In questa sala d'intrattenimento erano cinque o sei guardie del ministro che, sapendo ch'era stato egli che aveva ferito Jussac, lo guardavano sorridendo con un singolare sorriso. Questo stesso sorriso parve a d'Artagnan di cattivo augurio; solo, non essendo il nostro Guascone facile ad intimorirsi, o piuttosto mercè quel grande orgoglio che è proprio di tutte le persone del paese, non lasciava vedere facilmente ciò che accadeva nell'interno del suo animo, quando ciò che vi accadeva si rassomigliava al timore. Egli si situò con fierezza davanti alle guardie, con una mano sull'anca, ed in una attitudine che non mancava di maestà. L'usciere rientrò e fece segno a d'Artagnan di seguirlo. Sembrò al giovane che le guardie, vedendolo allontanarsi, si urtassero fra di loro. Seguì un corridoio, traversò un gran salone, entrò in una biblioteca, e si ritrovò in faccia ad un uomo, assiso davanti ad uno scrittoio che scrivea. L'usciere l'introdusse e si ritirò, senza dire una parola; d'Artagnan restò in piedi ed esaminò quest'uomo. Egli sulle prime credè di aver che fare con qualche giudice che esaminasse il suo registro, ma si accorse che quell'uomo scriveva, o piuttosto correggeva delle linee disuguali in lunghezza, contando le sillabe colle dita: vide che era dirimpetto ad un poeta. In capo a pochi istanti, il poeta chiuse il suo manoscritto, sulla coperta del quale era scritto: MIRAME, -tragedia in cinque atti-; e alzò la testa. D'Artagnan riconobbe il ministro. CAPITOLO XL. UNA VISIONE TERRIBILE Richelieu appoggiò il gomito sopra il suo manoscritto, la sua guancia sulla mano, e guardò un istante d'Artagnan. Nessuno aveva l'occhio più profondamente scrutatore di lui; ed il giovane si sentì scorrere questo sguardo per le vene, come una febbre. Però si contenne bene: aveva il suo feltro in mano, ed aspettò il comodo di Sua Eccellenza senza troppo orgoglio, ma senza neppure troppa umiltà. -- Signore, gli disse il ministro, siete voi un d'Artagnan di Béarn? -- Sì, Mio-signore. -- Vi sono molti rami della famiglia d'Artagnan a Turbes e nelle vicinanze; a quali di questi appartenete? -- Io sono il figlio di quello che ha fatto le guerre della religione col gran re Enrico, padre di Sua graziosa Maestà. -- Sta bene così. Siete voi che siete partito, sono circa sette od otto mesi, dal vostro paese per venire a cercar fortuna nella capitale? -- Sì, Mio-signore. -- Nel venir qui, siete passato per Méung, ove vi è accaduto qualche cosa; non so troppo che, ma infine qualche cosa. -- Mio-signore, disse d'Artagnan, ecco ciò che mi è accaduto... -- Inutile, inutile, riprese il ministro con un sorriso che indicava ch'egli conosceva quella storia tanto bene, quanto colui che voleva raccontarla. Voi eravate raccomandato al sig. de Tréville, non è vero? -- Si, Mio-signore, ma precisamente in questo disgraziato affare di Méung... -- Fu perduta la lettera di raccomandazione, riprese Sua Eccellenza; sì lo so. Ma il sig. de Tréville è un amabile fisonomista, che conosce gli uomini a primo sguardo, e vi ha posto nella compagnia di suo cognato, facendovi sperare che un giorno o l'altro entrereste nei moschettieri? -- Mio-signore, siete perfettamente informato. -- Da quel tempo vi sono accadute molte cose. Faceste una passeggiata dietro i Carmelitani, che sarebbe stato meglio vi foste ritrovato altrove; quindi avete fatto coi vostri amici un viaggio alle acque di Forges, essi si sono fermati per la via, ma voi avete continuata la vostra strada. La cosa era semplicissima, voi avevate degli affari a Londra. -- Mio-signore, disse d'Artagnan, interdetto, andava... -- Alla caccia nel parco di Windsor o altrove; ciò non interessa ad alcuno. Io lo so, perchè il mio stato porta di saper tutto. Al vostro ritorno siete stato ricevuto da una augusta persona, e vedo con piacere che avete conservato il ricordo ch'ella vi ha dato. D'Artagnan portò la mano sul diamante che aveva avuto dalla regina, e ne voltò la pietra all'interno di essa; ma era troppo tardi. -- L'indomani di questo giorno riceveste la visita di de Cavois, riprese il ministro; egli veniva a pregarvi di passare al palazzo: questa visita non l'avete resa, e avete avuto torto. -- Mio-signore, io credeva di essere incorso nella disgrazia di Vostra Eccellenza. -- E perchè, signore? per aver eseguito gli ordini dei vostri superiori con più coraggio e più intelligenza che non avrebbe fatto un altro? Incorrere nella mia disgrazia, quando voi meritate i miei elogi. Sono le persone che non obbediscono quelle che io punisco, e non quelli che come voi obbediscono... troppo bene... E la pruova, ricordatevi la data del giorno in cui vi aveva fatto dire di venirmi a vedere, e cercate nella vostra memoria ciò che è accaduto la stessa sera. Fu la stessa sera in cui ebbe luogo il rapimento della sig. Bonacieux. D'Artagnan fremette, ed egli si ricordò che una mezz'ora prima, la povera donna era passata vicino a lui, trasportata senza dubbio da quella stessa potenza che l'aveva fatta scomparire. -- Finalmente, continuò il ministro, siccome io non sentiva parlare di voi da qualche tempo, ho voluto sapere che cosa facevate. D'altronde voi mi dovete qualche ringraziamento: avete rimarcato voi stesso con quanti riguardi siete sempre stato trattato in tutte le circostanze? D'Artagnan s'inchinò con rispetto. -- Ciò, continuò il ministro, proveniva non solo da un sentimento di equità naturale, ma ancora da un piano che mi era formato a vostro riguardo. D'Artagnan era sempre più meravigliato. -- Io voleva, riprese il ministro, esporvi questo piano il giorno che riceveste il mio primo invito; ma voi non siete venuto. Fortunatamente non si è perduto niente per questo ritardo, e oggi voi lo sentirete. Sedetevi là dirimpetto a me, signor d'Artagnan; voi siete abbastanza buon gentiluomo