Due amori
Salvatore Farina
DUE AMORI
RACCONTO
DI
SALVATORE FARINA
VOLUME I
Milano
E. Treves & C. Editori
1869
Tip. Internazionale.
ALL'AUTORE
Voi mi chiedeste alcuni anni or sono il permesso di far pubblica per le
stampe, in forma di romanzo, la narrazione che io vi ho fatto al
focolare della vostra casa natale. Un riguardo ad una persona vivente,
mi ha obbligato a rispondervi negativamente.
Quella persona è spirata un mese fa tra le mie braccia, dopo quaranta
anni che era morta alla speranza ed all'amore.
Sento che i momenti che rimangono a me non saranno molti, nè amari.
Voi, giovine e vigoroso, rammentando talvolta il vostro vecchio amico,
serbate gelosamente il consiglio che vi dà la vecchiezza: amate e
benedite.
GIORGIO.
DUE AMORI
I.
Ritorno col pensiero ad un tempo molto lontano, io non aveva compiuto
ancora i tredici anni, e le -camerate- del collegio di B** m'avevano
accolto da pochi giorni in mezzo ad una nidiata di vispi fanciulletti.
Ve n'erano di grandicelli, ma la più parte erano più piccini di me; così
che nel primo giorno che io vi era entrato, la mia comparsa era stata
causa di molte gare fra i miei nuovi compagni. E l'uno cercava
guadagnarsi la mia amicizia facendo pompa del suo coraggio, e l'altro
coll'astuzia delle sue gherminelle. Solo i più maturi se ne stavano
ritrosi, temendo in me un rivale pericoloso.
Il collegio è un'immagine viva della società--volgo di plaudenti e
d'ammiratori da un lato; e un branco di autocrati, sempre rissosi fra di
loro, che si contendono le bricciole dell'adulazione. Se non che là dove
nella vita delle grandi città veggiamo l'astuzia e la fortuna in
trionfo, e la povertà e la virtù divorare nel segreto le loro lagrime,
nei collegi invece si bada agli anni. Così la gerarchia è stabilita
sulle sicure basi dell'eguaglianza; però che ognuno sa che alla sua
volta sarà anch'egli il despota, e che non gli sarà frodata la sua parte
di regno.
E so d'aver provato più volte io stesso questo sentimento di
compiacenza, e d'essermi domandato più tardi senza frutto la ragione di
quell'intenso desiderio di crescere che ci fa precorrere nei primi anni
la tribolata carriera della vita.
Fu in quel luogo che io conobbi Raimondo.
Da principio la sua mestizia, e l'abituale suo starsene solo e taciturno
erami sembrato indizio d'alterigia; e poi che io non voleva essere il
primo ad accostarmi a lui, sebbene una irresistibile attrazione mi
spingesse a farlo, stetti gran tempo senza rivolgergli la parola. Ma in
segreto io mi struggeva di diventargli amico, e cercava ogni modo per
essergli vicino, per vederlo, per essere da lui veduto.
Il suo contegno aveagli procurato molti odii--a quell'età si odia, si sa
odiare--però i più robusti dei suoi compagni lo temevano, non ch'egli
fosse dotato di maggior forza, ma per quella natura ferma ed impassibile
che faceva paurosi i più gagliardi.
Avevamo nella nostra -camerata- una specie di sorvegliante, un pretocolo
sui 28 anni, il quale aveva preso a trattare bruscamente Raimondo; nè
mai avvenne che questi se ne lamentasse. A poco a poco anche Don
Giuseppe (così veniva chiamato il sorvegliante) avea subito il
predominio della energica fermezza di Raimondo; e se ne inviperiva ogni
dì più; così colla stizza crescevano i rimbrotti, le querele e le
punizioni. Raimondo soffriva senza fiatare.
Nessuno di noi amava certamente Don Giuseppe; ma a me venne in tanta
ripugnanza, che la sua voce mi faceva male. Cercai da principio di
dissimulare; ma non andò guari che egli se n'accorse, e prese a
vendicarsene. In breve Raimondo ed io fummo accomunati nelle
persecuzioni; questo vincolo dovea stringere la nostra amicizia.
Don Giuseppe era ghiotto dei zuccherini. Un giorno un grosso cartoccio
ch'egli nascondeva in un antico forziere che era nella -camerata-, cadde
nelle mani dei nostri compagni. I zuccherini furono spartiti e divorati
in un istante. Non s'avea ancora avuto tempo di far sparire l'involto di
carta azzurra che li conteneva, che Don Giuseppe capitò fra noi, e dal
turbamento cagionato dalla sua presenza e dalla vista della carta
azzurra fu avvertito della nostra colpa. Aprì il forziere e conobbe la
verità dei suoi sospetti.
Parve per un momento furibondo, e ci aspettavamo che si scagliasse
contro di noi; ma con nostra sorpresa lo vedemmo allontanarsi senza dir
motto. Nessuno seppe immaginare che cosa si passasse in quell'anima
rabbiosa, ma io non andava errato pensando che Raimondo ed io avremmo
scontato la pena per tutti.
Venne il mattino successivo. Don Giuseppe chiamò a sè Raimondo. Egli vi
andò coll'abituale sua calma; poco stante fui chiamato anch'io, e vi
andai trepidante, ma pur deciso a non tradire la mia debolezza.
Raimondo era in un canto col capo chino, e mi guardava con curiosità.
Don Giuseppe era seduto; mi fece accostare a lui e m'interrogò in tuono
burbero s'io sapessi chi per il primo avesse frugato nel forziere della
-camerata-; minacciavami il digiuno e la chiusura se non lo palesassi.
Compresi che la stessa domanda era stata fatta a Raimondo, e
involontariamente mi rivolsi a lui. Incontrai i suoi sguardi fissi nei
miei, e parvemi di scorgervi il timore che io avrei palesato per
sfuggire al castigo. Ma ciò non era nel mio cuore, e se pure vi fosse
stato, quello sguardo mi avrebbe dato forza per vincere la codardia.
Risposi essermi trovato anch'io nella -camerata-; avere per conseguenza
cognizione del fatto e del suo autore; ma non volere per nissun conto
denunziare chicchessia.
