moglie....
--E prego Dio che sia presto!--disse Ernesta
scherzando.
--Ed io prego il suo Dio di tapparsi le orecchie....--
--Vediamo, siamo stati savi?... Leonardo.... si
sono fatte poche ciancie? Si sono evitate le commozioni
troppo forti?...--
Ad ogni domanda. Leonardo ed Ernesta facevano
di sì col capo come due scolari che vogliono farla
al signor maestro.
--Sentiamo il polso.... abbastanza regolare.--
I complici, respirarono liberamente; il momento
difficile era passato.
Nella faccia ilare, nell'accento scherzoso, nei modi
composti ad un sussiego straordinario, il dottore dimostrava
un'intenzione che sfuggiva alle occhiate
scrutatoci d'Ernesta.
--Cara signora,--uscì egli a dire all'improvviso,--vorrebbe
usarci la cortesia di lasciarci un
momento soli? Scusi la ruvidezza.... è il vizio dei
medici....
--Mi manda via....--rispose Ernesta ridendo,--me
ne andrò!...
--Perchè la mandi via?--chiese Leonardo, e
udendo il passo della moglie che si allontanava,
stette in ascolto finchè fu uscita, poi disse sospirando:--Che
cosa vuoi da me ora?
--La lingua--disse il medico.
Leonardo cavò la lingua.
--Come ti senti?
--Bene.
--Saprai resistere ad una commozione?
--Sì.
--Ebbene, allora sappi che io ti ho ingannato...,
ho detto tutto a tua moglie.
--Ah!
--E tua moglie, indovina.... è innamorata di te.--
La rivelazione che Agenore aveva circondata di
tanto mistero, non fece l'impressione temuta sull'animo
del cieco; un dolce sorriso apparve sulle sue
labbra, null'altro.
--Grazie,--disse Leonardo.
--Si figuri,--rispose Agenore, canzonandolo--niente,
è una bazzecola!
--Grazie,--ripetè Leonardo--lo sapeva.--
Allora il dottore diè un balzo, spalancò l'uscio
del salotto e chiamò Ernesta.
--Venga, venga, signora mia; sono io di troppo....
e me ne vado.--
Due risate squillanti lo accompagnarono un tratto.
Poi il medico ritornò a raccomandare serio serio
«non si commettessero imprudenze» e ad avvertire
che sarebbe venuto il domani molto di buon'ora.
--A domani--disse Agenore.
--A domani--ripeterono melanconicamente Ernesta
e Leonardo.
Di nuovo l'allegria si spense sulle faccie dei poveretti.
XX.
La luce?
Venne l'alba aspettata con desiderio e con trepidanza.
Agenore, come aveva promesso, anticipò di molto
la sua visita.
--Sono contento di trovarti a letto--disse--bravissimo.
Ernesta notò che la sua voce aveva un lieve tremito,
e che volendola assicurare riusciva solo ad
ingrossarla. Anch'essa voleva parer serena, ma
aveva l'ansia, ed Agenore se ne avvide; le venne
presso, le strinse la mano. Tremavano leggermente
tutti e due.
--Dovrò rimanere a letto?--chiese Leonardo.
--Sarebbe meglio; ma il dottor Q.... dice che, se
preferisci alzarti, nel tuo stato non vi è pericolo.
--Lo preferisco--disse il cieco.
--Sentiamo il polso.... vediamo la lingua.... a meraviglia....
a meraviglia....
--E sarà proprio molto dolorosa l'operazione?
--Tutt'altro.... una bazzecola.... un paio di minuti
per occhio, supponendo, come credo, che il dottor
Q.... voglia operare i due occhi in una volta....
--Come?--balbettò Ernesta.
--Gli autori sono in contrasto,--disse il dottor
Agenore con molta disinvoltura; si danno ragioni
di peso da una parte e dall'altra; le probabilità di
buona riuscita si equilibrano nei due sistemi; da
quanto dicono i propugnatori di questo o di quello
sembra potersi conchiudere così: quando l'operazione
è dubbia, meglio tentare prima l'operazione sopra
un occhio solo; quando invece è sicura, meglio le
due operazioni in una volta.