per non dover restare in piedi. E il ministro indicò col dito una sedia al giovane, che era così meravigliato di quanto accadeva, che per obbedire aspettò un secondo segno del suo interlocutore. -- Voi siete coraggioso, signor d'Artagnan, continuò Sua Eccellenza; voi siete prudente, ciò che vale ancora più. Io amo gli uomini di cuore e di testa, intendo gli uomini di coraggio; ma per quanto giovine, e appena entrato nel mondo voi avete dei possenti nemici. Se non state in guardia, essi vi perderanno. -- Ahimè! mio-signore, rispose il giovane, essi potranno facilmente farlo senza dubbio, poichè sono forti e bene appoggiati, nel mentre che io sono solo... -- Sì, è vero, ma quantunque siete solo, voi avete già fatto molto, e non dubito che farete ancora più... Però voi avete, credo io bisogno di essere guidato nell'avventurosa carriera che avete intrapresa, poichè, se non m'inganno, voi siete venuto a Parigi colla ambiziosa idea di far la vostra fortuna. -- Io sono nell'età delle folli speranze, Mio-signore, disse d'Artagnan. -- Non vi sono folli speranze che per gli stupidi, signore, e voi siete un uomo di spirito. Vediamo che direste voi di un grado di alfiere nelle mie guardie, e di una compagnia dopo la campagna? -- Ah! Mio-signore!... -- Voi accetterete, non è vero? -- Mio-signore... riprese d'Artagnan con aria imbarazzata. -- Come, voi rifiutate? gridò il ministro con meraviglia. -- Io sono nelle guardie di Sua Maestà, Mio-signore, e non ho ragione di essere mal contento. -- Ma mi sembra, disse Sua Eccellenza, che le mie guardie sieno pure le guardie di Sua Maestà, e che quando si serve in un corpo francese si serve il re. -- Vostra Eccellenza ha compreso male le mie parole. -- Voi volete un pretesto, non è vero? io lo capisco. Ebbene! questo pretesto lo avete. L'avanzamento, la campagna che si apre, l'occasione che vi offre, eccola ostensibile a tutti: per voi il bisogno di protezioni sicure: poichè è bene che voi sappiate, signor d'Artagnan, che ho ricevute delle gravi accuse contro di voi. Voi non consacrate esclusivamente i vostri giorni e le vostre notti al servizio del re. D'Artagnan arrossì. -- Del resto, continuò il ministro ponendo una mano sopra un involto di carte, io ho là un registro intero che non riguarda che voi. Io so che voi siete uomo di risoluzione, e una volta che i vostri servigi venissero ben diretti, invece di condurvi al male, potrebbero esservi molto profittevoli. Allora riflettete, e decidetevi. -- La vostra bontà mi confonde, Eccellenza; una tal grandezza d'animo, mi fa piccolo come un verme della terra; ma poichè mi permettete di parlare francamente... D'Artagnan si fermò. -- Sì, parlate. -- Ebbene, io dirò a Vostra Eccellenza che tutti i miei amici sono fra i moschettieri e le guardie del re, e che i miei nemici, per una inconcepibile fatalità, sono presso Vostra Eccellenza. Io dunque sarei mal veduto qui, e mal veduto là, se accettassi ciò che mi offre il Mio-signore. -- Avreste voi già l'orgogliosa idea, che io vi offra ciò che volete, signore? disse il ministro con un sorriso di sdegno. -- Mio-signore! Vostra Eccellenza è cento volte buona per me, e, al contrario, io penso di non avere fatto ancora abbastanza per essere degno delle sue bontà. L'assedio della Rochelle sta per aprirsi, io servirò sotto gli occhi di Vostra Eccellenza, e se avrò la fortuna di condurmi a quest'assedio in modo tale da meritare di attirarmi i suoi sguardi, ebbene! allora avrò almeno avanti di me qualche azione eroica o rumorosa per giustificare la protezione di cui ella vorrà onorarmi. Ogni cosa dev'esser fatta a suo tempo. Forse più tardi avrei il diritto di darmi, ora avrei la sembianza di vendermi. -- Vale a dire che voi rifiutate di servirmi, signore? disse il ministro con un tuono di dispetto nel quale però spiccava una certa stima. -- Rimanete dunque libero, e conservate i vostri odii e le vostre simpatie. -- Mio-signore... -- Bene, bene, disse il ministro, io non per questo me la prenderò con voi, ma voi capirete, se ho abbastanza da fare nel difendere i proprii amici, e nel ricompensarli, non si è tenuto a niente coi propri nemici. Io però voglio darvi un consiglio, mantenetevi sempre bene in guardia, signor d'Artagnan, poichè dal momento che io avrò ritirata la mia mano di sopra a voi, non darei un obolo per la vostra vita. -- Mi vi proverò, Mio-signore, rispose il Guascone con un'umile sicurezza. -- Pensateci più tardi, ed in un certo momento, se vi accadono disgrazie, disse Richelieu con una certa espressione, che sono stato io che sono venuto a cercarvi, e che ho fatto ciò che ho potuto per salvarvi da queste disgrazie. -- Qualunque cosa mi accada, disse d'Artagnan, mettendo la sua mano sul petto e inchinandosi, avrò un'eterna riconoscenza a Vostra Eccellenza di quanto fa per me in questo momento. -- Ebbene! come voi dunque lo avete detto, signor d'Artagnan, noi ci rivedremo dopo la campagna; io vi seguirò collo sguardo, perchè io pure sarò laggiù, continuò il ministro mostrando col dito a d'Artagnan una magnifica armatura ch'egli doveva indossare, e al nostro ritorno, faremo i conti. -- Ah! Mio-signore! gridò d'Artagnan, risparmiate il peso della vostra disgrazia, restate neutro se vedete che agisco da galantuomo. -- Giovinotto, disse Richelieu, se io posso dirvi anche una volta ciò che vi ho detto oggi, vi prometto di dirvelo. Quest'ultima parola di Richelieu esprimeva un dubbio terribile, essa costernò d'Artagnan più che non lo avrebbe fatto una minaccia, poichè era un avvertimento. Il ministro cercava adunque di preservarlo da qualche disgrazia che lo minacciava? egli aprì la bocca per rispondere, ma un gesto della mano del ministro lo congedò. D'Artagnan uscì, ma alla porta il cuore fu presso a mancargli, e poco mancò che non rientrasse. Però