che il padrone nutrisca il cavallo, mentre al contrario cento doppie nutriscono il padrone. -- Ma in che modo ritorneremo noi? -- Perdinci! sopra i cavalli dei nostri lacchè. Si conoscerà sempre dal nostro aspetto che siamo persone di condizione. -- La bella figura che ci faremo sopra dei ronzini, nel mentre che Aramis e Porthos, cavalcheranno i loro destrieri! -- Aramis! Porthos! gridò Athos, e si mise a ridere. -- Che? domandò d'Artagnan che non capiva niente della ilarità del suo amico. -- Niente, niente. Continuate, disse Athos. -- Così il vostro consiglio?.. -- È di prendere le cento doppie, d'Artagnan; colle cento doppie noi possiamo far festa fino alla fine del mese; noi abbiamo sofferte molte fatiche, e sarà bene che ci riposiamo un poco. -- Riposarmi? Oh! no, Athos. Subito che sarò a Parigi, mi metterò in traccia di quella povera donna. -- Ebbene! credete voi che il vostro cavallo vi sarà più utile in questo che i buoni luigi d'oro? prendete le cento doppie, amico mio, prendete le cento doppie. D'Artagnan non aveva bisogno che di una ragione per arrendersi; questa gli parve eccellente. D'altronde, resistendo più lungamente temeva di comparire un egoista agli occhi di Athos. Accettò, dunque, e scelse le cento doppie che l'Inglese gli contò una sull'altra nel momento. Quindi non si pensò più che a partire. La pace fermata coll'albergatore, oltre il vecchio cavallo di Athos, costò sei doppie. D'Artagnan e Athos presero i cavalli di Planchet e Grimaud; i due camerieri si misero in istrada a piedi, portando sulle loro teste gli arredi del cavalli perduti. Per quanto fossero mal montati, i due amici presero ben presto un gran vantaggio sopra i loro lacchè e giunsero a Creve-Coeur. Di lontano scopersero Aramis malinconicamente appoggiato alla sua finestra guardando come -mia sorella Anna- la polvere dell'orizzonte. -- Olà! Eh! Aramis! che diavolo fate dunque là? gridarono i due amici. -- Ah! siete voi, d'Artagnan? siete voi, Athos? disse il giovane. Io pensava con quale rapidità se ne vanno i beni di questo mondo, il cavallo inglese, che si allontanava, e che scomparì fra un nembo di polvere, mi era un vivo simbolo della fragilità delle cose umane. La vita stessa può risolversi in tre parole: -erat, est, fuit.- -- In fondo, che cosa volete dire?... domandò d'Artagnan che cominciava a dubitare della verità. -- Ciò vuol dire che ho fatto una convenzione da imbecille. Sessanta luigi un cavallo che, dal modo con cui trotta, può fare cinque leghe l'ora. D'Artagnan e Athos scoppiarono dalle risa. -- Mio caro d'Artagnan, disse Aramis, non lo abbiate troppo a male, ve ne prego; necessità non ha leggi. D'altronde, io sono il primo ad essere punito, poichè questo infame stoccatore mi ha rubato almeno cinquanta luigi. Ah! voi siete bravi economi, voi altri; voi venite sui cavalli dei vostri lacchè, e vi fate condurre a mano i vostri cavalli di lusso, dolcemente e a piccole giornate. Nel medesimo istante, un furgone, che da qualche momento era spuntato sulla strada di Amiens, si fermò, e si videro uscire da questo Planchet, e Grimaud, colle loro selle sulla testa. Il furgone ritornava vuoto a Parigi, e i due lacchè si erano impegnati, mediante il loro trasporto, a mantenere il vetturale lungo tutto il viaggio. -- Che significa ciò, disse Aramis vedendo ciò che accadeva. Nient'altro che le selle? -- Capite voi ora? disse Athos. -- Amici, miei, ciò è esattamente quello che è accaduto a me. Io ho conservato gli arnesi per istinto. Olà! Bazin, portate i finimenti nuovi vicino a quelli di questi signori. -- E che avete voi fatto dei vostri dottori? domandò d'Artagnan. -- Caro mio, li ho invitati a pranzo l'indomani, disse Aramis; qui vi è del vino squisito; ciò sia detto passando; io li ho ubriacati alla meglio, allora il curato mi ha proibito di lasciare la casacca, ed il direttore mi ha pregato di farlo ricevere fra i moschettieri. -- Senza tesi, gridò d'Artagnan, senza tesi! io domando la soppressione delle tesi! -- Da quel momento, continuò Aramis, io vivo aggradevolmente. Ho cominciato un poema in versi di una sillaba, ciò è molto difficile, ma il merito in tutte le cose sta nella difficoltà. La materia ne è galante; io vi leggerò il primo canto; è composto di quattrocento versi, e dura un minuto. -- In fede mia, mio caro Aramis, disse d'Artagnan, che gustava i versi quasi quanto il latino, aggiungete al merito della difficoltà quello della brevità, e sarete sicuro che il vostro poema avrà almeno due meriti. -- Quindi, continuò Aramis, egli respira tutte passioni oneste, voi vedrete. Ma veniamo a noi! amici miei, noi dunque ritorneremo a Parigi? bravo, io sono all'ordine! noi andremo a ritrovare il buon Porthos? tanto meglio! voi non credete che sembra mancarmi qualche cosa, mancandomi quel furbo. Io amo di vederlo contento di se stesso, e ciò mi accomoda con me medesimo. Non sarà certamente lui che avrà venduto il suo cavallo, fosse pure contro un regno! vorrei già vederlo sulla sua bestia e sulla sua sella. Egli avrà, ne son sicuro, l'aria del gran Mogol. Fu fatta una fermata di un'ora per far riposare i cavalli; Aramis saltò il suo conto, pose Bazin nel furgone coi suoi camerati, e si misero in viaggio per andare a raggiungere Porthos. Lo ritrovarono presso a poco guarito, e per conseguenza meno pallido di quello