salvare la regina col denaro di Sua Eccellenza.
-- Voi siete un amabile e grazioso giovane, disse la sig. Bonacieux.
Credete che Sua Maestà non sarà punto ingrata.
-- Oh! io sono già grandemente ricompensato, gridò d'Artagnan, io vi
amo, voi mi permettete di dirvelo; questa è già una felicità più grande
di quello che io osava sperare.
-- Silenzio! disse la sig. Bonacieux rabbrividendo.
-- Che?
-- Si parla nella strada.
-- Questa è la voce...
-- Di mio marito. Sì, sì la riconosco!
D'Artagnan corse alla porta, e mise il catenaccio.
-- Egli non entrerà prima che io sia partito, disse egli, e quando sarò
partito, voi gli aprirete.
-- Ma io pure dovrei esser partita. E se io son qui, come potrò
giustificare la mancanza del danaro?
-- Voi avete ragione, bisogna sortire.
-- Sortire? in che modo? se noi sortiamo egli ci vedrà. Allora bisogna
salire nelle mie stanze.
-- Ah! gridò la sig. Bonacieux, voi mi dite ciò in un modo che mi fa
paura.
La sig. Bonacieux pronunciò queste parole con una lacrima sugli occhi.
D'Artagnan vide questa lacrima, e commosso, intenerito, si gettò alle
sue ginocchia.
-- Nelle mie stanze, diss'egli, voi sarete sicura come in un tempio, io
ve ne do la mia parola di gentiluomo.
-- Partiamo, diss'ella, io mi fido a voi, amico mio.
D'Artagnan ritirò con precauzione il catenaccio, e tutti e due,
leggieri come due ombre, sguizzarono dalla porta interna del
corridoio, salirono senza rumore la scala, ed entrarono nella camera di
d'Artagnan.
Una volta in casa sua, il giovane per maggior sicurezza barricò la
porta, quindi si avvicinarono alla finestra, e, da una fenditura
dello sportello, videro il sig. Bonacieux che parlava con un uomo in
mantello.
Alla vista dell'uomo in mantello, d'Artagnan fece uno sbalzo e, cavando
per metà la sua spada, si slanciò verso la porta.
Era l'uomo di Méung.
-- Che volete fare? gridò la sig. Bonacieux, voi vi perderete.
-- Ma ho giurato di ammazzare quest'uomo, disse d'Artagnan.
-- La vostra vita è consacrata in questo momento, e non vi appartiene
più. In nome della regina, io vi proibisco di gettarvi in nessun
pericolo che sia estraneo al vostro viaggio.
-- E in nome vostro non mi ordinate niente?
-- In nome mio, disse la sig. Bonacieux con una viva emozione, in nome
mio io ve ne prego. Ma ascoltiamo, mi sembra che essi parlino di me.
D'Artagnan si avvicinò alla finestra, ed accostò l'orecchio.
Il sig. Bonacieux aveva riaperta la sua porta, e vedendo l'appartamento
vuoto, era ritornato all'uomo del mantello, che per un istante aveva
lasciato solo.
-- Ella è partita, diss'egli, ella sarà ritornata al Louvre.
-- Ne siete voi sicuro che ella non abbia dubitato sulle intenzioni
colle quali siete sortito?
-- No rispose Bonacieux con disinvoltura, è una donna troppo
superficiale.
-- Il cadetto delle guardie è in casa?
-- Io non lo credo; come voi vedete, le sue finestre sono chiuse, e non
si vede brillare nessun lume dalle fessure.
-- È lo stesso, bisogna assicurarsene.
-- In che modo.
-- Andando a bussare alla sua porta.
-- Lo domanderò al suo cameriere.
-- Andate.
Bonacieux entrò in casa sua, passò per la stessa porta che aveva dato
passaggio ai due fuggitivi, salì al piano di d'Artagnan e bussò.
Nessuno rispose. Porthos per fare maggior figura in quella sera aveva
preso ad imprestito Planchet. In quanto a d'Artagnan egli non aveva
certamente volontà di dare segni di esistenza.
Al momento in cui le dita di Bonacieux risuonarono sulla porta, i due
giovani sentirono balzare i loro cuori.
-- Non vi e nessuno in casa, disse Bonacieux.
-- Non importa, entriamo pure nel vostro appartamento, noi saremo sempre
più sicuri che sul limitare di una porta.
-- Oh! mio Dio! mormorò la signora Bonacieux, noi non sentiremo più
niente.
-- Al contrario, disse d'Artagnan, noi sentiremo meglio.
D'Artagnan alzò i tre o quattro quadrelli che facevano della sua camera
un altro orecchio di Dionigi, stese un tappeto per terra, si mise in
ginocchio e fece segno alla sig. Bonacieux di inchinarsi come faceva
lui verso l'apertura.
-- Siete voi sicuro che non vi sia alcuno? disse lo sconosciuto.
-- Io ve ne garantisco, disse Bonacieux.
-- E voi pensate che vostra moglie...
-- Sia ritornata al Louvre.
-- Senza parlare con alcun'altra persona che con voi?
-- Io ne sono sicuro.
-- Questo è un punto importante, capite voi?
-- In tal modo, la notizia che io ho portata è dunque di valore?...
-- Grandissimo, mio caro Bonacieux, io non ve lo nascondo.