la figura grave e severa di Athos gli comparve. Se faceva il patto che dal ministro gli veniva proposto, Athos non gli stenderebbe più la mano, Athos lo rinegherebbe. Fu questo timore che lo trattenne, tanto è possente l'influenza di un carattere veramente grande sopra tutto ciò che lo circonda. D'Artagnan discese per la medesima scala per cui era salito; egli trovò davanti alla porta Athos e i quattro moschettieri che aspettavano il suo ritorno, e che cominciavano ad inquietarsi. Con una parola d'Artagnan li rassicurò, e Planchet corse a prevenire gli altri posti che era inutile il montare una più lunga guardia, attesochè il suo padrone era uscito sano e salvo dal palazzo del ministro. Rimasti in casa di Athos, Aramis e Porthos s'informarono delle cause di questo strano appuntamento; ma d'Artagnan si contentò dir loro che il signor di Richelieu l'aveva fatto venire per proporgli di entrare nelle sue guardie col grado d'alfiere, e che egli aveva rifiutato. -- E voi avete avuto ragione! gridarono ad una sola voce Porthos ed Aramis. Athos cadde in una profonda distrazione, e non disse niente. Ma quando fu rimasto solo con d'Artagnan: -- Voi avete fatto ciò che dovevate fare, gli disse; ma forse avete avuto torto a fare così. D'Artagnan mandò un sospiro, poichè questa voce corrispondeva ad una voce segreta dell'anima sua, che gli diceva che grandi sventure lo aspettavano. L'indomani passò tutta la giornata in preparativi per la partenza. D'Artagnan andò a fare i suoi addii col signor de Tréville. In quell'ora si credeva ancora che la separazione delle guardie e dei moschettieri, sarebbe stata momentanea, il re in quel giorno aveva seduto al Parlamento, e doveva partire l'indomani. Il signor de Tréville si contentò dunque di chiedere a d'Artagnan se aveva bisogno di lui; ma d'Artagnan rispose con una certa fierezza che egli aveva tutto ciò che gli abbisognava. La notte riunì tutti i camerati della compagnia delle guardie del signor des Essarts, e della compagnia dei moschettieri del signor de Tréville, che avevano fatto amicizia assieme. Si lasciarono per rivedersi quando piacerebbe a Dio, e se a Dio piaceva. La notte fu dunque delle più rumorose, come bene si può credere, poichè in simili casi non si può combattere l'estrema preoccupazione che con l'estrema non curanza. Il giorno di poi, al primo suono delle trombette, gli amici si separarono; i moschettieri corsero al palazzo del signor de Tréville, e le guardie a quello del signor des Essarts, ciascuno dei capitani condusse tosto la sua compagnia al Louvre ove il re passò la rivista. Il re era tristo, e sembrava malato, cosa che gli toglieva il suo altero portamento. In fatti il giorno innanzi era stato colto dalla febbre, durante il Parlamento e nel mentre che amministrava la giustizia. Ciò non ostante non era meno deciso a partire pel campo nella stessa sera; ad onta delle osservazioni che gli venivano fatte, aveva voluto passare la rivista operando con questo primo colpo di vigore di vincere la malattia che già incominciava ad impadronirsi di lui. Terminata la rivista, le guardie sole si misero in moto, i moschettieri non doveano partire che col re, cosa che permise a Porthos di andare a fare col suo superbo equipaggio un giro nella strada degli Orsi. La procuratrice lo vide passare sul suo bel cavallo, e coll'uniforme nuovo; ella amava troppo Porthos per lasciarlo partire così, e però gli fece segno di discendere, di venire da lei. Porthos era magnifico: i suoi sproni risuonavano, la sua corazza brillava, la sua spada gli batteva seriamente sulle gambe. Questa volta gli scrivani non avevano alcuna volontà di ridere, tanto Porthos aveva l'aspetto di essere un tagliatore di orecchie. Il moschettiere fu introdotto presso il signor Coquenard, il di cui piccolo occhio grigio brillò di collera vedendo il suo preteso cugino tutto fiammeggiante; una cosa sola però lo consolava interamente, e si era che da tutti si diceva che questa campagna sarebbe stata seria: egli sperava con tutta dolcezza nel fondo del suo cuore, che Porthos sarebbe stato ucciso. Porthos presentò i suoi complimenti al signor e alla signora Coquenard; ella non poteva trattenere le lagrime, ma non si fece alcun cattivo pensiero sul suo dolore, si sapeva da tutti ch'ella era attaccatissima a tutti i suoi parenti, pei quali aveva sempre avuto delle dispute assai crudeli con suo marito. Fino a che la procuratrice potè seguire con gli occhi il suo bel cugino, ella agitò un fazzoletto sporgendosi dalla finestra in modo da far credere che voleva precipitarvisi. Porthos ricevette tutti questi segni di tenerezza come uomo avvezzo a tali dimostrazioni. Soltanto nel voltare l'angolo della strada, sollevò il suo cappello, e lo agitò per l'aria in segno di addio. Dal canto suo, Aramis scriveva una lunga lettera. A chi? nessuno ne sapeva niente. Nella camera vicina, Ketty, che doveva partire la stessa sera per Tours, aspettava questa lettera misteriosa. Athos beveva a gran sorsi gli ultimi residui del suo vino di Spagna. In questo mentre, d'Artagnan sfilava con la sua compagnia. Giungendo nel sobborgo S. Antonio, si voltò per guardare allegramente la Bastiglia alla quale era sfuggito fino allora. Siccome egli guardava soltanto la Bastiglia così non vide punto milady che, cavalcando un cavallo colore isabella, lo designava col dito a due uomini di molto cattivo aspetto, che si accostarono alle file per riconoscerlo. Dietro un'interrogazione che essi fecero con lo sguardo, milady rispose con un segno che era veramente lui. Quindi, certa che non poteva più accadere sbaglio sulla persona, punse il suo cavallo, e disparve. I due uomini seguirono allora la compagnia, e alla uscita del sobborgo S. Antonio, montarono sopra due cavalli già preparati, che erano tenuti a mano da due