Gli occhi di Don Giuseppe schizzarono fiamme; Raimondo li teneva come
prima abbassati al suolo.
Se non che all'improvviso Eugenio S... entrò in quella camera. Era egli
uno scapestratello, sempre allegro, sempre pronto ai colpi di mano, ai
chiassi; e perciò Raimondo ed io avevamo avuto poco a fare con lui.
Don Giuseppe gli domandò imperiosamente che cosa venisse a fare senza
essere chiamato. Rispose con accento fermo essere venuto ad indicare il
nome di colui che aveva commesso il furto del giorno antecedente.
Raimondo ed io ci guardammo sorpresi. Sapevamo entrambi che egli stesso
n'era stato l'autore, e stentavamo a dar fede a tanta codardia.
Nessuno di noi aveva in pratica il cuore d'Eugenio S...; però temevamo
ch'egli venisse per riversare sovr'altri la propria colpa, non potendo
immaginare che avesse intenzione di abbandonarsi all'ira di Don
Giuseppe.
Ma il nostro stupore fu tanto più grande, quando udimmo quel giovinetto
palesare coll'impudenza della sua età la sua colpa, ed implorare con
aria di canzonatura il perdono del sorvegliante.
Quell'atto lo riabilitò ai nostri occhi. Compresi che Raimondo aveva
concepito per lui in quell'istante una grandissima stima--nè io ne fui
geloso, lusingandomi di poterla dividere.
Fummo posti tutti tre nel -camerino di riflessione-; e per tre giorni
tenuti al semplice regime di pane ed acqua.
Non appena ci trovammo soli, l'irresistibile tendenza d'espansione che
la natura ha chiuso nel petto degli uomini ruppe la giovane barriera che
la chiudeva.
E ci vennero sulle labbra i nostri sentimenti, le nostre idee, i nostri
propositi.
A quell'età non si hanno segreti; si recita la parte colla maschera
nelle mani; si mostra il viso aperto, e nel viso l'anima.
Un'ora dopo noi eravamo vecchi amici. Ciascuno di noi conosceva il
passato dell'altro. Quale passato, mio Dio? Una breve ora di vita volata
fra i turbini del desiderio--un petalo di rosa che la nostra mano avea
strappato e che il vento recava sulle sue ali.--Nessuno di noi si
sarebbe certamente arrestato nel suo cammino per rivolgersi un istante a
contemplarne la fuga, se il timore che alcuna parte di noi rimanesse
celata ai nuovi amici non ci avesse spinto a farlo in quel giorno;
perocchè non si pensa allora che verrà tempo in cui si tenterà a gran
fatica ricostruire tutta la tela della nostra vita, e che quegli anni
infantili così rapidamente fuggiti saranno i soli su cui vorremo
arrestarci con compiacenza.
Il dolore e la colpa fanno la giornata dell'uomo, e il rimorso ne
accompagna il tramonto; la vita ha un solo raggio di luce che le
passioni non han deturpato--l'infanzia.
Raimondo per lo addietro così taciturno ci avea rivelato una folla di
progetti; pareva ch'egli uscisse con voluttà da quella sua abituale
riservatezza.
Eugenio teneva pronte le sue celie per ogni cosa. Era riuscito a
trafugare alcune nocciuole prevedendo che gli sarebbe toccato -il pane
ed acqua-, e rovesciò le tasche sul nostro desco.
Così fra i motteggi e le confidenze passarono quei tre giorni.
D'allora in poi fummo indivisibili.
II.
Dodici anni appresso io mi trovava a Milano. Il collegiale s'era fatto
uomo; e tuttavia io ripensava con mestizia a quei giorni di delirio. Da
gran tempo non aveva saputo più novelle di Raimondo. Egli era partito
per un lungo viaggio otto anni prima, quando, rimasto solo per la morte
d'un vecchio zio che avealo educato, eragli nata vaghezza di veder cose
nuove. L'ultima sua lettera recava l'impronta d'una melanconia profonda,
inguaribile. Dicevami come egli viaggiasse in compagnia d'un indiano e
come andasse mendicando la pace di borgo in borgo, e non sapesse
risolversi a far ritorno in Europa.
Trovavasi allora a -San Cosmo-, borgata del -Paraguay-, e colà avrei io
voluto rispondergli e pagargli tributo di conforti, se la sua vita
nomade non m'avesse tolto ogni speranza di fargli pervenire la mia
lettera.
Così erano passati due anni. Un mattino del 18.... udii picchiare
all'uscio della mia cameretta in un modo noto.
--Venite innanzi, Simplicio, gridai dal mio letto appuntando i gomiti
sul guanciale.
Il vecchio portinajo entrò e mi porse una lettera; il cuore mi battè
frequente; io aveva riconosciuto i caratteri di Raimondo.
Dicevami un mondo di cose--tutte meste; ma ciò che mi riconfortava era
la promessa del suo ritorno in Italia. Sarebbe partito da -Maldonado- a
bordo del bastimento francese -La vitesse-, contando di toccare Livorno
due mesi dopo.
Immaginate la mia gioja. A calcoli fatti egli non doveva trovarsi a gran
distanza da me, e al più tardi fra otto giorni io sperava di
riabbraciare l'ottimo amico dell'infanzia.
Le mie speranze non andarono fallite; cinque giorni dopo io riceveva da
Livorno avviso del suo arrivo; e il domani egli era meco.
III.
Egli era meco. Ma posso io dire che egli fosse ancora quel Raimondo
d'una volta, il collegiale taciturno e severo, ma ad ora ad ora
confidente ed entusiasta? Io cercavo indarno sotto la sua nera barba le
note linee di quel volto pallido ed affilato--il suo sguardo era sempre
mesto, ma avea perduto quel fuoco che irraggiava a sprazzi vivissimi di
luce la sua testa. Ov'erano quelle espansioni ingenue d'una volta, e
quel tenero e soave raccoglimento alle speranze?
--Quanto siamo mutati! mi disse egli un giorno fissandomi in volto
impensierito.
--Tu più di me, gli risposi.
--Lo credi. Ma provati a rimontare la corrente degli anni e non
t'incresca di rovistare nelle ceneri di quello che fu già di te
medesimo.