--Ed a lei pare sicura?--domandò Ernesta.
--A me pare sicura.... sicurezza medica, s'intende,
che non è sicurezza matematica.--
Per quanto Agenore ingrossasse la sua voce di
falsetto, aveva l'ansia quasi al par di Ernesta.
Il più sereno dei tre era Leonardo, il quale in un
attimo fu vestito ed accomodato sul seggiolone.
Venne il dottor Q.... tranquillo, determinato,
schietto nei movimenti e nelle parole; si indovinava
in lui l'uomo padrone di sè; vedendolo tornò subito
un po' di coraggio ad Ernesta, e si rianimò la disinvoltura
agonizzante d'Agenore.
Si parlò di -narcotizzazione-; Leonardo rifiutò.
--Bravo!--disse l'oculista--tanto meglio!
--Bravo!--ripetè Agenore con un po' di tremito
nella voce--tanto meglio.... già è una bazzecola....
bisogna esser forti.--
Ernesta guardava sbigottita ora l'uno ora l'altro,
mentre il vecchio Bortolo andava e veniva obbedendo
agli ordini brevi e frequenti.
--Ernesta!--chiamò il cieco.
--Eccomi.--
Si fè presso al disgraziato e pose la mano nelle sue.
--Così--disse Leonardo--sarò più forte.--La
povera donna non rispose; cogli occhi sbarrati
dallo sgomento seguiva ogni movenza del dottore.
Vedeva preparare le fasciature di flanella bianca,
le compresse, i filacci, levar da un piccolo astuccio
certi ferretti lucenti, ed Agenore affaccendarsi
per far poco più di nulla, senza potere star fermo,
e l'altro solenne, pacato, silenzioso. E girando lo
sguardo intorno intorno con un movimento automatico
del capo, contemplava il letto, le seggiole,
gli armadi, i quadri appesi alle pareti, non parendole
vero che in un momento così solenne potessero
ancora essere i quadri, le seggiole, il letto
d'ogni giorno e serbare in tanto affanno essi soli
l'aspetto più indifferente dell'usato.
E ancora girava il capo come un automa, e ancora
fissava gli occhi sbarrati nel dottore.... Poco
stante lo vide muovere verso l'infermo e tremò tutta.
--Ci siamo?--domandò il cieco.
Nessuno gli rispose.
Il dottor Q.... volse il seggiolone in modo che la
luce non battesse sulla faccia del paziente, poi
spalancò la finestra, e guardò verso Agenore. Costui
era occupatissimo intorno alle compresse e se
ne distaccò a malincuore.
--Bisogna star fermo,--disse l'operatore con
voce amorevole.
--Starò fermo,--rispose Leonardo.
Inginocchiata innanzi al marito, le labbra ardenti
impresse sulla mano che stringeva forte la sua, Ernesta
intese ancora la voce sommessa dell'oculista
che diceva: «Lei, dottore, tenga ben sollevate le
palpebre, così... mi raccomando--» poi chiuse gli
occhi.
Seguì un gran silenzio.
La povera donna radunava nel buio i fantasmi
del suo passato, andava raccogliendo gli atomi in
un caos vertiginoso per comporli a forme note--tutto
ciò senza coscienza; rivedeva Leonardo come
la prima volta gli era apparso, indifferente e cortese,
poi galante, poi assiduo, poi fidanzato, sposo,
marito--e di nuovo annoiato, freddo, indocile al
giogo della famiglia, e finalmente cieco, pentito... e
seguendo come trasognata i quadri di questa visione,
parevale d'udire un martello assiduo; era il
suo povero cuore in tumulto. Quanto tempo durò
quella visione? Un baleno. All'improvviso sentì tremar
forte il braccio di Leonardo e la mano di lui
avvinghiarsi alla propria; strinse vie più gli occhi
e le labbra, si sprofondò più addentro nel caos che
le si apriva dinanzi.... ancora uno di quegli istanti
che contano per anni nell'eternità, e finalmente un
grido acuto, penetrante, accompagnato dal tremito
convulso di tutto il corpo del paziente.
