I tre moschettieri, vol. II
Alexandre Dumas
Translator: Angiolo Orvieto
I TRE
MOSCHETTIERI
DI
Alessandro Dumas
VERSIONE
DI ANGIOLO ORVIETO.
VOL. II.
Napoli,
GIOSUÈ RONDINELLA EDITORE
Strada Trinità Maggiore nº 27
1853
TIPOGRAFIA DI G. PALMA.
CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XVI.
Il re tutto contento s'informò se il ministro era ancora al Louvre, gli
fu risposto che sua Eccellenza aspettava gli ordini di Sua Maestà nel
gabinetto di lavoro.
Il re si portò subito da lui.
-- Prendete, duca, gli disse, voi avevate ragione, e sono io che aveva
il torto, tutto lo intrigo è politico, ed in questa lettera non si
tratta menomamente di amore. Al contrario, si parla molto di voi.
Il ministro prese la lettera e la lesse con la più grande attenzione;
quindi, quando fu al termine, la rilesse una seconda volta.
-- Ebbene! Vostra Maestà, disse egli, vede fin dove giungono i miei
nemici. Voi siete minacciato da due guerre se non mi dimettete. Nel
vostro posto in verità, sire, io cederei a così potenti istanze, e
dal canto mio io mi ritirerei dagli affari riguardandolo come una vera
fortuna.
-- E che cosa dite voi dunque, duca?
-- Io dico, sire, che la mia salute si consuma in queste lotte eccessive
e in questi eterni lavori. Io dico che, secondo tutte le probabilità
io non potrò sostenere le fatiche dell'assedio della Rochelle, e che
vai meglio che nominiate a comandarlo o il sig. de Condè o il signor
Bassompierre, o finalmente qualche uomo valoroso che sia del suo
mestiere il dirigere una guerra, e non me, che sono uomo di penna e
di gabinetto, e che sono continuamente distolto dalle mie occupazioni
per applicarmi a cose per le quali non ho attitudine. Voi ne sarete
più felice nell'interno, sire, e non dubito che ne sarete più grande
all'estero.
-- Sig. duca, disse il re, io vi capisco. Siate tranquillo; tutti quelli
che sono nominati in questa lettera saranno puniti come meritano, e la
regina ancora.
-- Che dite mai, sire, il cielo mi guardi che la regina avesse
da provare il più piccolo dispiacere per cagione mia; ella mi ha
sempre creduto un suo nemico, sire, quantunque Vostra Maestà possa
far testimonianza che io ho sempre sostenuto calorosamente il suo
partito, anche contro voi. Oh se ella tradisse Vostra Maestà sul punto
dell'onore, allora sarebbe altra cosa, ed io sarei il primo a gridare:
«nessuna grazia, sire, nessuna grazia per la colpevole!» Fortunatamente
non vi è nulla, e Vostra Maestà ne ha acquistata una nuova pruova.
-- È vero, signor ministro, e voi, come sempre, avete ragion; la regina
però non merita meno tutta la mia collera.
-- Siete voi sire, che, siete incorso nella sua, e veramente quando ella
si lamentasse seriamente di Vostra Maestà, io la compatirei; Vostra
Maestà l'ha trattata con un rigore..!
-- È così che io tratterò sempre i miei nemici ed i vostri, duca, per
quanto sieno posti in alto, e qualunque sia il pericolo che io possa
incorrere a trattarli severamente!
-- La regina è mia nemica, ma non è la vostra, sire; al contrario, ella
è sposa affezionata, sottomessa e irreprensibile; lasciatemi adunque,
sire, intercedere per essa presso Vostra Maestà.
-- Che ella si umilii allora, e che per la prima ritorni a me.
-- Al contrario, sire, datele esempio; voi avete avuto il primo torto,
poichè siete stato voi che avete sospettato della regina.
-- Io ritornare pel primo? disse il re; giammai!
-- Sire ve ne supplico.
-- D'altronde; come potrò io ritornare pel primo?
-- Facendo una cosa che voi sapete esserle aggradevole.
-- E quale?
-- Date una festa di ballo; voi sapete in che modo la regina ami il
ballo; io vi garantisco che il suo mal umore cederà ad una simile
attenzione.
-- Ma, ministro, voi sapete che io non amo tutti questi piaceri mondani.
-- La regina ve ne sarò tanto più grata, perchè ella sa la vostra
antipatia a questi piaceri; d'altronde, questa sarà per lei una bella
occasione per adornarsi di quei superbi puntali di diamanti che voi le
regalaste nel giorno della sua festa, e di cui ella non ha ancora avuto
una occasione di metterseli.
-- Noi vedremo, duca, noi vedremo, disse il re, che nella sua gioia
di ritrovar la regina colpevole di un delitto di cui si curava
poco, e innocente di quello che temeva molto, era tutto disposto a
riaccomodarsi con essa: noi vedremo, ma sul mio onore! voi siete troppo
indulgente.
-- Sire, disse il duca, lasciate il rigore ai vostri ministri;
l'indulgenza è una virtù da re; usatene, e voi vedrete che ve ne
troverete contento.
Dopo di che il ministro, sentendo l'orologio suonare le undici ore,
s'inchinò profondamente, domandando congedo al re per ritirarsi, e
supplicandolo di rappacificarsi con la regina.