-- Allora il ministro sarà contento di me?
-- Io non ne dubito.
-- Grand'uomo che è il ministro!
-- Siete voi sicuro che nella sua conversazione, vostra moglie non abbia
pronunziato alcun nome proprio?
-- Io non lo credo.
-- Non ha ella nominato nè la sig. de Chevreuse, nè il sig. de
Buckingham, nè la sig. de Vernel?
-- No, ella mi ha detto soltanto che voleva inviarmi a Londra per
servire agl'interessi di una illustre persona.
-- Ah! traditore! mormorò la sig. Bonacieux.
-- Silenzio! disse d'Artagnan prendendole una mano che ella gli
abbandonò senza pensarvi.
-- Non importa, continuò l'uomo del mantello, stato voi siete un gonzo
per non aver finto di accettare la commissione; voi avreste la lettera;
lo stato che viene minacciato, sarebbe salvo, e voi...
-- Ed io?.
-- Ebbene, voi, il ministro vi avrebbe dato le patenti di nobiltà.
-- Ve lo ha egli detto?
-- Sì, io so che voleva farvi questa sorpresa.
-- Siate tranquillo, riprese Bonacieux; mia moglie mi adora, e siamo
ancora in tempo.
-- Imbecille! mormorò la sig. Bonacieux.
-- Silenzio! disse d'Artagnan stringendole sempre più forte la mano.
-- In che modo siamo ancora in tempo? riprese lo uomo dal mantello.
-- Io ritorno al Louvre, domando la sig. Bonacieux, le dico che vi
ho riflettuto, riannodo l'affare, ottengo la lettera, e corro dal
ministro.
-- Ebbene, andate, presto; io ritornerò quanto prima per sapere il
resultato della vostra dimostrazione.
Lo sconosciuto sortì.
-- Infame! disse la sig. Bonacieux, indirizzando anche questo epiteto a
suo marito.
-- Silenzio! ripetè d'Artagnan stringendo anche più forte la mano.
Un urlo terribile interruppe allora le riflessioni dì d'Artagnan e
della sig. Bonacieux. Era suo marito che, essendosi accorto della
sparizione del suo sacchetto, gridava al ladro.
-- Oh! mio Dio! disse la sig. Bonacieux, egli metterà a soqquadro tutto
il quartiere.
Bonacieux gridò per lungo tempo; ma siccome simili grida, atteso la
loro frequenza, non attiravano alcuno nella strada dei Fossoyeurs, e
che d'altronde la casa del merciaio era da qualche tempo in cattivo
nome, vedendo che nessuno veniva, sortì continuando a gridare, e
s'intese la sua voce che si allontanava nella sua direzione della
strada di Bacco.
-- E ora che egli è partito, tocca a voi di allontanarvi, disse la sig.
Bonacieux; coraggio, ma soprattutto, prudenza, e pensate che vi siete
dedicato tutto alla regina.
-- A lei e a voi! gridò d'Artagnan. Siate tranquilla, bella Costanza,
io ritornerò degno della sua riconoscenza; ma ritornerò pur degno del
vostro amore?
La giovane sposa non rispose che col vivo rossore che colorò le sue
guance. Alcuni istanti dopo anche d'Artagnan sortì, avvolto anche egli
in un gran mantello che si ripiegava cavallerescamente sopra il fodero
di una lunga spada.
La sig. Bonacieux lo seguì cogli occhi, e con quel lungo sguardo di
amore con cui la donna accompagna l'uomo che sente di amare; ma quando
ebbe voltato all'angolo della strada, ella cadde in ginocchio, e
giungendo le mani:
-- Ohi mio Dio! disse ella, proteggete la regina, e proteggete me pure.
CAPITOLO XIX.
PIANO DI CAMPAGNA
D'Artagnan si portò direttamente dal sig. de Tréville. Egli aveva
riflettuto che in pochi minuti il ministro sarebbe avvertito da quel
dannato di quello sconosciuto, che sembrava essere il suo agente, e
pensava con ragione che non vi era un istante da perdere.
Il cuore del giovinotto era ricolmo di gioia. Una avventura che
offriva ad un tempo gloria da acquistarsi e danaro da guadagnarsi,
si presentava a lui, e per primo incoraggiamento veniva accostato ad
una donna che egli adorava. Questa combinazione faceva dunque quasi
di primo colpo, per lui, più di quello che egli non avrebbe osato di
domandare alla provvidenza.
Il signor de Tréville era nel suo salotto col suo ordinario corteggio
di gentiluomini. D'Artagnan che era conosciuto come un familiare della
casa, andò diritto al suo gabinetto, e lo fece prevenire che egli lo
aspettava per una cosa d'importanza.
Erano appena scorsi cinque minuti, quando entrò il sig. de Tréville.
Al primo colpo d'occhio, e dalla gioia che si dipingeva sul suo viso,
il degno capitano comprese che accadeva effettivamente qualche cosa di
nuovo.
Lungo la strada, d'Artagnan si era domandato a se stesso se si sarebbe
confidato al sig. de Tréville, o se gli poteva chiedere soltanto di
accordargli carta bianca per un affare secreto. Ma il sig. de Tréville
era sempre stato così buono con lui, era tanto affezionato al re e alla
regina; odiava così cordialmente il ministro che il giovane si risolse
dirgli tutto.