--Ecco, ecco, è fatto;--disse il dottor Q...
--È fatto,--balbettò Agenore.
Ernesta aprì gli occhi attonita.
Il dottore veniva assicurando una compressa sopra
l'occhio destro, da cui colavano lagrime e sangue.
Sul volto contratto dell'infermo ancora combattevano
il dolore e l'energia della volontà.
Nessuno vide l'occhiata supplichevole della povera
donna accasciata sul pavimento; Agenore toccava
il polso dell'amico, ma aveva tutta l'aria di non
saper quello che si facesse.
Il dottor Q... sembrava aspettare qualche cosa,
e un momento dopo disse con voce carezzevole:
--L'operazione è riuscita benissimo da una parte;
ora dall'altra.--
Ernesta diede un lieve grido e ancora s'accasciò
e nascose la faccia fra le ginocchia di Leonardo, il
quale tentò un sorriso ed accarezzò colla mano tremante
la testa dell'amata donna.
Nuovo silenzio, nuovi terrori, nuove visioni, e finalmente
un sospiro rumoroso di Agenore che ripigliava
fiato, e un grido selvaggio di dolore e di
gioia.
--Zitto!--ordinò il medico con bontà.
--La luce!--mormorò Leonardo abbassando docilmente
la voce.
Ernesta fu in piedi d'un balzo; aveva nello sguardo
il baleno d'una gran gioia....
Ma la fasciatura copriva già gli occhi del paziente--l'operazione
era finita.
--La luce?...---ripetè la povera donna interrogando
trasognata.
Agenore le venne presso, le strinse la mano, volle
dire qualche cosa e non potè dir nulla.
--Speriamo,--balbettò Ernesta come fuor di
sè,--speriamo, bisogna farci coraggio....
--Giusto,--rispose Agenore,--è quello che
volevo dir io.... speriamo, bisogna farsi coraggio....
XXI.
La luce.
Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il
silenzio.
Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di
cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè
per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine.
Le imposte della finestra furono chiuse sì
che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il
nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna,
vagolava assiduamente in quel buio--Ernesta, col
cuore traboccante, col labbro muto.
Più volte in uno stesso giorno la porta di quella
camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale
chiudeva il vano, stava un istante immobile,
poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un
bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora
Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere;
non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva
poco dopo, la porta cigolava un'altra volta--Agenore
se n'andava com'era venuto.
Silenzio.
A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:--Ernesta?...--
Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:--silenzio!--
Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole
confortatici mormorate da invisibili creature!
Le ore scorrevano lente, il cuore della povera
donna le misurava con un battito tranquillo.
Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere
come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare
alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava
ogni tanto, ella vedeva accorrere mille
giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile
a quella breve lotta. Non sapeva altro che
sperare, altro non faceva che sognare ad occhi
aperti.
Il buio della camera era per lei come un velo
nero, dietro cui si nascondesse la felicità.
Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava
ogni tanto la sua compagna--e la poveretta era,
ratta a chiudergli le labbra colle labbra.
--Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo,
ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato
di vedere i colori; non sono più cieco!
--Zitto! Zitto!
--E vedrò te, mia bella!...
--Zitto....--
Tornava il silenzio.
Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare
il tempo lungo.
Per ore intere al capezzale del marito, una mano
di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile
nella contemplazione della tranquilla festa
dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non
più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col
capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due
sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da
due sguardi d'amore.
Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba
dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li
guardavano attoniti, e quante creature avevano un
movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano
una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato
si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la
gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore
senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole
paure, della poesia che ripudia ogni inganno di
metafora o di rima.
Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia,
la sazietà--parole vuote dovunque non entra spasimo
o febbre.
Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo,
che s'indovinava sulle labbra dell'infermo,
diceva che così pure fantasticava Leonardo.
Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva
talvolta affievolita la nota dello stornello, unica
voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva
voglia di correre a spalancare le finestre, di
lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di
gridare alle innocenti creature la buona novella...
Silenzio!... Bisogna star paghi alle visioni della
cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un
giorno ancora!... Silenzio.
Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo,
dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un
modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai
per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era
un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto
sulle labbra senza saperlo leggere!
Era bello Leonardo? Sì, era bello; dalla fasciatura
usciva la sua fronte alta, serena, il naso affilato; le
guancie aveva un po' smunte, ma non incavate, il
mento tondo; bei capelli ricciuti, baffetti neri e
belli... Era bello Leonardo!
E non poterglielo dire, non poterglisi buttar fra
le braccia, coprire di baci la sua fronte, le sue
guancie, dirgli cento volte:--sei bello, sei bello!--
Silenzio! È l'alba del sesto giorno, poche ore ancora!...
Silenzio.
Venne l'ora sospirata, venne il dottore, e dietro a
lui, frettoloso per timore d'essere in ritardo, Agenore.
Fu data un po' di luce alla camera, poi il dottore
fece a voce alta alcune interrogazioni all'infermo,
gli toccò il polso. Tutto andava benissimo. Allora
tornò alla finestra, temperò la luce studiandone la
direzione e di nuovo venne al capezzale e tirò la
coperta di colore fin sopra la rimboccatura, perchè
la bianchezza del lenzuolo non ferisse troppo vivamente
l'organo indebolito... Era venuto il momento.
Ernesta tremò e dovette reggersi al braccio di Agenore.
La lunga lotta combattuta con apparenza di vittoria,
quella lotta che aveva per premio la speranza,
era stata un inganno; ecco, i baldi fantasmi
fuggono dalla sua mente come un esercito di vigliacchi--e
quell'unico nemico, che pareva sopraffatto
e meschino, si rialza, ed è un gigante.
Se Leonardo non vedesse nulla!
Fu l'ansia d'un solo istante; cadde la benda, Leonardo
aprì gli occhi, li girò intorno e fissandoli
estatico sulla faccia paurosa di Ernesta, protese le
braccia chiamandola col gesto.
--Ti vedo! ti vedo!--
Ma la voce si ruppe in un grido, e il grido in
un singhiozzo.
Ernesta gli si gettò fra le braccia e mescolò alle
sue le proprie lagrime di gioia; anche Agenore piangeva,
ma voltava il capo dall'altra parte per non
farsi scorgere.
XXII.
Emicrania e mal di nervi.
La signora Virginia Rinucci venne troppo tardi,
quando il medico aveva rimesso la benda a Leonardo
e se n'era andato.
Non lo disse espressamente, ma lasciò capire che
era una disgrazia.
--Peccato!--mormorò; e mormorò quel peccato!
in guisa, che Ernesta dovette proporsi il quesito
se il danno fosse di Leonardo, di Virginia Rinucci
o di tutti quanti.
Ma l'amabile cuginetta non la lasciò lungamente
in dubbio, e dopo aver diluviato domande su ciò che
aveva detto e fatto il cieco rivedendo la luce, concluse
candidamente: «peccato! se ci fossi stata,
avrebbe visto anche me.»
--Sicuro,--disse il dottor Agenore,
--Sicuro,--ripetè Ernesta sorridendo.
Queste ciancie si facevano nel salotto, dovendosi,
per ordine del dottore, lasciare in pace l'infermo.
--Tornerò domani,--disse Virginia;--e siccome
non mi aspettereste, anticiperò.
--Brava!
--Brava!--
Alla prima approvazione scherzosa, che era di Ernesta,
la cuginetta rizzò il capo ed appuntò le labbra
pronta a combattere come un'eroina; alla seconda
approvazione, ch'era del dottore, chinò gli
occhi a terra al par d'una vergine imbelle.