Anna, che in seguito della cattura di quella lettera, aspettava un
qualche rimprovero, fu molto meravigliata di vedere nell'indomani il
re, fare vicino a lei, dei tentativi di riaccomodamento. Il suo primo
movimento fu repulsivo, il suo orgoglio di donna e la sua dignità
di regina, erano stati così crudelmente offesi, che ella non poteva
riconciliarsi di primo tratto, ma vinta dai consigli delle sue dame,
assunse finalmente l'aspetto di cominciare a dimenticare. Il re
approfittò di questo primo momento di ritorno, per notificarle che egli
contava di dare in breve una festa di ballo.
Una festa di ballo era una cosa tanto rara per la povera Anna, che a
quest'annunzio, come lo aveva pensato il ministro, l'ultima traccia
del suo risentimento disparve, se non dal suo cuore, almeno dal suo
viso. Ella domandò in qual giorno avrebbe avuto luogo, ma il re rispose
che su questo punto egli se la sarebbe intesa col ministro. Infatti,
ciascun giorno domandava al ministro in qual epoca avrebbe avuto luogo
questa festa, ed il ministro, sotto un qualunque pretesto, differiva di
stabilirla; in tal modo passarono dieci giorni.
L'ottavo giorno dopo la scena che abbiamo raccontata, il ministro
ricevette una lettera col bollo di Londra, che conteneva soltanto
queste parole:
«Io li ho, ma non posso lasciare Londra, attesochè sono senza danari;
inviatemi 500 doppie, e quattro o cinque giorni dopo averle ricevute,
io sarò a Parigi».
Il giorno stesso in cui il ministro ricevette questa lettera, il re
gl'indirizzò la solita domanda.
Richelieu contò sulle punte delle dita, a disse fra se stesso:
-- Ella giungerà, dice, quattro o cinque giorni dopo aver ricevuto il
denaro; mi abbisognano quattro o cinque giorni per mandarlo, quattro
o cinque giorni a lei per ritornare, il che fa dieci giorni; ora
aggiungiamo le eventualità dei venti contrarii, dei sinistri accidenti,
delle debolezze della donna, e fissiamo a dodici giorni.
-- Ebbene! signor duca, disse il re, avete voi calcolato abbastanza?
-- Sì, sire; oggi noi siamo ai venti di settembre, i consoli della città
danno una festa di ballo il tre di ottobre. Ciò converrà a meraviglia,
perchè così voi non avrete l'apparenza di fare una riconciliazione con
la regina.
Quindi il ministro aggiunse.
-- A proposito, sire, non dimenticate di dire a Sua Maestà il giorno
innanzi la festa, che voi desiderate vedere come le si adattano i
puntali di diamanti.
CAPITOLO XVII.
L'INTERNO DELLA FAMIGLIA BONACIEUX
Era la seconda volta che il ministro ritornava col re sull'argomento
dei puntali di diamanti. Luigi XIII fu dunque scosso da questa
insistenza, e pensò che questa raccomandazione nascondesse un qualche
mistero.
Più di una volta il re era stato umiliato dal ministro, la di cui
polizia, senza esser giunta a quel grado di perfezione in cui è ora
la polizia moderna, era eccellente, ed era istruito più di lui stesso
di ciò che passavasi nella propria sua famiglia. Egli sperò adunque,
in una conversazione con Anna, di ricavare qualche schiarimento e di
ritornare in seguito presso Sua Eccellenza con un qualche segreto che
il ministro sapesse o non sapesse, cosa che nell'uno e nell'altro caso
lo rialzava infinitamente agli occhi del suo ministro.
Egli andò dunque a ritrovare, la regina, e l'abbordò con nuove minacce
contro quelle che la circondavano. Anna abbassò la testa lasciò
scorrere il torrente senza rispondere, sperando che finalmente si
fermerebbe. Ma non era a questo a cui voleva giungere Luigi XIII; Luigi
XIII voleva una discussione, dalla quale scaturisse uno schiarimento
qualunque, convinto che il ministro nascondeva qualche segreto, e
lo minacciava di una di quelle terribili sorprese che tanto sapeva
far bene Sua Eccellenza. Giunse alla meta colla sua persistenza
nell'accusare.
-- Ma gridò Anna stanca di questi incerti attacchi, ma, sire, voi non
mi dite tutto ciò che avete nel cuore. Che ho dunque fatto? sentiamo
dunque, qual delitto ho commesso? È impossibile che Vostra Maestà
faccia tutto questo rumore per una lettera scritta a mio fratello.
Il re attaccato a sua volta in un modo così diretto, non seppe
che rispondere. Egli pensò esser giunto il momento di fare quella
raccomandazione, che il ministro si era raccomandato che fosse fatta
soltanto la vigilia della festa.
-- Signora, disse egli con maestà, fra giorni vi sarà ballo nel palazzo
di città; io intendo che, per fare onore ai nostri bravi consoli, voi
vi presentiate in abito di cerimonia, e soprattutto che vi adorniate
di quei puntali di diamanti, che io vi regalai nel vostro giorno
onomastico. Ecco la mia risposta.
La risposta era terribile. Anna credè che Luigi sapesse tutto, e che
il ministro, avesse ottenuto da lui questa lunga dissimulazione di
sette o otto giorni, che del resto era nel suo carattere. Ella divenne
eccessivamente pallida, appoggiò sopra una mensola la sua mano, di
una ammirabile bellezza, e che allora sembrava una mano di cera, e
guardando il re con occhi spaventati, non rispose una sillaba.
