Dalla spuma del mare
Salvatore Farina
SALVATORE FARINA
DALLA SPUMA DEL MARE
RACCONTO
(SECONDA EDIZIONE)
TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
MILANO
STABILIMENTO Via Appiani, 10
SUCCURSALE Via Larga, 19.
1876.
Proprietà letteraria.
ALLA MIA CRISTINA
DALLA SPUMA DEL MARE
I.
Qui cominciate a vedere che nel mondo si danno combinazioni curiose.
Si danno le curiose combinazioni nel mondo. Io aveva lasciato appena
quel quartierino al terzo piano, e mi era piaciuto vedendolo, e
continuava a piacermi per istrada pensandoci, e me ne andavo del
mio passo solito a descriverlo alla mia Annetta, che era rimasta
all'albergo ad aspettarmi, quando....
Ma non incominciamo disordinatamente.
Qual quartierino avevo io visto? Chi era Annetta? E in che paese
accadeva la cosa? Annetta è mia moglie, il paese Milano, il quartierino
doveva essere il nostro futuro nido.
Ed ora sono nel mio diritto ripetendo che nel mondo si danno le
combinazioni curiose.
Voi non immaginate nemmeno quanto sia nel mio diritto, ripetendo
questo, perchè non sapete tutti i pensieri che ho fatto io sul caso e
sulla combinazione.
Vediamo: non siete già di quelli che negano il caso?
No? bravissimi; il caso ci è, e bisogna fargli di cappello. Ma che cosa
è il caso? È il disordine o l'ordine? Voi dite il disordine, perchè
lo confondete coll'inaspettato e lo riferite alle facoltà limitate
dell'uomo; io dico l'ordine, perchè ci ho pensato su, e lo piglio in
sè stesso, e lo riferisco ad una serie di fatti di cui non mi rendo
ragione, e lo ammiro nella sua stupenda simmetria. Spieghiamoci con un
esempio: vi era una tegola sopra un tetto, ora non vi è più, perchè si
stacca e cade; vi è un uomo che passa proprio in tempo per riceverla
sul cranio. -- Ecco il disordine, ecco il caso, voi dite, pensando che
la tegola era fatta per istar sul tetto. -- Ma chi ha consigliato a
quell'uomo di uscire di casa proprio in quel minuto, di camminare di
quel passo, di fermarsi quel tanto e non più dinanzi ad una bottega,
e di passare per l'appunto sotto la perpendicolare tracciata dalla
tegola?
E chi ha detto alla tegola di non perdere l'equilibrio (che è
la pazienza delle tegole) finchè l'-altro- si trovasse nel piano
della perpendicolare? La meravigliosa esattezza di questa serie di
combinazioni è l'ordine, cioè il caso.
Vi sarete accorti che io sono un uomo ordinato, e che ci era in me
la stoffa di un matematico; perciò vi farò stupire dicendovi che io
sono anche un pittore -- sissignori, pittore di ritratti e di genere
ai vostri comandi, filosofo nelle ore d'ozio, che non sono molte, pur
troppo! -- non perchè mi piaccia molto l'ozio, ma perchè moltissimo mi
piace la filosofia.
Ho trentatrè anni sonati, presi moglie a trenta per far le cose in
regola; non ho figli. Il mio ideale era una progenitura simmetrica, un
maschio ed una femmina, od il doppio, od il triplo, meglio che nulla.
Annetta ed io non sappiamo che pensare; aspetta, aspetta, aspetta....
-zero-. -- È un destino perverso; -- dice lei; -- io non fiato nemmeno,
perchè mi spiace brontolare contro le cose che non capisco; ma se anche
non è venuto, mi par di vederlo il primo paio; potrei farne il ritratto
e metterlo in mostra colla scritta: -dal vero-.
Se vi dicessi che ho un gran talento, che sono un galantuomo, che il
mio cuore è largo così, avreste ragione di mettervi a ridere e di non
darmi retta; ma quando vi abbia detto che ho il naso grosso, gli occhi
bigi, i capelli che tirano al biondo e non vogliono star fermi, che
sono lungo, sottile e diritto come il manico d'un pennello, spero che
non mi chiederete le prove.
Ed ora che mi sono dato a conoscere il tanto che basta per aver diritto
di contarvi la storiella, mi ci metto proprio e vi prego di starmi a
sentire.
Avevo dunque lasciato appena quel quartierino al terzo piano, e me
n'andavo per la via a capo basso, distribuendo in bell'ordine le camere
ed i mobili..., studiolo, tinello, stanza da letto, cucina, gabinetto
per la fantesca.... benissimo.... il cavalletto in faccia alla
finestra, i modelli, i ferravecchi del mestiere in giro, un tavolino
nel mezzo, la poltroncina filosofica per i quarti d'ora d'ozio, nella
parete sopra la poltroncina la pipa, accanto alla pipa il cassettino
degli zolfanelli.... Io vedevo tutto ciò mano mano che si disponeva
simmetricamente sul lastrico del marciapiedi; il quartierino con tutti
i nostri mobili così ordinati mi camminava dinanzi precedendomi d'un
passo.... quando un'idea nuova fermò tutte le altre ed il quartierino
e me stesso. Mi volsi. -- È lui! -- mi aveva detto quell'idea; ed ora
guardandolo alle spalle, esaminandone meglio la statura, le mosse,
ripetevo dentro di me: -- è proprio lui, Valente! -- In un baleno vidi i
portici di Torino, l'Università disertata per l'Accademia Albertina, la
scuola di disegno, i modelli barbuti e le modelle famose, la Geltrude
dalle belle braccia che si sarebbero potute attaccare alla Venere di
Milo; la Marietta, che aveva due spalle da Giunone, la Nina la cui
unica bellezza erano le mani piccolissime, la Bianca che.... lasciamo
stare la Bianca. Io vidi tutto ciò in processione dietro i calcagni di
Valente, il quale se ne andava del suo passo solito; e sebbene da due
giorni soltanto avessi lasciato Torino per venire a cercare la fortuna
in Milano, sentii che il cuore faceva lo scampanío. Il mio cuore fa
sempre a modo suo, senza mai chiedermi il permesso -- lo dico perchè
non si creda che io fossi già pentito d'aver lasciato Torino, le spalle
della Marietta, le manucce della Nina, le braccia della Geltrude e le
altre bellezze della Bianca. -- No, al contrario allora più che mai ero
contento della mia deliberazione, e sarei corso dietro a Valente per
fermarlo e dirgli che avevo trovato un bel quartierino che mi faceva
felice, se egli non avesse avuto al fianco una signora. Una signora
piuttosto piccina, che faceva i passi lunghi per camminare in cadenza,
ed appoggiava un pochino la testa al braccio del suo cavaliere; una
signorina elegante e senza dubbio bella. Ora io sono un po' timido
colle signore giovani e belle; non è la parte più invidiabile della mia
natura, ma non ci è che fare -- sono così.
