Ma Valente rideva così forte, e la signora Chiarina con tanta grazia,
che non mi fu possibile ospitare per cinque minuti quella inquietudine,
e la cacciai, dicendo dentro di me che il signor Bini andava matto per
le facezie, e non sempre le sapeva scegliere. Avrei però avuto caro di
sapere almeno se era quello il giorno della decisione della lite.
-- Allegri -- dissi -- questo non è che un acconto sulla gioia futura;
vedrete che il signor Giuseppe buon'anima ci manderà a dire di far le
nozze e che saremo tolti dagli impicci della lite. --
Ma Valente non mi badava.
-- Quando si tratta la tua lite? -- domandai allora.
-- Domani, credo.... ne ebbi l'avviso, ma no, si tratta oggi.... si è
trattata -- a quest'ora forse tutto è finito. --
E tornò a ridere, e tornai a farmi pensoso.
Il signor Bini recò le più liete notizie della ragazza, che era una
bella bambina tutta occhi; del signor Salvioni, che era propriamente
onesto e disgraziato; del loro appetito fenomenale e della macchina da
cucire, che era di Elias Howe a doppio punto.
Quante ciancie a tavola! Quante risate! Quanti bicchieri! Solo sotto le
mie ciancie rimaneva un sottinteso, e le mie risate avevano i sordini,
e nei bicchieri che mi vuotavano in corpo il buon umore rimaneva la
feccia d'un pensiero importuno. Ma tutto questo in principio; alle
frutta, quando fui proprio saturo di buon umore, risi anch'io a gola
spiegata, sprigionai anch'io tutti gli spiritelli che avevo sulla
lingua.
Uno ne buttai in faccia al signor Bini -- uno capace di farlo sparire
sotto la mensa.
-- Quel povero Salvioni, -- dissi -- com'era mortificato d'aver preso ad
imprestito un nome non suo! Che anima candida deve avere! Ha fatto lo
scrivano d'un avvocato senza farsi una macchia d'inchiostro! --
Naturalmente guardavo il signor Bini, e il signor Bini guardava me, e
rideva e rideva. Invidiabile faccia tosta!
Fu proprio in mezzo al cozzo degli ultimi bicchieri che l'uscio si
aprì, ed io compresi dal modo d'aprirsi che lasciava passare una brutta
notizia.
Entrò Marco, l'enorme Marco, a cui dopo il tramesso coi pisellini avevo
sempre dato del voi; entrò recando una lettera.,..
Valente l'aprì, la lesse, balbettò che era uno scherzo, rilesse -- io mi
ero rizzato in piedi.
-- Andate pure, -- consigliai a Marco, che rimaneva a fare il curioso.
-- Va pure -- ripetè Valente; non è nulla -- disse poi con voce serena --
è il mio avvocato, il quale mi scrive che abbiamo perduta la lite, che
andremo in Cassazione, che possiamo mettere innanzi quattordici cause
di nullità. --
Non crediate che facesse la commedia, parlava come sentiva; e siccome
nessuno rispondeva, egli insistè:
-- Allegri! Non sono già rovinato per questo! Lavorerò. E per
incominciare, venderò la -Spuma del mare-! Non è vero, signor
Bini? --
V'immaginerete che il signor Bini ridesse e si fregasse le mani; me
l'aspettavo anch'io, ma quell'uomo mi contraddiceva in tutto, non si
fregò le mani, non sorrise, appena appena disse: -- verissimo! -- e mutò
discorso.
-- Sta a vedere che si pente, -- dissi più tardi ad Annetta.
-- Peggio per lui; la -Spuma del mare- troverà compratori egualmente.
-- Hai osservato -- soggiunsi -- come rimase sereno l'amico Nebuli
all'annunzio della sua disgrazia.... E che ne hai argomentato?
-- Che non gl'importava di perderla....
-- E sai perchè?... perchè la sua gioia era troppo grande; domani ci
ripenserà e ne avrà dolore.... E qual massima filosofica vien fuori da
tutto questo?... --
Annetta mi guardava facendo un gesto discreto e scherzoso, che io
intesi benissimo. E soggiunsi niente affatto ferito dall'allusione:
-- Ne vien fuori questa massima, che se vi sono gioie che il denaro non
può dare, vi sono gioie che il denaro non può togliere.
-- Però ne può dare di belline -- osservò Annetta, -- l'hai visto il
Salvioni!
Ed io che ero in vena, proseguii:
-- Appunto! E quale altra massima di filosofia pratica ne deriva?
-- Dilla, e poi smetti che ho sonno.
-- Ne deriva che il denaro non si deve confondere colla gioia e
colla felicità, ma bisogna stimarlo solo allora che dà la gioia e la
felicità, e farlo servire a questo unico fine.
-- Bravo, buona notte! --
XVII.
La Venere se ne va.
La mattina seguente, quando dopo molte titubanze stavo per scendere
a far visita all'amico, fu egli, Valente Nebuli, che entrò in casa
mia. Aveva la fronte oscurata da un pensiero, che, senza affliggerlo
propriamente, pareva importunarlo.
-- La notizia la sai? -- mi disse sfuggendo un istante alla stretta di
quell'importuno -- sono rovinato.
-- So che hai perduta la lite.... stanotte ho sognato che era un brutto
scherzo del tuo avvocato.... e invece.... però.... --
Non sapevo quello che mi dicessi, Valente uscì a ridere.
