segreto di quel -disastro-.
A qual fine svelare alla povera orfana la sua origine? Perchè farla
affacciare alla porta d'un segreto che sarebbe stato il gran dolore
di tutta la sua vita? Crebbe la fanciulla nella persuasione d'essere
figlia di Giorgione, e più tardi, apprendendo che costui non era
suo padre, pianse come se le venisse tolto davvero. Giorgione aveva
passata la cinquantina da un pezzo; la fanciulla era giunta ai diciotto
e per essere propriamente padre e figlia in faccia alla legge bastò
il consenso d'entrambi, una domanda e la sentenza d'un tribunale --
tutto ciò fu fatto dinanzi a due testimonî, che furono i due allievi
prediletti di Giorgione: Valente ed un certo Salvioni, prodigioso
ingegno, ma testa pazza e cuore bacato. E così Chiarina non seppe mai
che il suo padre vero fosse....
-- Chi?
Quando io feci questa domanda all'amico Nebuli, egli mi rispose
crollando il capo che non lo sapeva neppur lui: Giorgione aveva
custodito bene il suo segreto.
-- Ma non temette egli di nuocere alla piccina tacendo?
-- Temette di nuocerle parlando; ma forse chi sa?... Quando più non
era in tempo, quando si avvide che era la sua ora d'andarsene, che
Chiarina sarebbe rimasta sola nel mondo, forse allora si pentì, -- era
tardi.... --
Non ci comprendevo più nulla.
Valente mi guardò un pezzo titubante, poi prese le mie mani nelle sue,
come per farmi una preghiera, come per strapparmi una promessa.
-- Più nessun segreto con te; ti dirò tutto.
E mi disse tutto senza una reticenza, senza un turbamento.
Quel tal Salvioni, pittore, che era da molto tempo nella intimità
del vecchio Giorgione, si accese per la fanciulla. Lo ammaliava la
bellezza sovrana delle forme di lei bambina, che aveva dato al pennello
del vecchio artista un capolavoro; egli si divorava la giovinetta
cogli occhi, costringendola ad arrossire. Ma il vecchio aveva fatto
una campagna, come si dice, ora ci vedeva chiaro e faceva la guardia
come un veterano, tanto che il discepolo, non potendosi confessare a
Chiarina, si confessò al maestro. Giorgione disse una sola parola; --
Sposala! -- Ma il Salvioni era come tanti; amava la fanciulla, abborriva
il matrimonio; trovò la penitenza enorme e chiese tempo a pensarci.
Allora Giorgione consigliò al discepolo di non venire più nello studio,
finchè avesse deliberato; e l'altro messo alle strette deliberò, venne
e sposò Chiarina.
-- La sposò proprio? -- interrogai.
-- La sposò proprio.
-- E tua moglie... cioè, la signora Chiarina, si lasciò sposare?
-- Aveva diciotto anni, le dissero di dir di -sì,- glielo dissi anch'io,
lo disse.
-- Anche tu!... Comprendo..., il Salvioni morì....
-- Non comprendi, -- interruppe Valente, con un sorriso melanconico,
-- non puoi nulla comprendere! Il Salvioni in capo a sei mesi di
matrimonio, dopo aver fatto patire alla poveretta perfino la fame,
senza che ella si lamentasse mai, un bel giorno, cioè un brutto
giorno, se ne partì chiedendo il perdono di Giorgione e di Chiarina,
promettendo di tornare quando fosse ricco. Intanto aveva consumato
la piccola dote della sposa. All'improvviso annunzio Giorgione
accorse alla casa vedovata, apprese a Chiarina la nuova sventura,
preparandovela colle sue moine da babbo, poi le coprì di baci le guance
pallide, le asciugò le lagrime colle carezze e di nuovo se la condusse
a casa a braccetto. Quando ebbe accomodato tutto ciò, fece la sua brava
malattia di due settimane, andò fino al limitare del mondo di là e
tornò indietro a ripigliare le fatiche ed i doveri di padre.
-- Dov'era andato il Salvioni? -- mi arrischiai a domandare dopo alcuni
istanti di silenzio.
-- Non si seppe mai. Ma una volta avevo inteso Giorgione dire che
quel capo scarico non lavorava più, perchè si era messo in testa di
ritrovare il padre di sua moglie, e più d'una volta udii lui stesso,
il Salvioni, quando era brillo, inveire contro gli snaturati che
abbandonano le loro creature. Sapeva della mia eredità ed era chiaro
che la sorte mia gli faceva invidia, anche lui voleva arricchire senza
fatica.
Un giorno fui chiamato in fretta allo studio di Giorgione; si
sentiva male, aveva una gran sonnolenza, contro cui si ribellava con
coraggio. Mi vide, mi afferrò le mani nelle sue fredde, e trovò la
forza di raccomandarmi Chiarina; si assopì, per poco; svegliandosi: --
«dev'essere a Milano!» -- disse, poi si assopì di nuovo, per sempre.
-- E tua moglie? -- chiesi quando mi parve che il silenzio durasse più
del necessario.
Non ebbi risposta. Provai ancora ad offrirgli un mozzicone di frase,
perchè mi usasse la cortesia di continuarlo.
