fai, e, se permetti, rimango.
--Anzi è quasi il tuo dovere, e se vuoi ti nomino custode degli
oggetti pignorati; aggiunse Ippolito con accento dimesso mandando in
giro un'occhiata melanconica; ma se si potesse risparmiare quest'atto
crudele... crudele specialmente per me che ti son parente.... vediamo,
non potresti tu fare uno sforzo per contentare l'esattore?
Giusto fece deliberatamente di no col capo.
--No? Pensaci... se rimettessimo le cose a domani, forse si potrebbe
tentare qualche rimedio....
Giusto ripetè il rifiuto con un cenno del capo.
--Capisco che tu mi vorresti venire in aiuto, ma io ho mutato idea; me
ne andrò all'estero a dipingere i miei quadri; l'esattore si pigli
pure tutto... fa il piacere di pignorarmi subito... Però ti ringrazio.
L'usciere, rimasto perplesso tra l'accettare il ringraziamento e dire
il vero, rispose:
--Non mi ringraziare, perchè io non avevo intenzione di darti nemmeno
un centesimo; ma sono tuo parente e mi pare che qualche cosa potrei
fare per te, se non mi costasse nulla.
Continuava a guardare intorno e finalmente concluse.
--Per esempio, potrei fare un verbale, dichiarando di non aver trovato
nel tuo studio tanta roba da pagarmi l'accesso giudiziario e la carta
bollata...
Proseguì a bassa voce:
--Fammi il piacere di nascondere quella pipa di schiuma e
quell'orologio d'oro...
Giusto nascose i due oggetti in tasca, per contentarlo, ma in buona
coscienza credette in obbligo di dire sottovoce:
--L'orologio non è d'oro.
Allora l'usciere fece venire innanzi il suo sozio, e fra tutti e due,
in fondo a una carta bollata, uno scrisse e l'altro attestò con la sua
firma che nello studio di Giusto pittore non si era trovato nulla di
buono da meritare il pignoramento.
Dopo di che, il sozio se ne tornò in pretura, e l'usciere volle
tenergli dietro; ma il gran maestro lo trattenne per dirgli una
parolina.
--Cristina... volle dire.
Ma l'usciere, rialzandosi quattro buoni pollici, assicurò bruscamente
che era inutile parlare di sua figlia in quel momento.
--Ne convengo, disse umilmente l'innamorato, ma domani, doman l'altro;
dimmi tu il giorno.
--Giammai, disse, e parve che la parola inesorabile fosse scritta in
carta bollata.
IV.
Dal giorno del pignoramento non fu più possibile a Giusto incontrare
Cristina per la via; Sant'Alessandro non vedeva più la sua piccola
devota, nè alla messa del mezzodì, nè ad un'altra messa; e quando il
pittore fu persuaso di questo, per essere rimasto tutta la mattinata
di una domenica piantato come un pilastro (un pilastro inquieto
veramente), a distribuire l'acqua santa a tutte le ragazze, allora non
gli rimase dubbio che gli ordini del babbo usciere erano di mutar
chiesa, d'andarsene alla prima messa a San Giorgio o a San Lorenzo. E
Giusto una festa non fece altro che viaggiare da una chiesa all'altra;
più semplice sarebbe stato piantarsi in faccia al portone di casa, ma
egli temeva d'esser visto dall'usciere, il quale per difendere la
legittima prole da quelle nozze che non gli andavano a sangue, sarebbe
stato capacissimo di far perdere la messa e il paradiso a sua figlia.
Ma nemmeno a San Giorgio e a San Lorenzo, Cristina si lasciò vedere.
Allora un fiero dubbio assalse il pittore innamorato: forse Cristina
sua era ammalata!...
Questo pensiero gli era appena entrato nel cervello, e già Giusto era
avviato a visitare la cara inferma.
Lo aspettavano insieme una gioia e uno sgomento nuovo: la porta di
casa era chiusa, la portinaia informò che la ragazza con la fantesca
erano andati in Brianza, per qualche giorno, mentre l'ufficiale
giudiziario era rimasto a fare le sue citazioni e i suoi pignoramenti.
Però, se Giusto volesse vedere il signor Ippolito dopo il tribunale,
tornasse alle diciassette in punto, che a quell'ora per abitudine dava
una capatina a casa, prima di andare alla trattoria a desinare.
Il pittore ne sapeva quasi abbastanza.
--In qual paese di Brianza? domandò alla portinaia.
--A Barzanò.
Il grande artista non chiese altro; col primo treno se ne venne a
Monza, e di lì con la tramvia a Barzanò. Ma per quante ricerche
facesse della casa dell'usciere Ippolito, nessuno ne aveva inteso mai
parlare; e quando cominciò a dire di Cristina, dipingendola come sa
fare un pittore innamorato, si sentì rispondere che ragazze belle
quell'anno Barzanò ne aveva tante, perchè dopo agosto ne erano venute
da Milano e da Monza almeno almeno una ventina, quasi tutte sparse per
le ville, due o tre appena in paese.
Dio buono! essere a due passi da Cristina sua, e non poterla vedere!
Per altro, prima di sera, Giusto trovò la buona strada, essendogli
stata indicata una villetta distante da Barzanò un chilometro e mezzo,
dove una signorina con la fantesca, arrivate da poco, erano andate a
stare in casa del notaio Cipolla.
La celebrità del notaio Cipolla era molta in Milano, perchè col mezzo
del suo tabellionato vi si facevano gli intrugli più difficili; perchè
la moglie sua, figlia d'un usciere famoso anche lui, si era fatto essa
pure la celebrità d'essere una gazza di prima forza. Quanto il Cipolla
era abbottonato e taciturno per necessità professionale, altrettanto
la moglie era curiosa e ciarliera; e si aveva la prova parlante che il
notaio, tornato a casa, abbandonava il sussiego per lasciarsi
sbottonare e rivoltare tutto dalla legittima notaia fino a far vedere
le fodere. Perciò il Cipolla metteva bensì insieme i più complicati
meccanismi di società commerciali, in nome collettivo, in accomandita,
e anonime, ma era raro che per l'opera sua si facesse un testamento.
