sanguigno (il temperamento meglio fatto per l'amore), un uomo non viziato dall'abuso, non stanco dei piaceri, ma che dalle fatiche d'una vita studiosa sapesse volare....-- Il dottor Agenore disgraziatamente non sapeva volare sulle ali della rettorica meglio di così, ed anche così non poteva durare un pezzo. Si fermò per ripigliar fiato, ebbe un momento di rilassatezza delle fibre e temette di essere andato troppo oltre. Ernesta, riasciugate le lagrime, teneva gli occhi immobilmente fissi sul pavimento; probabilmente non aveva inteso nulla. Agenore si guardò alla sfuggita nello specchio, si rimproverò in cuore di non essersi fatto radere al mattino, fece uscire i polsini dalle maniche del farsetto coll'aria d'un guerriero che assicura l'asta in pugno, e ricominciò l'assalto. Quando mezz'ora dopo il dottore usciva dalle camere di Ernesta, aveva quell'aria tra fatua e rimminchionita d'un uomo per lo più grave che è dovuto uscire dalla propria gravità e non sa bene se ne sia contento. --Ci fai una grama figura, Agenore amico mio--diceva l'amico Agenore--una grama figura!... ma quella donna è tanto bella, e Leonardo così fatuo!...-- Leonardo aspettava al Cova con una certa ansietà: --Dunque? --Se ne va. --Dove? --In campagna, sul lago, oggi stesso, non vuol saperne di conciliazione. --Ed io? --E tu in luglio andrai ai bagni di Spa, te li ordino fin d'ora per gli occhi, ed allora la signora Ernesta tornerà in Milano se ne avrà voglia.-- Leonardo stette un po' sopra pensiero, poi, vergognoso di parere inquieto, strinse la mano all'amico dottore e disse ridendo: --Grazie, grazie, grazie.-- Il dottore, che stava per cedere ad un nuovo rilassamento delle fibre, vinse lo scrupolo, respirò libero e sentenziò dentro di sè: --Se facessi diversamente, sarei un imbecille. IV. In cui si fa una rivelazione e si mostra un disegno. Il dottor Agenore deve aver dato di sè una idea più solenne del necessario; i modi, le sentenze, l'accento gli possono aver prestato sembianze di colosso; è tempo di ridarlo alle sue vere dimensioni; sappiate dunque che non era un -cattivo soggetto-. Tutta la sua filosofia materialistica, appresa nell'anfiteatro anatomico dell'Università di Pavia, non aveva potuto indurirgli una fibra od intorpidirgli un nervo; medico-chirurgo-ostetrico, salvo qualche canone scientifico di più e molte ingenuità di meno, egli era rimasto organicamente come quando traduceva i -Tristi d'Ovidio- dalle panche del Liceo. È naturale, è logico, secondo la sua filosofia medesima. E siccome il dottor Agenore aveva studiato medicina per amore della teorica, e si era limitato nella pratica alle costipazioni degli amici, non è temerario asserire che egli era una creatura press'a poco innocua. Andava famoso al Caffè Cova per le sue avventure galanti, incominciate sempre con una lezione d'anatomia, allo scopo di ottenere la cura radicale delle opinioni e dei sentimenti delle belle. Si diceva di lui che una volta, dopo d'aver spinto l'innamorata fino alle ultime trincere e costrettala alla resa, aveva rinunciato ai frutti della vittoria, perchè il generale supremo dell'esercito nemico, -vulgo- il marito, era entrato in sospetto della cosa, se ne sarebbe accorto e ne avrebbe avuto dolore. La clientela del dottore rideva grassamente del -gran rifiuto-, come lo chiamava con frase dantesca; Agenore lasciava ridere e rispondeva invariabilmente: --È questione di principî. L'adulterio è cosa semplicissima; la fisiologia non lo vieta, anzi lo consiglia; è il solo rimedio trovato dalla Natura a quella malattia sociale che è il matrimonio, a patto però che il marito non ne sappia nulla. Se egli lo sa (fragile ed imperfetto come è quasi sempre il nostro organismo), ne avrà dolore, dolore egoistico, se volete, ma sacrosanto; e chi sapendolo fa cosa che cagioni dolore ad un suo simile, costui, signori miei, commette una birbonata. I clienti si guardavano in faccia e ripigliavano a ridere, dicendo dentro di sè che in fondo quel materialista implacabile valeva meglio di certi spiritualisti che fanno complice la rettorica delle loro imprese galanti. Il dottor Agenore non era dunque un cattivo soggetto; tale non lo avevano voluto il sangue, la balia, la complessione, a dispetto dell'anfiteatro anatomico. Non se ne vantava, no, sapendo di non averci merito, come altri non ha colpa del contrario, ma in fine ne conveniva egli stesso con modesta compiacenza: -non era un cattivo soggetto-. Quanto a ciò che egli meditava di fare era per filo e per segno suggerito dagli avvenimenti. Pensate: una moglie bella, giovane, sola, abbandonata alle noie della campagna; l'amico marito che non se ne dà pensiero e chiude gli occhi addirittura, certo che la virtuosa moglie si darà spasso onestamente, vale a dire senza scandali.... Ah! In fede mia ciò che il dottor Agenore meditava di fare era suggerito per filo e per segno dagli