-- Perfettamente sicuro.
-- Chi ve lo ha detto?
-- La signora di Lannoy, che è tutta dedicata a Vostra Eccellenza, come
voi ben sapete.
-- E perchè non lo ha detto più presto?
-- Sia combinazione, sia diffidenza, la regina ha fatto dormire la
signora de Surgis nella sua camera, e l'ha tenuta presso di se tutta la
giornata.
-- Sta bene, noi siamo stati battuti. Cerchiamo di prendere la rivincita.
-- Io vi aiuterò con tutta l'anima, Eccellenza, siate tranquillo.
-- E come è andata la faccenda?
-- A mezzanotte e mezzo, la regina era con le sue damigelle.
-- Dove?
-- Nella sua camera da dormire.
-- Bene.
-- Allorquando sono venuti a portarle un fazzoletto per parte della
guarda-robiera.
-- E dopo?
-- La regina ha subito manifestato una grande emozione, e ad onta del
rosso di cui aveva tutto il viso coperto, ella impallidì.
-- E dopo, dopo?
-- In questo mentre la regina si è alzata, e con voce alterata ha
detto: «mie signore, aspettatemi qui dieci minuti, che quindi sarò di
ritorno»; ed ella ha aperto la porta della sua alcova ed è sortita.
-- Ed in che modo la signora de Lannoy non è venuta nell'istesso istante
a prevenirvi?
-- Non vi era ancora niente di positivo; d'altronde la regina aveva
detto: «mie signore, aspettatemi» ed ella non ha osato disobbedire alla
regina.
-- E quanto tempo la regina è rimasta fuori della sua camera?
-- Tre quarti d'ora.
-- Nessuna delle sue cameriere l'accompagnava?
-- Donna Stefania soltanto.
-- Ed in seguito è ella ritornata?
-- Sì, ma per prendere un piccolo bauletto di legno rosa colla sua
cifra, ed è subito partita.
-- E quando ella è rientrata più tardi ha riportato il bauletto?
-- No.
-- La sig. de Lannoy sa ella che cosa conteneva questo bauletto?
-- Sì: i puntali in diamanti che Sua Maestà regalò alla regina.
-- L'opinione della sig. Lannoy è che ella li abbia regalati a
Buckingham?
-- Ella ne è sicura
-- In che modo?
-- Durante tutta la giornata, la sig. de Lannoy, nella sua qualità di
dama che tiene in custodia le gioie, ha cercato questo bauletto, ha
finto di essere inquieta per non poterlo ritrovare, e ha finito per
domandarne contezza alla regina.
-- E la regina allora...?
-- La regina è divenuta molto rossa, ed ha risposto che, essendosele
rotto il giorno innanzi uno di questi puntali, lo aveva mandato ad
accomodare dal suo gioielliere.
-- Bisogna passarvi per assicurarsi se la cosa è vera o no.
-- Vi sono già passato.
-- Ebbene! il gioielliere...?
-- Il gioielliere non ne ha neppure inteso parlare.
-- Bene! bene! Rochefort, tutto non è ancor perduto, e forse... forse,
tutto è per lo meglio!
-- Il fatto è che io non dubito punto che il genio di Vostra
Eccellenza:..
-- Non ripari alle bestialità del mio agente, non è vero?
-- È giusto ciò che io diceva, se Vostra Eccellenza mi lasciava
terminare la frase.
-- Ora sapete ove si nascondeva la duchessa de Chevreuse e il duca de
Buckingham?
-- No, Eccellenza; i miei agenti non hanno potuto dirmi niente di
positivo su questo argomento.
-- Lo so io.
-- Voi? Eccellenza?
-- Sì, o almeno ne dubito. Essi si nascondevano, l'uno nella strada
Vaugirard n. 25, e l'altro nella strada dell'Arpa n. 75.
-- Vostra Eccellenza vuol ella che io li faccia arrestare tutti e due?
-- Sarà troppo tardi, essi saranno partiti.
-- Non importa ce ne possiamo assicurare.
-- Prendete dieci uomini della mia guardia, e perquisite le due case.
-- Vado, Eccellenza.
E Rochefort si slanciò fuori dell'appartamento.
Il ministro, rimasto solo, riflettè un istante, e suonò per la terza
volta il campanello.
Ricomparve lo stesso ufficiale.
-- Fate entrare il prigioniere, disse il ministro.
Mastro Bonacieux fu di nuovo introdotto, e dietro un segno del ministro
l'ufficiale si ritirò.