Giusto gli aveva fatto una volta il ritratto a olio, non gli avendo
strappato di bocca altro che monosillabi in tutte le ore delle sedute;
questa volta, andando a fargli visita di proposito, lo inviterebbero
almeno a desinare, facendolo sedere tra la notaia e Cristina sua, ed
egli terrebbe sempre una mano sotto la tovaglia.
Disgraziatamente quel giorno il notaio Cipolla non era in villa, e
quando Giusto ebbe chiesto di lui alla fantesca, e la fantesca gli
ebbe risposto di cercarlo a Milano, egli non poteva far altro che
andarsene.
Nondimeno si provò a domandar notizie di Cristina, ma ahi! la buona
fanciulla era ammalata e appunto il dottor Cipolla era corso a Milano
a informarne il babbo.
Giusto vedeva naufragare ogni sua speranza; non seppe decidere lì per
lì se gli convenisse sfoderare la qualità di zio e di cugino, e
insistere per essere messo alla presenza della signora notaia.... ebbe
una vaga paura di perdere ogni frutto del suo viaggio se l'usciere ne
venisse a cognizione, stette un po' a guardare intorno, forse sperando
che la signora curiosa s'arrischiasse a tiro; infine se ne andò con
l'unica speranza di non essere visto da nessuno. E almeno in questo
ebbe fortuna, perchè nè il notaio nè l'usciere videro lui, ed egli
vide entrambi arrivare mezz'ora dopo nel tram, mentre egli vagava come
un cane battuto, nascondendo l'amore inquieto dietro i gelsi della
campagna.
Non perdette di vista la villa fin che si accesero i lumi alle
finestre; in una di queste la luce non si moveva mai, ed era
sicuramente la camera di Cristina inferma. E di che male era inferma
la creatura adorata? La fantesca non aveva saputo dir nulla; ma
sicuramente era il mal di amore, un male così fatto che quando si
attacca alla gente robusta la lascia in piedi, a vagare fra i gelsi,
ad assorbire la rugiada serotina per tutti i pori, e quando piglia una
bambina bianca e delicata la stronca subito e la mette a letto.
Giusto vagò molta parte della notte intorno al villino, tenendo desti
i cani di guardia che empivano la campagna co' latrati; cercò sempre
il lume acceso, con una speranza impossibile, cioè che la sua
innamorata avesse a distinguere il passo di Giusto per le zolle dei
campi e potesse correre alla finestra a mandargli un saluto, a dirgli
a bassa voce: «io sto meglio e t'amo».
Invece quella notte Giusto si buscò solo una febbre reumatica, e
quando a ora tarda andò a svegliare l'albergatore di Barzanò batteva i
denti come un dannato.
E là, all'insegna della Corona, si mise a' letto, e la mattina chiamò
il medico condotto, e per sua virtù rimase in paese quindici giorni
buoni tra vita e morte.
Nello svegliarsi da quel lungo sonno, apprese che erano venuti a
vederlo il notaio Cipolla e il cugino Ippolito, ma egli non aveva
riconosciuto nessuno, che Cristina era guarita perfettamente e che la
sua malattia era stata un'angina leggiera... e che altro? e che ora
Cristina, più fresca e più bella di prima, era tornata a casa in
compagnia del babbo.
Ah! quanto male gli faceva il medico condotto dandogli queste notizie!
La sua fanciulla non aveva nemmanco saputo della presenza di Giusto
ammalato, se no, sfidando tutte le collere dell'usciere, avrebbe
dichiarato di non voler tornare a Milano se prima non avesse visto il
caro infermo.
E pure, mentre l'ammalato si affliggeva, la natura più forte di lui
gli dava un benessere singolare, una contentezza non mai provata
prima, un entusiasmo gentile al contatto del quale la melanconia era
quasi nulla. E talvolta, accarezzato dalla convalescenza, riconosceva
che la vita è buona e che si può godere sempre qualche cosa, pur di
accontentarsi di poco e di rassegnarsi molto.
Ma subito succedeva il terrore pazzo di dover vivere tutti gli anni
della sua esistenza separato dalla fanciulla amata; e la rassegnazione
gli sembrava impossibile quando gli fosse piombata sul cuore la
notizia feroce che Cristina sua era fidanzata, che Cristina era sposa
e madre dei figli d'un altro uomo. Ah! questa idea soltanto guastava
tutta la felicità della convalescenza!
V.
Un giorno Giusto era di buon umore. Stando sul letto dell'albergo, gli
venivano baldanze d'uomo sano; diceva a voce alta a se stesso, diceva
all'oste diventato amico suo: «io mi sento bene; il dottore non
capisce nulla, mi vuol tenere a letto, mentre stia a vedere che io mi
levo, mi vesto e me ne vado a Milano senza pagare il conto. Scommette
lei?»
L'oste era incapacissimo di fare scommesse simili; del conto era
sicuro; quando fosse l'ora giusta, l'ospite suo se ne andasse pure
senza pagare; ma ora rimanesse a letto per non guastare tutto.
Quella mattina venne il notaio Cipolla; era abbottonato come il
solito, e la sua visita fu breve, perchè egli non aveva mai molte
parole a dire; ma negli stenti di quella conversazione il pittore ebbe
un'idea allegra: «far testamento!»
E la manifestò con faccia seria.
--Senta notaio, io voglio dettarle le mie ultime volontà.
Il notaio Cipolla sbarrò tanto d'occhi, sembrando dire: che sorta di
volontà ultime può aver lei?
--Voglio far testamento. Mi vuole aiutare?