-- Voi mi avete fatto chiamare, mio giovane amico? disse il sig. de
Tréville.
-- Sì, signore, disse d'Artagnan, e voi mi perdonate, lo spero, di
avervi incomodato, quando voi saprete di qual cosa importante si
tratta.
-- Allora dite che io vi ascolto
-- Si tratta niente meno, disse d'Artagnan abbassando là voce, che
dell'onore, e forse della vita della regina.
-- Che cosa dite? domandò il sig. de Tréville girando lo sguardo
attorno per assicurarsi se erano veramente soli, riportandogli occhi
interrogatori su d'Artagnan.
-- Io dico, signore, che la combinazione mi ha reso padrone di un
secreto...
-- Che voi custodirete, lo spero, giovane, sulla vostra vita.
-- Ma io debbo confidarmi a voi, signore perchè voi solo potete aiutarmi
nella commissione che ho ricevuta da Sua Maestà.
-- Questo segreto è vostro?
-- No, signore, questo è segreto della regina.
-- Siete voi autorizzato da Sua Maestà di confidarmelo?
-- No, signore, poichè al contrario mi e stato raccomandato il più
profondo mistero.
-- E perchè dunque volevate tradirlo in faccia mia?
-- Perchè, io ve l'ho detto, senza di voi, io non posso niente, e temo
che mi ricusiate la grazia che io vengo a domandarvi, se non sapete con
quale scopo io ve la domando.
-- Conservate il vostro segreto, giovane, e ditemi ciò che desiderate.
-- Io desidero che otteniate, dal sig. des Essarts, un congedo di
quindici giorni.
-- Quando?
-- In questa stessa notte.
-- Voi lasciate Parigi?
-- Vado in missione.
-- Potete voi dirmi ove?
-- A Londra.
-- Vi è qualcuno che abbia interesse perchè non arriviate alla vostra
meta?
-- Il ministro, io credo, darebbe tutto al mondo per impedirmi di
riuscire.
-- E voi partite solo?
-- Io parto solo.
-- In questo caso, voi non arriverete a Rondy; sono io che ve lo dico,
fede di Tréville.
-- In che modo?
-- Vi si farà assassinare.
-- Allora sarò morto nel fare il mio dovere.
-- Ma la vostra missione non si adempirà.
-- È vero, disse d'Artagnan.
-- Credetemi, continuò de Tréville, nelle intraprese di questo genere,
bisogna andare in quattro per arrivarne uno.
-- Ah! voi avete ragione, signore, disse d'Artagnan; ma voi conoscete
Athos, Porthos ed Aramis, e voi sapete se io posso disporre di loro.
-- Senza confidar loro il segreto che io non ho voluto sapere?
-- Noi ci siamo giurati, una volta per sempre, confidenza cieca, e
attaccamento a tutta pruova. D'altronde voi, potete dir loro che avete
ogni confidenza in me, e non saranno più increduli di voi.
-- Io posso inviare a ciascuno di loro un congedo di quindici giorni,
ecco fatto: ad Athos, che soffre sempre della sua ferita, perchè vada
alle acque di Forges; a Porthos e ad Aramis, per seguire il loro amico
che non vogliono abbandonare in un così doloroso stato. L'invio dei
loro congedi sarà una pruova che io autorizzo il viaggio.
-- Grazie, signore, voi siete buono cento volte.
-- Andate dunque sul momento a cercarli, e che tutto si eseguisca in
questa notte. E primieramente, scrivetemi la vostra istanza pel signore
des Essarts, forse avete una spione alle vostre calcagne, e la vostra
visita, che in questo caso è già conosciuta dal ministro, sarà in tal
modo legittimata.
D'Artagnan formulò questa domanda, ed il signor de Tréville, nel
riceverla fra le sue mani, lo assicurò che avanti le due ore dopo la
mezzanotte i quattro congedi sarebbero al rispettivo domicilio dei
viaggiatori.
-- Abbiate la bontà di mandare il mio all'alloggio d'Athos, disse
d'Artagnan. Io temerei, ritornando in casa mia, di fare qualche
sinistro incontro.
-- Siate tranquillo. Addio e buon viaggio. A proposito... disse il
signor de Tréville richiamandolo.
D'Artagnan ritornò in addietro.
-- Avete voi del denaro?
D'Artagnan fece risuonare il sacchetto che portava in saccoccia.
-- Abbastanza? domandò il sig. de Tréville.
-- Trecento doppie.
-- Basta! con queste si va in capo al mondo; andate dunque.
D'Artagnan salutò il signor de Tréville che gli stese la mano,
d'Artagnan la strinse a lui con rispetto misto a riconoscenza. Da che
egli era giunto a Parigi, non aveva avuto che a lodarsi di quest'uomo
eccellente, che aveva sempre ritrovato degno, leale e grande.
La sua prima visita fu per Aramis, egli non era più ritornato in sua
casa da quella famosa sera in cui aveva seguito la signora Bonacieux.
Vi era di più: rare volte aveva veduto il moschettiere, e ciascheduna
volta che lo aveva riveduto aveva creduto notare una profonda tristezza
impressa nel suo viso.
Quella sera ancora, Aramis vegliava cupo ed astratto; d'Artagnan gli
fece alcune interrogazioni su questa malinconia prolungata; Aramis se
ne scusò con la difficile interpretazione di un passo di filosofia di
Demostene che era obbligato di scrivere in latino per la successiva
settimana, e ciò lo teneva molto preoccupato.