-- La signora Chiarina rimase.... --
Ma Valente muto come un pesce. Ed io:
-- Rimase vedova.... naturalmente, e poi? --
L'amico Nebuli si rizzò in piedi.... ma qui ci sta un'osservazione e
ce la metto. Nella settimana d'un uomo lungo vi sono momenti, in cui
egli avrebbe bisogno di rimpicciolirsi; immagino che il contrario debba
accadere più spesso ai piccini, e che i mezzani non siano in condizioni
migliori, non si potendo accorciare od allungare come i cannocchiali;
perciò quando l'amico Nebuli si rizzò in piedi con una certa solennità,
compresi subito che quello che mi voleva dire gli sarebbe costato meno
fatica scendendo dall'alto, e rimasi a sedere.
Ma per quanto egli si provasse, ed io lo incoraggiassi cogli occhi, non
gli venne fuori una sillaba.
Allora abbassando la voce chiesi: -- non è tua moglie? -- ed egli
abbandonò le mie mani e ricadde al mio fianco -- non era sua moglie!
Il resto si racconta in due parole. Valente raccolse la bella ed i
pochi, pochissimi spiccioli del padre adottivo di lei, ne vendette le
tele ed i mobili all'incanto e fu lui stesso il maggior offerente;
ripose il tutto nel suo quartierino da scapolo a Parigi, parlò al
console italiano, scrisse e fece scrivere ad altri dieci consoli
chiedendo notizie del pittore Salvioni, a cui voleva restituire il
denaro e la moglie: passò un anno.
A lungo andare Valente e Chiarina cominciarono ad accorgersi che la
loro condizione si faceva insopportabile, che un gran pericolo era
sempre imminente, e la maldicenza ai loro calcagni, e la curiosità dei
vicini invariabilmente alla finestra, scettica, maliziosa, beffarda,
tanto che alla fine sentirono entrambi il bisogno di spacciare alla
malizia della gente una bella menzogna e darsi al mondo per marito e
moglie....
Così andarono le cose, secondo mi disse Valente, ma qui mettendo un
po' d'immaginazione e di buona volontà dove l'amico metteva qualche
reticenza, io supponevo, cioè non supponevo, ma avevo paura di
supporre.... e mi pareva di vederla alla finestra la mia malizia di
vicino di casa, scettica, curiosa e beffarda. Io che sono bonario non
desideravo di meglio che di poter paragonare la signora Chiarina e
Valente a quelle due isolette castissime scoperte da un poeta moderno;
mi ci provavo, e quando a forza di buona volontà ero riescito a tirare
a galla le due isolette nel piccolo mare della mia immaginazione, ecco
un altro mare più piccolo, quello dipinto dall'amico Nebuli,...
-- A te ora, -- mi disse costui all'improvviso; -- chi è il vecchio della
birreria?
-- Chi è il vecchio della birreria? -- ripetei.
-- Chi credi che sia?
-- Il signor Salvioni, -- risposi da vero sbadato. --
Ed accorgendomi d'averla detta grossa, corressi:
-- Il signor Salvioni no, probabilmente; dev'essere più giovane un
pezzetto.... Per altro... fammi il piacere.... Giorgione, prima di
morire, disse: -- -dev'essere- -a Milano-; di chi parlava se non del
Salvioni?
-- Sicuro; se avesse parlato del padre di Chiarina non avrebbe detto
-dev'essere-, avrebbe detto -è-, perchè sapeva benissimo dov'era, od
avrebbe proferito il nome, che era la più spiccia.
-- Lo vedi!
-- Sì, ma perchè mai sospettava che il Salvioni fosse a Milano, se non
perchè?...
-- Capisco! -- interruppi con una specie di grido sommesso, -- se non
perchè credeva il marito di tua.... della signora Chiarina capace
d'aver penetrato il mistero e di fare una corbelleria?
-- Ci sei!
-- Ci sono; e tu, venendo a Milano, cercavi il Salvioni o l'altro?
-- Non lo so nemmeno io, -- balbettò l'amico, -- uno dei due, ma il
Salvioni avevo quasi perduta la speranza d'incontrarlo, le nostre
pratiche erano riuscite vane.
-- E facendo la -spuma del mare-, e dando alla tua Venere il volto
della signora Valeria, ed esponendo il quadro alla Mostra permanente tu
speravi di costringere....
-- Costringere no.... ma forse di rendere più facile il dovere ad
un vecchio pentito.... di avvicinare d'un gran passo il padre e la
figlia.... Venti volte mi battè il cuore affrettato alla vista d'un
compratore....
-- Dunque, secondo te, il vecchio della birreria?
-- Il vecchio della birreria non è da oggi che me lo vedo fra i piedi,
l'avevo già visto passar sotto le mie finestre e guardare in alto.
L'altro ieri un signore, un vecchio, sottopose il portinaio ad un
interrogatorio sul conto mio, sul conto di Chiarina, sul tuo; ieri ci
inseguì per istrada, ci precedè nella birreria....
-- E stamane, proseguii pigliando il filo, stamane appicca discorso
con me.... s'innamora del tuo quadro che vuol pagare il doppio degli
Americani, non mi dice il suo nome, è informato dei fatti tuoi....
verrà.... --
Tacemmo entrambi; collo sguardo e coll'atto ci proponevamo lo stesso
quesito:
-- Chi era il vecchio della birreria?
-- Il signor Bini -- entrò a dire il servitore in livrea, proprio come
nelle commedie moderne.