Il notaio Cipolla rispose di sì, che voleva, perchè in fin dei conti
era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor Giusto di far
testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti della
vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare all'ingrosso.... che età
poteva avere il signor Giusto?... meno di quaranta....
--Trentasei... sonati.
--Dunque?
Ma detta questa ultima parola, il notaio si arrestò sbigottito forse
di aver parlato troppo, o d'aver parlato male. Non era forse obbligo
suo professionale predicare il contrario, dire ai giovani e sani:
«testate fin che siete così: può venirvi il tifo quando meno ve lo
aspettate, e avrete il rimorso di andarvene all'altro mondo senza aver
accomodato a piacer vostro le cose di questo.»
Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel
faro della pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che
correggendo il suo pensiero di prima ne espresse un altro quasi
consimile.
--Che necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di un notaio?
Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito... Un
pezzo di carta qualunque...
No, no. Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai
testimoni, e in carta bollata.
Il notaio Cipolla non fiatò più.
--Vorrei far subito.
--Facciamo subito.
Lì per lì il notaio mandò a prendere due fogli di carta bollata, e
Giusto volle pagarli senza aspettare il conto; si chiamò l'oste, il
quale chiamò il cuoco, il cameriere e lo sguattero, tutti testi idonei
maschi e d'età maggiore, e Giusto dettò senza ridere, mentre ne aveva
una voglia straordinaria.
* * *
«Del mio piccolo patrimonio di dugento mila lire in cartelle del
Debito pubblico italiano, che si troveranno nel cassetto della mia
scrivania, faccio quattro parti uguali fra i miei cari parenti, non
avendo nessuna ragione di favorire uno piuttosto che l'altro,
essendomi provato che essi valgono uno quanto l'altro.
«Lego dunque L. 50.000 al mio buon cugino prete Barnaba, con l'obbligo
di dire egli stesso, se sarà vivo al tempo della mia morte, o di far
dire da un altro prete della sua chiesa, dieci messe in suffragio del
mio purgatorio. Regalo ancora allo stesso mio cugino prete Barnaba la
Madonna dei sette dolori che mi propongo di dipingere e che egli farà
collocare nella Cappella dove dice messa.
«Lego L. 50.000 al mio cugino Venanzio Bordini.
«Lego L. 50.000 a mio zio Bortolo Negri, negoziante di carni di
macello.
«Lego L. 50.000 a mio cugino Ippolito Portatore usciere.
«Lascio i quadri e tutto quanto si troverà nel mio studio alla mia
morte, alla mia cuginetta Cristina, figlia di mio cugino Ippolito.
«E augurando ai miei cari parenti di vivere lungamente per seppellirmi
con poca spesa, trasportandomi al cimitero monumentale in un modesto
carro di seconda classe, terza categoria, mi sottoscrivo
«GIUSTO GIUSTI.»
* * *
Mentre andava empiendo di sgorbi le sue carte bollate, il notaio
Cipolla pensava, pensava anche l'oste, e il cameriere pure; e i loro
pensieri, avviati sulla medesima strada, erano di meraviglia mista a
un lontano sospetto di corbellatura.
Ma il testatore era rimasto serio, sapendo bene che se gli fosse
scappato da ridere tutto l'intento suo sarebbe fallito.
E qual era il suo intento? Niente altro che beffarsi, con poche lire
di carta bollata, dei suoi parenti ricchi e miserabili.
Non l'aveva tentato alla commedia testamentaria la sciocca
soddisfazione di lasciar con un palmo di naso i suoi eredi quando egli
avesse a morire; tutt'altro; egli si sentiva rinascere, gli pareva
chiaro che toccasse a lui seppellire a uno a uno tutti i suoi cugini e
suo zio macellaio, e a suo tempo avrebbe fatto volontieri questo
ufficio pietoso. La celia diventava saporita per la sicurezza che il
notaio Cipolla, tornato a casa, avrebbe detto ogni cosa alla notaia,
la quale, in gran confidenza ne avrebbe informato prima l'usciere e
poi tutti quanti.
Giusto s'anticipava con l'immaginazione la faccia mortificata di zio
Bortolo, di prete Barnaba e di ogni altro cugino suo nell'apprendere
che il gran pittore non solo era un -faro-, ma anche una borsa piena e
capace, capace di dare una musica allegra di marenghini.
Essendo tutti più maturi (salvo uno, cugino Venanzio), avrebbero poca
speranza di toccar nemmeno con un dito l'eredità, e questa sarebbe la
loro punizione; che Giusto già si vedeva rifiorito meglio di prima.
Insomma, cominciava per lui la festa; solo, avrebbe un po' di noia per
pagare il conto dell'oste, e più tardi il notaio.... ma chi sa che non
potesse, durante la convalescenza, indurre l'oste a posare; e forse
ancora, il ritratto del notaio Cipolla avrebbe il bisogno di essere
ritoccato, anzi ne avrebbe bisogno di sicuro, perchè una volta il
Cipolla portava la barba come un capuccino, ma poi sentendosi crescere
la dignità del tabellionato si era pelato come un ginocchio.... E... e
che altro?
Che altro? Soltanto questo: che il cugino usciere, sapendo il pittore
ricco di dugento mila lirette, si affretterebbe a buttargli nelle
braccia Cristina cara, Cristina bella.
E perchè all'idea di avere l'amor suo per questo mezzo, Giusto si
sentì venire uno scrupolo?
Perchè il grand'artista era anche un uomo semplice, capacissimo,
quanto qual si sia bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce
del sole, tenendo in rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce
ne fossero, con un trombone calabrese spianato, ma mettere la mano
sulla propria felicità con un'astuzia, anzi con un inganno, gli
repugnava.
