-- Io non lo conosco.
-- Ma poichè gli avete parlato, lo avete potuto vedere.
-- Ah! sono i suoi connotati quelli che mi chiedete?
-- Sì.
-- Un uomo grande, secco, bruno, baffi neri, occhio nero, e l'aspetto da
gentiluomo.
-- È lui! gridò d'Artagnan; sempre lui! sempre lui! è il mio demonio, a
quanto pare. E l'altro?
-- Quale?
-- Il piccolo.
-- Oh! quello non è un signore; ve ne garantisco; d'altronde egli
non portava la spada, e gli altri lo trattavano senza alcuna
considerazione.
-- Qualche lacchè, mormorò d'Artagnan. Ah! povera donna! chi sa che cosa
ne hanno fatto!
-- Voi mi avete promesso il secreto, disse il vecchio.
-- E vi rinnovo la mia promessa; siate tranquillo, io sono un
gentiluomo. Un gentiluomo non ha che la sua parola, ed io vi do la mia.
D'Artagnan, coll'animo spossato, riprese il cammino della barca. A
momenti egli non poteva credere che fosse la signora Bonacieux, e
sperava di rivederla all'indomani al Louvre; a momenti credeva che
avesse avuto un intrigo con qualcun altro, e che un geloso l'avesse
fatta sorprendere e rapire. Egli fluttuava, si desolava, si disperava.
-- Oh! se avessi qui i miei amici! gridava egli, almeno avrei qualche
speranza di ritrovarla; ma chi sa che cosa è avvenuto di loro stessi.
Era circa mezzanotte; trattavasi di Planchet. D'Artagnan si fece aprire
successivamente tutte le bettole nelle quali scoprì un poco di luce; in
nessuna di esse ritrovò Planchet.
Alla sesta, cominciò a riflettere che la domanda era un poco azzardosa.
D'Artagnan aveva dato appuntamento al suo lacchè per le sei della
mattina, ed in qualunque luogo egli si fosse ritirato, era nel suo
diritto.
D'altronde venne al giovane questa idea, che restando nelle vicinanze
del luogo ov'era accaduto l'avvenimento, otterrebbe forse qualche
schiarimento su questo misterioso affare. Alla sesta bettola, come
si disse, d'Artagnan dunque si fermò, chiese una bottiglia di vino
di prima qualità, si appoggiò al gomito nell'angolo il più oscuro;
e si decise di aspettare così il giorno; questa volta pure la sua
speranza fu delusa, e quantunque ascoltasse ad orecchie tese, non
sentì, in mezzo alle imprecazioni, ai lazzi ed alle ingiurie che si
andavano scambiando fra di loro gli operai, i lacchè e i birocciai
che componevano l'onorevole società di cui egli faceva parte, niente
che potesse metterlo sulle tracce della povera donna rapita. Gli fu di
necessità, dopo dì avere bevuta la sua bottiglia, tanto per ingannare
il tempo, come per non risvegliare sospetti, di cercare in un angolo la
posizione più possibilmente soddisfacente, e addormirsi o bene o male.
D'Artagnan, si sa che aveva vent'anni, e a questa età il sonno ha dei
diritti imprescrittibili che reclama imperiosamente, anche nei cuori i
più disperati.
D'Artagnan si risvegliò verso le sei ore del mattino, con quel
mal'essere che d'ordinario accompagna la punta del giorno, dopo una
cattiva notte. La sua toaletta non era lunga da farsi; si tastò per
assicurarsi che non avevano approfittato del suo sonno per rubarlo,
ed avendo ritrovato il suo diamante al suo dito, la borsa nella sua
tasca, e le sue pistole alla cintura, si alzò; pagò la sua bottiglia,
e sortì per vedere se sarebbe stato più fortunato nella ricerca del
suo lacchè la mattina, di quello che la notte. In fatti, la prima cosa
che scoperse, a traverso la nebbia umida e grigiastra, fu l'onesto
Planchet, che con i due cavalli alla mano, lo aspettava davanti una
piccola bettola oscura, innanzi la quale d'Artagnan era passato, senza
neppure sospettare della esistenza di lui.
CAPITOLO XXV.
PORTHOS
Invece di rientrare direttamente in casa sua, d'Artagnan mise piede
a terra alla porta del sig. de Tréville e montò rapidamente la scala.
Questa volta egli era deciso di raccontargli tutto quanto era accaduto.
Senza fallo gli avrebbe dati dei buoni consigli in tutto questo affare,
poi, siccome il sig. de Tréville vedeva quasi tutti i giorni la regina,
potrebbe ottenere da Sua Maestà qualche informazione sulla povera
donna, alla quale forse facevano scontare il suo attaccamento per la
sua padrona.
Il sig. de Tréville ascoltò il racconto del giovane con una gravità che
provava che egli vedeva in tutta questa avventura tutt'altra cosa che
un intrigo amoroso, quindi, quando d'Artagnan ebbe finito:
-- Hum! diss'egli, tutto ciò odora di Sua Eccellenza una lega distante.
-- Ma che fare? disse d'Artagnan.
-- Niente, assolutamente niente, a quest'ora, se non che lasciare
Parigi, come l'ho detto, ed il più presto possibile. Io vedrò la
regina, le racconterò i particolari della sparizione di questa povera
donna, ch'ella senza dubbio ignora. Questi particolari la guideranno
certamente, dal canto suo, e al vostro ritorno, forse avrò qualche
buona notizia da darvi. Restatevene sicuro su me.
D'Artagnan sapeva che quantunque Guascone, il sig. de Tréville non
aveva l'abitudine di promettere, e che, quando per caso prometteva,
manteneva più di quello che aveva promesso. Egli dunque lo salutò,
pieno di riconoscenza pel passato e per l'avvenire, ed il degno
capitano che, dal canto suo, provava un vivo interesse per questo
giovine così bravo e così risoluto, gli strinse affettuosamente la
mano, e gli augurò un buon viaggio.