--Ho paura di farlo.
--Hai ragione, le sono ubbie. Il tempo fa il suo mestiere. Oggi abbiamo
i peli sul mento; fra una ventina d'anni saremo canuti--ed ecco la vita.
--L'anima sola non muta, aggiunsi tocco melanconicamente dalle sue
parole.
--L'anima!.... ripetè distratto. Tu ci credi....
Fui atterrito da questo dubbio.
--Ma che cosa dunque è avvenuto dentro di te? Qual terribile urto ha
spezzato la tua fede così salda?
--La mia fede! So d'averne avuto una. V'è un'età nella vita in cui si è
fanciulli; allora è un bisogno; si guarda il cielo, si vedono le stelle,
si respira il profumo dei fiori, si è ignari del resto, e si crede.
Quel giorno non parlammo più oltre.
Quando fui solo, ricordando Raimondo e i nostri anni di collegio, fui
tratto a pensare ad Eugenio. Egli si era recato da qualche anno a Roma
per perfezionarsi nell'arte del disegno, e vi aveva fama di buon
pittore. Gli scrissi una lunga lettera e gli palesai, come la fantasia
me lo raffigurava, lo stato dell'anima di Raimondo, i suoi dubbii, le
sue ansie. Ma non osai dirgli come io lo credessi tanto mutato da essere
fatto insensibile all'affetto; non osai dirgli, e non osavo dirlo a me
stesso, come io riputassi affievolita d'assai nel suo cuore
quell'amicizia che già ne aveva uniti così teneramente.
Quand'ebbi chiuso quel foglio, lo rimirai buona pezza in silenzio. E in
un momento di terribile scetticismo temetti anche d'Eugenio.
Che importa egli mai l'aversi ricambiato un saluto ogni mese, se due
cuori han cessato di battere vicini da gran tempo? Ahimè! cotesto è il
destino delle amicizie strette nell'infanzia. Ci separiamo fra le
lagrime, e portiamo scolpita nel petto l'immagine diletta; il tempo ci
trasforma e ci guasta, ma quell'immagine non ci abbandona giammai. Di
tal guisa noi viviamo in qualche parte la vita d'allora, e alimentiamo
col pensiero il nostro affetto. Ma nissuno di noi pensa che l'oggetto
del nostro amore non è più; e che la pallida larva che avanza è
menzognera. Però se egli avviene che i cadaveri si scontrino per via, e
non si riconoscano, e ricordino appena d'essersi amati molto, allora
essi scuotono il capo sfiduciati e si chiamano ingrati a vicenda.
IV.
Il giorno successivo, appena fu l'alba, mi recai all'abitazione di
Raimondo.
Era la prima volta che io vi andava; nè sapevo dire perchè vi andassi, e
quale fosse l'animo mio. Ma so che così facendo io rispondeva ad una
imperiosa esigenza del mio cuore.
Ho veduto degli uomini arrestarsi impensieriti dinanzi alle rovine di
Pompei, e trepidare per un frammento di capitello novellamente scavato,
come se egli ridestasse in loro i teneri ricordi d'un'età passata.
Quanto più a ragione non dovremmo noi commuoverci d'un sentimento severo
di mestizia, accostandoci alle rovine di un cuore che ha sofferto ed
amato, se quelle doglie e quell'amore ci hanno appartenuto in qualche
guisa?
Era forse questo sentimento dissimulato che mi guidava in quell'ora
mattutina al fianco di Raimondo.
Come io fui giunto al quartiere remoto che egli abitava, mi arrestai
dubitoso; e parvemi imprudente il visitarlo a quell'ora. Ma poi che io
mi ostinava a voler cancellato col pensiero il tempo che ci aveva tenuto
divisi, conchiusi che il mio Raimondo di collegio non si sarebbe offeso
di questa licenza, e in due salti fui ai terzo piano.
Fu ad accogliermi una specie di negro, di cui non era facile a primo
aspetto indicare la razza. Vestiva all'europea, ma i suoi capelli
abbandonati sulle spalle ondeggiavano in nerissimi anella. Di corpo era
snello e di statura men che mezzano; ma a traverso la sua giubba di
lana, e i suoi larghi calzoni di tela, si poteva indovinare la
meravigliosa proporzione delle sue membra.
Mi salutò con un cenno del capo, come uomo che non è troppo avvezzo agli
omaggi; e come ebbi posto piede nell'anticamera, mi rivolse la parola
con accento gutturale in un linguaggio tra lo spagnuolo e l'italiano.
--Sia il benvenuto nella casa del mio signore il visitatore del mattino.
Poi senza dir altro mi accennò una sedia e si allontanò.
Sorpreso di questo strano servitore, io non aveva avuto tempo di dirgli
il mio nome perchè Raimondo fosse prevenuto. Se non che il negro fu di
ritorno in un baleno, ed accostatosi a me mi disse a voce bassissima:
--Il signore mio padrone dorme--il signore che ha visitato la casa del
mio padrone può aspettare ch'ei si svegli.
Compresi ben tosto come con costui mi sarebbe tornata inutile ogni
insistenza; d'altra parte il timore di riuscire importuno, e una certa
curiosità d'esaminare alcun tempo quel personaggio misterioso mi
consigliarono d'aspettare.
--Attenderò, dissi al negro.
--Il mio signore vuole che gli amici suoi sieno ricevuti come il signore
medesimo. Il visitatore è egli l'amico del mio signore?
--Lo sono.
--La parola dell'amico del mio signore è buona; l'amico del mio signore
comandi, e sarà obbedito.
--Il vostro nome?
---Charruà-, della tribù dei -Charruà-, nato sulle rive dell'Uruguay.
--Voi siete dunque indiano? Ed abbandonaste il vostro paese?
--Lo Charruà ama il suo benefattore, e lo segue. Le sue braccia e la sua
vita gli sono dovute.
Così dicendo egli levava in alto le braccia nude, facendone spiccare i
muscoli poderosi.
--Ma non lasciaste voi parenti colaggiù e come abbandonaste la tenda del
padre vostro in riva all'Uruguay?
