aprir bocca, mi fece un cenno -- impossibile resistere; così come mi trovavo, non lasciandomi sfuggire il carbone dalle dita, gli mossi incontro, ed egli, presomi a braccetto, mi trasse con sè. -- Che significa? -- gli domandai. -- Significa che voglio esporre un quadro alla Mostra Permanente, un quadro, l'unica fatica di questi anni d'ozio, e mi abbisogna il tuo parere. -- Un quadro! -- esclamai. -- Finito? -- Finito. -- Io non l'ho visto. -- L'hai visto. -- La signora Valeria dinanzi al garofano fenomenale? -- dissi scherzando. -- Appunto. -- L'hai finito dunque? e come? e quando? e perchè non me n'hai detto niente? Non mi rispondeva; già eravamo sulla soglia dello studiolo; ammutolii. Entrammo, egli prima, io dietro. Vidi subito il cavalletto dinanzi alla finestra, un'enorme tela sovr'esso, e in piedi, col visino immerso in una melanconica contemplazione, la signora Chiarina. Il rumore dei nostri passi non giunse fino a lei; poi ci vide, ci salutò, non si mosse. Andai a mettermele al fianco, e stetti anch'io a contemplare estatico quella meravigliosa faccia dipinta, che pareva di persona viva. Valente guardava noi sorridendo di compiacenza; alla fine andò a prendere una certa vaschetta di zinco dalle sponde basse, che pose sotto il cavalletto, un secchiolino ed una grossa spugna. -- Attenti! -- disse ingrossando burlescamente la voce. Ah!.... un piccolo grido rotto; la signora Chiarina mi passò dinanzi e sparve. Valente buttava qua e là colpi di spugna bagnata sulla tela; l'avresti detto un maniaco; dove egli toccava, ecco.... luci, ombre, colori, tutto spariva dietro una spuma bianchiccia, sotto alla quale un piccolo rivo gocciolava nella vaschetta. Quella lavatura frenetica, che a bella prima mi aveva sbigottito, ora mi estasiava; anch'io brontolavo parole rotte, esclamavo non so che, ed avrei voluto avere una spugna per fare anch'io tutto quello che faceva Valente, aiutare cioè una Venere gentile a spogliare quelle vesti, che erano una mascherata ridicola, a sprigionarsi dallo sfondo di sasso, dal pavimento a mosaico, per circondarsi dell'azzurro del cielo e del mare. Bastarono pochi minuti a compiere il miracolo, e quando gli ultimi sassolini del mosaico si furono staccati da una caviglia sottile ed asciutta, ed il piedino bianco apparve in mezzo all'onda spumosa, e indietro indietro si videro accorrere cento onde morbide e delicate, come manine carezzevoli o labbra mormoranti fra i baci, e tutt'intorno, per l'aria e per l'acqua, si accese una luce che era un sorriso d'amore -- oh! allora, allora le sentii tutte in una volta le febbri dell'arte, le sentii come a vent'anni, come non credevo di poterle sentire mai più. Non dicevamo nulla; lui la commozione, me la meraviglia avevano fatto immobili e muti. È quando, passato un tempo lungo ad ammirare di facciata, di traverso, avvicinandomi ed allontanandomi, mettendo la mano a paralume sulla fronte, socchiudendo gli occhi, e guardando attraverso il pugno socchiuso come in un cannocchiale, e trovando sempre quella Venere la bellissima, la soavissima, la carissima, il superlativo assoluto delle Veneri, quando ebbi fatto tutto ciò e mi volsi grave, solenne, al suo autore, interrogando con tutta la mia persona sbalordita, ma muto sempre, allora egli sorridendo mi disse: -Dalla spuma del mare-. Gli tremava la voce, io me lo strinsi al cuore, e finalmente: -- Hai fatto un capolavoro -- balbettai. Ed a me pure tremava la voce. -- Ora comprendo -- soggiunsi piantandomi un'altra volta in osservazione dinanzi a quella marina innamorata, che creava un prodigio per regalarlo all'Olimpo di Giove -- ora comprendo lo sbigottimento inverisimile della signora Valeria dinanzi ai garofano. Era l'ingenuo stupore di Venere, che si affaccia la prima volta al mondo; e questa luce che, sul volto di neve, le spira la sua natura divina pareva scenderle dalla finestra. Ma di', perchè la tua Venere ha forme tanto delicate e gentili? Non è questa la madre degli amori, non assomiglia a nessuna delle Veneri del Tiziano questa.... solo la Danae del Correggio.... -- È Venere che nasce, fanciulla, donna e dea insieme: l'Olimpo le darà la maestà che ora le manca, questo volli dire, il difficile era questo.... Se ho sbagliato.... -- Taci, non hai sbagliato, è sublime, è vero e parla subito all'immaginazione senza toccare il senso. Lascialo dire a me, che sono e sarò sempre un asino, ma schietto: hai fatto un capolavoro! -- Era evidentemente lusingato dal mio entusiasmo, pure non si teneva sicuro; guardava me negli occhi, guardava la sua tela, vedendoci difetti che non vi erano, girandole intorno come un fanciullo. Passato il bollore artistico, io pensava: quanta castità in queste forme femminili nude! La bianchezza delle carni sbalordisce il senso, lo ingentilisce, lo purifica. Oh! come la bellezza vera è modesta! E poi chiedevo e rispondevo a me stesso: Perchè la signora Chiarina è