Deciso di mettere in pratica i consigli del sig. de Tréville,
d'Artagnan s'incamminò verso la strada dei Fossoyeurs, affine di
vegliare ai preparativi del suo viaggio. Avvicinandosi al n. 11,
riconobbe il sig. Bonacieux in abito da mattina, in piedi sul limitare
della sua porta. Tutto ciò che gli aveva detto il giorno innanzi
Planchet sul carattere sinistro del ospite, ritornò allora al pensiero
di d'Artagnan, che lo guardò più attentamente che aveva fatto fino
allora. Infatti, oltre quel pallore giallastro e malaticcio, che indica
l'infiltrazione della bile nel sangue, e che d'altronde poteva essere
solamente accidentale, d'Artagnan rimarcò qualche cosa di perfida
ribalderia nell'attitudine delle rughe del suo viso. Un birbante non
ride nello stesso modo che un galantuomo, un ipocrita non piange nello
stesso modo che un uomo di buona fede. Ogni falsità è una maschera, e
per quanto questa maschera sia ben fatta, si giunge sempre, con un poco
d'attenzione, a distinguerla da un vero viso.
Sembrò adunque a d'Artagnan che il signor Bonacieux portasse una
maschera, e che di più questa maschera fosse delle più disaggradevoli a
vedersi.
Egli stava adunque, vinto dalla sua riputazione per questo uomo, per
passare davanti a lui senza parlargli, quando come aveva fatto il
giorno innanzi, il sig. Bonacieux lo interpellò.
-- Ebbene, giovinotto, gli disse, mi sembra che noi facciamo delle
grasse nottate? sette ore del mattino, peste! Sembra che voi rivoltiate
tutte le abitudini comuni, mentre rientrate all'ora che gli altri
sortono.
-- Non vi si potrà fare lo stesso rimprovero, mastro Bonacieux, disse
il giovine, che voi siete il modello delle persone regolate. È vero
che quando si possiede una giovane e bella sposa non si ha bisogno di
correr dietro alla fortuna: è la fortuna che viene a trovare, non è
vero sig. Bonacieux?
Bonacieux divenne pallido come un cadavere, facendo uno sconcio sorriso.
-- Ah! ah! disse Bonacieux, voi siete uno scherzoso compagno. Ma dove
diavolo siete stato a correre questa notte, mio giovane padrone? sembra
che non faccia buono nelle strade traverse.
D'Artagnan abbassò i suoi occhi verso gli stivali tutti ricoperti di
fango; ma con lo stesso movimento portò i suoi sguardi sulle scarpe
e sulle calze del merciaio: si sarebbe detto che le avesse immerse
nello stesso fango, gli uni e le altre erano macchiate di lordure
assolutamente eguali.
Allora un'idea subitanea traversò lo spirito di d'Artagnan. Quel
piccolo uomo grosso, corto, grigiastro, quella specie di lacchè,
vestito con abito scuro, trattato senza riguardi dagli uomini d'arme
che componevano la scorta, era lo stesso Bonacieux. Il marito aveva
presieduto al rapimento di sua moglie.
Venne allora a d'Artagnan una volontà terribile di saltare alla gola
del merciaio, e di strangolarlo; ma noi lo abbiamo detto, egli era un
giovane molto prudente, e perciò si contenne. Però la rivoluzione che
si era fatta nel suo viso, era stata così visibile, che Bonacieux ne
fu spaventato, e tentò di dare addietro un passo; ma egli trovavasi
precisamente davanti al battente della porta, che era chiusa, e
l'ostacolo materiale che incontrò lo sforzò di trattenersi allo stesso
posto.
-- Ma, voi che scherzate, mio bravo uomo, disse d'Artagnan, mi sembra,
che se i miei stivali hanno bisogno della spugna, le vostre calze e le
vostre scarpe abbiano bisogno della spazzola. Forse che, dal vostro
canto, voi pure avete avuto bisogno di correre la campagna, mastro
Bonacieux? Ah! diavolo! non sarebbe perdonabile ad un uomo della vostra
età, e che, di più, ha una bella moglie come la vostra.
-- Oh! mio Dio, no, disse Bonacieux, ma ieri sono stato a Saint-Mandè
per prendere delle informazioni sopra di una serva, di cui non posso
assolutamente fare a meno, e siccome le strade erano cattive, mi sono
imbrattato con questo fango, che non ho ancora avuto il tempo di fare
scomparire.
Il luogo che indicava Bonacieux, come quello che era stato la meta
della sua corsa, fu una nuova prova in appoggio dei sospetti che
aveva concepiti d'Artagnan. Bonacieux aveva detto Saint-Mandè, perchè
Saint-Mandè è il punto assolutamente opposto a Saint-Cloud.
Questa probabilità gli fu una prima consolazione. Se Bonacieux sapeva
ove era sua moglie, si potrebbe sempre, impiegando mezzi estremi,
costringere il merciaio a schiudere i denti ed a lasciare sfuggire
il segreto. Si trattava soltanto di cambiare questa probabilità in
certezza.
-- Perdono, mio caro Bonacieux, se io tratto con voi senza complimenti,
ma niente mi altera tanto, quanto il non aver dormito; io ho una sete
rabbiosa; permettetemi adunque di prendere un bicchier d'acqua in casa
vostra; voi lo sapete, ciò non si nega ad un vicino.
E senza aspettare il permesso del suo ospite, d'Artagnan entrò
prestamente in casa, e gettò un rapido colpo d'occhio sul letto. Il
letto non era stato guastato. Bonacieux non era andato a riposare.
Era dunque soltanto un'ora o due che era entrato; aveva accompagnato
sua moglie fino al luogo ove era stata condotta, o per lo meno fino al
primo cambio di cavalli.
-- Grazie, mastro Bonacieux, disse d'Artagnan vuotando il suo bicchiere,
ecco tutto ciò che io voleva da voi; ora rientro nelle mie camere, vado
a farmi spazzolare gli stivali da Planchet, e quando avrà finito, ve lo
manderò, se volete, per spazzolare le vostre scarpe.