--La tenda del padre mio, le sue armi, e il suo -poncho-[1] sono state
seppellite con lui nel monte--lo Charruà che mi ha svegliato nel mondo
si è addormentato per sempre. Io mi sono nascosto per due giorni nella
capanna; poi venne a me un compagno, mi pizzicò le carni delle braccia e
vi confisse le scheggie della canna. Poi andai nel bosco; l'-yaguarstè-
e le altre bestie feroci ebbero paura del buon figlio e fuggirono.
Allora io ritornai nella capanna, levai le scheggie dalle braccia, e non
mi cibai per due giorni. Così il buon -Charruà- saluta l'ultimo sonno
del padre.
[Nota 1: Il -Poncho- è una stoffa grossolana, intessuta di lane, che ha
un buco nel mezzo del quale si fa passare la testa.]
Così dicendo s'accendeva in volto, e muoveva gli occhi nerissimi con
vivacità. Poi mi mostrava le braccia con fare orgoglioso, perché
osservassi le larghe cicatrici che il suo lutto vi aveva lasciato.
Incominciavo a prendere interessamento per quest'uomo, che al selvaggio
e virile ardimento della sua razza univa una tinta vaga di dolcezza e di
bontà, dote assai rara fra le tribù indiane.
Ma in questa si udì un tintinnio di campanello.
--Quando il suo signore lo chiama, lo -Charruà- si fa più leggiero del
serpente -boi-hoby-. Che cosa deve dire il vostro servitore al suo
signore?
--Mi chiamo Giorgio.
--Dirò dunque al mio signore che il suo amico Giorgio gli fa la visita
del mattino.
V.
Poco dopo ritornò a me e mi pregò che lo seguissi.
Attraversai una lunga fila di camere. Da per tutto io vedeva con
sorpresa l'impronta della ricchezza; poiché sebbene sapessi Raimondo
unico rampollo d'una casa distinta, egli non mi aveva fatto alcun cenno
della sua fortuna.
La camera in cui si trovava Raimondo era addobbata con squisita
eleganza. Il suolo interamente coperto di tappeti e di pelli di tigre;
le pareti tappezzate a drappi azzurri.
Raimondo mi aspettava con desiderio; e s'era rizzato per metà sui
guanciali. Mi porse la mano affettuoso, e mi fe' sedere accanto a lui
con compiacenza.
--Ti avrei fatto avvisare; mi disse quando ebbe congedato d'un cenno
l'indiano; avevo tanto bisogno di vederti, di abbracciarti.
V'era tanta mestizia, e così dolce, nelle sue parole, che ne fui
sorpreso, e non seppi rispondere nulla. Ma all'improvviso m'accorsi che
il suo volto era pallido più del consueto, che il suo respiro era
affrettato, e che grosse gocce di sudore gli bagnavano la fronte.
--Che hai tu dunque? gli domandai spaventato.
Sorrise.
--Nulla. Un po' di febbre. Me l'aspettavo; colaggiù era malato di
nostalgia, ed ora... Gli è il mutamento di clima; io mi era abituato a
quel cielo di fuoco.
Poi proseguì lentamente.--V'hanno ben altre doglie che serrano ben
altrimenti il cuore e intisichiscono l'anima. Che avrai tu pensato di me
dopo il mio linguaggio di jeri.
--Pensai che la tua anima è malata; che tu hai d'uopo d'un buon medico.
Raimondo mi porse un'altra volta la destra.
--Ahimè! dissemi; io dispero d'incontrarne uno. Vi sono veleni che non
hanno antidoto--gl'Indiani lo sanno assai benevisono piaghe che
consumano ed uccidono, e contro le quali nulla potrebbero il ferro ed il
fuoco. Hai tu mai dubitato?
--Di che?
--Di tutto: di Dio, dell'uomo, della donna, dell'amore di noi stessi...
--E dell'amicizia, aggiunsi con amarezza.
--Sì; anche dell'amicizia. Or bene se tu l'hai provato cotesto
supplizio, sai tu che vi esista un rimedio?
--Ve n'ha uno.
--Quale?
--Amare; gettarsi nel mondo, respirarne le colpe, e raccoglierne con
ogni cura le poche virtù, udire la bestemmia dei mille e l'umile
preghiera dell'innocente; soffrire l'indifferenza e l'odio fin che non
s'incontri un uomo che ci faccia credere all'amicizia, una donna che ci
faccia credere all'amore, e qualche raro esempio che ci faccia credere
alla virtù. Amicizia, amore, virtù--questa triade benefica sarà la
nostra rivelazione; allora leveremo gli occhi al cielo e troveremo il
nostro Dio.
Per alcun tempo Raimondo non rispose, e parve meditare sulle mie parole.
--Sarà forse come tu pensi; prese a dire poi con abbandono; la mia anima
lotta ancora per crederlo. Ma credi tu che io non abbia pensato a
codesto, che io non abbia sospirato di desiderio, che io non abbia
pianto di sconforto? Amare, aspettare; ma per tutto ciò conviene vivere,
soffrire. Incontrerai una donna che ti amerà, un esempio dì virtù che
mitigherà lo spasimo del tuo cuore--ma quale cammino per arrivare a
questa meta? Noi siamo viaggiatori che ci avventuriamo nel deserto senza
averne misurato l'estensione. E chi ne assicura che l'oasi che
vagheggiamo lontana non sia l'effetto del miraggio--che le sabbie
ardenti non si perpetuino senza fine, finché ci toccherà cadere sfiniti
al suolo ad aspettarvi la morte? Ricercare smaniando! Ma a che giova? ed
è egli possibile rassegnarsi a questo strazio, quando si è incerti
dell'esito, quando s'ignora perfino l'esistenza dì ciò che si vagheggia?
Che diresti d'un pazzo che corresse dietro alla sua ombra? E che altro
sono essi gli uomini colle loro eterne chimere dì virtù e d'amore! Dove
son esse cotali fantasime se non nella loro mente? E quale mai può
vantarsi d'averle vedute?