-- Voi intendete, signora? disse il re, che godeva di questo imbarazzo
in tutta la sua estensione, ma senza indovinarne la causa; voi
intendete?
-- Sì, sire, intendo, balbettò la regina»
-- Comparirete voi a questo ballo?
-- Sì.
-- Coi vostri puntali?
-- Sì.
Il pallore della regina aumentò ancora, se era possibile; il re se ne
accorse, e ne godè con quella fredda crudeltà che formava una delle
parti cattive del suo carattere.
-- Allora tutto è convenuto, disse il re, ed ecco tutto ciò che aveva a
dirvi.
-- Ma in che giorno avrà luogo questo ballo? domandò Anna.
Luigi XIII sentì per istinto che non doveva rispondere a questa
domanda, essendo stata fatta dalla regina con una voce quasi da
moribonda.
-- Prestissimo, signora, disse egli; ma io non mi ricordo precisamente
la data del giorno; io la domanderò al ministro.
-- È dunque il ministro che vi ha annunziata questa festa? gridò la
regina.
-- Sì signora, rispose il re maravigliato: ma perchè mi fate questa
domanda?
-- È lui che vi ha detto d'invitarmi a comparirvi con quei puntali?
-- Come sarebbe a dire, signora?
-- È lui, sire, è lui!
-- Ebbene! che importa che sia stato o lui od io? vi è forse un qualche
delitto in questo invito?
-- No, sire.
-- Voi verrete, allora?
-- Sì, sire.
-- Sta bene, disse il re ritirandosi, sta bene, io vi conto.
La regina fece una riverenza, meno per etichetta, di quello che, perchè
le sue ginocchia le si piegarono sotto.
Il re parve incantato.
-- Io sono perduta, mormorò la regina, perduta, poichè il ministro sa
tutto, e fu lui che spinse il re, che ancora non sa niente, ma che lo
saprà ben presto. Io sono perduta! mio Dio! mio Dio! mio Dio!
Ella s'inginocchiò sopra un cuscino, e pregò colla testa nascosta fra
le sue braccia palpitanti.
La sua posizione infatti era terribile. Buckingham era ritornato a
Londra, la signora de Chevreuse era a Tours. Più sorvegliata che mai,
la regina sentiva sordamente che una della sue damigelle la tradiva
senza saper dire quale. Laporte non poteva più lasciare il Louvre, ella
non aveva un'anima al mondo di cui fidarsi.
Così, in presenza dell'infortunio che la minacciava, e del suo
abbandono in cui si ritrovava, ella scoppiò in singhiozzi.
-- Non posso dunque esser buona a niente per Vostra Maestà? disse ad un
tratto una voce piena di dolcezza e di pietà.
La regina si voltò vivamente, poichè non v'era a sbagliarsi sulla
espressione di questa voce: era un'amica che parlava così.
Infatti a una delle porte che mettevano all'appartamento della regina
apparve la bella sig. Bonacieux: ella era occupata ad accomodare le
biancherie nella guardaroba di un gabinetto, allorchè era entrato il
re; ella non aveva potuto sortire; ed aveva inteso tutto.
La regina mandò un grido vedendosi sorpresa, poichè nel suo turbamento
non aveva riconosciuto sulle prime la giovane che le era stata data da
Laporte.
-- Oh! non temete niente, signora, disse la giovane giungendo le mani e
piangendo ella stessa per le angosce della regina; io sono qui anima
e corpo per Vostra Maestà, e per quanto io sia lontana da lei, e per
quanto sia inferiore la mia posizion, io credo di aver ritrovato il
modo di togliere di pena Vostra Maestà.
-- Voi! o cielo! voi! grido la regina, ma vediamo guardatemi in viso. Io
sono tradita da tutte le parti, posso io fidarmi di voi?
-- Oh! signora, gridò la giovane cadendo in ginocchio; oh! sull'anima
mia, io sono pronta a morire per Vostra Maestà!
Questo grido era sortito dal più profondo del cuore, e come pel primo,
non v'era da ingannarsi.
-- Sì, continuò, la sig Bonacieux, sì, qui vi sono dei traditori, ma
sull'anima mia, io vi giuro che nessuno è più affezionata di me a
Vostra Maestà. Questi puntali che il re vi domanda, voi li avete dati
al duca di Buckingham, non è vero? questi puntali erano chiusi in un
piccolo bauletto di legno rosa che egli teneva sotto il suo braccio?
Non è così la cosa? mi sbaglio io forse?
-- Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò la regina a cui i denti si sbattevano
per lo spavento.
-- Ebbene! questi puntali, continuò la sig. Bonacieux, bisogna riaverli.
-- Sì, senza dubbio, è necessario gridò la regina, ma, come fare, come
giungervi?
-- Bisogna inviare qualcuno al duca.
-- Ma chi?... chi?... di chi fidarmi?
-- Confidatevi in me, signora, concedetemi questa fortuna, o mia regina,
e io ritroverò il messaggiero.
-- Ma bisognerà scrivere!
-- Oh! sì. È indispensabile. Due parole della mano di Vostra Maestà e il
vostro sigillo particolare.
-- Ma queste due parole sono la mia condanna: il divorzio: l'esilio!
-- Sì, se esse cadessero in mani infami! ma io garantisco che queste due
parole saranno consegnate al suo indirizzo.