fuggita? Ah! ch'io lo indovino perchè.... Adattando il viso e l'accento ad un'ingenuità che era un tranello, chiesi di botto all'amico mio: -- Perchè la chiamavi Valeria? -- Perchè.... perchè così si chiamava la modella. -- Ah! ed esistono nella natura viva, modelli di tanta grazia? -- Una sola donna aveva quel viso.... -- E si chiamava Valeria.... -- Sì... -- E perchè tua moglie è fuggita, quando hai preso la spugna?... -- Perchè.... perchè.... te lo voglio dire, tanto un giorno o l'altro sarai il mio confidente di tutto -- perchè Valeria era sua madre.... -- L'hai tu conosciuta? -- No; morì mettendo al mondo la sua creatura. -- Ma allora.... Volli dire.... -- mi trattenni, poi ripigliai correggendomi: -- ma allora non hai preso dal vero? -- No..., ho copiato fedelmente il suo viso da una fotografia.... -- E il corpo? Lesse egli forse tutto il mio pensiero, perchè, buttandomi un braccio intorno al collo, mi trasse seco con lieve violenza. Attraversando le stanze, mi guardavo intorno; la signora Chiarina non si lasciò vedere. -- Ah! -- dissi sulla soglia -- tutta la notte ho pensato alla tua faccenda. -- Quale faccenda? -- -Corvi- contro -Corvi-. -- e per la prima volta vidi il bisticcio che aveva fatto il caso, e lo ripetei -- -Corvi- contro -Corvi-. -- Sì, la cosa mi pareva imbrogliata; ci avevo capito poco, lo confesso, in quella matassa di sorelle, di cognati, di zii; sapevo solo che il bandolo era il nonno e che bisognava cominciare di lì, -- ci ho pensato molto, ed ora ne ho un'idea limpidissima.... Vuoi che ti spieghi la tua lite? -- No, per carità.... -- Ebbene, per me non v'è dubbio: il nonno era pieno di giudizio; se i giudici d'appello, mettendo insieme il loro, ne avranno almeno la metà del nonno, sta sicuro che daranno una volta ancora ragione a -Corvi- contro -Corvi-.... cioè a te. -- Speriamolo, -- disse Valente sbadato. -- E quando si deciderà la causa? -- Tra due settimane. VI. La signora Chiarina mi dà l'idea del mio capolavoro. Otto giorni dopo la Venere dell'amico mio innamorava tutti i visitatori della Mostra Permanente di Belle Arti; si destò intorno al nome di Valente Nebuli quell'onda di simpatia, specie di febbre ammirativa, che accompagna sempre i nuovi venuti. Non si parlò più che della -spuma del mare-; perfino le gazzette si svegliarono dai loro sonni politico-amministrativi, per dare un'occhiata alla Mostra Permanente, ove era apparso un ospite illustre, un ospite celebre, un capolavoro. La critica, o generosa o crudele, andava fino a maltrattare quante Veneri erano venute, prima di questa, a domandarle la sanzione d'una voga capricciosa. Vidi io stesso, coi miei occhi li vidi, maestri canuti, e buoni, e generosi, come tutti gli artisti veri, pittori celebri da mezzo secolo, che sarebbero stati felici di stringere la mano al loro giovine collega -- li vidi, con questi miei occhi li vidi, arrestarsi mutoli dinanzi al quadro e guardarsi sospettosi intorno, come temendo d'essere mostrati a dito per buoni da nulla; e li vidi qualche volta passare accanto a Valente, e non guardarlo, o guardarlo e fingere di non conoscerlo, e non volersi voltare anche se un amico ingenuo, che camminava al loro fianco senza sentire come batteva il loro cuore, li avvisava allungando il dito per mostrare il giovine pittore divenuto celebre in un quarto d'ora, il quale era così felice e tanto modesto da non accorgersi di nulla. Ed avrei voluto andare incontro a quei vecchi e dire: -- stringiamoci tutti la mano e facciamo noi la critica alla critica; sorridiamo degli entusiasmi ciechi della folla, che si tirano dietro le loro sorelle cieche -- le dimenticanze ingiuste; il capriccio e lo stordimento non ci rendano capricciosi e storditi; l'arte è un palio, noi che siamo.... cioè no, voi che siete gli arrivati non offenda il plauso frenetico che saluta noi.... cioè gli altri che arriveranno -- è un quarto d'ora che passa per tutti -- noi siamo l'arte, noi dobbiamo essere l'amore. Avrei voluto dir tutte queste cose, e le avrei dette meglio di così, mi pare, ma con quale autorità entrare io di mezzo, anche potendo, a conciliare i celebri d'ieri coi celebri d'oggi, io che non era celebre niente affatto e non speravo di diventarlo mai? In qual modo dir -noi- senza cacciarci -me- come un intruso? Perchè.... sappiatelo, sotto la mia gran gioia di vedere Valente arrivato alla gloria, ci era il mio gran dolore, il mio sconforto immenso di non essere capace io pure di fare alcuna cosa di buono. Nei primi giorni mi era come venuta la febbre di far miracoli, misuravo il mio studiolo a gran passi, sollevavo la fronte e nel soffitto guardavo audacemente i cieli dell'arte, e stemperavo i colori, dai quali mi proponevo di ricavare un superbo quadro di genere, e lavoravo, lavoravo; ma di repente svaporava la mia ubbriacatura, mi cadevano di mano i pennelli -- ridiventavo me stesso, vale a dire un dodicesimo di una qualsiasi