signora, sia, ma voi non siete mio fratello, fortunatamente.
Si sarebbe potuto credere che milady, timorosa come sono ordinariamente
tutte le donne, si fosse interposta a questo principio di provocazione,
affine d'impedire che la questione andasse più avanti; ma, tutto al
contrario, ella si gettò in fondo alla carrozza, e gridò freddamente al
cocchiere:
-- Andate al palazzo.
La giovane cameriera gettò uno sguardo di inquietudine sopra
d'Artagnan, la di cui buona fisonomia sembrava aver prodotto in essa il
suo effetto.
La carrozza partì, e lasciò i due cavalieri in faccia l'uno dell'altro.
Nessun ostacolo materiale li separava più.
Il cavaliere fece un movimento per seguire la carrozza; ma d'Artagnan,
la di cui collera di già bollente si era ancora aumentata, riconoscendo
in lui l'Inglese che in Amiens gli aveva vinto il suo cavallo, e poco
non avea mancato vincesse ad Athos il suo diamante, gli saltò alla
briglia, e lo fermò.
-- Eh! signore, diss'egli, voi mi sembrate anche più stornello dì me,
poichè mi fate l'effetto di dimenticare che si è intavolata fra noi una
piccola questione.
-- Ah! ah! disse l'Inglese, siete voi, mio padrone! con voi bisogna
dunque sempre giuocare un giuoco o un altro?
-- Sì, e ciò mi ricorda che ho da prendermi una rivincita. Noi vedremo,
mio caro signore, se voi maneggiate tanto destramente la spada quanto
il bussolo dei dadi.
-- Vedete bene che io non ho spada, disse l'Inglese; volete voi fare il
bravo contro un uomo disarmato.
-- Spero bene che ne avrete una a casa vostra, disse d'Artagnan, in ogni
caso, io ne ho due, e se voi volete, ve ne cederò una.
-- È inutile, disse l'Inglese, io sono sufficientemente munito di questa
sorta di utensili.
-- Ebbene! mio degno gentiluomo, riprese d'Artagnan, scegliete la più
lunga, e venite a mostrarmela questa sera.
-- Ove, se vi piace?
-- Dietro il Luxembourg; questo è un grazioso quartiere per le
passeggiate del genere che vi propongo.
-- Sta bene; io vi sarò.
-- La vostra ora?
-- Sei ore.
-- A proposito, voi avete pure probabilmente uno o due amici?
-- Io ne ho tre, che saranno molto onorati di giuocare la stessa partita
che giuocherò io.
-- Tre, a meraviglia! come si combina bene, disse d'Artagnan, è
precisamente il mio conto.
-- Ora chi siete voi? domandò l'Inglese.
-- Io sono il signor d'Artagnan, gentiluomo guascone, servo nelle
guardie e sono nella compagnia del sig. des Essarts. E voi?
-- Io sono lord de Winter, barone de Scheffield.
-- Ebbene! io sono vostro servitore, signor barone, disse d'Artagnan,
quantunque abbiate dei nomi molto difficili a ricordarsi.
E pungendo il suo cavallo, si mise al galoppo, e riprese la strada di
Parigi.
Come aveva l'abitudine di fare in simili occasioni, d'Artagnan discese
direttamente alla casa di Athos.
Trovò Athos steso sopra un gran sofà, ove aspettava, come lo aveva
detto, che il suo equipaggio fosse venuto a ritrovarlo.
Egli raccontò ad Athos quanto gli era accaduto, meno la lettera al
signor de Wardes.
Athos fu consolato allorquando seppe che doveva battersi contro un
Inglese. Noi abbiamo detto che questo era il suo trasporto.
Fu mandato a cercare sull'istante medesimo Porthos ed Aramis per mezzo
dei lacchè, e furono messi al corrente della situazione.
Porthos cavò fuori la sua spada dal fodero; e si mise a squadronare
il muro rinculando di tempo in tempo, e facendo delle pieghe come un
ballerino. Aramis che lavorava sempre nel suo poema, si chiuse nel
gabinetto di Athos, e pregò di non essere disturbato fino al momento di
sguainare la spada.