servitori senza livrea. CAPITOLO XLI. L'ASSEDIO DELLA ROCHELLE L'assedio della Rochelle fu uno dei più grandi avvenimenti del regno di Luigi XIII. Le viste politiche del ministro, allora quando intraprese quest'assedio, erano considerevoli. Delle città importanti, date da Enrico IV agli ugonotti come piazze di sicurezza, non restava più che la Rochelle. Il ministro voleva distruggere quest'ultimo baluardo del calvinismo. La Rochelle, che aveva presa una nuova importanza per la rovina delle altre città calviniste, era d'altronde l'ultima porta aperta agl'Inglesi nel regno di Francia, e chiudendola all'Inghilterra, nostra eterna nemica, il ministro compiva l'opera di Giovanna d'Arco, e del duca di Guise. Così Bassompierre, che era ad un tempo protestante per convinzione, e cattolico come commendatore dell'ordine di Santo Spirito, Bassompierre che era germano di nascita, e francese di cuore, Bassompierre finalmente che aveva un comando particolare all'assedio della Rochelle, diceva, nel caricare alla testa di molti altri signori protestanti come lui: -- Voi vedrete, signori, che noi saremo abbastanza bestie per perdere la Rochelle. E Bassompierre aveva ragione. La cannonata dell'isola Re gli presagiva le dragonate dei Cévennes; la presa dalla Rochelle era il prefazio dell'editto di Nantes. Ma, al lato di queste viste generali del ministro livellatore e simplificatore, e che appartengono alla storia, il cronicista è obbligato di raccontare le piccole viste dell'uomo innamorato e del rivale geloso. Richelieu, come ognun sa, era stato innamorato della regina; questo amore aveva presso di lui un semplice scopo politico? o era naturalmente una di quelle profonde passioni come ne inspirò Anna in quelli che la circondavano? Ciò non sapremo dire; ma, in ogni caso, si è visto dallo sviluppo anteriore di questa storia che Buckingham l'aveva vinta su lui, e che in due o tre circostanze, e particolarmente in quella de' puntali, egli lo aveva, mercè la devozione dei tre moschettieri, ed il coraggio di d'Artagnan, egli lo aveva crudelmente mistificato. Si trattava dunque per Richelieu non solo di sbarazzare la Francia da un nemico, ma di vendicarsi di un rivale. Del resto la vendetta doveva essere grande e rumorosa, e degna in tutto di un uomo che tiene nella sua mano per spada di combattimento tutte le forze dì un gran regno. Richelieu sapeva che combattendo l'Inghilterra, egli combatteva Buckingham, e che trionfando dell'Inghilterra, trionfava di Buckingham; finalmente che nell'umiliare l'Inghilterra agli occhi d'Europa, umiliava Buckingham agli occhi della regina. Dal canto suo Buckingham, mentre metteva avanti l'onore dell'Inghilterra, era mosso da sentimenti assolutamente uguali a quelli del ministro. Buckingham pure teneva dietro ad una vendetta particolare. Buckingham non era potuto entrare sotto nessun pretesto ambasciatore in Francia, egli voleva entrarvi come conquistatore. Ne risulta che il vero giuoco di questa partita che giuocavano questi due possenti regni pel capriccio di due uomini innamorati, era un semplice sguardo della regina Anna. Il primo vantaggio era stato pel duca di Buckingham; giunto improvvisamente a vista dell'isola Re con novanta vascelli, e circa ventimila uomini aveva sorpreso il conte de Toiras, che comandava pel re nell'isola, e, dopo un combattimento sanguinoso, aveva operato il suo sbarco. Il conte de Toiras, si ritirò nella cittadella S. Martino colla guarnigione, e gettò un centinaio di uomini in un piccolo forte che si chiamava il forte della Prée. Questo avvenimento aveva sollecitato le risoluzioni del ministro; e mentre si aspettava che il re in persona andasse a prendere il comando dell'assedio della Rochelle, com'era stato risoluto, aveva fatto partire Monsieur per dirigere le prime operazioni, e aveva inviato verso il teatro della guerra tutte le truppe di cui poteva disporre. Era in un di questi distaccamenti di avanguardia di cui faceva parte il nostro amico d'Artagnan. Il re, come si disse, doveva seguirlo subito dopo amministrata la giustizia; terminate le sedute di giustizia il 28 di giugno, egli era stato preso dalla febbre, ciò non ostante aveva voluto partire; ma peggiorando lo stato di sua salute, aveva dovuto fermarsi a Villeroy. Ora, dove si fermava il re, si fermavano i moschettieri, e ne resultava che d'Artagnan, ch'era puramente e semplicemente nelle guardie, si ritrovava separato, momentaneamente almeno dai suoi buoni amici Athos, Porthos ed Aramis. Questa separazione, che per lui non era che una contrarietà, sarebbe certamente divenuta una seria inquietudine, se avesse potuto indovinare da quali sconosciuti pericoli era circondato. Arrivò però senza avventure fino al campo, stabilito davanti alla Rochelle. Tutto era sempre nello stesso stato: il duca di Buckingham ed i suoi Inglesi, padroni sempre dell'isola Re, continuavano ad assediare, ma senza risultato, la cittadella di San Martino e il forte della Prée, e le ostilità colla Rochelle erano cominciate da due o tre giorni a cagione di un forte che il duca di Angoulème aveva fatto costruire in vicinanza della città. Le guardie, sotto il comando del signor des Essarts, avevano il loro quartiere ai Minimi. Ma noi lo sappiamo, d'Artagnan, preoccupato dall'ambizione d'entrare nei moschettieri, aveva raramente fatto amicizia coi suoi camerati; egli si ritrovava dunque isolato e abbandonato alle proprie riflessioni. Le sue riflessioni non erano ridenti. Da un anno che egli era giunto a Parigi, erasi intricato in affari pubblici, ed i suoi affari particolari non avevano progredito molto nè come amore, nè come fortuna. In amore, la sola donna che egli aveva veramente amata, era stata la signora Bonacieux, la quale era scomparsa, senza ch'egli avesse potuto scoprire che cosa era di lei