dozzina, il rifiuto delle matematiche e della filosofia, a cui l'arte aveva fatto l'elemosina. In quest'occasione mi si fece palese più che mai l'indole generosa di Valente; avendo egli avuta una grossa fetta di gloria, e spiacendogli tenerla tutta per sè, nè sapendo in qual modo farmi entrare a dividerla, cominciò a trovare così grazioso il concetto, così giusto il disegno, così sobria l'espressione del mio nuovo quadro di genere, che finì col farci fare la pace. -- Ti sta bene medicare le mie ferite, -- gli dicevo, -- perchè sei stato tu, cioè stata la tua Venere, a sollevarmi prima fino alla sua altezza, a lasciarmi poi cadere di peso sul lastrico della via; tutte le opere di genio sono crudeli colla gente, che ha solo della buona volontà. -- Ma, tu sei un artista! -- Ah! Oh! Non me lo dire; io sono un uomo -ordinato-.... Calunniavo l'ordine, ma dicevo la verità; qualche volta, pigliandomi la febbre, mi pareva di dover incominciare di lì appunto, dal mettere cioè a soqquadro il mio studiolo, le tele capovolte, i pennelli coi manico immerso nel secchiello.... ma oltre che non sapevo immaginare che un disordine ordinato, pensavo: -- È inutile, non resisterei a lungo, domani rimetterei le cose come stanno oggi, e la mia arte non farebbe un passo innanzi. Il mio buon senso non mi abbandonava mai. Oh! se bastasse il buon senso per far tele meravigliose, come quelle che sogno alla notte, quando il mio buon senso dorme! Valente fece di più, mi obbligò ad esporre alla Mostra Permanente le mie tele rimaste invendute. -- Quanto chiedi di prezzo? -- Cinquecento lire ciascuna, -- balbettai. -- Vergognati, ecco perchè non le hai vendute.... se ne avessi domandato 1000, avrebbero lasciato lo studio da un pezzetto. -- E della tua -Spuma del mare- allora quanto chiederai? -- Quella non è da vendere. Accettai il consiglio dell'amico, ed otto giorni dopo, avvicinandomi alle mie tele, una ne vidi che portava la scritta -venduta-. -- Sarà uno sbaglio, -- pensai. Non è eccesso di modestia, ma vi giuro che pensai così, ed allo stesso tempo ero sicuro che non poteva essere uno sbaglio... Corsi all'ufficio della Presidenza -- il compratore era una straniera, la quale aveva snocciolate le mille lire, promettendo di mandar a prendere, il quadro lei stessa. Gioie simile a quella di Annetta ed alla mia non si descrivono. Tenendoci per mano come due fanciulli, si corse giù a portare un po' della nostra allegria in casa Nebuli. La signora Chiarina baciò in volto l'amica, e rise, e rise. Così faceva sempre quando era contenta! Ed ah! come mi faceva bene sentire nelle note di quel riso l'eco della mia felicità, veder la nostra allegria riflessa in quel visino da fata! Valente invece stette serio. -- Te lo diceva io! -- così disse, niente più. Come potete immaginare, la mia nuova tela andò più innanzi in due giorni che non avesse fatto in due settimane; m'interrompevo a volte, per andar gravemente a sollevare coll'indice la faccia soave della mia Annetta, china sul cucito, e dirle un'altra idea, che m'era venuta allora allora, un'altra, un'altra. Mi pullulavano le idee. -- Purchè non mi scappi! -- dicevo. E lei: -- La terrò a mente io. -- Quella sua testina pensosa divenne in pochi giorni uno scrigno. -- Se non mi buscherò un malanno, -- pensavo, -- se dura la vena, e se avrò fortuna, insomma se mi lasciano fare, provvederò di quadri di genere tutte le straniere che vengono in Milano e visitano la Mostra Permanente. Valente era felicissimo di questo mio entusiasmo, mi diceva -bravo- stando seduto a fumare la mia pipa nella mia poltroncina filosofica, dandomi i suoi consigli senza averne l'aria. -- E tu, -- gli domandai, -- che fai ora? -- Io? Nulla. -- Non pensi a dare un successore al tuo quadro? -- Gliene ho dati cento nella mia fantasia, uno più bello dell'altro. Ma non provo nessun bisogno di mettermi al lavoro. Li vedo, sono cento, belli tutti, o almeno mi piacciono -- e basta. Però un giorno o l'altro ne incomincierò uno.... domani forse! -- Eccolo lì l'uomo del domani. -- Invece di rispondere, continuava a far capolavori col fumo della mia pipa, ed i domani venivano e se ne andavano. Dirò ora l'origine di quello che vien riputato il capolavoro -mio- -- perchè ho io pure un capolavoro relativo, e tutti lo possono avere, pittori, scultori e letterati, birboni, purchè abbiano fatte delle birbonate grosse, mezzane e piccine; la più piccina -- non si sbaglia -- è il capolavoro. Parlo d'una mattina di novembre, in cui Valente aveva costretto la mia Annetta e me a scendere da basso per far colazione con lui. Aveva qualche cosa da dirmi, ne ero sicuro, e me ne persuasi tanto più, quando vidi che a tavola non diceva nulla. Alla fine del pasto dissi: -- Ho indovinato; tu hai qualcosa da dirmi. -- Hai indovinato, -- rispose. E non disse nulla. -- E indovino di che si tratta.... -- In quel punto -- proprio in quello, ne sono sicuro -- la signora