-- Voi mi avete ingannato, disse severamente il ministro.
-- Io! gridò Bonacieux, io ingannare Vostra Eccellenza?
-- Vostra moglie andando nella strada Vaugirard e nella strada dell'Arpa
non andava da dei mercanti di tele.
-- E dove andava ella, giusto Dio?
-- Ella andava dalla duchessa de Chevreuse, e dal duca de Buckingham.
-- Sì, disse Bonacieux richiamando tutte le sue rimembranze, sì, è
così, Vostra Eccellenza ha ragione. Io più di una volta ho detto a mia
moglie, che era sorprendente, che dei mercanti di tela abitassero in
simili abitazioni e in case che non avevano insegne. Ah! Eccellenza,
continuò Bonacieux gettandosi ai piedi del ministro, ah! voi realmente
siete il ministro, il gran ministro, l'uomo di genio che tutto il mondo
riconosce.
Il ministro, per quanto fosse mediocre il trionfo che riportava sopra
un essere così volgare, quanto lo era Bonacieux, non ne godè però
meno un istante; quindi, quasi subito, come se gli si fosse presentato
un nuovo pensiero allo spirito, un sorriso increspò il suo labbro, e
stendendo la mano al merciaio:
-- Rialzatevi, amico mio, gli disse, voi siete un bravo uomo.
-- Il ministro mi ha toccata la mano! io ho toccata la mano del
grand'uomo! gridò Bonacieux: il grande uomo mi ha chiamato suo amico.
-- Sì, amico mio, sì, disse il ministro con quel tuono paterno, che
qualche volta sapeva assumere, ma che non ingannava altri che le
persone che non lo conoscevano; e siccome noi abbiamo sospettato su voi
ingiustamente, ebbene! noi vi dobbiamo una indennizzazione. Prendete
questo sacchetto di cento doppie, e perdonatemi.
-- Che io vi perdoni, Eccellenza! disse Bonacieux, esitando a prendere
il sacchetto, temendo senza dubbio che questo preteso regalo non fosse
che uno scherzo. Ma voi siete padrone di farmi arrestare, di farmi
torturare, di farmi impiccare. Voi siete il padrone di tutti, ed io non
avrei avuto neppur una parola da opporre. Io perdonare, Eccellenza? su
via, voi non ci pensavate nemmeno!
-- Ah mio caro sig. Bonacieux, voi vi ponete della generosità; io lo
vedo, ed io ve ne ringrazio. Così dunque prendete questo sacchetto, e
voi ve ne andate senza esser troppo malcontento?
-- Io me ne vado incantato, Eccellenza.
-- Addio adunque, o piuttosto a rivederci, poichè spero che noi ci
rivedremo.
-- Quando vorrà Vostra Eccellenza, poichè io sono agli ordini di Vostra
Eccellenza.
-- Ciò sarà spesso, siate tranquillo, poichè io ho ritrovato un piacere
estremo nella vostra conversazione.
-- Oh! Eccellenza!
-- A rivederci, signor Bonacieux, a rivederci.
Ed il ministro gli fece un segno con la mano, al quale Bonacieux
rispose inchinandosi fino a terra, quindi sortì andando all'indietro,
e quando fu nella anticamera, il ministro lo intese che, nel suo
entusiasmo, gridava a tutta testa; «Viva Sua Eccellenza! viva il mio
padrone! viva il gran ministro!»
Il ministro ascoltò sorridendo questa rumorosa manifestazione dei
sentimenti entusiastici di Mastro Bonacieux; quindi, quando le grida di
Bonacieux si furono perdute nella lontananza:
-- Bene, diss'egli, ecco d'ora in avanti un uomo che si farà uccidere
per me.
E il ministro si mise ad esaminare colla più grande attenzione la carta
della Rochelle, che, come abbiamo detto, era stesa sul suo tavolino,
segnando con la matita la linea per dove doveva passare la diga che,
diciotto mesi dopo, chiudeva il porto della città assediata.
Allorquando egli era nel più profondo delle sue meditazioni le più
strategiche, si riaprì la porta, e Rochefort rientrò.
-- Ebbene? disse prestamente il ministro alzandosi con una sveltezza che
provava il grado d'importanza che egli attaccava alla commissione di
cui aveva incaricato il conte.
-- Ebbene? disse questi, una donna di ventisei anni circa ed un uomo dai
trentacinque ai quaranta hanno effettivamente alloggiato nelle due case
indicate dall'Eccellenza Vostra; ma la donna è partita questa notte e
l'uomo è partito questa mattina.