--Non ha altr'arme che il pudore, ma evidentemente
ne abusa--pensò Agenore--fa il mulinello
continuo.--
Il giorno successivo Virginia anticipò, e giunse
appena in tempo; il dottor Q... entrava appunto
allora.
--Vedi un po' se avessi tardato qualche minuto!--disse
ad Ernesta entrando, dietro al medico,
nella stanza di Leonardo.
Ma ecco il dottor Agenore farsi presso alla signorina
Rinucci, e colla sua voce di falsetto dirle:
--Signorina, se Leonardo la vede corre rischio
di restare abbagliato....--
E siccome la vergine incominciava più disperatamente
che mai a fare il mulinello col suo pudore, egli
si affrettò a soggiungere ingrossando la voce:
--Il bianco della sua veste può infiammargli la
retina, è meglio la si tiri in disparte.--
Lo stesso consiglio fu dato con un cenno dal
dottor Q...; e allora Agenore dimenticò la prudenza
e trasse dolcemente la signorina dietro il seggiolone.
Leonardo ed Ernesta si abbracciarono stretti,
senza parole, senza lagrime....
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tante commozioni e tanti contrasti furono funesti
all'amabile cuginetta.
Due giorni dopo il dottor Agenore, recandosi a
far visita a Leonardo, si vide venire incontro Ernesta
con modi da indovinello, tra il serio ed il burlesco.
--Presto, presto, dottore, si ha bisogno di lei.
--Leonardo?
--Sta benissimo, non si tratta di lui, ma di mia
cugina Rinucci....
--Oh!
--Sicuro, è stata colta da un'emicrania orribile,
ha il suo mal di nervi, un mal di nervi tutto
suo, come dice lei, nessuno ha mai provato l'uguale....
sono stati a cercarlo a casa e non l'hanno trovato,
allora sono venuti qui.
--Sono venuti a cercar me?
--Già!...
--Proprio me?
--Proprio lei.--
--Agenore non sapeva uscire dallo stupore; sentiva
un curioso imbarazzo in faccia ad Ernesta, e
senza una ragione al mondo, invece di spicciare la
sua visita medica, tirò in lungo.
--Cattivo!--gli disse Ernesta quando fu per
andarsene.
E rise.
L'eco di quella risata, accompagnò lungamente il
disgraziato dottore.
Nessuno seppe mai che cosa avvenisse in quel
primo incontro del medico colla pudibonda ammalata,
al cospetto solenne di babbo e mamma Rinucci.
Curiosa come donna e come cuginetta, Ernesta
assediò di domande Agenore, il quale si tenne sulle
sue un pezzo, finchè un bel giorno, in faccia ai due
coniugi riuniti, uscì in questo aforisma balzano:
«Ogni donna è un'amazzone, o combatte colla civetteria
o col pudore; la civetteria, che assalisce
da lontano e tira a cimento i paladini, può fallire;
il pudore no; è impossibile accostarsi ad una donna
che faccia il mulinello con quello spadone a due
tagli senza buscarsele.
--E significa?
--Significa.... significa.... non lo so nemmeno io
che cosa significa.
--Ah!... ed è proprio guarita bene la mia Virginia?
--Proprio bene.--
XXIII.
L'ultimo tiro del dottor Agenore.
Leonardo entrò presto in convalescenza; mano
mano gli fu concesso di star senza la benda nelle
ore del crepuscolo, di andarsene in campagna, di
far uso degli occhi con occhiali; e finalmente
Agenore disse all'amico con una solennità insolita:--la
cura è finita; tu ci vedi meglio di me, e solo
che rinunzi alla vita di stravizzi, che non vegli di
notte....--
Leonardo lo interruppe:
--Che non perda il mio tempo al caffè od al circolo,
che non mi avveleni a stilla a stilla colla noia,
che non intorpidisca le fibre coll'ozio, che non
corra pazzamente dietro alla felicità colla felicità
stretta nel pugno.... solo ch'io faccia tutto ciò,
sono al sicuro da una ricaduta. È questo che vuoi
dire?
