la
lontananza non avea reso lui meno colpevole di me. Non ci avevamo
scritto che poche lettere--la nostra vita intima ci era ignota a
vicenda. Pure Eugenio aveva un cuor buono, e in quelle giornate di
solitudine, sconfortato dei miei affetti, timoroso di vedere distrutte
le ultime corde armoniose del mio seno, pensai a lui con desiderio, e
gli scrissi con abbandono.
Mi rispose una lettera mesta; si scusò del suo silenzio; mi parlò dì
Roma e d'arte; ma non mi disse nulla di sè medesimo, del suo passato.
Gli aveva parlato a lungo di Raimondo per eccitarlo a ragionarmi del
tempo in cui egli s'era trovato a Milano, ma non ne fe' cenno. Mi lasciò
sperare che sarebbe venuto a stabilirsi vicino a me ed a Raimondo, la
cui sciagura appresagli per la prima volta dalla mia lettera avevalo
afflitto acerbamente.
Questa lettera d'Eugenio non rischiarò punto le mie tenebre.
Mi raccolsi in me medesimo; ricercai la solitudine, e domandai conforto
al lavoro.
Passarono così alcuni mesi; Raimondo veniva a quando a quando da me; il
suo dolore aveva perduto d'acutezza, ma non era perciò meno intenso o
meno profondo; si era rassegnato al suo destino, ma alla guisa
dell'albero che, incurvato dalla bufera, rinnova la corteccia e riprende
la sua vita, ma non dirizza mai più i suoi rami.
Una sera io me ne stava seduto accanto al caminetto, avvolto nella mia
veste da camera, contemplando alcuni tizzoni che crepitavano scherzando
colle loro lingue turchine. La neve scendeva a larghi fiocchi; il
ghiaccio avea disegnato a bizzarre fioriture le vetrate del mio balcone.
D'improvviso venne picchiato al mio uscio. Era Charruà. Il suo signore
mi pregava di recarmi da lui; aveva bisogno di me, e che io vi andassi
subito se non mi fosse grave.
Buttai in un canto la mia veste da camera; indossai un soprabito, e mi
recai in compagnia di Charruà in casa di Raimondo.
XXVI.
Lo incontrai seduto sul suo letto. Egli mi aveva atteso con impazienza
ed avea temuto che per qualche incidente io non avessi potuto arrendermi
al suo desiderio. Però appena mi vide balzò da letto e mi corse
incontro; si acconciò in furia e mi trasse d'accanto al camino.
E mi disse come fosse stato male tutto il dì, e come avesse avuto in
mente per molte ore di farmi avvisare, ma non fossegli bastato l'animo
di farlo prima. Aveva molte cose a dirmi, delle confessioni a farmi, dei
consigli a chiedermi.
Era nelle sue parole tanto dolore, e tanto e così sincero pareva il
pentimento della riservatezza usata meco fino a quel punto, che se anco
io vi avessi visto una colpa, ed in quel momento la mia mente rabbonita
era assai lungi dal pensarlo, non avrei domandato di meglio che di
perdonargli.
Lo confortai, e gli dissi che io mi era accorto che egli mi celava
qualche cosa, e che mi aveva punto al vivo non già il desiderio di
conoscere i fatti suoi, nè il dubbio d'aver perduto la sua amicizia, ma
il timore d'essere stato io la causa di qualche suo dispiacere che
ignoravo. Sapevo di mentire, ma lo facevo con tanta sicurezza come se
compissi un dovere--e forse non ebbi torto.
Raimondo fu lieto delle mie parole; parve meditare alcun poco, poi come
se, vincendo gli ultimi attacchi della sua titubanza, avesse preso il
suo partito, accostò con un moto risoluto la sua seggiola vicino alla
mia, poi ordinò a Charruà d'accendere un candelabro.
Poco stante, a conciliare la mia attenzione, mi prese le mani, e le
strinse nelle sue.
XXVII.
--Ho aspettato fino ad oggi, prese egli a dire con voce commossa, e
avrei forse aspettato ancora; sarei disceso nella mia tomba senza che
l'amicizia avesse potuto guardare nel mio povero petto--ma oggimai è
impossibile indugiare; io non trovo dentro di me tanta forza per
determinarmi ad un partito; ho bisogno dei tuoi consigli: a tal patto ti
svelerò l'animo mio.