avvenimenti! Ed ecco ciò che meditava di fare: Aspettare alcuni giorni, il tanto necessario a lasciare sbollire i primi entusiasmi campagnuoli di quella testolina bizzarra, partire, arrivare in un momento di noia, col pretesto di farle visita, di assicurarsi della sua salute, ed incominciare una cura radicale. Aspettò, partì e giunse a Bellagio. Ed è inutile dire che la mattina della partenza non aveva dimenticato di farsi radere. V. Il dottor Agenore intraprende una cura radicale. La villetta, che pareva fatta apposta per esser nido d'un amore clandestino, era situata sopra Bellagio un bel tratto, ai due terzi del colle. Di lassù si vedevano i tre bracci del lago, ma più direttamente quello che si allunga verso Lecco. L'idea di nido nasceva spontanea vedendo biancheggiare la casa attraverso il boschetto che da quella parte copre la ripida balza del monticello. Il dottore Agenore vi giunse verso il mezzodì, a piedi, sotto la sferza d'un sole di maggio che per l'occasione fausta si era fatto anticipare i raggi di luglio. Grondava di sudore il poveraccio, era impolverato ed ansante. Avrebbe potuto farsi tirar su in carrozza--e tale era stata la sua intenzione in principio--ma giunto alle falde del nido, ebbe un'ispirazione: far la strada a piedi, arrivare dinanzi alla bella, sbuffante e coperto di polvere... un tiro da maestro. Quando fu ad un trar di sasso dalla porta d'ingresso, si fermò a guardare tutto intorno; le finestre della casicciola erano chiuse, non si vedeva anima viva; poi udì uno starnazzar d'ali affrettate; un paio di colombi gli passarono sul capo, seguì cogli occhi l'alata coppia, e vide sotto una pianta, nel fitto del vicino boschetto, una bianca veste di mussola ed una capigliatura nera, disciolta, cadente a ricci sopra un bel viso tondo più bianco della mussola... lei--lei stessa--Ernesta! La cara donnina aveva intorno a sè uno stormo di colombi, cui dava da mangiare, costringendoli talvolta a venire a prendere le briciole sulla palma della mano. Come vide il dottore, non si rizzò, gli fece un saluto ed un cenno perchè aspettasse alquanto e non si movesse. Il dottore s'impalò duro duro e non fiatò nemmeno. Finalmente il pasto finì e la bella congedò i colombi che spiccarono il volo dirigendosi al basso. Anche Ernesta spiccò il volo ed in un istante fu presso ad Agenore con modi festosi. --Il bravo dottore! Il bravo dottore! E la bella visita! Perdoni se non ho lasciato subito i colombi, ma se l'avrebbero avuto a male e sarebbe stato perdere otto giorni di pazienza... Li addomestico a venire a mangiare il miglio e le briciole sulla palma della mano... mi costa molta fatica, perchè non sono veramente eroi i miei piccoli allievi, ma tanto, sa? a quest'ora due sono educati... Bisogna vederli come mi guardano in faccia ad ogni boccone, tirando indietro il collo, per decidere se debbono fidarsi. E m'interrogano anche, mi dicono un po' spaventati: «ôh? ôh?» Fra una settimana mi verranno dietro come cagnolini... scusi, sa?... ma hanno da essere i compagni della mia solitudine.-- Il dottore Agenore strinse nelle sue grosse mani la manina che gli veniva presentata, scrollò la testa lanosa, levò al cielo la faccia lucente, fu lì lì per dichiarare col suo più bel falsetto che la sorte di quei colombi era invidiabile e che egli avrebbe voluto essere per lo meno un piccione. Ma disse a sè stesso che porre la -mozione degli affetti- prima ancora d'ogni -esordio- sarebbe stato invertire tutte le regole della rettorica e tradire il proprio sistema di seduzione. Si trattenne in tempo. E non solo si trattenne, ma ebbe forza di darsi un'aria quasi indifferente e di assicurare la bella che egli veniva in qualità di medico e di amico di casa per vedere come... se mai... insomma per -vedere-. Ernesta ringraziò con un sorriso ingenuo, si attaccò al braccio del poderoso cavaliere e si diresse verso la palazzina, dicendo colla più gaia sonorità d'accento: --Ella vuol sapere se sono felice; sissignore, sono felice. Quanto? molto, troppo, tanto che ho paura di qualche disgrazia. Ho ritrovato in campagna tutti i miei giorni d'infanzia, uno per uno... quello in cui stetti ad ascoltare il canto dell'usignuolo dal mio lettuccio; quello in cui assediai la galleria d'un grillo con una pagliuzza e ne feci venir fuori il castellano, quello in cui seguì le processioni delle formiche, quell'altro in cui fui colta da un acquazzone. Salvo che allora godevo spensieratamente, ed oggi invece penso ai miei godimenti, e, quando non me li centuplico, me li sciupo... Lei si fermerà qui tutt'oggi, spero? Desinerà meco! Non dica di no, altrimenti mi faccio venire lo spasimo e la costringo a rimanere per curare i miei nervi... è inteso; ella rimarrà qui fino a sera; desinerà meco. Se teme d'annoiarmi, s'inganna; io non trovo tempo d'annoiarmi, non ne troverà nemmeno lei; le farò vedere il giardino, l'orticello, la conigliera e anche la colombaia... già ne ha veduto i nuovi inquilini; preferiscono vagar pel bosco, ma di tanto in tanto ci vengono per beccare il miglio; finiranno ad amare la loro casa quando sapranno che è tutta per loro.