-- Servizio di me stesso! disse d'Artagnan.
-- Ma questa che mi movete è una cattiva contesa, mi sembra.
-- Per bacco! e che cosa volete che sia?
-- Cosa desiderate?
-- Volete saperlo?
-- Certamente.
-- Ebbene! io voglio l'ordine che voi portate per potervi imbarcare,
atteso che io non l'ho, e me ne abbisogna uno.
-- Presumo che voi vogliate scherzare?
-- Io non ho scherzato mai.
-- Lasciatemi passare.
-- Voi non passerete.
-- Mio bravo giovane, io vi spaccherò la testa. Olà! Loubin, le mie
pistole.
-- Planchet, disse d'Artagnan, incaricati del servo, ch'io m'incarico
del padrone.
Planchet fatto ardito dalla prima intrapresa, saltò sopra Loubin, e
siccome era forte e vigoroso, lo rovesciò coi reni contro terra, e gli
mise un ginocchio sul petto.
-- Fate il fatto vostro, signore, io ho fatto il mio.
Vedendo questo, il gentiluomo cavò la spada e andò a fondo su
d'Artagnan; ma egli aveva un forte antagonista.
In tre secondi d'Artagnan gli caricò tre colpi di spada, dicendo a
ciaschedun colpo:
-- Uno per Athos, uno per Porthos ed uno per Aramis.
Al terzo colpo il gentiluomo cadde come un masso.
D'Artagnan lo credè morto, o per lo meno svenuto, e si avvicinò a lui
per levargli l'ordine, ma al momento in cui stendeva il braccio per
fregarlo, il ferito, che non aveva lasciata la sua spada, gli portò un
colpo di punta nel petto dicendogli:
-- Ed uno per voi.
-- Ed uno per me! all'ultimo, il buono! gridò d'Artagnan furioso,
inchiodandolo in terra con un quarto colpo di spada nel ventre.
Questa volta il gentiluomo chiuse gli occhi e si svenne.
D'Artagnan frugò nella saccoccia ove aveva veduto mettere l'ordine pel
passaggio e lo prese. Esso era a nome del conte Wardes.
Quindi gettando un ultimo sguardo sul bel giovane, che aveva appena
venticinque anni, e che lasciava là giacente, privo di sentimenti e
forse morto, mandò un sospiro su quello strano destino che conduce gli
uomini a distruggersi l'un l'altro per l'interesse di persone che loro
sono sconosciute, e che spesso non sanno nemmeno che esistono.
Ma fu ben presto tolto da queste riflessioni da Loubin, che mandava
degli urli, e chiamava con tutte le sue forze soccorso.
Planchet gli applicò la mano sulla gola, e la stringeva con tutta la
forza.
-- Signore, diss'egli, fino a che lo terrò stretto a questo modo, egli
non griderà, ne sono ben sicuro ma subito che lo lascerò ritornerà a
gridare. Io lo riconosco per un Normanno, e i Normanni sono ostinati.
In fatti per quanto fosse stretto, Loubin cercava di filare la voce e
mandare un suono.
-- Aspetta! disse d'Artagnan, e prendendo il suo fazzoletto, glielo mise
intorno alla bocca.
-- Ora, disse Planchet, leghiamolo ad un albero.
La cosa fu fatta coscienziosamente. Quindi fu tirato il conte de
Wardes vicino al suo domestico, e siccome la notte sopraggiungeva, ed
il ferito ed il legato erano a molti passi internati nel bosco, era
evidente che dovevano restar là fino all'indomani.
-- Ed ora, disse d'Artagnan, andiamo al governatore.
-- Ma voi siete ferito, mi sembra, disse Planchet.
-- Non è niente, occupiamoci del più interessante, quindi penseremo alla
mia ferita, che del resto, non mi sembra molto pericolosa.
Ed entrambi s'incamminarono a gran passi verso la campagna del degno
funzionario.
Fu annunziato il sig. conte de Wardes.
D'Artagnan fu introdotto.
-- Avete voi l'ordine firmato dal ministro? disse il governatore.
-- Sì, signore, rispose d'Artagnan; eccolo.
-- Ah! Ah! egli è in regola, ben raccomandato, disse il governatore.
-- È semplicissimo, rispose d'Artagnan, io sono uno dei suoi più fedeli.
-- Sembra che sua Eccellenza voglia impedire a qualcuno di passare in
Inghilterra?
-- Sì, ad un certo d'Artagnan, un gentiluomo bearnese che è partito da
Parigi con tre de' suoi amici con l'intenzione di trasferirsi a Londra.
-- Lo conoscete voi personalmente? domandò il governatore.
-- Chi?
-- Questo d'Artagnan.
-- A meraviglia.
-- Datemi i suoi connotati.
-- Niente di più facile.
E d'Artagnan uno per uno descrisse tutti i connotati del conte de
Wardes.
-- È egli accompagnato? domandò il governatore.
-- Sì, da un cameriere chiamato Loubin.
-- Si veglierà sopra essi, e se si giunge a metter loro le mani addosso,
Sua Eccellenza può restar tranquilla; essi saranno ricondotti a Parigi
sotto buona scorta.
-- E agendo così, signor governatore, disse d'Artagnan, voi diventerete
benemerito del ministro.
-- Lo rivedrete voi al vostro ritorno, signor conte?
-- Senza alcun dubbio.
-- Ditegli, vi prego, che io sono un suo vero servitore.
-- Io non mancherò.
E contento di questa assicurazione, il governatore fece il visto al
lascia-passare, e lo rimise a d'Artagnan.
D'Artagnan non perdè tempo in inutili complimenti, salutò il
governatore, lo ringraziò e partì.
Una volta fuori, egli e Planchet presero la corsa, e, facendo un lungo
giro, evitarono il bosco e rientrarono per un'altra porta.