"Non ti offenda questo sentimento d'egoismo; poichè gli è forse meno
biasimevole che tu non pensi; fors'anco non è egoismo. So di non
frodarti nulla tacendo; so pure che la confessione che io ti farò
scemerà il mio affanno--se v'era dunque colpa in me, era quella di voler
essere solo a soffrire; se v'era egoismo nel mio contegno, egli era
certamente un egoismo assai strano--l'egoismo del dolore.
"Non è un segreto il mio, non è una colpa--è un dolore. Se ti dirò cosa
che tu ignoravi, non credere che per contenderti questa scienza io abbia
taciuto finora. Altri avrebbe potuto dirti la stessa cosa, nè io me ne
sarei afflitto. Ma ciò che nissuno poteva dirti, è ciò che io solo
conosco, ciò che io ho serbato per me solo fino ad oggi gelosamente, lo
strazio del mio cuore.
"Io solleverò per te questa cortina che ho calato sul mio passato per
isolarlo, ed isolarmi in esso--dividerò teco l'affanno patito e quello
che mi rimane a patire--il mio strazio sarà il tuo.
"Ho lottato molto per arrestare questo giorno; oggi mi arrendo, ma fui
già vincitore. Io era riuscito ad abituarmi a me medesimo, a questa
solitudine che mi era odiosa, a questo martello inesorabile del pensiero
che mi raffigurava il mio martìrio; era riuscito a creare una colpa per
fare di me un colpevole, e aver diritto di riversare sopra di me l'opera
fatale della sorte. Ho provato dei rimorsi, dei rimorsi incessanti,
inauditi--e li aggiunsi all'anima mia con compiacenza.
"Di tal guisa ho perpetuato il mio dolore--e me ne tenni lieto. Il mio
dolore! Avrei temuto di perderlo, perchè era l'unica cosa che mi
rimaneva di Clelia.
"Oggi vi rinunzio. E che altro potrei far io, povera creta? So io che
faccio? Posso io dire al mìo cuore: batti più forte,--poss'io dire alla
mia mente: raccogliti, sii calma? Oimè! lo sento, qualche cosa si è
spezzato nel mio organismo--un nonnulla forse, una mollecola
spostata--ma è tutto; io non ritrovo più il filo che dirigeva questo
fantoccio--me lo sono lasciato sfuggire di mano--in nome del cielo
ditemi dunque se queste sono le mie gambe, se queste sono le mie
braccia...."
Raimondo si tacque. Aveva pronunciato con tanta vivacità queste ultime
parole, che io lo guardai per un istante atterrito. Non andò guari che
egli mi sorrise e proseguì più calmo, ma con accento di mestizia
profonda:
--L'ho pensato anch'io, l'ho desiderato, l'ho perfino sognato.
Impazzire! rinunziare alle idee--non serbarne che una per tutta la vita,
non volere e non potere averne mai, nè un solo istante, un'
altra--essere sempre con Clelia, accanto al suo letto di morte, la sua
testa incadaverita vicino alla mia, i suoi sguardi immobili fissi nei
miei, le sue labbra gelide appoggiate alle mie labbra, e baciarla
avidamente, d'un bacio lungo, profondo;... L'ho pensato, l'ho
desiderato.
"Ma se la pazzia mi contendesse l'ultimo raggio di luce dell'intelletto,
e che non vi rimanesse neppure la memoria! Questo pensiero mi ha
atterrito.
"È forse meglio non essere pazzo: posso guardarmi in faccia e domandarmi
conto--e penetrare nel mio seno per vedere se le ferite sono sempre
profonde, e lacerarle perchè non guariscano. E quando la mia mente avrà
cessato di vivere del pensiero di lei, io potrò pagare due scudi perchè
s'inchiodi la mia bara; e dire all'anima mia: vattene in pace, non hai
più nulla a fare quaggiù--credilo, non ci hai più nulla a fare."
Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto
disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi
lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe
guadagnato un intervallo più lungo di quiete.
Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a
guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.
Aveva il ciglio asciutto, nè vi si scorgeva traccia di lagrime versate;
pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il
sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo
dolore.