Siccome i due amici parlavano già da qualche tempo, un servitore del
signor de Tréville entrò portando un plico sigillato.
-- Che cosa è questo? domandò Aramis.
-- Il congedo che il signore ha domandato, rispose il lacchè.
-- Io? io non ho mai domandato congedi.
-- Tacete e prendete, disse d'Artagnan; e voi, amico mio, eccovi una
mezza doppia per il vostro incomodo. Voi direte al signor de Tréville
che Aramis lo ringrazia sinceramente e di cuore. Andate.
Il lacchè salutò fino a terra e partì.
-- Che significa questo? domandò Aramis.
-- Prendete tutto ciò che vi abbisogna per un viaggio di quindici
giorni, e seguitemi.
-- Ma in questo momento non posso lasciare Parigi senza sapere...
-- Che cosa sia avvenuto di lei? continuò d'Artagnan.
-- Chi? riprese Aramis.
-- La donna ch'era qui, la donna del fazzoletto ricamato.
-- Chi vi ha detto che qui v'era una donna? disse Aramis divenendo
pallido come la morte.
-- Io l'ho veduta.
-- E voi sapete chi ella è?
-- Almeno credo di dubitarne.
-- Ascoltate, disse Aramis, poichè voi sapete tante cose, sapreste dirmi
ove sia andata questa donna?
-- Io presumo ch'ella sia ritornata a Tours.
-- A Tours! Sì, è lei; voi la conoscete! Ma in che modo ritornata a
Tours senza dirmi niente!
-- Perchè ha avuto timore di essere arrestata.
-- E perchè non mi ha scritto?
-- Perchè ha temuto di compromettervi.
-- Sì, è per questo, d'Artagnan, voi mi rendete la vita. Mi credeva
ingannato, tradito; sarei stato tanto felice di poterla rivedere! Io
non poteva credere che ella avesse arrischiata la sua libertà per me,
eppure per quale altra causa sarebbe ella ritornata a Parigi?
-- Per la stessa causa che oggi ci fa partire per l'Inghilterra.
-- E qual è questa causa? domandò Aramis.
-- Un giorno voi la saprete, ma pel momento bisogna che io conservi la
stessa riserva che voi avete conservata per la -nipote del dottore-.
Aramis sorrise, perchè si ricordò un certo racconto fatto una sera ai
suoi amici.
-- Ebbene! dunque, dappoichè ella ha lasciato Parigi, e che voi ne siete
sicuro, d'Artagnan, niuna cosa più mi trattiene, ed io sono pronto a
seguirvi. Voi diceste che noi andiamo...?
-- Da Athos, pel momento, e se voi volete venire, vi prego ancora
di sollecitare, poichè noi abbiamo già perduto abbastanza tempo. A
proposito, prevenite Bazin.
-- Bazin viene dunque con noi? domandò Aramis.
-- Forse: in ogni modo è bene ch'egli ci segua fino ad Athos.
Aramis chiamò Bazin, e dopo avergli ordinato di venirlo a raggiungere
in casa di Athos, partiamo, diss'egli prendendo il suo mantello, la sua
spada e le sue pistole, e aprendo con molta galanteria alcuni tiratori
per vedere se mai vi avesse smarrito qualche doppia. Quindi quando
fu ben sicuro che questa ricerca era inutile, egli seguì d'Artagnan
chiedendo a se stesso come mai poteva accadere che il giovane cadetto
delle guardie sapesse tanto bene quanto lui chi era quella donna alla
quale egli aveva accordata ospitalità; e sapesse meglio di lui che ne
era avvenuto.
Soltanto, nel sortire, egli pose una mano sulla spalla di d'Artagnan, e
fissandolo collo sguardo:
-- Voi non avete parlato con alcuno di questa donna? diss'egli.
-- Ad anima vivente.
-- Neppure ad Athos e a Porthos?
-- Non ho detto loro una parola.
-- Alla buon'ora.
E tranquillizzato su questo punto importante, Aramis continuò la
sua strada con d'Artagnan, ed entrambi giunsero ben presto alla casa
d'Athos.
Essi lo ritrovarono che con una mano teneva il suo congedo e coll'altra
una lettera del sig. de Tréville.
-- Sapreste voi spiegarmi che cosa significa questo congedo e questa
lettera che ho ricevuta in questo momento? E Athos lesse:
«Mio caro Athos, acconsento volentieri, poichè la vostra salute
lo esige assolutamente, che voi vi riposiate per quindici giorni.
Andate a prendere le acque di Forges, o qualunque altra più
convenga, e ristabilitevi prontamente.
«Vostro affezionatissimo.
Tréville.»
-- Ebbene! questo congedo e questa lettera significano che bisogna
seguirmi, Athos.
-- Alle acque di Forges?
-- O in un qualche altro luogo.
-- Pel servizio del re?
-- Del re o della regina: non siamo noi servitori delle Loro Maestà?
In questo momento entrò Porthos.
-- Per bacco! diss'egli, eccone una delle nuove; da quando in qua, nei
moschettieri, si accordano dei permessi ai soldati senza ch'essi li
domandino?
-- Da quando vi sono degli amici che li domandano per loro.