Il bastimento era sempre pronto a partire; il padrone aspettava sul
porto.
-- Ebbene? diss'egli scorgendo d'Artagnan.
-- Ecco il mio lascia-passare col suo visto, disse questi.
-- E quell'altro gentiluomo?
-- Egli non partirà per oggi, disse d'Artagnan; ma siate tranquillo, io
pagherò il passaggio per noi due.
-- In questo caso, partiamo, disse il padrone.
-- Partiamo, ripetè d'Artagnan.
Ed egli con Planchet saltò nella lancia; cinque minuti dopo essi erano
a bordo.
Ed era tempo; non avevano fatto mezza lega in mare, che d'Artagnan vide
brillare une luce e intese una detonazione.
Era il colpo del cannone che annunziava la chiusura del porto.
Venne tempo di occuparsi della sua ferita, fortunatamente, come lo
aveva pensato d'Artagnan, non era affatto pericolosa; la punta della
spada aveva incontrata una costa e aveva strisciato lungo l'osso; di
più la camicia si era subito attaccata alla carne e appena aveva sparso
qualche goccia di sangue.
D'Artagnan era spossato dalla fatica: gli fu steso una materassa sul
ponte, vi si gettò sopra e si addormì.
L'indomani alla punta del giorno egli si ritrovò a tre o quattro leghe
soltanto dalle coste d'Inghilterra; la brezza era stata debole tutta la
notte e avevano potuto camminare.
A due ore il bastimento gettava l'ancora nel porto di Douvres.
A due ore e mezzo d'Artagnan metteva piede sul suolo d'Inghilterra,
gridando:
-- Finalmente eccomi qui!
Ma questo non era il tutto, bisognava giungere a Londra. In Inghilterra
la posta era ben servita. D'Artagnan e Planchet presero ciascuno un
polledro; un postiglione corse davanti a loro; in quattro ore essi
giunsero alle porte della capitale.
D'Artagnan non conosceva Londra; d'Artagnan non sapeva una parola
d'inglese, ma egli scrisse il nome di Buckingham sopra un pezzo di
carta e ciascuno gli sapeva indicare il palazzo del duca.
Il duca era alla caccia a Windsor col re.
D'Artagnan domandò il cameriere di confidenza del duca, che avendolo
accompagnato in tutti i suoi viaggi, parlava perfettamente il francese:
gli disse che giungeva da Parigi per affare in cui trattavasi della
vita o della morte, e che abbisognava che parlasse sull'istante col suo
padrone.
La confidenza con la quale parlava d'Artagnan convinse Patrizio, che
questo era il nome di questo ministro. Egli fece insellare due cavalli
e s'incaricò di condurre la giovane guardia. In quanto a Planchet era
stato tolto dalla sua cavalcatura intirizzito come un giunco. Il povero
servitore era al termine delle sue forze; d'Artagnan sembrava di ferro.
Si giunse al castello, e si chiesero le informazioni: il re e
Buckingham erano alla caccia del falcone nelle paludi poste a tre leghe
di là.
In venti minuti furono al luogo indicato. Ben presto Patrizio intese la
voce del suo padrone che chiamava il suo falcone.
-- Chi debbo io annunziare a milord duca? domandò Patrizio.
-- Quel giovane che una sera gli mosse contesa sul Ponte Nuovo, in
faccia alla Samaritana.
-- Questa è una singolare raccomandazione!
-- Voi vedrete che ella vale quanto un'altra.
Patrizio mise il suo cavallo al galoppo, raggiunse il duca, e gli
annunziò, nei termini che abbiamo detto, che un messaggiero lo
aspettava. Buckingham riconobbe d'Artagnan sull'istante, e dubitando
che accadesse qualche cosa in Francia, di cui gli si faceva pervenire
la notizia, egli non prese che il tempo di domandare ove era quello che
portava, e avendo riconosciuto da lontano l'uniforme delle guardie,
mise il suo cavallo al galoppo, e venne direttamente incontro a
d'Artagnan. Patrizio per discrezione si tenne in disparte.
-- Non è già accaduta nessuna disgrazia alla regina, gridò Buckingham,
esponendo tutto il suo pensiero, e tutto il suo amore in questa
interrogazione.
-- Io non lo credo; però credo che ella corra qualche gran pericolo, da
cui Vostra Grazia soltanto può toglierla.
-- Io? gridò Buckingham. E che! sarei io tanto felice per esserle buono
a qualche cosa? parlate! parlate!
-- Prendete questa lettera, disse d'Artagnan.
-- Questa lettera? e chi mi manda questa lettera?
-- Sua Maestà, a quanto credo.
-- Sua Maestà! disse Buckingham impallidendo in modo che d'Artagnan
temette che fosse per sentirsi male.
E ruppe il sigillo.
-- E che cosa è questo strappo? disse egli mostrando a d'Artagnan un
punto in cui era forata a giorno.
-- Ah! ah! disse d'Artagnan, una sgraffiatura.
-- Giusto cielo! che leggo! gridò il duca. Patrizio resta qui, o
piuttosto raggiungi il re ovunque ei sia, e dì a Sua Maestà che io
lo supplico umilmente a scusarmi; ma che un affare della più alta
importanza mi chiama a Londra. Venite, signore, venite.
Ed entrambi ripresero al galoppo la strada della capitale.
CAPITOLO XXI.