che lo aveva veduto d'Artagnan nella sua visita, e assiso davanti ad una tavola, ove quantunque fosse solo, vi figurava un pranzo per quattro persone. Questo pranzo si componeva di vivande preparate con galanteria, di vini scelti e di frutta superbe. -- Ah! per bacco! diss'egli alzandosi, voi giungete a meraviglia, signori: io era precisamente alla minestra, e voi pranzerete meco. -- Oh! oh! fece d'Artagnan, non sarà stato Mousqueton che avrà preso al laccio queste bottiglie, poi ecco una fricassea picchettata e un filetto di bove. -- Io mi rifaccio, disse Porthos, io mi rifaccio. Niente indebolisce più che queste diavole di stravolture. Avete mai avuto delle stravolture, Athos? -- Giammai; soltanto, mi ricordo che, nel nostro grande affare della strada Fèrou, ricevetti un colpo di spada che, in capo a quindici o diciotto giorni, mi produsse esattamente lo stesso effetto. -- Ma questo pranzo non sarà stato per voi solo, mio caro Porthos, disse Aramis. -- No, disse Porthos, aspettava alcuni gentiluomini del vicinato, e mi si è fatto sapere momenti sono che non sarebbero venuti; voi li rimpiazzerete, ed io non avrò perduto niente nel cambio. Olà! Mousqueton, porta delle sedie! e che sieno raddoppiate le bottiglie! -- Sapete voi ciò che mangiamo qui? disse Athos in capo a dieci minuti. -- Perdinci! io qui mangio del vitello picchettato coi cardi, e la midolla. -- Io! de' filetti d'agnello, disse Porthos. -- Io! del petto di volatile, disse Aramis. -- Voi vi sbagliate tutti, signori, rispose gravemente Athos; voi mangiate del cavallo. -- Su via! disse d'Artagnan. -- Del cavallo! fece Aramis con una boccaccia di disgusto. Porthos solo non rispose parola. -- Sì, del cavallo; non è vero, Porthos, che noi mangiamo del cavallo, e forse bello chè insellato? -- No, signore, io mi sono conservato i finimenti, disse Porthos. -- In fede mia, disse Aramis, noi ci somigliamo tutti l'un l'altro, si direbbe che ci siamo passata parola. -- Che volete! disse Porthos, questo cavallo faceva vergogna ai miei visitatori, e io non no voluto umiliarli. -- Quindi, la vostra duchessa è sempre alle acque, non è vero? riprese d'Artagnan. -- Sempre, rispose Porthos. Ora, in fede mia, il governatore della provincia, uno dei gentiluomini che io oggi aspettava a pranzo, mi è sembrato desiderarlo molto, e l'ho a lui regalato. -- Regalato! gridò d'Artagnan. -- Oh! mio Dio, sì, regalato; questa è la parola, disse Porthos; poichè costava certamente cento cinquanta luigi, e il ladro non ha voluto pagarmene che ottanta. -- Senza la sella, disse Aramis. -- Sì, senza la sella. -- Voi rimarcherete, signori, disse Athos, che Porthos è quello che ha fatto il miglior mercato di tutti noi. Allora successe uno scoppio di risa, dalle quali il povero Porthos rimase sorpreso; ma subito gli fu spiegata la ragione di questa ilarità, che divise ben presto rumorosamente, secondo il suo costume. -- Di modo che noi siamo tutti in fondi? disse d'Artagnan. -- Ma non per conto mio, disse Athos. Io ho ritrovato il vin di Spagna di Aramis così buono, che ne ho fatto caricare una sessantina di bottiglie nel furgone dei lacchè, per cui mi trovo un poco smonetato. -- Ed io; disse Aramis, immaginatevi che aveva regalato fino all'ultimo mio saldo al curato di Montdidier, e ai collegiali d'Amiens, e aveva preso inoltre un impegno che mi è toccato di mantenere. -- Ed io, disse Porthos, credete voi che la mia stravoltura non mi sia costata niente? senza contare la ferita di Mousqueton, per la quale sono stato obbligato di far venire il chirurgo due volte il giorno. -- Andiamo andiamo, disse Athos ricambiando un sorriso con d'Artagnan e Aramis, io vedo che vi siete condotto molto galantemente col vostro povero servitore. Ciò è prova di essere un buon padrone -- Alle corte, continuò Porthos, pagate le spese, mi resterà appena una trentina di scudi. -- E a me una diecina di doppie, disse Aramis. -- Sembra, disse Athos, che noi siamo i Cresi della società. Quanto vi resta sulle vostre cento doppie, d'Artagnan? -- Sulle mie cento doppie? primieramente, io ne ho date a voi cinquanta. -- Voi credete? -- Per bacco! -- Ah! sì è vero, me ne ricordo. -- Quindi ne ho pagate sei all'oste. -- Che animale è quest'oste! Perchè gli avete dato sei doppie? -- Siete stato voi che mi avete detto di dargliele. -- È vero, io sono troppo buono. Alle corte, che cosa rimane? -- Venticinque doppie, disse d'Artagnan. -- Ed io disse Athos cavando alcune piccole monete di saccoccia, ecco qua. -- Voi niente? -- In fede mia, è così poca cosa che non val la pena di metterlo in massa. -- Ora, calcoliamo bene quanto possediamo: Porthos? -- Trenta scudi. -- Aramis? -- Dieci doppie. -- E voi d'Artagnan? -- Venticinque. -- In tutto che cosa fa? disse Athos -- Quattrocento settantacinque lire disse d'Artagnan, che faceva i conti come un Archimede. -- Giunti a Parigi, noi ne avremo ancora quattrocento, disse Porthos; senza calcolare gli arnesi dei cavalli venduti. -- Ma i nostri cavalli del reggimento, disse Aramis. -- Ebbene! dei quattro cavalli dei nostri lacchè noi ne faremo due da padroni, che tireremo a sorte; colle quattrocento lire, se ne farà un mezzo per uno dei smontati, quindi daremo gli avanzi delle nostre borse a d'Artagnan, che ha una buona mano, e che andrà a giuocarli al primo ridotto che si trova. Ecco