-- Sì, ho perduta la lite, e pare che mi toccherà restituire, tra
capitali, interessi e danni, un po' più di quello che posseggo; perchè,
come immagini, mio zio si era mangiato un po' del fatto suo, che non
era suo, ed io mi sono mangiato un po' del fatto mio, che non era mio;
è venuto stamane l'avvocato a spiegarmi bene la cosa. E sai qual è la
mia fortuna? (lo dice lui, io non l'avrei indovinata in cento) è che
abbiamo accettata l'eredità col -benefizio d'inventario-, altrimenti
dovrei ora, rimetterci del -mio-.... e mi troverei in un certo
imbarazzo.... come ti puoi immaginare. Ci è un solo guaio, che anch'io
ho speso, che la mia povera -Venere- me la sono quasi mangiata -- non vi
è rimedio. Quando vedi il signor Bini, mi farai piacere dicendogli che
il quadro è a sua disposizione, se lo vuole ancora.... intanto domani
lo manderò a prendere....
-- Perchè?
-- Per farne una copia, ma questo non glielo stare a dire.
-- È capace d'indovinarlo. --
Valente si strinse nelle spalle, serrò le mie mani nelle sue, sorrise,
e per poco non mi disse: -- come sono felice!
-- Sei di buon umore stamane.... -- osservai.
-- Sì, proprio, tanto. Ho ricevuto una buona notizia.
-- Quale? --
Cambiò discorso per non dirmela, ma più tardi la seppi da mia moglie,
che l'aveva saputa dalla signora Chiarina: la polizia era sulle tracce
del signor Salvioni.... morto; lo aveva accompagnato fino al momento,
in cui da Napoli partiva per il Cairo, dove allora infieriva il
colera....
Qui anch'io, come l'amico Nebuli, avrei messo una reticenza lunga;
ma mia moglie, niente scrupolosa, soggiungeva: -- Per poco che il
colera sappia il fatto suo, il primo che si è portato via è il vostro
Salvioni!
-- E che conti di fare, ora che sei.... che non sei più.... che sei....
-così-? -- diss'io a Valente.
-- Ho già fatto! -- mi rispose, -- ho già fatto dieci castelli in aria;
prima di tutto vado in Cassazione, per guadagnare tempo; poi in
campagna a vivere di pace e di lavoro. Farò scendere dalle nuvole tutti
i quadri, a cui ho dato una cornice di stelle, imbratterò parecchi
chilometri di tela, ed in pochi anni mi sarò rifatto ricco colle mie
mani!
-- E ti senti capace di tutto questo?
-- Di che non mi sento capace, ora che l'avvenire ricomincia ad esser
mio? Con quei procuratori ai fianchi, con quegli uscieri alle calcagna,
mi pareva d'averla -ipotecata- la mia porzione di futuro. Ora sono
povero, ma sono libero, e se mi rimane Chiarina!... --
Così parlò quello sventato, quel sonnambulo, quel delirante; io lo
guardavo a bocca aperta, felice in fondo che egli pigliasse la cosa
a quel modo, ma disgustato di vedere una testa piena di ingegno, così
vuota di criterio. Il torto lo diedi alla Natura, la quale incomincia
gli uomini bene, ma non li sa mai finire; al disgraziato Valente diedi
invece centomila ragioni, non gli potendo dare qualche cosa che valesse
meglio.
Qualcuno mi chiede se non mi venisse il sospetto che egli, non io,
fosse il vero filosofo; quel sospetto mi venne, ma non resse alla
riflessione e se ne andò; per me era chiaro che Valente, se pure
operava da filosofo, non ne aveva coscienza e non metteva ordine nelle
sue azioni, nè sistema nei suoi ragionamenti. Non dico che la filosofia
sia unicamente sistema (come vogliono certuni); filosofi profondi
alla mattina, i quali diventano infelici a colazione, se la bistecca è
troppo cotta, infelicissimi alla sera se perdono qualche quattrino alla
tombola, ne conosco anch'io; ma perchè ho il buon senso di non proporli
come modelli all'amico Nebuli (il quale non mi darebbe retta), non dirò
già che filosofo e capo scarico sono sinonimi.
Del resto, sì, Valente aveva in fondo qualche ragione di non
affliggersi, oltre questa interamente stoica che tanto tanto
affliggendosi non ci avrebbe guadagnato nulla: aveva il suo pennello,
la sua fama, la sua donna più che mezza, ed il suo avvenire intero;
ai bisogni del momento dovevano provvedere la -Spuma del mare- e
l'avvocato colla Cassazione, colle liquidazioni, colle opposizioni, col
Dio sa che diavolo.
E con tutto ciò, quando il signor Bini fu stato tre giorni senza farsi
vivo e ci cominciò a venire il sospetto che, dopo aver rifiutato i
dollari degli Americani, la famosa -Spuma- si dovesse accontentare
delle lirette italiane, mi parve (non ne sono sicuro) che un po'
dell'inalterabilità di Valente se ne fosse andata. Pur si mostrò
disinvolto, ritirò dalla Mostra il suo capolavoro e si accinse a farne
la copia.
Da 24 ore la -Spuma del mare- era rientrata nello studio paterno,
quando giunse da me il signor Bini.
-- Che ne è stato della -Spuma-? -- disse.
-- L'ha ritirata Valente, -- risposi sorridendo.
-- Lo so...
-- Volevo ben dire!
-- Lo so, ma che ne vuol fare?
-- Venderla.