LA CONTESSA DI WINTER
Lungo tutta la strada, il duca si fece mettere al corrente da
d'Artagnan, non di tutto ciò che era accaduto, ma di tutto ciò che
d'Artagnan sapeva. Ravvicinando tutto che sentiva sortire dalla bocca
del giovane colle sue rimembranze, potè farsi un'idea abbastanza esatta
di una posizione, sulla gravità della quale del resto la lettera della
regina, per quanto corta ed esplicita fosse, gli dava la misura. Ma
ciò che soprattutto io maravigliava, era che il ministro, interessato
grandemente che questo giovane non mettesse piede in Inghilterra, non
fosse giunto a fermarlo sulla via. Fu allora dietro la manifestazione
di questa meraviglia, che d'Artagnan gli raccontò le prese precauzioni,
e come, mercè la divozione, dei suoi tre amici, che aveva sparsi
insanguinati sulla strada, egli era giunto a esserne sortito con un
sol colpo di spada, che aveva trapassato il biglietto della regina,
e che aveva reso al sig. Wardes con una così terribile moneta. Mentre
ascoltava questo racconto fatto con la più grande semplicità, il duca
guardava di tratto in tratto il giovane con aria meravigliata, come
se non avesse potuto comprendere in che modo tanta prudenza, tanto
coraggio e tanta devozione potessero collegarsi con un viso che non
indicava ancora venti anni.
I cavalli andavano come il vento, e in pochi minuti furono alle porte
di Londra. D'Artagnan aveva creduto che, entrando nella città, il duca
avrebbe rallentato la corsa del suo, ma non andò così; egli continuò
la strada di gran carriera, poco inquietandosi di rovesciare quelli
che incontrava nel suo passaggio. Infatti, traversando la città,
accaddero due o tre accidenti di questo genere, ma Buckingham non voltò
nemmeno la testa per guardare che cosa era accaduto a quelli che aveva
cacciati sottosopra. D'Artagnan lo seguiva in mezzo a certe grida che
rassomigliavano molto a maledizioni.
Entrando nel cortile del palazzo, Buckingham saltò da cavallo, e senza
inquietarsi di ciò che poterà avvenire di lui, gli gettò le briglie sul
collo, e si slanciò sulla scalinata. D'Artagnan fece altrettanto con un
poco più d'esitanza per questi nobili animali, di cui egli aveva potuto
apprezzare il merito; ma egli ebbe la consolazione di vedere che tre
o quattro camerieri si slanciavano dalle cucine e dalle scuderie, e si
impadronivano tosto delle loro cavalcature.
Il duca camminava così rapidamente, che d'Artagnan appena lo poteva
seguire. Egli traversò successivamente diversi saloni di una tale
eleganza, che i più gran signori di Francia non ne avevano neppure
un'idea, e giunse finalmente in una camera da dormire che era un
miracolo di buon gusto ad un tempo e di ricchezza. Nell'alcova di
questa camera, era una porta nascosta sotto la tappezzeria, che il duca
aprì con una piccola chiave d'oro, che egli portava al collo, sospesa
ad una catena dello stesso metallo. D'Artagnan per delicatezza era
rimasto indietro, al momento in cui Buckingham oltrepassava il limitare
di questa porta, egli si voltò, e vedendo l'esitazione del giovane:
-- Venite, gli disse, e se voi avrete la felicità di essere ammesso alla
presenza di Sua Maestà, le direte ciò che avete veduto.
Incoraggiato da questo invito, d'Artagnan seguì il duca che chiuse la
porta dietro a lui.
Allora tutti e due sì trovarono in un piccolo gabinetto tappezzato di
seta di Persia e broccato d'oro. Al disotto di un magnifico baldacchino
sormontato dalla corona reale e da piume bianche e rosse, stava
il ritratto di Anna regina di Francia, grande al naturale, e così
perfettamente rassomigliante, che d'Artagnan mandò un grido di sorpresa
nello scorgerlo; si sarebbe detto che la regina stava per parlare.
Sotto il ritratto, e sopra un dado ricoperto con magnificenza, era il
bauletto che racchiudeva i puntali di diamanti.
Il duca si avvicinò con quel rispetto e divozione, che avrebbe usata
per cosa santa, quindi aprì il bauletto.
-- Prendete, gli disse, cavando da quello un grosso nastro di fettuccia
blu tutta risplendente di diamanti, prendete ecco questi preziosi
puntali, coi quali aveva fatto giuramento di essere sepolto. La regina
me li aveva dati, me li prende, sia fatta la sua volontà in tutte le
cose.
Quindi si mise a baciare gli uni dopo gli altri questi puntali da cui
stava per separarsi per sempre. Ad un tratto mandò un grido terribile.
-- Che avviene? domandò d'Artagnan con inquietudine, e che vi accadde,
milord?
-- Vi è che tutto è perduto! gridò Buckingham diventando pallido come un
cadavere; mancano due di questi puntali, non ve ne sono più che dieci.
-- Milord gli ha forse perduti, o crede che gli sieno stati rubati?
-- Mi sono stati rubati, riprese il duca, ed è il ministro che ha fatto
fare il colpo. Osservate, guardate la fettuccia che li sosteneva, che è
stata tagliata con le forbici.
-- Se milord potesse sospettare chi ha commesso il furto... forse la
persona gli ha ancora fra le mani.
-- Aspettate, aspettate! gridò il duca. La sola volta che io ho messo
questi puntali è stato ai ballo del re à Windsor, otto giorni or sono.
La contessa de Winter, con la quale era in collera, mi si è accostata
in questo ballo. Questo accomodamento è stato una vendetta di donna
gelosa. Da quel giorno io non l'ho più riveduta. Questa donna è una
agente del ministro.
-- Ve ne sono dunque in tutto il mondo? gridò d'Artagnan.
-- Oh! sì, sì, disse Buckingham stringendo i denti per la collera; sì, è
un terribile competitore. Ma frattanto, quando avrà luogo questo ballo?
-- Lunedì prossimo.