E fu tentato di dire al notaio Cipolla, il quale finiva in silenzio
l'atto solenne, che avendo voluto fare una celia ai suoi cari parenti,
era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i testimoni, e gli
parvero quattro brave persone contente in modo straordinario di
assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la
collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando
la carta bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in
quella impresa. Ancora non rideva.
Rise, appena notaio e testimoni furono fuori dell'uscio, rise senza
far rumore, e lungamente rise, poi si lasciò venire in mente tutto il
buono che dalla corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva
dover essere gran cosa; ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi
legatari, e un giorno crescere la loro inquietudine con un altro
testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe affidato prima
alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente felice
quell'anima ingenua d'artista.
E non ebbe più scrupolo della menzogna in carta bollata per carpire la
propria innamorata. Decise subito di essere guarito senza aspettare la
licenza del medico, si levò a sedere sul letto e stette un po' come a
tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più d'un pesce, cioè vispo
al par d'un bambinone risanato appena. Si levò di letto in un batter
d'occhio, e corse ad empire di meraviglia i suoi complici
testamentarii, i quali avevano sempre inteso dire che fare il proprio
testamento allunga la vita, ma non sapevano ancora, e toccavano con
mano, che acceleri la guarigione di un caso difficile.
Ed era dunque stato un caso difficile il suo?
Altro! Un tifo famoso, fino alla terza settima; invece di andare
all'altro mondo, come sembrava disposto a fare, Giusto aveva
cominciato a guarire: in venti giorni eccolo lì... in piedi,
arzillo... dimagrato, ma appena appena.
Giusto era in quello stato di beatitudine degli scampati a morte; gli
sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a
vincerlo avessero contribuito una fibra resistente e una volontà delle
più straordinarie.
Volle uscire per farsi radere e il cameriere lo accompagnò in bottega
del più vicino barbiere, al quale affidò l'ospite prezioso.
--Devo venire ad accompagnarlo fra mezz'ora?
No; Giusto saprebbe fare da sè; prima di tornare a Milano non
mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare
il notaio e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare
il conto e dare la mancia al cameriere... ora no, perchè era capitato
a Barzanò con poco denaro...
Ma le son cose da dire?
Un uomo come Giusto, dopo un testamento simile, vi pare? può anche non
pagare un soldo e non perde dignità; la sua reputazione rimane
intatta.
Il faro della pittura lombarda, rimesso a nuovo prima dal dottore e
ora dal barbiere, vistosi nello specchio molto magro, ma contento
della sua magrezza, andò a salutare il dottore, che non trovò in casa,
poi il notaio Cipolla, o per essere più nel vero, la signora Cipolla.
E indovinò veramente che la notaia sapeva del testamento, che sapeva
dall'a fino alla zeta, perchè quella perla di suo marito non aveva
avuto segreti con la sua metà legittima.
Dov'era ora il caro notaio?... Tornato a Milano per suoi affari, ma
non rimanesse in piedi, doveva essere debole dopo una malattia simile,
si accomodasse un momentino a far due parole...
--Grazie, grazie.
E Giusto si fregava le mani, pensando: questa gazza parlerà, non vede
l'ora di spifferare il segreto di suo marito a tutti gl'interessati.
--Lei se ne ritorna a Milano?
--Sissignora.
--Beato lei, la mia penitenza della campagna durerà ancora una
settimana, poi me ne torno al nostro bel Milanone... dov'io spero di
vederla qualche volta.
Giusto chinò il capo, e disse ancora una bugia, assicurando che non
desiderava di meglio...
Alle diciassette, rientrava nelle sue stanze abbandonate, e spalancava
le due finestre, perchè con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di
nuova gioventù che porta seco la guarigione.
VI.
Ma Giusto non era contento fin che non avesse visto la sua Cristina, e
quando fu domenica ricominciò la visita delle tre chiese; cominciò da
S. Lorenzo, che era la più lontana, passò per S. Giorgio e poi, con
poca speranza, finì a Sant'Alessandro, ed ebbe proprio la fortuna di
veder Cristina sua scendere la gradinata, mentre egli imboccava la
piazza. La fanciulla del suo cuore era quasi sola, perchè la fantesca
era sorda come un campanone, e a dirle quattro paroline come
all'occasione il grande artista ne sapeva dire, diventerebbe cieca e
muta. Giusto affrettò il passo.
Quando fu accanto alla cuginetta, le prese paternamente un braccio, e
la ragazza voltandosi, disse:
--Oh! che piacere; zio Giusto!
Invece di protestare, il pittore accettò quel grado di parentela,
pensando che agli occhi della fantesca la famigliarità di zio è forse
una cosa lecita, mentre da tempo immemorabile i cugini hanno poca
reputazione.
E tenendo la mano della nipotina, se ne andò lentamente con lei lungo
la via Olmetto. La fantesca, come se fosse necessario, si era tirata
indietro per non stare ad ascoltare i discorsi dei padroni, e così,
senza perder tempo, Giusto informò Cristina d'essere stato a cercare
di lei quando essa era a Barzanò, d'aver girato mezza la notte intorno
alla casa dove la sua cara ammalata soffriva, senza potervi penetrare,
e che si era poi buscato il tifo.
--Il tifo! ora sta bene?
Benone!, sopratutto se Cristina acconsentisse a una proposta che il
pittore le farebbe.
--Dica...
Giusto aveva tante proposte sulla punta della lingua, ma una, la più
vagheggiata, al momento buono gli parve di un'audacia spropositata, e
se la tenne per un'altra volta.
--Dica, dica.
E il pittore disse. Disse che se Cristina volesse un tantino di bene a
lui, poveretto, poteva renderlo il più beato dei mortali.
Cristina abbassò gli occhi un momentino, poi rialzandoli risolutamente
e mettendoli in faccia allo innamorato, domandò a bassa voce:
--E come devo fare?