-- Ci è chi la compera?
-- Glielo vada a chiedere.
-- Andiamoci. --
Scendemmo; l'amico si era appunto messo dinanzi ad una tela delle
medesime dimensioni dell'altra, e tracciava le prime linee del disegno.
-- Eccellente idea! -- disse il signor Bini -- lei vuol fare una
dozzina di -Veneri- per mandarne una in America, una in Russia, una
in Germania, eccetera. I compratori non mancheranno; chi ha preso
l'originale si contenta?
-- Nessuno l'ha preso ancora, -- rispose Valente con nobiltà.
E allora io, mettendo muso duro, entrai a dire:
-- L'amico Nebuli non ha voluto farle torto...
-- To', -- disse il furbone, colla sua flemma, -- è vero, io volevo
comprare il quadro, mi piaceva la -Venere-... superba -Venere-... mi
piace ancora... ebbene sì, la compero;... ma allora è inutile, sa? che
faccia la fatica di copiarla; preferisco pagarla qualche cosuccia di
più e sapere che di Veneri come la mia non ce n'è alcuna al mondo... Un
artista come lei, signor Valente, spenderà sempre meglio il suo tempo
creando un miracolo nuovo, ed io pure spenderò meglio il mio denaro...
E quanto domanda della -Spuma del mare-? --
Ed io mi affrettai a chiedere:
-- Quanto ti aveva offerto quell'Americano?
-- Ventimila lire; -- balbettò Valente.
-- Dunque? -- dissi, rivolgendomi al signor Bini.
Mi pareva che il mio accento, il mio sguardo, aiutati dalla sua
memoria, dovessero dirgli chiaro: «dunque, faccia il conto; lei ha
offerto il doppio;...» ma lo smemorato fu anche cieco e sordo; non
vide, non intese, non ricordò nulla: -- negozio conchiuso, -- disse -- per
ventimila lire il quadro è mio; lei lo faccia accomodare entro la sua
cassa; io manderò a prenderlo oggi stesso. --
Tre ore dopo il signor Bini venne, accompagnato da due uomini, i quali
si caricarono sulle spalle la -Venere-.
Noi, che ci eravamo messi alla finestra, la vedemmo passare un'ultima
volta... Dove andava? Il vecchio non ce l'aveva detto; ed io balbettai
sottovoce: -- buon viaggio! --
Quando Valente non vide più i tre uomini, che avevano svoltata la
cantonata, chiuse le vetrate e guardò il fascio di biglietti di banca
che il vecchio gli aveva messo fra le mani.
Non disse parola e tornò nello studio. Io ammiccai dell'occhio;
Chiarina ed Annetta mi compresero; lo lasciammo solo.
XVIII.
Cose strane.
-- Ma sai che è una combinazione strana! -- disse Annetta per la
ventesima volta.
-- La ti par proprio una combinazione strana? -- diss'io.
-- Non ti capisco....
-- Non mi puoi capire, perchè non hai fatto tutti i pensieri che ho
fatto io sul caso e sulla combinazione. Vediamo. Ti giungono insieme
due lettere, una delle quali (in ritardo) ti dice che una cosa da te
desideratissima non si può fare, perchè si è presentato un ostacolo
insuperabile, l'altra ti annunzia che l'ostacolo è scomparso e che la
cosa si farà. Tu leggi la lettera sconfortante, leggi poi la seconda;
senza volerlo, la gioia che ti ha dato questa ultima, dopo lo sconforto
della prima, la metti in conto della combinazione, ed esclami: oh! la
strana coincidenza! Ma se tu leggevi prima la lettera che ti annunziava
tolto l'ostacolo, è molto se badavi alla combinazione del ritardo della
seconda lettera e della coincidenza di entrambe: e pure nulla è mutato,
fuorchè il tuo modo di sentire. --
Quando io infilo qualche androne filosofico un po' buio e m'ingegno di
tirarmi dietro mia moglie, rischiarandole i passi, essa mi accompagna
tra sbigottita e ridente, e qualche volta, come questa, mi domanda:
-- Dove si va a finire?
-- Or eccoti un altro aspetto della stessa cosa, -- diss'io. -- Bada
di notte ai fanali d'una via dritta e lunga; sono distanti l'uno
dall'altro cento buoni passi; ma se tu ti allontani e ti volti, li
vedi ravvicinarsi e coincidere. Lo stesso accade nella storia, che è
la notte dei tempi, dove gli avvenimenti memorandi sono i fanali d'una
via diritta e buia, e pare che si tocchino per ragioni di prospettiva,
ma non si toccano punto; e forse la storia è da rileggere con questo
criterio, e forse tutte le superstizioni non hanno altra origine.... e
forse....
-- Insomma, -- mi chiese Annetta, -- ti pare o non ti pare una
combinazione strana? --
Giudicatene voi; ecco la lettera che avevo ricevuto quella mattina:
«Caro parente,
«Senza che lo sappiate, vi sono parente; perciò senza conoscervi
mi siete caro.
«La nostra parentela è un po' lontana, ed ho stentato a trovarne
il filo; ma siccome non ho altri parenti al mondo che voi, e mi
premeva di non perdervi, vi ho trovato.
«Io sono un po' ricco ed un po' vecchio; se morissi senza far
testamento, è probabile che lo Stato vanterebbe diritti di
parentela più prossimi dei vostri per non lasciarvi un quattrino
del fatto mio.