Chiarina si levò da tavola, fece un cenno all'amica e sparvero entrambe. -- Tu hai un quadro nuovo in mente. -- La corbelleria era volontaria; sapevo benissimo che non di un quadro mi doveva parlare; ma bisognava pur sbagliare per farmi correggere. Mi rispose sbadato, come ripetendo frasi che sapeva a memoria: -- Incominciare una tela è incominciare a sciuparla; finire una tela è sciuparsela del tutto. Quanti capolavori sono morti così, dopo aver agonizzato mesi e mesi sotto il pennello!... -- Lo interruppi: -- Tu non pensi a quello che dici.... -- Ed egli: -- Hai ragione, ma dico cose che ho pensato tante volte. Veniamo a noi; ho bisogno di tutta la tua amicizia, per chiederti il più gran servigio che si possa domandare ad un uomo: serbare un segreto. -- Scusa, -- ribattei, colpito dalla solennità di queste parole, -- hai proprio bisogno che te lo conservi io il tuo segreto? Non potresti custodirlo tu stesso? Sono curioso, lo confesso.... sono curiosissimo; ma la regola è questa; ci è anche un proverbio che dice.... -- Lo so che cosa dice il proverbio; ma ciò che ti devo dire io mi pesa; non lo posso sopportare da me solo; la responsabilità è troppo grave; la spartiremo in due.... Ti accomoda? Mi darai un consiglio.... -- Certo.... -- Ma in quella si aprì l'uscio ed apparve a' miei occhi sbigottiti il più bizzarro spettacolo che si possa immaginare: una signora bianca bianca, che teneva per mano un'ombra, no, una cosuccia nera, no, un'inezia animata e nera, con due occhi di porcellana in mezzo ad una faccia di carbone. Tutta la mia rettorica fu messa a cimento: io vidi ad un tratto l'Alba ed il figliuolo della Notte; Proserpina costretta a far da mamma ad un marmocchio di primo letto di Plutone; la luce meridiana fatta persona, che si tirava dietro la sua ombra tozza e sbilenca, e non so quante altre cose vidi nella signora Chiarina, che dava mano a quello spazzacamino. La vaghissima donna doveva fare uno sforzo perchè il piccino si faceva un po' tirare. -- Guardatelo, -- diceva essa -- guardatelo come è bellino; con questa sua casacca a brandelli, che lo ingrossa, è più largo che lungo..... Guardatelo, non è vero che è bellino? Annetta anch'essa guardava con occhio tra pietoso e meravigliato, sorridente. -- Sì, è bello, è bellissimo. -- Io non dissi nulla, perchè concepivo il mio capolavoro. Allora la padrona di casa abbandonò la sua piccola preda, che barcollò tutta; e chinandosi per mettere il suo viso da Madonna in faccia al musetto vergognoso del bimbo: -- Vediamo -- gli disse con un accento che era una carezza, -- vediamo un po', come ti chiami? -- L'omino così interrogato era propriamente sbigottito; aveva perduto la parola e non la ritrovò che alla promessa d'un bel panetto bianco tutto per lui -- cosa fenomenale, inaudita! -- Dillo; come ti chiami? -- Giovanni.... -- E che Giovanni? -- Battista.... -- Giovanni Battista che cosa? -- Silenzio. -- La mamma ce l'hai? -- No. -- Il babbo? -- No. -- E quanti anni hai? -- Quella cosuccia nera si rinfrancava; non gli splendori della sala lo avevano sbigottito, poichè era avvezzo a vederne, ma quei modi, quella bontà, quel panetto bianco, che appariva sul suo orizzonte. -- Vai alla scuola? -- domandò Annetta. -- Sì. -- E che cosa impari? -- A leggere, a fare le aste. -- Conosceresti l'-o-? -- Chiese ad un tratto la signora Chiarina. L'amico fe' cenno modestamente di sì. -- Vediamo.... -- E prese una gazzetta, un -Pungolo-. Lo scolaro nero non si era vantato: egli non solo riconobbe tutti e due gli -o- del titolo, ma fece festa all'-u- come ad un vecchio amico. -- Bisogna conoscerle tutte, -- disse la signora Chiarina -- ci vai volentieri a scuola? E studii? Ecco, se a Natale conoscerai tutte le lettere, io ti darò uno scudo d'argento, ed una veste nuova.... -- e vedendo che l'amico dell'-o- e dell'-u- pareva innamorato più che altro del panetto bianco, la signora soggiunse: -- e dei panetti bianchi.... -- Tanti? -- -- Tanti, tanti. Oh! la purissima gioia! -- Ora va a casa, non hai freddo? -- No.... -- Ed uscì di corsa. La signora Chiarina e la mia Annetta dietro. -- Ho il mio capolavoro, -- dissi ridendo, -- Venere ha trovato Amore nascosto nella carbonaia dell'Olimpo, e lo presenta agli Dei seduti a mensa; un bel quadro di genere, che farebbe la sua brava figura nelle pareti d'un paradiso pagano. -- Bravo! -- Io diceva per ridere; la mia idea seria era di riprodurre tal quale la scenetta di poc'anzi e d'intitolarla.... -- -Venere ed Amore-! -- suggerì Valente. -- Accettato. -- E se dai retta a me, quando te l'abbi messo bene in mente, ce lo lascierai in sempiterno, senza guastartelo per metterlo in mostra al pubblico. -- Ma si corresse, e disse: -- Al contrario devi farlo subito subito, per conto mio, mettendoci la mia Chiarina, la tua Annetta e me stesso; per il prezzo c'intenderemo. -- Rientrarono le nostre donne, raggianti in volto tutte e due. La signora