-- Erano essi! gridò il duca, che guardava al pendolo; ed ora, continuò
egli, è troppo tardi per far loro correr dietro; la duchessa è a Tours,
e il duca a Boulogne. Bisogna dunque raggiungerlo a Londra.
-- Eccellenza, quali sono i vostri ordini?
-- Non si dica una parola sul passato, che la regina resti nella più
perfetta sicurezza; che ella ignori che noi sappiamo il suo segreto;
che ella creda che noi siamo in traccia di una cospirazione qualunque.
Inviatemi il mio guarda-sigilli Seguier.
-- E di quest'uomo, che cosa ne fa l'Eccellenza Vostra?
-- Di qual uomo? domandò il ministro.
-- Di Bonacieux.
-- Io ne ho fatto tutto quello che se ne poteva fare, vale a dire una
spia di sua moglie.
Il conte de Rochefort s'inchinò come uomo che riconosce la grande
superiorità del padrone, e si ritirò.
Rimasto solo, il ministro si assise di nuovo, scrisse una lettera
che egli chiuse con un sigillo particolare; quindi suonò. Il solito
ufficiale ricomparve per la quarta volta.
-- Fatemi venire Vitray, diss'egli, e ditegli di prepararsi per un
viaggio.
Un istante dopo, l'uomo che aveva fatto chiamare era in piede davanti a
lui, portando già gli speroni e gli stivali alla cavaliera.
-- Vitray, gli disse, voi dovete partire di tutta corsa per Londra. Voi
non dovete fermarvi un istante sulla strada; rimetterete questa lettera
a Milady. Eccovi un buono di duegento doppie; passate dal mio tesoriere
e fatevelo pagare. Ve ne saranno altrettante che vi saranno sborsate se
voi sarete di ritorno qui fra sei giorni, e se voi avete seguita bene
la commissione.
Il messaggiere senza rispondere una sola parola, si inchinò, prese la
lettera, il bono per dugento doppie, e sortì.
Ecco ciò che conteneva la lettera.
«Milady,
«Trovatevi al primo ballo in cui interverrà il duca di Buckingham.
Egli porterà al suo saio dodici puntali di diamanti, avvicinatevi a
lui e tagliatene due.
«Subito che questi puntali saranno nelle vostre mani, datemene
avviso.»
CAPITOLO XV.
LA GENTE DI TOGA, E LA GENTE DI SPADA
L'indomani del giorno in cui erano accaduti questi avvenimenti, non
essendo ricomparso Athos, d'Artagnan e Porthos avvisarono il signor de
Tréville della di lui disparizione.
In quanto ad Aramis, egli aveva domandato un concedo di cinque giorni,
egli era a Rouen, dicevasi per affari di famiglia.
Il signor de Tréville era il padre dei suoi soldati. Il più sconosciuto
tra di loro, dal momento che portava l'uniforme della compagnia era
certo del suo aiuto e del suo appoggio, quanto lo avrebbe potuto essere
un suo fratello stesso.
Egli si rese adunque sull'istante presso il luogo-tenente criminale. Fu
fatto venire l'ufficiale che comandava il posto della Croce-Rossa, e le
successive informazioni fecero conoscere che Athos era momentaneamente
alloggiato nel Forte il Vescovo.
Athos aveva subite tutte le prove che noi abbiamo veduto subire a
Bonacieux.
Noi abbiamo assistito alla scena di confronto fra i due prigionieri.
Athos, che non aveva detto niente fino allora, per timore che
d'Artagnan, venendo anche egli molestato, non avesse avuto il tempo che
gli abbisognava. Athos da quel momento dichiarò che egli si chiamava
Athos e non d'Artagnan.
Aggiunse che non conosceva nè il signore nè la signora Bonacieux, che
non aveva mai parlato nè all'uno nè all'altra; che era andato verso le
dieci di sera per fare una visita al suo amico signor d'Artagnan, ma
che sino a quell'ora egli era rimasto dal signor de Tréville con cui
avea pranzato; venti testimoni, aggiunse egli, potevano attestare il
fatto, e nominò molti gentiluomini distinti, e fra gli altri il duca
della Trémouille.
Il secondo commissario rimase stordito non meno del primo per la
dichiarazione semplice e asseverante di questo moschettiere sul
quale si sarebbe presa volentieri la rivincita che le genti di toga
amano tanto di prendersi sulle genti di spada; ma il nome del sig. de
Tréville, e quello del signor duca della Trémouille meritavano qualche
riflessione.