«Ma prenderò le mie cautele; intanto siccome voi non siete
ricco, comincio a darvi un acconto, perchè non ho nissuna fretta
d'andarmene, spero di fare i miei comodi e mi preme che possiate
aspettare pazientemente. Non vi offendete di questo linguaggio;
parla l'esperienza d'un vecchio, il quale sa come il denaro
guasti spesso i sentimenti più gentili e gli animi migliori.
«Ho una lite pendente, sarà sciolta domani, e vinta da me; queste
monete che mi costano tanti anni di dispetti, di puntigli, di
amarezze, non le voglio prendere colle mie mani; abbiatele voi;
così io vendico la mia dignità d'uomo, offesa dal puntiglio
meschino.
«Il mio avversario d'oggi vi è noto: è il signor Valente Nebuli,
pittore, il quale si troverà nelle strette del bisogno, quando
abbia perduta la lite.
«Il caso mi serve in tutto; voi gli siete amico, e non dubito che
gli renderete quanto meno penosa è possibile la restituzione. Da
voi accetterà un indugio, da me lo sdegnerebbe.
«Però un patto io pongo al mio dono: se la parte avversaria andrà
in Cassazione, se venisse cassato il giudizio, voi non verrete
a componimento mai e proseguirete la lite, in cui ho speso tanti
anni.
«Io non vi conosco, ma il mio avvocato di Milano, che vi ha visto
e si è informato di voi, sa che siete un uomo ordinato ed onesto,
e che non farete offesa alla mia volontà.
«Alla vigilia del gran giorno, che deve darmi vinta la lunga ed
odiosa guerricciuola, mi sento debole; temo le strette d'una gran
gioia, e fuggo. -- Facendo donazione a voi, mi pare di mettermi
fuori di causa; ma per rassicurarmi interamente me ne vado, starò
assente una settimana.
«Il notaio, impostando questa lettera quattro giorni dopo la
sentenza, vi avvertirà pure dell'atto pubblico di donazione che
ho fatto e sottoscritto oggi alla presenza dei testimonî....
«Accettate, caro parente, la prima prova del mio ultimo affetto.
Lecco, 13 dicembre.
«-Il vostro- GIULIO PASQUALI.»
-- Ma sai che è proprio una strana combinazione! -- esclamò Annetta per
la ventunesima volta. --
E perchè io stava zitto, ella insistè:
-- Ma insomma parla, di' qualche cosa anche tu....
-- Vuoi proprio che te la dica come la penso?... Non mi pare una
combinazione, mi pare uno scherzo.
-- Uno scherzo di chi?...
-- Non lo so; ma non vedi tu stessa come è inverisimile tutta questa
storiella? Il signor Pasquali non ha parenti più prossimi di me, ed
io non so nemmeno chi sia il signor Pasquali -- egli dice meschini
i puntigli che l'hanno fatto litigare molti anni, ma pretende ch'io
continui a litigare in nome suo; ha paura che lo pigli un accidente per
la gioia d'aver vinta la lite, ed è sicuro di vincerla e rinunzia ai
benefizî;... cara mia, tutto ciò è troppo inverisimile, dunque non è
vero. --
Ma quando due ore dopo mi giunse la lettera del notaio di Lecco,
il quale, avvertendomi dell'atto pubblico, m'invitava a fare
l'accettazione, allora senza dir nulla ad Annetta, mi andai a chiudere
nel mio studiolo per pensare con metodo.
Questo era il quesito:
«Posto che la donazione è vera, indagare fino a che punto è verisimile.»
Mi passavano cento embrioni di idee nel cervello, ma un'idea intera non
m'era venuta ancora.
Quando uscii dallo studiolo, mi era venuta.
Sapete che aveva fatto la mia Annetta? Era corsa dabbasso a dir tutto
alla sua Chiarina.
-- Ah! -- esclamai -- lo dirà a Valente!
-- Mi ha promesso di non dir nulla; e poi bisogna pur che lo sappia un
giorno o l'altro, se la cosa è vera; se invece è uno scherzo, che male
ci è?
-- Non è uno scherzo, -- dissi.
-- Sì? Ma allora siamo proprio ricchi!
-- Sì, purchè ci adattiamo a spogliare la tua Chiarina e
Valente!... --
Credevo d'aver gettato una doccia sul suo entusiasmo, ma ella soggiunse:
-- Non gli spoglieremo, faremo a metà; l'ho già detto a Chiarina, ed è
tanto contenta, tanto contenta....
-- To', e tu disponi così senza dirmi nulla?... -- dissi facendo il serio.
-- Sei tu che disponi, sono sicuro che questa idea è venuta anche a te.
Non vorresti già farti ricco colla miseria dei nostri migliori amici;
dunque, meglio che rinunciare alla donazione per restar poveri tutti,
tu accetti e fai due parti giuste....
-- E credi che l'amico Nebuli sarà contento di spartire con me?...
-- Vorrei vedere, non è lui che spartisce, siamo noi; e non si può
pretendere di più, mi pare; se fossimo milionari, via.... ma poveri
come siamo anche noi.... ci vorrebbe una bella faccia tosta a volere
che ci spogliassimo per lui.
-- Egli non pretenderà nulla, ma non vorrà niente da noi....
-- E che farà colla sua superbia?
-- Andrà in Cassazione.
-- Ci vada, ci andremo anche noi; sarà peggio per lui; la lite non la
vincerà egualmente....
-- Perchè?