Raimondo aveva del leone e del fanciullo--ruggiva o piangeva. Arcano
impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il
rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A
quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel
guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si
rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai
quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così
vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per
Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.
E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto,
che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo
tremenda, ma lunga--che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma
che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata
non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.
Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le
fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il
loro debole crepito al nostro respiro.
Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue
ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo
rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.
XXVIII.
"Sono oramai cinque anni--te ne ricordi? Ci separavamo con mestizia, ma
senza gran dolore,--la felicità mi facea sentire meno l'affanno della
tua partenza--il pensiero di sapermi felice e un cotal poco la
compiacenza d'essere tu la cagione della mia pace ti rendeano forse meno
amara la solitudine in cui andavi a cacciarti.
Non ho mai dimenticato quel giorno; non lo dimenticherò forse mai; e
tuttavia sebbene io tenti talvolta a gran fatica di rappresentarmene
agli occhi l'immagine, non so riuscirvi--al mio quadro manca sempre
qualche cosa. Che mai? un po' di pallore sulle tue guancie e un po'
d'abbandono nei tuoi passi vacillanti forse.... no in fede mia non è
questo. Io so troppo bene che un pittore non potrebbe aggiungere un solo
tocco di pennello a completare la mia immagine--ma tuttavia è
imperfetta. Forse è l'anima mia che è monca; forse il velo dietro cui si
è celata la mia esistenza è troppo fitto, e il passato che io scorgo
attraverso non difetta che di luce. Ah! quest'ombra immensa, questa
nebbia che mi circonda, che mi preme come una cappa di piombo, e di cui
la mia anima neghittosa si compiace! Invano ho tentato talvolta di
sollevarmi, di uscire dalla bigia atmosfera in cui vivo per guardare
ancora una volta il sole. E mi sono detto che vi ha forse ancora qualche
dolore più grande del mio che trabocca dal petto degli uomini, e che io
devo portarvi il mio cuore a raccoglierlo. Ma anche l'entusiasmo del
sagrifizio si è spento in me--sono diventato egoista, non già per paura,
ma per inerzia--ingeneroso senza essere malvagio; incapace di gran male,
ma incapace ad un tempo di bene.
Giammai, io penso, trasformazione più ingrata è avvenuta nella tempra
gagliarda degli anni giovanili. La rovere orgogliosa si è spogliata
della ruvida corteccia, ha barattato i suoi rami rozzi e tenaci colle
pieghevoli fronde del salice che piange senza lagrime.
Talvolta penso che ho torto di lamentarmi--non ho avuto io la mia
giornata?--sia pure un'ora sola nella vita, che importa se almeno in
quest'ora si ha vissuto? Quanti più sventurati di me non bevettero mai
alla coppa della felicità! Ho amato potentemente--fui potentemente
amato--l'amarezza ha seguito la pace--e sia--cotesta è la legge degli
uomini. Il dolore segue i nostri passi e cammina veloce. Quand'ei ci
avrà raggiunto più nulla--tant'è: procuriamo che ciò avvenga più tardi
che sia possibile, e sopratutto non voltiamoci indietro per via.
Ma il sillogismo si è spuntato contro il mio cuore codardo; lungi dal
ricingermi di forza per resistere e soffrire, ho imprecato alla natura;
mi son detto che quando la carriera delle rose è finita, non conviene
andar oltre un passo, ma seppellirvisi per sempre--che se il calice non
può darci altro che amarezza, la mano dell'uomo deve allontanarlo dalle
sue labbra e buttarlo nel mondezzajo, perché nissuno più lo raccatti.
Comprendo quanto egoismo si nasconda in questi principi; e che se
pensassero tutti di tal guisa, il mondo rassomiglierebbe ad uno
sterminato deserto, e i palagi e le ville sarebbero covili e tane
tortuose, e gli uomini serpenti raggomitolati. Ma anche di
quest'immagine talora mi compiaccio--e in verità che tra la bava del
rettile, e l'adulazione che ci circonda, io non so dire quale più bassa
e più oscena--nè se dal confronto l' uomo possa uscirne a miglior
partito e col vantaggio dalla sua.
Vorrei poterti rappresentare al vivo lo spettacolo della mia felicità
d'un giorno perché tu potessi comprendere lo strazio che ho patito.