Egli lasciò il merciaio sbalordito da questo singolare addio, e si
domandò, se erasi infilzato da se stesso.
Sull'alto della scala, trovò Planchet tutto spaventato.
-- Ah! signore, gridò il lacchè, subito che scorse il suo padrone,
eccone un'altra, e mi rincresceva che tardaste a rientrare!
-- Che c'è dunque? domandò d'Artagnan.
-- Oh! io ve la lascio indovinare in cento, ve la lascio in mille a
indovinare la visita che ho ricevuto nella vostra assenza.
-- E quando?
-- Sarà una mezz'ora, mentre voi eravate dal sig. de Tréville.
-- E chi è venuto adunque? sentiamo, parlate.
-- Il sig. de Cavois.
-- Il sig. de Cavois.
-- In persona.
-- Il capitano delle guardie di Sua Eccellenza?
-- Lui stesso.
-- Egli veniva ad arrestarmi!
-- Io ne ho dubitato, signore, e ciò malgrado la sua aria lusinghiera.
-- Aveva l'aria lusinghiera, dici tu?
-- Vale a dire, egli era tutto miele signore.
-- Davvero?
-- Egli veniva, a quando disse, per parte di sua Eccellenza, che vi vuol
molto bene, per pregarvi di seguirlo al Palazzo Reale.
-- E tu gli hai risposto?
-- Che la cosa era impossibile, attesochè voi eravate fuori di casa,
come poteva verificare.
-- Allora che cosa ha detto?
-- Che voi non manchiate nella giornata di passare da lui; quindi
ha soggiunto a bassa voce: «Dì al tuo padrone che Sua Eccellenza è
disposto benissimo in di lui favore, che la sua fortuna forse dipende
da questa visita.»
-- Il laccio è teso con poca furberia per parte del ministro, riprese
sorridendo il giovane.
-- Io pure ho veduto il laccio, ed ho risposto, che voi ne sareste
disperato al vostro ritorno.
« -- E dove è andato? chiese il signor de Cavois.
« -- A Troyes nella Champagne, ho risposto.
« -- E quando è partito?
« -- Ieri sera.
-- Planchet, amico mio, interruppe d'Artagnan tu sei veramente un uomo
prezioso.
-- Voi capirete, signore, io ho pensato che sareste sempre in tempo di
smentirmi, se voi desiderate vedere il sig. de Cavois, dicendo che non
eravate partito; in questo caso sarei io che avrei detta la bugia, e
siccome io non sono un gentiluomo, così posso mentire.
-- Assicurati, Planchet, tu conserverai la tua riputazione di uomo
veridico; fra un quarto d'ora noi partiremo.
-- Questo era il consiglio che voleva dare al signore; senza esser
troppo curioso, posso io sapere dove andremo?
-- Perdinci! dalla parte opposta a quella verso la quale tu hai detto
che io sono andato. D'altronde, non hai tu pure gran fretta di avere
notizie di Grimaud, di Mousqueton e di Bazin, come ho io di sapere ciò
che sia avvenuto di Athos, Porthos e Aramis?
-- Sì, certamente, signore, ed io partirò quando vorrete: l'aria di
provincia sarà migliore per noi, a quanto credo, in questo momento, di
quello che l'aria di Parigi. Così dunque
-- Così dunque, fa il nostro fagotto, Planchet, e partiamo; io me ne
vado avanti colle mani in saccoccia, perchè nessuno dubiti di niente,
tu mi raggiungerai alla caserma delle guardie. A proposito Planchet io
credo che tu abbia ragione sul conto del nostro padrone di casa, e che
egli sia decisamente una terribile canaglia.
-- Ah! credetemi, signore, quando vi dico qualche cosa, io sono
fisonomista: andiamo!
D'Artagnan discese pel primo nel modo che era stato convenuto;
quindi, per non avere niente a rimproverarsi, si diresse una seconda
volta verso l'abitazione dei suoi tre amici: non si era ricevuta
alcuna notizia di loro; soltanto era giunta per Aramis una lettera
tutta profumata con una soprascritta di un carattere molto elegante.
D'Artagnan se ne incaricò. Dieci minuti dopo, Planchet lo raggiunse
nelle scuderie della caserma delle guardie. D'Artagnan per non perder
tempo, aveva già da se stesso insellato il suo cavallo.
-- Sta bene, disse egli a Planchet, quando questi ebbe allacciata la
valigia; ora in sella gli altri tre cavalli e partiamo.
-- Credete voi che anderemo più presto con due cavalli per ciascuno?
domandò Planchet con la sua aria furbesca.
-- No, signor cattivo scherzatore, rispose d'Artagnan, ma coi nostri
quattro cavalli potremo riconoscere i nostri tre amici, se tutta volta
li troveremo vivi.
-- Cosa che sarà una gran combinazione, rispose Planchet; ma finalmente
non bisogna disperare della misericordia di Dio.
-- Amen, disse d'Artagnan saltando sul suo cavallo.
Ed entrambi sortirono dalla caserma delle guardie, allontanandosi
ciascuno da una parte opposta della strada; l'uno dovea sortire da
Parigi per la barriera della Villette, e l'altro dalla barriera
Montemartre, per ricongiungersi al di la di S. Dionigi: manovra
strategica, che, essendo stata eseguita con una eguale puntualità,
fu coronata dai più felici resultati. D'Artagnan e Planchet entrarono
dunque assieme a Perrefitte.
Planchet era più coraggioso, bisogna dirlo, il giorno che la notte.
Però la sua prudenza naturale non lo abbandonava un solo istante, egli
non aveva dimenticato tutti gli incidenti del primo viaggio, e riteneva
per nemici tutti quelli che incontrava sulla strada. Ne risultava che
egli aveva continuamente il cappello alla mano, cosa che gli procurava
delle severe riprensioni per parte di d'Artagnan, il quale temeva che,
mercè quest'eccesso di gentilezza, non fosse stimato il servitore di un
uomo da poco.