Valente svoltò alla prima cantonata, ed io proseguii a passo
strascicato verso l'albergo, cercando stupidamente di persuadermi che
avevo avuto torto. E quando contai ad Annetta tutta la faccenda come
era andata, e finii col darmi centomila torti, ed essa mi disse che al
contrario avevo avuto centomila ragioni di tirar diritto.... perchè non
si sa mai.... -- come potete credere, -- non fui più contento di prima.
-- Spiegami bene, dunque; la cucina comunica col tinello?
-- Comunica, -- rispondevo io; -- e intanto pensavo: -- «chi potrà essere
quella signora?» --
-- E il tinello è grande?
-- Grande. «Valente non aveva sorelle!...»
-- E la stanza da letto?
-- È sua moglie! -- dissi forte, e vedendo il musino sbalordito della
mia, aggiunsi ridendo di cuore: -- Sì, la camera da letto è la moglie
del tinello...
-- Grande egualmente?
-- No, un po' più piccina, come dev'essere una moglie; se fosse stata
grande egualmente avrei detto -sorella-.
E risi, e le diedi un bacio, che la consigliò di ridere anche lei.
-- Andiamo subito a vedere, -- disse, e non l'ebbe detto che già aveva la
mantellina in dosso, e mi si era attaccata al braccio.
La mia Annetta non sa nascondere nulla; se ha un'allegria, una
contentezza, od un malumore, bisogna che le venga fuori negli occhi,
nelle parole, negli atti. Quando una cosa le piace, state sicuri che
dirà: -bella!- e lo dirà con enfasi, anche se la prudenza consigli
e raccomandi di non fiatare. La camera da letto era -bellissima-, il
tinello -bellissimo-, -bellissimo- lo studiolo, la cucina -bellissima-,
-bellissimo- tutto -- e con enfasi; e siccome il portinaio, che ci
accompagnava, non apriva finestra o porta senza farci notare che
chiudevano -benissimo-, che erano tinte -benissimo-, e si provò
persino a persuadermi (ma senza enfasi, siamo giusti) che certi fiori
scellerati, dipinti sul soffitto parevano staccati or ora dagli steli
e messi li per capriccio -- così incominciai a temere che di fronte a
tanti superlativi non mi avesse poi a riuscire un mio bel disegno, che
era di ribattere cinquanta lire dal prezzo d'affitto. Perciò senza dar
tempo al portinaio di trovarsi a quattr'occhi col padrone di casa,
domandai se gli si poteva parlar subito, ed il portinaio rispose
di -sì-, e si avviò innanzi, e noi dietro. Allora io dissi, come
rispondendo a mia moglie, che non aveva aperto bocca: -- Sì, sì, non ci
è male! è un po' piccino però! -- ma mia moglie, la quale quando è in
festa non ci vede più, non badando alle mie occhiate, rispose: -- per
noi altri ce n'è di troppo! -- Mi sarebbe venuta la tentazione di darle
un pugno, se non fosse stata la mia buona Annetta.
Scendemmo quattro scale, ci fermammo al primo piano, dinanzi ad uno
stoino che diceva: -salve-. Quella garbatezza messa lì, sull'uscio, per
incominciare a fare gli onori di casa, mi piacque. Purchè il padrone
non sia uno di quelli che, quando hanno incaricato uno stoino di dir
-salve- al prossimo, si credono in diritto di misurarne la statura e la
borsa, e di spendere tutta la loro superbia colla gente piccina e colle
borse magre!
Così pensando, guardai alla scritta che luccicava sulla porta e lessi:
-Nebuli-.
-- È curioso!
-- Che cosa? --
Ma non potei rispondere alla mia Annetta, perchè in quella s'aprì
l'uscio e noi fummo propriamente sbalorditi dalla solennità del
grosso servitore in livrea, e dal lusso dei mobili e dei tappeti che
si vedevano in una fuga sterminata di stanze. Rinunzio a descrivere
tutto quanto vi era di opprimente in quel lusso, vi basti sapere che
dopo essermi fermato e seduto (perchè il servitore volle così) sopra
una seggiola coperta di raso, come se mi ci avessero inchiodato, io
non pensava più a ribattere cinquanta lire sulle seicento del fitto, e
che se il proprietario avesse avuto la furberia di chiedermene mille
per bocca del suo grosso servitore, io sul momento avrei trovato
quella somma una miseria, a costo di non lasciarmi più vedere per
sottoscrivere il contratto.
Entrò un uomo, noi ci rizzammo in piedi di scatto; io feci un inchino
solenne, poi lo guardai; mi guardò.... -- Ferdinando! -- gridò egli; ed
io dissi: -- Valente! -- E corsi a lui calpestando i tappeti, ed egli a
me, e ci abbracciammo stretto.
La mia Annetta sorrideva. Fu allora che pensai quello che avreste
pensato anche voi, cioè che si danno al mondo delle combinazioni
curiose.
-- Sei proprio tu? -- chiesi a Valente misurandolo cogli occhi e dando
un'occhiata fuggitiva ai mobili, alle dorature. -- Sei proprio tu
Valente Nebuli, il famoso -pittore di prospettive lontane-?...
La risata con cui mi rispose trovò una risonanza nell'ampia sala,
specie di tentativo d'eco che i mobili imbottiti, le tappezzerie, i
tappeti e le tende soffocarono come un'impertinenza.
-- Proprio io! -- disse poi l'amico, -- l'-uomo del domani-, come mi
avevate battezzato; e tu sei il mio Ferdinandone dell'oggi, anzi
dell'ora, anzi del minuto secondo, il creatore della pittura filosofica
e matematica! Come sono contento di rivederti! --
Non erano parole messe lì come lo stoino sull'uscio, venivano proprio
dal cuore, gli si leggevano sulla faccia prima che le dicesse e vi
rimanevano scritte dopo.