Athos con un segno domandò a Grimaud un'altra bottiglia.
Fra se stesso d'Artagnan combinò un piccolo piano di cui vedremo
in seguito l'esecuzione, e che gli prometteva una qualche graziosa
avventura, come si poteva vedere dai sorrisi, che di tempo in tempo
passavano sul suo viso, di cui rischiaravano il sogno.
CAPITOLO XXXI.
INGLESI E FRANCESI
Venuta l'ora, si portarono coi quattro lacchè dietro al Luxembourg,
in un recinto abbandonato alle capre. Athos regalò una moneta al
capraio perchè si allontanasse. I lacchè furono incaricati di fare la
sentinella.
Ben presto una truppa silenziosa si avvicinò allo stesso recinto,
vi penetrò e raggiunse i moschettieri; quindi, secondo gli usi
d'oltremare, ebbero luogo le presentazioni.
Gl'Inglesi erano tutte persone della più alta società; i nomi bizzarri
dei tre amici furono dunque per essi un soggetto, non solo di sorpresa,
ma ancora d'inquietudine.
-- Con tutto ciò, disse lord de Winter, quando i tre amici si furono
nominati, noi non ci battiamo con tali nomi di pastori.
-- Così, come voi lo supporrete bene, milord, questi sono nomi falsi,
disse Athos.
-- Cosa che non ci dà che un desiderio maggiore di conoscere i veri
nomi, rispose l'Inglese.
-- Voi però avete giuocato contro di noi senza conoscerli, disse Athos,
a tal segno che ci avete vinti i nostri due cavalli.
-- È vero; ma noi allora non arrischiavamo il nostro sangue. Si giuoca
con tutti, non si combatte che coi suoi uguali.
-- È giusto, disse Athos.
E prese in disparte quello dei quattro Inglesi col quale doveva
battersi, e gli disse il suo nome a bassa voce; dal canto loro Porthos
e Aramis fecero altrettanto
-- Ciò vi basta, disse Athos al suo avversario, e mi ritrovate voi
abbastanza nobile per farmi la grazia di incrociare la vostra spada
meco?
-- Sì, signore, disse l'Inglese inchinandosi.
-- Ebbene, volete ora che io vi dica una cosa? riprese freddamente Athos.
-- E quale? domandò l'Inglese.
-- È che voi avreste fatto meglio a non esigere da me che mi facessi
conoscere.
-- Perchè?
-- Perchè mi si crede morto, ed ho delle ragioni per desiderare che non
si sappia che io sono vivo, e che quindi sarò obbligato di uccidervi
perchè il mio segreto non si divulghi sul momento.
L'Inglese guardò Athos credendo che scherzasse, ma Athos non scherzava
affatto.
-- Signori, disse Athos indirizzandosi ai suoi compagni e ai suoi
avversarii, siamo noi all'ordine?
-- Sì, risposero tutti ad una voce Inglesi e Francesi.
-- Allora, in guardia! disse Athos.
E tosto otto spade brillarono ai raggi del sol cadente, e il
combattimento cominciò con un accanimento ben naturale a persone due
volte nemiche.
Athos difendeva con tanta calma e metodo, come se fosse stato in una
sala di scherma.
Porthos, corretto senza dubbio dalla sua troppo grande confidenza
per opera della avventura di Chantilly, giuocava un giuoco pieno di
destrezza e prudenza.
Aramis, che aveva il terzo canto del suo poema da terminare, si
sbrigava come un uomo che abbia molta fretta.
Athos pel primo uccise il suo avversario. Non gli aveva portato che un
colpo, ma come lo aveva prevenuto, questo colpo era stato mortale, la
spada gli traversò il cuore.
Porthos, pel secondo, stese il suo sull'erba; gli aveva traversata la
coscia. Allora, siccome l'Inglese gli aveva resa la spada, Porthos lo
prese fra le sue braccia, e lo portò nella sua carrozza.
Aramis spinse il suo avversario così vigorosamente, che dopo averlo
fatto rompere soltanto una cinquantina di passi, finì col metterlo
fuori di combattimento.