Chiarina corse alla finestra e l'aprì; si affacciarono entrambe. E noi, che ci eravamo messi alle loro spalle in silenzio, senza sapere che accadeva, sentimmo ad un tratto una vocetta acuta fendere l'aria, e salire, su, su, più in alto del più alto dei camini. -- È Giovanni Battista! -- disse Chiarina senza voltarsi -- Se ne va colle mani in tasca, saltelloni... È scomparso. Come è bastato poco a farlo felice! -- disse voltandosi e chiudendo la finestra. -- Tornerà a Natale a pigliare lo scudo? -- Tornerà. -- Quanto era adorabile e bella la signora Chiarina! Annetta faceva forse la stessa riflessione, perchè di repente si buttò al collo dell'amica, e la baciò più volte. Avrei fatto anch'io come Annetta, senza i benedettissimi riguardi del mondo. E dissi a Valente: -- La devi baciare per me. Così dissi, e non mi pare che ci fosse del male a dirlo, ma Valente faceva un risolino impacciato, e sua moglie divenne di bragia. Tanto fu essa la prima a muoversi: si fece innanzi, appoggiò le manine sugli omeri del marito, e sollevandosi in punta di piedi, depose sulla sua guancia un bacio timido e discreto, uno di quelli che non fanno rumore. VII. Faccio la conoscenza d'un incognito. Questa volta era un Russo, lungo più di me, asciutto più di me, il mio peggiorativo, ma che cara persona! Gli piaceva molto la mia -Famiglia d'un pescatore-, moltissimo la rete che quella brava gente stava rattoppando, ma non voleva pagare mille lire; settecento parevano a lui abbastanza, a me no. Esaminava il quadro coll'occhialetto, pigliando arie da intelligente -- era bello tutto, mi faceva giustizia, -ma la rete!-... Insomma tanto gli piaceva quella rete, che vi si lasciò prendere -- pagò ottocento lire! Alla sera Annetta fece l'osservazione che le cose si mettevano benino, che erano probabilmente quelli i primi baci della fortuna, la quale si era -forse- proposto di buttarcisi nelle braccia un giorno o l'altro. Altri quadri, dopo la -Spuma- dell'amico Nebuli, erano venuti a visitar la -Mostra Permanente-; paesaggi, marine, prospettive, natura viva e morta, tutto aveva confuso, oscurato, seppellito la -Spuma- trionfatrice. Siccome Valente non aveva detto il prezzo del suo capolavoro, incominciarono le visite a domicilio; erano Inglesi, erano Tedeschi, ma per lo più erano Americani, che volevano fare attraversare l'Atlantico al piccolo mare ed alla -Venere- dell'amico mio. Se ne andavano colmi di garbatezze, ma coi loro dollari tentatori nel borsello -- la -Spuma del mare- non era da vendere. Voi sapete che una delle forme più visibili del trionfo è la critica severissima dei buoni a nulla, e non mancò nemmeno questa all'amico Valente. Ho inteso proprio io, e non sono morto dal ridere, un certo tale dire che in fin dei conti la -Spuma del mare- non era questo, non era quello, non era quest'altro, -non era il diavolo-, in una parola. -- Verità sacrosanta: non era il diavolo, nè un quadro storico, nè un quadro di genere, e nemmeno un campanile od una piramide d'Egitto.... Quel certo tale mi guardò; non sospettava forse d'aver tanta ragione, e cominciò probabilmente a credere che potesse avere torto. Altri cervelli avveduti pigliavano la cosa in diverso modo; invece di criticare nel quadro fortunato quello che non -vi era-, si persuasero che il suo fascino dipendeva tutto dalla cosa dipinta; che per fare un capolavoro bisognava assolutamente chiederlo all'acqua ed alle donne mitologiche. E fu nei mesi successivi una processione di sirene che non ammaliarono anima viva, di ninfe o Diane nel bagno, le quali cercavano cento modi di nascondere bellezze che neppure i collegiali si sognavano di guardare con desiderio. Ma non voglio fare i passi più lunghi del racconto: torno dove l'ho lasciato. Il piccolo Giovanni Battista, dandomi l'idea del mio capolavoro, me l'aveva fatta pagare a prezzo di curiosità, perchè, come sapete, proprio nel momento che egli entrò a rimorchio della signora Chiarina, l'amico Nebuli stava per dirmi.... -- Che cosa? -- Lo chiesi invano a me stesso tutto il giorno seguente; a lui non volli chiederlo, pensando che fosse meglio aspettare. Era forse pentito; quasi mi leggesse sulle labbra la frase sacramentale: -- che cosa stavi per dirmi? -- sfuggì un paio di occasioni di trovarsi meco a quattr'occhi. Alla sera, secondo il solito, si doveva andare alla birreria insieme -- aspettavo la sera -- ma quando fu l'ora, ed io scesi a prender lui solo, la signora Chiarina aveva sul capo un monte di fiori e di verdura, il suo orribile cappellino d'ultima moda che essa rendeva quasi sopportabile. Bisognò correr su e mettere io stesso sulla testa vezzosa della mia Annetta il suo cappello alla bersagliera con una piuma di galletto, un cappello che se ne stava andando e che le mogli come la mia, di certi mariti come me, trattenevano con tutte le moine dell'adulazione, trovandolo infinitamente più grazioso del nuovo venuto. Si uscì