La mia Annetta continuava a guardarci sorridendo; non altro avrebbe
potuto fare, perchè non conosceva Valente, avendola io sposata da tre
anni, quando da dieci mesi l'amico era scomparso dall'Accademia.
-- Ti presento mia moglie, -- dissi, e volli aggiungere: «presentami la
tua,» ma non so chi me ne tolse l'ardire; forse un chinese panciuto di
porcellana, che mi faceva di -sì- col capo.
Siccome allora mi passava pel cervello un'idea che mi pareva piena
di buon senso, ed il chinese di porcellana aveva l'aria d'averla
indovinata e di darmi tutta la sua approvazione, così la voglio dire.
La mia idea era che a torto ce la pigliamo colla fortuna, la quale
ci cambia gli amici se, anche quando gli amici baciati dalla fortuna
rimangono tal quali, ce li cambiamo noi nella nostra opinione. Vi
giuro che se l'avessi visitato in una soffitta, Valente non mi avrebbe
fatto accoglienza più cordiale; e pure perchè mi riceveva in una sala
luccicante di dorature, io senza avvedermene lo andava allungando ed
ingrossando fino a farne un colosso che mi dava ombra. Non lo stimavo
più di prima, ora che pareva ricco, no di sicuro, ma sentivo per lui
una specie di ammirazione stupida; non gli volevo meno bene, ma provavo
una compiacenza scimunita nel ricordarmi ch'egli pure me ne aveva
sempre voluto.
Non dissi dunque: «presentami tua moglie,» che sarebbe stata la
scorciatoia, ma feci la via più lunga, chiedendogli se era lui quello
che un'ora prima avevo visto sul Corso al braccio d'una signorina.
Era lui, naturalmente, ma come lo disse! Tacqui aspettando una
spiegazione, che non venne; e quando vidi che il silenzio lo
impacciava, e che si faceva rosso, mi affrettai a parlargli del
quartierino al terzo piano.
-- Ti piace? -- mi chiese.
Era o non era turbato? Non lo so bene, perchè passò prima come un'ombra
sul suo viso, poi mi strinse tutte e due le mani ed esclamò:
-- Quanto sono contento che ti piaccia! --
Per essere schietto, confesso che questa volta le sue parole mi parvero
uno stoino vero, messo lì come l'altro sull'uscio. Ma Valente proseguì
enumerando tutti i pregi che il quartierino aveva e quelli pure che non
aveva -- la tromba in cucina, per esempio, mentre era sul pianerottolo
(e glielo feci osservare), la tappezzeria d'una camera che invece era
imbiancata.... (e corressi anche questo sbaglio), -- e s'infervorava
tanto, e cercava con così schietto entusiasmo di convincermi che quel
quartierino era il fatto mio, che, a non saperlo spensierato, l'avrei
creduto invaso da una paura immensa di non trovar inquilini, perchè il
San Michele era passato.
-- E quanto il fitto? -- dissi serio serio.
Egli uscì a ridere.
-- Ne parleremo poi.
-- No, -- protestai, -- è questo il momento di parlarne.
-- Ne parleremo poi.
-- No, -- insistei, -- in tutte le ore della giornata, in tutte le
giornate della settimana non troverai un momento come questo fatto
apposta per parlarne.
-- Di' tu la somma.
-- No, a te sta il dirla; non sei tu il proprietario?
-- Ma bada che d'inverno quel quartierino è freddo molto....
-- Tutti i quartieri sono freddi d'inverno.
-- Voglio dire che non è esposto al mezzogiorno; e poi perchè non
ha l'acqua in cucina, e ad una camera manca la tappezzeria, e il
pavimento.... non ci hai badato?... è bruttino.... --
Non capivo proprio dove volesse andare a finire.
-- Perciò si stenta ad affittarlo, sebbene io mi contenti di poco....
-quattrocento lire-! --
Compresi, ma protestai che era una birbonata far pagare quattrocento
lire un quartierino come quello.
Egli si vide scoperto e rise, ed io volli assolutamente pagarne
cinquecento almeno, benchè mia moglie, mettendomisi al fianco, mi
avesse dato un colpetto di gomito....
Al momento di separarci, mentre stavamo ancora sull'uscio a far ciance,
sentii un passo leggero su per le scale, accompagnato da un fruscío di
abiti di seta, e notai che Valente ebbe l'istinto di ritirarsi; ma si
fermò.
-- Ecco la mia Chiarina! -- disse.
Era proprio il leggiadro fusticino di donna che avevo visto per via,
svelta e pure rotondetta, rotondetta e pure elegante, una Venere greca
a tre quarti di grandezza naturale.
Mentre guardavamo con un sorriso d'ammirazione, quel piccolo capolavoro
ci fu al fianco, ed io vidi che, essendo molto più piccina di tutti
noi, la signora Chiarina pareva grande egualmente. Era fin'ora il più
bell'argomento che avessi trovato in prova di quella profonda verità
filosofica: cioè che l'universo non ha grandezze, ma armonie, e che
tutto è grande ad un modo rispetto all'ordine universale delle cose.
Se ne siete persuasi anche voi, tiriamo innanzi.
Era bella proprio la signora Chiarina? Oh! sì, bella proprio. Ma non
chiedete come avesse il naso e la bocca, e di che colore gli occhi ed
i capelli; ora io lo so, ma quel giorno non lo vidi; notai soltanto,
e perciò s'ha a dirlo a questo punto, che aveva una faccetta bianca, e
lo notai perchè quando io chiese a Valente: -tua moglie?- la faccetta
bianca si fece tutta rossa.
-- Il mio amico Ferdinando, di cui ti ho parlato tante volte, la sua
signora.... -- disse Valente con una disinvoltura curiosa, che pareva
impaccio.
La signora Chiarina inchinò quel suo corpicciolo di fata, ci regalò
un sorriso, un bel sorriso, poi sparve dietro l'uscio e la sentimmo
correre e ridere nell'anticamera.
-- È come una fanciulla! -- disse Valente.
Ci stringemmo forte la mano, e -addio-, cioè, -a rivederci-.