Ci levammo di scatto tutti e due -- un vecchio entrò -- era lungo, era
diritto, era anche un po' impacciato -- era lui!
IX.
In cui l'incognito comincia a tormentare la mia curiosità.
La mia presenza rese facile il colloquio e lo fece subito volgere
ad una specie d'intimità. -- Quel caro signor Bini aveva una sua
venuzza ironica, sottile, ma perenne, che gocciolava sempre, cosicchè
mentre lui era quello che, secondo tutte le leggi della fisiologia e
della psicologia, doveva aver bisogno di rinfrancarsi, eravamo noi a
commoverci per conto suo; era lui che si abbandonava sul canapè, noi
che ci tenevamo impettiti sull'orlo della sedia a guardarlo cogli occhi
grossi.
Unico indizio del suo -grande affanno-, una curiosità sfacciata,
petulante, che fissava tutti gli oggetti a lungo e minuziosamente,
senza perdere la sintassi del periodetto infilato; la sua lingua
andava lenta, ma senza intoppi, come un movimento d'orologeria. -- «A
credergli, per ciò solo era.... venuto.... perchè aveva visto.... la
Venere.... dell'amico Nebuli.... e con tutti i suoi anni.... che non
eran pochi,... se n'era.... innamorato.»
Quanti erano i suoi anni?
Io lo chiesi, perchè pensai che, non chiedendolo allora, non avrei
forse trovato un momento migliore, ed egli rispose che erano -sessanta
suonati-, e continuò a svolgere comodamente la sua filastrocca.
Valente ed io ci guardammo alla sfuggita per dirci che il conto tornava
benissimo.
L'amico Nebuli diè la risposta già data a tanti -- «la sua Venere
non era in vendita,» -- ed il vecchio si accontentò di sorridere; non
aveva premura, avrebbe aspettato.... sperando.... non si sa mai....
in un mutamento d'idee; intanto.... se gli si permetteva.... sarebbe
venuto.... a trovar lui e l'ottimo signor Ferdinando.
Il signor Ferdinando ero io, come sapete, e vi assicuro che non
me ne stupii, sebbene il mio nome non glielo avessi detto proprio.
Quanto all'-ottimo-, che ne poteva saper egli? perciò lo respinsi
garbatamente, protestando che era lui -troppo buono-.
Ancora poche ciancie inutili, molte occhiate in giro, poi il signor
Bini spiegò di nuovo tutta la sua lunghezza, ci strinse le mani, ripetè
che.... se non.... incomodava.... sarebbe tornato.
Nell'attraversar le camere con una lentezza adorabile, a me parve che
facesse l'inventario dei mobili senza averne l'aria.
Della signora Chiarina non si era detto verbo; Valente mi confessò poi
ch'era stato lì lì per andarla a chiamare, ma che non aveva trovato un
pretesto.
La signora Chiarina -- ecco l'esperimento solenne che ci voleva! ma ora
che concludere, perchè sarebbe pur stato bello concludere qualche cosa
dopo un colloquio di quella fatta?
Era -lui?- Non era -lui?-
-- Non ti pare che le somigli? -- mi disse l'amico mio.
In coscienza no, non mi pareva; ma io non l'aveva guardato che
nell'insieme; forse bisognava esaminarne i particolari, come aveva
fatto Valente, il quale si era fermato al naso come ad un indizio
rivelatore....
Ma quando io mi trovai per la seconda volta faccia a faccia col
vecchio, ed afferrai ben bene ed a lungo il suo naso co' miei due
raggi visivi, dopo avere stentato a lasciarlo andare perchè stentavo
a credere a me stesso, mi dovetti convincere che il cuore, od il
sistema nervoso, od un'illusione ottica aveva tradito l'amico Nebuli.
Era un naso dritto, sottile, come dritto e sottile lo aveva la signora
Chiarina, ma i nasi hanno cento maniere d'essere dritti e sottili senza
perciò assomigliarsi menomamente.
Piuttosto bisognava cercar la somiglianza altrove: -- spianandone le
rughe, spargendovi una profusione di biacca.... pareva a me....
Mentre io così fantasticava, non staccando gli occhi di dosso al
vecchio, facendo ogni tanto di sì col capo, sorridendo quando lo vedevo
sorridere, senza sentire una sillaba di quanto diceva, una parola mi
venne a svegliare di botto.
-- L'-ordine-.... -- diceva il signor Bini.
Che cosa diceva dell'-ordine-? Ne diceva bene, lo metteva in alto,
in alto, sopra tutte le virtù cardinali e teologali, lo vedeva in sè
stesso, in me, nell'amico Valente, nella terra, nel cielo, nei fiori,
nelle stelle, e si accalorava un tantino, come se l'avesse regalato lui
al mondo, e facesse le difese d'una creatura sua propria.
Valente mi guardava sorridendo.
Confesso una debolezza che non so spiegare; sopra la compiacenza grande
che mi cagionava il trovare le mie medesime opinioni in un altro,
galleggiava un dispettuzzo piccino.
Provai a mettermi alle calcagna del vecchio per raggiungerlo; egli mi
lasciava dire, finchè con un nuovo balzo si spingeva distante, ed io
di nuovo dietro. L'ordine faceva questo -- (lo avevo detto anch'io) --
faceva anche quest'altro (questo pure avevo detto e ne chiamavo Valente
in testimonio) -- ma infine l'ordine fece cose, di cui io non l'avevo
mai creduto capace, e allora mi rassegnai a restituire il suo sorriso
malizioso all'amico Valente.