In quanto a d'Artagnan, egli aveva fatto semplicemente e puramente un
giuoco difensivo, quindi, quando vide il suo avversario bene stanco,
gli dette una vigorosa fianconata, e gli fece balzare la spada dalle
mani. Il barone vedendosi disarmato fece due o tre passi addietro, ma
in questo movimento il suo piede scivolò, e cadde rovescione.
D'Artagnan fu sopra di lui e puntandogli la spada alla gola:
-- Io potrei uccidervi, signore, diss'egli all'Inglese, e voi siete
realmente nelle mie mani: ma io vi regalo la vita per amore di vostra
sorella.
D'Artagnan era al colmo della sua gioia; aveva realizzato il piano
stabilito in antecedenza; ed il cui pensiero aveva fatto apparire sul
suo viso quei sorrisi di cui abbiamo tenuto parola.
L'Inglese, incantato di avere a che fare con un gentiluomo tanto facile
a ricomporsi, strinse d'Artagnan fra le sue braccia, fece mille carezze
ai tre moschettieri, e siccome l'avversario di Porthos era già stato
messo in carrozza, e l'avversario di Aramis se l'era data a gambe, non
si pensò più che al morto.
Siccome Porthos e Aramis si accinsero a spogliarlo, nella speranza che
la sua ferita non fosse mortale, sfuggì dal cinto una grossa borsa.
D'Artagnan la raccolse e la stese a lord Winter.
-- E che diavolo volete voi ch'io mi faccia di questa? disse l'Inglese.
-- La restituirete alla sua famiglia, disse d'Artagnan.
-- La sua famiglia si cura ben poco di questa miseria! essa eredita
quindici mila luigi di rendita. Ritenete questa borsa pei vostri
lacchè.
In questo mentre Athos si era avvicinato a d'Artagnan.
-- Sì, diss'egli, diamo questa borsa, non ai nostri lacchè, mai ai
lacchè inglesi.
-- Così, dicendo, Athos prese la borsa e la gettò nelle mani del
cocchiere.
-- Per voi e pei vostri compagni, gridò egli.
Questa grandezza di modi, in un uomo interamente sprovvisto, colpì
lo stesso Porthos, e questa generosità francese, ripetuta poscia da
Winter, fece ovunque grande incontro, eccetto che nei signori Grimaud,
Planchet, Mousqueton e Bazin.
-- Ed ora, mio giovane amico, poichè mi permetterete, lo spero, di
chiamarvi così, disse lord Winter; fino da questa sera se volete, vi
presenterò a mia sorella milady Clarick, poichè voglio ch'essa pure
vi accetti nella sua buona grazia, e siccome ella non è del tutto mal
veduta in corte, così, un giorno, una sua parola potrà non esservi
inutile.
D'Artagnan arrossì dal piacere, e chinò la testa in segno di
assentimento.
Lord Winter, nel lasciare d'Artagnan, gli dette l'indirizzo di sua
sorella; essa abitava nella piazza Reale, che allora era il quartiere
di moda, al n. 6. D'altronde egli si esibiva di andarlo a prendere per,
presentarlo. D Artagnan gli dette appuntamento per le otto in casa di
Athos.
Questa presentazione in casa di milady occupava molto là testa del
nostro Guascone. Si ricordava in quale strana maniera questa donna
era stata mischiata fino allora nel suo destino. Secondo la sua
convinzione, essa doveva essere una creatura del ministro, e ciò non
ostante si sentiva invincibilmente trascinato verso di lei da uno
di quei sentimenti dì cui nessuno può rendersi ragione. Il suo solo
timore era quello che milady non riconoscesse in lui l'uomo di Méung
e di Douvres. Allora ella saprebbe ch'egli era fra gli amici del sig.
de Tréville, e che per conseguenza apparteneva in corpo ed anima al
re, cosa che allora gli farebbe perdere una parte dei suoi vantaggi,
poichè conosciuto da milady come egli la conosceva, ella giuocherebbe
con lui a giuoco uguale. In quanto a questo principio di intrigo fra
lei ed il conte de Wardes, il nostro presuntuoso non se ne occupava che
mediocremente, quantunque il marchese fosse giovane, bello, ricco, e
molto avanti nei favori del ministro. Non è per niente che si ha venti
anni, e soprattutto che si è nati a Tarbes.