-- Oh! mio Dio! bisogna dunque che io affidi la mia vita, il mio onore,
la mia riputazione alle vostre mani!
-- Sì! sì, signora, è necessario, ed io salverò tutto!
-- Ma in che modo? ditemelo almeno?
-- Mio marito è stato rimesso in libertà, che sono due o tre giorni;
io non ho avuto ancora il tempo di rivederlo. Egli è un bravo
ed onest'uomo che non ha nè odio nè amore per nessuno. Egli farà
dunque tutto ciò che potrà, e rimetterà la lettera di Vostra Maestà
all'indirizzo che gli verrà indicato, senza neppur sapere che ella
viene da Vostra Maestà.
La regina prese ambe le mani della giovane con uno slancio di passione,
la guardò come per leggere nel fondo del suo cuore, e non vedendo che
sincerità nei suoi belli occhi, l'abbracciò teneramente.
-- Fa così, gridò ella, e tu mi avrai salvata la vita, tu mi avrai
salvato l'onore.
-- Oh! non esagerate il servizio che ho la fortuna di rendervi; io non
ho niente da salvare a Vostra Maestà, che è soltanto la vittima di
perfidi complotti.
-- È vero, è vero, figlia mia, disse la regina, tu hai ragione.
-- Datemi adunque questa lettera, signora, il tempo stringe.
La regina corse ad una piccola tavola sulla quale vi era carta,
calamaio e penne; ella scrisse due righe; sigillò la lettera col suo
sigillo, e la rimise nelle mani della signora Bonacieux.
-- Ed ora, disse la regina, dimentichiamo una cosa molto necessaria.
-- E quale?
-- Il denaro.
La sig. Bonacieux sorrise.
-- Sì è, vero, disse ella, io confesserò a Vostra Maestà che mio
marito...
-- Tuo marito non ne ha, tu vuoi dire?
-- Non è così, egli ne ha, ma è molto avaro, questo è il suo difetto.
Però Vostra Maestà si tranquillizzi, noi troveremo il mezzo.
-- Il fatto è che io pure non ne ho, disse la regina (quelli
che leggeranno lo memorie della signora de Monteville non si
maraviglieranno di questa risposta), ma aspetta.
Anna corse al suo scrigno.
-- Prendi, disse ella, eccoti un anello di un gran valore a quando mi si
assicura: questo mi fu dato da mio fratello re di Spagna, esso è mio e
posso disporne. Prendi questo anello e ricavane del denaro, e che tuo
marito parta.
-- Fra un'ora voi sarete obbedita.
-- Tu vedi l'indirizzo, aggiunse la regina, parlando così a bassa
voce che appena si poteva intendere quello che diceva: a Milord di
Buckingham, Londra.
-- La lettera sarò rimessa a lui stesso.
-- Generosa fanciulla! gridò la regina Anna.
La sig. Bonacieux baciò le mani della regina, nascose il biglietto nel
suo busto, e disparve con la leggerezza di un uccello.
Dieci minuti dopo ella era in casa sua. Come lo aveva detto alla
regina, non aveva più riveduto suo marito da dopo che era stato messo
in libertà, ella dunque ignorava il cambiamento che si era in lui
operato in rapporto al ministro, cambiamento operato dalla lusinga e
dal denaro di Sua Eccellenza, e che dopo era stato corroborato da due
o tre visite del conte de Rochefort, divenuto il migliore amico di
Bonacieux, al quale aveva fatto credere, senza molta pena, che nessun
reo sentimento avea cagionato il ratto di sua moglie, ma che era stata
semplicemente una precauzione politica.
Ella ritrovò il sig. Bonacieux solo: il povero uomo rimetteva a grande
stento un poco d'ordine alla sua casa in cui aveva ritrovati quasi
tutti i mobili poco meno che tritolati, e tutti gli armadi poco meno
che vuoti, non essendo la giustizia una di quelle tre cose, che vengono
indicate dal re Salomone, che non lasciano dietro di se alcuna traccia
del loro passaggio. In quanto alla serva, ella si era data alla fuga
dopo l'arresto del suo padrone. Il terrore aveva invaso la povera
donna, al punto che ella non si era fermata dal correre da Parigi fino
in Borgogna suo paese natio.
Il degno merciaio, subito dopo il ritorno in casa sua, aveva dato parte
a sua moglie del suo felice ritorno, e sua moglie gli aveva risposto
col rallegrarsene, e col dire che il primo momento che avesse avuto di
libertà, non avrebbe mancato ai suoi doveri e lo avrebbe consagrato per
intero a fargli una visita.
Questo primo momento si era fatto aspettare cinque giorni, ciò che,
in ogni altra circostanza, sarebbe sembrato troppo lungo a mastro
Bonacieux; ma egli aveva, nella visita fatta al ministro; e nelle
visite che gli faceva Rochefort, ampio argomento di riflessione,
e, come ognun sa, il tempo passa presto quando si ha a che cosa
riflettere.
Tanto più le riflessioni di Bonacieux erano tutte color di rosa.
Rochefort lo chiamava il suo amico, il suo caro Bonacieux, e non si
stava dal dirgli continuamente che il ministro faceva il più gran
calcolo di lui. Il merciaio si vedeva già sul sentiero degli onori e
della fortuna.