fatto! -- Pranziamo dunque, disse Porthos; poichè la seconda portata si raffredda. E i quattro amici, oramai più tranquilli sul loro avvenire, fecero onore al pranzo, di cui furono abbandonati gli avanzi ai signori Mousqueton, Bazin, Planchet e Grimaud. Giungendo a Parigi, d'Artagnan ritrovò una lettera del signor des Essarts che lo preveniva, che era ferma risoluzione di Sua Maestà di aprire la campagna il primo di maggio, e che dovesse preparare incontanente i suoi equipaggi. Corse subito da' suoi camerati, che aveva lasciati da una mezz'ora, e che ritrovò molto tristi, o per meglio dire preoccupati. Essi tenevano consiglio presso Athos, cosa che indicava sempre una circostanza di qualche entità. Infatti, essi avevano ricevuto, ciascuno al loro domicilio, una lettera simile dal signor de Tréville. I quattro filosofi si guardarono pieni di meraviglia; il signor de Tréville non scherzava sotto il rapporto della disciplina militare. -- E quanto stimate voi che costino questi equipaggi? disse d'Artagnan. -- Oh! non vi è niente che dire; riprese Aramis, noi abbiamo fatto i conti con una lesina di Spartani, ci abbisogna almeno mille e cinquecento lire per ciascheduno. -- Quattro volte mille e cinquecento, fanno sei mila lire, disse Athos. -- A me sembra, disse d'Artagnan che, mille lire per ciascuno dovrebbero bastare. È vero che io non parlo da lesinante, ma da procuratore... Questa parola di procuratore risvegliò Porthos. -- Guarda! ho un'idea, diss'egli. -- Questo è già qualche cosa; io ne ho neppur l'ombra, disse freddamente Athos; ma in quanto a d'Artagnan, signori, egli è pazzo. Mille lire! io dichiaro che, pel mio solo equipaggio, non mi bastano due mila lire. -- Quattro volte due fa otto, disse allora Aramis; dunque sono ottomila lire che ci abbisognano pel nostro equipaggio, sul quale è però vero che non si devono calcolare le selle. -- Più, disse Porthos, aspettando, per mettere questo pensiero in mezzo pieno di avvenire, che d'Artagnan, che andava a ringraziare il signor de Tréville, avesse chiusa la porta, più, disse, il bel diamante che brilla sul dito del nostro amico. Che diavolo, d'Artagnan è troppo buon camerata per lasciare i suoi fratelli negli imbarazzi, quando porta al suo dito medio di che riscattare un re! CAPITOLO XXIX. LA CACCIA PER EQUIPAGGIARSI Il più preoccupato dei quattro amici era certamente d'Artagnan, quantunque d'Artagnan nella sua qualità di guardia, fosse più facile ad equipaggiarsi di quella che i moschettieri, che erano tutti signori; ma il nostro cadetto di Guascogna era, come si è potuto vedere, di un carattere previdente e quasi avaro, e con ciò (spiegate i contrarii) glorioso quasi al punto da superare Porthos. A questa preoccupazione della sua varietà, d'Artagnan congiungeva in questo momento un'inquietudine non meno egoista. Per quante informazioni avesse potuto prendere sopra la signora Bonacieux, non era giunto a saperne novella alcuna: il signor de Tréville ne aveva parlato alla regina; la regina ignorava ciò che fosse accaduto alla giovane merciaia, e aveva promesso di farne delle ricerche. Ma questa promessa era ben vaga, e non tranquillizzava punto d'Artagnan. Athos non sortiva di camera, egli aveva risoluto di non arrischiare una mossa di gambe per equipaggiarsi. -- Ci rimangono quindici giorni, diceva egli ai suoi amici. Ebbene! se in capo a questi quindici giorni io non avrò ritrovato niente, o per meglio dire, se in capo a quindici giorni non è venuto a ritrovarmi niente, essendo troppo buono cattolico per spaccarmi la testa con un colpo di pistola, andrò a muover lite a quattro guardie del ministro, o ad otto Inglesi, e mi batterò fino a che ne ritrovi uno che mi uccida, cosa che nella quantità non può a meno di accadermi. Allora si dirà che io sono morto pel servizio, senza aver bisogno di equipaggiarmi. Porthos continuava a passeggiare colle mani dietro il dorso, scuotendo la testa di alto in basso, dicendo: -- Io seguirò la mia idea. Aramis, pensieroso e mal pettinato, non diceva niente. Si può conoscere da questi disastrosi particolari che nella comunità vi regnava la desolazione. I lacchè, per parte loro, come i cavalli d'Ippolito, divenivano la trista pena dei loro padroni. Mousqueton faceva delle provvigioni di croste; Bazin, che era sempre stato molto devoto, non lasciava più le chiese; Planchet guardava le mosche a volare, e Grimaud, che la tristezza generale non poteva risolverlo a rompere il silenzio impostogli dal suo padrone, mandava dei sospiri da intenerire le pietre. I tre amici, poichè, come abbiamo detto, Athos aveva giurato di non fare un passo per equipaggiarsi, i tre amici sortivano di buon mattino, e rientravano molto tardi. Essi andavano errando per le strade, guardando sui lastricati per vedere se qualcuno nel passare avesse perduto la borsa. Si sarebbe detto ch'essi cercavano le pedate di qualcuno, tanto erano attenti in ogni luogo ove andavano. Quando s'incontravano, si davano degli sguardi desolati che volevano dire: hai tu ritrovato qualche cosa? Però siccome Porthos aveva ritrovata la sua prima idea, e siccome l'aveva seguita con persistenza, fu il primo ad agire. Questo degno Porthos era un uomo di esecuzione. D'Artagnan lo scoperse un giorno che s'incamminava verso la chiesa di S. Leo, e lo seguì instintivamente; egli entrò