fai, e, se permetti, rimango. --Anzi è quasi il tuo dovere, e se vuoi ti nomino custode degli oggetti pignorati; aggiunse Ippolito con accento dimesso mandando in giro un'occhiata melanconica; ma se si potesse risparmiare quest'atto crudele... crudele specialmente per me che ti son parente.... vediamo, non potresti tu fare uno sforzo per contentare l'esattore? Giusto fece deliberatamente di no col capo. --No? Pensaci... se rimettessimo le cose a domani, forse si potrebbe tentare qualche rimedio.... Giusto ripetè il rifiuto con un cenno del capo. --Capisco che tu mi vorresti venire in aiuto, ma io ho mutato idea; me ne andrò all'estero a dipingere i miei quadri; l'esattore si pigli pure tutto... fa il piacere di pignorarmi subito... Però ti ringrazio. L'usciere, rimasto perplesso tra l'accettare il ringraziamento e dire il vero, rispose: --Non mi ringraziare, perchè io non avevo intenzione di darti nemmeno un centesimo; ma sono tuo parente e mi pare che qualche cosa potrei fare per te, se non mi costasse nulla. Continuava a guardare intorno e finalmente concluse. --Per esempio, potrei fare un verbale, dichiarando di non aver trovato nel tuo studio tanta roba da pagarmi l'accesso giudiziario e la carta bollata... Proseguì a bassa voce: --Fammi il piacere di nascondere quella pipa di schiuma e quell'orologio d'oro... Giusto nascose i due oggetti in tasca, per contentarlo, ma in buona coscienza credette in obbligo di dire sottovoce: --L'orologio non è d'oro. Allora l'usciere fece venire innanzi il suo sozio, e fra tutti e due, in fondo a una carta bollata, uno scrisse e l'altro attestò con la sua firma che nello studio di Giusto pittore non si era trovato nulla di buono da meritare il pignoramento. Dopo di che, il sozio se ne tornò in pretura, e l'usciere volle tenergli dietro; ma il gran maestro lo trattenne per dirgli una parolina. --Cristina... volle dire. Ma l'usciere, rialzandosi quattro buoni pollici, assicurò bruscamente che era inutile parlare di sua figlia in quel momento. --Ne convengo, disse umilmente l'innamorato, ma domani, doman l'altro; dimmi tu il giorno. --Giammai, disse, e parve che la parola inesorabile fosse scritta in carta bollata. IV. Dal giorno del pignoramento non fu più possibile a Giusto incontrare Cristina per la via; Sant'Alessandro non vedeva più la sua piccola devota, nè alla messa del mezzodì, nè ad un'altra messa; e quando il pittore fu persuaso di questo, per essere rimasto tutta la mattinata di una domenica piantato come un pilastro (un pilastro inquieto veramente), a distribuire l'acqua santa a tutte le ragazze, allora non gli rimase dubbio che gli ordini del babbo usciere erano di mutar chiesa, d'andarsene alla prima messa a San Giorgio o a San Lorenzo. E Giusto una festa non fece altro che viaggiare da una chiesa all'altra; più semplice sarebbe stato piantarsi in faccia al portone di casa, ma egli temeva d'esser visto dall'usciere, il quale per difendere la legittima prole da quelle nozze che non gli andavano a sangue, sarebbe stato capacissimo di far perdere la messa e il paradiso a sua figlia. Ma nemmeno a San Giorgio e a San Lorenzo, Cristina si lasciò vedere. Allora un fiero dubbio assalse il pittore innamorato: forse Cristina sua era ammalata!... Questo pensiero gli era appena entrato nel cervello, e già Giusto era avviato a visitare la cara inferma. Lo aspettavano insieme una gioia e uno sgomento nuovo: la porta di casa era chiusa, la portinaia informò che la ragazza con la fantesca erano andati in Brianza, per qualche giorno, mentre l'ufficiale giudiziario era rimasto a fare le sue citazioni e i suoi pignoramenti. Però, se Giusto volesse vedere il signor Ippolito dopo il tribunale, tornasse alle diciassette in punto, che a quell'ora per abitudine dava una capatina a casa, prima di andare alla trattoria a desinare. Il pittore ne sapeva quasi abbastanza. --In qual paese di Brianza? domandò alla portinaia. --A Barzanò. Il grande artista non chiese altro; col primo treno se ne venne a Monza, e di lì con la tramvia a Barzanò. Ma per quante ricerche facesse della casa dell'usciere Ippolito, nessuno ne aveva inteso mai parlare; e quando cominciò a dire di Cristina, dipingendola come sa fare un pittore innamorato, si sentì rispondere che ragazze belle quell'anno Barzanò ne aveva tante, perchè dopo agosto ne erano venute da Milano e da Monza almeno almeno una ventina, quasi tutte sparse per le ville, due o tre appena in paese. Dio buono! essere a due passi da Cristina sua, e non poterla vedere! Per altro, prima di sera, Giusto trovò la buona strada, essendogli stata indicata una villetta distante da Barzanò un chilometro e mezzo, dove una signorina con la fantesca, arrivate da poco, erano andate a stare in casa del notaio Cipolla. La celebrità del notaio Cipolla era molta in Milano, perchè col mezzo del suo tabellionato vi si facevano gli intrugli più difficili; perchè la moglie sua, figlia d'un usciere famoso anche lui, si era fatto essa pure la celebrità d'essere una gazza di prima forza. Quanto il Cipolla era abbottonato e taciturno per necessità professionale, altrettanto la moglie era curiosa e ciarliera; e si aveva la prova parlante che il notaio, tornato a casa, abbandonava il sussiego per lasciarsi sbottonare e rivoltare tutto dalla legittima notaia fino a far vedere le fodere. Perciò il Cipolla metteva bensì insieme i più complicati meccanismi di società commerciali, in nome collettivo, in accomandita, e anonime, ma era raro che per l'opera sua si facesse un testamento. Giusto