-- Lunedì prossimo! cinque giorni ancora? vi è più tempo di quello che
ci abbisogna. Patrizio! gridò il duca aprendo la porta di questa specie
di santuario, Patrizio!
Il suo cameriere di confidenza comparve.
-- Il mio gioielliere e il mio segretario!
Il cameriere sortì con una prontezza ed un silenzio che provavano
l'abitudine che egli aveva contratta di obbedire ciecamente e senza
replica.
Ma quantunque fosse stato il gioielliere il primo chiamato, il primo a
comparire fu il segretario.
Era naturale, egli abitava nel palazzo. Trovò Buckingham assiso davanti
una tavola nella sua camera da dormire, che scriveva alcuni ordini di
sua propria mano.
-- Sig. Jackson, gli disse, portatevi sul momento dal Lord-Cancelliere,
e ditegli che io lo incarico della pronta esecuzione di questi ordini.
Io desidero che sieno promulgati nell'istante medesimo.
-- Ma, mio signore, se il Lord-Cancelliere mi interroga sui motivi che
possono avere indotto Vostra Grazia ad una misura così straordinaria,
che cosa risponderò io?
-- Che tale è stata la mia volontà, e che io non rendo conto a nessuno
della mia volontà.
-- Dovrà esser questa la risposta da trasmettersi anche a Sua Maestà,
riprese sorridendo il segretario, se per caso Sua Maestà avesse la
curiosità di sapere perchè nessun vascello può più sortire dai porti
della Gran Brettagna?
-- Voi avete ragione, signore, riprese Buckingham, in questo caso egli
dirà al re che io ho deciso la guerra, e che questa misura è il primo
atto di ostilità contro la Francia.
Il segretario s'inchinò e partì.
-- Per questo lato eccoci tranquilli, disse Buckingham voltandosi verso
d'Artagnan. Se i puntali non sono già partiti per la Francia essi non
vi arriveranno che dopo di voi.
-- In che modo?
-- In questo momento ho dato la proibizione a tutti i bastimenti che
si trovano nei porti di Sua maestà di partire senza un particolare
permesso, e neppure un solo avrà il coraggio di alzare l'ancora.
D'Artagnan guardò con stupore quest'uomo che impiegava nel servizio
dei suoi amori tutto l'illimitato potere di cui era rivestito dalla
confidenza del re. Buckingham vide, dalla espressione della fisonomia
del giovane, ciò che passava nel di lui pensiero, e sorrise.
-- Si, disse egli, sì, è Anna la mia vera regina, per una di lei parola
io tradirei il mio paese, tradirei il mio re. Ella mi ha domandato di
non mandare ai protestanti della Rochelle i soccorsi che io aveva loro
promessi, ed io l'ho fatto. Io manco alla mia parola, ma non importa,
obbedisco al suo desiderio, ma sono stato pagato largamente della mia
obbedienza, alla quale devo il suo ritratto.
D'Artagnan ammirò quel debole filo e qualche volta sconosciuto, dal
quale dipendono i destini di un popolo e la vita degli uomini.
Egli era nel più profondo di queste riflessioni allorquando entrò il
gioielliere: questi era un Irlandese dei più abili nell'arte sua, e che
confessava egli stesso di guadagnare seimila lire all'anno col duca de
Buckingham.
-- Signor O'Reilly, gli disse il duca conducendolo nel gabinetto,
guardate questi puntali di diamanti, e dite quanto costano l'uno.
L'orefice gettò un colpo d'occhio sul modo elegante con cui erano
legati, calcolò l'uno per l'altro il valore dei diamanti, e senza
alcuna esitazione:
-- Mille e cinquecento doppie l'uno, milord, rispose egli.
-- Quanti giorni ci vogliono per far due puntali come questi? vedete ne
mancano due.
-- Otto giorni, milord.
-- Io li pagherò tremila doppie l'uno, ma mi abbisognano per dopo domani.
-- Milord li avrà.
-- Voi siete un uomo prezioso, sig. O'Reilly, ma questo non è tutto,
questi puntali non possono essere confidati ad alcuno, bisogna quindi
che sieno fatti nel mio palazzo.
-- Impossibile, milord, non vi sono che io che li possa fare in modo da
non accorgersi della differenza tra i nuovi ed i vecchi.
-- Così, mio caro sig. O'Reilly, voi siete mio prigioniero, e da
quest'ora, quando anche voleste sortire dal mio palazzo non lo potreste
più! adattatevi adunque. Nominatemi quelli fra i vostri garzoni di cui
avete bisogno, e ditemi gli utensili che vi devono portare.
Il gioielliere conoscendo il duca, sapeva che era inutile ogni
osservazione, si adattò quindi fino da quel momento alla sua
situazione.
-- Mi sarà permesso di avvertire mia moglie? domandò egli.
-- Sì, e vi sarà anche permesso di vederla, mio caro sig. O'Reilly; la
vostra prigionia sarà dolce, e siccome ogni incomodo vuole un compenso,
così, ecco un buono di mille doppie, oltre il prezzo dei puntali, per
farvi dimenticare la noia che vi procuro.
D'Artagnan non poteva rimettersi dalla sorpresa che gli cagionava
questo ministro, che rimescolava a piene mani uomini e milioni.
In quanto all'orefice, scriveva a sua moglie inviandole il buono
di mille doppie, e incaricandola in contracambio d'inviargli il suo
miglior giovane di negozio e un assortimento di diamanti di cui le
indicava il peso ed il titolo, e una lista d'utensili che gli erano
necessari.
Buckingham condusse l'orefice nella camera che gli venne destinata, e
che in capo ad una mezz'ora fu trasformata in un'officina. Mise quindi
una sentinella a ciascheduna porta, con proibizione di lasciare entrare
chi che siasi, ad eccezione del suo cameriere Patrizio. È superfluo
l'aggiungere ch'era assolutamente proibito all'orefice ed al suo
lavorante di sortire sotto alcun pretesto.