dunque insieme; le due mogli innanzi a braccetto, i due mariti seguivano. L'amico Valente, parlando di cento cose, quasi non mi lasciava aprir bocca; a un tratto si arrestò, si volse, mi voltai; un uomo che ci seguiva alle spalle ci passò dinanzi frettoloso, e quando fu vicino alle nostre donne, piegò il capo per guardarle. Affrettammo il passo, tirò diritto. -- L'hai visto? -- mi chiese Valente. -- Non bene; mi è parso un vecchio. -- È un vecchio. -- Non mi disse altro. Era un peccato rintanarsi nella birreria, affumicare il visino bianco della signora Chiarina -- così disse Annetta, a cui per altro piaceva la birra e non ispiaceva il fumo del tabacco; ma la signora Chiarina protestò, cacciandosi la prima nella birreria fumosa, dove molti avventori si cavarono il sigaro di bocca per contemplare senza nebbie dinanzi agli occhi quella visione gentile. Ci andammo a sedere in un camerino remoto, contando di trovarci soli -- no signori. Un uomo, un vecchio, ci aveva preceduti e si sedeva proprio allora nel posto migliore. Come ci vide, lo assalì uno scrupolo, e lasciando alla signora Chiarina la sua poltrona, fece un inchino ad Annetta, poi guardò noi, rizzandosi in tutta la sua lunghezza, che era la mia tale e quale. Lo salutammo, egli si ritrasse in un cantuccio e noi si ordinò la birra con un cert'impaccio. Avevamo riconosciuto l'uomo di poc'anzi. Era un vecchio pulito, con una faccia piuttosto grave, sebbene priva di barba, con due occhi che avevano lampi di malizia; doveva essere curioso, perchè o guardava noi, o dall'immobilità dello sguardo fisso nel suo bicchiere, dove non era proprio nulla di molto singolare, era chiaro che porgeva orecchio alla musica chiacchierina che usciva dalle labbra delle nostre donne. Io che di curiosità ho la mia porzione -- non la nascondo -- lo vidi un paio di volte fregarsi le mani e sorridere come ad una bella creatura del suo cervello, poi, guardando noi, rifarsi serio: una volta si alzò in piedi: mi aspettavo che se ne andasse; niente affatto: aprì le labbra probabilmente per parlare, ma probabilmente corresse l'intenzione, si palpò le tasche, fece l'atto di meraviglia di chi ha smarrito qualche cosa, ed infine estrasse una pezzuola di seta, che ricacciò in un'altra tasca senza servirsene! Di nuovo si abbandonò sulla seggiola, ancora si fregò le mani e sorrise alla sua bella incognita. Rimanemmo poco più d'un quarticino d'ora nella birreria: nell'andarcene ci toccò rispondere al più profondo degli inchini accompagnato dal più amabile dei sorrisi. -- Che vecchietto garbato! -- disse Annetta. -- Che bel vecchietto! -- diss'io. -- A chi somiglia? -- mi domandò Valente. Mi feci venire in mente tutte le nostre conoscenze; non somigliava a nessuna. -- Dev'essere il ritratto di suo padre o di suo nonno, ma un uomo di quell'età ha il diritto di assomigliare a sè stesso. -- Quanti anni credi che abbia quell'uomo? -- Se non ha afferrato i sessantacinque, ci ha le mani sopra di sicuro. -- Sbagli, deve appena aver passati i sessanta. -- Sarà benissimo, li avrà passati appena. Il giorno dopo, mentre io attraversando i corridoi della Mostra Permanente, m'ero fermato a salutare la -Spuma del mare-, sentii qualcuno che diceva al mio fianco: -- Oh bella! oh bellissima! oh stupenda! Pensate come mi battesse il cuore; mi voltai, era l'incognito della vigilia. Aveva gli occhi fissi sopra di me; lo salutai, ed egli, come se non aspettasse altro: -- È proprio stupenda, -- disse -- non pare anche a lei? -- È meravigliosa, -- dissi -- osservi quelle carni che paiono luminose; e quell'aria.... si muove! e veda laggiù, nell'azzurro profondo, quelle nuvolette: non si direbbe che si affaccino a contemplare il miracolo? -- È un artista lei? -- Sì, signore. -- Ha qualche tela esposta? -- Ne ho quattro; due sono già vendute. Le volle vedere, gli piacquero naturalmente moltissimo. -- Valente Nebuli, -- soggiunse poco dopo, -- è quel signore che era ieri con lei? -- Appunto.... -- Il marito della signora Chiarina? -- Già.... -- E sta bene? -- Benissimo, è sano come un pesce. Non lo avevo capito. -- È ricco, -- soggiunsi. -- Come lo sa? È proprio sicuro che sia ricco? -- Possiede un palazzo in via.... -- Il palazzo non è suo. -- Le garantisco che è suo. -- Le garantisco che non è suo. -- Se sono io un inquilino, e gli ho pagato il fitto.... Il fitto non lo avevo pagato ancora, ma mi pareva quello il modo di tappargli la bocca più presto: eh sì! fiato sprecato. Il vecchio soggiunse: -- Egli dovette affittare due appartamenti che solitamente erano uniti: ne abita uno, e subaffitta l'altro, di cui non ha bisogno... -- Non mi ha mai detto nulla di questo.... -- Perchè non glielo avrà mai chiesto. Era vero. -- Ad ogni modo è ricco, -- soggiunsi, -- ha avuto un'eredità.... -- Sì, ma ha una lite.... Come era informato l'amico! Lo guardai in faccia senza fiatare; egli guardava (ora ne sono sicuro) la sua bella