D'Artagnan cominciò dall'andare in casa sua a fare una sfolgorante
toaletta; quindi ritornò da Athos, e secondo la sua abitudine, gli
raccontò tutto. Athos ascoltò i suoi progetti, quindi scosse la testa,
e gli raccomandò la prudenza, con una specie d'amarezza.
-- Come mai! voi avete perduta or ora una donna che dicevate buona,
graziosa, perfetta, ed eccovi già a correre dietro un'altra?
D'Artagnan senti la verità di queste parole.
-- Io amo la signora Bonacieux col cuore, nel mentre che amo milady
colla testa; e facendomi condurre da lei, io cerco di rischiararmi
sulla parte ch'ella rappresenta alla corte. -- La parte che rappresenta,
perdinci! non è difficile a indovinarsi, dopo tutto quello che avete
detto. Ella è un qualche emissario del ministro, una donna che vi
tenderà un laccio ove voi lascerete bonariamente la vostra testa.
-- Diavolo! mio caro Athos, voi vedete le cose molto nere a quanto
sembra.
-- Caro mio, io diffido delle donne; che volete? io sono pagato per
questo, e particolarmente delle donne bionde. Milady è bionda; non me
lo avete detto?
-- Ella ha i capelli del più bel biondo che si possa vedere.
-- Ah! mio povero d'Artagnan! fece Athos.
-- Ascoltate: io voglio illuminarmi, quindi come saprò ciò che desidero,
mi allontanerò.
-- Illuminatevi! disse flemmaticamente Athos.
Lord Winter giunse all'ora indicata, ma Athos, avvisato in tempo, passò
nell'altra camera.
Trovò dunque solo d'Artagnan, e siccome erano vicino le otto, condusse
subito via il giovane.
Milady de Winter ricevette graziosamente d'Artagnan. Il suo palazzo
era di una sontuosità rimarchevole, e quantunque la maggior parte degli
Inglesi, scacciati dalla guerra, lasciassero la Francia o fossero sul
punto di lasciarla, milady aveva fatto di recente nuove spese nei suoi
appartamenti, cosa che provava che la misura generale che allontanava
gli Inglesi non la risguardava.
-- Voi vedete, disse lord de Winter presentando d'Artagnan a sua
sorella, un giovane gentiluomo che ha tenuto la mia vita fra le sue
mani, e che non ha voluto usare dei suoi vantaggi, quantunque noi
fossimo doppiamente nemici, poichè sono io che l'ho insultato, ed io
son Inglese. Ricevetelo dunque, signora, se avete qualche amicizia per
me.
Milady aggrottò leggermente le sopracciglia; una nube appena visibile
passò sulla sua fronte, e apparve sulle sue labbra un sorriso talmente
strano, che il giovane, che aveva seguito ogni di lei moto, ne provò
come un fremito.
Il fratello non vide niente, si era voltato per giuocare colla scimmia
prediletta di milady, che lo aveva tirato pel suo vestito.
-- Siate il ben venuto, signore, disse milady con una voce, la cui
singolare dolcezza faceva contrasto coi segni di cattivo umore che
aveva rimarcati d'Artagnan, poichè oggi avete acquistati dei diritti
eterni alla mia riconoscenza.
L'Inglese allora ritornò a voltarsi, e raccontò il combattimento senza
nascondere nessuna circostanza. Milady l'ascoltò colla più grande
attenzione; ciò non ostante si vedeva facilmente qualunque si fossero
gli sforzi per nascondere le sue impressioni, che questo racconto non
le riusciva aggradito: il sangue le salì alla testa, ed il suo piccolo
piede si agitava sotto la sua veste.
Lord de Winter non si accorse di niente, quindi, quando ebbe finito,
si avvicinò ad una tavola su cui era preparata in una sottocoppa una
bottiglia di vino di Spagna, e empì due bicchieri e con un segno invitò
d'Artagnan a bere.