Dal suo canto la sig. Bonacieux aveva riflettuto, ma, bisogna dirlo, a
tutt'altra cosa fuorchè all'ambizione; suo malgrado i propri pensieri
avevano avuto per motore costante il bello e bravo giovane che sembrava
tanto innamorato. Maritata a diciotto anni col sig. Bonacieux, avendo
sempre vissuto in mezzo agli amici di suo marito, poco suscettibili
d'inspirare un sentimento qualunque ad una giovane che sentiva il
cuore più elevato della sua posizione, la sig. Bonacieux era rimasta
insensibile alle seduzioni volgari; ma in quell'epoca particolarmente,
il titolo di gentiluomo aveva una grande influenza sulla borghesia, e
d'Artagnan era gentiluomo, di più portava l'uniforme dello guardie,
che dopo l'uniforme dei moschettieri era il più apprezzato dalle
donne. Egli era, noi lo ripetiamo, bello giovane e avventuroso, parlava
d'amore come uomo che sa amare ed ha sete di farsi amare, vi era assai
più di ciò che abbisognava per far girare una testa di ventitre anni, e
la sig. Bonacieux era precisamente in questa felice età della vita.
I due sposi abbenchè non si fossero veduti da più di otto giorni, e che
per una settimana fossero accaduti grandi avvenimenti, si videro con
una certa preoccupazione; ciò nonostante il sig. Bonacieux manifestò
una gioia reale, e si avanzò incontro alla moglie a braccia aperte.
La signora Bonacieux gli presentò la fronte a baciare.
-- Parliamo un poco, diss'ella.
-- Come? disse Bonacieux maravigliato.
-- Sì, senza dubbio, io ho una cosa della più alta importanza da
comunicarvi.
-- Decisamente, anch'io ho alcune serie interrogazioni da indirizzarvi.
Spiegatemi un poco il vostro rapimento, ve ne prego.
-- Non si tratta di ciò in questo momento, disse la sig. Bonacieux.
-- E di che cosa si tratta adunque? della mia prigionia?
-- Io la seppi il giorno stesso, e siccome voi non eravate colpevole di
alcun delitto, siccome non eravate complice d'alcun intrigo, siccome
in fine non sapevate niente, che avesse potuto compromettere nè voi
nè alcun altro, non ho dato a quest'avventura quell'importanza che
meritava.
-- Voi ne parlate con molta indifferenza, signora, riprese Bonacieux,
piccato del poco interesse che gli testimoniava sua moglie; sapete voi
che io sono stato sepolto un giorno e una notte in una segreta della
Bastiglia?
-- Un giorno e una notte si passano presto: lasciamo adunque la vostra
prigionia, e veniamo a ciò che mi conduce a voi.
-- Come? ciò che vi conduce a me, non è dunque il desiderio di vedere un
marito da cui siete stata divisa per otto giorni? domandò il merciaio
punto sul vivo.
-- Primieramente è questo, quindi un'altra cosa.
-- Parlate.
-- Una cosa del più alto interesse, dal quale dipende forse la nostra
futura fortuna.
-- La nostra fortuna ha molto cambiato di fisonomia, dopochè non vi ho
veduta, signora, e non mi farebbe meraviglia che qui a qualche mese mi
facesse invidiare da molti.
-- Sì, particolarmente se voi volete seguire le istruzioni che sono per
darvi.
-- A me?
-- Sì, a voi. Vi è una buona e santa azione da fare, signore, e nello
stesso tempo da guadagnare molto danaro.
La signora Bonacieux, parlando di danaro a suo marito, lo prendeva pel
suo lato debole.
Ma un uomo, fosse pure un merciaio, allora quando aveva discorso dieci
minuti con un duca de Richelieu, non era più lo stesso uomo.
-- Molto denaro da guadagnare, disse Bonacieux allungando le labbra.
-- Sì, molto.
-- Quanto, presso a poco?
-- Mille doppie, forse.
-- Ciò che avete a chiedermi, è dunque una cosa grave?
-- Sì.
-- Che cosa bisogna fare?
-- Voi partirete sull'istante; io vi consegnerò una carta di cui non vi
priverete sotto alcun pretesto, e che rimetterete in proprie mani.
-- E per dove, debbo partire?
-- Per Londra.
-- Io! per Londra! su via, voi scherzerete; io non ho affari a Londra.
-- Ma altri hanno bisogno che vi andiate.
-- E chi sono questi altri? Io vi avverto, che non faccio niente alla
cieca, e che io voglio sapere, non solo a che cosa mi espongono, ma
ancora per chi mi espongono.
-- Una persona illustre v'invia, una persona illustre vi aspetta; la
ricompensa sorpasserà i vostri desiderii: ecco tutto ciò che posso
promettere.
-- Altri intrighi!, sempre intrighi! io non me ne fido ora, ed il
ministro mi ha illuminato su ciò.
-- Il ministro! gridò la signora Bonacieux, avete veduto voi il ministro?
-- Egli mi ha fatto chiamare, rispose orgogliosamente il merciaio.
-- E voi vi siete arreso al suo invito? imprudente che siete!
-- Io debbo dirvi, che non ne aveva la scelta, tra il potermi arrendere
o non arrendere, poichè era tra due guardie. Egli è altresì vero che
allora non conosceva Sua Eccellenza, e se avessi potuto dispensarmi da
quella visita sarei stato molto contento.
-- Egli dunque vi ha maltrattato? vi ha fatto delle minacce.