avvenuto. In fortuna, egli, meschino, si era fatto un nemico nel ministro, vale a dire in un uomo davanti al quale tremavano tutti i più grandi del regno, cominciando dal re. Quest'uomo poteva schiacciarlo, eppure non lo aveva fatto. Per uno spirito così perspicace, quale era quello di d'Artagnan, questa indulgenza era un raggio di luce per mezzo del quale egli vedeva nell'avvenire. Quindi si era fatto ancora un altro nemico, meno a temersi, credeva egli; ma che però sentiva per istinto che non era da disprezzarsi: questo nemico era milady. In compenso di tutto questo, egli aveva la protezione e la benevolenza della regina; pel tempo che correva, era una causa di più di persecuzione, e la sua protezione, si sa, proteggeva molto male; ne faceva testimonianza Calais e la signora Bonacieux. Ciò che aveva guadagnato di più chiaro in tutto questo, era il diamante di cinque o seimila lire che egli portava in dito, e questo diamante ancora, supponendo che d'Artagnan, nei suoi progetti d'ambizione, avesse voluto conservarlo per servirsene un giorno come un segnale per farsi riconoscere dalla regina, non aveva, mentre aspettava, perchè non poteva disfarsene, maggior valore di un sassolino che si calpesta coi piedi. Noi diciamo di un sassolino che si calpesta, perchè d'Artagnan faceva queste riflessioni passeggiando solitariamente sopra un bel sentiero che conduceva dal campo ad un villaggio vicino: ora, queste riflessioni lo avevano portato più lontano di quello ch'egli avrebbe voluto, e il giorno cominciava ad abbassarsi; quando ad un ultimo raggio del sole cadente, gli parve di veder brillare dietro una siepe la canna di un moschetto. D'Artagnan aveva l'occhio vivo e lo spirito pronto: egli capì che il moschetto non era venuto là da sè solo, e che colui che lo portava non doveva essersi nascosto dietro una siepe con intenzioni amichevoli. Risolse dunque di riguadagnare il largo, allorchè, dall'altra parte della strada, dietro una roccia, scoperse l'estremità di un secondo moschetto. Questa era evidentemente una imboscata. Il giovane gettò un'occhiata sul primo moschetto, vide con una certa inquietudine che si abbassava verso la sua direzione. Ma tosto che vide l'orifizio della canna immobile, si gettò a pancia a terra. Nello stesso tempo il colpo partì, ed egli intese il fischio di una palla che passava al di sopra della sua testa. Non v'era tempo da perdere; d'Artagnan si alzò in piedi, e nello stesso momento la palla dell'altro moschetto fece saltare de' sassolini nella stessa direzione, sul sentiero ove si era gettato colla faccia per terra. D'Artagnan non era uno di quegli uomini inutilmente coraggiosi, che cercano una morte ridicola, perchè si dica di essi che non hanno rinculato di un passo; d'altronde qui non si trattava più di coraggio, d'Artagnan era caduto in una insidia. -- Se vi è un terzo colpo; disse a se stesso, io sono un uomo morto. E tosto fuggì a tutte gambe nella direzione del campo, colla prestezza delle genti del suo Paese, così rinomate per la loro agilità. Ma per quanto fosse stata grande l'agilità della sua corsa, il primo che aveva tirato, aveva pure avuto il tempo di ricaricare il suo moschetto, e gli tirò un colpo così aggiustato questa volta, che la palla traversò il suo cappello, e se lo vide volare a dieci passi di distanza. Siccome d'Artagnan non aveva altro cappello, raccolse il suo mentre correva, giunse ansante e pallido al suo alloggio, si assise senza dir niente ad alcuno, e riflettè. Questo avvenimento poteva avere tre cause. La prima, e la più naturale, poteva essere una imboscata di quei della Rochelle, che non si sarebbero ritrovati malcontenti di uccidere una guardia di Sua Maestà, per avere un nemico di meno, e perchè questo nemico poteva avere una borsa ben piena nella sua saccoccia. D'Artagnan prese il suo cappello, esaminò il foro della palla e scosse la testa. La palla non era del calibro che portavano i moschetti, era una palla d'archibugio; l'aggiustatezza del colpo gli avevo già dato un'idea che era stata tratta con un arme particolare; non era dunque una imboscata militare, perchè la palla non era di calibro. Poteva però essere un ricordo del ministro. Ci risovverremo che al momento in cui, mercè il benefico raggio del sole, aveva scoperto la canna del fucile, egli si maravigliava della longanimità di Sua Eccellenza a suo riguardo. Ma d'Artagnan scosse la testa con aria di dubbio. Per le persone che non aveva che a stendere la mano per colpire, il ministro ricorreva raramente a simili mezzi. Poteva essere una vendetta di milady. Questa congettura era la più ragionevole. Egli cercò, ma inutilmente, di ricordarsi i lineamenti o il vestito degli assassini: ma si era allontanato da loro con tanta rapidità, che non aveva avuto il comodo di rimarcar niente. -- Ah! poveri amici miei, mormorò d'Artagnan, dove siete mai? Oh! quanto mi è dannosa la vostra lontananza! D'Artagnan passò una cattivissima notte; tre o quattro volte si risvegliò con uno sbalzo figurandosi che un uomo si avvicinasse al suo letto per pugnalarlo. Però il giorno comparve senza che l'oscurità avesse portato alcun accidente. Ma d'Artagnan pensò bene che quello che veniva differito non veniva annullato. Egli rimase tutta la giornata nel suo alloggio, scusandosi seco stesso che non usciva perchè il tempo era cattivo. Il giorno dopo a nove ore fu battuto al campo. Il duca di Orleans visitava i posti. Le guardie corsero alle armi, d'Artagnan prese il suo posto in mezzo ai suoi camerati. Monsieur passò sulla linea di battaglia, quindi gli uffiziali superiori si avvicinarono a lui per fargli la loro corte. Il sig. des Essarts, capitano delle guardie, si avvicinò. Dopo un istante parve a d'Artagnan che il sig. des Essarts gli facesse segno d'andare a lui: egli aspettò un nuovo