-- Ah! ah! disse Porthos, sembra che qui vi sia qualche cosa di nuovo?
-- Sì, noi partiamo, disse Aramis.
-- Per qual paese? domandò Porthos.
-- In fede mia, non so niente, disse Athos, domandatelo a d'Artagnan.
-- Per Londra, signori, disse d'Artagnan.
-- Per Londra! gridò Porthos; e che cosa andiamo noi a fare a Londra?
-- Ecco quello che io non posso dirvi, signori, e bisogna che abbiate
confidenza in me.
-- Ma per andare a Londra ci vuol del danaro, aggiunse Porthos, ed io
non ne ho.
-- Neppur io, disse Aramis.
-- Neppur io, disse Porthos.
-- Ne ho io, riprese d'Artagnan, cavando di saccoccia il suo tesoro, e
deponendolo sulla tavola. Prendiamone settantacinque per cadauno, ed
è quanto basta per andare a Londra e per ritornare. D'altronde siate
tranquilli, noi non vi giungeremo tutti a Londra.
-- E perchè?
-- Perchè secondo tutte le probabilità, vi sarà qualcuno di noi che
rimarrà per la strada.
-- È dunque una campagna che noi intraprendiamo?
-- È delle più pericolose, ve ne avverto!
-- Va bene! ma poichè noi corriamo il rischio di farci uccidere, disse
Porthos, vorrei almeno sapere per chi arrischiamo.
-- Tu non ne saprai di più, disse Athos.
-- Però, disse Aramis, io sono del parere di Porthos.
-- Il re ha forse l'abitudine di rendervi dei conti? No; egli vi dice
soltanto: «signori, si dovranno battere in Guascogna o nelle Fiandre;
vadano a battersi.» E voi andate. Perchè? Voi non ci pensate neppure a
domandarlo.
-- D'Artagnan ha ragione, disse Athos; ecco i tre congedi che ci vengono
mandati dal sig. de Tréville, ed ecco trecento doppie che ci vengono
non so da chi. Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono d'andare. La
vita valesse la pena di fare tante interrogazioni? D'Artagnan, io sono
pronto a seguirvi.
-- Ed io pure, disse Porthos.
-- Ed io pure, disse Aramis. Tanto più che non sono mal contento di
lasciare Parigi. Io ho bisogno di distrazione.
-- Ebbene! voi avrete delle distrazioni, signori, siate tranquilli!
disse d'Artagnan.
-- Ed ora, quando partiamo noi? disse Athos.
-- Subito, disse d'Artagnan, noi non abbiamo un minuto da perdere.
-- Olà! Grimaud, Planchet, Mousqueton, Bazin! gridarono i quattro
giovani chiamando i loro quattro lacchè! date il grasso agli stivali, e
conducete i cavalli all'alloggio.
Infatti ciaschedun moschettiere lasciava al palazzo generale, come una
caserma, il suo cavallo e quello del suo lacchè.
Planchet, Grimaud, Mousqueton, e Bazin partirono in tutta fretta.
-- Ora stabiliamo il piano di campagna, disse Porthos. Dove andremo noi
per il primo?
-- A Calais, disse d'Artagnan; è la linea più diretta per giungere a
Londra.
-- Ebbene disse Porthos, ecco il mio parere.
-- Parla!
-- Quattro uomini che viaggiano assieme sarebbero sospetti, d'Artagnan
darà a ciascun di noi le nostre istruzioni. Io partirò avanti per la
strada di Boulogne, per esplorare il cammino; Athos partirà due ore
dopo, per la strada d'Amiens; Aramis ci seguirà per quella di Noyon; in
quanto a d'Artagnan, egli partirà per quella strada che vorrà, cogli
abiti di Planchet, nel mentre che Planchet ci seguirà vestito alla
d'Artagnan con l'uniforme delle guardie.
-- Signori, disse Athos, il mio parere si è che non convenga in modo
alcuno l'immischiare i lacchè in simili affari. Un segreto può essere
tradito da dei gentiluomini, ma questo è un caso, nel mentre che è
sempre venduto dai lacchè.
-- Il piano di Porthos mi sembra impraticabile, disse d'Artagnan,
molto più che ignoro io stesso quali istruzioni potrei darvi. Io sono
portatore di una lettera, ecco tutto. Io non ho, e non posso fare tre
copie di questa lettera, mentre essa è sigillata; bisogna dunque, a
mio avviso, viaggiare in compagnia. Questa lettera è qui in questa
saccoccia, (e mostrò la saccoccia ove teneva la lettera). Se io resto
ucciso, uno di voi la prenderà, e continuerete la strada; se egli
rimane a sua volta ucciso, toccherà ad un altro l'incaricarsene, e così
di seguito, purchè un solo giunga: questo è tutto quanto abbisogna.
-- Bravo d'Artagnan! il tuo parere è anche il mio, disse Athos.
D'altronde bisogna essere conseguenti; io vado a prendere le acque,
voi mi accompagnerete; invece delle acque di Forges vado a passare le
acque di mare; io sono libero. Se vorranno arrestarci, io mostrerò
la lettera del sig. de Tréville, e voi mostrerete i vostri congedi;
se verremo attaccati, noi ci difenderemo; e se saremo giudicati, noi
sosterremo che non avevamo altre intenzioni che di tuffarci un certo
numero di volte nel mare; avrebbero troppo poco da fare nell'attaccare
quattro uomini isolati, nel mentre che quattro uomini riuniti formano
una truppa; noi armeremo i quattro lacchè di pistole e di moschetti;
se ci verrà inviata contro un'armata, noi daremo battaglia, ed il
sopravvivente, come lo ha detto d'Artagnan, porterà la lettera.