Regolata questa bisogna, il duca ritornò a d'Artagnan.
-- Ora, mio giovane amico, gli disse, l'Inghilterra è vostra; che
volete, che desiderate?
-- Un letto, rispose d'Artagnan; ciò è pel momento, ve lo confesso, la
cosa di cui ho maggiore bisogno.
Buckingham assegnò a d'Artagnan una camera attigua alla sua. Egli
voleva conservare il giovane presso di sè, non già perchè diffidasse di
lui, ma perchè desiderava aver qualcuno con cui parlare incessantemente
della regina.
Un'ora dopo fu promulgato in Londra l'ordine di non lasciar sortire
dai porti nessun bastimento diretto per la Francia, e neppure il
-pacchebotto- delle lettere. Agli occhi di tutti, questa era una
dichiarazione di guerra fra i due regni.
Il giorno dopo, a undici ore, i due puntali di diamanti erano
compiuti ed imitati così esattamente, e così perfettamente uguali, che
Buckingham non potè distinguere i nuovi dai vecchi, e che vi sarebbero
rimasti ingannati anche i più esercitati in simili materie.
Egli fece subito chiamare d'Artagnan.
-- Prendete, gli disse, ecco i puntali di diamanti che siete venuto a
domandarmi, e siate mio testimonio, che io ho fatto tutto quel che il
potere umano poteva fare.
-- Siate tranquillo, milord; io dirò quello che ho veduto; ma Vostra
Grazia mi consegua i puntali senza il bauletto?
-- Il bauletto vi sarebbe d'impiccio; d'altronde il bauletto mi è tanto
più prezioso in quanto che non mi rimane altro. Voi direte che l'ho
conservato.
-- Eseguirò la vostra commissione parola per parola.
-- Ed ora, rispose Buckingham guardando fissamente il giovane, in qual
modo mi appareggerò con voi?
D'Artagnan arrossì fino al bianco degli occhi. Vide che il duca cercava
un mezzo di fargli accettare qualche cosa, e l'idea che il suo sangue
e quello dei suoi compagni gli venisse pagato dall'oro inglese, gli
ripugnava in un modo straordinario.
-- Intendiamoci bene, milord, riprese d'Artagnan, e pensiamo bene alle
cose avanti, affinchè poi non si abbia a dar luogo al disprezzo. Io
sono al servizio del re e della regina di Francia, e faccio parte
della compagnia delle guardie del conte des Essarts, che unitamente a
suo cognato, il conte de Tréville, sono in particolar modo attaccati
alle Loro Maestà. Tutto quello che ho fatto fu per la regina, e niente
affatto fu per Vostra Grazia. Vi è ancor più, ed è che forse non avrei
fatto niente di tutto questo se non si fosse trattato di rendermi
aggradito ad una tale, che è la mia dama, nello stesso modo che la
regina è la vostra.
-- Sì, disse il duca sorridendo, e credo ancora di conoscere chi è
questa tale, ella è...
-- Milord, io non l'ho nominata, interruppe con vivacità il giovane.
-- È giusto disse il duca. È dunque a questa persona, che io debbo
essere riconoscente del vostro interessamento?
-- Voi lo diceste, milord, poichè precisamente, in questo momento che
si tratta della guerra, vi confesso, che nella Vostra Grazia io non
vedo che un Inglese, e per conseguenza un nemico, che sarei ben molto
più contento d'incontrarvi sul campo di battaglia che nei corridoi del
Louvre, e nel parco di Windsor: ciò però, del rimanente, non m'impedirà
di eseguire a puntino la mia missione e di farmi ammazzare, se
abbisogna, per compierla; ma, lo ripeto a Vostra Grazia, senza ch'ella
abbia personalmente a ringraziarmi di ciò, più di quello che io faccio
per me in questo secondo incontro, che di ciò che già feci per lei nel
primo.
-- Noi diciamo: «fiero come uno Scozzese» mormorò Buckingham.
-- E noi diciamo: «fiero come un Guascone» rispose d'Artagnan. I
Guasconi sono gli Scozzesi della Francia.
D'Artagnan salutò il duca e si dispose a partire.
-- Ebbene voi ve ne andate così e per dove? e come?
-- È vero.
-- Diamine! i Francesi non dubitano di niente?
-- Aveva dimenticato che l'Inghilterra è un'isola, e che voi ne siete il
re.
-- Andate al porto, domandate del brich il Juno, consegnate questa
lettera al capitano; egli vi condurrà in un piccolo porto, ove
certamente non siete aspettato, ed ordinariamente non approdano che
piccoli legni pescherecci.
-- E questo si chiama?
-- San Valerio; ma aspettate: giunto là, voi entrerete in un cattivo
albergo senza nome, e senza insegna, una vera bettola da marinari, voi
non potete sbagliare, non ve n'è che una.
-- Quindi?
-- Voi direte all'oste: -forward-.
-- Che vuol dire?
-- -In avanti-: è la parola d'ordine. Egli vi darà un cavallo insellato,
e v'indicherà la strada che dovete tenere. In tal modo voi ritroverete
quattro ricambi lungo la via. Se a ciascheduno d'essi volete lasciare
il vostro indirizzo di Parigi, i quattro cavalli vi seguiranno; voi ne
conoscete già due, e mi è sembrato che li abbiate saputi apprezzare
come amatore; sono quelli che montavamo: credete a me, gli altri non
sono a loro inferiori. Questi quattro cavalli sono bardati da campagna.
Per quanto siate fiero, non rifiuterete d'accettarne uno, e di fare
accettare gli altri tre ai vostri tre compagni; questi saranno per
farci la guerra. Il fine scusa i mezzi, come dite voi altri Francesi,
non è vero?