Athos fu parimente inviato al ministro, ma disgraziatamente il ministro
era al Louvre presso il re.
Era precisamente il momento in cui il sig. de Tréville, sortendo dal
luogo-tenente criminale e dal governatore del Forte il Vescovo, senza
aver potuto trovare Athos, giunse da Sua Maestà.
Come capitano dei moschettieri, il sig. de Tréville aveva ingresso al
re a tutte l'ore.
Si sa quali erano le prevenzioni del re contro la regina, prevenzioni
giuocate abilmente dal ministro, che in fatto d'intrighi diffidavasi
infinitamente più delle donne che degli uomini. Una delle grandi
cause, soprattutto di prevenzioni, era l'amicizia della regina per la
sig. de Chevreuse. Queste due donne lo tenevano inquieto assai più
che le guerre con lo Spagnuolo, le dissenzioni con l'Inghilterra e
gl'imbarazzi delle finanze. Ai suoi occhi e nella sua convinzione la
signora de Chevreuse, non solo serviva la regina nei suoi intrighi
politici, ma, ciò che lo tormentava anche molto di più, nei suoi
intrighi amorosi.
Alla prima parola che disse il ministro, che la sig. de Chevreuse,
esiliata a Tours e che si supponeva in quella città, era stata a Parigi
e vi era rimasta per cinque giorni eludendo la polizia, il re era
entrato in una collera furiosa. Capriccioso ed infedele, il re voleva
esser chiamato -Luigi il Giusto-, e -Luigi il Casto-. La posterità
comprenderà difficilmente questo carattere, che la storia non spiega
che con i fatti e mai con i ragionamenti.
Ma, allorchè il ministro aggiunse che, non solamente la sig. de
Chevreuse era venuta a Parigi, ma ancora, che la regina aveva
riannodato con lei per mezzo di quelle corrispondenze misteriose, che
in quell'epoca si chiamavano cabale, allorchè egli affermò che lui, il
ministro, stava per sciogliere le fila oscure di questo intrigo, quando
al momento di arrestare sul fatto, in flagrante delitto, corredato
di tutte le pruove l'emissaria della regina presso l'esiliata, un
moschettiere aveva osato interrompere violentemente il corso della
giustizia, piombando con la spada alla mano sulle oneste persone di
legge, incaricate di esaminare con imparzialità tutto l'affare per
metterlo sotto gli occhi del re: Luigi XIII non seppe più contenersi;
fece due passi verso l'appartamento della regina, con quella pallida e
muta indignazione che, quando scoppiava, conduceva questo principe fino
alla più fredda crudeltà.
E ciò non ostante, in tutto questo, il ministro non aveva detto ancora
una parola del duca di Buckingham.
Fu allora che il sig. de Tréville entrò freddo, gentile, e in una
tenuta irreprensibile.
Avvertito di ciò che accadeva dalla presenza del ministro e dalla
alterazione della fisonomia del re, il sig. de Tréville si sentì forte
come Sansone davanti ai Filistei.
Luigi XIII metteva già la mano sulla maniglia della porta. Al rumore
che fece il signor de Tréville entrando, il re si voltò.
-- Voi giungete a proposito, signore, disse il re, che, allorquando le
passioni erano giunte ad un certo punto, non sapeva più dissimulare, ed
io ne sento delle belle sul conto dei vostri moschettieri.
-- Ed io, disse freddamente il sig. de Tréville, io ne ho delle belle da
far sentire a Vostra Maestà sul conto delle sue genti di toga.
-- Come sarebbe a dire? disse il re con alterezza.
-- Io ho l'onore di far sapere a Vostra Maestà, continuò de Tréville
sul medesimo tuono, che un partito di procuratori, di commessarii e di
agenti di polizia, gente molto stimabile, ma molto accanita, a quanto
sembra contro l'uniforme, si è permesso di arrestare in una casa, di
trascinare in piena strada, e di gettare nel Forte il Vescovo, e tutto
ciò dietro un ordine che si è ricusato di farmi vedere, uno dei miei
moschettieri o piuttosto dei vostri, di una condotta irreprovevole,
di una riputazione quasi illustre, che Vostra Maestà conosce
favorevolmente, il sig. Athos.
-- Athos, disse il re macchinalmente; sì, di fatti, io conosco questo
nome.
-- Che Vostra Maestà se lo ricordi, disse il sig. de Tréville; il sig.