-- Ben detto! gridò Aramis; tu non parli spesso, Athos, ma quando parli
sei come un Demostene. Adotto il piano d'Athos; e tu Porthos?.
-- Io pure, disse Porthos, se piace a d'Artagnan che porta la lettera; è
naturalmente il capo dell'impresa; che egli decida, e noi eseguiremo.
-- Ebbene! disse d'Artagnan, io decido che noi adottiamo il piano
d'Athos, e che partiamo tra una mezz'ora.
-- Adottato! risposero in coro i tre moschettieri.
E ciascuno allungò la mano verso il sacchetto, prese le 75 doppie e
fece i suoi preparativi per partire nell'ora convenuta.
CAPITOLO XX.
VIAGGIO
A due ore dopo la mezzanotte i nostri quattro avventurieri sortirono
da Parigi per la barriera di S. Dionigi; fino a che fu notte, essi
rimasero muti; loro malgrado subivano l'influenza della oscurità e
dappertutto vedevano delle imboscate.
Ai primi raggi del giorno le loro lingue si sciolsero; col sole
ritornò l'allegria; era come il giorno innanzi di una battaglia, gli
occhi ridevano ma il cuore batteva, e sentivano che la vita, che forse
stavano per lasciare, in fin dei conti, era qualche cosa di buono.
Del resto, l'aspetto delle carovana era dei più formidabili: i cavalli
neri dei moschettieri, il loro portamento marziale, quell'abitudine
di squadrone che fa camminare regolarmente questi nobili compagni
del soldato, avrebbero tradito il più stretto incognito. I lacchè li
seguivano, armati fino ai denti.
Tutto andò bene fino a Chantilly ove giunsero olle otto ore del
mattino. Bisognava far colezione. Discesero davanti un albergo che
si raccomandava con la sua grande insegna rappresentante S. Martino
nell'atto di dare la metà del suo mantello ad un povero. Ingiunsero ai
lacchè di non levare la sella ai cavalli e di tenersi pronti a partire
immediatamente.
Entrarono nella sala comune e si misero a tavola.
Un gentiluomo che giungeva allora dalla strada Dammartin era assiso a
quell'istessa tavola e faceva colezione. Egli intavolò la conversazione
sulla pioggia e sul bel tempo; i viaggiatori risposero; egli bevè alla
loro salute, i viaggiatori corrisposero alla sua gentilezza.
Ma al momento in cui Mousqueton venne ad annunziare che i cavalli
erano pronti, e in cui si alzarono da tavola; lo straniero propose a
Porthos di bere alla salute del ministro. Porthos rispose che egli non
domandava di meglio, purchè lo straniero a sua volta avesse bevuto alla
salute del re. Lo straniero gridò che non conosceva altro re che il
ministro. Porthos lo chiamò ubriaco; lo straniero cavò la spada.
-- Voi avete fatto una sciocchezza, disse Athos; ma non importa, adesso
non bisogna dare addietro; uccidete quest'uomo e venite a raggiungerci
il più presto che potete.
E tutti e tre rimontarono a cavallo e partirono a briglia sciolta, nel
mentre che Porthos prometteva al suo avversario di perforarlo con tutti
i colpi conosciuti nella scherma.
-- È uno! disse Athos, in capo a cinque minuti.
-- Ma perchè quest'uomo ha attaccato Porthos piuttosto che qualunque
altro di noi? domandò Aramis.
-- Perchè Porthos, parlando a più alta voce di noi, è stato preso pel
capo, disse d'Artagnan.
-- Io ho sempre detto che questo cadetto di Guascogna era pozzo di
saggezza, mormorò Athos.
E i nostri viaggiatori continuavano la loro strada.
A Beauvais si fermarono due ore, tanto per rinfrescare i cavalli, che
per aspettare Porthos. In capo a duo ore, siccome Porthos non giungeva,
e neppure nessuna notizia di lui, si rimisero in cammino. Ad una lega
da Beauvais, in un luogo ove la strada si ritrovava chiusa fra due
rialti, incontrarono otto o dieci uomini, che, approfittando della
strada che non era selciata, avevano l'aspetto di lavorare scavando dei
fori e praticando delle rotaie fangose.
Aramis, temendo di infangare i suoi stivali in questa mota artificiale,
li apostrofò con rozzezza. Athos volle trattenerlo, ma era troppo
tardi. Gli operai si misero a beffeggiare i viaggiatori, e colla loro
insolenza fecero perdere la testa fin anche al freddo Athos, che spinse
il suo cavallo contro di loro.
Allora ciascuno di questi uomini dette addietro fino ad un fosso
e vi prese un moschetto nascostovi; ne resultò che i nostri sette
viaggiatori furono alla lettera passati per le armi. Aramis ricevette
una palla sulla spalla e Mousqueton un'altra palla che penetrò nelle
parti carnose che sono sottoposte ai reni. Il solo Mousqueton però
cadde da cavallo, non già perchè fosse gravemente ferito, ma siccome
non poteva vedersi la sua ferita, credè senza dubbio di essere rimasto
ferito più pericolosamente di quello che lo era.