-- Perchè se i tribunali questa volta hanno detto che il vecchio Corvi
era imbecillito, è segno che lo era proprio.
-- A te non pareva imbecillito per altro.
-- E nemmeno a te.... Ma l'hai conosciuto tu? L'ho conosciuto io? Che ne
sappiamo noi? Si diceva per dire.... --
A questo punto non mi trattenni più, le chiusi la bocca con un bacio,
poi le dissi dolcemente: -- taci, taci. --
Ella mi guardò sbigottita, comprese:
-- Diventavo cattiva -- disse -- non è vero?
Entrò in quella l'amico Nebuli; al primo vederlo indovinai che egli
sapeva tutto. Mi venne incontro e si sforzò di sorridermi, ma fui io a
prendergli la mano che egli non mi dava.
-- Che cosa dunque è accaduto di curioso? -- mi disse.
-- Ah! -- risposi -- gran cose! -- leggi.
Lesse egli le due lettere del signor Pasquali e del notaio; e disse:
-- Che combinazione strana! tu l'unico parente?... Che strana
combinazione!...
-- Non mi dici altro?
-- Ah!... sono contento, proprio contento....
-- Vuoi essere sincero? -- dissi io mestamente -- non sei contento....
-- Perchè?... Che ci perdo io? Non è forse meglio che la mia disgrazia
giovi ad un amico?
-- Sì, è meglio, lo sai benissimo che è meglio; ma confessa che hai
avuto un po' di dispetto a questa notizia, e ci è stato un momento,
in cui l'istinto ti diceva che la peggior disgrazia che ti potesse
capitare era questa di veder le tue spoglie indosso all'amico del
cuore, e confessa che tu a quell'istinto cattivo non hai tappato la
bocca subito....
-- Ebbene, sì, è vero; ma ora è passato.... ti giuro che sono contento e
me lo devi credere.
Ci stringemmo la mano forte.
-- Dunque posso accettare la donazione? -- chiesi ridendo.
-- Accetta, capperi! Ma ti avverto che andremo in Cassazione, che
abbiamo quattordici cause di nullità -- non te ne avrai a male?
-- Ti pare? nemmeno per sogno! ma in Cassazione non ci andrai, così la
lite sarà finita ed il mio caro parente non troverà nulla a ridire che
noi facciamo due parti di tutto; la mia porzione me la darai con tuo
comodo, un po' per volta, quando avrai venduto una dozzina di quadri;
lavoreremo entrambi e non imiteremo quei due buoni amici di tuo zio e
del mio caro parente.... --
Valente stava serio.
-- Che ne dici? -- insistei.
-- Non posso; la tua generosità è degna della nostra amicizia, ma io non
posso accettare nulla da te.
-- Già -- dissi -- da me no, dai tribunali sì; dillo chiaro che la mia
generosità ti offende, che ti faccio l'elemosina....
-- Senza amarezza -- disse lui -- non è forse vero?
-- No, che non è vero! -- esclamai -- i tribunali hanno dato oggi
ragione a me, ma ieri l'avevano data a te.... Siamo pari; se tu vai
in Cassazione ed hai quattordici cause di nullità, si torna da capo:
puoi perdere tu, posso perdere io: intanto gli avvocati ci mangiano
le rendite e ci rosicano il capitale, e il puntiglio ci addenta
l'amicizia. Fammi il piacere: scrivi al tuo avvocato che in Cassazione
non ci vai, io cercherò il mio per accettare la donazione. --
Ero stato eloquente; l'amico mi si buttò al collo, e mi diede un bacio
sonoro. Annetta non stava in sè dalla gioia.
-- Il -tuo avvocato- lo conosci? -- mi chiese Valente sorridendo.
-- No, è lui che conosce me, almeno così dice la lettera del -mio
parente-, ma io non l'ho mai veduto....
-- Mi viene un'idea! -- esclamò Annetta.
-- Sbagli, -- la interruppi leggendogliela negli occhi.
-- Il signor Bini.... -- insistè mia moglie.
-- Sbagli, -- ripetei; -- ti assicuro che sbagli. --
E diedi in uno scoppio di risa.
-- Il signor Bini verrà oggi, -- soggiunsi, -- lo chiederai a lui stesso,
vedrai che sbagli....
-- Come sai che verrà oggi?
-- È una mia idea fissa, sono sicuro che verrà. --
XIX.
Guardo sotto la maschera.
Infatti il signor Bini venne a farci visita, perchè da un pezzo non ci
vedeva, perchè probabilmente doveva lasciar Milano, ed anche perchè non
aveva voluto passar dinanzi a casa nostra senza salir le scale....
Non mancavano i -perchè-, come vedete!
A me, che lo guardavo curiosamente, pareva di non averlo visto mai più
compassato; si era cancellato il suo risolino malizioso, si era spento
lo scintillío de' suoi occhi penetranti.
Eravamo soli; nessuno ci poteva tradire, e provai anch'io a fare il
commediante, sedendogli di rimpetto, stando impettito quanto lui, e
costringendolo a strapparmi le parole ad una ad una come monete d'oro.
In quel gioco il vecchio si impazientì prima di me; vedendo che non
trovava il verso di farmi uscire dalla mia trincea nel campo aperto
delle chiacchiere, dove egli si sapeva il più forte, vedendo che se lui
taceva, tacevo io pure contro le regole della buona conversazione, che
le sue domande di quattro parole ottenevano risposte d'una parola sola,
vedendo tutto ciò, si decise finalmente a dirmi:
-- Caro signor Ferdinando, io ho l'occhio buono, e vedo che lei ha
qualche inquietudine che mi nasconde; non è capitato nulla di male?