--Ed ecco il tuo errore, ripresi con dolcezza. Ti sei fitto in mente che
tutti gli uomini vedano attraverso la nebbia che oscura il tuo
orizzonte. Ma oramai conviene che tu non dissimuli nulla a te stesso. Io
non ti domando una confessione, perchè forse tu stesso non sapresti
farmela; ma esigo dalla tua amicizia che tu getti uno sguardo scrutatore
nell'anima tua. Molto spesso conoscere il male è guarirlo. Ora io ti
domando: che hai tu fatto della tua vita? A diciotto anni ti colse
desiderio dì viaggiare. Avresti potuto recarti nelle città popolose; la
società ti sarebbe apparsa gigante in mezzo alle sue turpitudini;
avresti contato le lagrime della miseria e le carrozze stemmate
dell'ozio, e ti saresti sentito serrare il petto dallo sconforto. Ma dal
turbine delle oscenità da trivio e degli amorazzi di gran dama, avresti
forse sceverato una fanciulla modesta e povera, e l'affannoso lavoro di
un operajo indigente. Increscioso del mondo in cui non avevi ancora
vissuto, misantropo senza aver conosciuto gli uomini, senza ancora
essere uomo tu stesso, hai visitato invece l'America meridionale e gli
sbandati avanzi delle sue tribù di selvaggi. Così hai passato i più
begli anni della tua vita respirando un'aria che non era la tua,
ascoltando un linguaggio che tu comprendevi a stento, avvicinando uomini
i quali per diversa cultura di spirito, per diversa eredità di genio,
per costumi e bisogni diversi, non potevano migliorare od accrescere in
alcun modo il patrimonio delle tue idee, dei tuoi sentimenti. Ritornasti
al tuo paese stanco della vita, odiando vieppiù gli uomini, mentre degli
uomini e della vita non hai formato un giusto concetto. La più gran
parte di coloro che non devono pagare col lavoro il loro pane sono
ammalati del tuo male, la noja. Se non che, mentre altri ricerca
nell'ebbrezza e nel delirio dei sensi la dimenticanza, tu con più falsa
logica domandi la pace alla solitudine, e frugando nel tuo cuore malato
vorresti rinvenire in esso il farmaco del tuo male. Quando si è giovani,
come tu sei, credilo, mio caro Raimondo, la solitudine è una compagna
assai triste. Convien dare allo spirito le sue battaglie, i suoi battiti
al cuore.
La franchezza del mio linguaggio sorprese Raimondo. Parvemi allora
d'essermi spinto troppo oltre nel mio dire, e temetti che egli se ne
fosse offeso. Lo osservai con inquietudine; era calmo. Poco dopo si
scosse, e in un balzo discese dal suo letto.
--Che fai? gli domandai meravigliato.
--Voglio esser teco: pranzeremo insieme, andremo ai teatri, ai caffè....
--Ma tu sei malato. Poc'anzi avevi la febbre.
--È un nonnulla. Quel che più importa è di uscire da questa inerzia,
quel che più importa è di vivere.
Così dicendo, Raimondo si vestiva; compresi come il tentare di
distoglierlo dal suo proposito sarebbe stato in quel momento opera vana;
e però mi tacqui.
In pochi istanti egli ebbe posto termine al suo abbigliamento; mi porse
il braccio ed uscimmo dalla sua camera. Giammai erami sembrato così
allegro come in quel punto; nell'attraversare il suo appartamento si
arrestò innanzi ad un cassetto come colto da un'improvvisa idea; e
trattine due pezzi d'osso che si configgevano l'uno nell'altro, mo li
porse sorridendo perchè io li esaminassi.
--A che serve questo arnese?
--Domandalo a Charrnà; e ti saprà dire con quanto sagrifìzio egli si sia
deciso a privarsi per amor mio dell'ornamento del suo labbro. Gli
indiani lo chiamano il -barbotto-; appena nati lo fanno passare
attraverso il labbro superiore e non lo depongono più nella vita. È il
distintivo del loro sesso, perocchè essi non hanno barba nè diversità di
vestimenta. Comprenderai come sia facile contrarre l'abitudine di tenere
il broncio, quando si porta questo giocattolo sul labbro; aggiunse
scherzosamente; e come il riso diventi una cosa difficile. Ho conosciuto
fra le altre la razza dei -Minuani-, gente severa, e melanconica come i
deserti che la chiudono nel suo territorio--un buon -minuano- non ride
mai nella sua vita; ecco gli uomini coi quali ho creduto di vivere fin
ora.
VI.
Nonostante la cura che Raimondo poneva per nasconderlo ai miei occhi, io
compresi dopo alcuni giorni come il nuovo genere di vita a cui si era
dato non riuscisse tuttavia a riempiere il vuoto profondo del suo cuore.
Nei primi giorni egli prese parte ai nuovi piaceri con avidità; lo
condussi ai teatri, alle adunanze chiassose di scapoli che da gran tempo
avevo abbandonato anch'io, da per tutto ove si ride, si folleggia e si
dimentica. Ma in ciò fare comprendevo io stesso l'insufficienza del mio
rimedio; però pensai che il tempo avrebbe compito meglio di me l'opera
che io aveva intrapreso. Stimai dunque miglior partito introdurlo in
quelle poche famiglie che io conosceva e abbandonarlo poscia a sè
stesso. Così feci. Ma ben tosto mi persuasi che ogni mio studio per
ridonargli la sua pace era riuscito a vuoto. Quando Raimondo non ebbe
più il mio eccitamento, trascurò le nuove conoscenze, e talvolta si
tenne qualche giorno lontano da me senza avvisarmene secondo il consueto
per mezzo di Charruà.
Evidentemente egli temeva i miei rimproveri; ma, forse per non mostrarsi
ingrato, continuava a mostrar desiderio di vedermi, e per non peccare
d'inciviltà si recava di tempo in tempo presso quelle famiglie che lo
avevano accolto cortesemente nelle loro sale.
Fra le altre la contessa B. che aveva anch'essa passato parte della sua
vita nell'America del Sud, s'era mostrata assai desiderosa di Raimondo.
Egli vi si recava più volentieri, attratto dalla cortesia e dallo
spirito della padrona di casa; ma si mostrava indifferente e freddo
verso la folla di signore eleganti e d'artisti, da cui erano frequentati
quei convegni notturni.