Athos è quel moschettiere che, nel dispiacente duello che voi sapete,
ha avuto la disgrazia di ferire gravemente il sig. de Cahussac. A
proposito, Eccellenza, continuò de Tréville indirizzandosi al ministro,
il sig. de Cahussac è ristabilito del tutto, non è vero?
-- Grazie! disse il ministro mordendosi le labbra per collera.
-- Il signor Athos era adunque andato a fare una visita a uno dei suoi
amici in allora assente, continuò il sig. de Tréville, ad un giovane
bearnese, cadetto nelle guardie di Vostra Maestà, compagnia des
Essarts; ma appena egli fu entrato, e prendeva un libro per aspettare
il suo amico; una nube di sbirri e di soldati mischiati assieme venne a
fare l'assedio della casa, sfondò diverse porte.
Il ministro fece al re un segno, che voleva dire:
-- È per l'affare di cui vi ho parlato.
-- Noi sappiamo; tutto, replicò il re, perchè tutto questo fu fatto per
il nostro servizio.
-- Allora, disse da Tréville, fu pure pel servizio di Vostra Maestà
che si afferrò uno dei miei moschettieri innocente, che si pose questo
fra due guardie come un malfattore, e che si condusse in mezzo ad un
popolaccio insolente questo galantuomo, che ha sparso dieci volte il
sangue per servizio di Vostra Maestà e che è pronto a spargerlo di
nuovo.
-- Bah! disse il re corrucciato, le cose dunque sono avvenute così?
-- Il sig. de Tréville non dice, riprese il ministro con flemma, che
questo moschettiere innocente, che questo galantuomo, era venuto un'ora
avanti a percuotere a colpi di spada quattro commessarii istruttori,
delegati da me per istituire un processo della più alta importanza.
-- Io sfido Vostra Eccellenza a provarlo, gridò il sig. de Tréville
colla sua freddezza tutta guascona e colla sua rozzezza militare;
poichè, un'ora prima il sig. Athos, che io lo confiderò a Vostra
Maestà, è un uomo delle più alte qualità, mi faceva l'onore, dopo aver
pranzato meco, di parlare nel salotto del mio palazzo col sig. duca
della Trémouille e col sig. conte de Chalus che vi si trovavano.
Il re guardò il ministro.
-- Fu fatto un processo verbale, disse il ministro rispondendo ad alta
voce alla muta interrogazione di Sua Maestà, e le genti maltrattate
hanno redatto il seguente, che io ho l'onore di presentare a Vostra
Maestà!
-- Un processo verbale delle persone di toga, rispose fieramente de
Tréville, val forse la parola d'onore di un uomo di spada?
-- Andiamo, andiamo; de Tréville, tacete, disse il re.
-- Se Sua Eccellenza ha qualche sospetto contro uno dei miei
moschettieri, disse de Tréville, la giustizia del ministro è abbastanza
conosciuta perchè abbia io stesso a domandare un processo.
-- Nella casa in cui fu fatta questa discesa della giustizia, continuò
il ministro impassibile, alloggia, io credo, un Bearnese amico del
moschettiere.
-- Vostra Eccellenza vuol parlare del sig. d'Artagnan.
-- Io voglio parlare di un giovane che voi proteggete, sig. de Tréville.
-- Sì, Eccellenza, è lo stesso.
-- Non sospettate voi che questo giovane abbia dato dei cattivi
consigli?...
-- Al sig. Athos, a un uomo che ha il doppio della sua età? interruppe
il sig. de Tréville; no, Eccellenza. D'altronde il sig. d'Artagnan ha
passato la sera in casa mia.
-- E che! disse il ministro, hanno dunque tutti passata la sera in casa
vostra?
-- Sua Eccellenza dubiterebbe forse della mia parola, disse de Tréville,
col rossore della collera salito alla fronte.
-- No, e Dio me ne guardi, disse il ministro; ma soltanto a che ora era
egli da voi?
-- Oh! questo poi posso dirlo scientemente all'Eccellenza Vostra, perchè
quando entrò io osservai l'orologio a pendolo che segnava nove ore e
mezza, quantunque io credessi che fosse più tardi.
-- E a che ora è egli sortito dal vostro palazzo?
-- A dieci ore e mezza, un'ora giusta dopo l'avvenimento.
-- Ma finalmente, riprese il ministro che non sospettava un'istante
sulla lealtà di de Tréville, e che sentiva la vittoria sfuggirgli
di mano; ma finalmente, Athos fu preso in questa casa della strada
Fossoyeurs.