Però, sia che effettivamente quelli che passavano, fossero tocchi
dall'urbanità di Planchet, sia che questa volta non fosse stato
appostato nessuno sulla strada, i nostri due viaggiatori giunsero
a Chantilly senza alcun accidente, e discesero all'albergo del gran
San Martino, quello stesso nel quale si erano fermati nel loro primo
viaggio.
L'oste vedendo un giovane seguito da un lacchè con due cavalli a mano,
si avanzò rispettosamente sulla porta dell'albergo. Ora siccome aveva
già fatto undici leghe, d'Artagnan giudicò a proposito di fermarsi,
fosse o non fosse Porthos nell'albergo. Quindi fors'anche non era
prudente informarsi di primo tratto su ciò che era avvenuto del
moschettiere. Ne risultò da queste riflessioni, che d'Artagnan senza
domandare notizie di chicchessia, discese; raccomandò i suoi cavalli al
suo lacchè; entrò in una piccola camera destinata a ricever quelli che
desideravano restar soli, e domandò all'oste una bottiglia del miglior
vino, ed una colezione la più buona che fosse possibile, domanda, che
corroborò ancora la buona opinione che l'albergatore aveva fatta del
giovane viaggiatore a prima vista.
In tal guisa, d'Artagnan, fu servito con una celerità miracolosa. Il
reggimento delle guardie si reclutava fra i primi gentiluomini del
regno, e d'Artagnan, seguìto da un lacchè e viaggiando con quattro
cavalli magnifici, non poteva, ad onta della semplicità del suo
uniforme, fare a meno di ridestare sensazione. L'oste volle servirlo
da se; vedendo la qual cosa, d'Artagnan fece portare due bicchieri, e
intavolò la seguente conversazione:
-- In fede mia, mio caro albergatore, disse d'Artagnan riempiendo i
due bicchieri, io vi ho domandato del vostro miglior vino, e se voi mi
avete ingannato, sarete punito dal vostro stesso peccato, attesocchè,
siccome io detesto di bere solo, voi dovrete bere con me. Prendete
dunque questo bicchiere, e beviamo. Alla salute di chi beveremo noi,
senza ferire alcuna suscettibilità? Beviamo alla prosperità del vostro
stabilimento.
-- Vostra signoria mi fa onore, disse l'oste, ed io la ringrazio
sinceramente del suo buon augurio.
-- Ma non v'ingannate, disse d'Artagnan vi è forse più egoismo di
quello che non credete nel mio brindisi; non sono che gli stabilimenti
che prosperano quelli in cui si è ricevuti bene, negli stabilimenti
che pericolano, tutto va allo sbaraglio, e il viaggiatore è vittima
degli imbarazzi del suo albergatore; ora, io che viaggio molto, e
particolarmente su questa strada, vorrei vedere tutti gli albergatori
far fortuna.
-- Infatti, disse l'oste, non mi sembra che questa sia la prima volta
che ho l'onore di vedere il signore.
-- Bah! io sono passato almeno dieci volte, almeno tre o quattro mi sono
fermato qui da voi. Anzi io vi era ancora circa dodici giorni sono, e
serviva di guida a dei miei amici, a dei moschettieri, a tal segno che
un di essi ha avuta una disputa con uno straniero, con uno sconosciuto
che gli ha mosso non so qual contesa.
-- Ah! sì è vero! disse l'oste, e me lo ricordo perfettamente. Non è il
signor Porthos quello di cui vuol parlarmi Vostra signoria?
-- Questo è precisamente il nome del mio compagno di viaggio. Mio Dio!
mio caro oste, ditemi, gli accadde forse qualche disgrazia?
-- Ma Vostra Signoria dovè aver rimarcato che egli non ha potuto
continuare il viaggio.
-- Infatti, ci aveva promesso di raggiungerci, e noi non lo abbiamo più
veduto.
-- Ci ha fatto l'onore di restar qui.
-- Come vi ha fatto l'onore di restar qui?
-- Sì, signore, in questo albergo; anzi noi siamo inquieti.
-- E di che?
-- Di certe spese che ha fatte.
-- Ebbene! ma le spese che ha fatte le pagherà.
-- Ah! signore, voi mi mettete davvero del balsamo nel sangue. Noi
abbiamo fatto delle grandissime e forti anticipazioni, ed anche questa
mattina il chirurgo ci dichiarava che se il signor Porthos non lo
pagava, si sarebbe rivoltato contro di me, attesochè sono stato io che
l'ho mandato a chiamare.
-- Ma Porthos è dunque ferito?
-- Non saprei dirvelo, signore.
-- Come, non sapreste dirmelo? voi però dovreste esser informato meglio
di qualunque altro.
-- Sì, ma nel nostro stato noi non diciamo tutto quello che sappiamo,
signore, soprattutto quando siamo stati avvisati che le nostre orecchie
risponderanno della nostra lingua.
-- Ebbene! posso io vedere Porthos?
-- Certamente, signore. Salite la scala, montate al primo piano, battete
al n. 1, e avvisatelo soltanto che siete voi.
-- Come, che lo prevengo che sono io?
-- Sì, perchè vi potrebbe accadere qualche disgrazia.
-- E che disgrazia volete che mi accada?
-- Il signor Porthos potrebbe prendervi per qualcuno della casa, e, in
un movimento di collera, trapassarvi il corpo colla spada, o bruciarvi
le cervella.
-- Che cosa dunque gli avete fatto?
-- Noi abbiamo chiesto del danaro.
-- Ah! diavolo! capisco che questa è una domanda che Porthos, riceve
sempre male quando non ha fondi, ma io so che deve averne.
-- Questo è quanto abbiamo pensato noi pure, signore: e siccome
l'albergo è ben regolato, e noi facciamo i nostri conti una volta la
settimana, in capo ad otto giorni gli abbiamo presentato il suo conto,
ma parve che scegliessimo un cattivo momento, poichè alla prima parola
che abbiamo pronunciata sulla cosa, ci ha inviati a tutti i diavoli; è
però vero che il giorno innanzi aveva giuocato.
-- Come, egli aveva giuocato il giorno innanzi? e con chi?