nel luogo santo dopo essersi rialzati i baffi, e allungato il pizzo, cosa che annunziava sempre in lui l'intenzione di una conquista. Siccome d'Artagnan prendeva tutte le precauzioni per non farsi scorgere, Porthos credè di non essere stato veduto. D'Artagnan entrò dietro di lui. Porthos andò ad appoggiarsi ad una pila; d'Artagnan sempre inosservato si appoggiò all'altra. Precisamente vi era la predica, cosa che faceva che la chiesa fosse molto popolata. Porthos profittò della circostanza per adocchiare le donne: mercè la buona cura di Mousqueton, l'esterno era ben lungi d'annunziare la miseria dell'interno; il suo cappello di feltro era un poco spelato, la sua piuma era un poco tarlata, i suoi galloni erano un poco oscurati, i suoi merletti erano un poco spiegati, ma nella mezza luce, tutte queste bagattelle scomparivano, e Porthos era sempre il bel Porthos. D'Artagnan rimarcò, sul banco il più vicino alla pila a cui Porthos si era appoggiato, una specie di bellezza matura, un poco gialla, un poco secca, ma diritta e altera sotto la sua cuffia nera. Gli occhi di Porthos si abbassavano furtivamente sopra questa dama, quindi a guisa di farfalla andavano vagando luogo tutta la navata. Dal canto suo, la donna, che di tempo in tempo arrossiva, lanciava, colla rapidità del lampo, un colpo d'occhio sul volubile Porthos, e tosto gli occhi di Porthos giravano col maggior furore. Era chiaro che quello era un maneggio che colpiva al vivo la donna della nera cuffia, poichè si andava mordendo le labbra fino a far sangue, si grattava la punta del naso, e si dimenava disperatamente sulla sua sedia. Porthos vedendo ciò, rialzò di nuovo i suoi baffi, allungò una seconda volta il suo pizzo, e ai mise a far dei segni ad una bella dama che stava vicino al coro, e che non solo era una bella dama, ma anche una gran dama senza dubbio, poichè aveva dietro a se un moro che le aveva portato il cuscino sul quale stava inginocchiata, ed una cameriera, che teneva una borsa con sopra un'arme ricamata, entro cui stava il libro nel quale leggeva le sue preghiere. La dama della cuffia nera seguì lo sguardo di Porthos in tutti i suoi giri, e riconobbe che si fermava sulla dama dal cuscino di velluto, dal moro e dalla cameriera. In questo mentre Porthos giuocava a giuoco chiuso: erano gli occhi che andavano socchiudendosi, le dita che si posavano sulle labbra, che si atteggiavano a piccoli sorrisi che realmente assassinavano la bella disprezzata. Così ella pronunziò ad alta voce, battendosi il petto come dicesse -mea culpa-, un hum! talmente vigoroso, che tutti, anche la dama dal cuscino rosso, si voltarono dalla sua parte. Porthos tenne fermo, egli aveva ben capito, ma finse di non avere inteso. La dama del cuscino rosso fece un grande effetto, poichè era molto bella; un grande effetto sulla dama della cuffia nera, che vide in quella una rivale veramente da temersi: un grande effetto sopra Porthos, che la ritrovò molto più giovane e più bella della dama della cuffia nera; un grande effetto sopra d'Artagnan, che riconobbe in essa la dama di Méung, di Calais e di Douvres, che il suo persecutore, l'uomo della cicatrice, aveva salutata col suo nome di milady. D'Artagnan, senza perdere di vista la dama dal cuscino rosso, continuò a seguire il maneggio di Porthos, che molto lo divertiva, credè indovinare che la dama della cuffia nera era la procuratrice della strada degli Orsi, tanto più che la chiesa di S. Leo non era molto lontana dalla detta strada. Egli indovinò allora per induzione che Porthos cercava di prendere la rivincita sulla sconfitta di Chantilly, allorchè la procuratrice si era mostrata così recalcitrante sul conto della sua corsa. Ma in mezzo a tutto questo, d'Artagnan rimarcò eziandio che neppure una signora corrispondeva alle galanterie di Porthos. Non erano che chimere ed illusioni; ma per un vero amore, per una vera gelosia vi sono forse altre realità che le illusioni e le chimere? La predica finì: la procuratrice si avanzò verso la pila; Porthos vi andò avanti, e invece di un dito v'immerse tutta la mano. La procuratrice sorrise, credendo che Porthos facesse le spese per lei; ma ella fu prontamente e crudelmente disingannata; quand'ella non fu più che a tre passi da lui, egli si rivoltò fissando inamovibilmente gli occhi sulla dama dal cuscino rosso, che si era alzata, e che si avvicinava, seguita dal suo moro e dalla sua cameriera. Allorquando la dama dal cuscino rosso fu vicino a Porthos, egli cavò la sua mano tutta grondante di acqua benedetta e la offrì alla gran dama, la bella devota toccò colla sua mano affilata la grossa mano di Porthos, fece sorridendo il segno di croce, e sortì dalla Chiesa. Questo fu troppo per la procuratrice: ella non dubitò più che questa dama e Porthos fossero in galante intelligenza. Se ella fosse stata una gran dama, si sarebbe svenuta; ma siccome non era che una procuratrice, si contentò di dire al moschettiere, con un furore concentrato: -- Ebbene! signor Porthos, voi non mi offrite neppur l'acqua benedetta? Al suono di questa voce Porthos fece un movimento di sussulto, che farebbe un uomo che si svegliasse dopo un sonno di cento anni. -- Ma.. signora!... siete veramente voi! come sta vostro marito, quel caro sig. Coquenard? È sempre così ladro come era? E dove aveva io dunque gli occhi che non