gli aveva fatto una volta il ritratto a olio, non gli avendo strappato di bocca altro che monosillabi in tutte le ore delle sedute; questa volta, andando a fargli visita di proposito, lo inviterebbero almeno a desinare, facendolo sedere tra la notaia e Cristina sua, ed egli terrebbe sempre una mano sotto la tovaglia. Disgraziatamente quel giorno il notaio Cipolla non era in villa, e quando Giusto ebbe chiesto di lui alla fantesca, e la fantesca gli ebbe risposto di cercarlo a Milano, egli non poteva far altro che andarsene. Nondimeno si provò a domandar notizie di Cristina, ma ahi! la buona fanciulla era ammalata e appunto il dottor Cipolla era corso a Milano a informarne il babbo. Giusto vedeva naufragare ogni sua speranza; non seppe decidere lì per lì se gli convenisse sfoderare la qualità di zio e di cugino, e insistere per essere messo alla presenza della signora notaia.... ebbe una vaga paura di perdere ogni frutto del suo viaggio se l'usciere ne venisse a cognizione, stette un po' a guardare intorno, forse sperando che la signora curiosa s'arrischiasse a tiro; infine se ne andò con l'unica speranza di non essere visto da nessuno. E almeno in questo ebbe fortuna, perchè nè il notaio nè l'usciere videro lui, ed egli vide entrambi arrivare mezz'ora dopo nel tram, mentre egli vagava come un cane battuto, nascondendo l'amore inquieto dietro i gelsi della campagna. Non perdette di vista la villa fin che si accesero i lumi alle finestre; in una di queste la luce non si moveva mai, ed era sicuramente la camera di Cristina inferma. E di che male era inferma la creatura adorata? La fantesca non aveva saputo dir nulla; ma sicuramente era il mal di amore, un male così fatto che quando si attacca alla gente robusta la lascia in piedi, a vagare fra i gelsi, ad assorbire la rugiada serotina per tutti i pori, e quando piglia una bambina bianca e delicata la stronca subito e la mette a letto. Giusto vagò molta parte della notte intorno al villino, tenendo desti i cani di guardia che empivano la campagna co' latrati; cercò sempre il lume acceso, con una speranza impossibile, cioè che la sua innamorata avesse a distinguere il passo di Giusto per le zolle dei campi e potesse correre alla finestra a mandargli un saluto, a dirgli a bassa voce: «io sto meglio e t'amo». Invece quella notte Giusto si buscò solo una febbre reumatica, e quando a ora tarda andò a svegliare l'albergatore di Barzanò batteva i denti come un dannato. E là, all'insegna della Corona, si mise a' letto, e la mattina chiamò il medico condotto, e per sua virtù rimase in paese quindici giorni buoni tra vita e morte. Nello svegliarsi da quel lungo sonno, apprese che erano venuti a vederlo il notaio Cipolla e il cugino Ippolito, ma egli non aveva riconosciuto nessuno, che Cristina era guarita perfettamente e che la sua malattia era stata un'angina leggiera... e che altro? e che ora Cristina, più fresca e più bella di prima, era tornata a casa in compagnia del babbo. Ah! quanto male gli faceva il medico condotto dandogli queste notizie! La sua fanciulla non aveva nemmanco saputo della presenza di Giusto ammalato, se no, sfidando tutte le collere dell'usciere, avrebbe dichiarato di non voler tornare a Milano se prima non avesse visto il caro infermo. E pure, mentre l'ammalato si affliggeva, la natura più forte di lui gli dava un benessere singolare, una contentezza non mai provata prima, un entusiasmo gentile al contatto del quale la melanconia era quasi nulla. E talvolta, accarezzato dalla convalescenza, riconosceva che la vita è buona e che si può godere sempre qualche cosa, pur di accontentarsi di poco e di rassegnarsi molto. Ma subito succedeva il terrore pazzo di dover vivere tutti gli anni della sua esistenza separato dalla fanciulla amata; e la rassegnazione gli sembrava impossibile quando gli fosse piombata sul cuore la notizia feroce che Cristina sua era fidanzata, che Cristina era sposa e madre dei figli d'un altro uomo. Ah! questa idea soltanto guastava tutta la felicità della convalescenza! V. Un giorno Giusto era di buon umore. Stando sul letto dell'albergo, gli venivano baldanze d'uomo sano; diceva a voce alta a se stesso, diceva all'oste diventato amico suo: «io mi sento bene; il dottore non capisce nulla, mi vuol tenere a letto, mentre stia a vedere che io mi levo, mi vesto e me ne vado a Milano senza pagare il conto. Scommette lei?» L'oste era incapacissimo di fare scommesse simili; del conto era sicuro; quando fosse l'ora giusta, l'ospite suo se ne andasse pure senza pagare; ma ora rimanesse a letto per non guastare tutto. Quella mattina venne il notaio Cipolla; era abbottonato come il solito, e la sua visita fu breve, perchè egli non aveva mai molte parole a dire; ma negli stenti di quella conversazione il pittore ebbe un'idea allegra: «far testamento!» E la manifestò con faccia seria. --Senta notaio, io voglio dettarle le mie ultime volontà. Il notaio Cipolla sbarrò tanto d'occhi, sembrando dire: che sorta di volontà ultime può aver lei? --Voglio far testamento. Mi vuole aiutare? Il notaio Cipolla rispose di sì, che voleva, perchè in fin dei conti era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor Giusto di far testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti della vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare all'ingrosso.... che età poteva avere il signor Giusto?... meno di quaranta.... --Trentasei... sonati. --Dunque? Ma detta questa ultima parola, il notaio si arrestò sbigottito forse di aver parlato troppo, o d'aver parlato male. Non era forse obbligo suo professionale predicare il contrario, dire ai giovani e sani: «testate fin che siete così: può venirvi il tifo quando meno ve lo aspettate, e avrete il rimorso di andarvene all'altro mondo senza aver accomodato a piacer vostro le cose di questo.» Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel faro della pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che correggendo il suo pensiero di prima ne espresse un altro quasi consimile. --Che necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di un notaio? Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito... Un pezzo di carta qualunque... No, no. Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai testimoni, e in carta bollata. Il notaio Cipolla non fiatò più. --Vorrei far subito. --Facciamo subito. Lì per lì il notaio mandò a prendere due fogli di carta bollata, e Giusto volle pagarli senza aspettare il conto; si chiamò l'oste, il quale chiamò il cuoco, il cameriere e lo sguattero, tutti testi idonei maschi e d'età maggiore, e Giusto dettò senza ridere, mentre ne aveva una voglia straordinaria. * * * «Del mio piccolo patrimonio di dugento mila lire in cartelle del Debito pubblico italiano, che si troveranno nel cassetto della mia scrivania, faccio quattro parti uguali fra i miei cari parenti, non avendo nessuna ragione di favorire uno piuttosto che l'altro, essendomi provato che essi valgono uno quanto l'altro. «Lego dunque L. 50.000 al mio buon cugino prete Barnaba, con l'obbligo di dire egli stesso, se sarà vivo al tempo della mia morte, o di far dire da un altro prete della sua chiesa, dieci messe in suffragio del mio purgatorio. Regalo ancora allo stesso mio cugino prete Barnaba la Madonna dei sette dolori che mi propongo di dipingere e che egli farà collocare nella Cappella dove dice messa. «Lego L. 50.000 al mio cugino Venanzio Bordini. «Lego L. 50.000 a mio zio Bortolo Negri, negoziante di carni di macello. «Lego L. 50.000 a mio cugino Ippolito Portatore usciere. «Lascio i quadri e tutto quanto si troverà nel mio studio alla mia morte, alla mia cuginetta Cristina, figlia di mio cugino Ippolito. «E augurando ai miei cari parenti di vivere lungamente per seppellirmi con poca spesa, trasportandomi al cimitero monumentale in un modesto carro di seconda classe, terza categoria, mi sottoscrivo «GIUSTO GIUSTI.» * * * Mentre andava empiendo di sgorbi le sue carte bollate, il notaio Cipolla pensava, pensava anche l'oste, e il cameriere pure; e i loro pensieri, avviati sulla medesima strada, erano di meraviglia mista a un lontano sospetto di corbellatura. Ma il testatore era rimasto serio, sapendo bene che se gli fosse scappato da ridere tutto l'intento suo sarebbe fallito. E qual era il suo intento? Niente altro che beffarsi, con poche lire di carta bollata, dei suoi parenti ricchi e miserabili. Non l'aveva tentato alla commedia testamentaria la sciocca soddisfazione di lasciar con un palmo di naso i suoi eredi quando egli avesse a morire; tutt'altro; egli si sentiva rinascere, gli pareva chiaro che toccasse a lui seppellire a uno a uno tutti i suoi cugini e suo zio macellaio, e a suo tempo avrebbe fatto volontieri questo ufficio pietoso. La celia diventava saporita per la sicurezza che il notaio Cipolla, tornato a casa, avrebbe detto ogni cosa alla notaia, la quale, in gran confidenza ne avrebbe informato prima l'usciere e poi tutti quanti. Giusto s'anticipava con l'immaginazione la faccia mortificata di zio Bortolo, di prete Barnaba e di ogni altro cugino suo nell'apprendere che il gran pittore non solo era un -faro-, ma anche una borsa piena e capace, capace di dare una musica allegra di marenghini. Essendo tutti più maturi (salvo uno, cugino Venanzio), avrebbero poca speranza di toccar nemmeno con un dito l'eredità, e questa sarebbe la loro punizione; che Giusto già si vedeva rifiorito meglio di prima. Insomma, cominciava per lui la festa; solo, avrebbe un po' di noia per pagare il conto dell'oste, e più tardi il notaio.... ma chi sa che non potesse, durante la convalescenza, indurre l'oste a posare; e forse ancora, il ritratto del notaio Cipolla avrebbe il bisogno di essere ritoccato, anzi ne avrebbe bisogno di sicuro, perchè una volta il Cipolla portava la barba come un capuccino, ma poi sentendosi crescere la dignità del tabellionato si era pelato come un ginocchio.... E... e che altro? Che altro? Soltanto questo: che il cugino usciere, sapendo il pittore ricco di dugento mila lirette, si affretterebbe a buttargli nelle braccia Cristina cara, Cristina bella. E perchè all'idea di avere l'amor suo per questo mezzo, Giusto si sentì venire uno scrupolo? Perchè il grand'artista era anche un uomo semplice, capacissimo, quanto qual si sia bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce del sole, tenendo in rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce ne fossero, con un trombone calabrese spianato, ma mettere la mano sulla propria felicità con un'astuzia, anzi con un inganno, gli repugnava. E fu tentato di dire al notaio Cipolla, il quale finiva in silenzio l'atto solenne, che avendo voluto fare una celia ai suoi cari parenti, era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i testimoni, e gli parvero quattro brave persone contente in modo straordinario di assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando la carta bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in quella impresa. Ancora non rideva. Rise, appena notaio e testimoni furono fuori dell'uscio, rise