-- È egli forse proibito ad un amico di visitare un amico, ad un
moschettiere della mia compagnia di fraternizzare con una guardia della
compagnia del sig. des Essarts.
-- Sì, quando la casa ove egli fraternizza con questo amico è sospetta.
-- E perchè questa casa è sospetta, de Tréville, disse il re, non lo
sapete voi forse?
-- Infatti, sire, io lo ignorava. In ogni caso, ella può essere sospetta
dappertutto, ma nego che possa essere sospetta la parte che abita il
sig. d'Artagnan, perchè io posso affermarvi, o sire, che se io presto
fede a quanto egli ha detto, non esiste un più affezionato servitore di
Vostra Maestà, un ammiratore più profondo del sig. ministro.
-- Non è quel d'Artagnan che un giorno ha finito Jussac in quel
disgraziato incontro che ebbe luogo vicino al convento dei Carmelitani
Scalzi? domandò il re, guardando il ministro che arrossiva di dispetto.
-- E il giorno dopo ferì Bernajoux. Sì sire, sì, è precisamente quello,
e Vostra Maestà ha buona memoria.
-- Andiamo, che cosa risolviamo noi? disse il re.
-- Ciò spetta a Vostra Maestà più che a me, disse il ministro. Io
affermo la reità.
-- Ed io la nego, disse de Tréville. Ma Vostra Maestà ha dei giudici, e
questi giudici decideranno.
-- Va bene così disse il re, rimandiamo la causa davanti ai giudici, il
giudicare è il loro ufficio, ed essi giudicheranno.
-- Solamente, riprese de Tréville, è una cosa ben trista che, in
questi disgraziati tempi in cui siamo, la vita più pura, la virtù più
incontrastabile non esima un uomo dalla infamia e dalla persecuzione.
In tal modo l'armata non sarà contenta, io posso risponderne, di essere
in balìa dei trattamenti rigorosi a proposito di affari di polizia.
La parola era imprudente, ma de Tréville, l'aveva lanciata con
conoscenza di causa. Egli voleva una esplosione, perchè in questo caso
la mina fa fuoco ed il fuoco rischiara.
-- Affari di polizia! gridò il re, ripetendo le parole del sig. de
Tréville, affari di polizia! e che ne sapete voi, signore! mischiatevi
dei vostri moschettieri, e non mi rompete la testa. Sembra a sentirvi,
che se per disgrazia si arresta un moschettiere, la Francia sia in
pericolo. Ehi quanto rumore per un moschettiere! io ne farò arrestare
dieci, cospetto! anche cento, tutta la compagnia! e non voglio che se
ne dica una parola.
-- Dal momento in cui sono sospetti a Vostra Maestà, disse de Tréville,
i moschettieri sono colpevoli; così voi mi vedrete, sire, disposto a
cedere la mia spada, perchè, il sig. ministro, non dubito punto, dopo
avere accusato i miei soldati, finirà con l'accusare anche me stesso;
così, val meglio, che io mi costituisca prigioniere col sig. Athos, che
già è stato arrestato, e col sig. d'Artagnan che in breve sarà senza
dubbio arrestato.
-- Testa guascona, non la finirete voi mai? disse il re.
-- Sire, rispose de Tréville senza abbassare menomamente la voce,
ordinate che mi sia reso il mio moschettiere, o che sia giudicato.
-- Sarà giudicato, disse il ministro.
-- Ebbene! tanto meglio, perchè, in questo caso, io domanderò a Sua
Maestà il permesso di perorare per lui.
Il re temeva uno scoppio.
-- Se, Sua eccellenza, disse egli, non aveva personalmente qualche
motivo...
Il ministro vide venire il re, e andò all'avvantaggio:
-- Perdono, disse egli, ma dal momento che Vostra Maestà vede in me un
giudice prevenuto, mi ritiro.
-- Vediamo, disse il re, mi giurate voi per mio padre, che il sig. Athos
era in casa vostra durante l'avvenimento, e che egli non vi ha preso
parte.
-- Per il glorioso vostro padre, e per voi stesso, che siete quanto io
amo e venero di più su questa terra, io ve lo giuro.
-- Vogliate riflettere, sire, disse il ministro, che se noi rilasciamo
così il prigioniere, non si potrà più conoscere la verità.
-- Il sig. Athos sarà sempre qui, riprese il signor de Tréville, pronto
a rispondere quando parrà alle vostre genti di toga d'interrogarlo.
Egli non diserterà, sig. ministro: siate tranquillo, io rispondo di
lui.