-- Si milord, io accetto, disse d'Artagnan, e se piace a Dio, noi faremo
buon uso del vostro regalo.
-- Ora, la vostra mano, giovinetto; ben presto noi torneremo ad
incontrarci sul campo di battaglia; ma frattanto, noi ci lasciamo buoni
amici, lo spero.
-- Sì, milord, ma colla speranza di divenir nemici ben presto.
-- Siate tranquillo, io ve lo prometto.
-- Io conto sulla vostra parola, milord.
D'Artagnan salutò il duca, e si diresse prontamente verso il porto.
Dirimpetto alla Torre di Londra egli ritrovò l'indicato bastimento
rimise la sua lettera al capitano che la fece vidimare dal governatore
del porto, e mise tosto alla vela.
Cinquanta bastimenti erano di partenza e aspettavano.
Nel passare vicino ad un di essi, d'Artagnan credè riconoscere la donna
di Méung, quella stessa che lo sconosciuto gentiluomo aveva chiamata
Milady, che egli, d'Artagnan, aveva ritrovata così bella, ma mercè la
corrente del fiume, e il buon vento che spirava, il suo naviglio andava
così presto che in capo a pochi istanti non fu più alle viste.
Il giorno dopo, verso le nove del mattino fu approdato a S. Valerio.
D'Artagnan si diresse sull'istante verso l'albergo indicato, e lo
riconobbe alle grida che ne sortivano: si parlava della guerra tra
l'Inghilterra e la Francia, come di una cosa vicina e indubitata, e i
marinari gaudenti facevano gozzoviglia.
D'Artagnan trapassò la folla, si avanzò verso l'oste, e pronunciò la
parola -forward-. Sull'istante l'oste gli fece segno di seguirlo, sortì
con lui da una porta che dava nel cortile, lo condusse nella scuderia,
ove lo aspettava un cavallo già insellato, e gli domandò se aveva
bisogno di qualche altra cosa.
-- Ho bisogno di conoscere la strada che devo seguire, disse d'Artagnan.
-- Andate di qua a Blangy e da Blangy a Neufchatel. A Neufchatel entrate
nell'albergo dell'Orsa d'Oro, date la parola d'ordine all'oste e voi
troverete come qui un cavallo insellato.
-- Debbo io pagare qualche cosa? domandò d'Artagnan.
-- Tutto è pagato, disse l'oste, e largamente. Andate adunque e che Dio
vi accompagni.
-- Amen, rispose il giovane partendo al galoppo.
Quattr'ore dopo era a Neufchatel.
Egli seguì strettamente le istruzioni ricevute; a Neufchatel, come
a San Valerio, trovò un cavallo insellato che lo aspettava; volle
trasportare le pistole dalla sella che lasciava a quella su cui
montava, ma i fondi erano già provvisti di eguali pistole.
-- Il vostro indirizzo a Parigi?
-- Caserma delle guardie, compagnia des Essarts.
-- Bene, rispose questi.
-- Che strada devo prendere? domandò a sua volta d'Artagnan.
-- Quella di Rouen; ma voi lascerete la città sulla vostra destra. Voi
vi fermerete nel piccolo villaggio d'Econes, non vi è che un albergo,
lo Scudo di Francia. Non lo giudicate dall'apparenza; esso avrà nelle
sue scuderie un cavallo uguale a questo.
-- La stessa parola d'ordine?
-- Esattamente.
-- Addio, padrone.
-- Buon viaggio, mio gentiluomo. Avete voi bisogno di qualche cosa?
D'Artagnan fece segno con la testa di no e riprese la sua strada
di tutta carriera. A Econes si ripetè la stessa scena: ritrovò un
oste egualmente gentile, un cavallo fresco e riposato, lasciò il
suo indirizzo come aveva fatto, e ripartì colla stessa velocità per
Pontoise. A Pontoise; cambiò per l'ultima volta di cavallo e a nove ore
entrò di galoppo nel cortile del palazzo del sig. de Tréville.
Egli aveva fatto quasi sessanta leghe in dodici ore.
Il signor de Tréville lo ricevette come se in quella mattina lo avesse
già veduto; soltanto nello stringergli la mano un poco più fortemente
dell'ordinario, gli annunziò che la compagnia del sig. des Essarts, era
di guardia al Louvre e che egli poteva andare al suo posto.
CAPITOLO XXII.
IL BALLO DELLA MERLAISON
L'indomani non vi era altro discorso in tutta Parigi che del ballo che
i signori consoli della città davano al re e alla regina, e nel quale
le Loro Maestà dovevano danzare il famoso ballo della -merlaison-, che
era il ballo prediletto del re.
Da otto giorni si facevano tutti i preparativi nel palazzo della città
per questa solenne serata. I falegnami della città avevano innalzato
dei palchetti sui quali dovevano rimanere le dame invitate; lo
speziale della città aveva somministrato dugento torce di cera bianca
per guernire le sale, cosa che per l'epoca era un lusso inaudito;
finalmente venti violini erano stati avvisati, e il prezzo che loro
veniva accordato era il doppio dell'ordinario, attesochè, dice il
rapporto, essi dovevano suonare tutta la notte.
Alle dieci ore del mattino il sig. della Coste, portabandiera delle
guardie del re, seguito da due caporali e da diversi arcieri del corpo,
andò a chiedere al cancelliere della città, chiamato Clemente, tutte le
chiavi delle porte, delle camere, e degli uffizii della città; ciascuna
di esse portava un bigliettino che doveva servire a farla riconoscere,
e da quel momento il signor della Coste fu incaricato sulla guardia di
tutte le porte e di tutte le entrate.