La contessa B. era una donna sui cinquant'anni; di modi affabilissimi, e
di cuore ancor giovane. A poco a poco avea posto un grande affetto a
Raimondo, e se avveniva che rimanesse alcun tempo senza vederlo, ne
domandava a me con molta premura.
Naturalmente Raimondo si accorse di questo suo desiderio; e siccome egli
era modesto e riconoscente a quel po' d'affetto che gli si offriva, fu
tratto man mano a rendere più frequenti le sue visite. Così avvenne che
capo qualche tempo le sue abitudini n'andarono affatto mutate.
Una sera, mentre Raimondo ed io discorrevamo in un canto della sala
colla contessa, vedemmo venire incontro a noi un vecchio alto della
persona ed una giovinetta sui diciotto anni. La contessa corse loro
incontro, strinse la mano al vecchio, e baciò sulla bocca la fanciulla.
Poco stante ci presentò il generale R. e la signorina Clelia.
Il generale era un uomo alla buona, di modi franchi e assai parco di
parole. Se non avea toccato i settant'anni, certo era giù di lì; ma si
conservava tuttavìa abbastanza in forze, sebbene la sua alta statura lo
obbligasse a tenere il capo alquanto incurvato.
La signorina Clelia era una personcina dilicata, piuttosto pallida, con
due occhioni neri e con lunghe treccie di capelli castani che lasciava
scendere sulle spalle. Nell'insieme una creatura come se ne vedono
tante; non affatto bella, e tuttavia ricca di doti fisiche; e se le
falliva quella consapevolezza dei proprii meriti che è sì presso alla
civetteria e che molti ricercano nella donna, spirava in compenso dai
suoi occhi una candida espressione di ingenuità, e dall'abbandono delle
sue membra e dalle sue movenze, una certa mollezza che non è difetto, e
una tal quale indolenza piacevole. Clelia era una creatura buona.
Parlava senza affettazione, senza guardarsi all'intorno per farsi
ascoltare; sorrideva spesso; a quell'età il sorriso viene dal cuore; e
se taluno le dirigeva la parola, sapeva starsene in ascolto--tutto ciò
non è tanto comune come può parere. La sua parola era facile e chiara;
diceva tutto il bene che sapeva--quando si mormorava di qualcheduno,
taceva; se lo poteva senz'offendere, mutava discorso--palesava i suoi
gusti senza tenersene--era presto fatto a dirli, i suoi gusti, ed
infinito ad enumerarli: amava tutto. Tale mi parve dopo alcuni giorni
ch'io l'ebbi in pratica la signorina Clelia.
Se non che io non seppi alla prima indovinare la sua condizione. Il
vecchio generale la chiamava talvolta: "figliuola mia;" ma il più
spesso: "signorina;" però se io poteva argomentarne del suo affetto
paterno, era ben altra cosa della sua qualità dì padre.
Ma in una radunanza d'-amici di casa- l'è assolutamente impossibile di
tener per gran tempo la tua curiosità, senza che trovi cento disposti a
pagartene. I ciarlieri e i curiosi sono le razze più numerose che
pullulino sulla terra. E che Domine Iddio ti scampi dagli uni e dagli
altri, però che per maggior malanno essi si vivono in ottima armonia, e
i ciarlieri vendono per uso e consumo dei curiosi--e la sete di questi è
per lo meno pari alla feconda produttività di quelli. Ma siccome avviene
che il curioso sia alla sua volta ciarliero, anzi per ciò solo sia avido
di sapere, in quanto trovi mezzo di dire, a conti fatti avviene che è
sempre l'uditorio che si trova a mancare. Però i galantuomini che se ne
vivono al di fuori, si vedono involontariamente trascinati al mercato
dove si vende -a gran ribasso-.
Press'a poco in questo modo avvenne che io sapessi qualche notizia sul
conto della signorina Clelia. Era orfana, o almeno passava per tale; in
questo convenivano tutti; ma secondo gli uni il Generale era un tutore,
secondo altri un padre che nascondeva una colpa--se taluno avesse osato,
non si sarebbe arrestato dinnanzi alla sua canizie e avrebbe detto
peggio.
Una sera io mi era recato secondo l'usato presso la contessa B., notai
che Raimondo, che da qualche tempo s'era fatto frequentatore assiduo,
non era venuto. La contessa me ne domandò notizie; risposi non averne;
infatti in quel mattino egli non era stato da me. Il discorso si portò
naturalmente sovra di lui; la signorina Clelia era seduta d'accanto e ci
ascoltava. In quella entrò Raimondo. Fosse caso o istinto, i miei occhi
s'incontrarono con quelli di Clelia; ciò bastò a farlo arrossire.
--Si parlava di voi, disse la contessa, ne dicevamo molto male, perchè
temevamo che non veniste.
Raimondo si scusò con garbo; da qualche tempo avea fatto cammino nella
galanteria.
Poco stante la conversazione nostra languì; Clelia non diceva
motto--Raimondo s'era fatto tetro. Mi aspettava che secondo il suo
costume di allontanarsi quand'era sorpreso da cotali malinconie,
togliesse commiato. Ma con mia sorpresa egli stette. La contessa, che
aveva in qualche pratica il cuore di lui, procurava distrarlo, ma
inutilmente.
Un'ora dopo la signorina Clelia salutò la contessa, e uscì.
Raimondo non s'era quasi mosso; ma non andò guari che anch'egli lasciò
l'adunanza. Io gli tenni dietro e lo raggiunsi.
VII.
Parve lieto che io l'avessi seguito; ma non mi palesò la cagione della
sua mestizia. Credendo ch'egli volesse andarne a casa, lo accompagnai.
Durante la via non mi disse parola. Come fummo arrivati alla sua
abitazione, feci atto di arrestarmi; ma egli passò oltre. Assolutamente
Raimondo era distratto.
Attraversammo molte vie, sempre collo stesso silenzio--così di passo in
passo uscimmo alla campagna.
Il cielo era sereno; le stelle fitte e lucenti; qualche rara nuvoletta
bianca viaggiava in quell'immenso aere notturno.