Una bizzarra maniera, tutta propria del signor Bini, era quella di non
darsi mai vinto.
Mi provai una volta che egli diceva -sì- a dir di -no-, egli ripetè
-sì-, io -no-.... -- sì -- no.... sì -- ammutolii; un'altra volta egli
disse -no-, io -sì- -- no sì.... no -- tornai ad ammutolire.
Immaginando che entrasse anche questo nella sua monomania dell'ordine,
mi proposi di lasciarlo dire sempre, senza contrastargli. Ma egli non
pareva contento della nostra approvazione muta; quando aveva dato alle
sue idee una foggia paradossale e non si vedeva contraddetto, mandava
in giro certe occhiate di sconforto e correggeva egli medesimo la sua
sentenza.
Una volta aveva sentenziato:
-- -Il disordine non esiste.-
Valente uscì a ridere forte -- io zitto.
-- -Non esiste il disordine-.
Se dicendo -esiste,- avessi potuto distruggerlo (il disordine,
intendiamoci, non il signor Bini), non lo avrei detto.
E il vecchio, dopo d'avermi cimentato invano, sorrise e si corresse
così:
-- Non esiste il disordine, se non come manifestazione dell'ordine.
-- Bravo! -- esclamai.
Lessi negli occhi dell'ottimo signore la voglia prepotente di ribattere
-- -non è vero- -- ma egli trionfò di sè medesimo, non lo disse.
In quella entrò la signora Chiarina.
Ci alzammo tutti e tre di scatto.
-- Il signor Bini! -- balbettò Valente -- la mia signora. --
Il vecchio s'inchinò. La signora Chiarina sedette, fece due ciance
soavissime, il suo visino di latte divenne come una fragola un paio
di volte -- sorrise -- e innamorò il vecchio, come aveva innamorato ogni
altro, compresa la mia Annetta.... e me stesso.
Come doveva battere il cuore del signor Bini!
Per me, che mi vanto d'essere penetrante, le sue occhiate tenere quando
si figgevano nel volto angelico, le altre mandate in giro lentamente
per la sala, le altre fuggitive lanciate a Valente, per me, dico,
nessuna di queste occhiate andò perduta. Dicevo in cuor mio: -- Ora
pensa allo stato, in cui vivono, ed ora pensa che si amano, e non
sa.... poveretto!... ed ahi! ora forse pensa che a lui non è concesso
d'amarla in palese! --
Poi egli si distraeva ed io ne approfittavo per confrontare i volti
ravvicinati della fanciulla e del vecchio.... la somiglianza -forse-
vi era, impercettibile per un occhio profano, ma forse vi era! -- E
guardando Valente trovavo il suo sguardo fisso nel mio, ed egli diceva
a me, ed io dicevo a lui che la somiglianza v'era.... forse.
Il signor Bini non tradì altrimenti il suo segreto; fu disinvolto
quanto è possibile, fu curioso quanto è lecito, e forse un po' più,
finalmente si rizzò, strinse la mano bianca della signora Chiarina
nella sua rete di tendini, e fece un inchino profondo.
Quando se ne fu andato, la signora chiese: -- Chi è quel vecchio?
Valente tardò a rispondere, io dissi commosso:
-- Il signor Bini. --
E rimasti un istante soli, Valente ed io:
-- Le somiglia? mi domandò.
-- Forse le somiglia, risposi, ma nel naso no, di sicuro.
-- Nel naso no, ripetè Valente; forse....
-- Aspetta, interruppi.... -- e tratto di tasca il taccuino, scrissi due
linee -- in che le somiglia?
-- Nella bocca, mi pare.... che ha piccina; nelle labbra che, quando non
sorridono con malizia, fanno il sorriso buono di Chiarina.... --
Così disse Valente.
E allora io lessi sconfortato quello che avevo scritto sul taccuino:
«Spianandone le rughe, aggiungendo i capelli mietuti dai tempo,
spargendovi una profusione di biacca, la fronte è tale e quale.»
Tornò la signora Chiarina.
X.
Il signor Bini continua.
Valente aveva aperto due finestre alla mia curiosità; una metteva nel
passato, l'altra lasciava intravedere l'avvenire; ed io mi interrompevo
spesso durante il lavoro per affacciarmi ad una delle due. La mia
Annetta allora mi camminava intorno in punta di piedi, perchè mi
credeva in contemplazione dinanzi ad un'idea da mettere in cornice,
ed io, non le potendo dire la verità, che non era cosa mia, le davo un
sorriso ed un bacio.
Passavano intanto i giorni, ed il signor Bini rimaneva impenetrabile
come i geroglifici, quando nessuno ancora li aveva penetrati. La sua
freddezza con noi era meravigliosa: solo messo in faccia alla signora
Chiarina, egli pareva lasciarsi sfuggire un lembo del suo segreto,
ma non mai tanto, che noi potessimo afferrarlo e strapparglielo ed
esclamare: -- ora l'abbiamo, è lui! --
Quando diceva qualche parolina amabile alla signora, o la chiamava
«la mia bambina,» o la guardava a lungo negli occhi, tenendola per
mano, e l'abbandonava appena si fosse fatta rossa, per ridere forte,
dicendosene innamorato cotto: quando faceva tutto ciò, era propriamente
un altro uomo uscito per arrendevolezza dalla sua buccia solita.