Io non so se mai altr'uomo abbia sentito voluttà così intense e tanto
profondamente--l'amore, l'abbandono soave e tenero di due anime, quella
confidenza totale che accomuna e confonde le esistenze, quel palpito
concorde che accende le fiamme del desiderio e avviva la sete perenne di
baci. Io ho provato tutto ciò; ed è rimasta nel mio petto un'impronta
indelebile di quella vita, e quasi un'eco del passato che vi ridesta a
quando a quando un sussulto povero e mesto.
Sì, io fui felice; quant'uomo può immaginare, quanto fantasia di poeta,
o sogno d'innamorato può creare. Clelia, il fantasma rosato che io aveva
vagheggiato spasimando per tanto tempo, era finalmente mia, fra le mie
braccia--era mia, palpitante, carezzevole, lieta delle mie carezze. La
nostra vita fu per gran tempo un idilio, uno spasimo dolce, una festa
d'amore.
Nei nostri slanci d'affetto ci chiamavamo coi motti più teneri; a poco a
poco i nostri stessi nomi si corruppero nelle nostre labbra in cento
vezzeggiativi, e ne vennero fuori due parole bizzarre, senza senso, ma
che per noi ne avevano uno dolcissimo. È con quel nome strano che io la
chiamo nei vaneggiamenti delle mie notti insonni, e mi pare ch'ella
risponda alla inia voce e che susurri alle mie orecchia in una favella
misteriosa la sua risposta.
Ci eravamo abituati al piacere d'essere insieme, di vederci ad ogni
istante, e tuttavia noi sapevamo rinnovare tutti i giorni al nostro
cuore lo stesso giubilo, colla stessa potenza di vita, colla stessa
frenesia; insaziabili sempre l'uno dell'altro, quando eravamo lontani ci
pareva d'essere incompleti. Le più strane e sciocche paure si
affollavano nella mia mente s'egli avveniva che io dovessi separarmi per
poco da lei; diffidavo della mia felicità; parevami che il più leggiero
soffio l'avrebbe fatta svanire.
Quando eravamo dappresso deliravamo di contentezza; se mi accadeva
d'uscire un istante, essa correva al balcone per seguirmi collo
sguardo--e siccome sporgeva il corpo dal davanzale per vedermi più a
lungo, io mi voltavo cento volte trepidante, e le faceva segno di
ritirarsi. Ella sorrideva, i passanti ci guardavano e sorridevano
anch'essi--ma quel riso non mi feriva. Ed io penso che gli uomini si
affannino invano per avvelenare col ridicolo la felicità degli amanti, e
che faranno invece assai bene ad arrestarsi a benedire e a scongiurare
il nugolo dalle loro teste--nè mai voce di preghiera sarà salita tanto
alto, però che l'ara benedetta dell'amore darà vita alla famiglia che è
cosa santa.
In casa eran cento follie--me la toglievo spesso sulle braccia alla
sprovveduta, e con quel fardello correva pelle camere ansante. Ella
mandava un piccolo grido di sorpresa; poi appoggiava il capo sul mio
omero e lasciava pendere le braccia dietro le mie spalle frammettendo al
continuato scoppiettio delle sue risa, alcuni accenti di rimprovero più
dolci delle carezze. Il più spesso io arrestava la mia corsa d'innanzi
ad uno specchio, perchè potessi vedere più al vivo lo spettacolo della
mia felicità e compiacermene. Allora ella coglieva il momento per
scivolarmi tra le braccia, e fattomi un bacio, e dettomi: "cattivo" se
ne fuggiva nelle sue camere, giurandomi con una grazia adorabile che non
l'avrei colta più mai.
A tavola gli era un perturbamento quotidiano di tutte le leggi della
simmetria gastronomica. Il nostro cuoco, uomo che si teneva molto del
suo ministerio, s'adoperava con molto garbo a disporre in bell'ordine la
nostra mensa, e poichè non eravamo che due, Clelia ed io, egli
pretendeva, non so per quali regole euritmiche, di collocarci dirimpetto
l'uno all'altro. Ora siccome la tavola era ampia, avveniva che noi
nell'ora di pranzo eravamo in certo modo separati bruscamente. La prima
a sottrarsi a questa catena fu Clelia, e un bel giorno alle frutta
abbandonò il suo posto e mi s'assise d'accanto. In seguito fummo
entrambi--per il primo quarto d'ora stavamo alle leggi del cuoco; ma non
più oltre.