Quando fummo da basso, mi piantai come un palo innanzi al portone
a guardare la strada, che era larga e quasi diritta, una delle più
-aristocratiche- di Milano; a guardare la facciata del palazzo, che
aveva tre piani ed era stato costrutto senza economia; a guardare le
doppie vetrate delle finestre; a guardare le cortine di pizzo che si
vedevano dietro i vetri lucidi; ma quando vidi o mi parve di vedere una
faccetta bianca dietro a quelle cortine, allora me ne andai subito.
-- Ti piace? -- domandai alla mia Annetta.
-- Tanto, mi ha innamorata.... mi par già di volerle bene. --
Credevo che parlasse della nostra casa.
-- La fortuna ci sorride; vedrai che quest'inverno farò dei ritratti
e dei quadri di genere, e li venderemo. E l'amico Valente che cuore
d'oro! --
Avrei voluto aggiungere: «E che bella donnina sua moglie!» ma la
prudenza mi consigliava di tacere.
-- E che bella donnina sua moglie! -- disse Annetta.
-- Sì.... bellina.... un po' piccola.
-- Sentitelo! bellina! di' che è bellissima, non ne sono gelosa, è
troppo bella!
II.
L'amico Valente.
Bisognava vedere il nostro quartierino otto giorni dopo, quando mia
moglie vi ebbe messo i suoi mobili ed io l'ordine! È più facile farsene
un'idea, immaginando un insieme molto bellino, molto pulito, molto
allegro, molto simmetrico, che descriverlo -- perciò non lo descrivo.
Ho detto che i mobili erano di mia moglie, dirò il resto alla libera:
anche le lenzuola, le tovaglie e le poche cedole al portatore, che ci
innalzavano alla dignità di creditori dello Stato, tutto era di mia
moglie; io non possedevo al mondo altro che due cavalletti, dodici
pennelli, otto tavolozze, alcune tele di genere rimaste invendute,
pochi spiccioli in un cassetto e molta economia. Non crediate però che,
sposandoci, la mia Annetta credesse d'aver fatto un -carrozzino- (come
si dice) ed io un buon affare; ci sposammo, perchè ci piacevamo, perchè
ci volevamo bene, e se i nostri mobili si fossero provati a mettere la
discordia fra noi due, credo che ne avrei fatto tanta legna da ardere
senza metafora nel focolare domestico, e che mia moglie mi avrebbe dato
mano. Erano mobili di noce, lucidi, ma serii, ben saldi sulle gambe,
bene equilibrati, mobili poco mobili, che se ne stavano al loro posto.
Tutti i cassetti aprivano e chiudevano senza farsi tirare, senza farsi
mai mandare a quel paese dal marito, il che può essere pericoloso,
quando i mobili sono della moglie -- parlo per conto del prossimo.
Bisognava vedere -- e perciò appunto un giorno il mio amico Valente fece
le scale e se ne venne disopra a fare il curioso.
Provatevi ad indovinare quello che egli disse, quando ebbe messo
il naso da per tutto; anzi non vi state a provare, perchè tanto non
l'indovinereste mai.
-- Come t'invidio! -- così disse. -- Lo guardai in faccia, perchè mi
ricordavo che l'amico mio aveva una cert'aria, nel dir le cose, da non
lasciar mai capire se dicesse proprio sui serio o da burla. Diceva sul
serio, ve lo assicuro, prima di tutto perchè ora non aveva più quella
cert'aria d'una volta, e poi perchè lo scherzo sarebbe stato di cattivo
genere, e Valente anche nel far la burletta badava a non offendere
menomamente gli amici.
Provai a ridere per accertarmi proprio. Non rise. Non sapevo che
fantasticare, quando ad un tratto mi venne in mente (come non ci avevo
pensato prima?) mi venne in mente la sua manía, e questa volta risi di
cuore.
-- Sì poveraccio! -- esclamai -- sei proprio da compiangere, tu nato,
fatto per essere il miserabile più felice che campi sotto le stelle,
tu ricco, tu padrone d'un palazzo splendido, tu servito da domestici in
livrea, tu.... Ah! la sorte è senza giudizio, --
Cominciò dal fare eco alla mia risata, come per intonarsi più giusto,
poi rispose tra il serio ed il faceto:
-- Meno male che tu mi comprendi! Se non sono propriamente una vittima
delle mie nuove ricchezze, ti assicuro che esse m'hanno rubato molto
della mia ricchezza d'una volta, tanto più preziosa; la spensieratezza,
la fantasticheria, le repentine gioie che ci dà un nonnulla, tutto
questo va perduto facendo un'eredità. Prova e vedrai. --
Qui ci stava un sospiro, ed io ce lo misi tanto per fare il paio,
perchè se v'era una cosa che desse ragione a Valente, poteva esser
questa: che io non aveva un desiderio molto vivo di fare una eredità.
Valente aveva preso il filo: -- Questa cameretta (eravamo nel tinello)
può invidiare la mia sala, ma se ha giudizio non la invidierà; può però
aspirare a diventar bella un po' più, ad avere prima la tappezzeria
che le manca, poi le porte inverniciate di nuovo, poi la vòlta dipinta
meglio, il mosaico per terra, ed infine le credenze più graziose,
di rovere e palissandro..., guarda quanti bei sogni può fare questa
cameretta, e quante gioie purissime le prepara l'avvenire. --
Egli diceva la -cameretta-, ma guardava -me-, parlava di -me-, ed io
leggeva nel suo risolino che il preparatore di quelle gioie purissime
voleva esser lui, e facevo le mie riserve.
-- Invece la mia sala immensa, dorata, splendida, non ha più un
desiderio, un bisogno, non si aspetta più alcuna gioia; tu metti
le cortine di bucato alla stanzuccia; vedila ilare, contenta; io in
mancanza di meglio caccio nella mia sala cento nonnulla costosi, che
non mi costano niente, che una volta messi là par che si nascondano,
che la lasciano fredda, superba, indifferente e stupida. --
Si accalorava un tantino nel dire queste parole: la sala era -lui-!
-- Dunque non sei felice?
-- Sì, sono felice, ma una volta ero di più. Ecco il mio stato; gli è
che la nuova ricchezza non è soltanto la cessazione della povertà,
ma l'agonia delle gioie più belle, dei desiderî più ardenti, delle
speranze più balde, degli affetti più semplici, delle fantasticherie
più alate. --
Ora mi andava nella lirica, bisognava fermarlo.