gesto del suo superiore, temendo di sbagliarsi, ed essendosi rinnovato questo gesto, lasciò il suo rango e si avanzò per ricevere l'ordine. -- Monsieur vuol chiedere degli uomini di buona volontà per una missione pericolosa, ma che farà onore a quelli che la compiranno, e vi ho fatto segno affinchè vi teneste pronto. -- Grazie, mio capitano, rispose d'Artagnan, che non chiedeva di meglio che distinguersi sotto gli occhi del luogotenente generale. Infatti, i Rochellesi avevano fatto nella notte una sortita e avevano ripreso un bastione, di cui l'armata realista si era impadronito due giorni prima. Si trattava di spingere un picchetto perduto per fare la ricognizione se l'armata aveva conservato quel bastione. Dopo pochi istanti, Monsieur alzò la voce e disse: -- Mi abbisognerebbe per questa missione tre o quattro volontarii condotti da un uomo sicuro. -- Quando all'uomo sicuro, io l'ho per le mani, disse il sig. des Essarts mostrando d'Artagnan, e in quanto ai quattro o cinque volontarii, Monsieur non ha che a dire le sue intenzioni, e gli uomini non gli mancheranno. -- Quattro uomini di buona volontà per venirsi a fare uccidere con me! disse d'Artagnan alzando la testa. Due dei suoi camerati delle guardie si slanciarono tosto, ed essendosi uniti a questi due altri soldati, ritrovò che il numero domandato era sufficiente. D'Artagnan rifiutò dunque tutti gli altri non volendo far torto a quelli che avevano la priorità. Si ignorava se dopo la presa del bastione, i Rochellesi lo avevano evacuato, o se lo avevano lasciato con la guarnigione; bisognava dunque esaminare il luogo indicato molto da vicino per verificare la cosa. D'Artagnan partì coi suoi quattro compagni, e seguì la linea della trincea; le due guardie camminavano alla stessa fila di lui, e i soldati andavano per di dietro. Essi giunsero in tal modo coprendosi coi terrapieni fino ad un centinaio di passi dal bastione, là d'Artagnan nel rivoltarsi si accorse che i due soldati erano scomparsi. Egli credè che, avendo avuto paura, fossero rimasti in addietro, e continuò ad avanzare. Alla voltata della contro-scarpa essi si trovarono lontani circa sessanta passi dal bastione. Non si vedeva alcuno, e il bastione sembrava assolutamente deserto. I tre giovani perduti deliberavano se dovessero andar più avanti, allorchè una cinta di fumo circondò il gigante di pietra, ed una grandine di palle venne a fischiare intorno a d'Artagnan ed ai suoi. Essi sapevano già ciò che volevano sapere, il bastione era difeso, una più lunga fermata in quella direzione pericolosa sarebbe dunque stata una inutile imprudenza. D'Artagnan e le due guardie voltarono le spalle, e cominciarono una ritirata che rassomigliava a una fuga. Giungendo all'angolo della trincea, che stava per servire loro di muro, una delle guardie cadde, una palla gli aveva traversato il petto, l'altro che era sano e salvo continuò la sua corsa verso il campo. D'Artagnan non volle abbandonare in tal modo il suo compagno, si inchinò per rialzarlo ed aiutarlo a raggiungere la linea, ma in questo momento s'intesero due colpi di fucile: una palla spaccò la testa alla guardia ferita, l'altra venne a cadere sullo scoglio dopo essere passata a due pollici da d'Artagnan. Il giovane si rivoltò prestamente, perchè questo attacco non poteva più venire dal bastione, che era nascosto dall'angolo della trincea. L'idea dei due soldati che lo avevano abbandonato gli ritornò al pensiero, e gli ricordò i suoi assassini di due sere prima: egli risolvè dunque di voler questa volta sapere con chi aveva a fare, e cadde sul suo camerata come se fosse stato morto. Vide subito due teste rialzarsi al di sopra di un muro abbandonato che era a trenta passi di là, erano quelle dei nostri due soldati. D'Artagnan non si era ingannato, questi uomini non lo avevano seguito per altro che per assassinarlo, sperando che la morte del giovane fosse messa nel conto del nemico. Soltanto, siccome egli poteva essere appena ferito, e denunciare il delitto, essi si avvicinavano per terminarlo. Fortunatamente, ingannati dall'astuzia di d'Artagnan, non si curarono di ricaricare le armi. Allora quando furono a dieci passi da lui, d'Artagnan, che nel cadere aveva avuta cura di non abbandonare la spada, si rialzò ad un tratto, e con uno sbalzo si ritrovò vicino a loro. Gli assassini compresero che se essi fuggivano dalla parte del campo senza avere ucciso quell'uomo, sarebbero stati da lui denunciati, così la prima idea fu quella di disertare e di passare nelle file nemiche. Uno di essi prese il suo fucile per la canna, e se ne servì come una mazza, vibrò un colpo terribile a d'Artagnan, che egli evitò slontanandosi; ma con questo movimento egli lasciò libero il passo al bandito, che tosto si slanciò verso il bastione. Siccome i Rochellesi, che li guardavano, ignoravano con quali intenzioni quest'uomo veniva a loro, fecero fuoco su lui, ed egli cadde colpito da una palla che gli fracassò la spalla. In questo mentre, d'Artagnan si gettò sul secondo soldato attaccandolo colla sua spada. La lotta non fu lunga, questo miserabile per difendersi non aveva che il suo archibugio scarico, la spada della guardia strisciò contro la canna dell'arme divenuta inutile, e andò a traversare la coscia dell'assassino che cadde. D'Artagnan gli mise subito la punta del suo ferro alla gola. -- Oh! non mi uccidete gridò il bandito. Grazia! grazia, mio ufficiale! e io vi dirò tutto. -- Il tuo segreto vale egli la pena che ti conservi in vita? domandò il giovane. -- Sì, se voi stimate che l'esistenza sia qualche cosa quando non si ha che ventidue anni come voi, e che si può giungere a tutto, essendo così bello e coraggioso come voi siete. -- Miserabile! disse d'Artagnan; vediamo, parla presto. Chi ti ha incaricato di assassinarmi? -- Una donna che