D'Artagnan sapeva che sarebbe stato un disgustarsi l'Inglese
rifiutandosi di bere con lui. Si avvicinò adunque alla tavola, e prese
il secondo bicchiere. Egli non aveva perduto di vista milady, e dallo
specchio si accorse del cangiamento che si era operato sul suo viso.
Ora ch'ella non credeva di essere più guardata, un sentimento che
rassomigliava molto alla ferocia animò la sua fisonomia. Ella mordeva
il suo fazzoletto coi denti.
Quella graziosa e piccola cameriera, che d'Artagnan aveva già
rimarcata, disse in inglese alcune parole a lord Winter, che domandò
subito a d'Artagnan il permesso di ritirarsi, scusandosi sulla urgenza
dell'affare che lo richiamava altrove, e pregando sua sorella di
ottenere il suo perdono.
D'Artagnan cambiò una stretta di mano con lord de Winter, e ritornò
presso milady. Il viso di questa donna, con una mobilità sorprendente,
aveva ripreso un'espressione graziosa; soltanto, alcune piccole
macchiette rosse, disseminate sul suo fazzoletto, indicavano che ella
si era morsicate le labbra fino a farle mandar sangue.
Le sue labbra erano magnifiche, si sarebbe detto che fossero state di
corallo.
La conversazione prese una piega allegra. Sembrava che milady si fosse
rimessa del tutto. Ella raccontò che lord de Winter non era che suo
cognato e non suo fratello; ella aveva sposato un cadetto di famiglia
che l'aveva lasciata vedova con un fanciullo. Questo fanciullo era
il solo ed unico erede di lord Winter, se il barone de Winter non
si ammogliava. Tutto ciò lasciava vedere a d'Artagnan un velo che
avviluppava qualche cosa; ma egli non distingueva nulla sotto questo
velo.
Del rimanente, in capo ad una mezz'ora di conversazione, d'Artagnan si
era convinto che milady era sua compatriota; ella parlava il francese
con una purezza ed eleganza che non lasciavano alcun dubbio sotto
questo rapporto.
D'Artagnan si estese in argomenti galanti, e in proteste di divozione.
A tutte le leggerezze che sfuggivano al nostro Guascone, milady
sorrideva con benevolenza. Finalmente giunse l'ora di ritirarsi:
d'Artagnan prese congedo da milady e uscì dalla sala che era il più
felice degli uomini.
Sulla scala incontrò la cameriera, la quale lo sfiorò dolcemente
passandogli vicino, e arrossendo fino nel bianco degli occhi, gli
domandò perdono di averlo toccato, e con una voce così dolce, che il
perdono gli fu accordato nello stesso momento.
D'Artagnan ritornò il giorno dopo, e fu ricevuto anche meglio della
sera innanzi. Lord de Winter non vi era, e questa volta fu milady che
gli fece tutti gli onori della serata. Ella parve prendere un grande
interesse a lui, gli domandò di dove era, quali erano i suoi amici, e
se qualche volta aveva pensato di mettersi al servizio del ministro.
D'Artagnan, che come si sa, era un giovane molto prudente, per non
avere che vent'anni, si risovvenne allora dei sospetti che aveva sopra
milady. Le fece un grande elogio di Sua Eccellenza, e gli disse che non
avrebbe mancato di entrare nelle guardie del ministro invece di entrare
nelle guardie del re, se avesse prima conosciuto il signor de Cavois,
per esempio, di quello che avesse conosciuto il sig. de Tréville.
Milady cambiò la conversazione senza affettazione alcuna, e domandò a
d'Artagnan nel modo il più indifferente del mondo, se era mai stato in
Inghilterra.
D'Artagnan rispose che vi era stato spedito dal sig. de Tréville, per
trattare una rimonta di cavalli, e che anzi ne aveva condotti quattro
come campioni.
Milady, nel corso della conversazione si morse due o tre volte le
labbra; ella aveva a che fare con un giovane che giocava a giuoco
chiuso.
Nella stessa ora della sera innanzi, d'Artagnan si ritirò.
Nel corridoio incontrò pure la bella Ketty, questo era il nome della
cameriera di confidenza. Questa lo guardò con una espressione di
misteriosa benevolenza. Ma d'Artagnan, era talmente occupato della
padrona, che non rimarcò assolutamente ciò che proveniva dalla
cameriera.
