senza perdere tempo in ismanie inutili, disse al pittore che egli non
voleva saper altro, dopo tutto quello che i maligni gli erano venuti a
dire.
«Chiedimi la mano di Cristina, e io te la do subito.»
Giusto balzò da sedere, e non abbracciò il parente misericordioso
perchè aveva la tavolozza in una mano, nell'altra il pennello.
Ma anche perchè durava ancora nel suo cervello leale il vecchio
scrupolo. Sì, non ostante Nina e Cristina, non ostante tutto,
quell'artista ingenuo odiava l'inganno almeno almeno quanto amava la
celia. E per spiegare e scusare il consiglio delle due fanciulle che
egli metteva sopra tutte le donne dell'altro sesso, aveva già detto a
sè stesso che in fatto d'amore le donne hanno un criterio speciale, e
una lealtà sospetta.
Invece di ringraziare Ippolito con le parole che prime gli si
offrirono, depose tavolozza e pennello sul trespolo, e fece ridere suo
cugino.
Egli stando in piedi interrogò con calma.
--Dunque i maligni ti hanno detto..... che cosa ti hanno detto i
maligni?...
--Mi hanno detto nient'altro che tu sei un... scusami se ripeto le
loro parole.... che tu sei un morto di fame.
--Questo non è vero, disse Giusto malinconicamente, ho fatto colazione
un'ora fa, e alle sei in punto andrò a desinare, se Dio mi dà vita.
--Mi hanno anche detto... via, ci possiamo parlar chiaro, non è così?
hanno detto che il testamento tuo è stato una celia.
--Hanno detto il vero... se te lo ricordi, l'ho dichiarato anch'io in
questo medesimo luogo, mi par di vederti.... tu eri là; prete Barnaba
là; e io qui...
--Mi hanno detto anche che la celia aveva un secondo fine.
--Quale?
--Corbellare i tuoi parenti; farti dare da tuo cugino prete
l'ordinazione della Madonna che stai dipingendo, un po' di danaro da
tuo cugino Venanzio e dal macellaio; da me nient'altro che mia figlia
Cristina e la sua dote.
--Ma...
--Ma la celia ben fatta piace anche a me, e deve essere premiata.
Cristina è tua, se ancora la vuoi.
--La voglio; anzi ti dirò che se non me la davi, me la pigliavo lo
stesso; però rinunzio alla dote, e pretendo che ti persuada, ma ti
persuada proprio, che i maligni... tu non mi vuoi dire chi sono? no?
meglio; voglio farti persuaso che ho testato per burlarmi di tutti
voi, e che ora sono pentito e oggi stesso pregherò il notaio Cipolla
di darmi il testamento per stracciarlo alla presenza dei legatarii.
Volete?
No. L'usciere non voleva questo. Gli altri cugini erano padroni di
pensare a loro modo: quanto a lui, non voleva proprio nulla. Ma se
piacesse a Giusto recarsi con lui dal notaio Cipolla, senza dargli
l'afflizione di lacerare nessuna carta bollata, gli si potrebbe far
stendere il contratto dotale...
--Io non voglio la tua dote; sposerò tua figlia, affermò Giusto,
perchè è il mio destino, non ho bisogno del tuo danaro.
L'ufficiale giudiziario era entrato così bene nella celia del pittore
che a ogni sua opposizione rideva fino alle lagrime.
Si fece serio un momentino per interrogare.
--Ma dunque tu hai molto danaro?... No? E se non hai danaro, come
conti di mantenere tua moglie, rinunziando alla dote?
--Col mio pennello, affermò malinconicamente il pittore; fin che
Cristo cenerà con gli apostoli, il nostro pranzo è quasi sicuro.
Senza nemmeno intendere bene il senso della risposta, l'usciere
ripigliò a ridere.
* * *
Dunque Cristina e Giusto si sposarono prima in municipio, poi in
chiesa; e così confortati dall'assessore e dal sacerdote se n'andarono
per il mondo circostante a guardarsi negli occhi, a Firenze e a Roma.
Per l'occasione fausta il faro della pittura lombarda si mangiò quasi
tutto un Cenacolo, e tornato a casa, più innamorato che mai, cominciò
in fretta e furia un altro che fosse pronto per il primo Russo
arrivato, che fu poi un Belga. In seguito Giusto, avendo sotto mano la
modella dei suoi sogni, condusse a termine il gran quadro dell'-Orgia-
e licenziò -Cleopatra-. La quale riuscì proprio quello che Giusto
aveva voluto, il suo capolavoro; ma non potendo come tanti grandi
pittori forastieri arricchiti dal proprio pennello, tenersi in casa la
tela meglio riuscita, la lasciò andare in Brianza, nella villa d'un
filatore tedesco, riservandosi il diritto d'andarla a vedere due volte
l'anno. Anche cento! aveva detto il tedesco. No, due mi basteranno,
aveva risposto Giusto.
Invece non andò mai in Brianza, perchè gli venne in mente di rifare
una Cleopatra tutta nuda, caduta dal lettuccio a terra, già morsa
dall'aspide velenoso, e sfinita dal veleno. E Giusto e Cristina fecero
così bene che fu un altro capolavoro.
Intanto la Madonna dei sette dolori formava la delizia di tutti i
devoti, e perfino prete Barnaba, sospirando bensì un poco, se ne
dichiarava soddisfatto.
E ancor oggi dall'altare, quando prete Barnaba dice la messa ogni
mattina, quella Madonna addolorata sembra sorridere un sorriso strano,
più umano che divino per verità, come fa Nina nel suo seggiolone
attraverso i vetri.
I cugini rimasti a terra, per non invidiare l'uomo accorto a cui la
curia aveva insegnato tante cose, vollero consolarsi pensando che
Giusto avesse proprio fatto una corbellatura magnifica; ma non
riuscirono bene. Bastava che Giusto dichiarasse ridendo d'averli
voluti corbellare, perchè si risvegliasse più acuto il dolore della
eredità perduta.
La cosa non riuscì meglio con Ippolito.
L'ufficiale giudiziario, nella qualità di suocero, si permise una
volta sola di consigliare a suo genero di concorrere a una subasta,
dichiarando che, secondo lui, il danaro lasciato al tre per cento alla
Banca è un peccato mortale, e anche il Debito Pubblico frutta poco.
«Ma io non ho danari alla Banca, te lo giuro,» aveva risposto Giusto.
E l'altro aveva consigliato gravemente:
--Non giurare.
Pensando alla strana avarizia di quel grande artista, di quel faro,
l'usciere si propose di non gli parlar più di toccare i fondi così
bene affidati alla Banca.
A qual Banca?
Anche questo non sapeva; e perciò quando si parlò della moratoria del
Credito mobiliare, il bravo suocero si pose una mano sulla coscienza e
ruppe il silenzio un'altra volta.
--Hai sentito, Giusto; hai sentito che ci capita? Il Credito mobiliare
ha chiesto la moratoria...
Il faro della pittura lombarda non battè ciglio, e domandò
semplicemente:
--Che cosa me ne importa?
L'usciere respirò; la notizia che suo genero non fosse impegnato col
Credito mobiliare, gli diede una consolazione infinita.
FINE.
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