Del resto anche la sua buccia solita, veduta da vicino, non mi
spiaceva, perchè la severità era in lui corretta da un certo umor
testereccio e beffardo; il sussiego da un sorriso di malizia. Valente
ed io ci trovammo pienamente d'accordo nel dire che il fondo del signor
Bini doveva essere eccellente.
Solo non si sapeva più come tenerlo lontano, perchè ogni santo giorno
il vecchio veniva a farci la visita e ce la faceva abbondante.
Forestiero in Milano, diceva lui, gli avanzava ogni giorno del tempo,
di cui non sapeva che farsi; lo regalava a noi; e per di più voleva che
smettessimo le cerimonie con lui, dando egli il buon esempio -- insomma
un capolavoro di faccia tosta.
Quando veniva in casa mia, si accomodava nella poltroncina dinanzi
al cavalletto, e mi stava a guardare, oppure andava in giro per lo
studio, cacciando il suo naso dritto e sottile ne' miei cartoni, che mi
chiedeva il permesso di mettere in ordine.
-- Faccia, faccia! -- rispondevo; e lo stavo a guardare come un fenomeno.
Egli faceva, poi se ne veniva a me, dicendomi con accento paterno:
-- Quanto tempo li lascerà stare? Vediamo..... ah! come è disordinato
lei! Ma già tutti così loro artisti! --
Un po' di ragione l'aveva, perchè da quando mi ero incontrato in uno
che voleva bene all'ordine più di me, mi pareva di volergliene io meno;
ma buscarmi a quel prezzo del disordinato, era e non era un'iperbole
superba e veramente curiosa? Ridevo.
Da un pezzo non si parlava della causa -Corvi- =contro Corvi.=
Una volta mi venne in mente di botto, mentre io stavo ritto dinanzi al
cavalletto, il signor Bini a sedere.
-- To'! -- esclamai, -- dev'essere domani il gran giorno....
-- Non è domani, -- m'interruppe il vecchio.
-- E sa lei di qual giorno parlo?
-- =Corvi contro Corvi.=
-- Appunto.... ma che mi dice?... è proprio domani....
-- Non è domani. --
Stetti zitto.
-- Fu chiesta una -proroga- -- soggiunse il vecchio quando ebbe
assaporato il suo trionfo.
-- Come lo sa? domandai col pennello in aria.
-- Mi sta a cuore la lite dell'amico suo; finchè non abbia perduta la
lite, non mi venderà la -Venere-, ed io la voglio.
-- Valente non perderà la lite -- dissi io -- i tribunali gli hanno già
dato ragione una volta....
-- I tribunali hanno spropositato una volta più del necessario, --
disse il signor Bini senza accalorarsi; -- vi sono prove evidenti
dell'imbecillità del vecchio Corvi.
-- A me il vecchio Corvi pare pieno di giudizio.
-- Non dica che le -pare.-
-- Mi pare, lo dico.
-- Non lo dica, lo desidera, ecco tutto.
-- Mettiamo che sia così; che ne risulterebbe?
-- È così, e ne risulterà l'annullamento delle disposizioni
testamentarie; l'amico suo sarà condannato a restituire un terzo
dell'eredità avuta.
-- Appena?
-- Appena.... ma un terzo dell'eredità avuta dallo zio, il quale stette
al mondo tanto da consumare la metà del -fatto suo-, cosicchè il terzo
d'allora è diventato i due terzi del patrimonio d'oggi.
L'aritmetica non si poteva lamentare, perchè era scrupolosamente
applicata. L'erudizione del signor Bini cominciava a spaventarmi.
-- L'altro terzo -- soggiunse il dottissimo signore -- se ne andrà nelle
spese della lite.
-- È proprio sicuro di quello che dice?
-- Lo domandi agli avvocati.
-- E che farà Valente? -- dissi io.
-- Ricorrerà in Cassazione e venderà la -Spuma del Mare-.
-- E qual è il vantaggio di ricorrere in Cassazione?
-- Lo domandi agli avvocati -- rispose il vecchio col suo sorriso
malizioso -- la lite potrà tirare in lungo un altro paio di annetti....
le par poco?
-- Tutta colpa....
-- Tutta colpa del vecchio Corvi.... -- m'interruppe il vecchio.
-- Ma se era imbecille?
-- Appunto per questo.
-- Dica invece tutta colpa dei due amici, perchè, deve sapere, se non lo
sa.... lo sa?
-- Dica, dica.
-- Deve sapere che il Pasquali ed il Nebuli erano amici intimi, proprio
come Valente ed io, e per una miserabile questione di denaro....
per un puntiglio meschino.... si ritolsero prima l'affetto... poi il
saluto, poi la stima, poi la pace.... finchè l'uno morì strozzato dalla
consolazione di lasciar l'altro mezzo strozzato dal dispetto. --
Avevo messo delle pause nel mio periodo, perchè m'aspettavo d'essere
interrotto, invece fui lasciato dire.
-- Me l'avevano detto che la storiella era andata così. --
Manco male che glielo avevano detto!
-- E del signor Pasquali che cosa ne sa?