vi ho neppur veduta durante le due ore che è durata la predica? -- Io era due passi da voi, signore, rispose la procuratrice, ma voi non mi avete veduta, perchè non avevate gli occhi che per la dama, alla quale avete offerta l'acqua benedetta. Porthos finse di essere imbarazzato. -- Ah! diss'egli, voi avete rimarcato... -- Bisognava esser ciechi per non vederlo. -- Oh! disse negligentemente Porthos, è una duchessa mia amica, colla quale ho gran difficoltà ad incontrarmi, a causa della gelosia di suo marito, e che mi aveva fatto prevenire che sarebbe venuta oggi, nient'altro che per vedermi, in fondo a questo quartiere perduto. -- Sig. Porthos, avreste voi la bontà d'offrirmi il vostro braccio per cinque minuti, avrei da parlarvi volentieri. -- Come dunque! disse Porthos facendo a se stesso l'occhietto come un giuocatore che ride per l'inganno che sta per fare. In questo mentre passava d'Artagnan che seguiva milady: egli gettò uno sguardo dalla parte di Porthos, e vide questo colpo d'occhio trionfante. -- Eh! eh! diss'egli a se stesso ragionando nel senso della strana morale, troppo corriva in quell'epoca, ecco uno che potrà essere equipaggiato nel tempo voluto. Porthos cedendo alla pressione del braccio della procuratrice come una barca cede al timone, giunse al chiostro di Santa Gloria, passaggio poco frequentato, e chiuso da una sbarra alle due estremità. Nel giorno non vi si vedevano che mendicanti a mangiare, e ragazzacci a giuocare. -- Ah! sig. Porthos! gridò la procuratrice, quando si fu assicurata che non poteva essere veduta da nessuno estraneo alla popolazione abituale della località: ah! signor Porthos, voi siete un gran vincitore, a quanto pare! -- Io, signora? disse Porthos pavoneggiandosi, e perchè ciò? -- E i segni di poco fa, e l'acqua benedetta? Ma è una principessa, per lo meno, questa dama col suo moro e la sua cameriera! -- Ma, voi v'ingannate, mio Dio! non è che bonariamente una duchessa. -- E il lacchè l'aspettava alla porta! è quella carrozza col cocchiere in gran livrea che l'attendeva dal suo seggio? Porthos non aveva veduto nè lacchè, nè carrozza, nè cocchiere, ma la sig. Coquenard col suo sguardo geloso aveva veduto tutto. Porthos fu dolente di non aver creata di primo colpo principessa la dama dal cuscino rosso. -- Mio Dio! in che modo gli uomini dimenticano presto! gridò la procuratrice levando gli occhi al cielo. -- Ma voi capirete, con un fisico come quello che mi ha dato la natura, non mi possono mancare avventure galanti. -- Ah voi siete l'uomo prediletto delle belle, signor Porthos, riprese con un sospiro la procuratrice, e come tutti gli altri uomini dimenticate presto una per l'altra! -- Meno presto però che le donne, mi sembra, rispose Porthos. Poichè finalmente io, signora, io posso dire che sono stato la vostra vittima, allorchè, ferito, moribondo, mi sono veduto abbandonare dai chirurgi. Io, il rampollo di una illustre famiglia, che mi era affidato alla vostra amicizia, poco è mancato che prima non moriva per le mie ferite, e in seguito per la fame in una cattiva osteria di Chantilly; e tutto ciò senza che voi vi degnaste di rispondere neppure una sola volta alle ardenti lettere che vi ho scritte. -- Ma, sig. Porthos... mormorò la procuratrice, che giudicandosi dalla condotta delle grandi dame di quell'epoca, sentiva di aver torto. -- Io che aveva sagrificato per voi la contessa de Pannaflor! -- Lo so bene. -- La baronessa de... -- Sig. Porthos, non mi opprimete. -- La contessa de... -- Sig. Porthos siate generoso! -- Avete ragione, signora, e non finirò. -- Ma è mio marito che non vuole intendere di prestare. -- Signora Coquenard, disse Porthos, ricordatevi la prima lettera che mi avete scritta, e che io conservo scolpita nella mia memoria. La procuratrice mandò un gemito. -- Ma è pure perchè la somma che domandavate in prestito era un poco troppo forte. -- Signora Coquenard, io vi dava la preferenza. Non avrei avuto che a scrivere alla duchessa de... Io non voglio dire il suo nome, perchè non so che cosa vuol dire compromettere una donna; ma ciò che io so, è che non avrei avuto che a scriverle perchè me ne mandasse mille e cinquecento. La procuratrice versò una lagrima. -- Sig. Porthos, diss'ella, io vi giuro che voi mi avete grandemente punita, e che, se in avvenire vi avreste a ritrovare in simili circostanze, non avreste che a rivolgervi a me. -- Finiamo dunque, disse Porthos come stomacato, non parliamo più di danaro, se vi piace, è una cosa umiliante per me. -- Così, voi dunque non mi amate più? disse lentamente e tristamente la procuratrice. Porthos conservò un maestoso silenzio. -- È così che voi mi rispondete? Ahimè! capisco tutto. -- Pensate all'offesa che mi avete fatta, signora, essa è rimasta qui, disse Porthos posandosi la mano sul cuore e comprimendovela fortemente. -- Io la riparerò, vediamo, mio caro Porthos! -- D'altronde che cosa vi domandava io? rispose Porthos con una stretta di spalle pieno di bonomìa, un imprestito, nient'altro. Sopra tutto io non sono un uomo irragionevole. Io so che non siete ricca, signora Coquenard, e che vostro marito è costretto e succhiare il sangue dei poveri suoi clienti per ricavarne qualche scudo. Oh! se voi foste contessa, marchesa o duchessa, allora sarebbe un altro affare, e sareste imperdonabile. La procuratrice