-- Ernesta si interruppe di botto ed uscì in una risata; aveva parlato con tanta volubilità, che il dottore Agenore, pur volendo scusarsi e ringraziare, aveva invano aperto le labbra per cogliere un momento di intervallo da colmare con un ma. --Ma,--prese a dire--non so se devo... --Lo so io, e basta; la sequestro, la faccio prigioniero, ella è nel mio territorio.-- Il dottor Agenore anche questa volta fu ad un pelo di supplicare la bella, perchè mitigasse la pena di morte che gli infliggeva colla sua bellezza in prigionia perpetua; ma anche questa volta l'ardita metafora gli parve, come sarebbe stata, prematura. Erano giunti alla casa, ed al loro arrivo uno stormo di uccelli si levò a volo dal tetto, oscurando il cielo come un nugolo nero. Ernesta battè le mani allegramente: --Quanti! Quanti! e' sono stornelli, li riconosco al volo; veda, come si muovono in giro per l'aria! a momenti si poseranno ancora. A Milano ce n'era una colonia che abitava i tetti del mio vicinato, e faceva la guerra alle civette; verso il tramonto era una festa seguire i loro circoli, il cielo pareva un mosaico. Ecco, si sono posati, senta come ciarlano! sembrano dire: «Noi siamo le creature più felici della terra...» --Ed i nostri viaggi circolari sono i più economici ed i più spediti.-- L'aggiunta scherzosa del dottore fece ridere la bella, la quale uscì a dire con un vezzo infantile: --E perchè no? Sarebbe ella per caso uno di quei dottori che hanno fatto la scoperta che l'uomo parla per farsi intendere e gli uccelli gridano per assordarsi a vicenda? Scommetto di no.-- Il dottore protestò che ella aveva vinto la scommessa. --Gli uomini e gli uccelli--aggiunse--sono scorie animate dalla stessa madre comune, e la Natura, anche quando pare matrigna, è madre imparziale; il polipo stesso che vive inchiodato allo scoglio deve avere grandi soddisfazioni tutte sue nella vita contemplativa; è una specie di filosofo pratico, il quale ha ridotto lo scibile a quest'unica formula: afferra quello che ti passa a tiro delle braccia e caccialo in bocca. Osservi la profondità della massima che in poche parole compendia lo scopo della vita ed i mezzi di ottenerlo. Il polipo ha le abitudini del filosofo sedentario, ma disgraziatamente il filosofo sedentario non ha tante braccia quante ne ha il polipo.-- Il paragone fece ridere Ernesta; ma il dottore era entrato in materia e non voleva uscirne, e proseguì atteggiandosi con una certa solennità, senza lasciare il braccio della bella: --Comprendo; ella vuol dirmi che il confronto è strambo, irriverente, che l'uomo è il re della creazione... e che so io; ma è lui che lo dice, e alla Natura, cara signora, non importa nè punto nè poco del suo reame; per essa tutti gli esseri sono eguali, come eguale è l'opera principale che a tutti domanda. Filosofia, scienze, arti--ghiribizzi fosforescenti; non siamo qui per questo, cara signora. --E perchè ci siamo?--domandò Ernesta, levando gli occhi con uno stupore scherzoso. --Per un occulto motivo che ci sfugge, e per uno palese che è... che è... che è... l'amore.-- In un'altra occasione Agenore avrebbe detto «la riproduzione delle specie,» ma il suo sistema di seduzione si fermava, come tutti gli altri sistemi, all'amore... sostantivo comune di genere mascolino. Ernesta levò i begli occhi sbigottiti sul dottore. --E dice che l'arte, la scienza, il pensiero importano nulla? --Alla Natura sì, lo dico e lo sostengo; se le importasse del pensiero mio, dovrebbe pure importarle del pensiero d'un altro assolutamente contrario al mio, il che è assurdo; la infinita varietà delle idee ci riporta al caos. --Dica all'urto, da cui nasce l'ordine. --Urto d'atomi, confusione con apparenza d'ordine; a guardarci bene addentro, ciò che pare ordinato non è che piccino e forma nell'infinito il caos. Creda a me, nulla delle cose nostre è necessario, fuorchè... fuorchè... l'amore. --Virtù, affetti, sentimenti, pensieri, opere, tutto dunque è vano?--chiese Ernesta, crollando vezzosamente il capo ad ogni parola. --La virtù è una convenzione; non esistono che gli affetti, e sono buoni o cattivi secondo le condizioni dei vasi, dei nervi, dei tessuti. I pensieri è provato che sono bagliori fosforici, le opere sono giocattoli con cui inganniamo noi stessi, rispettabili se servono a farci passar meglio la vita e dar modo di passarla meglio ai nostri figlioli; e quanto al bene in sè, è fatale come il male; vi è l'-organismo- dell'assassinio, come vi è l'-organismo- del sagrificio, varietà dell'infinita razza di egoisti puri e semplici. --Ella che -organismo- ha?