senza far rumore, e lungamente rise, poi si lasciò venire in mente tutto il buono che dalla corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva dover essere gran cosa; ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi legatari, e un giorno crescere la loro inquietudine con un altro testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe affidato prima alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente felice quell'anima ingenua d'artista. E non ebbe più scrupolo della menzogna in carta bollata per carpire la propria innamorata. Decise subito di essere guarito senza aspettare la licenza del medico, si levò a sedere sul letto e stette un po' come a tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più d'un pesce, cioè vispo al par d'un bambinone risanato appena. Si levò di letto in un batter d'occhio, e corse ad empire di meraviglia i suoi complici testamentarii, i quali avevano sempre inteso dire che fare il proprio testamento allunga la vita, ma non sapevano ancora, e toccavano con mano, che acceleri la guarigione di un caso difficile. Ed era dunque stato un caso difficile il suo? Altro! Un tifo famoso, fino alla terza settima; invece di andare all'altro mondo, come sembrava disposto a fare, Giusto aveva cominciato a guarire: in venti giorni eccolo lì... in piedi, arzillo... dimagrato, ma appena appena. Giusto era in quello stato di beatitudine degli scampati a morte; gli sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a vincerlo avessero contribuito una fibra resistente e una volontà delle più straordinarie. Volle uscire per farsi radere e il cameriere lo accompagnò in bottega del più vicino barbiere, al quale affidò l'ospite prezioso. --Devo venire ad accompagnarlo fra mezz'ora? No; Giusto saprebbe fare da sè; prima di tornare a Milano non mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare il notaio e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare il conto e dare la mancia al cameriere... ora no, perchè era capitato a Barzanò con poco denaro... Ma le son cose da dire? Un uomo come Giusto, dopo un testamento simile, vi pare? può anche non pagare un soldo e non perde dignità; la sua reputazione rimane intatta. Il faro della pittura lombarda, rimesso a nuovo prima dal dottore e ora dal barbiere, vistosi nello specchio molto magro, ma contento della sua magrezza, andò a salutare il dottore, che non trovò in casa, poi il notaio Cipolla, o per essere più nel vero, la signora Cipolla. E indovinò veramente che la notaia sapeva del testamento, che sapeva dall'a fino alla zeta, perchè quella perla di suo marito non aveva avuto segreti con la sua metà legittima. Dov'era ora il caro notaio?... Tornato a Milano per suoi affari, ma non rimanesse in piedi, doveva essere debole dopo una malattia simile, si accomodasse un momentino a far due parole... --Grazie, grazie. E Giusto si fregava le mani, pensando: questa gazza parlerà, non vede l'ora di spifferare il segreto di suo marito a tutti gl'interessati. --Lei se ne ritorna a Milano? --Sissignora. --Beato lei, la mia penitenza della campagna durerà ancora una settimana, poi me ne torno al nostro bel Milanone... dov'io spero di vederla qualche volta. Giusto chinò il capo, e disse ancora una bugia, assicurando che non desiderava di meglio... Alle diciassette, rientrava nelle sue stanze abbandonate, e spalancava le due finestre, perchè con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di nuova gioventù che porta seco la guarigione. VI. Ma Giusto non era contento fin che non avesse visto la sua Cristina, e quando fu domenica ricominciò la visita delle tre chiese; cominciò da S. Lorenzo, che era la più lontana, passò per S. Giorgio e poi, con poca speranza, finì a Sant'Alessandro, ed ebbe proprio la fortuna di veder Cristina sua scendere la gradinata, mentre egli imboccava la piazza. La fanciulla del suo cuore era quasi sola, perchè la fantesca era sorda come un campanone, e a dirle quattro paroline come all'occasione il grande artista ne sapeva dire, diventerebbe cieca e muta. Giusto affrettò il passo. Quando fu accanto alla cuginetta, le prese paternamente un braccio, e la ragazza voltandosi, disse: --Oh! che piacere; zio Giusto! Invece di protestare, il pittore accettò quel grado di parentela, pensando che agli occhi della fantesca la famigliarità di zio è forse una cosa lecita, mentre da tempo immemorabile i cugini hanno poca reputazione. E tenendo la mano della nipotina, se ne andò lentamente con lei lungo la via Olmetto. La fantesca, come se fosse necessario, si era tirata indietro per non stare ad ascoltare i discorsi dei padroni, e così, senza perder tempo, Giusto informò Cristina d'essere stato a cercare di lei quando essa era a Barzanò, d'aver girato mezza la notte intorno alla casa dove la sua cara ammalata soffriva, senza potervi penetrare, e che si era poi buscato il tifo. --Il tifo! ora sta bene? Benone!, sopratutto se Cristina acconsentisse a una proposta che il pittore le farebbe. --Dica... Giusto aveva tante proposte sulla punta della lingua, ma una, la più vagheggiata, al momento buono gli parve di un'audacia spropositata, e se la tenne per un'altra volta. --Dica, dica. E il pittore disse. Disse che se Cristina volesse un tantino di bene a lui, poveretto, poteva renderlo il più beato dei mortali. Cristina abbassò gli occhi un momentino, poi rialzandoli risolutamente e mettendoli in faccia allo innamorato, domandò a bassa voce: --E come devo fare? --Rifiutare qualunque marito ti venisse offerto dall'usciere