--Rifiutare qualunque marito ti venisse offerto dall'usciere fosse un
usciere, o un cancelliere, o il pretore medesimo, fosse anche il primo
presidente della corte d'appello; dichiarare tranquillamente di non
volere sposare un altro uomo il quale non fosse Giusto Giusti.
Cristina curvò il capo sul petto, e parve al disgraziato amatore che
essa volesse dirgli alla muta non poter mai trovare tanto coraggio.
--Ti manca il core?
--No, rispose Cristina con semplicità; quello che mi domandi l'ho già
fatto.
--Dio grande! Possibile mai?
La fanciulla non aggiunse parola.
--Possibile mai! mormorava Giusto; e tuo padre?
--Io aveva paura di lui e non lo guardavo; rimase un pezzo dinanzi a
me, senza dirmi nulla, poi se n'andò in silenzio; aprii gli occhi e
non piansi più.
--E da quel giorno il babbo è mutato?
--È rimasto lo stesso; e questo mi sgomenta; non ho io ragione?
Giusto pensò un poco, e riconobbe che la bambina non aveva torto.
Gli si affacciò ancora, e più insistente che mai, l'idea di proporre a
Cristina una magnifica fuga, ma la lingua gli si ribellò ancora. E
pure che altro fare? Cristina aveva diciasette anni appena, e per
farla in barba all'autorità paterna, bisognerebbe aspettare l'età
maggiore; d'altra parte, per quanto ringiovanito dalla convalescenza,
Giusto Giusti vedeva chiaro chiaro che quando i trentasei sono sonati,
non è utile, anzi è inutile, anzi è dannoso, ritardare le nozze cinque
anni, come a dire cinque secoli eterni.
--Ah! Cristina mia, quanto siamo infelici!
--Non è vero che siamo infelici, se ci vogliamo bene! Sapremo
aspettare, non è vero?
--Io, no, non posso aspettare perchè sto diventando vecchio, volle
esclamare Giusto, ma sentì sfuggire la mano di Cristina.
--Ecco il babbo!
E veramente l'usciere veniva loro incontro con la solennità delle
grandi occasioni, almeno così parve ai due colpevoli; invece quando fu
a tiro, l'ufficiale giudiziario aprì le labbra a un sorriso amabile.
--Chi vedo qui con mia figlia? Sei dunque guarito bene? Abbiamo avuto
tutti una paura, una paura... Non è vero, Cristina?
Cristina guardò suo padre in un certo suo modo ingenuo e non rispose
nulla.
--Sicuramente, era il tifo addominale; forma leggiera per fortuna, se
no, caro il mio Giusto, te ne andavi -ad patres-; lo dicevamo sempre
in casa, non è vero, Cristina, che lo dicevamo? quel poveretto se la
vede brutta, e ce la fa vedere brutta a tutti quanti... Non è vero,
Cristina?
Ma no, non era vero niente affatto; e per quanta fosse la contentezza
della buona ragazza nel veder così trasformato suo padre, non volle
mentire per compiacenza.
--Ti sbagli, babbo; io non ho mai saputo a Barzanò che lo zio fosse
ammalato; ne seppi qualche cosa tornata a Milano, ma non credevo una
malattia così grave...
--Ah! sì, è vero; a te non s'era detto nulla perchè tu stessa eri
stata ammalata; avevi la pleurite falsa. Dunque, cugino caro, ora
vogliamo mettere un po' di carne attorno alle ossa, non è vero? perchè
sei dimagrato un poco... ma poco veramente... e... scommetto che tu
venivi in casa mia?
Dai modi dell'usciere, dalle sue parole, Giusto argomentava, senza
paura di errore, che il notaio, o la notaia, avesse messo in
circolazione le clausole del testamento, e si sentiva preso allo
stesso tempo dalla soddisfazione che la burletta gli fosse riuscita,
dallo scrupolo che fosse riuscito troppo, e da una contentezza
veramente stupida, come se la somma della quale aveva disposto per
testamento gli ballasse entro la saccoccia.
--Sì, veramente ero diretto a casa tua, ma sul portone di casa mi
sarei fermato un momentino a salutare Cristina, e me ne sarei tornato
allo studio.
--Oh! cattivo! non avresti salito le scale per vedermi?
--Parola d'onore, non le avrei salite; forse avrei detto a tua figlia
di salutare suo padre, ma non ne sono sicuro.
L'usciere si accontentò di quella risposta.
--Manco male, disse; e ora accompagniamo Cristina a casa; poi sarò a
tua disposizione, perchè... perchè anch'io venivo a trovarti in
studio.
I due cugini, pigliando in mezzo la fanciulla, si avviarono in
silenzio.
L'usciere andò cercando per un poco un argomento di discorso, e
trovata la subasta di un palazzo cominciato appena, ne empì tutta la
via Disciplini quanto è lunga; Cristina e suo zio tacevano,
guardandosi ogni tanto; la fanciulla ingenua aveva lasciato penzolare
la mano sinistra lungo il fianco, altrettanto aveva fatto il pittore,
e così le mani loro si incontravano ogni tanto senza paura di nulla,
perchè la fantesca sorda si era affrettata a passare innanzi ai
padroni per aprire l'uscio di casa.
Ma arrivati al portone, Giusto non volle salire per niun conto; aveva
molto a fare in studio, perchè se l'usciere la domenica è libero
press'a poco, l'artista, il quale deve cogliere l'ispirazione quando
si presenta, non può santificare le feste... si capisce?
Si capisce chiaramente.
Così l'usciere si attaccò ai piedi di Giusto.
Nella via del ritorno seguì il contrario; Giusto ciarlava come una
gazza, ciarlava di cose che molti uscieri non capiscono, anzi sembrava
scegliere appunto quelle per aver il gusto di vedere l'ufficiale
giudiziario approvare col capo tutte le arditezze. Finalmente
l'usciere n'ebbe fin sopra il cappello a staio di approvare tutto
quello che non avrebbe inteso mai, campasse ancora un secolo, e disse
tranquillamente:
--Ti ho lasciato dire perchè pensavo ad altro, ma la verità vera è che
io sono un po' pentito della risposta dell'altro giorno...