Charruà ne era lietissimo; ma il cuoco, sebbene si adoperasse a fare
anch'egli tanto da parerlo, in fondo in fondo ci soffriva, e non andò
molto che si dimise dalle sue funzioni--nè io saprei immaginare altra
causa se non quella del poco rispetto alla sua scienza.
Insisto su questi particolari perchè mi pare di gustare ancora quelle
gioie e respirare il profumo di quella pace.
Il viaggiatore che attraversa per la prima volta il deserto, appena è se
si arresta alle poche oasi che incontra, però che egli ne ignora
l'eccellenza--ma quando le sabbie ardenti e i raggi del sole gli hanno
appreso la durezza del cammino, egli ripensa con desiderio al tetto che
lo copriva; e se mai gli avviene di avventurarsi per le stesse vie,
ricerca avidamente il povero rezzo della palma, e non sa abbandonarlo
senza un sospiro."
XXIX.
"I primi mesi del mio matrimonio scorsero di tal guisa fra le puerilità
e le matte allegrie. Clelia era in molte cose una bambina; le piaceva
dormire colla testa appoggiata sulle mie ginocchia, le piaceva passare
le sue mani affilate fra mezzo ai miei capelli, e scompigliarli poi ad
un tratto, e riderne. Poi voleva pettinarmi, e farmi la spartitura sul
mezzo della fronte, e recavami uno specchio perchè mi guardassi, e guai!
se io non ne sorrideva.
Io la lasciavo fare--mi deliziava di queste inezie, e ne aveva fatto un
argomento importante della mia vita.
E che l'accigliata filosofia si levi pure a stigmatizzare nell'uomo il
fanciullo--la sua voce non saprà mai giungere fino al cuore--l'infanzia
è l'alba dell'amore, però che l'amore è la vita--il vero filosofo amava
i fanciulli, e voleva vedere le loro teste ricciute attorno a sè, e
dispensava loro le carezze, e parlava alle turbe una filosofia dolce,
fidente, che si compendiava in una parola: amate.
"Amate, amate--sappiate essere fanciulli nell'amore" ecco il consiglio
del saggio--e le turbe faranno assai bene a se stessi se lo
ascolteranno--e faranno bene alle future generazioni se lo ripeteranno
accanto al focolare ai loro figliuoli.
Usciti d'infanzia gli uomini sogliono arrossire di buon'ora del loro
passato; e la maggior offesa che altri possa far loro è di
rammentarglielo. L'età senile giunge sempre troppo presto a vendicare
siffatto oltraggio. Ma poi che io non mi vergogno che vi sia stata
un'età della mia vita in cui ero fanciullo, non mi dorrà neppure di
confessare che fatto uomo seppi rinnovarmene alcun tempo le dolcezze."
XXX.
"Un giorno io era rimasto assente di casa più dell'usato; al mio ritorno
Clelia mi venne incontro alquanto imbronciata. Le prodigai mille carezze
e il suo malumore fu ben presto dissipato; ma rimase nel suo volto come
una impronta indefinibile di mestizia e di sbigottimento, e un abbandono
soavissimo nelle sue membra.
Io non sapeva che pensare; ella mi nascondeva qualche cosa; pareva a
quando a quando volermisi accostare per rivelarla, e che l'animo non le
bastasse.
--Che hai? le chiesi ponendomi all'improvviso d'innanzi ad essa, e
carezzandole le guancie colla mano.
Arrossì, si turbò nella risposta, e tentando districarsene, si confuse
peggio.
--Ho paura.... balbettò poco dopo; ma non disse altro.
--Di che?
Invece di rispondermi si gettò fra le mie braccia e nascose il capo sul
mio omero."
XXXI.
"Clelia era madre.
Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago
turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa
aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla
del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di
quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una
risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima
ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e
si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la
certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria
matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande
abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi
s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di
sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una
compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.
Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere
madre.
--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci,
mi diceva in quei momenti con abbandono.