-- Egli mi ha steso la mano, e mi ha chiamato suo amico; suo amico!
capite bene, signora? io sono l'amico del gran ministro.
-- Del gran ministro!
-- E avreste forse delle difficoltà su questo titolo, signora?
-- Io non ho niente da opporre, ma io vi dico che il favore di un
ministro, è un'effimera cosa, e che bisogna esser pazzo per attaccarsi
ad un ministro; vi sono dei poteri al disopra del suo, e che non sono
fondati sul capriccio di un uomo o sulla riuscita di un avvenimento: è
a questi poteri che bisogna attenersi.
-- Ne sono afflitto, signora, ma io non conosco altro potere che quello
del grand'uomo, che ho l'onore di servire.
-- Voi servite il ministro?
-- Sì, signora, e come suo servitore io non vi permetterò che vi
intrighiate in complotti contro la sicurezza dello stato, e che
serviate gl'intrighi di una donna che non è francese, e che ha il
cuore spagnuolo. Fortunatamente il gran ministro è là, il suo sguardo
vigilante sorveglia e penetra, fino nel fondo del cuore.
Bonacieux ripeteva parola per parola una frase che aveva sentita dire
dal conte de Rochefort; ma la povera donna che aveva calcolato sopra
suo marito, e che, in questa speranza, aveva risposto di lui alla
regina, non fremè meno del pericolo nel quale abbisognava gettarsi,
che della impotenza nella quale si trovava. Ciò non ostante, conoscendo
la debolezza, e soprattutto l'avarizia di suo marito, ella disperò di
condurlo ai suoi fini.
-- Ah! voi siete ministeriale, signore, gridò ella; ah! voi servite il
partito di quelli che maltrattano vostra moglie, e che insultano alla
vostra regina?
-- Gl'interessi particolari non sono niente dirimpetto agl'interessi
generali. Io sono per quelli che salvano lo stato, disse con enfasi
Bonacieux.
Questa era un'altra frase del conte de Rochefort che egli aveva
ritenuta a memoria, e che trovava l'occasione di situare.
-- E sapete voi che cosa è lo stato di cui voi parlate, disse la
signora Bonacieux, stringendosi nelle spalle. Contentatevi di essere
un borghese senza alcuna furberia, e voltatevi dalla parte che vi offre
maggiori vantaggi.
-- Eh! eh! disse Bonacieux, battendo sopra un sacchetto colla pancia
arrotondata che rese un suono argentino; che dite voi di questo,
signora predicatrice?
-- Da dove viene questo denaro?
-- Voi non lo indovinate?
-- Dal ministro?
-- Da lui, e dal mio amico, il conte de Rochefort.
-- Il conte di Rochefort! non fu lui che mi rapì.
-- Può darsi, signora.
-- E voi ricevete del danaro da quest'uomo?
-- Non mi avete voi detto, che questo rapimento era semplicemente
politico?
-- Sì; ma questo rapimento aveva per iscopo di farmi tradire la mia
padrona, di strapparmi, col mezzo delle torture; delle confessioni che
potevano compromettere l'onore, e fors'anche la vita della mia augusta
padrona.
-- Signora, riprese Bonacieux, la vostra augusta padrona è una perfida
Spagnuola, e ciò che fa il gran ministro è tutto ben fatto.
-- Signore, disse la giovane sposa, io sapeva che eravate un imbecille,
ma non sapeva che voi foste un infame.
-- Signora, disse Bonacieux che non aveva veduto mai in collera sua
moglie, che indietrava davanti all'ira coniugale; signora, che cosa
dite?
-- Io dico, che voi siete un miserabile! continuò la signora Bonacieux,
vedendo che ella riprendeva il sopravvento su suo marito. Ah! voi
v'intrigate di politica ministeriale ancora! Ah! voi vi vendete anima e
corpo al demonio pel denaro!
-- No, ma al ministro.
-- Che è la stessa cosa! gridò la giovane sposa; chi dice Richelieu,
dice Satanasso!
-- Tacete, signora, tacete, potreste essere intesa.
-- Sì, voi avete ragione, e io sarei vergognosa per voi della vostra
vigliaccheria!
-- Ma che cosa esigete voi dunque da me? vediamo.
-- Io ve l'ho detto: che partiate sull'istante, signore; che compiate
lealmente la commissione di cui mi degno di incaricarvi: e a questa
condizione io dimentico tutto, io perdono tutto; vi è di più (ella gli
stese la mano) io vi rendo la mia amicizia.
Bonacieux era poltrone ed avaro, ma egli amava sua moglie; ne fu
intenerito. Un uomo di cinquant'anni non tiene lungamente la collera
con una moglie di ventitre. La sig. Bonacieux s'accorse che egli
esitava.
-- Andiamo, siete voi deciso? diss'ella.
-- Ma, mia cara amica, riflettete dunque un poco a ciò che esigete da
me; Londra è lontana da Parigi, molto lontana, e la commissione di cui
voi mi incaricate, non è forse priva di pericoli.
-- Che importa? voi li saprete evitare.
-- Sentite, signora Bonacieux, disse il merciaio, sentite, decisamente
io rifiuto: gl'intrighi mi fanno paura, io ho veduto la Bastiglia.