incognita della vigilia, le sorrideva e si fregava le mani. -- È una -Spuma- preziosa, -- disse poi tornando a porsi in atto ammirativo dinanzi alla tela, -- quanto crede lei che possa valere? -- Non è da vendere, -- risposi. -- Lo so bene -- sospirò, -- lo so bene! Ha rifiutato molte offerte.... -- Generosissime.... -- Da pitocchi. Se il signor Nebuli volesse, c'è qualcuno che gli darebbe il doppio dell'Americano. -- Non vorrà. Sorrise maliziosamente e disse: -- Se perde la lite, vorrà. Era la seconda volta che mi faceva inarcar le ciglia e star mutolo; e di nuovo lo vidi sorridere a qualcuno che era nello spazio e fregarsi le mani con compiacenza genuina. -- Come fa a sapere della lite? -- È tanto facile sapere quello che riguarda Valente Nebuli, chi non lo sa? Il rifiuto dei dollari americani ha messo in moto i curiosi, gli sfaccendati, tutti coloro che non hanno orecchie se non per ascoltare i fatti degli altri e lingua per ripetere ciò che le orecchie hanno inteso.... i tribunali non sono segreti ai tempi nostri, gli avvocati non sono muti, come ella sa benissimo, gli uscieri nemmeno, e si mette in piazza tutto, anche quello che non ci si dovrebbe mettere.... cioè che Valente Nebuli perderà la lite e rimarrà povero in canna. Io cominciavo a credere che fosse egli pure uno di coloro che non hanno orecchie -eccetera-, ma tanto la sua sicurezza mi spaventava! -- Dice sul serio? -- Non vi è ombra di dubbio, il vecchio Corvi era imbecillito dalla paralisi. Lo guardai a bocca aperta. -- Perciò -- soggiunse -- gli dia un buon consiglio: «non aspetti a vendere la sua -Spuma del mare- quando sarà povero, è ora il momento;» glielo dia lei questo buon consiglio. -- Glielo dia lei -- risposi con un risolino furbo, volendomi dar l'aria molto penetrativa.... -- Sicuro che glielo darò, -- ma da me non lo vorrà pigliare. Tacque per rimettersi come prima in contemplazione dinanzi al quadro; io pensavo.... quante cose pensavo! -- Vuole che le faccia una confidenza? -- mi disse ad un tratto l'incognito. -- Si accomodi -- risposi. Ed egli si accomodò benino, dicendomi d'una scommessa, d'un puntiglio, di un innamoramento, di sè medesimo e d'un cotale più incognito di lui, in modo che, quando ebbe finito, altro non capii se non quello che sapevo benissimo, cioè che l'amico si era messo in capo di comprar la -Spuma del mare- a tutti i costi e voleva me per alleato. -- Benissimo -- dissi -- io annunzierò la sua visita a Valente Nebuli -- e chi devo annunziare? -- Sono forestiero, quasi nessuno mi conosce in Milano, mi ci trovavo di passaggio ed avrei tirato diritto menando i miei reumi per l'Italia centrale, finchè dura la bella stagione; questa -Spuma- mi ha fermato, gli dica così. -- Gli dirò così, -- risposi col mio risolino furbo, che invece di sgominarlo lo fece ridere, -- così gli dirò. Egli mi porse una mano tutta tendini ed ossa, che sfiorai appena; ci separammo. -- Indovina chi era il vecchio della birreria, -- dissi a Valente. -- Chi era? mi chiese ansioso. -- Un innamorato della signora Valeria, -- soggiunsi scherzando, -- un aspirante.... Ma ammutolii vedendo sul volto dell'amico tutti gli indizî d'una commozione vera. -- Te l'ha detto lui? -- Me l'ha detto lui. -- Ha proprio detto della signora Valeria? -- Che ti viene in mente? Come vuoi che sappia? E tacqui guardandolo, mentre egli mi pigliava per mano e mi tirava a sedere sopra un canapè, al suo fianco. -- Dunque, quel vecchio è?... -- Chi sia non lo so. -- Non gli hai chiesto il suo nome? -- Sì, ma non me l'ha detto; è il signor X d'una equazione a più incognite, che, se ti ricordi, è un'equazione, in cui ci è anche un Y che non si sa chi sia. Io, come puoi credere, non l'ho sciolta, ma così tentoni, dico fin d'ora che il vecchio della birreria non vuol comperare il quadro per una speculazione, dal momento che è disposto a darti il doppio degli Americani, e suppongo non lo comperi per sè -- dunque X è uguale ad un mediatore. Valente stette alcuni istanti a far dei -sì- e dei -no- quasi impercettibili col capo, poi si volse a me, e come se continuasse un discorso bene avviato, senza preamboli di sorta, mi disse: -- Devi sapere.... VIII. Quello che io dovevo sapere. Lo chiamavano Giorgione, perchè il suo nome era Giorgio, la sua circonferenza enorme; era pittore e viveva coi pittori, ai quali dava spesso un buon consiglio per nulla e talvolta qualche centinaio di lire per meno ancora, cioè a dire in prestito. Invero se i consigli buoni gli fruttavano la soddisfazione di vedere una particella del suo robusto ingegno nelle tele degli allievi e degli amici, solitamente i prestiti escludevano per l'avvenire i consigli, perchè chi aveva intascato cento lire non si lasciava più vedere per prender altro. Giorgione guadagnava molto, ma aveva le mani bucate, come si dice; perciò quando egli aveva da pigliare una manata di napoleoni d'oro, ci era sempre qualcuno, a cui