Le tenebre avevano animato le voci strane dei loro cantori; i grilli
nelle praterie, le rane nella vicina palude, e a quando a quando la
civetta e il gufo nell'estrema punta della quercia levavano al cielo il
loro inno melanconico. Intendendo l'orecchio si udiva da lungi come un
vago mormorio di mille note diverse; il silenzio ha la sua voce, una
voce confusa che non si sa d'onde parta, ma che arriva sempre al cuore.
Ci arrestammo estatici.
Poco dopo Raimondo mi afferrò le mani, levò gli occhi al cielo, e mi
disse con un accento singolare di selvaggia esultanza:
--Amico mio, amico mio, non ti pare che la natura susurri il suo arcano
linguaggio per noi soli? Io mi sento leggiero--vorrei salire in alto....
in alto, inseguire quella nuvola. Mi si dilata il cuore--ho un gran
cuore--vorrei stringere tra le braccia l'universo, e dirgli che l'amo.
--Mi par proprio di volare, aggiunse con crescente entusiasmo, mi par
proprio di credere. La mia fede è fatta di voli.
In quella soave contemplazione passò alcun tempo.
Suonava mezzanotte, e noi non ci eravamo ancora mossi.
Vedendo come quel rintocco non lo scuotesse, io fermai in mente che
Raimondo era distratto.
VIII.
Il domani alcune occupazioni mi tennero lontano da casa. Quando vi
ritornai seppi che Raimondo non era stato a far ricerca di me.
Se non che non era ancora l'alba del giorno successivo, che io udii
picchiare all'uscio della mia camera; era lui. Mi proponeva una
passeggiata all'aria aperta--accettai.
Per via parve pensieroso; ad ora ad ora m'interrogava sulle mie
abitudini, ed io gli venia ripetendo cento cose che egli conosceva
meglio di me.
--Come hai vissuto jeri? mi domandò all'improvviso.
--Occupatissimo. Sarei venuto da te, ma non ebbi tempo.
--E la notte?
--Un sonno solo.
Non ebbi dette queste parole, che egli ammutolì e si oscurò nel viso--nè
per quanto io vi almanaccassi sopra, seppi comprenderne la cagione.
IX.
Alla sera io mi recai in casa della contessa; mi aspettava d'incontrarvi
Raimondo, ma non vi era ancora.
Il generale mi venne incontro; gli domandai notizie della signorina
Clelia. Era incomodata lievemente e s'era rimasta a casa.
Raimondo non comparve--quando l'ebbi aspettato tre ore inutilmente, mi
allontanai.
Per otto giorni fu la stessa cosa. Sempre che mi recai nelle sale della
contessa non vi vidi mai Raimondo--e il generale continuava a dirmi che
la signorina Clelia era incomodata.
Io era stato più volte in casa del mio amico; ma Charruà m'avea sempre
detto che non era in casa. Vi andai ancora una volta--la stessa
risposta.
Raccomandai a Charruà dicesse al suo signore: Che l'amico avea bussato
sette volte all'uscio dell'amico, e che l'uscio non s'era aperto.
Charruà accennò del capo; uscii con animo di non più ritornare.
Tre ore dopo Charruà veniva a me e recavami una lettera di Raimondo.
Ne ruppi il sigillo e la lessi con avidità. Quella lettera era così
concepita:
"Tu hai ragione di lamentarti di me; tu hai ragione di dire ch'io sono
un ingrato; ma benchè sappia d'essere colpevole molto, e d'aver tradito
i doveri dell'amicizia, lascio sperare al mio cuore che la franchezza
con cui mi faccio accusatore di me medesimo, renderà te giudice più
benigno.
"Ti devo una confessione, una confessione che non farei a mia madre
s'ella vivesse ancora, che il mio pensiero non vorrebbe fare alla mia
anima, se per poco io potessi separarne le facoltà, e fare che il mio
solo volere ripartisse a seconda dei suoi capricci la scienza.
"Lo dirò senza esitare più oltre: "io amo." Vorrei anche in questo
momento temperare la forza di questa affermazione e dirti solo che "ho
paura di amare;" e forse sarei nel vero; ma io penso che in coteste cose
il sospetto valga la realtà; e d'altra parte la titubanza prolungherebbe
lo strazio che ha durato fin ora.
"Così dunque, anzi che continuare, in una lotta ineguale senza frutto,
io preferisco darmi per vinto.
"Devo dirti qual donna io ami? Tu l'hai indovinato--Clelia.
"Non sorridere del mio orgoglio. Tutto ciò che tu potresti dirmi, me lo
son detto io stesso. Ho pensato alla sua bellezza, alla sua grazia, al
suo candore; poi ho penetrato dentro di me, vi ho rovistato tutto il
buono che vi ho trovato, e mi è sembrato assai misera cosa. Debbo
dirtelo? mi sono rinchiuso nelle mie camere, e per la prima volta nella
mia vita ho dimandato allo specchio una parola di conforto.
"Il risultato di questo supplizio tu lo conosci: ho cessato di
frequentare la casa ove avrei incontrato quella creatura. Ho cessato di
veder te, perchè non avrei resistito alla tentazione di chiedertene
notizie. E d'altra parte tu avresti indovinato il mio segreto; ora poi
che io mi lusingava di guarire dal mio delirio, parevami che ove
qualcuno, fosse anche il migliore dei miei amici, avesse potuto guardare
nel mistero del mio povero cuore, io sarei stato impotente a sanarlo.
"Non ti dirò quanto io abbia sofferto fino ad oggi: non ti dirò quanto
io soffra tuttavia; nè come il primo soffio di questa fatale passione
venisse a ridestare nel mio seno gli entusiasmi dei primi anni; nè come
poche ore dopo soltanto si tramutasse in fuoco insaziabile. È tutt'oggi
ch'io mi torturo senza pietà; vorrei piangere molto, e non trovo una
lagrima. Non so perchè; ma in mezzo a questa disperanza senza fine, odo
talvolta come delle voci che mi ripetono accenti d'amore, e promesse
ineffabili; e tutto ciò mi suona improntato a melanconia, come una gioja
severa che si accompagni col dolore, ed abbia la stessa sorgente del
pianto.
"Ho dei momenti in cui sembro un fanciullo, e vorrei levar dal sepolcro
la mia povera nonna per appoggiare sulle sue ginocchìa il mio capo e
sognare ad occhi aperti.