--domandò Ernesta ridendo. --Un organismo che entra nella gran categoria... voglio essere sincero. --Egoista puro e semplice. --Egoista sì, la mia parte, puro e semplice forse no; ho le mie massime virtuose. --E ci crede? --Ci credo; sono fatto così; dall'immensa vanità di tutte le cose umane ho sceverato una sensazione, la sola vera, profonda, sacrosanta, dopo l'amore: il dolore. Tutta la mia moralità entra in questo dogma: «Godi senza dar dolore agli altri.»-- Ernesta non disse più nulla, spinse l'uscio socchiuso della casetta ed entrò in un salotto, salutata al solito dai canarini che svolazzavano per la gabbia a farle festa. Ma questa volta la bella non badò al cinguettìo carezzevole, e si lasciò cadere sopra un divano in atto di stanchezza. Agenore le sedette a fianco, stette un pezzo a guardarla in silenzio, poi le prese la mano, che non si ribellò. Il sangue acceso del dottore gli mandò sul volto una vampata. Erano soli; dalla porta rimasta socchiusa penetrava un raggio di sole, i canarini si erano acquetati nel vano della finestra, le cui cortine di garza azzurra lasciavano passare una fantastica luce. Era venuta l'ora. Non l'esordio mancava oramai, ma l'occasione d'avventare una metafora. Agenore si guardò intorno, poi guardò ancora Ernesta;--era immobile e pensosa. --Senta,--prese a dire, stringendo la mano che aveva tenuto nella sua,--senta...-- E invano volle andar oltre. Ernesta non sollevava il capo, pensava sempre. --Senta...--disse Agenore per la terza volta rompendo l'impaccio con un impeto;--l'amore è l'unico bisogno della natura; solo nelle sue febbri amorose l'uomo trova il conforto della vanità delle altre febbri, si dimentica, si perde, rivive a modo suo... Affrettiamo l'amore!-- L'ultima frase, che era veramente un'invocazione filosofica a tutte le creature dell'universo, avrebbe potuto aver sembianze più pratiche e meglio determinate; ma Ernesta non l'udì. Non udì la frase, e non vide un colombo, uno probabilmente dei due audaci, che era venuto a posarsi sul limitare e cacciava la testina di mezzo al vano, guardando curiosamente prima con un occhio, poi coll'altro. Il dottore lo vide. --Ah!--sospirò egli melanconicamente parlando al colombo--come invidio la tua sorte!...-- Ma sentendosi rivolgere la parola in un falsetto che non gli era famigliare, il colombo tirò indietro il collo, guardò alquanto sbigottito l'incognito e la sua padrona, domandò un paio di volte: «ôh? ôh?» e non punto rassicurato, allargò le ali e spiccò il volo. A quel rumore la bella si scosse, levò lentamente il capo, sprigionando insieme la mano dalla stretta del dottore, fe' prova di levarsi da sedere e ricadde dando in uno scoppio di pianto. Invano volle reprimersi, le lagrime le sgorgavano abbondanti. Agenore si avvicinò colle fibre in tumulto; non sapeva che pensare, non sapeva che dire.... --Che è stato?--Che è stato? Finalmente Ernesta riasciugò gli occhi, e rispose melanconicamente: --È stato lei; sono state le sue massime, la sua scienza. Ah! se il mondo, se l'uomo, se la vita fossero ciò che ella dice, cento volte meglio la morte... Sono pazza, quasi quanto lei,--aggiunse provandosi a sorridere;--è nulla, un ingorgo delle glandule lacrimali; ora è passato; mi aspetti qui, vado a cancellarne ogni traccia coll'acqua fresca, poi le farò vedere il giardino, l'orticello, la colombaia....-- Il dottore accompagnò la bella cogli occhi, e quando fu scomparsa, si picchiò la fronte in aria d'uomo che ha trovato. VI. «Non è lui! Non è lui!» Aveva trovato! I modi di Ernesta, tra il beffardo e il romantico, quello spasimo nervoso finito in un singhiozzo, la stessa studiata indifferenza con cui la bella l'aveva accolto, tutto concorreva nella gran rivelazione. Agenore non era un gaglioffo; anche cedendo alle lusinghe di questo fantasma, non attribuiva scioccamente la sua fortuna al merito della propria testa lanosa e del proprio naso affilato; conveniva anzi con rara modestia che la cosa era andata così perchè non poteva andare altrimenti, vale a dire perchè Ernesta era nell'età, in cui si ha bisogno di quell'inganno del pericardio che i profani chiamano amore, e doveva necessariamente trovare la sua testa lanosa la più bella testa dell'umanità mascolina, non vedendone altre da vicino. E non tralasciava di ringraziare il caso di averlo fatto venire nel momento buono, quando forse, attraverso le fantasticherie innocenti della natura campagnuola, incominciava a farsi strada nel sangue e nei nervi della bellissima creatura un po' di noia necessariamente condita dalle fantasticherie non innocenti della natura intima e fisiologica. Ricordava, e si stupiva di non avervi badato prima, che la leggiadra Ernesta era stata con lui in ogni occasione bizzarra e fantastica; rammentava una parola oscura che ora si accendeva come un razzo, una stretta di mano lunga, un'occhiata languida, carezzevoli sciarade che egli non aveva pensato ad indovinare. E si picchiava la fronte