-- So che è una specie d'orso, un brontolone, uno stravagante.
-- Precisamente; vive in una sua villa sul lago di Como, non si muove
mai, non ha figli....
-- Non ha figli.
-- La colpa è sua.
-- Tutta sua, tutta sua.
-- Non già di non aver figli -- dissi sorridendo.
Ed egli sorridendo ripetè:
-- Non già di non aver figli.
-- Della lite....
-- Della lite. --
Lo guardai sbalordito; non pensava più a contraddirmi, si fregava le
mani, sorrideva a quella tale incognita della birreria o ad un'altra
consimile.
Alcuni istanti dopo si rizzò in piedi, ed andò a chiamare a tutti gli
uscî la mia Annetta; quando ella comparve ed egli le ebbe stretta la
mano, scese le scale.
Una stranezza da aggiungere alle altre: dimenticò la solita promessa di
ritornare, e fui io a gridargli dietro: -- a rivederla! --
XI.
Qui una signorina leggerà due volte senza comprendere.
Da un gran pezzo (due giorni lunghi) portavo di nascosto il mio
segreto. Era pesante e fastidioso; mi legava le membra, chiudeva i miei
gesti, solitamente larghi, in una piccola cornice di pochi centimetri
di lato, mi mozzava le parole in bocca e mi faceva pigliare dinanzi a
mia moglie l'aria d'un marito che ne avesse fatta una grossa; con tutto
ciò non dicevo nulla, tenevo tutto per me.
Quel giorno, appena il signor Bini se ne fu andato ed io mi trovai
faccia a faccia colla mia Annetta sorridente, non seppi più resistere,
la trassi a sedere in un canto, e fattomi promettere tutto quello che
avevo promesso io, mi parve di essere nel mio diritto, cacciando di
casa quel segreto importuno. Bisognava pigliarlo per le spalle senza
preamboli, ed io lo pigliai solennemente così:
-- Hai da sapere, Annetta, che in casa dell'amico Nebuli vi è un mistero.
Essa mi guardò sbarrando gli occhi.
-- Che la tua cara, la tua bella, la tua buona signora Chiarina, la tua
innamorata in una parola, ha un segreto.... --
Annetta faceva segno di no con tanto seriume, che mi parve vedere in
lei la -scuola- del signor Bini. Tacqui.
-- Non l'ha più, -- disse mia moglie -- mi ha detto tutto.
-- Tutto?
-- Tutto.
-- E tu non mi dicevi nulla?
Rise, per non rispondere. Ed io serio:
-- La signora Chiarina ti ha detto quello che sa lei, cioè.... che
Valente....
-- Non è suo marito, che il marito suo è un altro, il quale dev'essere
morto.... e che lei ama Valente, e che col tempo si sposeranno davvero.
-- Col tempo! -- sospirai -- ma non ti ha potuto dire quello che essa
medesima non sa e che ti voglio dir io.
Le narrai la faccenda della signora Valeria, della -Spuma del Mare-, ed
i sospetti che aveva fatto nascere il misterioso signor Bini. --
-- È lui! -- sentenziò, -- le somiglia....
-- In che?
-- Nel naso. --
Fu la mia volta di crollare la testa col sussiego del signor Bini; poi
dissi:
-- Se anche è lui, come costringerlo a confessare la sua paternità? Il
codice non vuole, ed io dico che fa benissimo. Per me il signor Bini è
il signor Bini, non ne dubito menomamente, ma se mai egli fosse quel
duca, quel marchese, quel conte, quel pezzo grosso insomma che mise
al mondo in un momento di distrazione la signora Chiarina, è evidente
che non vuol darsi a conoscere. Ci avrà le sue ragioni, doveva prender
moglie vent'anni sono; a quest'ora probabilmente l'ha presa ed ha
figli o figlie da marito, alle quali non può regalare una sorella
di contrabbando.... Questo è un romanzetto abbastanza verisimile; ti
pare?... ne ho fatti una dozzina; intanto per me non vi è dubbio che il
signor Bini è il signor Bini....
-- Potrebbe essere.... notò Annetta.
-- Sì, potrebbe essere, anzi deve essere un mediatore od un mandatario.
Ma non mi par tanto liscia; e ad ogni modo costui o non sa nulla,
o non dirà nulla; e sapendo e volendo dire, non muterebbe virgola
all'articolo del codice.
-- Il tuo codice è snaturato.
-- Il mio codice è pieno di buon senso; ti pare che la società possa
essere lasciata sotto la minaccia perpetua d'una legione di monelli,
che ha approfittato dei minuti piaceri dei galantuomini per venire al
mondo?.... E poi il -mio- codice non l'ho fatto io.... La conclusione è
che al padre della signora bisogna rinunziarvi, e allora?
-- E allora che cosa?
-- Allora bisogna trovare il marito, -- diss'io abbassando la voce --
bisogna trovarlo a tutti i costi.
-- E perchè farne del marito?
-- Per restituirgli la moglie.... se ancora si è in tempo.
-- Io credo di no, -- disse Annetta ingenuamente -- e poi il marito è
morto. Chiarina ne è sicura.
-- E Valente? -- pensai. --
Il giorno dopo Valente venne da me; era pallido più del solito; senza
dir parola, egli mi spiegò benissimo che aveva bisogno d'andare a
spasso sul bastione con me solo, od almeno io l'intesi così; infilai il
pastrano, piantai in testa il cappello a staio e gli tenni dietro.