fosse un usciere, o un cancelliere, o il pretore medesimo, fosse anche il primo presidente della corte d'appello; dichiarare tranquillamente di non volere sposare un altro uomo il quale non fosse Giusto Giusti. Cristina curvò il capo sul petto, e parve al disgraziato amatore che essa volesse dirgli alla muta non poter mai trovare tanto coraggio. --Ti manca il core? --No, rispose Cristina con semplicità; quello che mi domandi l'ho già fatto. --Dio grande! Possibile mai? La fanciulla non aggiunse parola. --Possibile mai! mormorava Giusto; e tuo padre? --Io aveva paura di lui e non lo guardavo; rimase un pezzo dinanzi a me, senza dirmi nulla, poi se n'andò in silenzio; aprii gli occhi e non piansi più. --E da quel giorno il babbo è mutato? --È rimasto lo stesso; e questo mi sgomenta; non ho io ragione? Giusto pensò un poco, e riconobbe che la bambina non aveva torto. Gli si affacciò ancora, e più insistente che mai, l'idea di proporre a Cristina una magnifica fuga, ma la lingua gli si ribellò ancora. E pure che altro fare? Cristina aveva diciasette anni appena, e per farla in barba all'autorità paterna, bisognerebbe aspettare l'età maggiore; d'altra parte, per quanto ringiovanito dalla convalescenza, Giusto Giusti vedeva chiaro chiaro che quando i trentasei sono sonati, non è utile, anzi è inutile, anzi è dannoso, ritardare le nozze cinque anni, come a dire cinque secoli eterni. --Ah! Cristina mia, quanto siamo infelici! --Non è vero che siamo infelici, se ci vogliamo bene! Sapremo aspettare, non è vero? --Io, no, non posso aspettare perchè sto diventando vecchio, volle esclamare Giusto, ma sentì sfuggire la mano di Cristina. --Ecco il babbo! E veramente l'usciere veniva loro incontro con la solennità delle grandi occasioni, almeno così parve ai due colpevoli; invece quando fu a tiro, l'ufficiale giudiziario aprì le labbra a un sorriso amabile. --Chi vedo qui con mia figlia? Sei dunque guarito bene? Abbiamo avuto tutti una paura, una paura... Non è vero, Cristina? Cristina guardò suo padre in un certo suo modo ingenuo e non rispose nulla. --Sicuramente, era il tifo addominale; forma leggiera per fortuna, se no, caro il mio Giusto, te ne andavi -ad patres-; lo dicevamo sempre in casa, non è vero, Cristina, che lo dicevamo? quel poveretto se la vede brutta, e ce la fa vedere brutta a tutti quanti... Non è vero, Cristina? Ma no, non era vero niente affatto; e per quanta fosse la contentezza della buona ragazza nel veder così trasformato suo padre, non volle mentire per compiacenza. --Ti sbagli, babbo; io non ho mai saputo a Barzanò che lo zio fosse ammalato; ne seppi qualche cosa tornata a Milano, ma non credevo una malattia così grave... --Ah! sì, è vero; a te non s'era detto nulla perchè tu stessa eri stata ammalata; avevi la pleurite falsa. Dunque, cugino caro, ora vogliamo mettere un po' di carne attorno alle ossa, non è vero? perchè sei dimagrato un poco... ma poco veramente... e... scommetto che tu venivi in casa mia? Dai modi dell'usciere, dalle sue parole, Giusto argomentava, senza paura di errore, che il notaio, o la notaia, avesse messo in circolazione le clausole del testamento, e si sentiva preso allo stesso tempo dalla soddisfazione che la burletta gli fosse riuscita, dallo scrupolo che fosse riuscito troppo, e da una contentezza veramente stupida, come se la somma della quale aveva disposto per testamento gli ballasse entro la saccoccia. --Sì, veramente ero diretto a casa tua, ma sul portone di casa mi sarei fermato un momentino a salutare Cristina, e me ne sarei tornato allo studio. --Oh! cattivo! non avresti salito le scale per vedermi? --Parola d'onore, non le avrei salite; forse avrei detto a tua figlia di salutare suo padre, ma non ne sono sicuro. L'usciere si accontentò di quella risposta. --Manco male, disse; e ora accompagniamo Cristina a casa; poi sarò a tua disposizione, perchè... perchè anch'io venivo a trovarti in studio. I due cugini, pigliando in mezzo la fanciulla, si avviarono in silenzio. L'usciere andò cercando per un poco un argomento di discorso, e trovata la subasta di un palazzo cominciato appena, ne empì tutta la via Disciplini quanto è lunga; Cristina e suo zio tacevano, guardandosi ogni tanto; la fanciulla ingenua aveva lasciato penzolare la mano sinistra lungo il fianco, altrettanto aveva fatto il pittore, e così le mani loro si incontravano ogni tanto senza paura di nulla, perchè la fantesca sorda si era affrettata a passare innanzi ai padroni per aprire l'uscio di casa. Ma arrivati al portone, Giusto non volle salire per niun conto; aveva molto a fare in studio, perchè se l'usciere la domenica è libero press'a poco, l'artista, il quale deve cogliere l'ispirazione quando si presenta, non può santificare le feste... si capisce? Si capisce chiaramente. Così l'usciere si attaccò ai piedi di Giusto. Nella via del ritorno seguì il contrario; Giusto ciarlava come una gazza, ciarlava di cose che molti uscieri non capiscono, anzi sembrava scegliere appunto quelle per aver il gusto di vedere l'ufficiale giudiziario approvare col capo tutte le arditezze. Finalmente l'usciere n'ebbe fin sopra il cappello a staio di approvare tutto quello che non avrebbe inteso mai, campasse ancora un secolo, e disse tranquillamente: --Ti ho lasciato dire perchè pensavo ad altro, ma la verità vera è che io sono un po' pentito della risposta dell'altro giorno... --Che giorno? --Eh! lo sai bene; non sarai offeso della prudenza d'un padre; in fin dei conti ho una figlia sola, e dovevo prendere le mie