-- Oh! mio Dio! chi lo sa? con un signore ch'era qui di passaggio, e al
quale aveva fatto proporre una partita.
-- E così, il disgraziato avrò certamente perduto tutto.
-- Perfino il suo cavallo, signore; perchè quando il forestiere è stato
per partire, ci siamo accorti che il suo lacchè insellava il cavallo
del sig. Porthos. Allora gli abbiamo fatto rispondere che eravamo
facchini a dubitare della parola di un gentiluomo, che avendo egli
detto che quel cavallo era suo, bisognava bene che fosse suo.
-- Io lo riconosco bene da ciò, mormorò d'Artagnan.
-- Allora, continuò l'oste, gli feci dire che dal momento che sembravamo
destinati a non intenderci sull'argomento dei pagamenti, sperava che
avrebbe almeno avuto la bontà di accordare l'onore della sua pratica al
mio confratello, il padrone dell'Aquila d'Oro; ma il signor Porthos mi
rispose che il mio albergo essendo il migliore, desiderava restarvi.
Questa risposta era troppo lusinghiera perchè io insistessi sulla
sua partenza. Mi limitai dunque a pregarlo di lasciarmi libera la
sua camera, che è la migliore del mio albergo, e che si contentasse
di un piccolo e bel gabinetto al terzo piano. Ma a questo il signor
Porthos rispose che siccome egli aspettava da un momento all'altro la
sua amica, che era una delle più grandi dame della Corte, io doveva
capire che la camera che mi faceva l'onore di abitare presso di me, era
ancora al di sotto del mediocre per una simile signora. Però mentre
riconosceva la verità di quanto egli diceva, io mi credei in dovere
d'insistere; ma, senza neppure darsi la pena d'entrare in discussioni
meco, prese una pistola, la mise sul suo tavolino da notte, e
dichiarò che alla prima parola che io gli avessi detto di uno sgombero
qualunque, all'interno o all'esterno, egli brucerebbe le cervella di
quello che fosse così imprudente per mischiarsi in una cosa che non
riguardava che lui solo. Così, da quel tempo, signore, nessuno ha messo
più piede nella sua camera fuori del suo domestico.
-- Mousqueton è dunque qui?
-- Sì, signore, cinque giorni dopo la sua partenza egli è ritornato
di molto cattivo umore per parte sua; sembrava che egli pure avesse
sofferto dei dispiaceri nel suo viaggio. Disgraziatamente esso si regge
più in piedi del suo padrone; ciò che fa pel suo padrone, costui mette
tutto sottosopra, attesochè, siccome pensa che gli potrebbe venir
negato quanto domanda, prende da per se tutto ciò di cui ha bisogno
senza domandarlo.
-- Il fatto è, rispose d'Artagnan, che ho sempre rimarcato in Mousqueton
un'affezione ed una intelligenza straordinaria.
-- Ciò è possibile, signore; ma supponete che mi accada soltanto quattro
volte all'anno di abbattermi in una simile affezione e intelligenza, ed
io sono un uomo rovinato!
-- No, perchè Porthos vi pagherà.
-- Hum! fece l'oste con un tuono di dubbio.
-- Egli è il favorito di una grandissima dama, che non lo lascerà
nell'imbarazzo per una miseria come quella che vi deve.
-- Se io osassi di dire ciò che ne penso su questo argomento...
-- E che cosa ne pensate voi?
-- Io dirò di più, ciò che ne so.
-- Ciò che voi sapete?
-- È anzi ciò di cui sono sicuro.
-- E di che cosa siete sicuro, vediamo?
-- Direi che conosco questa gran dama.
-- Voi?
-- Sì, io.
-- E come la conoscete voi?
-- Oh! signore, se credessi di potermi fidare della vostra discretezza.
-- Parlate, e, fede di gentiluomo, non avrete a pentirvi della vostra
confidenza.
-- Ebbene, signore, voi capirete, l'inquietudine fa fare molte cose.
-- E che cosa avete fatto?
-- Oh! niente d'altronde che non stia nei diritti di un creditore.
-- Ma in fine.
-- Il signor Porthos ci ha rimesso un biglietto per questa duchessa,
raccomandandoci di gettarlo alla posta. Il suo domestico non era ancor
giunto. Siccome egli non poteva lasciare la sua camera, bisognava bene
che ci incaricasse delle sue commissioni.
-- In seguito?
-- Invece di mettere la lettera alla posta, cosa che non è mai sicura,
abbiamo approfittato dell'occasione di uno dei nostri servitori che
andava a Parigi, e gli abbiamo raccomandato di rimetterla nelle proprie
mani della duchessa. Questo era un adempiere le intenzioni del signor
Porthos, che ci aveva tanto raccomandato caldamente questa lettera, non
è vero?
-- All'incirca.
-- Ebbene! signore sapete voi che cosa è questa gran dama?
-- No, ne ho inteso parlare da Porthos, e niente altro.
-- Sapete voi che cosa è questa pretesa duchessa?
-- Ve lo ripeto, io non la conosco.
-- È una vecchia procuratrice del Chàtelet, signore, chiamata la signora
Coquenard, la quale ha almeno cinquant'anni, o si dà ancora delle
pretese di gelosia. Ciò mi è sembrato tanto singolare, una duchessa che
abita nella strada degli Orsi!
-- E come sapete questo?
-- Perchè ella è montata io una gran collera ricevendo la lettera,
dicendo che il signor Porthos era molto volubile, e che era certamente
per un qualche affare di donna che aveva ricevuto questo colpo di
spada.
-- Ma dunque, egli è stato ferito.
-- Oh! mio Dio! io l'ho detto!
-- Voi avete detto che Porthos ha ricevuto un colpo di spada.
-- Si, ma egli mi aveva fortemente proibito di dirlo!
-- E perchè?