A undici ore venne a sua volta Hallier, capitano delle guardie
conducendo seco una cinquantina di arcieri, che ripartirono subito nel
palazzo della città ai posti che loro vennero indicati.
A tre ore giunsero due compagnie delle guardie, l'una francese e
l'altra svizzera. La compagnia delle guardie francesi era composta,
metà di uomini del sig. Hallier, e metà di uomini del sig. des Essarts.
A sei ore della sera, cominciarono a entrare gli invitati. A misura che
essi entravano, erano disposti nella gran sala sui palchetti preparati.
A nove ore giunse la signora prima-presidente. Siccome essa era, dopo
la regina, la più ragguardevole della festa, fu ricevuta dai signori
della città e situata nel palco dirimpetto a quello che doveva occupare
la regina.
A dieci ore, furono allestiti i trattamenti di confetture pel re
nella piccola sala di fianco alla chiesa di S. Giovanni, dirimpetto
alle stoviglie d'argento della città, che erano custodite da quattro
arcieri.
Subito dopo, i signori consoli, vestiti dei loro abiti di drappo, e
preceduti dai dieci sergenti, ciascuno dei quali teneva in mano una
torcia, andarono incontro al re, che ritrovarono ai primi gradini,
ove il prevosto dei mercanti gli fece il suo complimento, dandogli il
benvenuto, complimento al quale Sua Maestà rispose scusandosi per esser
venuto così tardi, ma gettando tutta la colpa sul ministro, che lo
aveva trattenuto fino alle undici ore a parlare di affari di Stato.
Sua Maestà, in abito di cerimonia, era accompagnato da Sua Altezza
Reale -Monsieur-[1], dal conte de Soissons, dal gran-priore, dal duca
de Longueville, dal duca d'Elbeuf, dal conte d'Arcourt, dal conte della
Roche Guyon, dal sig. de Liencourt, dal sig. de Baradas, dal conte de
Cremail e dal cavaliere de Souveray.
Ciascuno rimarcò che il re aveva l'aspetto tristo e preoccupato.
Un gabinetto era preparato pel re, un altro per -Monsieur-. In ciascuno
di questi gabinetti erano deposti gli abiti da maschera. Altrettanto
era stato fatto per la regina e per la signora presidente. I signori e
le dame del seguito delle Loro Maestà, dovevano mascherarsi due per due
in altrettante camere preparate a tale effetto.
Prima di entrare nel gabinetto, il re si raccomandò di esser tosto
avvisato quando giungeva il ministro.
Una mezz'ora dopo l'entrata del re, s'intesero nuove acclamazioni,
queste annunziavano l'arrivo della regina. I consoli rinnovarono
ciò che avevano già fatto, e, preceduti dai sergenti, si avanzarono
incontro alla loro illustre invitata.
La regina entrò nella sala: si notò che, come il re, ella aveva
l'aspetto tristo e molto affaticato.
Nel momento medesimo che ella entrava, il cortinaggio di una piccola
tribuna, che fino allora era rimasta chiusa, si aprì e si vide
comparire la testa pallida del ministro vestito da cavaliere spagnuolo.
I suoi occhi si fissarono su quelli della regina ed un sorriso di
terribile gioia passò sulle sue labbra: la regina non aveva i puntali
di diamanti.
Ad un tratto il re comparve col ministro ad una delle porte della sala.
Il ministro gli parlava a bassa voce, ed il re era pallidissimo.
Il re ruppe la folla, e, senza maschera, con i nastri del suo saio
appena allacciati, si avvicinò alla regina, e con voce alterata:
-- Signora, le disse, perchè dunque, in grazia, non portate voi i vostri
puntali di diamanti, quando sapete che avrei aggradito di vederveli?
La regina girò lo sguardo intorno a se, e vide, dietro il re, il
ministro che sorrideva con un sorriso diabolico.
-- Sire, rispose la regina con voce alterata, perchè, in mezzo a così
gran folla, temeva non accadesse qualche infortunio.
-- E voi avete avuto torto! signora. Io vi ho fatto questo regalo perchè
ve ne abbigliaste. Io vi dico che voi avete avuto torto.
E la sua voce era tremante per la collera; tutti guardavano ed
ascoltavano con meraviglia, non intendendo niente di ciò che accadeva.
-- Sire, disse la regina, io posso mandare a prenderli al Louvre, ove
sono, e così i desiderii di Vostra Maestà saranno esauditi.
-- Fatelo, signora, fatelo, ed al più presto; perchè fra un'ora
comincerà la danza.
La regina salutò il re in segno di sommissione, e seguì le dame che
dovevano condurla al suo gabinetto.
Dal canto suo il re rientrò nel proprio.
Nella sala vi fu un momento d'imbarazzo e di confusione.
Tutti poterono rimarcare ch'era accaduto qualche cosa fra il re e la
regina, entrambi avevano parlato così a bassa voce, e ciascuno per
rispetto si era allontanato di alcuni passi, per cui nessuno aveva
potuto sentire niente. I violini suonavano con tutta la loro forza, ma
non v'era alcuno che li ascoltasse.
Il re sortì pel primo dal suo gabinetto vestito da cacciatore, e gli
altri signori erano vestiti come lui. Era l'abito che il re portava
meglio, e vestito così, egli sembrava veramente il primo gentiluomo del
suo regno.
Il ministro si accostò al re, e gli consegnò una scatola. Il re l'aprì,
evi trovò due puntali di diamanti.
-- Che significa questo? domandò egli al ministro.
-- Niente, rispose questi; soltanto se la regina ha dei puntali, del
che ne dubito, contateli, sire, e se voi non ne ritrovate che dieci,
domandate a Sua Maestà chi mai può averle rubati i due puntali che sono
qui.