io non conosco, ma che si fa chiamare milady. -- Ma se tu non conosci questa donna, come sai tu il suo nome? -- Il mio camerata la conosceva, e la chiamava così; fu con lui che ella trattò l'affare e non con me. Egli anzi ha in saccoccia una lettera di questa persona che deve avere per voi una grande importanza, per quanto gli ho inteso dire. -- Ma come ti trovi tu in mezzo a questo assassinio? -- Egli mi ha proposto di fare il colpo noi due, ed io ho accettato. -- E quanto vi ha ella dato per questa bella spedizione? -- Cento luigi. -- Ebbene! alla buon'ora, disse il giovine ridendo, ella stima che io valga qualche cosa. Cento luigi sono una somma per due miserabili come voi siete. Così io comprendo perchè tu hai accettato, e ti faccio grazia ad una condizione. -- Quale? domandò il soldato inquieto, vedendo che tutto non era ancora finito. -- Che tu vada a cercare la lettera che il tuo camerata ha in saccoccia. -- Ma, gridò il bandito, questo è un altro modo di uccidermi. Come volete voi che io vada a cercare questa lettera sotto il fuoco del bastione? -- Bisogna pertanto che tu decida di andare a ritrovarla, o io ti uccido colle mie proprie mani. -- Grazie, signore, pietà! in nome di quella giovane dama, che voi amate, che voi forse credete morta, ma che non lo è! gridò il bandito mettendosi in ginocchio, e appoggiandosi sulla sua mano, poichè col sangue cominciava già a perdere le sue forze. -- E come sai tu che vi è una donna che io amo, e che credo morta? domandò d'Artagnan. -- Da quella lettera che il mio camerata ha in saccoccia. -- Tu vedi bene allora che abbisogna necessariamente che io abbia questa lettera, disse d'Artagnan. Così non più ritardo, non più esitazione, o qualunque sia la mia ripugnanza ad imbrattare per una seconda volta la mia spada nel sangue di un miserabile come te, ti giuro, sulla fede di onesto uomo... a queste parole d'Artagnan fece un gesto così minaccioso che il ferito si rialzò. -- Fermate! gridò egli riprendendo forza e coraggio dal terrore, vi anderò... vi anderò... D'Artagnan prese l'archibugio del soldato, lo fece passare davanti a lui, e lo spinse pungendolo con la spada. Era una cosa spaventosa il vedere questo disgraziato lasciando sul sentiero che percorreva una lunga traccia di sangue, pallido per la sua vicina morte, tentando di strascinarsi senza essere veduto fino al corpo del suo complice, che giaceva venti passi di là lontano. Il terrore era dipinto talmente sul suo viso, coperto di un freddo sudore, che d'Artagnan ne ebbe pietà e guardandolo con disprezzo: -- Ebbene! gli disse, io ti mostrerò la differenza che passa fra un uomo di coraggio e un vile come sei tu! resta; anderò io! e con un passo agile, coll'occhio in guardia, osservando i movimenti del nemico, approfittandosi di tutte le inuguaglianze del terreno, d'Artagnan giunse fino al secondo soldato. Vi erano due mezzi di giungere al suo scopo; frugarlo sul luogo e trasportarlo; facendosi uno scudo del suo corpo, e frugarlo entro la trincea. D'Artagnan preferì il secondo mezzo, e caricò l'assassino sulle sue spalle nello stesso tempo che il nemico faceva fuoco. Una piccola scossa, un ultimo grido, un fremito di agonia provarono a d'Artagnan che, colui che aveva assunto l'impegno di essere il suo assassino, diveniva in quel momento il suo scudo per salvargli la vita. D'Artagnan raggiunse la trincea; e gettò il cadavere vicino al ferito, che era pallido quanto il morto. Egli cominciò subito l'inventario: un portafoglio di cuoio, una borsa nella quale si ritrovava evidentemente una parte della somma che il bandito aveva ricevuta, un bussolo, due dadi formavano l'eredità del morto. Lasciò il bussolo e i dadi ove erano caduti, al ferito la borsa, e aprì avidamente il portafoglio. In mezzo ad alcune carte di nessuna importanza, ritrovò la seguente lettera; essa era quella che era stata cercata col rischio della sua vita: «Poichè avete perduta la traccia di quella donna che ora è in salvo in quel convento, ove voi non avreste mai dovuto lasciarla giungere, cercate di non fallire l'uomo, altrimenti, voi sapete che io ho la mano lunga, e che voi paghereste caro i cento luigi che vi ho dati». Nessuna sottoscrizione. Ciò non ostante era evidente che quella lettera veniva da milady. In conseguenza egli la conservò come un pezzo di convinzione, e ritrovandosi in sicurezza dietro l'angolo della trincea, si mise ad interrogare il ferito. Questi confessò che era stato incaricato, col suo camerata, quello stesso che era stato ucciso, di rapire una giovane donna che doveva uscire da Parigi per la barriera della Villetta, ma che essendosi fermati a bere in una bettola, avevano fallito il colpo di dieci minuti. -- Ma che avreste voi fatto di questa donna, domandò d'Artagnan con angoscia. -- Noi dovevamo portarla in un palazzo della piazza Reale, disse il ferito. -- Sì, sì, mormorò d'Artagnan, è d'essa: nella casa stessa di milady. Allora, pensò il giovane qual sete tremenda di vendetta spingeva questa donna a perderlo unitamente a quelli che lo amavano, e quanto essa ne sapeva sugli affari di corte, poichè aveva tutto scoperto. Senza dubbio ella aveva queste informazioni dal ministro. Ma per compenso, egli capì pure con un sentimento di gioia reale, che la regina era giunta a scoprire la prigione in cui la povera signora Bonacieux espiava la sua devozione, e ch'essa l'aveva tolta da questa prigione. Allora gli fu spiegata la lettera che aveva ricevuta dalla giovane sposa, e il suo passaggio sulla strada Chaillot, passaggio simile ad una apparizione. Da quel momento, come Athos lo aveva predetto, riconobbe la possibilità di ritrovare la signora Bonacieux, ed un convento non era allora impenetrabile. Questa idea compì di mettere la calma nel suo cuore. Egli si rivoltò verso il ferito, che