--Che giorno?
--Eh! lo sai bene; non sarai offeso della prudenza d'un padre; in fin
dei conti ho una figlia sola, e dovevo prendere le mie precauzioni.
--Non ti capisco...
--Ti vendichi; vuoi che mi umilii...
--Non voglio nulla da te; saprò aspettare...
--Eh! via, non sono cose da fare, nè da dire; non è meglio sposarsi
subito quando si può? dillo tu.
--Sicuramente è meglio; se tu mi dai Cristina me la piglio; non ho
altro a dirti; se tu non me la dai, me la piglierò più tardi.
L'usciere, invece d'andare in collera a questo parole audaci, ne
sembrò rallegrato. Diceva, parlando a se stesso:
--Tutti così questi artisti!, come se ne avesse conosciuto intimamente
una mezza dozzina.
Si fece serio:
--Io voglio il bene della mia figliuola; ho già visto che essa ti vuol
bene; ma non si vive di solo pane, e tanto meno di amore. A un buon
matrimonio occorre molto companatico, delle vesti da estate, da
inverno e da mezza stagione, dei mobili non dipinti soltanto ma da
potersi pignorare al bisogno, occorre un buon contratto di locazione,
cinque o sei stanze almeno e una cucina... possono nascere in poco
tempo dei piccini nudi e affamati; e ci vogliono molte fasce e altro
vestiario e un numero sterminato di pagnotte per tirarli su omini come
il padre e il nonno... Ne convieni?...
Giusto ne convenne pienamente con un cenno del capo, ma non rispose
sillaba.
--Dimmi una parola che mi accontenti, e Cristina è tua; se non vuoi
dirla per me, dimmela per lei; ora la felicità è in tue mani... parla.
Giusto tenne il capo basso senza rispondere.
Camminarono così un buon tratto in silenzio.
L'usciere pensava: egli non ha rinunciato a Cristina se aspetta solo
la sua maggiore età per sposarsela a mio dispetto; e perchè allora ha
fatto testamento? Bizzarrie d'artista!, e se intanto egli morisse
senza pigliar moglie, il testamento sarebbe valido, e io spartirei con
gli altri; ma egli per farmi dispetto potrebbe fare un altro
testamento privandomi della mia porzione; e allora? Allora zero. Quasi
quasi gli dico «sposala,» ed egli la sposa, ed i miei cugini restano
con un palmo di naso, chè senza annullare l'atto d'ultima volontà con
un atto posteriore, tra mia figlia e lui, scommetto, s'ingegneranno
subito a mettere al mondo un erede legittimo... Ma perchè prima di
quaranta anni ha fatto testamento? perchè bisogna pure farlo una
volta, e io l'avrei già fatto se non ne avessi visto l'inutilità. E
perchè ha fatto testamento quando cominciava la convalescenza? Appunto
perchè aveva toccato con mano che si può essere spediti all'altro
mondo dal tifo quando uno meno vi pensa. E perchè si lasciava
pignorare i mobili? Perchè erano soltanto dipinti, e non voleva pagare
l'esattore.
Tutte queste domande trovavano pronte e chiare risposte. Una sola non
ne aveva alcuna: come mai Giusto, disponendo di tanto capitale, era
andato in giro per tutta la sua parentela a chiedere l'impossibile:
mille lire in prestito?
Il quesito strano lo impensieriva da un pezzo, per quanto si provasse
a dire a se stesso che gli artisti hanno molte stramberie per la
testa. Ma chi sa mai? Giusto aveva voluto esperimentare la generosità
dei parenti, e visto che uno non valeva meglio dell'altro, aveva
pensato di punirli tutti quanti testando con atto di notaio, e
annullando l'atto con un testamento olografo di data posteriore. A
questo punto diede un'occhiata al compagno silenzioso. Ah! era chiaro.
A quest'ora egli aveva nominato erede universale l'istituto dei
rachitici, o la famiglia artistica!
Giusto a capo basso pensava:
Non vi è dubbio che il notaio si è sbottonato in faccia alla notaia;
ed è certissimo che la notaia ha portato in giro per Milano la notizia
del testamento. Ora questo usciere minchione è tentato di credere che
io sia ricco e avaro, sta pensando un po' al pignoramento e alle mille
lire, ma finirà col mettere ogni cosa in conto della mia avarizia
sordida. Posso sfruttare la falsa opinione di mio cugino perchè si
lasci uscire di mano sua figlia, sposarmela ed esser felici a dispetto
di tutti; ma io non posso incoraggiarlo con una parola, nemmeno con
una sillaba, non posso proprio; la corbellatura per celia mi piace,
l'inganno mi repugna.
Così pensosi entrambi arrivarono allo studio.
Sulla lavagna dell'uscio, dove Giusto aveva scritto col gesso: «uscito
alle nove; sarò di ritorno alle dieci», si leggeva: «Prete Barnaba
arrivato alle dieci e ha aspettato un quarto d'ora, tornerà prima
delle undici;» e ancora: «Prete Barnaba tornato alle undici, verrà
mezzodì...»
--Nostro cugino Barnaba! esclamò il cugino Ippolito; che diamine vuole
da te?
--Non lo so.
Ma quasi lo sapevano entrambi.
Giusto guardò l'ora; altrettanto fece l'usciere: poco mancava a
mezzodì, l'ora del pranzo dell'ufficiale giudiziario; ma Ippolito non
lo disse, perchè se prete Barnaba arrivasse all'ora giusta, direbbe la
ragione dei quattro viaggi in meno di due ore.