fu punta. -- Sappiate, sig. Porthos, diss'ella, che il mio scrigno, quantunque sia lo scrigno della moglie di un procuratore, è forse meglio guernito di quello di certe principesse rovinate. -- Allora voi mi avete fatto una doppia offesa, disse Porthos sciogliendosi dal braccio della procuratrice; poichè se siete ricca, il vostro rifiuto non ha più scusa. -- Quando dico ricca, riprese la procuratrice che si accorse di essersi lasciata trasportare troppo lontano, non bisogna prendere la parola al piede della lettera. Io non sono precisamente ricca, ma ho tutti i miei comodi. -- Sentite, signora, disse Porthos, non parliamo più di tutto ciò, ve ne prego. Voi mi avete mal conosciuto; ogni simpatia è spenta fra noi. -- Ingrato che siete! -- Ah! vi consiglio di lamentarvi! disse Porthos. -- Andate dunque dalla vostra bella duchessa, io non vi trattengo più. -- Eh! non è poi così afflitta, quanto io credeva! -- Andiamo, signor Porthos, anche una volta; e sarà l'ultima: mi amate voi ancora? -- Ahimè! signora, disse Porthos col tuono il più malinconico che potesse assumere, quando noi siamo per entrare in campagna, ove tutti i miei presentimenti mi dicono che sarò ucciso... -- Oh! non dite di simili cose! gridò la procuratrice dando in singhiozzi. -- E pure qualche cosa me lo dice, continuò Porthos con una sempre maggiore malinconia. -- Dite piuttosto che avete un nuovo amore. -- No, vi parlo franco. Nessuno nuovo oggetto mi ha ancora toccato, ed anzi io sento qui, in fondo al cuore, qualche cosa che mi parla per voi. Ma, fra quindici giorni, come sapete, o forse non sapete ancora, si apre questa fatal campagna: io dunque sarò in questi orribilmente preoccupato per equipaggiarmi. Quindi, farò un viaggio presso la mia famiglia nel fondo della Bretagna, per realizzare la somma necessaria alla mia partenza. Porthos rimarcò un'ultima lotta fra l'amore e l'avarizia. -- E siccome, continuò egli, la duchessa che avete veduta in chiesa ha le sue terre vicine alle mie, così noi faremo il viaggio assieme. I viaggi, voi lo sapete, sembrano sempre meno lunghi quando si fanno in due. -- Voi dunque non avete amici a Parigi, signor Porthos? disse la procuratrice. -- Io ho creduto di averne, disse Porthos riprendendo la sua aria malinconica, ma ho veduto bene che mi sono ingannato. -- Voi ne avete, signor Porthos, voi ne avete, riprese la procuratrice in un trasporto che sorprese essa stessa, ritornate domani a casa mia. Voi siete il figlio di mia zia, per conseguenza mio cugino; voi venite da Nayon in Piccardia; voi avete molti processi a Parigi, e non avete il procuratore. Vi ricorderete tutte queste cose? -- Perfettamente, signora. -- Venite all'ora del pranzo. -- Molto bene. -- E tenete fermo davanti a mio marito che è furbo, malgrado i suoi sessantasei anni. -- Sessantasei anni! peste! la bella età! riprese Porthos. -- La grande età vorrete dire, sig. Porthos; così il povero e caro uomo può lasciarmi vedova da un momento all'altro, continuò la dama gettando uno sguardo significativo a Porthos. Fortunatamente che per contratto di matrimonio noi ci siamo fatti donazione reciproca di tutto. -- Di tutto? disse Porthos. -- Di tutto. -- Voi siete una donna di precauzioni, io lo vedo, mia cara signora Coquenard, disse Porthos stringendo teneramente la mano alla procuratrice. -- Noi dunque siamo riconciliati, caro signor Porthos. -- Per tutta la vita, replicò Porthos collo stesso tuono. -- A rivederci adunque, mio traditore. -- A rivederci, adunque mia smemorata. -- A domani, angelo mio! -- A domani, fiamma della mia vita. CAPITOLO XXX. MILADY D'Artagnan aveva seguito milady senza essere scoperto da lei; egli la vide salire nella sua carrozza e la intese dare al suo cocchiere l'ordine di andare a S. Germano. Era inutile il tentar di seguire a piedi una carrozza trasportata al trotto di due vigorosi cavalli. D'Artagnan ritornò adunque nella strada Fèrou. Nella strada di Seine incontrò Planchet che era fermo davanti la bottega di un pasticciere, e che sembrava in estasi alla vista di una -brioche- della forma la più appetitosa. Egli dette subito a Planchet l'ordine di andare alle scuderie del sig. de Tréville, e di insellare due cavalli, uno per lui, d'Artagnan, l'altro per se, Planchet, e di raggiungerlo presso Athos; il sig. de Tréville, una volta per sempre aveva messo le sue scuderie a disposizione di d'Artagnan. Planchet s'incamminò verso la strada del Colombaio, e d'Artagnan verso la strada Férou. Athos era in casa, vuotando tristamente una delle bottiglie di quei fumoso vin di Spagna che aveva riportato dal suo viaggio in Piccardia. Fece segno a Grimaud di portare un bicchiere per d'Artagnan, e Grimaud obbedì, silenzioso come d'ordinario. D'Artagnan raccontò allora ad Athos quanto era accaduto in chiesa fra Porthos e la procuratrice, e come il loro camerata era in quell'ora giù sulla via per essere probabilmente equipaggiato. -- In quanto a me, a tutto questo racconto, sono ben tranquillo, non saranno già le donne che faranno le spese del mio equipaggio. -- Eppure, bello, gentile, gran signore come voi siete, mio caro Athos, non vi sarebbero nè principesse, nè regine al sicuro dei vostri dardi amorosi. In questo momento, Planchet presentò modestamente la testa fra la porta socchiusa, e annunciò al suo padrone che i cavalli erano