precauzioni. --Non ti capisco... --Ti vendichi; vuoi che mi umilii... --Non voglio nulla da te; saprò aspettare... --Eh! via, non sono cose da fare, nè da dire; non è meglio sposarsi subito quando si può? dillo tu. --Sicuramente è meglio; se tu mi dai Cristina me la piglio; non ho altro a dirti; se tu non me la dai, me la piglierò più tardi. L'usciere, invece d'andare in collera a questo parole audaci, ne sembrò rallegrato. Diceva, parlando a se stesso: --Tutti così questi artisti!, come se ne avesse conosciuto intimamente una mezza dozzina. Si fece serio: --Io voglio il bene della mia figliuola; ho già visto che essa ti vuol bene; ma non si vive di solo pane, e tanto meno di amore. A un buon matrimonio occorre molto companatico, delle vesti da estate, da inverno e da mezza stagione, dei mobili non dipinti soltanto ma da potersi pignorare al bisogno, occorre un buon contratto di locazione, cinque o sei stanze almeno e una cucina... possono nascere in poco tempo dei piccini nudi e affamati; e ci vogliono molte fasce e altro vestiario e un numero sterminato di pagnotte per tirarli su omini come il padre e il nonno... Ne convieni?... Giusto ne convenne pienamente con un cenno del capo, ma non rispose sillaba. --Dimmi una parola che mi accontenti, e Cristina è tua; se non vuoi dirla per me, dimmela per lei; ora la felicità è in tue mani... parla. Giusto tenne il capo basso senza rispondere. Camminarono così un buon tratto in silenzio. L'usciere pensava: egli non ha rinunciato a Cristina se aspetta solo la sua maggiore età per sposarsela a mio dispetto; e perchè allora ha fatto testamento? Bizzarrie d'artista!, e se intanto egli morisse senza pigliar moglie, il testamento sarebbe valido, e io spartirei con gli altri; ma egli per farmi dispetto potrebbe fare un altro testamento privandomi della mia porzione; e allora? Allora zero. Quasi quasi gli dico «sposala,» ed egli la sposa, ed i miei cugini restano con un palmo di naso, chè senza annullare l'atto d'ultima volontà con un atto posteriore, tra mia figlia e lui, scommetto, s'ingegneranno subito a mettere al mondo un erede legittimo... Ma perchè prima di quaranta anni ha fatto testamento? perchè bisogna pure farlo una volta, e io l'avrei già fatto se non ne avessi visto l'inutilità. E perchè ha fatto testamento quando cominciava la convalescenza? Appunto perchè aveva toccato con mano che si può essere spediti all'altro mondo dal tifo quando uno meno vi pensa. E perchè si lasciava pignorare i mobili? Perchè erano soltanto dipinti, e non voleva pagare l'esattore. Tutte queste domande trovavano pronte e chiare risposte. Una sola non ne aveva alcuna: come mai Giusto, disponendo di tanto capitale, era andato in giro per tutta la sua parentela a chiedere l'impossibile: mille lire in prestito? Il quesito strano lo impensieriva da un pezzo, per quanto si provasse a dire a se stesso che gli artisti hanno molte stramberie per la testa. Ma chi sa mai? Giusto aveva voluto esperimentare la generosità dei parenti, e visto che uno non valeva meglio dell'altro, aveva pensato di punirli tutti quanti testando con atto di notaio, e annullando l'atto con un testamento olografo di data posteriore. A questo punto diede un'occhiata al compagno silenzioso. Ah! era chiaro. A quest'ora egli aveva nominato erede universale l'istituto dei rachitici, o la famiglia artistica! Giusto a capo basso pensava: Non vi è dubbio che il notaio si è sbottonato in faccia alla notaia; ed è certissimo che la notaia ha portato in giro per Milano la notizia del testamento. Ora questo usciere minchione è tentato di credere che io sia ricco e avaro, sta pensando un po' al pignoramento e alle mille lire, ma finirà col mettere ogni cosa in conto della mia avarizia sordida. Posso sfruttare la falsa opinione di mio cugino perchè si lasci uscire di mano sua figlia, sposarmela ed esser felici a dispetto di tutti; ma io non posso incoraggiarlo con una parola, nemmeno con una sillaba, non posso proprio; la corbellatura per celia mi piace, l'inganno mi repugna. Così pensosi entrambi arrivarono allo studio. Sulla lavagna dell'uscio, dove Giusto aveva scritto col gesso: «uscito alle nove; sarò di ritorno alle dieci», si leggeva: «Prete Barnaba arrivato alle dieci e ha aspettato un quarto d'ora, tornerà prima delle undici;» e ancora: «Prete Barnaba tornato alle undici, verrà mezzodì...» --Nostro cugino Barnaba! esclamò il cugino Ippolito; che diamine vuole da te? --Non lo so. Ma quasi lo sapevano entrambi. Giusto guardò l'ora; altrettanto fece l'usciere: poco mancava a mezzodì, l'ora del pranzo dell'ufficiale giudiziario; ma Ippolito non lo disse, perchè se prete Barnaba arrivasse all'ora giusta, direbbe la ragione dei quattro viaggi in meno di due ore. Ippolito andò in giro per lo studio, ad ammirare le tele incominciate, dichiarando a voce alta che gli sembravano portentose, costringendo l'artista ad arrestarsi a un certo punto per ammirare anche lui l'opera propria. --Ma sai che sei un grande artista! In verità non lo avrei mai sospettato; noi uomini di legge siamo tanto lontani dall'arte... ti voglio confessare che non ti credevo capace di essere un gran pittore... e sai perchè?... perchè sei mio cugino... Me lo credi? Altro che! Giusto credeva tutto. --Qualcuno mi era venuto a dire che tu avevi dell'ingegno... --E non hai creduto? --Ho creduto, perchè ingegno ne abbiamo tutti in famiglia; ma quando mi dicevano che stavi creando un'arte nuova, tutta lombarda, un'arte che bisognava guardare da lontano, da un certo punto di vista, che i colleghi ti incoraggiavano imitandoti, anche avendo invidia di te... allora... --Non credevi? --Che credere! Domandavo sempre: si è fatto ricco col suo pennello?, mi rispondevano di no.