Byrron! la Bastiglia è spaventosa! al solo pensarvi mi viene la pelle
d'oca. Sono stato minacciato della tortura. Sapete voi che cosa è
la tortura? sono cunei di legno che vi vengono piantati fra le gambe
fino a che si spezzano le ossa? no, decisamente, io non andrò. Eh! per
bacco! e chè non vi andate voi stessa! poichè in verità io credo di
essermi fin qui sbagliato sul conto vostro: io credo che voi siate un
uomo, ed anche dei più arrabbiati!
-- E voi siete una donna, una miserabile donna, stupida e imbestialita.
Eh! voi avete paura, ebbene! se voi non partite sull'istante medesimo,
per ordine della regina, vi farò mettere in quella Bastiglia che voi
tanto temete.
Bonacieux cadde in una profonda riflessione; pesò maturamente le due
collere nel suo cervello, quella del ministro e quella della regina;
quel del ministro la superò enormemente?
-- Fatemi arrestare per ordine della regina, disse egli; ed io porterò i
miei reclami a Sua Eccellenza.
Sul momento, la sig. Bonacieux vide che ella aveva corso troppo, e fu
spaventata di essersi tanto avanzata. Ella contemplò un istante con
terrore quella figura stupida per una risoluzione invincibile, come
quella degli stolti che hanno paura.
-- Ebbene! sia! diss'ella. Forse in fin del conto avete ragione; un
uomo ne sa molto più di una donna in politica, e voi particolarmente,
sig. Bonacieux, che avete parlato col ministro. E frattanto è cosa ben
dura aggiunse ella, che mio marito, ch'è l'uomo sulla di cui affezione
io credeva di poter contare, mi tratti così aspramente: e non voglia
soddisfare ad un mio capriccio.
-- Egli è che i vostri capricci possono condurre molto avanti, riprese
Bonacieux trionfante, e io non me ne fido.
-- Io dunque vi rinunzierò, disse la giovane sospirando; sta bene, non
ne parliamo più.
-- Se almeno voi mi diceste qual cosa doveva io andare a fare a Londra,
riprese Bonacieux, che si ricordava un poco troppo tardi che Rochefort
gli aveva raccomandato di sorprendere i segreti di sua moglie.
-- È inutile che voi lo sappiate, disse la giovane sposa, ora che una
diffidenza instintiva la respingeva in addietro: si trattava di una
bagattella come ne desiderano le donne; di una compra sulla quale vi
era molto da guadagnare.
Ma più la giovane sì difendeva, più al contrario Bonacieux pensò che
il segreto che ella si ricusava di confidargli era importante. Egli
risolse dunque di correre sull'istante dal conte di Rochefort e di
dirgli che la regina cercava di un messaggiero per mandarlo a Londra.
-- Perdono, se io vi lascio, cara la mia sig. Bonacieux, disse egli;
ma non sapendo che voi sareste venuta a vedermi, aveva preso un
appuntamento con uno dei miei amici. Io ritorno all'istante, e se voi
volete aspettarmi soltanto un mezzo minuto, subito che avrò finito con
questo amico, ritornerò a prendervi, e siccome comincia a far tardi, vi
ricondurrò al Louvre.
-- Grazie, signore, rispose la sig. Bonacieux; voi non siete abbastanza
bravo per essermi utile a qualche cosa, e io me ne ritornerò al Louvre
tutta sola.
-- Come vi piacerà, signora Bonacieux, riprese il merciaio. Vi rivedrò
io presto?
-- Senza dubbio; nella settimana prossima, lo spero, il mio servizio
mi lascerà qualche ora di libertà, ed io ne approfitterò per tornare
a mettere in ordine i nostri altari, che devono essere alcun poco
scomposti.
-- Sta bene; io vi aspetterò... voi non siete meco in collera?
-- Io! neppure per sogno.
-- Fra breve dunque ci rivedremo?
-- Fra breve.
Bonacieux baciò la mano alla sua moglie, e si allontanò rapidamente.
-- Andiamo, disse la sig. Bonacieux allorquando suo marito ebbe chiusa
la porta di strada e che si trovò del tutto sola, non mancava altro
a quest'imbecille che di diventare ministeriale! ed io che aveva
garentito alla regina, io che aveva promesso alla mia povera padrona...
A mio Dio! mio Dio! ella mi prenderà per una di quelle miserabili
di cui formicola il palazzo, e che sono state messe vicino a lei per
spiarla! Ah! sig. Bonacieux io non vi ho mai amato molto: ma, ora è ben
peggio! io vi odio, e sulla mia parola, voi me la pagherete.
Al momento in cui ella diceva queste parole, un colpo battuto
al soffitto le fece alzare la testa, e una voce che giunse a lei
attraverso il piancito le diceva:
-- Cara signora Bonacieux, apritemi la piccola porta del corridoio, e
discendo da voi.
CAPITOLO XVIII.
L'AMANTE ED IL MARITO
-- Ah! signora, disse d'Artagnan, entrando per la porta che gli venne
aperta dalla giovane, permettetemi di dirvelo, voi avete un gran tristo
marito.
-- Voi dunque avete inteso la nostra conversazione? domandò prestamente
la signora Bonacieux, guardando d'Artagnan con inquietudine.
-- Tutta intera.
-- Ma in che modo? mio Dio!
-- Per mezzo di un processo conosciuto da me, per mezzo del quale
intesi pure la conversazione animata che voi aveste con gli sbirri del
ministro.
-- E che cosa avete voi capito di ciò che noi dicevamo?