-- Perchè tu manchi di regola -- gli dissi -- perchè tu non hai metodo,
perchè, secondo il tuo modo di vedere, agi ed ozio sono sinonimi,
perchè tu nelle ricchezze non vedi se non il -possesso- freddo,
monotono, incapace di dare un palpito, mentre vi è la -distribuzione-
che è varia, animata e conosce «gli affetti semplici,» e vede da vicino
la «gioia,» e non volta le spalle alla «speranza.» Se io fossi in
te avrei tante cose da fare, tante, tante, che non mi rimarrebbe un
briciolo di tempo alle «fantasticherie alate....»
-- Ah! oh! -- disse crollando il capo, -- l'unico, vero, purissimo
conforto della vita è il -fantasma-; l'immaginazione è la felicità;
non mi stare a compiangere i poeti morti all'ospedale, perchè per essi
la vita era un giardino incantato, e lo spedale una reggia. Quando
ero studente di pittura all'Accademia, e mi avevate battezzato «l'uomo
del domani,» perchè non facevo che castelli in aria, allora sì che ero
contento!
-- Schiettamente: vorresti tornare a quei tempo, a quello stato?
-- Schiettamente: no.
-- Lo vedi!
-- Lo vedi che non mi capisci! -- esclamò egli trionfante.
In quella entrò mia moglie, che era rimasta di là a farsi un po' bella
per ricevere la visita. L'amico Valente si inchinò, le strinse la
mano, le chiese come stava, con una garbatezza sciolta, di cui un tempo
l'avrei creduto incapace.
E non so come avvenne la solita trasformazione intorno a me; mi parve
che l'amico mio si allungasse, si allungasse, e mentre finora io lo
aveva lasciato sopra una seggiola, nell'atto che si rimetteva a sedere
gli spinsi fra le gambe un seggiolone.
Valente fu gentilissimo colla mia Annetta, la lodò del buon gusto,
della disposizione dei nostri mobili, e la poverina tenne così poco per
sè protestando di non averci quasi merito, che io dovetti intervenire
due volte perchè non mi facesse la parte larga più del giusto e del
ragionevole.
Sul pianerottolo l'amico mi strinse forte le due mani e mi disse:
-- Hai una donnina che vale un tesoro!
-- E la tua!
Non mi rispose; stette un momento in pensiero, poi disse:
-- No, non vorrei essere nei tuoi panni, e pure t'invidio; prova a
diventar ricco e mi comprenderai.
-- Se non ti spieghi ora, temo che non avrò mai occasione di
comprenderti. --
E allora egli mi disse con una serietà da burla:
-- Il primo furto che ti fa la ricchezza è la volontà: tu sei padrone
di molto denaro e non più di te stesso; ci è un avversario in te, che
dorme finchè sei.... (voleva dir -povero-) finchè sei.... -così-; il
mio s'è svegliato. Perciò -io- vorrei essere il Valente di una volta,
ma -lui- non vuole.... andare a letto. --
Rise, risi; ci scrollammo le mani; egli scese le scale ed io mi buttai,
contento come una pasqua, nelle braccia d'Annetta, che era lì, dietro
l'uscio, ad aspettarmi.
III.
Qui tiro su una cortina e comincio a vedere un mistero.
L'amico Valente passava delle ore buone nel mio studiolo, sdraiato
nella mia poltroncina, dinanzi al mio cavalletto, fumando la mia pipa,
e dandomi ogni tanto dei consigli con un'aria tutta sua, coll'aria
di chiedermene, facendomi venire un dubbio, balenare un'idea col
mostrarsi ingenuo e dubitoso egli stesso. A sentirlo, era un secolo
che non toccava i pennelli, la tavolozza aveva certe croste di colori
che non avrebbe sciolte nemmanco il diluvio, in somma doveva essersi
dimenticato di tutto. Ma a volte mi diceva:
-- Scusa un po', che te ne sembra? caricando un tantino quell'ombra,
la figura non si staccherebbe meglio? prova per farmi piacere....
cancellerai dopo. --
Io provavo per fargli piacere e non cancellavo più; e il giorno di
poi, rivedendo il quadro, non ci era pericolo che Valente dicesse,
come avrebbe fatto un altro: -- Oh! l'hai lasciata l'ombra? hai fatto
bene! --
Peccato che egli avesse voltate le spalle all'arte; mi ricordavo di
certi suoi studi di nudo all'Accademia che noi scolari mettevamo sotto
voce sopra quelli del professore; egli aveva una certa sua maniera
spiccia, sicura, che formava la disperazione degli emuli. Anche a me
da principio aveva fatto dispetto, perchè gli volevo passare innanzi
anch'io, volevo fare anch'io i nudi più belli de' suoi; ma quando
Samuele, un vecchio modello con tanto di barba bianca, mi ebbe detto
un paio di volte che i muscoli che avevo messo sulla tela non erano
i suoi, la carne nemmeno, e che le mie costole non avevano nulla da
vedere colle sue, ed ebbe soggiunto che il nudo non gli pareva il mio
forte, che il mio genere era probabilmente il -genere- -- allora andai
ad offrire la mia amicizia a Valente, e cominciai a dire a quanti mi
volevano intendere che i suoi nudi erano i migliori; che chi non è nato
pel nudo, è inutile si ostini, faccia le donne e gli uomini vestiti;
che ciascuno deve trovare la sua strada, e che il mio genere era
sicuramente il -genere-.
Così si divenne indivisibili.
Ora sembravamo tornati a quei beatissimi tempi; la mia Annetta era
proprio innamorata della signora Chiarina, di quella donnina-gingillo,
donnina-tesoro, donnina-minuzzolo di paradiso, come diceva lei. E
quando io facevo qualche restrizione, per tattica maritale, ella mi
diceva ironica: -- Davvero? come dovrebbero essere le donne, perchè il
signore le trovasse perfette?
-- Dovrebbero essere amate.... come te.
Allora mi chiamava -ipocrita- ridendo.