D'Artagnan ritornò da milady il giorno dopo e l'altro successivo, e
ciascuna volta milady gli fece un'accoglienza più graziosa.
Ciascheduna sera, sia nell'anticamera, sia sulla scala, sia nel
corridoio, egli incontrava sempre la bella cameriera. Ma, come lo
abbiamo detto, d'Artagnan non faceva alcuna attenzione a questa
persistenza strana della povera Ketty.
CAPITOLO XXXII.
UN PRANZO DAL PROCURATORE
Frattanto il duello, nel quale Porthos aveva rappresentato una parte
così brillante, non gli fece dimenticare il pranzo al quale era stato
invitato dalla moglie del procuratore. L'indomani, verso un'ora, si
fece dare l'ultimo colpo di spazzola da Mousqueton, e s'incamminò verso
la strada degli Orsi.
Il suo cuore batteva, ma non era, come quello di d'Artagnan, per un
giovane ed impaziente amore. No, un interesse più materiale lo guidava;
egli finalmente andava a sorpassare la misteriosa soglia, a salire
quella sconosciuta scala che avevano salito uno ad uno i vecchi scudi
di mastro Coquenard, egli andava a vedere in realtà un certo scrigno,
di cui venti volte aveva veduto l'immagine ne' suoi sogni: scrigno di
forma lunga e profonda, ripieno di catenacci e serrature, ed ammurato
al suolo; scrigno di cui aveva così di sovente inteso parlare, e che le
mani del procuratore avrebbero aperto ai suoi sguardi ammiratori.
E poi egli, l'uomo errante sulla terra, l'uomo senza fortuna, l'uomo
senza famiglia, egli, il soldato abituato agli alberghi, alle osterie,
alle taverne, alle bettole; egli, il goloso, obbligato la maggior parte
del tempo di attenersi ai bocconi d'incontro, egli stava per gustare un
pranzo di famiglia, per assaporare un interno di famiglia con tutti i
suoi comodi.
Venire in qualità di cugino a sedersi tutti i giorni ad una buona
tavola, dietro la fronte gialla e rugosa del vecchio procuratore,
spennare qualche poco i giovani scrivani, insegnando loro il giuoco
della bassetta, del passadieci e del faraone, nelle loro più fine
pratiche, e guadagnando come onorario della lezione, che loro dava
in un'ora, le loro economie di un mese, ciò era nei costumi di
quell'epoca, e sorrideva enormemente a Porthos.
Il moschettiere si dipingeva bene di qua e di là i cattivi argomenti
che correvano allora sul proposito dei procuratori, la lesina, la lima,
i giorni di digiuno; ma siccome, dopo tutto, salvi alcuni eccessi
di economia ch'egli aveva ritrovati intempestivi, aveva veduto la
procuratrice molto liberale, ben inteso per una procuratrice, sperò
ritrovare una casa montata nel modo il più lusinghiero.
Tuttavolta, quando il moschettiere fu alla porta, concepì qualche
dubbio: primieramente non era fatta per impegnare le persone; sporca,
puzzolente e nera, la scala male illuminata da delle finestre colle
sbarre, a traverso le quali filtrava la luce grigia di un cortile
vicino. Al primo piano ritrovò una porta bassa e ferrata con enormi
chiodi, come la porta principale del gran Castelletto.
Porthos vi battè col dito; un grande scrivano pallido e nascosto sotto
una foresta di capelli vergini, venne ad aprire, e salutò coll'aria di
un uomo obbligato a rispettare nell'altro l'alta statura, che indicava
la forza, l'abito militare, che indicava lo stato, il viso colorito,
che indicava l'abitudine di viver bene.
Un altro scrivano più piccolo dietro al primo, un alto scrivano più
grande dietro al secondo, un saltafossi di dodici anni dietro al terzo.
In tutto tre scrivani e mezzo, cosa che, per quei tempi, annunziava uno
studio dei più accreditati.