Non tentai nemmeno di cacciare il mio braccio sotto il suo, perchè
pensavo: se due che camminano a braccetto hanno bisogno di dire qualche
cosa di grave, che fanno prima di tutto? si snodano; dunque...
Valente camminò al mio fianco un tratto, senza dir parola; seguiva
coll'occhio le foglie secche che si staccavano dagli ippocastani e
cadevano lentamente facendo i giri d'una spirale; all'ultimo disse le
stesse mie parole di poc'anzi:
-- Il signor Bini deve essere il signor Bini -- non ne dubito più.
-- Nemmeno io; e se anche si è cacciato in mezzo a noi per un incarico
avuto, non è che un mediatore volgare, molto furbo, molto testereccio e
troppo ordinato. --
Così risposi io per vedere di farlo almeno sorridere; non mi riuscì.
-- Se ha un mandato da un -altro-, da -lui-, -- tornò a dire l'amico
Nebuli serio serio, -- evidentemente non sa nulla di nulla.
-- Però, notai, basterebbe sapere chi lo manda; e scoprir questo non
dev'essere difficile, se tu gli vendi il quadro....
-- Non gli venderò nulla; -- m'interruppe con calore; -- non capisci che
quel quadro è -mio?-
-- E Chiarina non è ancora -tua-, e forse non sarà mai.... --
Questo lo pensai, ma non lo dissi.
-- Al padre bisogna rinunziarvi, ripigliò dolente, quand'ebbe fatti
alcuni passi silenziosi.
-- E il marito è morto.... --
Quello che mi aspettavo accadde: -- non rispose.
-- Dimmi il vero, è morto il marito?
-- Che ne so? Chiarina ne è persuasa. Per molti mesi lo credetti
anch'io.... da qualche tempo ne dubito....
-- Hai avuto notizie? È accaduta qualche cosa?
-- No, nessuna notizia, è accaduto che ora l'amo e mi ama. --
Io sono furbissimo certe volte; compresi.
-- E da quanto tempo ne dubiti? -- domandai facendo lo sbadato.
-- Da un mese. --
Lo presi allora a braccetto, e cominciai a guardare anch'io le foglie
secche, che cadevano disegnando una spirale.
-- Senti, -- mi disse a un tratto sprigionandosi dal mio braccio, -- ho
bisogno di un consiglio; che faresti nei panni miei?
-- Cercherei il Salvioni.
-- L'ho cercato, non si trova.
-- Bisogna aver la certezza che non si trova; cercalo ancora; forse non
hai adoperato tutti i mezzi con cui si va in traccia d'un galantuomo
che si è perduto e non vuol lasciarsi trovare. Che hai fatto tu? hai
messo in moto la questura, i consolati; un poveraccio fuggito dal
carcere del matrimonio ha tutte le ragioni di credere che i consoli e
la polizia ce lo vogliano rimettere; dobbiamo fargli sapere altrimenti
che Giorgione è morto, che noi non si vuol costringerlo a rientrare nel
talamo, che solo ci occorre sapere se è vivo, e che cosa ne pensa, e
questo non glielo possiamo far dire che dalle gazzette.
-- E se è morto?
-- Aggiungiamo la promessa d'una mancia a chiunque ce ne saprà dare
notizie certe.
-- E se vive?
-- Se vive, o risponde, o non risponde; e noi ci regoleremo secondo i
casi.
-- E se viene?
-- Non verrà, ma se viene....
-- Se viene, -- proseguii dentro di me, -- e pretende sua moglie,
bisognerà restituirgliela.... come si trova. -- Se viene ci penseremo --
dissi con disinvoltura. --
Stette un altro po' in silenzio; giunto all'estremità del viale, lo
fermai.
-- Che pensi?
-- Penso.... non lo so neppur io.... penso che hai ragione e che non
rimane altra via onesta....
-- Dunque si va all'ufficio del giornale?...
Non mi rispose.
-- Si va?... insistei.
-- Oggi no, oggi no.... domani.
-- Eccolo lì l'uomo del domani! --
Era troppo serio, aveva tutti i muscoli della faccia penosamente
contratti -- ed io zitto. --
Tornato a casa, trovai Annetta di malumore.
-- Che hai? --
Per non rispondermi mi consegnò una lettera ancora sigillata.
-- Che hai?
-- Che ti ha detto il signor Nebuli?
-- Che ti ha detto la signora Chiarina? --
Essa guardò me, io lei, -- mi venne un sospetto che fu subito certezza.
-- Ah! poveretti! -- dissi.
-- Ah! poveretti! -- disse. --
Intanto sbadatamente aprii la lettera: era d'uno che voleva comperare
le mie ultime due tele della Mostra Permanente, ed offriva un po' meno
del prezzo segnato nel catalogo e molto più di quello che mi potessi
aspettare. Ed io freddo -- «leggi» -- dissi ad Annetta -- ed essa pure
fredda.
Non l'avrei mai creduto, e lo dovetti credere, ed ora ne sono persuaso:
non tutti i momenti sono buoni per ricevere del denaro! Quella fortuna
in quel punto -- chi me l'avrebbe mai detto?... quasi -non era un
piacere-!