-- Diamine! signore, perchè si era vantato di perforare quello
straniero con cui lo avevate lasciato in disputa, e questo straniero
all'incontro, ad onta di tutte le sue rodomontate, l'ha steso sul
suolo. Ora siccome il signor Porthos è un uomo molto glorioso, eccetto
verso la sua duchessa, che aveva creduto di interessarla facendole il
racconto della sua avventura, non vuol confessare ad alcuno di aver
ricevuto un colpo di spada.
-- Per tal modo, è dunque un colpo dì spada che lo trattiene in letto?
-- È un colpo da maestro ancora, ve lo assicuro. Bisogna dire che il
vostro amico abbia l'anima invecchiata in corpo.
-- Voi dunque eravate presente.
-- Signore, io li aveva seguiti per curiosità, di modo che ho veduto il
combattimento senza che i combattenti abbiano veduto me.
-- E come è andata dunque?
-- Oh! l'affare non è stato lungo, ve lo garantisco. Si sono messi
in guardia, lo straniero ha fatto una finta ed è andato a fondo, e
tutto ciò con tale rapidità, che quando il signor Porthos è corso
alla parata, aveva già tre pollici di ferro nel petto. Egli è caduto
indietro. Lo straniero gli ha messo la punta della spada alla gola, ed
il signor Porthos, vedendosi alla discrezione del suo avversario, si è
confessato vinto. Dietro a ciò lo straniero gli ha chiesto il suo nome,
e sentendo che si chiamava Porthos e non d'Artagnan, gli ha offerto
il suo braccio, lo ha ricondotto all'albergo, è montato a cavallo ed è
scomparso.
-- Così, era il signor d'Artagnan che voleva questo straniero?
-- Sembra di sì.
-- E sapete voi che cosa ne sia avvenuto?
-- No, io non l'aveva mai veduto prima di quel momento, e non lo abbiamo
riveduto dipoi.
-- Benissimo, io so quanto voleva sapere. Ora voi dite che la camera di
Porthos è al primo piano, numero 1?
-- Sì, signore, la più bella dell'albergo; una camera che avrei già
avuto l'occasione d'affittare dieci volte.
-- Bah! tranquillizzatevi, disse d'Artagnan ridendo; Porthos vi pagherà
col danaro della duchessa Coquenard.
-- Oh! signore, procuratrice o duchessa, se ella rallentasse i cordoni
della sua borsa, non sarebbe niente: ma ella ha positivamente risposto
ch'era stanca delle esigenze e delle infedeltà del sig. Porthos, e che
non avrebbe mandato un soldo.
-- E avete voi data questa risposta al vostro ospite?
-- Oh! signore, noi ce ne siamo ben guardati; egli avrebbe veduto in
qual modo abbiamo adempito la sua commissione.
-- Tanto che egli aspetta sempre il danaro?
-- Oh! mio Dio! sì. Jeri pure ha scritto; ma questa volta fu il suo
domestico che mise la lettera di lui alla posta.
-- E voi dite, che la signora è vecchia e brutta?
-- Cinquant'anni almeno, signore, e niente affatto bella, a quanto
assicura Pataud.
-- In questo caso siate tranquilli, che si lascerà intenerire;
d'altronde Porthos non dovrà darvi gran cosa.
-- Come non dovrà darmi gran cosa! una ventina di doppie almeno, senza
contare il medico. Oh! egli non si priva di niente, sì vede che è
abituato a viver bene.
-- Ebbene! se la sua amica lo abbandona, egli ritroverà degli amici, io
ve ne garantisco. Così, mio caro albergatore, continuate ad avere per
lui tutti i riguardi che esige il suo stato.
-- Il signore mi ha promesso di non dire una parola sulla ferita?
-- Questa è cosa convenuta, avete, la mia parola.
-- Oh! egli mi ucciderebbe certamente!
-- Non abbiate paura, egli non è tanto diavolo quanto sembra.
E dicendo queste parole, d'Artagnan salì la scala, lasciando il suo
oste un poco più tranquillizzato sul conto delle due cose alle quali
sembrava essere molto attaccato: il suo credito e la sua vita.
In capo alla scala sulla porta la più apparente del corridoio, era
dipinto coll'inchiostro nero un gigantesco n. 1; d'Artagnan battè un
colpo, e sull'invito d'innoltrarsi che gli venne dall'interno, entrò.
Porthos era a letto, e giuocava una partita ai dadi con Mousqueton,
onde esercitare la mano nel mentre che uno spiedo carico di pernici
girava davanti al fuoco, e a ciascun angolo di questo cammino, su
due treppiedi, due cassarole da cui esalava un odore di fricassea
di conigli e di pesce alla marinara che consolava l'odorato. Inoltre
l'alto di un -secreter-, e il marmo di una -consolle- erano ricoperti
di bottiglie vuote.
Alla vista del suo amico, Porthos gettò un grido di gioia, e
Mousqueton, alzandosi rispettosamente, gli cedè il posto, e andò a
dare un colpo d'occhio alle due casserole di cui sembrava avere la
particolare ispezione.
-- Ah! perdinci! siete voi, disse Porthos a d'Artagnan con una certa
inquietudine, saprete forse ciò che mi è accaduto?
-- No.
-- L'oste non vi ha detto niente?
-- Io ho chiesto la vostra camera, e vi sono salito direttamente.
Porthos sembrò respirare più liberamente.
-- E che cosa dunque vi è accaduto, mio caro Porthos? continuò
d'Artagnan.
-- Mi è accaduto, che andando a fondo sul mio avversario, al quale aveva
già allungato tre buoni colpi di spada, e col quale voleva finirla con
un quarto, il mio piede si portò sopra una pietra, e mi sono stravolto
un ginocchio!
-- Davvero!
-- Sul mio onore. Fortunatamente per il marrano, perchè io non lo avrei
lasciato altro che morto sul terreno, ve lo garantisco.
-- E che cosa ne è avvenuto?
-- Oh! non so niente; egli ne ha avuto abbastanza, ed è partito senza
domandarmi il suo resto; ma a voi, mio caro d'Artagnan, che cosa vi è
accaduto?
-- Dimodochè, continuò d'Artagnan, è questa stravoltura, mio caro
Porthos che vi trattiene in letto?