Quanto alla signora Chiarina, mi pare che volesse propriamente bene
alla mia Annetta, perchè, vedendola, le correva incontro ed era la
prima a porgere le guance per farsi baciare, e le restituiva un bacio
appena appena ci stava lo spazio di tempo necessario; ma parlava
pochino, massimamente in presenza mia, e mentre non si dava le arie
di gran signora, aveva un certo ritegno che mi metteva in imbarazzo;
lo avrei detto sussiego, senza quella grandissima facilità di ridere
e di farsi rossa. Perchè si faceva rossa? Io non sono uno sguaiato, e
le parole prima di lasciarmele venir fuori dalla bocca le misuro colla
lingua, pure non potevo fare una parlatina di quattro periodi senza
vedere arrossire quella faccetta bianca. Allora mi fermavo pensando:
«che cosa ho detto?» Meno di nulla. S'era parlato di pittura, o di
mia moglie, o di suo marito. Un paio di volte avevo nominato la Venere
dei Medici, o messo in ridicolo le Pompeiane moderne, che sono sempre
a sedere dinanzi allo specchio, o ritte senza camicia dinanzi al
bagno. Si era fatta rossa, non ci era di che, però mi guardai bene dal
ricascarci.
Parlandone con mia moglie, essa mi disse: -- «non capisco nulla io pure,
è una cosina tutta timida, tutta ingenua, è una sensitiva, sarà per
questo.»
-- Sensitiva quanto vuoi, è pure la moglie di suo marito, e certe cose
deve.... --
Annetta non mi lasciò finire, e corse via tappandosi le orecchie --
influenza del buon esempio!
Non in questo solo mia moglie cercava di assomigliare alla sua nuova
amica; a spasso mi si attaccava al braccio appoggiando un tantino
la testa al mio omero, come vedeva far lei ogni giorno, stando alla
finestra, nelle ore che i -padroni di casa- erano soliti uscire; e
ripeteva le esclamazioni favorite della signora; e si pettinava liscia
come lei. È detto tutto in tre parole: -ne era innamorata-.
Ancora Valente non mi aveva fatto vedere i suoi cartoni, ed io mi
proponevo ogni giorno di chiedere quanto non mi veniva offerto, ma
differivo per una ragione semplicissima, ed è che ancora Valente non mi
aveva condotto in giro per il suo appartamento. Alla fine ci condusse.
Quante stanze! Quanti mobili! Quanto lusso! Sulle prime non mi potei
fare un'idea chiara di quel labirinto, ma quando pensandoci me n'ebbi
messa la pianta nel cervello, vi trovai alcuni difetti di distribuzione
che sarebbe stato un peccato non correggere. Dov'era un salotto, uno
dei tanti, ci doveva essere lo studiolo, che così avrebbe ricevuto una
luce bellissima; quanto a renderlo indipendente, come lo voleva l'amico
mio, bastava condannare un uscio; cosa elementare.
-- Grazie -- mi disse Valente, e tirammo innanzi. Giunti ad uno stanzino
in fondo, ci affacciammo appena di qui e di là a due camere, i cui usci
si guardavano; due camere identiche, un lettuccio in ciascuna; quella
a dritta era della signora Chiarina, l'altra di Valente; dentro di me
io non approvavo una disposizione simile, ma quando vidi la signora
Chiarina tutta rossa, ed intesi Valente dire che la si faceva rossa,
figuratevi! per timore ci rivelasse la paura orribile ch'ella aveva
di notte, allora non mi potei trattenere dal pensare: -- Ma se ha tanta
paura!...
Diceva Valente:
-- Quando ho guardato sotto i letti, nell'armadio, dietro le portiere,
e fatto correre le poltroncine, e lasciati aperti gli usci delle nostre
due camere e la lampada accesa, quest'eroina ha ancora paura.... --
E allora non mi seppi trattenere dal dire, come avevo pensato:
-- Ma se ha tanta paura.... --
Non mi si lasciò finire; la signora Chiarina ebbe l'aria di fuggire;
mia moglie e Valente le andarono dietro, ed io in coda.
Nel ripassare dinanzi allo studiolo, mi fermai a squadrarlo, così,
sul limitare; era proprio vero: un cavalletto stava ripiegato ed
addossato alla parete, alcune tavolozze pendevano appese ad un chiodo,
una sopra l'altra, ed ecco i pennelli in fascio entro un secchiolino.
Valente Nebuli non era più pittore! Sulle pareti si vedevano appese
alcune tele sbozzate appena; qua e là pochi tocchi di carbone
svelavano l'intenzione d'una signora mitologica qualunque -- non più
che l'intenzione; ma per un artista non vi hanno abbozzi; egli vede
il quadro compiuto dove non sono che quattro linee, ci mette i colori
del suo, l'aria, la luce, il fondo, -- ecco, la figura si stacca bella
come non potrà essere mai. Quanti capilavori ho fatto io così! Andavo
in giro per la stanza, facendo il sordo, mentre Valente continuava a
dirmi: -- Vieni via, non c'è nulla di buono, lascia stare. --
La curiosità, non l'arte, mi fece fermare dinanzi ad un gran quadro;
non l'arte, ma la curiosità; perchè quel quadro era interamente coperto
da una cortina, come le Madonne miracolose degli altari. Cercavo la
cordicella per tirar su la cortina, quando Valente mi prese per un
braccio ripetendomi: -- Vieni, lascia stare! --
Naturalmente non lasciai stare, la tenda andò su, e vidi....
Oh! la vaghissima delle creature! Un visino bianco, soave, un po'
sbigottito, con due occhi, in cui brillava una luce modesta, coi
capelli neri, morbidi, ondulati, scendenti giù giù per le spalle; tutto
ciò disegnato e colorito da gran maestro. Ma perchè sbigottito? Stava
dinanzi alla finestra, dove, oltre d'un garofano in fiore, nulla vi era
da far sbigottire una signora.
Notai le vesti trascurate, notai la finestra ed il garofano fatti
alla carlona, ed atteggiandomi dinanzi a Valente come un punto
interrogativo, vidi che egli pure mi guardava, quasi volendomi leggere
in faccia quel che ne pensassi.
-- Il volto è meraviglioso -- dissi -- il resto, lo sai meglio di me, non
vale un quattrino; se quelle pieghe non le hai copiate da una Madonna
di legno, io non le capisco; garofani simili già non ne ho mai visti,
il pavimento non ci è male.... ma che sorta di colori hai adoperato?...
-- Volevo ben dire! -- esclamò Valente; -- è un quadro misto, ecco tutto
il suo pregio; la testa è dipinta ad olio, le vesti, la finestra, il
garofano ed il resto a tempera.... tanto per finirlo.