--È questo.
E appena Agenore se ne andò a girare pei campi
col fucile ad armacollo, il poveretto corse in una
stanzetta piccina e gentile, si arrestò sull'uscio
come sul limitare d'un tempio, finchè la sacerdotessa
gli venne incontro ad introdurlo colla cerimonia
d'un sorriso e d'un bacio. Ed allora essa
sedette sopra una poltroncina, egli se le inginocchiò
ai piedi e cercò il suo cielo in quegl'occhi neri
lucenti; e fra il sorriso amoroso ed una stretta di
mano tenace ed un amplesso misurato dal palpito
robusto e sereno del cuore, sentì il bisogno di ripeterle
per la centesima volta:
--Ti ricordi, quando vivevo al tuo fianco senza
saperti leggere dentro, quando te bella, gentile,
appassionata possedevo indifferente, ed i tuoi sentimenti
ed i tuoi affetti non comprendevo o sdegnavo
come un impaccio?
--Sta zitto--disse Ernesta,--sta zitto.
--No, non sto zitto; te ne ricordi? Ti ricordi il
giorno che ti rimproverai l'amore innocente dei tuoi
fiori, e beffai la canzone del tuo canarino, e risi del
santo culto dei tuoi poveri morti? Te ne ricordi?
Ebbene, allora, allora più che mai, allora solo ero
cieco.
--Sta zitto.
--No, non sto zitto. Io che le ho provate entrambe,
lo posso dire: più della cecità degli occhi,
è paurosa e crudele la cecità dello spirito. E se la
notte, quando sogno di essere ancora cieco o mi
sveglio d'improvviso nel buio e mi coglie una terribile
paura, se allora mi si proponesse di scegliere
tra la luce che illumina la mia pupilla e quella che
m'illumina il cuore....
--Sta zitto.... ascolta....--
E così dicendo, si levò in piedi, socchiuse un'imposta
della finestra, e col braccio tenne lontano Leonardo,
perchè il raggio che penetrò nella cameretta
non gli battesse sul viso.
Era l'ora del mezzodì; sotto la sferza del sole
nessun uccello si avventurava sugli alberelli vicini,
nessun passero saltellava sulle sabbie ardenti dei
viali, ma giù nel boschetto, che pareva tuffarsi nel
lago, l'usignuolo levava ogni tanto la voce di mezzo
al confuso chiacchierio di mille voci.
Un pezzo stettero silenziosi, colle mani strette; si
guardavano ogni tanto e si sorridevano a vicenda.
All'improvviso s'udì uno sbatter d'ali, e un corpo
nero fendette l'aria. Ernesta, che l'aveva visto
colla coda dell'occhio, ebbe appena tempo di voltarsi;
in mezzo al verde chiaro d'una robinia essa
riconobbe uno stornello. L'audace pennuto pareva
proprio rivolgersi a lei, spiegando tutta la sonorità
della propria voce di contralto, in un saluto.
--Stallo a sentire--disse Ernesta.
Ma in quella lo stornello spiccò il volo ed andò
a posarsi in cima ad un noce altissimo, dove ripigliò
il suo gorgheggio.
Ernesta mise il capo fuori della finestra per vedere
chi l'avesse fatto fuggire, e vide.... orrore! il
dottor Agenore che, col fucile spianato, toglieva
la mira verso il noce. Un grido ed uno sparo....
tacque il gorgheggio.... un brevissimo istante di silenzio,
e finalmente l'uccello si staccò dalla pianta
volando in direzione del boschetto.
--Sbagliato!--gridò Ernesta battendo le mani;--bravissimo!
--Dica che sono un asino! venti metri di distanza
al più, carica di pallini da lepre.... è la prima
volta che sbaglio.--
In così dire Agenore entrava in casa. Ernesta e
Leonardo gli vennero incontro.