-- Nulla.... -- dissi trionfante, -- al contrario, legga. --
E di botto, senza altro, gli consegnai le due lettere.
Le prese egli e le lesse con ordine, guardando prima l'indirizzo di
ciascuna; io non gli staccavo gli occhi di dosso, ed egli leggeva
sempre, muovendo le labbra, accomodandosi meglio in faccia alla luce,
quando trovava qualche intoppo....
-- Che cosa le pare?
-- È singolare.
-- Già, è singolare. --
Un istante dopo il signor Bini incominciò le interrogazioni.
«Avevo risposto? Non avevo risposto? Che volevo fare? Valente
sapeva?...»
-- È una cosa delicata, -- osservò poi.
-- Sì, molto delicata....
-- E pericolosa.
-- Niente affatto, l'amicizia vera non corre alcun rischio per una
miserabile questione d'interesse...
-- Però se ci entra il puntiglio....
-- Non lo lasceremo entrare.... ci è stato un momento, in cui....
-- Ah! ci è stato un momento in cui?...
-- Un momento solo; Valente ed io siamo ora d'accordo. --
E allora gli dissi tutto; per la prima volta dacchè conoscevo
quell'uomo, lo vidi commosso; egli si rizzò, mi strinse la mano e mi
disse: -bravo!-
Lo accompagnai fin sul pianerottolo e già stavo per chiudere l'uscio,
quando, fingendo d'essermi dimenticato di qualche cosa, lo riaprii e
dissi semplicemente:
-- Signor Pasquali! --
Il vecchio, che aveva sceso alcuni gradini, si volse di botto, mi vide
e rimase un istante a bocca aperta a contemplarmi.
-- Signor Pasquali -- ripetei colla massima naturalezza.
Allora l'apocrifo signor Bini risalì, pigliò le mie mani nelle sue, mi
guardò negli occhi e finalmente diede il segnale -- e rise, e risi -- un
bel duetto!
Per un pezzo non potemmo smettere; la nostra risata passò per tutti i
toni maggiori, fece le modulazioni più strane, proruppe negli accenti
più inusati -- e sempre senza che sprigionassimo le nostre mani, anzi
stringendoci più forte come per comunicarci saldezza e coraggio.
Quando finalmente a forza di far la prova ci riuscì di diventare serii
un po' più del naturale (come sempre accade), io dissi:
-- Signor Pasquali, capisco il suo inganno fino alla decisione della
lite; avrei fatto io altrettanto; spiego la continuazione del mistero
dopo la sentenza, perchè un uomo ordinato come lei, dopo aver avviata
una commediola, non poteva piantarla un paio di scene prima dello
scioglimento; ma sappia che oramai ha un pubblico, e non bisogna fargli
perdere la pazienza. --
Così io dissi scherzando.
-- Valente sa? -- mi chiese il signor Pasquali.
-- Non sa nulla.
-- Mi lasci il gusto della catastrofe; non gli dica nulla....
-- Fino a quando?
-- Fino a domani sera.
-- Benissimo, fino a domani sera.
Poi egli scese le scale ridendo, ed io ridendo finsi di tornarmene in
casa; ma cinque minuti dopo andai a trovar Valente.
M'ero prefisso di non dirgli nulla e forse perciò appunto avevo bisogno
di vederlo, di sentirlo parlare, di assaporare la dolcezza del mio
segreto come un avaro.
Mi parve che Marco nel ricevermi in anticamera avesse un aspetto meno
solenne del solito, il che avrebbe bastato a riempirmi di meraviglia;
ma pensate l'enormità del mio stupore quando egli, con un accento
bonario, di cui non lo credevo capace, mi trattenne per dirmi che aveva
qualche cosa a dirmi.
-- Che cosa? -- chiesi io rizzandomi in tutta la mia lunghezza e dandogli
mentalmente dei voi.
-- L'altr'ieri il signore mi ha licenziato....
-- Davvero?
-- Proprio.... e siccome ho trovato un padrone che ha fretta, vorrei
pregar lei di pregar lui, perchè mi lasci in libertà oggi stesso; non
farei una cosa simile, sa? se non si trattasse del mio stato.... perchè
veda, a perdere una buona casa si fa presto, se ci si mette il diavolo
in mezzo, ma trovarne una è difficile.... --
E nel dire queste ultime parole aveva ripigliata la sua dignità
veramente esemplare; ma nondimeno gli risposi:
-- Parlerò del -vostro- desiderio, vi posso promettere che sarete
lasciato in libertà anche subito.
-- Grazie -- disse lui.
Io entrai nello studiolo.... e che vidi? Una tela incominciata sopra
un cavalletto, un'altra addossata al muro, e la signora Chiarina tutta
impacciata, che si era messa dinanzi a quest'ultima con un vezzo pieno
di grazioso sgomento. Valente era di là.
-- Come sta? -- diss'io.
-- Bene, e lei?.... e Annetta? -- balbettò la vaga creatura facendosi
rossa.
Ed io scherzando:
-- Che ha? Che cosa mi nasconde? Mi lasci veder quel quadro.... --
Si fece più rossa ancora, se è possibile; all'ultimo disse allungando
il braccio e dandomi la sua manina come per far la pace, ma senza
muoversi:
-- Non se ne avrà a male?... mi perdonerà? Valente non ne ha colpa,
glielo assicuro io.... è stata una mia idea, lo so bene che lei non
aveva bisogno di questo....