-- Questa è una imboscata, gridò d'Artagnan, non bruciamo una miccia e
andiamo.
Aramis quantunque ferito, si afferrò alla criniera del suo cavallo che
lo trasportò con gli altri. Quello di Mousqueton li aveva raggiunti e
galoppava da solo al suo rango.
-- Questo ci servirà per un cavallo di cambio, disse Athos.
-- Avrei amato meglio avere un cappello di cambio, disse d'Artagnan; il
mio è stato portato via da una palla. È una fortuna, in fede mia, che
non vi tenessi la lettera dentro.
-- Ma essi uccideranno il povero Porthos quando passerà, disse Aramis.
-- Se Porthos fosse sulle sue gambe, a quest'ora ci avrebbe raggiunti,
disse Athos. Io sono persuaso che sul terreno l'ubbriaco avrà perduta
l'ubriachezza.
E galopparono ancora due ore, quantunque i cavalli fossero così stanchi
che era a temersi che non si riducessero ben presto inetti al servizio.
I viaggiatori avevano presa una strada traversa operando in questo modo
di non essere disturbati; ma giunti a Creve-Coeur, Aramis dichiarò che
non poteva andare più avanti. Infatti, era stato necessario tutto il
coraggio che egli nascondeva sotto i suoi modi gentili per giungere fin
là. Ad ogni istante egli impallidiva, ed erano obbligati di sostenerlo
sul suo cavallo; fu fatto discendere alla porta dell'osteria, gli si
lasciò Bazin, che del resto in una scaramuccia era più imbarazzante che
utile, e ripartirono nella speranza di andare a dormire ad Amiens.
-- Per bacco! disse Athos, quando si rimisero in via, siamo ridotti a
due padroni, e a Grimaud e Planchet, per bacco! io non sarò più il loro
buffone, e vi rispondo che non mi faranno aprire la bocca nè cavare la
spada fino a Calais. Io giuro...
-- Non giuriamo disse d'Artagnan, galoppiamo, se tutta volta i nostri
cavalli vi acconsentano.
E i viaggiatori piantarono gli speroni nel ventre dei loro cavalli,
che, in tal modo stimolati vigorosamente, ritrovarono ancora delle
forze. Giunsero ad Amiens a mezzanotte, e discesero all'albergo del
Giglio d'Oro.
L'oste aveva la ciera del più onesto uomo della terra; egli ricevette
i viaggiatori, tenendo con la mano il suo candeliere, e coll'altra il
suo berretto di cotone: voleva alloggiare i due viaggiatori ciascuno
in una camera separata, disgraziatamente queste due camere erano alle
due estremità opposte dell'albergo. D'Artagnan e Athos ricusarono;
l'oste rispose che non ne aveva altre degne delle Loro Signorie, ma i
viaggiatori dichiararono che avrebbero dormito in una camera comune,
ciascuno sopra un materasso che si sarebbe gettato per terra. L'oste
insistè, i viaggiatori tennero fermo, e bisognò fare a modo loro.
Essi avevano disposti i loro letti e barricata la porta per di dentro,
quando fu battuto alla finestra del cortile; essi domandarono chi era,
e riconobbero la voce dei loro camerieri ed aprirono.
Infatti, erano Planchet e Grimaud.
-- Grimaud basterà per far la guardia ai cavalli, disse Planchet, se
questi signori lo permettono, dormirò a traverso la porta, in questo
modo saranno sicuri che nessuno giungerà fino a loro.
-- E sopra che cosa dormirai tu? disse d'Artagnan.
-- Ecco il mio letto, rispose Planchet.
E mostrò un fascio di paglia.
-- Vieni dunque, disse d'Artagnan, tu hai ragione; la figura dell'oste
non mi persuade, essa è troppo graziosa.
-- Neppure a me, disse Athos.
Planchet montò per la finestra, s'installò a traverso la porta, nel
mentre che Grimaud andò a chiudersi nella scuderia, assicurando che
alle cinque del mattino egli e i cavalli sarebbero pronti.
La notte fu passata assai tranquillamente, è vero che verso le due ore
dopo mezzanotte fu tentato di aprir la porta, ma siccome Planchet si
svegliò con un sussulto gridando: chi va là? fu risposto che si erano
sbagliati, e si allontanarono.
Alle quattro della mattina s'intese un gran rumore nelle scuderie,
Grimaud aveva voluto svegliare i mozzi di stalla, e questi lo
bastonarono. Quando fu aperta la porta si vide il povero lacchè privo
di sensi, con una ferita in testa prodotta da un colpo di manico di
forca.
Planchet discese nel cortile, volle insellare i cavalli, ma i cavalli
avevano le zampe attrappate per la stanchezza. Quello di Grimaud
soltanto, che il giorno innanzi aveva viaggiato per cinque o sei
ore senza cavaliere, avrebbe potuto continuare la strada, ma, per un
errore inconcepibile, il chirurgo veterinario, che era stato mandato
a chiamare, a quanto sembrava per salvar il cavallo dell'albergatore,
aveva cavato sangue a quello di Grimaud.