-- Ma così non hai finito nulla! -- esclamai.
-- Lo finirò.
-- Quando?
-- Presto, ora lascia stare, e vieni.
-- Ancora un pochino.... ah! quella testa!... oh! quegli occhi! ma
perchè quell'espressione sbigottita? Nella finestra non c'è che un
garofano e nel garofano che c'è da far sbigottire?
-- Me lo domandi? Non dici tu stesso di non averne mai visti di garofani
simili?
-- Mai, te lo giuro.
-- Anche la signora Valeria non ne ha visti probabilmente mai; «è un
garofano? non è?» ecco perchè ha l'aria sbigottita. --
Rideva.
-- Si chiama Valeria? -- chiesi.
-- Sì. --
E cessò di ridere.
Si mosse, gli tenni dietro, ma mi voltai sull'uscio ed in quell'ultima
occhiata mi balenò un'idea. La signora Valeria rassomigliava a
qualcheduno.... A chi?... Un quarto d'ora dopo non mi rimaneva
dubbio; fatte le debite indagini, trovai che, tranne il colore dei
capelli, la fronte, il naso, la bocca, gli occhi ed anche un pochino
l'ovale del viso, tranne questo, la signora Valeria del quadro e la
signora Chiarina, che mi stava dinanzi impacciata dai miei sguardi
curiosi, si assomigliavano come due goccie d'acqua. Da pittore di
ritratti coscienzioso, devo dire che non seppi per un pezzo in qual
linea identica delle due faccette bianche collocare questa strana
rassomiglianza, e dovetti accontentare la mia vanità col dire che
tutte le perfezioni si rassomigliano, che le Veneri greche, dissimili
tutte, sono pur sorelle, e tante altre cose solenni che quando si ha
il carbone od il pennello in mano fanno ridere; ma finalmente trovai
le linee (erano due), linee parallele e quasi impercettibili, che
scendevano dalle narici al principio del mento, e dovevano costringere
le due faccette bianche a ridere, a sorridere, a star serie ad un modo.
Ho sporcato tanta carta per indovinare quelle linee, che ora le so a
memoria, e le potrei metter qui colla penna, e ce le vorrei mettere se
avessi speranza di farmi intendere meglio.
Naturalmente questa scoperta unita al -mistero- della cortina e dei
modi dell'amico Valente, mi pose in una gran curiosità.
Dove scava l'immaginazione -- tenetelo bene a mente, perchè è filosofia
pratica -- dove scava l'immaginazione invece del ragionamento, la
profondità rimane il vuoto, quando non diventa il -caos-.
Messomi a fantasticare, feci dieci romanzetti, protagonisti i due
capolavori, il quadro e la signora Chiarina, romanzetti uno più
sconclusionato dell'altro, che per buona sorte rimasero uno più inedito
dell'altro.
Veniamo al negozio della -lite-: non vi ho detto che vi era una
-lite pendente- in casa Nebuli, perchè non me ne ero accorto prima di
ricevere per isbaglio la visita di un usciere.
-- È lei il signor.... -- e qui una guardatina al suo scartafaccio -- il
signor Nebuli?
-- Al primo piano.
-- Qui sta scritto al terzo -- nuova guardatina come sopra.
-- Avranno sbagliato.... --
Non pareva persuaso.
-- Sono l'usciere del Tribunale.... -- disse con sussiego.
-- Ciò non impedisce al signor Nebuli di stare al primo piano. --
Feci allora l'osservazione, comprovata di poi, che gli uscieri avvezzi
allo stile ameno delle loro intimazioni non amano le amenità di stile
degli altri. Quel sacerdote, cioè quel sacrestano d'Astrea, se ne andò
senza salutarmi.
Il sacerdote venne più tardi, una sera che si rideva tutti insieme in
casa dell'amico mio; e venne impettito in tutta la solennità de' suoi
solini inamidati, de' suoi occhiali, del suo farsetto abbottonato, a
far la parte di spegnitoio del nostro buon umore.
Si trascinò Valente in uno stanzino, stette un pezzo a nominargli i
tribunali, le sentenze, l'appello, tutte queste grosse parole, che
giungevano ogni tanto fino a me di mezzo agli squilli armoniosi della
signora Chiarina che rideva, della mia Annetta che la faceva ridere;
e finalmente ce lo restituì un po' pallido, salutò senza piegare la
colonna vertebrale ed uscì solennemente, accompagnato dal servitore in
livrea, che era più solenne di lui.
-- Hai delle liti?
-- Sì.
-- E quello è il tuo procuratore?
-- Sì.
-- Come mi piacerebbe averlo per un'ora a mia disposizione... e anche
l'usciere!
-- Hai tu pure una lite?
-- No, ma vorrei pregarli di -posare- un quarticino d'ora per un quadro
di genere.... --
La signora Chiarina rise forte, lui no; la lite doveva essere grave.
IV.
Corvi contro Corvi.
Era grave. Per quello che io ne capii, quando Valente mi spiegò la
cosa, si trattava d'un testamento -impugnato-. Come si -impugni- un
testamento, voi forse non lo sapete più di me, ed io prego il Signore
che non vi metta mai nella condizione di doverlo chiedere ad un
avvocato, perchè già chiederlo al vocabolario sarebbe inutile.
Quello che io interrogai per farmi un'idea chiara la prima volta che
fui interessato nella cosa, m'insegnava ad impugnare la forchetta e
la lancia e non so quante altre cose che io sapeva impugnare benissimo
(almeno mi pareva), ma di testamenti non fiatava neppure. Si trattava
di un -testamento impugnato-, -- causa Corvi contro Corvi, perchè
sebbene i due Corvi, attore e convenuto, fossero in sepoltura, le leggi
continuavano a supporre che non potessero aver pace se non si litigava
in nome loro.
Ora era Pasquali quello che impugnava; l'altro che non voleva lasciar
fare era Nebuli, non già Valente, ma il suo -autore- (si dice così),
cioè lo zio materno, da cui l'amico mio aveva ereditato i poderi e la
lite. Ci siete? Ecco come era andata la cosa.