seguiva con ansietà tutti i cambiamenti di diversa espressione del suo viso, e gli stese le braccia: -- Andiamo diss'egli, io non voglio abbandonarti così; appoggiati al mio braccio, e ritorniamo al campo. -- Sì, disse il ferito, che credeva appena a tanta magnanimità; ma non è già per farmi impiccare? -- Tu hai la mia parola, diss'egli, e per la seconda volta io ti regalo la vita. Il ferito si lasciò cadere in ginocchio e baciò di nuovo il piede del suo salvatore, ma d'Artagnan che non aveva alcun motivo per rimanere così vicino al nemico, accorciò egli stesso le testimonianze di questa investigazione. La guardia che era ritornata fin dalla prima scarica dei Rochellesi, aveva annunziata la morte dei suoi quattro compagni. Furono perciò molto meravigliati, e molto allegri nei reggimenti, quando si vide ricomparire il giovane sano e salvo. D'Artagnan spiegò il colpo di spada del suo compagno adducendo una sortita che immaginò. Egli raccontò la morte dell'altro soldato e i perigli che essi avevano corsi. Questo racconto fu per lui l'occasione di un vero trionfo. In tutta la giornata l'armata non parlò d'altro che di questa spedizione, e Monsieur gli fece fare i suoi ringraziamenti. Del resto, siccome ogni bella azione porta seco la sua ricompensa, la bella azione di d'Artagnan ebbe per risultato di rendergli la tranquillità che aveva perduta. In fatti il giovane credeva di potere stare tranquillo, poichè dei due nemici, uno era rimasto ucciso, l'altro affezionato ai suoi interessi. Questa tranquillità provava una cosa, ed è, che d'Artagnan non conosceva ancora milady. CAPITOLO XLII. IL VINO D'ANJOU Dopo le notizie quasi disperate sul conto della salute del re, cominciò a spargersi nel campo la notizia della sua convalescenza, e siccome egli aveva molta fretta di giungere in persona all'assedio, si diceva che tosto avesse potuto rimontare a cavallo, si sarebbe messo in viaggio. In questo tempo, Monsieur, che sapeva che da un momento all'altro sarebbe stato surrogato nel comando, sia dal duca d'Angoulème, sia da Bassompierre, o da Schömberg, che si disputavano il comando supremo, faceva poche cose, perdeva le sue giornate in tentativi, senza arrischiare qualche grande intrapresa per scacciare gl'Inglesi dall'isola Re, ove assediavano la cittadella di S. Martino, e il forte della Prée, nel mentre che dal canto loro i Francesi assediavano la Rochelle. D'Artagnan, lo abbiamo detto, era ritornato più tranquillo come accade sempre dopo un pericolo passato, e quando il pericolo sembra svanito. Non gli rimaneva che una sola inquietudine, ed era quella di non ricevere alcuna notizia dei suoi amici. Ma un bel mattino gli venne tutto spiegato mediante questa lettera datata da Villeroy. «Sig. d'Artagnan. «I signori Athos, Porthos ed Aramis, dopo aver fatta una buona partita in casa mia, e dopo essersi ben ben rallegrati, hanno cagionato così gran fracasso, che il preposto del castello, uomo rigidissimo, li ha messi in consegna per alcuni giorni. Eseguisco gli ordini che essi mi hanno dati inviandovi dodici bottiglie del mio vino d'Anjou, di cui mi hanno fatto grande elogio; essi vogliono che beviate alla loro salute col loro vino favorito. «Io l'ho fatto; e sono, signore, con un gran rispetto, vostro umilissimo, ed obbedientissimo servitore. GODEAU. -Albergatore dei signori tre moschettieri.-» -- Alla buon'ora! gridò d'Artagnan, essi pensano a me nei loro piaceri come io pensava a loro nella mia gioia. Certamente, io beverò alla loro salute, e di tutto cuore, e non beverò solo. D'Artagnan corse in traccia di due guardie, colle quali aveva più amicizia delle altre, per invitarle a venire a bere con lui il delizioso piccolo vino d'Anjou, che gli era giunto da Villeroy. Una di queste guardie era invitata per la stessa sera, e l'altra pel giorno dopo; la riunione fu dunque fissata pel posdomani. D'Artagnan mandò le sue dodici bottiglie di vino alla vivandieria delle guardie raccomandandole che fossero custodite con ogni cura. Quindi, il giorno della solennità, mentre il pranzo era fissato per l'ora del mezzogiorno, d'Artagnan mandò fin dalle nove Planchet per preparare ' 1 , ' , 2 . 3 4 ' ; , 5 , 6 , 7 ' , 8 . 9 , ' , 10 . 11 12 ' ' . 13 , , 14 . 15 16 , , , 17 , 18 . 19 20 ' ' , ; ' 21 ' . 22 23 24 , ' , 25 , 26 : . 27 , , 28 : , - - ; . 29 30 ' . 31 32 33 34 35 . 36 37 38 39 40 , 41 , ' . ' 42 ; 43 , . 44 45 : , 46 , 47 . 48 49 - - , , ' ? 50 51 - - , - . 52 53 - - ' 54 ; ? 55 56 - - 57 , . 58 59 - - . , 60 , ? 61 62 - - , - . 63 64 - - , , 65 ; , . 66 67 - - - , ' , . . . 68 69 - - , , 70 ' , 71 . . , ? 72 73 - - , - , 74 . . . 75 76 - - , ; 77 . . , 78 , , 79 ' ? 80 81 - - - , . 82 83 - - . 84 , 85 ; 86 , , 87 . , 88 . 89 90 - - - , ' , , . . . 91 92 - - ; 93 . , . 94 , 95 ' . 96 97 ' , 98 ' ; . 99 100 - - ' , 101 ; : 102 ' , . 103 104 - - - , 105 . 106 107 - - , ? 108 ? 109 , . 110 , 111 . . . . . . , 112 , 113 . 114 115 . . 116 ' , ' , 117 , 118 ' . 119 120 - - , , 121 , . ' 122 : 123 ? 124 125 ' ' . 126 127 - - , , 128 , 129 . 130 131 ' . 132 133 - - , , 134 ; . 135 , . 136 , ' ; 137 . 138 139 , 140 , 141 . 142 143 - - , ' , ; 144 , . 145 , ; , 146 . 147 , . 148 149 - - ! - , , 150 , , 151 . . . 152 153 - - , , , , 154 . . . , 155 ' , , 156 ' , 157 . 158 159 - - ' , - , ' . 160 161 - - , , 162 . 163 , ? 164 165 - - ! - ! . . . 166 167 - - , ? 168 169 - - - . . . ' . 170 171 - - , ? . 172 173 - - , - , 174 . 175 176 - - , , 177 , 178 . 179 180 - - . 181 182 - - , ? . ! 183 . ' , , ' 184 , : 185 : , ' , 186 . 187 . 188 189 ' . 190 191 - - , 192 , . 193 , 194 , , 195 . , . 196 197 - - , ; ' , 198 ; 199 . . . 200 201 ' . 202 203 - - , . 204 205 - - , 206 , , 207 , . 208 , , 209 - . 210 211 - - ' , , 212 ? . 213 214 - - - ! , , 215 , 216 . 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