Ciò cominciava a diventare allarmante: tutti questi accidenti
successivi potevano essere opera del caso, ma potevano eziandio essere
il frutto di un complotto. Athos e d'Artagnan sortirono, nel mentre che
Planchet andava ad informarsi nelle vicinanze se vi fossero stati tre
cavalli da vendere. Alla porta vi erano due cavalli insellati, freschi
e vigorosi. Quest'era quanto occorreva. Fu chiesto ove erano i padroni,
e risposero ch'essi avevano passata la notte nell'osteria, ed allora
stavano regolando i conti coll'albergatore. Athos discese per pagare la
spesa, nel mentre che d'Artagnan e Planchet stavano sulla porta della
strada; l'oste era in una camera bassa ed oscura, fu pregato Athos
d'entrarvi.
Athos entrò senza alcuna diffidenza, e cavò due doppie per pagare.
L'oste era solo, assiso davanti al suo scrittoio, uno dei cassetti del
quale era per metà aperto. Prese il danaro che gli presentava Athos,
lo voltò e rivoltò fra le sue mani, e ad un tratto gridando che era oro
falso, dichiarò che avrebbe fatto arrestare lui e i suoi compagni come
falsi monetarii.
-- Birbo! disse Athos andandogli sopra, io ti taglierò le orecchie!
Ma l'oste si chinò, cavò dal cassetto due pistole, e puntandole contro
Athos, chiamò soccorso.
Nello stesso istante quattro uomini armati fino ai denti entrarono
dalle porte laterali e si gettarono sopra Athos.
-- Io sono preso! gridò Athos con tutta la forza dei suoi polmoni; al
largo d'Artagnan, sprona!
E lasciò andare due colpi di pistola.
D'Artagnan e Planchet non lo fecero ripetere due volte: essi staccarono
i due cavalli che aspettavano alla porta, vi saltarono sopra, vi
piantarono gli speroni nel ventre, e partirono alla gran carriera.
-- Sai tu cosa sia accaduto ad Athos? domandò d'Artagnan a Planchet
correndo.
-- Ah! signore, disse Planchet, ne ho veduti cader due ai suoi
due colpi, e mi è sembrato vedere a traverso l'invetriata ch'egli
battagliava con gli altri due.
-- Bravo Athos! mormorò d'Artagnan. E quando penso che bisogna
abbandonarlo!... Del resto forse aspettano noi a dieci passi di qui.
Avanti! Planchet, avanti! tu sei un bravo uomo.
-- Ve l'ho detto, signore, rispose Planchet, i Piccardi si conoscono
nell'usarli; d'altronde io sono qui nel mio paese, e ciò mi dà
eccitamento.
Ed entrambi spronando a più potere, giunsero a Saint-Omer d'un sol
tratto. A Saint-Omer fecero prender fiato ai cavalli, tenendo le
briglie infilate alle braccia, per paura d'accidente, e mangiarono un
tozzo di pane colle mani, entrambi in piedi sulla strada, dopo di che
ripartirono.
A cento passi dalle porle di Calais il cavallo di d'Artagnan stramazzò,
e non vi fu mezzo di farlo risorgere, il sangue gli sortiva dal naso e
dagli occhi; restava quello di Planchet, ma il suo si era impiantato, e
non v'era modo di farlo smuovere.
Fortunatamente, come abbiamo detto, essi non erano che a cento passi
dalla città, essi lasciarono i due cavalli sulla strada maestra, e
corsero al porto.
Planchet fece osservare al suo padrone un gentiluomo che sembrava
molto affaccendato. Aveva egli i suoi stivali coperti di polvere, e
s'informava se poteva passare sull'istante in Inghilterra.
-- Niente sarebbe più facile, rispose il padrone di un bastimento pronto
a mettere alla vela; ma questa mattina è giunto l'ordine di non lasciar
partire nessuno senza un permesso espresso del ministro.
-- Io ho questo permesso, disse il gentiluomo cavando di saccoccia il
foglio: eccolo.
-- Fategli fare il visto dal governatore del porto, disse il padrone, e
datemi la preferenza.
-- Dove posso ritrovare ora il governatore?
-- Alla sua campagna, a un quarto di lega dalla città: osservate, si
vede di qui ai piedi di quella piccola collina, quel tetto acuminato.
-- Benissimo! disse il gentiluomo.
E, seguito dal suo lacchè, prese la via della casa di campagna del
governatore.
D'Artagnan e Planchet seguirono il gentiluomo a cinquecento passi di
distanza.
Una volta fuori di città, d'Artagnan affrettò il passo, e raggiunse il
gentiluomo mentre stava per internarsi in un bosco.
-- Signore, diss'egli, voi mi sembrate molto stimolato dalla fretta?
-- Non si può esserlo di più.
-- Io ne sono afflittissimo, perchè, essendo io pure affrettato, voleva
pregarvi di farmi un favore.
-- Quale?
-- Di lasciarmi passare pel primo.
-- Impossibile! disse il gentiluomo. Io ho fatto sessanta leghe in
quarantaquattro ore, e bisogna che domani prima del mezzogiorno io sia
a Londra.
-- Io pure ho fatta la stessa strada in quarant'ore, e bisogna che
domattina alle dieci io sia a Londra.
-- Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato pel primo, e non
passerò pel secondo.
-- Ne sono disperato, signore, ma io sono arrivato il secondo, e devo
passare pel primo.
-- Servizio del re! disse il gentiluomo.
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