--Sono un asino, non me la perdonerò mai....
--Ma perchè pigliarsela con uno stornello?
--Perchè? Per non pigliarmela cogli usignuoli
e coi fringuelli; questo vostro boschetto non ha
mai visto la coda d'una lepre e non ne vedrà probabilmente
fino al prossimo cataclisma.
--E allora lei non ci sarà.
--È vero; ma pare impossibile.... ho mirato giusto,
dovevo colpire.--
Ernesta non rispose nulla, ma, seria seria in viso,
faceva di no col capo.
Agenore guardò la bella, poi la faccia sorridente
di Leonardo; depose lo schioppo in un canto e ripigliò
a dire beffandosi:
--Sarà.... ogni anno ne passa uno, s'invecchia, si
perde la fermezza del braccio, la sicurezza dell'occhio....
--E quando si ha perduto la fermezza del braccio
e la sicurezza dell'occhio.... si piglia moglie.--
La bella donna rideva dicendo queste parole,
Agenore anch'esso si provò a ridere, ma non gli
riuscì.
--Ernesta ha ragione,--aggiunse Leonardo.
--Trovatemi voi altri la sposa....
--L'ho bell'e trovata.... mia cugina!
--Ah! perchè no? Lunga, asciuttina, coi capelli
color di stoppa.... una connocchia vestita.... perchè
no? io sono grassoccio, ho i capelli neri....
--Arturo Shopenhauer benedirà le nozze--entrò
a dire Leonardo.
--Mia cugina non legge altro; ha sempre il
suo Arturo al capezzale.... non è mica geloso, dottore?
--Procurerò di farmi forza....--
.... Alla sera, quando Agenore, col fucile ad armacollo,
fu scomparso allo svolto del viale, Ernesta
si rivolse sorridendo al marito e gli disse con un
bizzarro accento quest'unica parola:
--Scommetti?--
XXIV.
Catastrofe.
È passato un anno. Virginia Rinucci è riconoscibile
solo al colore dei capelli ed alla linea corretta
del naso; nel rimanente è mutata; prima di
tutto ingrassa, il che la fa parere meno lunga, e
poi, invece del sussiego ad intermittenze d'una volta,
ha una serena gravità di modi che non dispiace; e
poi, e più, non s'impunta per il minimo contrasto,
nè le corrono i rossori al viso per ogni nonnulla....
è una donnetta piuttosto amabile, e tra per merito
proprio e della sarta, belloccia; in fine Virginia
Rinucci non è più Rinucci, nè Virginia. È sposa e
madre e non sa se più adori il suo piccolo od il
suo grosso Agenore.
Il dottore si lascia adorare, si lascia dire che è
bello, bello, bello, e quando si specchia negli occhietti
sbigottiti della sua creatura, trova che sua
moglie ha proprio ragione. Fa spesso visita a Leonardo
in campagna, e piglia gusto a dar del -tu-
alla cognatina; infine incomincia a credere che la
-grossa corbelleria- non sia così grossa come gliela
facevano vedere.
--La mia Virginia,--disse una volta ad Ernesta,--si
è proposta di assomigliarti; tienilo per
te, e bada che così hai doppia responsabilità, tu
sei il suo modello.--
Ed un'altra volta disse:--la trasformazione di
mia moglie non ha nulla che non sia nell'ordine
fisiologico; le fanciulle che rimangono troppo lungamente
zitelle sono come i cardini delle porte che si
aprono di rado--s'irruginiscono e stridono; l'igiene
è questa: olio ai cardini, marito alle fanciulle....
--Hai ragione,--diceva Leonardo.
--E tu, cognatina, non mi dai ragione?
--Te ne do cento.... e come sta il piccino?
--Ingrassa, ingrossa. Virginia dice che è tutto
il mio ritratto, mentre invece è tutto il suo; è
biondo...
--Tutti i bambini sono biondi....