-- Ah! mio Dio! sì ecco tutto; del resto, fra qualche giorno io sarò in
piedi.
-- Ma, perchè non vi siete fatto trasportare a Parigi? voi qui dovete
annoiarvi crudelmente!
-- Era la mia intenzione, mio caro amico, bisogna che vi dica una cosa.
-- Quale?
-- È, che siccome io mi annoiava crudelmente, così come voi dite,
e che aveva in saccoccia le settantacinque doppie che mi avevate
distribuite, per distrarmi, ho fatto salire da me un gentiluomo che era
di passaggio, e al quale ho proposto di fare una partita ai dadi. Egli
ha accettato; e, in fede mia, le mie settantacinque doppie sono passate
dalla mia saccoccia nella sua, senza contare il mio cavallo, che egli
ha portato via per giunta del contratto. Ma voi, mio caro d'Artagnan?
-- Che volete, mio caro Porthos, non si può essere privilegiati in tutti
i modi, disse d'Artagnan; voi sapete, il proverbio «disgraziato al
giuoco, fortunato in amore» voi siete troppo felice in amore, perchè il
giuoco non si vendichi; ma che importano a voi i rovesci della fortuna?
non avete voi, furbo fortunato che siete, non avete voi la vostra
duchessa che non potrà fare a meno di venire in vostro soccorso?
-- Ebbene? vedete mio caro d'Artagnan, come mi opprimono le disgrazie,
rispose Porthos coll'aria la più disinvolta; io le ho scritto
d'inviarmi una cinquantina di luigi, di cui aveva assolutamente
bisogno, vista la posizione in cui mi trovava...
-- Ebbene?
-- Ebbene! bisogna che ella sia nei suoi feudi, poichè non mi ha
risposto!
-- Davvero?
-- No. Anzi ieri le ho rinviato una seconda lettera più pressante
ancora della prima!.. Ma eccovi, mio carissimo, parliamo di voi. Io
cominciava, ve lo confesso, ad essere in una certa inquietudine sul
conto vostro.
-- Ma il vostro albergatore si conduce bene con voi, a quanto sembra,
mio caro Porthos, disse d'Artagnan, mostrando al malato le casserole,
il secreter ed il comodino pieni di bottiglie vuote.
-- Così, rispose Porthos, sono già tre o quattro giorni che
l'impertinente mi ha mostrato il suo conto, e che io misi alla porta il
suo conto e lui; dimodochè io sono qui a guisa di vincitore, in forma
di conquistatore. Per cui, voi lo vedete, temendo sempre di essere
forzato nella posizione, mi sono armato fino ai denti.
-- Però, disse ridendo d'Artagnan mi sembra che di tempo in tempo voi
facciate delle sortite.
E gli mostrava col dito le bottiglie e le casserole.
-- Non sono io, disgraziatamente, disse Porthos. Questa miserabile
stravoltura mi obbliga al letto; ma Mousqueton batte la campagna e
mi riporta i viveri. Mousqueton, amico mio, continuò Porthos, voi
vedete che giungono dei rinforzi; ci abbisognerà un supplemento alle
vettovaglie.
-- Mousqueton, disse d'Artagnan, bisognerà che voi mi facciate un
servizio.
-- Quale? signore.
-- Quello di dare la vostra ricetta a Planchet: io pure potrei trovarmi
assediato, e non sarei malcontento che egli mi facesse godere degli
stessi vantaggi di cui voi gratificate il vostro padrone.
-- Eh! mio Dio, signore, disse Mousqueton con aria modesta, non vi è
niente di più facile. Si tratta soltanto di esser destro, ecco tutto.
Io sono stato allevato alla campagna, e mio padre, nei momenti perduti,
era un poco cacciatore di contrabbando.
-- E il resto del tempo che cosa faceva?
-- Signore, egli praticava un'industria che io ho sempre trovata
avvantaggiosa.
-- E quale?
-- Siccome allora eravamo al tempo delle guerre dei cattolici contro
gli ugonotti, e che vedeva i cattolici esterminare gli ugonotti, e gli
ugonotti esterminare i cattolici, il tutto in nome della religione,
egli si era formata una credenza mista, cosa che gli permetteva di
essere ora cattolico, ora protestante. Frattanto, egli passeggiava
abitualmente colla sua carabina sulla spalla, dietro le siepi che
orlano le strade, e quando vedeva venire un cattolico solo, la
religione protestante la vinceva subito nel suo spirito, egli abbassava
la sua carabina nella direzione del viaggiatore; quindi, allorquando
egli era poco distante da lui, intavolava un dialogo che ordinariamente
finiva coll'abbandono che il viaggiatore faceva della sua borsa per
salvare la sua vita. Va senza dirlo, che allorquando vedeva venire un
ugonotto, si sentiva prendere da un zelo cattolico così ardente, che
non capiva come un quarto d'ora prima egli avesse potuto avere dei
dubbi sulla nostra religione. Poichè io, signori, sono cattolico; mio
padre, fedele ai suoi principii, aveva fatto mio fratello maggiore
ugonotto.
-- E come ha finito questo degno galantuomo? domandò d'Artagnan.
-- Oh! nel modo il più disgraziato, signore; un giorno egli si è
ritrovato preso in una strada stretta fra un ugonotto e un cattolico,
coi quali aveva avuto che fare, e che lo riconobbero tosto: dimodochè
essi si riunirono contro di lui e lo impiccarono ad un albero; quindi
vennero a vantarsi di quest'azione che avevano fatta nell'osteria del
primo villaggio, ove mio fratello ed io stavamo a bere.
-- E che faceste voi? disse d'Artagnan.
-- Noi li lasciammo dire, riprese Mousqueton, poi, siccome quando
sortirono dall'osteria presero ciascuno una strada opposta, mio
fratello si rimboscò sulla strada che dovea percorrere il cattolico,
ed io su quella del protestante. Due ore dopo tutto era finito, noi
avevamo loro fatto a ciascuno il loro affare, ammirando in ciò la
providenza di nostro padre, che aveva presa la precauzione di farci
allevare in religione diversa.