M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso
l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.
Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:
--Guardami bene.
--Ti vedo, le risposi sorridendo.
--Non è vero che sono piccina?
--Non mi pare.
--Sì, lo sono, voglio esserlo.... Dimmi che lo sono. Mi parrà d'esser
più tua, di far parte di te, di penetrare di confondermi nella tua
essenza.
Più spesso assumeva un fare serio e contegnoso, una gravità che
contrastava bizzarramente colla freschezza delle sue guancie. In quei
momenti non mi diceva parola e si mostrava assai distratta; pareva che
fantasticasse prevenendo il futuro e che volesse far la mamma in sul
serio; però se io mi fossi attentato a scherzare, ella mi avrebbe
risposto che il tempo delle celie era passato, e che bisognava pensare
da senno al nostro -bambino-.
--Puoi dire: la nostra -creatura-; le osservai un giorno sorridendo.
--Perchè?
--E che hai tu da sapere se sia un bambino o una bambina?
--E chi l'ha da sapere se non io? Ti dico che è un bambino.
--Ed io voglio che sia una bambina.
--Per l'appunto, no. Io voglio che sia un bambino e che ti assomigli;
voglio che porti i baffi come tu li porti e il pastrano abbottonato
sotto il mento, come te; e che cammini a passi gravi come tu fai. Non
replicare, altrimenti vado in collera davvero.
Perchè non andasse in collera, me la strinsi al cuore teneramente."
"Malgrado i suoi pronostici e i suoi voleri assoluti, il bambino fu
proprio una bambina, come io aveva desiderato.
Non ho mai saputo comprendere la causa della insana predilezione che
sogliono le madri accordare ai maschi. Un filosofo materialista ne
attribuisce la simpatia del sesso--tal sia di lui s'egli non vede più in
là. Però qualunque ella sia codesta causa, io sono convinto che nasconde
un'ingiustizia.
Me ne era ripetuto cento volte le ragioni, ed aveva desiderato una
bambina.
"Un bambino, m'era detto, non sarà tuo che fino all'età di cinque o sei
anni; più oltre diventerà caparbietto, insolente, distratto, e ti farà
andare in furia più d'una volta. A vent'anni, se mai avvenga che le sue
idee non si accordino colle tue, ti abbandonerà senza dolore; si darà al
giuoco, allo stravizzo, agli amorazzi; vorrà fare il cospiratore, vorrà
cacciarsi nelle fila dei soldati per vanità, e col pretesto della gloria
ti farà provare palpiti non mai sentiti--temerai ch'egli ti venga meno
ad ogni tratto--Al contrario una fanciulla è un amore perenne: la vedrai
crescere per lunghi anni dinanzi ai tuoi occhi--sempre egualmente
desiosa delle tue carezze, sempre ingenua, sempre dolce--e vorrà che tu
pigli parte ai suoi giuochi infantili, e ti salterà sulle ginocchia per
abbracciarti e carezzarti colle sue piccole mani. Quando sarai
invecchiato ed ella cresciuta tanto da non amar più la bambola, si
compiacerà d'uscire con te e darti braccio; ti preparerà di sue mani il
caffè, che è la tua bevanda favorita; terrà in ordine la tua guardaroba,
vorrà numerare la tua biancheria--e quando la sorte le avrà dato un buon
marito e che tu ne sia lieto, ella ti lascierà piangendo, e ti trarrà in
disparte per dirti fra le lagrime che le duole di separarsi da te, e
prometterti che non passerà giorno senza venirti ad abbracciare. Quando
sarai cadente per vecchiaia, persuaderà il marito a raccoglierti sotto
il suo tetto; al tuo arrivo ti manderà incontro i suoi figliuoli, che si
caccieranno fra le tue gambe chiamandoti -nonno-...."
Per tal guisa io andava alimentando il mio desiderio; ed io credo che se
le mie speranze fossero andate deluse, la gioia di esser padre non
avrebbe pagato il mio dolore.
Pensa adunque la mia gioia quando mi nacque quella bambina.
Avea lo sguardo, la bocca e il riso di Clelia; e sebbene mi fosse
vivamente contrastato, io sostenni sempre che n'avesse anche il naso;
però il nome non doveva essere altrimenti.