--Ma il mio ha un biondo speciale che non sbaglia....
io dico che, mutato il sesso e l'età, è Virginia
tale e quale....
--Ha dell'uno e dell'altro,--entrò a dire Leonardo,--e
non può essere altrimenti colla teorica
del completamento.
--Povero completamento!--disse Ernesta quando
fu sola col marito.
--Perchè?
--Perchè quella creaturina non assomiglia nè a
Virginia nè ad Agenore; la mamma ha gli occhi
azzurri, il babbo neri, e il piccino non li ha di nessun
colore.... in compenso ha il naso rivolto in su,
mentre la mamma lo ha affilato ed il babbo aquilino....
ha.... Via, diciamolo, non ce n'ha colpa.... ma
è bruttino....
--Il nostro sarà più bello,--disse Leonardo.
--Sicuro che sarà più bello--conchiuse Ernesta
ridendo.
Uscendo di casa verso il crepuscolo per far la
solita passeggiata nel viale, i colombi si affacciarono
dalla piccionaia per vederli passare, e gli stornelli
si staccarono in nugolo dal tetto per formare in
alto, in alto, una corona sul capo della coppia felice.
Ma ahi! sciagura!--ieri l'altro ancora, al caffè
-Cova- ed al -Circolo- si faceva un gran ridere alle
spalle di Leonardo e del dottor Agenore.
FINE.
Estratto dalla -Nuova Antologia-.
INDICE
CAPITOLI PAG.
I.--In cui la signora si confida col suo spirito
famigliare................................................ 5
II.--In cui il signore si confida col suo medico ........ 17
III.--Missione diplomatica............................... 33
IV.--In cui si fa una rivelazione e si mostra un
disegno.................................................. 41
V.--Il dottor Agenore intraprende una cura radicale...... 45
VI.--«Non è lui! Non è lui!»............................. 57
VII.--Voci della campagna................................ 69
VIII.--Voci della città.................................. 73
IX.--In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta
......................................................... 87
X.--Cieco!............................................... 95
XI.--Crepuscolo e notte................................. 103
CAPITOLI PAG.
XII.--Soliloquio........................................ 115
XIII.--In cui il dottor Agenore ne fa una grossa........ 119
XIV.--Primi bagliori nel buio........................... 127
XV.--Inventario di cose e d'uomini...................... 133
XVI.--Risultato ultimo d'una discussione filosofica..... 141
XVII.--Un sogno ad occhi aperti......................... 151
XVIII.--Una rivelazione del dottor Agenore.............. 159
XIX.--È lui, è lui!..................................... 167
XX.--La luce?........................................... 179
XXI.--La luce........................................... 185
XXII.--Emicrania e mal di nervi......................... 191
XXIII.--L'ultimo tiro del dottor Agenore................ 197
XXIV.--Catastrofe....................................... 203
Milano--TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA--Milano
RACCONTI E ROMANZI
CONTEMPORANEI
Auerbach----La Scalza--Traduzione di
E. DE BENEDETTI--Un volume in-16
di pagine 300.................................... L. 2--
Bersezio V.--Cavalieri, Armi ed Amori
--Due volumi..................................... » 5--
Cantù--Abisso e riscatto, -scene domestiche
per letture di famiglia---Un
volume in-16 grande di pagine 200................ » 1 50
De Amicis E.--Pagine sparse--Un volume
in-16............................................ » 1 50
Donati C.--Povera vita!--Un vol. in-16........... » 3--
Farina S.--Il tesoro di Donnina--Un
volume di pagine 416............................. » 3--
--Fante di picche--Un eleg. vol. in-16........... » 1 50
--Amore bendato--Un vol. in-16................... » 2--
Lioy--Chi dura la vince.......................... » 2 50
Ruffini--Un angolo tranquillo nel Giura,
--Un vol. in-16 grande di pag. 360............... » 2 50
Dirigere commiss. e vaglia alla Tip. Editrice Lombarda, Milano.
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