-- Che cosa?... Come?... Perchè?...
-- Mi prometta di ridere, -- insistè la bella.
Risi.
-- Non si offenderà proprio?
-- Ma di che? --
Allora si scostò lentamente, chinando un pochino gli occhi a terra, ed
io vidi.... indovinate?... Il mio primo quadro che avevo mandato alla
Mostra, e che si era venduto miracolosamente dopo otto giorni.
La straniera incognita era lei, era quella donnina pentita della sua
idea gentile come d'una colpa.
Confesso che ne ebbi un briciolo di dispetto, un briciolo solo; poi
la gratitudine m'invase il cuore e non lasciò posto alle grettezze
della vanità, e quando mi sentii capace di ringraziar la signora
Chiarina sinceramente, soltanto allora il Russo usci dalle nebbie della
dimenticanza a consolarmi, e dietro a lui l'ignoto compratore delle
altre due tele.
-- Mi perdona?
-- La ringrazio -- risposi -- purchè non mi abbia fatto il tiro di
comperare anche la -Famiglia del Pescatore-.... Vediamo, non ha per
caso incaricato un Russo lungo come me, asciutto e magro, di trovar
bella la -rete- e di lasciarvisi pigliare per ottocento lire?
-- No, no.... e poi -- disse Chiarina, rinfrancandosi -- il suo quadro mi
piaceva tanto, eravamo ricchi.... che male c'era? Glielo volevamo dire,
ma lei era così contento che il suo quadro fosse stato venduto ad una
straniera, che.... --
È vero; io era stato così contento, che sarebbe stato un peccato
guastarmi quella gioia. Ne convenni di buon grado, e quando apparve
Valente, lo baciai sulle due guance per gratitudine.
-- Hai da farmi un piacere, -- gli dissi poi -- tu hai licenziato quel
buon diavolo di Marco....
-- Sì, ed anche il cuoco, incomincio a far economia.
-- Ebbene, quel poveraccio di Marco si raccomanda a me, perchè tu lo
lasci libero oggi stesso; ha trovato un buon padrone.... e....
-- Vada.... vada; -- mi disse Valente ridendo fra sè e sè....
-- Perchè ridi?
Non mi rispose, ma appena fummo soli un istante, si guardò intorno e mi
disse con un risolino misterioso:
-- Il signor Bini ne fa una delle sue....
-- Davvero?
-- Mi pose in mano una lettera, corsi coll'occhio alla sottoscrizione e
lessi:
IL PADRE DI CHIARINA.
Il testo del foglio diceva:
«Sono solo al mondo, sono vecchio; il cielo mi manda una figlia
quando meno ci pensavo; sia benedetto il cielo! Venga domani alle
5 in via Bigli nº 19, ho buone nuove da darle; conduca la moglie,
l'amico suo Ferdinando e la signora Annetta: faremo la pace....
Ah! Che mia figlia non mi respinga!»
Milano. 20 dicembre.
-- Già, non vi è dubbio, è lui! è un invito a desinare.
-- Che pace vuol fare? siamo mai stati in guerra?
-- È una metafora -- risposi ridendo. Ci andrai?
-- Devi dire: ci andremo?... Credo di sì.... ha buone nuove da darmi!....
Compresi la sua speranza fallace, ma gliela lasciai pensando: non può
fargli male.
-- È curioso -- dissi gettando ancora un'occhiata alla lettera..., -- mi
pare di aver visto altra volta questi caratteri!
-- Anche tu! mi pareva.... sai?... ma poi ho pensato che il signor Bini
non mi ha mai scritto....
-- Nemmeno a me.... pure, quei -g- colla coda ad uncino io li ho già
incontrati in qualche luogo; con quegli -o- che paiono fatti col
compasso, ci siamo visti altre volte di sicuro.
Stetti un momento a pensare.
-- No! no, non ci ha mai scritto il signor Bini.... -- e qui balenandomi
un'idea, finsi di cercare fra le carte del mio portafogli, e intanto
diedi un'occhiata alla missiva del signor Pasquali, che portava la data
di Lecco. Nessuna somiglianza.
-- No! no, non ci ha scritto mai.... -- ripetei -- e pure quei -g-....
quegli -o-.... --
Dieci volte in pochi minuti fui tentato di spifferare il segreto
del signor Bini; mi accontentai di sorridere, perchè l'amico Nebuli
chiedesse: che hai? -- ed io gli potessi rispondere misteriosamente:
-nulla.... nulla-.
XX.
Il signor Salvioni legge.
Recandoci il domani in via dei Bigli nº 19, si sapeva un po' tutti di
andare ad una specie di teatro, per ridere un po'; ma io solo credevo
di conoscere appuntino il programma dello spettacolo: «il signor Bini
ha trovato una figlia fabbricata a Parigi e non la vuol restituire....,
tanto più che nessuno si presenta per reclamarla. Quando tutto è in
regola il signor Bini si sdoppia, sfodera il suo -alter ego-, il signor
Pasquali; costui per far la pace col suo avversario nella lite, gli dà
in moglie -la figlia del signor Bini-.»
Ma il vecchio furbo incominciò dallo sgominare le mie idee, mettendo
la -catastrofe-, cioè quella che io reputavo tale, propriamente fuori
dell'uscio; perchè tutti potemmo leggere sulla soglia a caratteri molto
visibili: -Pasquali-.