colla stess'aria di prima, ma tanto più forte, quanto più cresceva la maraviglia. Finì col conchiudere che egli aveva posto inutilmente l'assedio ad una fortezza, smantellata, infliggendo senza necessità strategica le pene dell'aspettazione e del digiuno ad un esercito impaziente e ad una guarnigione disposta alla resa. E quando Ernesta riapparve, Agenore aveva con un lampo di genio deliberato di mutare il piano di battaglia. La bella donna, non so per qual capriccio, aveva cambiato la veste assolutamente bianca in un'altra assolutamente nera, d'un tessuto trasparente che lasciava indovinare due spalle pienotte e due braccia fatte al torno. Delle lagrime versate non si vedeva traccia; gli occhi maliziosi sfolgoravano anzi una luce insolita, le labbra color di ciriegia scoccavano sorrisi che facevano fremere come baci. Il dottore, dotto com'era delle debolezze femminili, non si dissimulava che vi ha una civetteria innocente, la quale si propone di piacere, unicamente per piacere, non importa a chi, al medico, al fattore, allo specchio; ma quel passaggio dal bianco al nero, addirittura, gli dava a pensare non senza ragione. Di tutte le figure rettoriche, l'antitesi è la più astuta, la più formidabile: tu adoperi un'iperbole pel gusto di far rumore, una metafora a modo di scherzo; ma l'antitesi, che stordisce la vittima dandole due colpi in uno, la metti solo in campo nelle grandi occasioni. Agenore applicava queste idee ed altre sull'antitesi a quel brusco passaggio dal bianco al nero che non poteva credere privo di significato. Da uomo sicuro del fatto suo, egli concedette un armistizio alla bella, e come le ebbe detto che era leggiadrissima così vestita, del che, anche volendo, non era possibile far di meno, si mostrò disinvolto ed indolente, solo curante di rinvigorire la potenza fascinatrice che emanava dal proprio fluido. Fu docile come un bambino, la lasciò dire, la lasciò fare, e dall'alto della sua persona colossale guardava quel corpicino tutto leggiadria, con una certa solennità che doveva mettere in croce una donnina un po' curiosa. Ma era poi curiosa Ernesta? Essa fece gli onori di tutte le parti della villa, come aveva promesso; presentò al dottore le varie insalate, le ortensie, i garofani, i conigli, ed il dottore mostrò ad ogni volta, e scrupolosamente, la faccia di chi «è lieto di fare una conoscenza,» come si dice. Quando quest'ispezione fu terminata, era l'ora del desinare. Olimpia venne ad avvertire che la tavola era pronta. A tavola, il dottor Agenore, accorgendosi di certe occhiate furtive che Ernesta gli lanciava ogni tanto, fu costretto a misurare i bocconi e pose questo sacrifizio a debito della bella donna, nel libro mastro dell'amore.... Non era più luogo ad incertezze: la signora lasciava leggere chiaro il proprio turbamento; era come un'inquietudine lieve, un bisogno di dire qualche cosa, per cui non trovava le parole, ed una conseguente mutezza. Costretto ad alimentare il discorso che cadeva un paio di volte ad ogni portata, Agenore parlava di tutto e di tutti, a bocca piena, disseppelliva argomenti vecchi, ne creava di nuovi. E fu così, nella foga d'una bella narrazione filata, che gli venne fuori, senz'avvedersene: -Leon-.... Era uno sproposito grossolano; quando se ne avvide, il nome era uscito più che mezzo e tanto valeva finirlo, come fece, a denti stretti.... -Leonardo-. La bella levò il capo e guardò il commensale in faccia con una cert'aria, di cui il dottore non comprese nulla. --Che fa Leonardo?--domandò Ernesta mordendo una ciambella in modo da mettere in mostra i dentini. --Quello che è solito fare,--rispose Agenore con accento commiserativo....--nulla.... passa la vita al Caffè ed al Circolo; si ammala, si finisce da sè, è cosa intesa e non ci si pensa nemmanco più. --E che si fa al Caffè ed al Circolo? --Si fuma, si chiacchiera, si gioca, s'invecchia prima dell'ora, come il mio amico Leonardo, si attutiscono i sensi nell'inerzia e nello sforzo: ella sa che suo marito è minacciato negli occhi, potrei citarle il conte S.... a cui una paralisi ha tolto il tatto; del gusto non ne parliamo; ve n'ha che non sanno più che cosa mangiare, e morrebbero di fame senza provar l'appetito; in generale sono gente che vive con un paio di sensi in tutto, ai meglio forniti ne rimangono tre... --È dunque uno spedale il Circolo? --Press'a poco; io, grazie ai cielo....-- E qui Agenore s'interruppe parendogli dimostrato che egli, grazie al cielo, era un uomo in perfetto ordine. Dopo il desinare, e solo quando, finite le funzioni di chimificazione, si doveva credere la digestione avviata, il dottore reputò non contrario all'igiene il porre in atto il suo nuovo sistema. Erano venuti fuori di casa e si avviarono passo passo lungo un viale. Agenore offrì il braccio alla signora, si guardò parecchie volte intorno e finalmente sprigionò un lungo sospiro. --Da che deriva il sospirare dopo pranzo?