-- Risponderai domani... --
Ed io, che non uso mai differire, fui felice di trovare una risoluzione
bell'e fatta in bocca d'Annetta.
-- Risponderò domani.
E il domani avevo appena risposto -- -accetto- -- quando venne ancora
Valente colla stessa faccia della vigilia, colla stessa voglia d'andare
a spasso sui bastioni.
Questa volta non sapevo che dirgli; se mi avesse chiesto un consiglio,
vi giuro, non quello della vigilia gli avrei dato, ma quest'altro:
-- Piglia la tua Chiarina, che è -tua-, che non può essere -tua- più
di così, pigliala e fuggi, va in fondo ad una valle, va in cima ad
un monte, va in un'isola deserta, va in una foresta vergine.... va
dove vuoi, ma pigliala e fuggi. -- Egli però non mi chiese nulla; solo
quando fummo sull'uscio di casa sua, mi strinse la mano, e credendo
di rispondere ad una mia muta insistenza, di cui non potevo essere più
innocente:
-- Oggi no, -- mi disse, -- domani forse... --
Suonò il campanello; io, invece di andar di sopra, rimasi per salutare
la signora Chiarina, la quale, avendo al modo di suonare riconosciuto
Valente, dall'uscio d'un salotto si affacciò nell'anticamera. Sorrideva
come un raggio di sole.
-- Come stai? -- le domandò l'amico mio correndole incontro; mi parve
che essa gli dicesse una parola ali' orecchio, ma non ne sono sicuro;
è certo che si abbracciarono in mia presenza, e che da quella stretta
d'amore Valente uscì tutto trasformato, raggiante.
-- La signora Chiarina era malata? -- domandai facendo l'ingenuo.
-- Non si sentiva bene, mi rispose l'amico Nebuli, e gli tremava la voce.
La signora aveva il viso rosso, li lasciai soli.
Mezz'ora dopo, grave in volto, ma senza ansia nè spasimo di nervi,
Valente mi pigliava in disparte:
-- Ti accomoda che andiamo ora all'ufficio del giornale?
-- Mi accomoda.
-- Lo vuoi preparar tu l'annunzio?
-- Lo preparo io.
Mentre cercavo la penna, dicevo dentro di me:
-- Meno male; per questa volta il pericolo è passato!
-- Quale pericolo? -- vi domanderà una signorina di sedici anni, che non
ha capito nulla.
Rispondetele che -- «stava per cadere un trave» -- non direte
propriamente una bugia.
XII.
Il signor Bini non è il signor Bini.
Due giorni dopo Valente tornava su da me; mi bastò un'occhiata per
comprendere che anche questa volta aveva qualche gran cosa da dirmi, ma
che, essendo lì mia moglie e credendola al buio di tutto, non voleva
parlare innanzi a lei. Che fatica mettere insieme delle frasi che non
si pensano! L'amico mio lavorava così di mosaico da un quarto d'ora,
quando la mia Annetta, che ha buon naso, domandò scusa se ci lasciava
un momento.
-- Si accomodi, -- rispose l'amico Nebuli; e si vedeva ancora un lembo
della veste nel vano dell'uscio, quand'egli mi disse misteriosamente:
-- Il signor Bini non è il signor Bini! --
Questa notizia era tanto inaspettata, che non la compresi a bella
prima; ma Valente ripetè:
-- Il signor Bini non è il signor Bini! --
Ed allora io chiesi:
-- Come lo sai?
-- Poc'anzi, -- prese a dire l'amico mio, -- ero alla posta; mi avvicino
allo sportello, e mi metto alle spalle di cinque o sei persone,
aspettando quando.... indovina chi si volta?...
-- Lo indovino, ma non ci capisco nulla. Si volta il signor Bini.
-- Propriamente lui! mi vede, mi fa un saluto senza scomporsi, e caccia
nelle tasche un fascio di lettere; mi chiede di me, di Chiarina, della
tua Annetta, di te, poi mi pianta e se ne va.
-- E poi?
-- Non capisci?... In cima allo sportello a cui m'ero accostato, stava
scritto a caratteri enormi, -Dall'M alla Z-; era il mio sportello, non
era il suo.... Dunque egli non si chiama Bini. --
Il ragionamento mi parve calzante: però mi provai ad osservare:
-- Forse ha chiesto lettere per altri...
-- È stata la mia prima idea, e sai che ho fatto?...
-- Non lo so. Dimmelo.
-- Sono andato dietro al vecchio fin sul portone di strada, e l'ho visto
alle spalle, che si avviava lento lento, leggendosi le sue lettere;
dunque.... --
Il resto era chiaro, e l'argomento calzante come il primo. Ma io volli
dirne ancora una;
-- Negli uffizii dello Stato succede che si cambino gli sportelli ed
altre cose senza cambiare le istruzioni al pubblico immediatamente;
ciò genera un pochino di confusione e di disordine, ma fa gridare le
gazzette, le quali se no tante volte non saprebbero che dire. --
Dicevo queste cose scherzando, Valente m'interruppe dandosi il sussiego
di un furbo:
-- Andai allo sportello dall'-A- all'-L- e chiesi: -Nebuli-.
-- Bravo!
-- Il distributore se lo fece dire un'altra volta: -Nebuli-, -- e mi
mandò, come mi aspettavo, allo sportello vicino.
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