-- Veniamo al fatto: egli non diserterà, disse il re; si ritroverà
sempre, come dice il sig. de Tréville. Da altronde, aggiunse egli
abbassando la voce e guardando con occhio supplichevole Sua Eccellenza,
concediamo loro la sicurezza: questo sta in politica.
Questa politica di Luigi XIII fece sorridere Richelieu.
-- Ordinate, sire, diss'egli; voi avete il dritto di grazia.
-- Il dritto di grazia non si applica che ai colpevoli, disse de
Tréville, che voleva dire l'ultima parola, e il mio moschettiere è
innocente. Non è dunque una grazia quella che farete, sire; è una
giustizia.
-- Ed egli, è al forte il Vescovo? disse il re.
-- Sì, sire, è in una secreta, in una prigione come l'ultimo dei
malfattori.
-- Diavolo! diavolo! mormorò il re, e che si ha a fare?
-- Sottoscrivere l'ordine che sia messo in libertà, e tutto sarà fatto,
riprese il ministro; io credo, come Vostra Maestà, che la garanzia del
sig. de Tréville sia più che sufficiente.
De Tréville s'inchinò rispettosamente con una gioia non scevra di
timore; egli avrebbe preferito una resistenza ostinata del ministro a
questa improvvisa facilità.
Il re sottoscrisse l'ordine, e de Tréville se ne impossessò senza
ritardo.
Al momento in cui stava per sortire, il ministro gli fece un sorriso
amichevole, e disse al re:
-- Regna una buona armonia fra il capo ed i soldati dei vostri
moschettieri, sire: ecco ciò che è profittevole al servizio, ed
onorevole per tutti.
Egli mi prepara senza dubbio un qualche cattivo giuoco, diceva
de Tréville; non si ha mai l'ultima parola con un uomo simile. Ma
affrettiamoci, poichè il re può cambiare d'avviso in un momento; e in
fin del conto, è molto più difficile il rimettere alla Bastiglia o al
Forte il Vescovo un uomo che ne è sortito, di quello che conservarvi un
prigioniero che vi è già.
Il sig. de Tréville fece trionfalmente la sua entrata nel Forte il
Vescovo, di dove liberò il moschettiere, che non aveva abbandonato la
sua pacifica indifferenza.
Quindi, la prima volta che rivide d'Artagnan:
-- Voi l'avete scappata bella, diss'egli; ecco pagato il vostro colpo di
spada a Jussac. Resta ancora a pagarsi quello dato a Bernajoux, ma non
bisogna fidarvisi.
Del resto il sig. de Tréville aveva ragione di diffidare del ministro,
e di tenere che tutto non era ancor finito, poichè appena il capitano
dei moschettieri ebbe chiusa la porta dietro a se, Sua Eccellenza disse
al re.
-- Ora che non siamo più che noi due, parleremo seriamente, se piace
a Vostra Maestà. Sire, il sig. de Buckingham era a Parigi da cinque
giorni, e non è partito che questa mattina.
CAPITOLO XVI.
IN CUI IL GUARDA-SIGILLI SEGUIER CERCA ANCHE UNA VOLTA LA CAMPANA PER
SUONARLA, COME HA FATTO ALTRE VOLTE
È impossibile di farsi un'idea dell'impressione che produssero
sopra il re Luigi XIII queste sole parole; egli arrossì ed impallidì
successivamente, ed il ministro si accorse fin dal principio che egli
aveva riconquistato con un sol colpo tutto il terreno che prima aveva
perduto.
-- Il sig. de Buckingham a Parigi! gridò egli, e che cosa vi è venuto a
fare?
-- Senza dubbio per cospirare assieme ai vostri nemici, gli ugonotti e
gli Spagnuoli.
-- No, per bacco! no! a cospirare contro il mio onore colla signora de
Chevreuse, la signora de Longueville, e il Condè.
-- Oh! sire, quale idea! la regina è troppo saggia, e soprattutto ama
troppo Vostra Maestà.
-- La donna è debole, signor ministro, disse il re; e in quanto ad
amarmi molto, io ho già stabilita la mia opinione su questo amore.
-- Non mantengo però meno, disse il ministro, che il duca de Buckingham
è venuto a Parigi per un progetto del tutto politico.
-- Ed io son sicuro che egli è venuto per tutt'altra cosa; ma se la
regina è colpevole, che ella tremi!