-- Come! -- esclamò Valente, allora non è il signor Bini....
Parendo a me che la scritta sulla soglia mi desse licenza di dir tutto
quello che sapevo -- risposi:
-- È il signor Bini, e non è il signor Bini; perchè, come tu dicevi
benissimo l'altro giorno, il signor Bini non è il signor Bini. Mi
spiego: il tuo avversario nella lite, il misterioso compratore della
tua -Venere-, il padre -putativo- della signora Chiarina, sono tre
persone in una sola. Attenti -- soggiunsi -- vogliam ridere! --
E mentre le nostre donne ridevano sul pianerottolo, il campanello rise
chiassosamente di là dall'uscio: poi l'uscio s'aprì, e comparve....
indovinatelo che non è difficile, comparve Marco, il solennissimo
Marco, impassibile e dignitoso sotto la livrea nuova.
Ci guardammo in faccia, e tornammo a ridere, sperando di farne venir
la voglia anche al servitore, il quale non si lasciò tentare, e
c'introdusse in una «vasta e ricca sala, splendidamente illuminata»
come nell'ultimo atto di una commedia allegra, in cui si fanno le
nozze. Nel mezzo d'una parete si vedeva la -Spuma del mare- dell'amico
Nebuli, fiancheggiata da due mie creature, le ultime che avevano
lasciato la Mostra Permanente. Mi volsi con una gran paura d'incontrare
-la famiglia del pescatore- nella parete opposta, e mi consolai non
trovandocela. Almeno il mio Russo non aveva fatto per ridere!
Una verità dolorosa mi dicevano quelle due tele, ed è che vendere i
quadri di genere non è poi tanto più facile a Milano che a Torino, come
Annetta ed io ci eravamo messi in capo.
Un istante dopo entrò il signor Pasquali.
-- Caro signor Bini, gli dissi....
-- Signor Bini.... -- ripetemmo tutti ridendo.
-- Pasquali Bini ai loro comandi; rispose egli senza turbarsi -- si
accomodino; lei, figliola mia, segga in questa poltroncina a fianco
dei babbo.... Perchè hanno da sapere, -- proseguì, -- che ho trovato
una figlia.... eccola.... vuol venire nelle mie braccia, signora
Chiarina?... no? ci verrà più tardi... --
Provammo ad interromperlo; non ci fu verso.
-- Mi lascino dire; devono anche sapere che io sono un po' testereccio,
voglio le cose a modo mio, e solitamente le cose non si fanno pregar
troppo. Ora voglio che la signora Chiarina sia mia figlia, che mi
chiami babbo, che mi dia del -tu- e ogni mattina un bacio.
-- Ma lei non è mio padre! -- osservò Chiarina.
-- E che ne sa lei? Era forse al mondo la signorina quando accadde la
cosa? Sappia che andrò all'ufficio dello Stato Civile, a dire che lei
è mia figlia, e tutti lo crederanno; se lo chiamano -Stato Civile- è
perchè ci è della gente garbata, incapace di dare una smentita ad un
vecchio pieno di reumi e di rimorsi. Appena io l'abbia riconosciuta,
lei si chiamerà Chiarina Pasquali, vedova Salvioni....
-- Vedova! -- esclamò Valente.
Ma il vecchio tirò dritto:
-- Si chiamerà Chiarina Pasquali, e per mettersi in regola colla legge
del sangue, incomincerà a volermi bene così (si toccava la prima
falange d'un dito), poi così (toccava la seconda), poi un po' più,
ed io ne avrò abbastanza; se col tempo mi vorrà adorare, mi lascerò
dare dei vizii, e per farle piacere procurerò di stare al mondo il
più possibile. No? tutto questo non le accomoda? e allora io me ne
andrò presto, lasciandola erede del fatto mio.... Quanto a lei, signor
Ferdinando, sa benissimo che siamo parenti.
-- Lontani! -- interruppi.
-- Sì, lontani, ed è una fortuna per me ch'io non l'abbia perduto di
vista; dunque mi farà la cortesia d'accettare la donazione, e non se ne
parli altro.... --
Valente, dopo d'aver pagato il suo tributo all'ilarità comune,
ridiventava pensoso.
-- Che pensa?
-- Penso che la sua è una burletta piena di grazia, ma che non posso
permettere....
-- Lei non ha nè da permettere, nè da impedire; lo domandi al suo
avvocato; lei ha da star zitto; a suo tempo mi chiederà la mano di mia
figlia.... e vedremo. --
Qui Valente fece un sospiro lungo, e la signora Chiarina abbassò il
capo sul petto. Allora il vecchio si rizzò in piedi ed accostandosi ad
un uscio, disse forte:
-- Signor Salvioni, venga pure. --
A questo nome di Salvioni, Valente e Chiarina sollevarono la testa con
titubanza. Anch'io ebbi un sospetto orribile, e come in un baleno vidi
una commedia mostruosa e crudele; ma il signor Salvioni apparve, ed era
la persona più innocua dell'universo, era il signor Salvioni da burla,
era quello della piccina, della macchina da cucire, dell'appetito,
della lettera che ci aveva messo indosso il famoso sgomento....
Il signor Pasquali Bini ce lo presentò come suo segretario.
-- Indovino! -- esclamò Valente. -- È lui che ha scritto la letterina di
ieri!?
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