--domandò Ernesta levando gli occhi a guardare in faccia il suo cavaliero. --Ah!--rispose il dottore, con una vocina di flauto,--non mi mortifichi; creda che non so perdonarmi d'averle messo in capo certe idee.... --Non m'ha messo in capo nulla; le ho già dimenticate le sue idee.... --E fa bene.... e fa bene.... Pausa. --....Io stesso quanto sarei più felice se potessi accettare le fantasie che stanno di casa in quella sua leggiadra testina! A volte....-- Il dottore con un'occhiata fuggitiva si accertò che la bella lo guardava in faccia colle labbra socchiuse in atto di stupore. --... A volte sento come un bisogno indefinito, come una smania impotente.... allora le mie massime mi fanno paura, la mia scienza mi ripugna.... sogno anch'io ad occhi aperti, come fanno tanti, e dico dentro di me: «potessi credere alle loro stravaganze! perchè qual frutto dal mio senno anticipato? Tanto ci è la tomba che darà il senno a tutti.... Potessi credere che la nostra individualità è preziosa e non si perde, che l'-io- non si distrugge e rimane conscio del passato e dei misteri della vita, ad errare nello spazio, animella leggera, sopra e sotto nuvole.... e che quella che diciamo vita è una prova ed altrove è la vita vera, che ci aspetta un organismo più eletto, un mondo migliore!...» --È proprio così, è proprio così!--esclamò Ernesta facendosi rossa in viso dal piacere.--Oh! perchè se queste cose le pensa non le crede?-- Agenore ripigliò il filo, parlò del perispirito, del presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione del pensiero dei vivi coi morti, con un accento fra il desideroso e l'incredulo, e finalmente crollò il capo in atto di sfiducia. Ernesta era una buona figliuola, e se la mettevate nel territorio spiritico ridiventava fanciulla. Invasa come da apostolico zelo, per convertire alla propria religione un incredulo, non sapeva nemmanco lei quel che avrebbe fatto; trasse il dottore sopra una panca, a' piedi d'una magnolia, gli ordinò scherzosamente di mettersi a sedere e di starla ad ascoltare ed incominciò a dire del perispirito, del presentimento, degli spiriti famigliari, della comunicazione del pensiero tra i vivi ed i morti. Agenore fingeva di pigliar fuoco e di spegnersi, ed il suo apostolo si infervorava a tenerlo acceso, piantava gli occhioni in faccia al miscredente, gli stringeva le grosse mani, non gli lasciando una fibra senza un fremito, soffiandogli nelle vene un calore niente affatto spiritico. Dirà chi legge: «lo sciagurato dottore non pensava alla bassezza che stava commettendo?» Sissignore, ci pensava, e rispondeva a sè stesso press'a poco così:--Il volgo profano direbbe che io sto commettendo una bassezza; ma di grazia a chi, tranne a Dio misericordioso, può recar dolore questa -bassezza- che a me deve dare la mia porzione di paradiso?-- Prima di scendere dietro i monti, il sole, mostrandosi tra nugolo e nugolo, spinse un ultimo raggio attraverso il fogliame lucente della magnolia per salutare la coppia ciarliera--e la trovò mutola. Agenore stringeva fra le sue una mano della bella, e la bella lasciava fare: pareva distratta, passava ogni tanto la mano libera sulla fronte come per allontanare un pensiero insistente--pensiero insistente non importuno, lo diceva la benigna languidezza dell'atto con cui veniva respinto. Per la prima volta dopo le disillusioni matrimoniali, il quesito dell'avvenire si proponeva ad Ernesta in una forma nuova. Stretta dagli impacci del decoro all'uomo che l'aveva sciolta di buon grado dagli odiosi vincoli del codice, che cosa doveva essa a colui che era stato suo marito e di cui ancora portava il nome? Nulla, nulla. Una voce ferma, sicura, spontanea come un istinto, una voce che non poteva ingannarla, le ripeteva sdegnosamente:--Nulla, nulla.--Far d'una casa un nido, ecco la sostanza delle giuste nozze; il rimanente è finzione, è formula, è apparato per aggiungere solennità al vincolo. Volte le spalle al nido, lasciata solitaria e fredda la coltre che doveva essere scaldata dall'amore, più nulla vi dovete a vicenda--siete liberi; se Leonardo è come morto per te, dovrai tu ridurti ad una vita monastica, non palpitare più d'alcun affetto per non appannarne il decoro? E quale decoro? Quello d'un ricco vagabondo che ozia al Caffè od al Circolo, che sbadiglia o dorme, o cena colle ballerine? Ah! giusto! La società sarà ferita nel cuore se tu osi profanare un nome così bello, una vita così preziosa! Ernesta passava una mano sulla fronte; Agenore le sorrideva come un elemosinante che aspetta. E un eco del mondo, rompendo le voci dispettose della coscienza, giungeva fino a lei così: «Ah! Non a Leonardo tu vai debitrice, ma a te medesima!» Taceva l'eco. «Certo, ripigliava a dire una voce beffarda, in nome della virtù tu sei debitrice a te stessa d'un supplizio lento; domarti, vincerti, stringere