abbasso. -- Quali cavalli? domandò Athos. -- Due cavalli che il sig. de Tréville mi presta per la passeggiata, e coi quali voglio andare a fare un giro a S. Germano. -- E che cosa andate a fare a S. Germano? domandò Athos. Allora d'Artagnan gli raccontò l'incontro che aveva fatto in chiesa, e in che modo aveva ritrovato quella donna che, col signore dal mantello nero e dalla cicatrice sulla tempia, era la eterna sua preoccupazione. -- Vale a dire che voi siete innamorato di quella, come lo eravate della signora Bonacieux, disse Athos alzando sdegnosamente le spalle, come se avesse avuto pietà dell'umana debolezza. -- Io! niente affatto, gridò d'Artagnan. Io sono soltanto curioso di rischiarare il mistero al quale ella si attacca: non so il perchè, ma mi figuro che questa donna, per quanto sconosciuta mi sia, e per quanto io sia sconosciuto a lei, ha avuto un'azione sulla mia vita. -- Di fatto, voi avete ragione, disse Athos, io sono del vostro parere, ma non conosco una donna che valga la pena di essere cercata quando si è perduta. La signora Bonacieux è perduta, tanto peggio per lei, che ella si ritrovi. -- No, Athos, v'ingannate, disse d'Artagnan; io amo la mia povera Costanza sempre più che mai, e se sapessi il luogo ov'ella è, fosse ancora in capo al mondo, partirei per prenderla dalle mani dei suoi nemici; ma io l'ignoro, tutte le mie ricerche sono state inutili. Che volete! bisogna bene distrarsi. -- Distraetevi presso milady, mio caro d'Artagnan; io ve lo auguro di tutto cuore, se ciò può divertirvi. -- Ascoltate Athos, disse d'Artagnan, invece di restar chiuso qui come se foste agli arresti, montate a cavallo e venite meco a passeggiare a S. Germano. -- Mio caro, disse Athos, io monto i mei cavalli quando ne ho, altrimenti, vado a piedi. -- Ebbene io, disse d'Artagnan sorridendo della misantropia di Athos, che in un altro l'avrebbe certamente ferito; io sono meno orgoglioso di voi, io monto quello che trovo; così a rivederci, mio caro Athos. -- A rivederci, disse il moschettiere facendo segno a Grimaud di stappare la bottiglia che avea portata. D'Artagnan e Planchet si misero in sella, e presero la strada di S. Germano. Lungo tutta la strada ritornò allo spirito del giovane tutto quanto gli aveva detto Athos. Quantunque d'Artagnan non fosse di un carattere molto sentimentale, la bella merciaia aveva fatta una reale impressione sul suo cuore: com'egli lo diceva, era pronto di andare in capo al mondo per cercarla. Ma il mondo ha molti capi, benchè si dica che è rotondo, per cui non sapeva da qual parte voltare. Frattanto, egli era smanioso di sapere chi fosse milady. Milady aveva parlato all'uomo dal mantello nero, dunque ella lo conosceva. Ora, nello spirito di d'Artagnan, era certamente l'uomo dal mantello nero che aveva rapita la Signora Bonacieux una seconda volta, come l'aveva già rapita una prima. D'Artagnan non mentiva che per metà, e ciò è ben mentir poco, quando diceva, che mettendosi alla ricerca di milady egli si metteva nello stesso tempo alla ricerca di Costanza. Pensando in tal modo, e dando di tratto in tratto dei tocchi collo sprone al suo cavallo, d'Artagnan aveva fatta la strada, ed era giunto a S. Germano. Egli era passato davanti al padiglione in cui dieci anni dopo doveva nascere Luigi XIV, e traversava una strada molto deserta, guardando a diritta e a sinistra per vedere se ritrovava qualche traccia della sua bella Inglese, allorchè al pian terreno di una bella casa che, secondo l'uso del tempo, non aveva alcuna finestra sulla strada, vide comparire una figura di sua conoscenza. Questa figura passeggiava sopra una specie di terrazzo guernito di fiori. Planchet la riconobbe pel primo. -- Eh! signore, diss'egli indirizzandosi a d'Artagnan, non rammentate voi più quel viso che abbaia alle cornacchie? -- No, disse d'Artagnan, eppure son certo che non è la prima volta che lo vedo. -- Lo credo, per bacco! disse Planchet: è quel povero Lubin, il lacchè del conte de Wardes, quello che avete così bene accomodato un mese fa, a Calais, sulla strada che conduce alla campagna del governatore. -- Ah! si, disse d'Artagnan, ora lo riconosco. Credi tu che egli riconosca te pure? -- In fede mia, signore, egli era talmente malmenato, che dubito che abbia conservata alcuna idea molto chiara di me. -- Ebbene! va dunque a discorrere con quel servo, disse d'Artagnan, e nella conversazione informati se il suo padrone è morto. Planchet discese da cavallo, camminò diritto diritto a Lubin, che, infatti, non lo riconobbe, e i due lacchè si misero a discorrere nella maggiore intelligenza del mondo, nel mentre che d'Artagnan spingeva i due cavalli in un viottolo, e facendo il giro dietro una casa, se ne ritornava ad assistere alla conferenza nascosto da una siepe. In capo ad un istante di osservazione dietro la siepe, intese il rumore di una carrozza, e vide la carrozza di milady fermarsi d'avanti a lui. Non vi era ad ingannarsi, milady vi era dentro. D'Artagnan si nascose dietro il collo del suo cavallo, affine di poter veder tutto senza esser veduto. Milady cavò la sua graziosa testa bionda dalla portiera, e dette degli ordini alla sua cameriera. Quest'ultima, bella giovinetta di ventidue anni, svelta e vivace, vera cameriera di confidenza di una gran signora, saltò abbasso dal montatoio sul quale stava