Il re guardò il ministro come quando si vuole interrogare, ma egli non
ebbe il tempo d'indirizzare alcuna domanda, un grido di ammirazione
sortì da tutte le bocche. Se il re sembrava il primo gentiluomo del
suo regno, la regina era a colpo sicuro, la più bella donna di tutta la
Francia.
E in vero chè il suo vestito da cacciatrice le stava a meraviglia;
aveva un cappello di feltro colle piume blu, una giubba di velluto
grigio-perla, riattaccata con delle grappe di diamanti ad una veste
di seta blu tutta broccata d'argento. Sulla sua spalla sinistra
risplendevano i puntali di diamanti, sostenuti da un nodo del colore
medesimo delle piume della giubba.
Il re fremente di gioia ed il ministro di collera; però distanti
com'essi erano dalla regina non poterono contare i puntali; la regina
li aveva; ma ne aveva ella dieci o dodici?
In questo momento i violini dettero il segnale della danza. Il re
s'innoltrò verso la signora presidente colla quale doveva danzare, e
Sua Altezza -Monsieur- colla regina. Si situarono al loro posto, e la
danza incominciò.
Il re faceva la figura dirimpetto alla regina, e ciascheduna volta che
le passava vicino, divorava con gli occhi i di lei puntali, di cui non
arrivava a conoscere il numero. Un sudore freddo copriva la fronte del
ministro.
La danza durò un'ora; vi erano sedici rientrate.
Finito il ballo, in mezzo agli applausi di tutta la sala, ciascuno
ricondusse la sua dama al suo posto; ma il re approfittò del privilegio
che aveva di lasciare la sue ove si ritrovava, per innoltrarsi
prestamente verso la regina.
-- Io vi ringrazio, signora, della compiacenza che avete mostrato ai
miei desiderii, ma credo che manchino due puntali, ed io ve li riporto.
Nel dire queste parole egli stese alla regina idue puntali che gli
aveva dati il ministro.
-- Come! sire, gridò la regina fingendo la sorpresa, voi me ne regalate
ancora altri due! ma allora saranno quattordici.
In fatti il re contò, e si ritrovarono effettivamente dodici puntali
sulla spalla della regina.
Il re chiamò il ministro.
-- Ebbene! che significa questo, signor ministro? domandò il re con
tuono severo.
-- Ciò significa, sire, rispose il ministro, che non osava offrirli io
stesso, ed ho adottato questo mezzo.
-- Io ne sono tanto più riconoscente a Vostra Eccellenza, rispose Anna
con un sorriso che provava che non si lasciava ingannare da questa
ingegnosa galanteria, in quanto che sono certa che questi due puntali
vi costano così cari da se soli, quanto gli altri dodici hanno costato
a Sua Maestà.
Quindi dopo aver salutato il re ed il ministro, la regina riprese la
via della sua camera, ove si era abbigliata, ed ove doveva svestirsi.
L'attenzione con la quale abbiamo dovuto seguire gli illustri
personaggi introdotti in scena fino dal principio di questo capitolo,
ci ha distratti un momento da quello al quale la regina Anna doveva
l'inudito trionfo che aveva riportato sul ministro, e che confuso,
ignorato, perduto nella folla, appoggiato a una delle porte, aveva
osservata di là questa scena che non poteva esser compresa che da
quattro persone soltanto, vale a dire il re e la regina, Sua Eccellenza
e lui.
La regina era rientrata appena nella sua camera, e d'Artagnan si
apparecchiava a ritirarsi, allora quando sentì toccarsi leggermente
sopra una spalla; egli si voltò e vide una giovane donna che gli
faceva segno di seguirla. Questa donna aveva il viso coperto da una
maschera di velluto nero, ma ad onta di questa precauzione che, del
resto, non era presa per lui ma bensì per gli altri, egli riconobbe nel
medesimo istante la sua guida ordinaria, la leggiadra e spiritosa sig.
Bonacieux.
Il giorno innanzi si erano appena veduti un momento presso lo svizzero
Germano. D'Artagnan l'aveva fatta domandare. La fretta che aveva la
giovane sposa di portare alla regina l'eccellente notizia del felice
ritorno del suo messaggiero, fece sì, che i due amanti poterono
cambiarsi appena qualche parola. D'Artagnan seguì dunque la sig.
Bonacieux muto pel doppio sentimento, l'amore e la curiosità. Durante
tutto il tragitto, ed a misura che i corridoi divenivano più deserti,
d'Artagnan voleva fermare la giovane, prendersela, contemplarla,
non fosse stato che per un istante; ma svelta come un uccello ella
sguizzava sempre dalle sue mani, e quando egli voleva parlare, il suo
dito, ricondotto avanti alla sua bocca con un piccolo gesto imperativo
pieno di grazia, gli ricordava che egli era sotto l'impero di una
potenza alla quale doveva ciecamente obbedire, e che gli proibiva
perfino la più piccola lagnanza; finalmente, dopo un minuto e due giri
e rigiri, la sig. Bonacieux aprì una porta e introdusse il giovane in
un gabinetto del tutto oscuro. Là ella fece un nuovo segno di mutismo;
e aprendo una porta nascosta dalla tappezzeria, le di cui aperture
sparsero ad un tratto una viva luce, ella disparve.
D'Artagnan dimorò un istante immobile dimandandosi ove egli era, ma ben
presto il raggio di luce che penetrava da questa camera, l'aria calda e
profumata, che giungeva fino a lui, la conversazione di due o tre donne
con un linguaggio rispettoso ad un tempo ed elegante; la parola di
Maestà ripetuta più volte, gli indicarono chiaramente, che egli era in
un gabinetto attiguo alla camera della regina.
Il giovane si trattenne nella parte oscura e aspettò.
La regina sembrava allegra e felice, cosa che faceva maravigliar
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