--Ebbene, dicevo, l'arte che non frutta è un'arte inutile... Ma ora, guardando da questo punto... fammi il piacere, mettiti qui tu stesso... e guarda...questa donna che si attacca un serpente alla mammella... è una cosa che fa pena, ma è bella... dillo tu stesso. --Non è finita, perchè mi manca la modella, disse tranquillamente il gran pittore. --Ti manca la modella? Ti è morta? --No, mi manca il denaro per pagarla. Oh! prete Barnaba, scusami tanto, se ti ho fatto venire tante volte inutilmente. Prete Barnaba entrò in studio con una certa paura delle tele dipinte e in ispecie d'un paravento che poteva nascondere il peccato carnale; entrò quasi in punta di piedi, guardandosi intorno e afferrandosi alla propria sottana per non mettere il piede in fallo. La sua faccia scolorita aveva la barba nera di una settimana almeno, e la piccola chierica era in gran bisogno del rasoio; il solino desiderava da gran tempo il bucato; la veste era tanto sfrittellata da sembrare una frittella sola; e per giunta una scarpa stava perdendo la fibbia. --Oh! disse, quando ebbe la certezza che il paravento non nascondeva la tentazione del demonio; oh! anche tu qui! spero non sarai venuto a fare il pignoramento al nostro Giusto. Ippolito sorrise e per entrare nella celia, rispose: --Nè tu a confessarlo o a raccomandargli l'anima. Sorrise anche prete Barnaba, e cominciò, come aveva fatto l'altro cugino, ad ammirare le tele; un Cenacolo incominciato gli piacque subito; ma si fermò davanti a Cleopatra e alle donnine del gran quadro dell'orgia; quelle donne mezzo spogliate tennero incerto il suo giudizio un gran pezzo; finalmente si decise ad ammirarle tutte. L'usciere gli veniva dietro guardando ogni tanto l'orologio; mangerebbe la minestra riscaldata, ma ad ogni costo voleva penetrare il segreto di quella visita. Finalmente il reverendo ebbe pietà, e confessò d'essere venuto per la Madonna dei sette dolori. --Ci ho pensato molto, dopo quello che mi avevi detto, e ho parlato al parroco; egli mi pare ben disposto, e se gli andrò a dire che ho combinato ogni cosa, che concorro anche io nel limite delle mie modeste forze, il mio altare avrà la sua madonna. Ti porto seicento lire per ora; nella settimana ventura il resto; sei contento? tu mi farai una Madonna dei sette dolori, come dicevi... da far piangere i sassi.... sarà il primo suo miracolo e sono sicuro che ne farà degli altri quando sia stata consacrata dall'arcivescovo. Bisogna però abbondare nella tela.... mi hai detto che una spanna di più o di meno a te nulla importa; ai devoti invece, una spanna di più cresce il valore... --Della Madonna? --Non dico propriamente questo, ma quasi. Giusto aveva una irresistibile voglia di sparare in volto ai due cugini una risata omerica, ma si trattenne perchè insieme a quella tentazione allegra gli stavano venendo altre idee d'altro colore; idee insolite, capaci di disgustarlo a poco a poco dei parenti, degli amici e dell'umanità tutta quanta. Sorrise appena appena alla propria fortuna, intascò le seicento lire facendone ricevuta, e siccome stava firmando senza pagare la tassa nemmeno questa volta, l'usciere intervenne con la sua autorità d'uomo del foro, e offrì al cugino la marca da bollo da dieci centesimi. --Ti faccio risparmiare la multa di lire 40, disse. --Grazie, rispose il pittore. E ora l'usciere poteva andare a colazione; ma mentre guardava l'orologio ancora una volta, una voce domandò il permesso di entrare; e quella voce era così nasale da non si potere dubitare fosse d'altri che del cugino Venanzio. L'usciere e prete Barnaba si guardarono alla sfuggita; vollero andarsene entrambi, e rimasero. --Avanti, cugino carissimo! VII. Il cugino Venanzio non si sgominò punto nel vedersi dinanzi tanto parentado; intese che gli altri cugini erano venuti per lo stesso fine, e affliggendosi solo un poco d'essere arrivati tutti insieme nell'ora medesima, prese la determinazione fulminea di salvarsi. --Io non voglio sapere, disse a bassa voce, che cosa siano venuti a far qui i miei cari cugini; tu ti stupirai di vederne qui tre riuniti, e io non mi meraviglierei quando ne arrivasse un quarto... Dunque parliamo chiaro: è vero o non è vero che tu sei milionario?... proprio, milionario, è la voce che corre per la città... Ma domando io: perchè sei venuto a chiedermi mille lire in prestito? Non te le ho potuto dare allora perchè non le avevo disponibili... Lo sai bene, non tutti i momenti sono buoni.... ma se mi assicuri che non sei milionario, come dice la gente, chiedimi ancora le mille lire in prestito, e io te le do, parola d'onore, senza pegno nè ipoteca, ma con un semplice pagherò a sei mesi al sette per cento. È tutto quello che posso fare per te. Se invece sei tanto ricco, prestami tu tutto quello che puoi, cinquemila lire o centomila... te le renderò forse col sette per cento anch'io fra sei mesi... fai la mia fortuna, e non rischi un millesimo. Giusto sorrideva senza rispondere; prete Barnaba e l'usciere, i quali intendevano ogni parola, avevano la disinvoltura minchiona di gente colta in fallo. Parlavano entrambi allo stesso tempo, fissavano con attenzione straordinaria Cleopatra, e il reverendo si distrasse fino a toccare con un dito il serpicino viscido che mordeva la nuda mammella. A un tratto l'usciere trovò un'uscita alla sua falsa disinvoltura, l'appetito