seduta, secondo l'uso del tempo, e si diresse verso il terrazzo su cui d'Artagnan aveva scoperto Lubin. D'Artagnan segui la confidente con gli occhi e la vide incamminarsi al terrazzo. Ma per caso, un ordine dall'interno aveva chiamato Lubin, di modo che Planchet era rimasto solo guardando da tutte le parti per qual via era scomparso d'Artagnan. La cameriera si avvicinò a Planchet, ch'ella prese per Lubin, e stendendogli un piccolo biglietto: -- Per il vostro padrone, diss'ella. -- Per il mio padrone? riprese Planchet meravigliato. -- Sì, e di molta premura. Prendete, fate presto. Dopo di che se ne fuggì verso la carrozza di già rivoltata dalla parte donde era venuta, si slanciò sul montatoio, e la carrozza ripartì. Planchet girò e rigirò il biglietto, quindi avvezzo all'obbedienza passiva, saltò in basso dal terrazzo, infilò dalla parte del viottolo, e incontrò dopo venti passi d'Artagnan che, avendo veduto tutto, gli veniva incontro. -- Per voi, signore, gli disse Planchet presentandogli il biglietto. -- Per me? disse d'Artagnan, sei tu ben sicuro? -- Perdinci! se ne son sicuro: la cameriera ha detto: «per il vostro padrone» io non ho altro padrone che voi, così... D'Artagnan aprì la lettera, e lesse queste parole: «Una persona che s'interessa per voi più di quello che ella può dire vorrebbe sapere in qual giorno sarete in istato di passeggiare nella foresta: domani al palazzo del campo del Drappo d'Oro un lacchè nero e rosso aspetterà la vostra risposta». -- Oh! oh! disse a se stesso d'Artagnan, ecco un'avventura un poco viva. Sembra che milady ed io siamo in pena sulla vita della stessa persona. Ebbene! Planchet, come sta questo buon signore de Wardes? egli dunque non è morto? -- No, signore, sta tanto bene quanto si può stare con quattro colpi di spada nel corpo, poichè voi, senza farvene un rimprovero, avete allungato quattro colpi a questo caro gentiluomo; egli è ancora molto debole, avendo perduto quasi tutto il suo sangue. Come vi aveva detto, signore, Lubin non mi ha riconosciuto, e mi ha raccontato dal principio alla fine la nostra avventura. -- Benissimo, Planchet, tu sei il re dei lacchè; ora rimonta a cavallo, e raggiungiamo la carrozza. Non vi volle molto; in cinque minuti si scoperse la carrozza fermata all'estremità della strada: un cavaliere riccamente vestito stava allo sportello. La conversazione fra milady e il cavaliere era talmente animata, che d'Artagnan si fermò dall'altra parte della carrozza senza che nessuno, fuori della cameriera, s'accorgesse della sua presenza. La conversazione si faceva in inglese, lingua che d'Artagnan non capiva; ma all'accento, il giovane credè indovinare che la bella Inglese era molto in collera; essa terminò con un gesto che non lasciò più alcun dubbio sulla natura di questa conversazione: fu un colpo di ventaglio applicato con tanta forza, che il piccolo arnese femminino andò in mille pezzi. Il cavaliere scoppiò in una risata che parve esasperare milady. D'Artagnan pensò che quello era il momento d'intervenire; si avvicinò all'altra portiera, e levandosi rispettosamente il cappello: -- Signora, diss'egli, mi permettete voi di offrirvi i miei servigi? mi sembra che questo cavaliere vi abbia fatto andare in collera! Dite una parola, signora, ed io m'incarico di punirlo della sua mancanza di cortesia. Alle prime parole, milady si era voltata guardando il giovane con meraviglia; e quando ebbe finito: -- Signore, diss'ella in ottimo francese, sarebbe con grandissimo piacere che io mi metterei sotto la vostra protezione, se la persona che mi ha mosso questione non fosse mio fratello. -- Oh! scusatemi allora, disse d'Artagnan, voi capirete che io lo ignorava, signora. -- Di che cosa dunque si immischia questo stornello? gridò abbassandosi all'altezza della portiera, il cavaliere che milady aveva designato come suo parente, e perchè non continua egli la sua strada? -- Siete voi uno stornello, disse d'Artagnan, abbassandosi a sua volta sul collo del cavallo, e rispondendo dalla sua parte della portiera. Io non continuo la mia strada, perchè mi piace di fermarmi qui. Il cavaliere indirizzò qualche parola in inglese a sua sorella. -- Io vi parlo francese, disse d'Artagnan, fatemi dunque il piacere, vi prego, di rispondermi nella stessa lingua. Voi siete il fratello della , 1 . 2 3 - - ? 4 5 - - ! . 6 . 7 8 - - , 9 , ! 10 11 - - ! ! , . 12 13 - - ? ' 14 . 15 16 - - , . , . 17 18 - - ? . . 19 20 - - , ' ; 21 ; 22 , . 23 24 - - ? ! , . , 25 . 26 27 - - ! 28 ' ? , , 29 . 30 31 ' ; 32 . ' , 33 . , , 34 ' ' . 35 36 . 37 ' , , . 38 ' ; 39 , 40 . 41 42 , 43 - . 44 45 - - ' . 46 47 - - ! ! ! ? . 48 49 - - ! , ' ? , ? . 50 , 51 , , 52 , . 53 : - , , . - 54 55 - - , ? . . . ' 56 . 57 58 - - . 59 , , 60 ' . 61 62 ' . 63 64 - - ' , , , 65 ; . ' , 66 , 67 . ! , ; 68 , 69 , . 70 71 , , 72 , , 73 , , . 74 , , 75 , . 76 77 - - , . ' 78 ? 79 80 - - ? . 81 82 - - , , . 83 . ! , 84 . 85 86 - - ? ' . 87 88 - - , ' , ; 89 ; ; 90 , , 91 . 92 93 - - , ' , ! 94 ! 95 96 - - , , . 97 , , 98 . 99 ; ; 100 , . 101 102 - - , , ' , 103 , 104 , 105 . 106 107 - - , , , 108 . ! , ? 109 , ' ! ? 110 ! , 111 . , 112 . 113 , ! 114 . , , ' 115 . 116 117 ' ; 118 , , 119 . 120 121 , 122 ' , 123 , , 124 . 125 , . 126 127 - - ! ! ' , , 128 : , . 129 130 - - ! ! 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