-- Infatti, come voi dite, Mousqueton, vostro padre mi sembra essere
stato un birbo molto intelligente. E voi dite dunque che nei suoi
momenti perduti egli andava alla caccia di contrabbando.
-- Sì, signore, fu lui che m'insegnò ad annodare un colletto, e a
situare una linea di fondo. Ne risulta che, allorquando io ho veduto
che il nostro impertinente oste ci nudriva con delle grossolane
vivande, buone soltanto per dei carrettieri, e che non si confacevano
a degli stomachi deboli come i nostri, mi sono rimesso un poco al mio
antico mestiere. Passeggiando così per divertimento nei boschi, ho tesi
dei colletti nei passaggi, e, mentre mi sono sdraiato sulle rive di
un lago, ho gettato le lenze nell'acqua. Dimodochè ora, grazie a Dio,
non manchiamo, come il signore se ne può assicurare, di pernici, di
conigli, di carpii, d'anguille e di tutti gli alimenti leggieri e sani,
convenienti a dei stomachi malati.
-- Ma il vino? gli disse d'Artagnan; chi fornisce il vino? è forse il
vostro albergatore?
-- Cioè, sì e no.
-- In che modo, sì e no?
-- Lo fornisce è vero; ma egli non sa di avere questo onore.
-- Spiegatevi, Mousqueton, la vostra conversazione è piena di cose
istruttive.
-- Ecco signore, ii caso ha fatto che io incontrassi nelle mie
peregrinazioni uno Spagnuolo che aveva veduti molti paesi, e fra gli
altri il nuovo mondo.
-- Che cosa ci ha che fare il nuovo mondo con le bottiglie che sono su
questo segreter e su questo comodino?
-- Pazienza, signore, ciascheduna cosa verrà a suo tempo.
-- È giusto, Mousqueton, io sono del vostro avviso, e ascolto.
-- Questo Spagnuolo avea al suo servizio un lacchè, che lo aveva
accompagnato in un suo viaggio al Messico. Questo lacchè era mio
compatriota, dimodochè noi legammo amicizia tanto più rapidamente in
quantochè vi era molta analogia fra i nostri caratteri. Noi amavamo
entrambi particolarmente la caccia, dimodochè egli mi raccontava in
che maniera nelle pianure di Pampas, gli indigeni del paese davano la
caccia alle tigri ed ai torretti con dei semplici nodi scorsoi, che
gettavano al collo di questi terribili animali. Sulle prime, io non
voleva credere che si potesse giungere a questo grado di destrezza, di
gettare a venti o trenta passi l'estremità di una corda ove si vuole,
ma dopo la pruova, bisognò ben riconoscere la verità del racconto.
Il mio amico situava una bottiglia a trenta passi, e a ciaschedun
colpo egli prendeva il collo nel nodo scorsoio. Io mi abbandonai a
questo esercizio, e siccome la natura mi ha dotato di certe facoltà,
oggi io getto il laccio tanto bene quanto un uomo del mondo nuovo.
Ebbene! capite voi ora? il nostro albergatore ha una cantina molto ben
guernita, ma non ne lascia mai la chiave; questa cantina ha soltanto
uno spiraglio, ora, da questo spiraglio, io getto il laccio, e siccome
so adesso dov'è l'angolo buono, vi do la caccia. Ecco, signore, in che
modo il nuovo mondo si trova in rapporto con le bottiglie che sono su
questo marmo e sul secreter. Ora, volete voi gustare il nostro vino? e
senza prevenzione, ci direte ciò che ne pensate.
-- Grazie, amico mio, grazie; disgraziatamente ho fatto colezione in
questo momento.
-- Ebbene! disse Porthos, prepara la tavola, Mousqueton, e mentre noi
faremo colezione, d'Artagnan ci racconterà ciò che gli è accaduto nei
dieci giorni da che ci siamo lasciati.
-- Volentieri disse d'Artagnan.
Nel mentre che Porthos e Mousqueton facevano colezione da
convalescenti, con quella cordialità che riavvicina gli uomini nelle
disgrazie, d'Artagnan raccontò in che modo Aramis ferito era stato
obbligato di fermarsi a Creve-Coeur, come aveva lasciato Athos battersi
in Amiens, fra le mani di quattro uomini che lo accusarono essere un
falso monetario, ed in che modo, egli stesso, era stato obbligato
di passare sul ventre del conte de Wardes per giungere fino in
Inghilterra.
Ma là si fermò la confidenza di d'Artagnan; egli annunziò soltanto
che al suo ritorno dalla Gran Brettagna aveva condotto seco quattro
magnifici cavalli, dei quali uno era per lui, e un altro per ciascuno
dei suoi compagni; quindi terminò annunziando a Porthos che quello che
gli era destinato era già insellato nella scuderia dell'albergatore.
In questo momento entrò Planchet: egli avvisava il suo padrone che i
cavalli erano sufficientemente riposati, e che sarebbe stato possibile
di andare a dormire a Clermont.
Siccome d'Artagnan era quasi rassicurato su Porthos, e che gli premeva
di avere le notizie degli altri due amici, stese la mano al malato,
e lo prevenne che andava a mettersi in viaggio per continuare le sue
ricerche. Del resto, siccome contava di ritornare per la stessa strada,
se, fra sette o otto giorni, Porthos era sempre all'albergo del Gran S.
Martino, lo riprenderebbe passando.
Porthos rispose che secondo tutte le probabilità, la sua stravoltura
non gli avrebbe permesso di alzarsi prima di quell'epoca. D'altronde
gli abbisognava di restare a Chantilly, per aspettare aria risposta
dalla sua duchessa.
D'Artagnan gli augurò questa risposta pronta e buona, e dopo aver
raccomandato di nuovo Porthos a Mousqueton, e pagata la sua spesa
all'oste, si rimise in viaggio con Planchet, di già sbarazzato di uno
dei suoi cavalli a mano.
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