mancava il pane od il companatico od i colori o la tela o la cornice, ma mai la faccia tosta, per tirar su tutti i napoleoni che cadevano. Italiano Giorgione, italiani la maggior parte degli allievi; non andava a Parigi uno del -bel paese- che non facesse visita allo studio od alla borsa del pittore famoso. Era una specie di colonia italiana nel mare magno della capitale francese. Una volta Giorgione conobbe una coppia d'italiani sposi di fresco; la sposa era la signora Valeria, lo sposo un mediocre pittore, un uomo eccellente, che visse appena il tanto da farsi amare come un fratello, poi se ne morì. La vedova rimase abbandonata, senz'altre ricchezze che poche tele cattive del marito ed il suo visino da angelo in un paese indemoniato. Era savia ed ingenua quanto bella, si proponeva in buona fede di piangere tutta la vita il morto, credendo la poverina di potersi guadagnare il pane posando per le -Madonne addolorate-; ma se Giorgione non le veniva in aiuto comperando le cattive tele del morto e facendole propriamente da tutore, chi sa che sarebbe stato di lei. A quanti pittori la vedevano, pigliava un desiderio ardente di copiarne le mani e la testa, ma Giorgione era come geloso della sua -Madonna- ed a malincuore la imprestava ad altri. A quel tempo andò a Parigi un gran signore, un conte, un marchese, un duca, che so io, un pezzo grosso; faceva l'ultimo suo viaggio da scapolo, ma questo non lo diceva a nessuno; amava le arti, imbrattava anche lui delle tele e lo faceva sapere a tutti. Naturalmente capitò nello studio di Giorgione, vide la signora Valeria, e sentì (non sarebbe stato artista se non l'avesse sentita) la smania irresistibile di copiare anche lui la testa e le mani della modella famosa. Giorgione gli fece mettere un cavalletto in uno stanzino, e gli permise di venire un'ora ogni giorno a dipingere una -Madonna-, curioso di vedere come se la sarebbe cavata quel -dilettante-; e visto che se la cavava benino, dopo la prima posa gli lasciò soli, credendo forse che l'immagine santa dovesse tutelare abbastanza l'originale. Giorgione chiedeva un miracolo, e lo chiedeva ad una -Madonna- incominciata appena; e pure Giorgione non credeva ai miracoli, ed in fatto di -Madonne- le adorava quando erano capilavori e dava un certo valore mercantile a quelle che faceva di commissione, niente più. Ma l'uomo non è sempre ragionevole a tempo. Quel signore stava a cavallo della quarantina, ma saldo come se avesse trent'anni; era bello, aveva modi da gentiluomo artista che piacciono tanto alle donne vissute in povera condizione. Io m'immagino che, per cogliere il segreto della bellezza rara della sua -Madonna-, la fissasse a lungo a lungo, con due occhi, da cui si avventava il fluido magnetico, e dopo averle detto: -«più su» troppo, «un po' più a sinistra» così «no»- e simili, si alzasse talvolta tenendo il pennello tra i denti, e pigliasse il visino con mani carezzevoli per collocarlo come doveva essere, e sempre e ad ogni modo saettandola col fluido, finchè un giorno la signora Valeria si sentì vinta. Egli disse probabilmente -- «mi sorrida» -- ed ella fece un sorriso che apparve riprodotto tal quale sulla tela; poi egli, senza dir parola, ma tremante per desiderio, si accostò a lei tremante per paura, e sulle guance impallidite dalla commozione raccolse probabilmente colle labbra qualche cosa che nella tela non poteva mettere. E continuando ad immaginare, io dico che la -Madonna- impassibile e sorridente non somigliava per nulla in quel punto alla creatura terrena trasfigurata dall'amore. Non le somigliò più; la signora Valeria divenne prima allegra troppo, poi troppo mesta e pallida. E un giorno qualcuno avvertì Giorgione che la sua protetta, la sua pupilla, la sua figliola (perchè era tutto questo per lui) se ne andava di nascosto in una casa dirimpetto, dove il conte od il marchese, od il duca, od il diavolo l'aspettava per farla posare (povera -Madonnina- profanata!) in atto di Venere nascente dalla spuma del mare. Giorgione vide il quadro disegnato appena, comprese il resto -- sapendo benissimo che non nascono Veneri innocenti dalla spuma del mare. Un mese dopo la signora Valeria piangeva l'abbandono, e più tardi se ne moriva mettendo al mondo una creaturina -- storia vecchia. Il conte, il marchese, il duca, il che so io, era fidanzato ad una duchessina molto ricca e molto casta; il suo viaggio a Parigi aveva avuto per iscopo di comperare i doni alla sposa -- quando seppe che una figlia eragli nata prima del suo matrimonio, e che la madre era morta, rispose con una lettera piena di lagrime e di biglietti di banca -- invocando da Giorgione facesse lui il babbo alla bambina, e serbasse il , - - ; 1 , , 2 , , , . 3 4 - - ? - - . 5 6 - - , 7 , ' ' , 8 . 9 10 - - ! - - . - - ? 11 12 - - . 13 14 - - ' . 15 16 - - ' . 17 18 - - ? - - . 19 20 - - . 21 22 - - ' ? ? ? 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