il cuore come in una morsa, reciderti i nervi, soffiare il gelo nel tuo sangue, dimenticare che hai vent'anni, e che a vent'anni si ama e che la bellezza è un dono per farsi amare--questo tu devi a te stessa. Dovrai esercitare il lampo dello sguardo e del sorriso a velarsi, a nascondersi, oppure ad accendere fuocherelli che ardano solitari e si spengano per mancanza di alimento; se il tempo è pigro, ti parrà forse men pigro occupandolo nelle finte battaglie dell'amore, nella scherma della civetteria. Sei giovine, bella, ardente, fantastica. Sappi comporre la tua gioventù ad una senilità precoce, fa della bellezza una mostra, un trastullo della tua vanità, dà al fuoco le apparenze del ghiaccio e fantastica di là dal mondo una vita che non assomigli a questa. Così sarai riverita, onorata, stimata, e gli uomini e le donne che banchettano ripeteranno il nome tuo come quello d'una digiunatrice da proporre a modello.... agli altri.» Ancora Ernesta passava una mano sulla fronte, ed ancora Agenore le sorrideva. «Pazza, che ridi e soffri, che smanii quando ridi, e dubiti, e temi, mentre beffi i tuoi dubbi e le tue paure. No, nulla devi all'uomo che ti abbandona, nulla al mondo che ti tiranneggia indifferente; ed a te stessa, unicamente, la vita, l'amore, la giovinezza devi. Non sei nata per consumarti nella solitudine, per avvizzirti nell'aridità del cuore, per atrofizzare la fibra in una vacua contemplazione. «Sei bella!... Guardati intorno, te lo dicono cento occhi desiderosi; cerca un cuore sano; dalla folla bambinesca, fatua, melensa, scevera un uomo, e gridalo al mondo senza arrossire:--È lui, è lui!» Per la prima volta gli occhi di Ernesta s'incontrarono con una certa trepidanza negl'occhi del dottor Agenore, il quale continuava a sorriderle come un elemosinante che aspetta.... Ma una voce acuta, meglio un fischio che una voce, gridò ad un tratto dall'alto della magnolia, due volte, tre, con insistenza. E dove il dottor Agenore udì solo la nota ripetuta d'uno stornello, Ernesta intese distintamente:--Non è lui, non è lui, non è lui!» Si levò in piedi trasfigurata in volto, in preda ad una commozione profonda, fe' cenno ad Agenore stesse zitto e ricercò coll'occhio in mezzo al verde fogliame l'alato consigliere.... finchè lo vide: «Non è lui, non è lui, non è lui!--ripetè lo stornello e spiccò il volo a raggiungere la carovana de' suoi compagni che girava intorno intorno come una nuvola. --È singolare!--disse Ernesta pensosa;--proprio come a Milano! --Che ci è di singolare?--domandò Agenore con un po' di malumore per lo scioglimento frivoluccio della situazione. Ernesta non rispose. Un'ora dopo essa accommiatava con infinito garbo il suo dottore, raccomandandogli di affrettarsi per giungere a Bellagio prima di notte. VII. Voci della campagna. Quando fu sola, si tenne un istante immobile, ad occhi chiusi, con una mano sul petto come per raccogliersi, poi andò a sedere sopra una panca di legno, in un padiglione che dominava la casa. Pensava... Non mai quell'idea erasele presentata con tanta evidenza come ora; soleva anzi sorriderne come d'una fantasia superstiziosa, accoglierla come un amico strambo che non si sappia indursi a respingere. Già aveva detto: «chi sa? può essere.» Ora le veniva sulle labbra: «È lei!» Lei, vale a dire sua madre, a cui era stato finalmente concesso di comunicare colla figlia per mezzo d'uno stornello! Era la rivelazione tante volte promessale dal suo spirito famigliare, era il vagheggiato dubbio fatto preziosa certezza... perchè l'aveva proprio sentita vibrare in fondo al petto la nota voce! Le batteva il cuore frequente, si sentiva forte d'una baldanza insolita che si mesceva ad una insolita tenerezza, e guardava innanzi a sè fantasiando. Una sfinge, che si sollevava e si abbassava tenendosi sospesa sul calice dei fiori, le passava rasente e già era lontana, lieta del suo bottino; un frosone tardivo attraversava l'aria frettoloso, senza perdersi in ciancie; un'allodola piombava dall'alto come un corpo senza vita, a poche spanne da terra, allargava le ali ed andava a nascondersi fra i solchi; i pipistrelli uscivano dai fessi e si disegnavano come alati sgorbi nell'ombra. Dovunque Ernesta figgesse l'occhio, si accendeva una luce; ad una ad una si affacciavano le stelle, in ogni zolla balenava il segnale amoroso delle lucciole. I grilli venivano sul limitare delle loro gallerie a trillare a gara, i ranocchi terrestri dall'alto degli alberi facevano la parodia dei passeri, ed in lontananza il cuculo provava la sua terza minore. E la sfinge e il frosone e le lucciole e i grilli e perfino le rane ed i pipistrelli erano i messi della Natura e recavano tutti la stessa ambasciata: «salute!» lo stesso consiglio: «rimani con noi;» lo stesso conforto: «qui è la pace infinita, qui s'abbreviano le vie che dalla terra conducono al cielo, qui si palpita dell'eterno