Ippolito andò in giro per lo studio, ad ammirare le tele incominciate,
dichiarando a voce alta che gli sembravano portentose, costringendo
l'artista ad arrestarsi a un certo punto per ammirare anche lui
l'opera propria.
--Ma sai che sei un grande artista! In verità non lo avrei mai
sospettato; noi uomini di legge siamo tanto lontani dall'arte... ti
voglio confessare che non ti credevo capace di essere un gran
pittore... e sai perchè?... perchè sei mio cugino... Me lo credi?
Altro che! Giusto credeva tutto.
--Qualcuno mi era venuto a dire che tu avevi dell'ingegno...
--E non hai creduto?
--Ho creduto, perchè ingegno ne abbiamo tutti in famiglia; ma quando
mi dicevano che stavi creando un'arte nuova, tutta lombarda, un'arte
che bisognava guardare da lontano, da un certo punto di vista, che i
colleghi ti incoraggiavano imitandoti, anche avendo invidia di te...
allora...
--Non credevi?
--Che credere! Domandavo sempre: si è fatto ricco col suo pennello?,
mi rispondevano di no.--Ebbene, dicevo, l'arte che non frutta è
un'arte inutile... Ma ora, guardando da questo punto... fammi il
piacere, mettiti qui tu stesso... e guarda...questa donna che si
attacca un serpente alla mammella... è una cosa che fa pena, ma è
bella... dillo tu stesso.
--Non è finita, perchè mi manca la modella, disse tranquillamente il
gran pittore.
--Ti manca la modella? Ti è morta?
--No, mi manca il denaro per pagarla. Oh! prete Barnaba, scusami
tanto, se ti ho fatto venire tante volte inutilmente.
Prete Barnaba entrò in studio con una certa paura delle tele dipinte e
in ispecie d'un paravento che poteva nascondere il peccato carnale;
entrò quasi in punta di piedi, guardandosi intorno e afferrandosi alla
propria sottana per non mettere il piede in fallo. La sua faccia
scolorita aveva la barba nera di una settimana almeno, e la piccola
chierica era in gran bisogno del rasoio; il solino desiderava da gran
tempo il bucato; la veste era tanto sfrittellata da sembrare una
frittella sola; e per giunta una scarpa stava perdendo la fibbia.
--Oh! disse, quando ebbe la certezza che il paravento non nascondeva
la tentazione del demonio; oh! anche tu qui! spero non sarai venuto a
fare il pignoramento al nostro Giusto.
Ippolito sorrise e per entrare nella celia, rispose:
--Nè tu a confessarlo o a raccomandargli l'anima.
Sorrise anche prete Barnaba, e cominciò, come aveva fatto l'altro
cugino, ad ammirare le tele; un Cenacolo incominciato gli piacque
subito; ma si fermò davanti a Cleopatra e alle donnine del gran quadro
dell'orgia; quelle donne mezzo spogliate tennero incerto il suo
giudizio un gran pezzo; finalmente si decise ad ammirarle tutte.
L'usciere gli veniva dietro guardando ogni tanto l'orologio;
mangerebbe la minestra riscaldata, ma ad ogni costo voleva penetrare
il segreto di quella visita.
Finalmente il reverendo ebbe pietà, e confessò d'essere venuto per la
Madonna dei sette dolori.
--Ci ho pensato molto, dopo quello che mi avevi detto, e ho parlato al
parroco; egli mi pare ben disposto, e se gli andrò a dire che ho
combinato ogni cosa, che concorro anche io nel limite delle mie
modeste forze, il mio altare avrà la sua madonna. Ti porto seicento
lire per ora; nella settimana ventura il resto; sei contento? tu mi
farai una Madonna dei sette dolori, come dicevi... da far piangere i
sassi.... sarà il primo suo miracolo e sono sicuro che ne farà degli
altri quando sia stata consacrata dall'arcivescovo. Bisogna però
abbondare nella tela.... mi hai detto che una spanna di più o di meno
a te nulla importa; ai devoti invece, una spanna di più cresce il
valore...
--Della Madonna?
--Non dico propriamente questo, ma quasi.
Giusto aveva una irresistibile voglia di sparare in volto ai due
cugini una risata omerica, ma si trattenne perchè insieme a quella
tentazione allegra gli stavano venendo altre idee d'altro colore; idee
insolite, capaci di disgustarlo a poco a poco dei parenti, degli amici
e dell'umanità tutta quanta.
Sorrise appena appena alla propria fortuna, intascò le seicento lire
facendone ricevuta, e siccome stava firmando senza pagare la tassa
nemmeno questa volta, l'usciere intervenne con la sua autorità d'uomo
del foro, e offrì al cugino la marca da bollo da dieci centesimi.
--Ti faccio risparmiare la multa di lire 40, disse.
--Grazie, rispose il pittore.
E ora l'usciere poteva andare a colazione; ma mentre guardava
l'orologio ancora una volta, una voce domandò il permesso di entrare;
e quella voce era così nasale da non si potere dubitare fosse d'altri
che del cugino Venanzio.
L'usciere e prete Barnaba si guardarono alla sfuggita; vollero
andarsene entrambi, e rimasero.
--Avanti, cugino carissimo!
VII.
Il cugino Venanzio non si sgominò punto nel vedersi dinanzi tanto
parentado; intese che gli altri cugini erano venuti per lo stesso
fine, e affliggendosi solo un poco d'essere arrivati tutti insieme
nell'ora medesima, prese la determinazione fulminea di salvarsi.