che lo molestava da un poco, e disse con disinvoltura vera, guardando l'orologio: --Volevo ben dire. È già la mezza, e non sono fra le gambe della tavola. La mia Cristina chi sa mai che cosa penserà di suo padre. Vi lascio ai vostri interessi; quanto a me, Giusto, tu lo sai, io ne ho uno soltanto, e non entra nella mia borsa. Queste ultime parole vollero essere solenni, ma nessuno ne afferrò il giusto significato, nemmeno Giusto, il quale da un poco veniva sorridendo e pensando amaramente. Prima che uno dei suoi cugini si allontanasse, il pittore decise di dire la verità, a costo della Madonna dei sette dolori, delle mille lire di Venanzio, e... di ogni cosa, ma non di Cristina sua. --Ebbene, la verità di tutte le dicerie andate in giro sul mio conto è questa, ve lo giuro: io avevo sotto mano un notaio taciturno, ma dal quale scappa ogni cosa che gli si dica senza che egli medesimo se ne avveda; voi lo conoscete, è il notaio Cipolla; e quando avrete dei segreti da spargere al vento affidateli a lui. Io ho fatto per celia. Ho testato in un momento di buon umore, ho disposto di somme favolose che non ho posseduto mai. Ma non mi è venuto in capo di approfittare della mia burletta, e come vedete, al momento del profitto, vi rinunzio. Sono povero come Giobbe e così rimarrò; Cleopatra aspetterà ancora un pezzo, perchè io non potrò pagare la modella... tu prete Barnaba pensaci ancora stanotte; domani mi dirai se devo farti proprio la Madonna dei sette dolori; e se te la farò, sarà la più addolorata di tutte le Madonne; ecco le tue seicento lire.... al caso le riprenderò domani... Prete Barnaba stava con tanto d'occhi a guardare ogni mossa del pittore famoso, il quale veniva contando i dodici biglietti da cinquanta. Giusto diceva come parlando a sè stesso: «Nel breve tempo che siete rimasti nel mio portafogli, non sarete già scemati, spero; ma io sono tanto fortunato... No, sono proprio ancora dodici... Contali tu.» --Ah! io no, e mi meraviglio! esclamò prete Barnaba con la giusta indignazione dell'uomo sacro offeso nei suoi sentimenti umani e divini; io non ripiglio un centesimo; domani ti porterò il resto, e fammi il piacere di metterti subito al lavoro per il mio altare; se no, andremo prima in tribunale... poi all'inferno; ma v'andrai tu solo... I cugini risero in coro di questa uscita di prete Barnaba, e intanto Ippolito e Venanzio facevano lo stesso pensiero: «prete Barnaba non crede un'acca...» --Questa volta me ne vado proprio, disse Ippolito. --Anch'io, annunziò Venanzio, e accostandosi fino quasi all'orecchio del pittore: le mille lire sono a tua disposizione. --Anch'io, conchiuse il reverendo. E passò primo fra i due cugini. Quando ebbero passato l'uscio tutti e tre, il pittore volle ridere rumorosamente, ma quel rumore poco assomigliava all'ilarità. Allora il grande artista si abbandonò lentamente sopra un trespolo, dopo averne tolta la tavolozza e nettata la superficie con uno strofinaccio. E là, con gli occhi fissi su Cleopatra, si sentì mordere dai dentuzzi di un aspide viscido e freddo. Il serpentello mordeva ancora, quando fu picchiato alla porta dello studio. Era il figlio maggiore di Bortolo, il macellaio; un giovinastro di ventidue anni, grande e grosso, a nome Gerolamo. Veniva semplicemente a chiedere a suo cugino Giusto cinquanta lire in prestito fino al domattina. Giusto ebbe fortuna. Rispondendo ingenuamente di avere poche lire in tasca e di averne bisogno per i suoi minuti piaceri di pranzo e cena, le fece vedere sulla palma della mano. --Serviti, disse. Allora Gerolamo si contentò di una moneta di due lire che prese con molta disinvoltura. Quando il pittore fu solo un'altra volta, si ricordò che nel taschino del panciotto aveva ancora le seicento lire di prete Barnaba, ma prima che dicesse grazie agli eterni, riapparve sull'uscio Gerolamo. --Mi è venuta un'idea mentre me ne andava, e sono tornato. Giusto senza invitarlo a farsi innanzi, lo lasciò parlare sul limitare, solo disse da lontano buttando i pennelli sporchi nel secchiello: --Se non è per danaro, parla. E Gerolamo parlò. , , , . 1 2 - - , 3 ; 4 ' ; ' 5 . . . . . . . , 6 ' ? 7 8 . 9 10 - - ? . . . , 11 . . . . 12 13 . 14 15 - - , ; 16 ' ; ' 17 . . . . . . . 18 19 ' , ' 20 , : 21 22 - - , 23 ; 24 , . 25 26 . 27 28 - - , , 29 ' 30 . . . 31 32 : 33 34 - - 35 ' ' . . . 36 37 , , 38 : 39 40 - - ' ' . 41 42 ' , , 43 , ' 44 45 . 46 47 , , ' 48 ; 49 . 50 51 - - . . . . 52 53 ' , , 54 . 55 56 - - , ' , , ' ; 57 . 58 59 - - , , 60 . 61 62 63 64 65 . 66 67 68 69 ; ' 70 , , ' ; 71 , 72 ( 73 ) , ' , 74 75 , ' . 76 ' ; 77 , 78 ' ' , 79 , 80 . 81 82 , . 83 : 84 ! . . . 85 86 , 87 . 88 89 : 90 , 91 , , ' 92 . 93 , , 94 , ' 95 , . 96 97 . 98 99 - - ? . 100 101 - - . 102 103 ; 104 , . 105 ' , 106 ; , 107 , 108 ' , 109 , 110 , . 111 112 ! , ! 113 114 , , , 115 , 116 , , 117 . 118 119 , 120 ; 121 , ' , 122 ' . 123 , 124 ; 125 , , 126 127 . 128 , , , 129 , ' . 130 131 , 132 ; 133 , , 134 , , 135 . 136 137 , 138 , 139 , 140 . 141 142 , ! 143 144 . 145 146 ; 147 , 148 . . . . 149 ' 150 , ' , 151 ' ; 152 ' . 153 , ' , 154 ' , 155 , ' 156 . 157 158 159 ; , 160 . 161 ? ; 162 , 163 , , 164 , 165 . 166 167 , 168 ' ; 169 , , 170 171 , 172 : « ' » . 173 174 , 175 ' 176 . 177 178 , ' , ' , 179 , 180 . 181 182 , 183 , 184 , 185 ' . . . ? 186 , , 187 . 188 189 ! ! 190 191 , , ' , 192 193 . 194 195 , ' , 196 , 197 , 198 . , , 199 , 200 . 201 202 203 ; 204 205 , 206 ' . ! 207 ! 208 209 210 211 212 . 213 214 215 . 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