Lo zio Nebuli ed il signor Pasquali erano stati cari e buoni amici
sempre, così buoni e così cari, che per far le cose proprio benino
fino all'ultimo, senza sciupare la loro amicizia, avevano pensato di
innamorarsi di due sorelle e di sposarsele. Il caso -- il gran sensale
di matrimoni -- fece trovare le due sorelle Corvi disponibili, e le
doppie nozze furono conchiuse; le spose portavano, unica dote, un monte
di speranze sopra un avo mezzo milionario e mezzo morto, perchè era
paralitico dal lato sinistro. Lo credereste? Diventati parenti, gli
amici non furono più quelli; -- colpa delle cognate -- dicevano, le quali
abusavano (pare) del diritto che la Natura e la Società danno ad ogni
buona sorella di ficcare il naso in casa del cognato, per vederci un
gran numero d'importantissime cosucce che erano così, mentre dovevano
essere altrimenti.
Le cognate erano ottime massaie tutte e due, ma di due massaie ottime
ce n'è sempre una che ha qualche cosa di sopraffino, a cui l'altra non
arriva.
Costei coltivò tanto bene lo sperato campicello dotale, che gli fece
fruttare il centocinquanta per cento -- quesito matematico economico,
che giuridicamente si può risolvere così: far testare il nonno in
favor suo, -senza pregiudizio della legittima-. In queste parole in
corsivo deve stare tutta la furberia, e se voi ce la sapete vedere
alla prima così chiaro come non l'ho vista io, per quanto aguzzassi
tutte le mie facoltà visive, andate là che vi potete vantare. Le due
sorelle si vollero cavar gli occhi; gli amici, inseparabili un tempo,
ora parenti per giunta, cominciarono dal dirsi non so che, nulla di
buono di sicuro; poi quando si trovarono per istrada la prima volta,
l'uno guardò le nuvole, l'altro il selciato, e finalmente riuscirono a
passarsi rasente senza più aver l'aria di conoscersi.
Per giungere a questo risultato splendido le difficoltà non furono
lievi, perchè l'uomo, come sapete, è una creatura piena di debolezze.
Fu allora che la signora Pasquali, consigliata da un avvocato, scoprì
che il nonno doveva essere imbecillito, ed incominciò ad -impugnare-
il testamento; e fu allora che la signora Nebuli cominciò a gridare,
per bocca d'un altro avvocato, che era una vergogna calunniare un uomo
pieno di giudizio come il nonno.
La signora Pasquali prima, la signora Nebuli poi, disperando del
Codice di procedura civile, andarono a comporre il loro litigio al
tribunale del Padre Eterno; ai tribunali ed agli avvocati di quaggiù
rimasero i coniugi superstiti, uno dei quali convinto peggio che mai
della necessità di impugnare, l'altro meglio che mai persuaso che a lui
spettava difendere la libera volontà del defunto. Dissero, e scrissero,
e disdissero tanto gli avvocati eloquenti, che i vecchi amici d'una
volta ebbero tempo a diventare nemici, vecchi, reumatici e gottosi,
e quando in buon'ora fu emanata la sentenza, che condannava l'amico
Pasquali a tutte le spese della lite, ai danni ed agli interessi,
l'amico Nebuli fu così felice da dimenticare la gotta, la quale
approfittò di quel momento di sbadataggine per dargli uno spintone e
farlo stramazzare al mondo di là. Fu allora che l'avvocato telegrafò
all'erede unico in Torino, venisse a raccogliere l'eredità dei defunto,
ed a rinnovargli il mandato, prevedendo che la parte avversaria avrebbe
appellato in tempo utile. L'amico Valente disertò l'Accademia, corse
a Milano, accettò l'eredità col benefizio d'inventario, rinnovò il
mandato, e non so più che altro fece per far piacere all'avvocato, poi
se ne andò a Parigi che non aveva mai visto ed era sempre stato il suo
sogno; dove, appena giunto, seppe che «la parte avversaria era ricorsa
in appello in tempo utile.»
Tutta la questione dunque si riduceva a questo: era o non era
imbecillito dalla paralisi il nonno dello zio di Valente?
Valente diceva di -no-, ma il vecchio signor Pasquali non stava in
questo mondo di reumi, se non per sostenere di -sì- con dieci documenti
e quattro perizie; molti testimoni avevano deposto -che era imbecille-
e che -non era imbecille-, ed erano morti dopo essersi alleggeriti di
quell'enorme peso. Ma vi erano lettere del vecchio piene di buon senso
e senza errori di ortografia e di grammatica: altre ve ne erano (oltre
al testamento stesso) piene di errori di grammatica e di ortografia,
e queste ultime posteriori. -- Ora, diceva l'avvocato avversario, --
la grammatica e l'ortografia non si perdono come una chiave od un
fazzoletto (in cento fogli di caria bollata veniva ripetuto non so
quante volte questo argomento, ed era sempre la chiave ed il fazzoletto
che fornivano il paragone) -- dunque il nonno era imbecillito.
Il tribunale non si era lasciato commovere dall'argomento; fu notato
solo che un giudice si palpò le tasche per assicurarsi di non aver
perduto la chiave di casa, e che il presidente si soffiò il naso; ma al
momento di sentenziare lo fecero come ho detto.
Rimaneva il tribunale d'appello, di cui Valente si teneva sicuro,
ma l'avvocato mostrava dei dubbî e così gravi, che anche l'amico mio
aveva preso a dubitare -- ed allora l'uomo della legge lo incoraggiò
lasciandogli capire che la sua eloquenza gli avrebbe messo un'altra
volta in pugno la vittoria.
A voi che ne sembra? Era o non era imbecillito il nonno dello zio di
Valente?
A me pareva -grave-.
V.
Assisto ad un miracolo.
Eravamo agli ultimi giorni di ottobre; le sere cominciavano a farsi
rigide, e il tempo da una settimana durava nebbioso, umidiccio,
melanconico.
Da un pezzo il cavalletto stava in faccia alla finestra; era tempo
di mettermi io stesso in faccia al cavalletto. Mi ci ero messo una
mattina; mi stava dinanzi una bella tela larga un metro, alta 70
centimetri, avevo indosso la mia veste da camera a scacchi bianchi e
neri, in testa un'idea, un pezzo di carbone fra le dita, e già stavo
per confidare a quella tela vergine la prima linea del mio segreto
d'autore, quando entrò Valente.
Aveva il volto illuminato ed una solennità di modi sacerdotale. Senza
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