--Io non voglio sapere, disse a bassa voce, che cosa siano venuti a
far qui i miei cari cugini; tu ti stupirai di vederne qui tre riuniti,
e io non mi meraviglierei quando ne arrivasse un quarto... Dunque
parliamo chiaro: è vero o non è vero che tu sei milionario?...
proprio, milionario, è la voce che corre per la città... Ma domando
io: perchè sei venuto a chiedermi mille lire in prestito? Non te le ho
potuto dare allora perchè non le avevo disponibili... Lo sai bene, non
tutti i momenti sono buoni.... ma se mi assicuri che non sei
milionario, come dice la gente, chiedimi ancora le mille lire in
prestito, e io te le do, parola d'onore, senza pegno nè ipoteca, ma
con un semplice pagherò a sei mesi al sette per cento. È tutto quello
che posso fare per te. Se invece sei tanto ricco, prestami tu tutto
quello che puoi, cinquemila lire o centomila... te le renderò forse
col sette per cento anch'io fra sei mesi... fai la mia fortuna, e non
rischi un millesimo.
Giusto sorrideva senza rispondere; prete Barnaba e l'usciere, i quali
intendevano ogni parola, avevano la disinvoltura minchiona di gente
colta in fallo. Parlavano entrambi allo stesso tempo, fissavano con
attenzione straordinaria Cleopatra, e il reverendo si distrasse fino a
toccare con un dito il serpicino viscido che mordeva la nuda mammella.
A un tratto l'usciere trovò un'uscita alla sua falsa disinvoltura,
l'appetito che lo molestava da un poco, e disse con disinvoltura vera,
guardando l'orologio:
--Volevo ben dire. È già la mezza, e non sono fra le gambe della
tavola. La mia Cristina chi sa mai che cosa penserà di suo padre. Vi
lascio ai vostri interessi; quanto a me, Giusto, tu lo sai, io ne ho
uno soltanto, e non entra nella mia borsa.
Queste ultime parole vollero essere solenni, ma nessuno ne afferrò il
giusto significato, nemmeno Giusto, il quale da un poco veniva
sorridendo e pensando amaramente.
Prima che uno dei suoi cugini si allontanasse, il pittore decise di
dire la verità, a costo della Madonna dei sette dolori, delle mille
lire di Venanzio, e... di ogni cosa, ma non di Cristina sua.
--Ebbene, la verità di tutte le dicerie andate in giro sul mio conto è
questa, ve lo giuro: io avevo sotto mano un notaio taciturno, ma dal
quale scappa ogni cosa che gli si dica senza che egli medesimo se ne
avveda; voi lo conoscete, è il notaio Cipolla; e quando avrete dei
segreti da spargere al vento affidateli a lui. Io ho fatto per celia.
Ho testato in un momento di buon umore, ho disposto di somme favolose
che non ho posseduto mai. Ma non mi è venuto in capo di approfittare
della mia burletta, e come vedete, al momento del profitto, vi
rinunzio. Sono povero come Giobbe e così rimarrò; Cleopatra aspetterà
ancora un pezzo, perchè io non potrò pagare la modella... tu prete
Barnaba pensaci ancora stanotte; domani mi dirai se devo farti proprio
la Madonna dei sette dolori; e se te la farò, sarà la più addolorata
di tutte le Madonne; ecco le tue seicento lire.... al caso le
riprenderò domani...
Prete Barnaba stava con tanto d'occhi a guardare ogni mossa del
pittore famoso, il quale veniva contando i dodici biglietti da
cinquanta.
Giusto diceva come parlando a sè stesso:
«Nel breve tempo che siete rimasti nel mio portafogli, non sarete già
scemati, spero; ma io sono tanto fortunato... No, sono proprio ancora
dodici... Contali tu.»
--Ah! io no, e mi meraviglio! esclamò prete Barnaba con la giusta
indignazione dell'uomo sacro offeso nei suoi sentimenti umani e
divini; io non ripiglio un centesimo; domani ti porterò il resto, e
fammi il piacere di metterti subito al lavoro per il mio altare; se
no, andremo prima in tribunale... poi all'inferno; ma v'andrai tu
solo...
I cugini risero in coro di questa uscita di prete Barnaba, e intanto
Ippolito e Venanzio facevano lo stesso pensiero: «prete Barnaba non
crede un'acca...»
--Questa volta me ne vado proprio, disse Ippolito.
--Anch'io, annunziò Venanzio, e accostandosi fino quasi all'orecchio
del pittore: le mille lire sono a tua disposizione.
--Anch'io, conchiuse il reverendo.
E passò primo fra i due cugini.
Quando ebbero passato l'uscio tutti e tre, il pittore volle ridere
rumorosamente, ma quel rumore poco assomigliava all'ilarità. Allora il
grande artista si abbandonò lentamente sopra un trespolo, dopo averne
tolta la tavolozza e nettata la superficie con uno strofinaccio. E là,
con gli occhi fissi su Cleopatra, si sentì mordere dai dentuzzi di un
aspide viscido e freddo.
Il serpentello mordeva ancora, quando fu picchiato alla porta dello
studio.
Era il figlio maggiore di Bortolo, il macellaio; un giovinastro di
ventidue anni, grande e grosso, a nome Gerolamo. Veniva semplicemente
a chiedere a suo cugino Giusto cinquanta lire in prestito fino al
domattina.
Giusto ebbe fortuna.
Rispondendo ingenuamente di avere poche lire in tasca e di averne
bisogno per i suoi minuti piaceri di pranzo e cena, le fece vedere
sulla palma della mano.
--Serviti, disse.
Allora Gerolamo si contentò di una moneta di due lire che prese con
molta disinvoltura.
Quando il pittore fu solo un'altra volta, si ricordò che nel taschino
del panciotto aveva ancora le seicento lire di prete Barnaba, ma prima
che dicesse grazie agli eterni, riapparve sull'uscio Gerolamo.
--Mi è venuta un'idea mentre me ne andava, e sono tornato.
Giusto senza invitarlo a farsi innanzi, lo lasciò parlare sul
limitare, solo disse da lontano buttando i pennelli sporchi nel
secchiello:
--Se non è per danaro, parla.
E Gerolamo parlò.
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