Quantunque il moschettiere, non dovesse giungere che ad un'ora, fin dal
mezzogiorno la procuratrice teneva l'occhio alle vedette, e calcolava
sul cuore, e fors'anche sullo stomaco del suo adoratore, per fargli
anticipare il momento convenuto.
La signora Coquenard giunse dunque alla porta dell'appartamento quasi
nello stesso momento in cui il suo convitato giungeva dalla porta
della scala, la degna signora tolse Porthos da un grande imbarazzo: gli
scrivani avevano l'occhio curioso, ed egli non sapendo troppo che dire
a quest'organo ascendente e discendente, si teneva muto.
-- È mio cugino! gridò la procuratrice; entrate dunque, entrate dunque,
sig. Porthos.
Il nome di Porthos fece un tale effetto sui giovani di studio, che si
misero tutti a ridere: ma Porthos si voltò, e tutti i visi rientrarono
nella loro prima gravità.
Si giunse nel gabinetto del procuratore, dopo avere traversato
l'anticamera ove stavano gli scrivani, e dopo avere traversato lo
studio, ov'essi avrebbero dovuto essere. Quest'ultima era una specie
di sala nera ammobigliata di scartafacci. Sortendo dallo studio, si
lasciava la cucina a destra, e si entrava a sinistra nella sala di
conversazione.
Tutte queste camere fra di loro obbligate non ispiravano alcuna buona
idea a Porthos. Le parole doveano essere sentite da lungi per tutte
queste porte aperte; quindi, nel passare, aveva dato un colpo d'occhio
rapido ed investigatore nella cucina, e confessava a se stesso, a
vergogna della sua procuratrice ed a proprio suo gran dispiacere che
non vi aveva veduto quel fuoco, quell'anima, quel movimento che,
all'istante di un buon pranzo, regnano ordinariamente in questo
santuario della ghiottoneria.
Il procuratore era stato senza dubbio prevenuto di questa visita,
poichè non manifestò alcuna sorpresa alla vista di Porthos, che
si avanzò fino a lui con un'aria molto disinvolta, e lo salutò
cortesemente.
-- Noi siamo cugini, a quanto sembra, sig. Porthos? disse il procuratore
sollevandosi colla forza delle sue braccia dal seggiolone di canna.
Il vecchio, avvolto in una gran veste nera ove si perdeva il suo corpo
sottile, era risoluto e secco; i suoi piccoli occhi grigi brillavano
come lucciole, e sembravano, colla sua bocca smorfiosa, la sola parte
del suo viso in cui fosse rimasta vita. Disgraziatamente le gambe
incominciavano a ricusare il servizio a tutta questa macchina ossea.
Da cinque o sei mesi, che aveva cominciato a farsi sentire questo
indebolimento, il degno procuratore era divenuto presso a poco lo
schiavo di sua moglie.
Il cugino fu accettato con rassegnazione: ecco tutto. Il signore
Coquenard, se avesse avuta la forza delle sue gambe, avrebbe declinata
tutta la parentela col signor Porthos.
-- Sì, signore, noi siamo cugini, disse senza sconcertarsi Porthos,
che d'altronde non avea mai contato di essere ricevuto dal marito con
entusiasmo.
-- Dal lato di donna, credo io? disse maliziosamente il procuratore.
Porthos non capì questo scherzo, e la prese per una ingenuità, di cui
rise fortemente sotto i suoi baffi: la signora Coquenard, che sapeva
essere il procuratore ingenuo, una varietà molto rara nella sua specie,
sorrise un poco, ma arrossì molto.
Il signor Coquenard aveva, dall'arrivo di Porthos, gettati i suoi
occhi con inquietudine sopra un grande armadio posto dirimpetto al
suo scrittoio di quercia. Porthos capì che questo armadio, quantunque
non corrispondesse alla forma che aveva veduta nei suoi sogni, doveva
essere il fortunato scrigno, e si rallegrò ehe la realtà avesse sei
piedi di più in altezza di quello che aveva in sogno.
Il signor Coquenard non spinse più oltre le sue investigazioni
genealogiche; ma, riconducendo il suo sguardo inquieto dall'armadio
sopra Porthos, si contentò di dire:
-- Il nostro signor cugino, prima della sua partenza per la campagna,
vorrà bene farci la grazia di venire a pranzo con noi, non è vero,
signora Coquenard?