amore, si contempla l'eterna bellezza, si ode l'eterna armonia.» Gli stornelli, geometri alati, disegnavano ancora nell'azzurro cielo i loro circoli neri, componendosi a varie forme, ora triangoli, ora rettangoli, ora quadrati; ad ogni viaggio si posavano sul tetto della palazzina, si vedeva un brulichio d'ali, si udiva un ciaramellio confuso: «vieni qui» «no, là» «sotto quella tegola» «in quel vano» «te la fa.» E poi uno scoppio di risate, seguito da un nuovo volo della carovana decimata. Ad ogni volta i viaggi divenivano più brevi e le figure geometriche più piccine; finalmente gli uccelli si posarono un'ultima volta sul tetto e nissuno più ne partì. «Ci sei?» «Ci sono.» «Buona notte!» E le ombre si addensavano, e le stelle ammiccavano più fulgide, e i grilli trillavano più forte, e il cuculo inanimito appaiava più di frequente le sue note. E quando quelle voci tacevano un istante per ascoltare, la Natura ne sprigionava altre mille per mandare un messaggio ad Ernesta. «Salute,» le diceva il venticello blando baciandola sulle guancie e tentando di scioglierle i capelli. «Rimani qui» ripeteva una frasca sospinta sul viale; e la voce solenne che si levava dal lago e la solenne voce dei boschi che scendeva dalle montagne si accordavano a dire: «Qui si contempla l'eterna bellezza, qui si ode l'eterna armonia.» Ernesta fantasticava sempre: oh! vivere sotto il tetto che era nido agli stornelli, nella solitudine che affina i sensi, farsi della sfinge l'amica del crepuscolo, dei grilli e delle rane gli amici della notte, dell'usignuolo l'amico di tutte l'ore; ascoltare i passeri biricchini, il cuculo armonista, ricevere la visita delle farfalle e dei mosconi e passare così la vita...! «Fino ad oggi ho vegetato, finì col dire a sè stessa, sono stata cieca, sorda, muta; incomincierò da domani a vivere, non perderò una nota, non mi sfuggirà un colore, e griderò a tutte le creature che mi passeranno vicine: «Salute, io sono una donnina felice!» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Otto giorni dopo, colla data del 6 giugno, Ernesta scriveva al dottor Agenore: «Caro Dottore--Mi annoio mortalmente: le è possibile anticipare l'ordinazione dei bagni al suo amico Leonardo e mandarlo a Spa, perchè io possa passare una quindicina di giorni a Milano?» E colla data del 10 il dottor Agenore rispondeva: «Carissima signora--Il mio amico Leonardo parte domattina, colla prima corsa.» VIII. Voci della città. Ernesta tornò in città, e con lei Olimpia, il cuoco ed i canarini. Entrando nelle sue stanze, rivedendo i suoi mobili, aprendo i suoi cassetti, frugando nei ripostigli noti a lei sola, la bella si avvide con stupore di provare una gioia tutta cittadinesca pari press'a poco a quella tutta campagnuola che aveva provato rivedendo dopo tanto tempo le acque del lago di Lecco, i colombi e la pineta dall'alto del suo villino di Bellagio. Questa scoperta la indusse ad una breve considerazione filosofica che terminò in un sospiro, ma non le tolse di abbandonarsi intera alla festa di quel mutamento. A calcoli fatti ella doveva rimanere in città venti brevissimi giorni, chè tanto doveva durare la cura idropatica dell'-amico Leonardo-; si proponeva dunque di stare allegra, di compensare coll'intensità la breve durata del diletto. Al programma della festa non aveva pensato, ma che dovesse riuscire una magnifica festa chi poteva dubitarne? La prima persona che vide nel giorno successivo all'arrivo, fu lei, proprio lei, l'amabile cuginetta. Non dico che in un programma festoso non potesse entrare una visita della signorina Virginia, ma è certo che se Ernesta avesse avuto tempo di fare un programma, l'avrebbe messa da ultimo, od in un intermezzo da non saper proprio come occupare altrimenti. L'amabile cuginetta venne sola, a piedi, accompagnata dal vecchio servitore, poco dopo il mezzodì, quando il sole batteva a piombo ed il lastrico delle vie pareva infuocato. La povera creatura s'era sagrificata così in nome del dovere, aveva esposto i suoi capelli di stoppa e le suola de' suoi stivaletti al pericolo di pigliar fuoco, per amore della virtù minacciata e del decoro offeso. In altri termini i Rinucci sapevano tutto; il grande affetto aveva loro ( 1 ' ) , ' , 2 , ' 3 . . . . - - 4 5 6 , 7 . 8 , 9 . 10 11 , , 12 ; 13 . 14 15 , 16 17 , 18 ' ' ' 19 , ' . 20 21 ' 22 , ' 23 ' 24 25 . 26 27 - - , - - 28 ' - - ! . . . 29 , ! . . . - - 30 31 : 32 33 - - ? 34 35 - - . 36 37 - - ? 38 39 - - , , , 40 . 41 42 - - ? 43 44 - - , 45 ' , 46 . - - 47 48 ' , , 49 , ' 50 : 51 52 - - , , . - - 53 54 , 55 , , 56 : 57 58 - - , . 59 60 61 62 . 63 64 . 65 66 67 ; , , 68 ' 69 ; 70 ; - 71 - . 72 73 , ' 74 ' , 75 76 ; - - , 77 , 78 79 - ' - . 80 , , . 81 82 83 , 84 , 85 ' 86 . 87 88 89 , ' , 90 91 . 92 , ' ' 93 , 94 , 95 ' , - - , 96 , 97 . 98 - - , 99 ; 100 : 101 102 - - . 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