-- Mille cose; primieramente che vostro marito è uno stupido ed un
imbecille; fortunatamente, quindi, che voi siete imbarazzata, cosa di
cui sono molto contento, perchè ciò mi mette nell'occasione di offrirvi
i miei servigi, e Dio sa se io sono pronto a gettarmi nel fuoco per
voi; che la regina ha bisogno di un uomo coraggioso, intelligente e
affezionato che faccia per lei il viaggio di Londra. Io ho almeno due
delle tre qualità che vi abbisognano, ed eccomi qua.
La signora Bonacieux non rispose, ma il suo cuore batteva di gioia, e
una segreta speranza brillò ai suoi occhi.
-- E qual guarentigia mi darete voi, domandò ella, se io acconsento a
darvi questa commissione?
-- Il mio amore per voi. Vediamo, dite, ordinate: che cosa bisogna fare.
-- Mio Dio! mio Dio! mormorò la giovane sposa, debbo io confidarvi un
simile segreto, signore? Voi siete quasi un fanciullo.
-- Andiamo, io vedo che vi abbisogna qualcuno che vi garantisca per me.
-- Io confesso che ciò mi tranquillizzerebbe assai.
-- Conoscete voi Athos?
-- No.
-- Porthos?
-- No.
-- Aramis?
-- No, chi sono questi signori?
-- Moschettieri del Re. Conoscete voi il sig. de Tréville loro capitano?
-- Oh! sì, quello lo conosco, non di persona ma per averne sentito
più volte a parlare dalla stessa regina, come di un valoroso e leale
gentiluomo.
-- Voi non temete che egli possa tradirvi pel ministro, non è vero?
-- Oh! no certamente.
-- Ebbene! rivelategli il vostro segreto e domandategli se per quanto
questo sia importante, prezioso, terribile, se voi potete confidarmelo.
-- Ma questo non è un mio segreto, ed io non posso rivelarlo in tal modo.
-- Voi però eravate per confidarlo al signor Bonacieux, disse d'Artagnan
con dispetto.
-- Sì, come si confida una lettera alla fenditura di un albero, all'ala
d'un colombo, al collare di un cane.
-- Eppure voi vedete che io vi amo.
-- Lo dite voi.
-- Io sono un galantuomo!
-- Lo credo.
-- Io sono coraggioso!
-- Oh! di questo ne sono sicura.
-- Allora mettetemi alla pruova.
La signora Bonacieux guardò il giovane, ritenuta da un'ultima
esitazione. Ma vi era un tale ardore nei suoi occhi, una tale
persuasione nella sua voce che ella si sentì trascinata a fidarsi di
lui. D'altronde ella si trovava in una di quelle circostanze in cui
abbisogna rischiare tutto per tutto. La regina era egualmente perduta
per una troppo grande confidenza. Poi, confessiamolo, il sentimento
involontario che ella provava per questo giovane protettore la decise a
parlare.
-- Ascoltate, disse ella. Io mi arrendo alle vostre proteste. Ma vi
giuro, davanti a quell'Ente che mi ascolta, che se voi mi tradiste e
che i miei nemici mi perdonassero, io mi ucciderei accusandovi della
mia morte.
-- Ed io vi giuro sul mio onore, signora, disse d'Artagnan, che se io
sono preso nell'adempiere gli ordini che voi mi date, io morirò prima
di fare o dire niente che possa compromettere qualcuno.
Allora la giovane sposa gli confidò il terribile segreto, il cui caso
glie ne aveva rivelata una parte, dirimpetto alla Samaritana.
Questa fu la loro mutua dichiarazione di amore.
D'Artagnan rispondeva di gioia e di orgoglio. Il segreto che possedeva,
la donna che egli amava, la confidenza e l'amore facevano di lui un
gigante.
-- Io parto, diss'egli, io parto sul momento.
-- Come! voi partite! gridò la signora Bonacieux; e il vostro capitano?
-- Sull'anima mia, voi mi avete fatto dimenticare tutto, cara Costanza;
sì, avete ragione, mi abbisogna un congedo.
-- Anche un ostacolo! mormorò la signora Bonacieux con dolore.
-- Oh! questo, gridò d'Artagnan dopo un momento di riflessione, io lo
supererò, siate tranquilla.
-- In che modo?
-- Anderò questa sera stessa a ritrovare il sig. de Tréville, che
incaricherò di chiedere per me questo favore al suo cognato, il sig.
des Essarts.
-- Ora un'altra cosa.
-- Che? domandò d'Artagnan, vedendo che la sig. Bonacieux esitava a
continuare.
-- Voi non avete forse denaro?
-- Forse è un di più, disse d'Artagnan, sorridendo.
-- Allora, riprese la sig. Bonacieux aprendo un armadio, e cavando
da quest'armadio il sacchetto che una mezz'ora prima suo marito
accarezzava tanto amorosamente, prendete questo sacchetto.
-- Quello del ministro! gridò, scoppiando dalle risa d'Artagnan, che,
come ognuno si ricorderà, mercè i quadrelli levati, non aveva perduto
una sillaba della conversazione fra il merciaio e sua moglie.
-- Quello del ministro, rispose la sig. Bonacieux; voi vedete che egli
si presenta con un aspetto molto rispettabile.
-- Per bacco! gridò d'Artagnan, sarà una cosa doppiamente divertente, il
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