"Altre volte inferocisco; passeggio a gran passi, smaniando, e per
disfogare il dispetto, tengo il broncio a Charruà.--Povero Charruà! Sono
alcune notti ch'egli veglia al mio capezzale. Gli ho detto di dormire,
ma non ha voluto darmi retta; ho dovuto mandarlo via dalla mia camera;
ma quando credeva ch'io dormissi, ritornava sulle punte dei piedi, mi
guardava con tenerezza e si allontanava crollando il capo senza far più
rumore d'uno spettro.
"Eccoti il mio segreto. Giudica tu mio buon amico se io meriti compianto
o rimprovero.
"Sarei venuto io stesso, ma ho pensato che scrivendoti avrei avuto più
coraggio, ed ho scelto questo partito.
"Lo vedi; io sono stremato di forze, il mio animo è fiacco. Perdonami.
Una sola parola a Charruà, ed io verrò."
--Farò di meglio, pensai dentro di me, andrò io stesso; e fatto cenno a
Charruà che durante tutto quel tempo s'era rimasto immobile e
pensieroso, uscimmo.
X.
Raimondo non avea taciuto nulla nella sua lettera; e tuttavia il vederlo
crebbemi il dolore.
Mi ripetè il suo spasimo, i suoi dubbii, il suo timore di riuscire
ingrato agli occhi di Clelia; e poi che gli uomini temono sopra ogni
cosa il ridicolo e lo vedono da per tutto dove il compasso non ha
portato la sua misura, io compresi che Raimondo era torturato da questo
pensiero. Arrossiva di amare; col suo volto, coi suoi modi parevagli
debolezza; e quando doveva pure dirla questa parola che Dio ha scolpito
nel cuore delle sue creature, balbettava e mi guardava nel volto temendo
che io lo canzonassi.
Strana vicenda delle cose del mondo è questa che il vizio usurpi a
quando a quando le spoglie della virtù e s'incontrino degli sciagurati
che si tengano della loro abbiezione, e parlino delle loro colpe e
mettano a nudo le loro sozzure con compiacenza. Ma che la virtù
arrossisca di sè medesima, e per poco non discenda a domandare il
mantello del vizio, questo in verità non si saprebbe comprendere. Ed io
penso che se gli uomini non si frodassero a vicenda di uno spettacolo
che sana molte piaghe, e sdegnassero questo mentito tributo alla colpa,
il fardello dei loro dolori n'andrebbe alleggerito d'assai.
Persuasi Raimondo a sperare, ad abbandonarsi a me. Non ci volle gran
fatica; la solitudine avealo fatto arrendevole, però io posi per primo
patto che egli venisse meco quella sera medesima in casa della contessa.
Rifiutò sulle prime vivamente; non avrebbe osato incontrarsi subito con
Clelia; ma quando io gli dissi come da una settimana ella non fosse più
venuta nelle sale della contessa, allora fu un tempestare di domande,
alle quali io non sapeva rispondere. Da quel punto non stette più sul
diniego; senza che io insistessi più oltre, era inteso che quella sera
sarebbe venuto.
XI.
Vi andammo assai di buon'ora; io con animo lieto ed aperto alla
speranza; Raimondo trepidante e dubbioso, ma tuttavia più calmo.
Avendo in mente che essendo primo ad arrivare si sarebbe trovato in
minori imbarazzi, era stato lui a farmi premura; pure quando fummo
giunti, sebbene fosse assai lieve la speranza che la signorina Clelia si
recasse dalla contessa, e l'ora fosse tale da toglierne ogni lusinga
d'incontrarvela, poco mancò che Raimondo non se ne dolesse. E poi che
egli era stato travagliato da una cotal paura d'incontrarsi con Clelia,
avvenne, come è facile immaginare, che in quel punto dimenticasse il suo
primo timore, e l'ansia dell'aspettazione si convertisse per lui in
nuovo supplizio. Se non che, fosse caso o provvidenza, Clelia un'ora
dopo entrò nelle sale accompagnata dal vecchio generale, e allora
Raimondo fu da capo alla prima trepidanza.
Se io non andai errato nel giudicare, parvemi che come Clelia vide
Raimondo, si turbasse nel viso, quasi non s'attendesse d'incontrarlo; e
partendo da questa prima osservazione, immaginai di vedere per tutta
quella sera le traccie del turbamento sul suo volto, e ch'ella facesse
del suo meglio per dissimulare.
Comunicai il mio pensiero a Raimondo; e non è a dire se egli n'andò
lieto. Da quel punto fermò in mente di volerle palesare l'animo suo, e
raccolte le sue forze se le fece innanzi, la salutò e si assise al suo
fianco.
--Questa volta il selvaggio s'è fatto uomo, pensai dentro di me; e giuro
che giammai mortale che avrà vissuto fino a domani potrà dirsi più
felice di Raimondo.
Non rimanendomi di meglio a fare, gironzai alcun poco per le sale.
Un'ora dopo essendomi nato desiderio di vedere a qual punto si trovasse
nel suo labirinto, cercai cogli occhi Raimondo. Egli era sempre vicino a
Clelia e le parlava con calore.... "Benissimo!" Però non avendo di
meglio a fare, io continuai a gironzare per le sale.
XII.
Dopo due ore che mi parvero eterne, le sale incominciarono a farsi
deserte.
--Ecco due creature che le avranno trovate troppo brevi; dissi
abbracciando dell'occhio il gruppo appassionato di Clelia e Raimondo.
L'una cosa paga l'altra. E scommetto io che essi avevano molte cose a
dirsi.
Non avevo peranco cessato di dire queste parole, che il generale
s'accostò alla signorina Clelia, e questa si rizzò in piedi, e salutato
cortesemente Raimondo, si allontanò. In un baleno fui d'accanto a
Raimondo, che pareva essere rimasto fuori di sè; e trattolo meco, sotto
il pretesto di riverire la contessa, giunsi ancora in tempo a farlo
incontrare un'ultima volta con Clelia.
--Cospetto, gli dissi quando fummo usciti, non potrai lamentarti di me,
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