Se non che in ciò incontrai grave opposizione per parte di Clelia che
venne persuadendomi non so con quali argomenti a battezzarla col nome di
Bianca, ch'era un bel nome. E poi che non voleva contraddirle in ogni
cosa, mi arresi; però fu fermato che l'avremmo chiamata -Bianca-.
Questo angioletto che veniva a visitare la nostra casa e ad iniziare la
nostra famigliuola, fu salutato con festa; per esso la sorgente delle
nostre dolcezze fu moltiplicata; rinnovate le nostre abitudini e dato
loro un altro indirizzo. Quind'innanzi la nostra vita non avrebbe avuto
un solo istante di vuoto; quella bambina la riempiva tutta, noi vedevamo
d'innanzi uno scopo, comprendevamo pienamente le ragioni della
creazione, ne avevamo in mano le fila; parevaci d'aver penetrato il
segreto della divinità.
Quanto è audace l'amore di amante, quanto è sereno quello di sposo,
altrettanto è robusto ed operoso l'amore paterno. Il mio cuore educava a
un tempo i tre affetti, li custodiva gelosamente, e ne irraggiava di
continuo, come il fiore i suoi profumi. L'affetto è il profumo del
cuore.
Quella creatura è oggi l'unico conforto di questa terribile vedovanza
del mio cuore. Per essa io posso ancora ingannare la mia solitudine,
crescere vita alle mie memorie, rinvigorire il culto melanconico che ho
sacrato a quell'angiolo che m'ha lasciato.
Se tu vedessi quanto le somiglia, come l'ingenuo suo sorriso infantile
ricorda il mesto sorriso della povera morta.
Io passo molte ore della notte al suo capezzale,--finchè non si sia
addormentata, ella mi rivolge la sua testolina, sorride e mi porge a
quando a quando le mani per abbracciarmi. Quando dorme io me ne sto
silenzioso a guardarla col gomito appoggiato al guanciale, e allora mi
pare di sentire la presenza d'un essere invisibile che penetri dentro di
me, che mi avviluppi in un amplesso di fuoco, e mi parli una parola
dolce in segreto.
Credi tu che gli spiriti dei defunti possano abbandonare le regioni
dell'aria, e visitare il tetto che li aveva in vita, e confortare i
dolori che hanno lasciato?
Non mi dire di no.
Anch'io ho sorriso molto tempo di questa credenza; oggi è la sola che mi
sia cara, e m'affanno per arrestarla.
Se questa fede non m'inganna, la poveretta non mi ha lasciato del
tutto--sol ch'io la chiami colla mente, ed ella si appoggia subito al
mio fianco, sol ch'io le parli, per udire ancora la sua voce--per
vederla non ho che a cercare il suo volto affilato sotto le guancie un
po' più ritondette della piccina.
Tutto ciò avviene misteriosamente, senza che quasi io ne abbia
coscienza--non vi occorre che un atto debolissimo di volontà che si
produce come per attrazione invisibile.
Nulla di più puro, di più dolce dello spirito di lei come suole
apparirmi in queste fantastiche visioni--la mia anima pur essa ne rimane
mutata; il dolore cede al raccoglimento sereno--l'amarezza alla
mestizia. È un sospiro all'amore, all'eternità dell'amore forse, e vi si
mesce un vago ed indefinito timore che non conturba. La morte sola mi
farà leggere quella pagina, io sento che oggi tutte le potenze del mondo
lo tenterebbero invano.
Come è monca la vita! quanto perplesse e dubbiose le sue rivelazioni,
quanto oscuro il suo linguaggio!
Gli uomini hanno chiesto alla Natura il suo segreto, e la Natura ebbe
pietà delle loro smanie, e concesse loro a brandelli un lurido cencio
perchè nascondessero la loro nudità. Gli stolti ne andarono orgogliosi,
e si tennero in gran concetto, e quel povero mantello battezzarono:
-Scienza-. Felici, se poterono illudersi! Ma il pensatore rifiuta
l'aridità di questa scienza boriosa; egli domanda le cagioni--e la
Natura è muta, inesorabilmente muta.
La morte è la grande rivelazione--il Calvario è più eloquente del
Sinai."
XXXII.
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