Questa volta Porthos ricevette il colpo nel mezzo dello stomaco, e lo
sentì; sembrava che, dal canto suo, la signora Coquenard non fosse meno
insensibile, poichè ella soggiunse:
-- Mio cugino non ritornerà, se egli vede che noi lo trattiamo male; ma
nel caso contrario, egli ha troppo poco tempo da passare a Parigi, e
per conseguenza da vederci, perchè noi non dobbiamo domandargli quasi
tutti gl'istanti di cui può disporre fino alla sua partenza.
-- Oh! le mie gambe, le mie povere gambe! mormorò il signor Coquenard.
E si sforzò di sorridere.
Questo soccorso, che era giunto a Porthos nel momento in cui era stato
attaccato nelle sue speranze gastronomiche, inspirò al moschettiere
molta riconoscenza per la sua procuratrice.
Ben presto suonò l'ora del pranzo. Si passò nella sala della tavola,
sala grande e nera, che era situata dirimpetto alla cucina.
Gli scrivani, che, a quanto sembrava, avevano inteso nella casa dei
profumi insoliti, erano di un'esattezza militare, e stavano colle loro
sedie alla mano, pronti ad assidersi a tavola. Si vedevano già agitare
le mascelle con disposizioni spaventose.
-- Per bacco! pensò Porthos, gettando uno sguardo sui tre affamati,
poichè il salta-fossi non era, come si può bene immaginare, ammesso
agli onori della tavola magistrale, per bacco! nel posto di mio cugino,
non conserverei simili ghiottoni. Si direbbe che sono naufragati, che
non hanno mangiato da sei settimane.
Il signor Coquenard entrò spinto sul suo seggio a rotelle dalla signora
Coquenard, alla quale Porthos, a sua volta, venne in soccorso per
trascinare suo marito fin contro la tavola. Appena entrato egli agitò
il naso e le mascelle come avevano fatto i suoi scrivani.
-- Oh! oh! ecco un pranzo che invita!
-- Che diavolo sente egli dunque di straordinario in questo pranzo?
disse Porthos all'aspetto di un brodo pallido abbondante; ma
perfettamente cieco, e sul quale nuotavano alcune rare croste come le
isole nell'Arcipelago.
La signora Coquenard sorrise, e dietro un di lei cenno, tutti si
assisero con premura.
Il signor Coquenard fu il primo ad essere servito, quindi Porthos,
in seguito la signora Coquenard empì la sua scodella, e distribuì le
croste senza brodo agli impazienti scrivani.
In questo momento la porta della sala da pranzo si aprì da se stessa
cigolando, e Porthos, a traverso i battenti socchiusi, scoperse il
salta-fossi, che non potendo prender parte al festino, mangiava il suo
pane al doppio odore della cucina, e della sala da pranzo.
FINE DEL SECONDO VOLUME.
INDICE DELLE MATERIE
(VOL. II.)
-Continuazione del Capitolo XVI.-5
CAP. XVII. -L'interno della famiglia Bonacieux.- 9
CAP. XVIII.-L'amante ed il marito.- 25
CAP. XIX. -Piano di campagna.-33
CAP. XX.-Viaggio.- 44
CAP. XXI. -La contessa di Winter.- 57
CAP. XXII. -Il ballo della Merlaison.- 69
CAP. XXIII.-L'appuntamento.-77
CAP. XXIV. -Il Padiglione.- 90
CAP. XXV. -Porthos.-103
CAP. XXVI. -La tesi d'Aramis.-126
CAP. XXVII.-La moglie di Athos.- 143
CAP. XXVIII. -Il ritorno.-165
CAP. XXIX. -La caccia per equipaggiarsi.- 182
CAP. XXX. -Milady.- 193
CAP. XXXI. -Inglesi e francesi.- 202
CAP. XXXII.-Un pranzo dal procuratore.-211
NOTE:
[1] -Monsieur- era il termine con cui si contraddistingueva il fratello
del re.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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