-- Veniamo al folto, disse il ministro, per quanta ripugnanza io provi
a fermare il mio spirito sopra un simile tradimento, Vostra Maestà mi
vi fa pensare: la signora de Lannoy, che, dietro gli ordini di Vostra
Maestà, io ho interrogata più volte, questa mattina mi ha detto che la
notte passata Sua Maestà aveva vegliato fin molto al tardi; che questa
mattina ella aveva molto pianto, e che tutta la giornata aveva scritto.
-- È così, disse il re; a lui senza dubbio. Ministro, mi abbisognano le
carte della regina.
-- Ma in che modo si potranno prendere, sire? Mi sembra che nè io, nè
Vostra Maestà ci possiamo incaricare di una simile missione.
-- E in qual modo si agì adunque con la marescialla d'Ancre? gridò il re
al più alto grado della sua collera; che si frughino i suoi armadii, e
che in fine si frughi ella stessa.
-- La marescialla d'Ancre, una avventuriera fiorentina, sire, ecco
tutto; nel mentre che l'augusta sposa di Vostra Maestà è Anna regina di
Francia, vale a dire una delle più grandi principesse del mondo.
-- Ella non è che la più colpevole, signor duca! più ella ha dimenticato
l'alta posizione in cui è stata posta, più ella è discesa in basso.
È già lungo tempo, altronde, che io sono deciso di finirla con tutti
questi piccoli intrighi di politica e di amore. Ella ha pure presso di
se un certo Laporte...
-- Che io credo che sia la maniglia che apre tutto l'intrigo, io lo
confesso, disse il ministro.
-- Voi pensate dunque come me, che ella m'inganni? disse il re.
-- Io credo, e lo ripeto a Vostra Maestà, che la regina cospira contro
la potenza del suo re, ma io non ho detto contro il suo onore.
-- Ed io vi dico contro tutti e due: io vi dico che la regina non mi
ama; che ella ama quell'infame duca de Buckingham! perchè non lo avete
fatto arrestare mentre egli era a Parigi?
-- Arrestare il duca! arrestare il primo ministro di Carlo II ci
pensate voi, sire? quale scandalo! e se allora i sospetti di Vostra
Maestà, quelli di cui io continuo a dubitare, avessero mostrata qualche
consistenza, quale terribile pubblicità! quale scandalo inaudito!
-- Ma poichè si esponeva come un vagabondo o come un ladroncello,
bisognava...
Luigi XIII si fermò da se stesso spaventato di ciò che stava per dire,
nel mentre che Richelieu, allungando il collo, aspettava inutilmente la
parola che era rimasta sulle labbra del re.
-- Abbisognava...?
-- Niente, disse il re, niente. Ma durante tutto il tempo che egli è
stato a Parigi, voi non lo avrete perduto di vista.
-- No, sire.
-- Ove alloggiava egli?
-- Strada dell'Arpa N. 75.
-- E dove rimane?
-- A lato del Luxembourg.
-- E voi siete sicuro che la regina e lui non si sono veduti?
-- Io credo la regina troppo ligia ai suoi doveri, sire.
-- Ma essi avranno corrisposto, è a lui che la regina ha scritto in
quest'oggi; signor duca, mi abbisogna questa lettera!
-- Sire, frattanto...
-- Sig. duca a qualunque prezzo si sia, io la voglio.
-- Io farò osservare però a Vostra Maestà...
-- Mi tradite dunque anche voi, sig. ministro, per opporvi sempre così
alla mia volontà? siete voi pure d'accordo con lo Spagnuolo, e con
l'Inglese, colla sig. de Chevreuse e colla regina?
-- Sire, rispose sorridendo il duca, io credeva di essere al coperto di
un simile sospetto.
-- Signor ministro, voi avete inteso; io voglio queste lettere.
-- Non vi sarebbe che un mezzo.
-- E quale?
-- Quello d'incaricare di questa missione il sig. guarda-sigilli
Seguier. La cosa si comprende interamente fra i doveri della sua
carica.
-- Che si mandi a chiamare subito in questo medesimo istante.
-- Egli dev'essere in casa mia, sire; io lo aveva fatto pregare
di passare da me, e allorquando sono venuto al Louvre ho lasciato
l'ordine, se si presentava, di farlo aspettare.
-- Che si mandi subito a cercarlo.
-- Gli ordini di Vostra Maestà saranno eseguiti, ma...
-- Ma che?
-- Ma la regina ricuserà forse di obbedire.
-- Ai miei ordini!
-- Sì, se ella non sa che questi ordini vengono dal re.
-- Ebbene! perchè ella non ne dubiti, io stesso vado a prevenirla.
-- Vostra Maestà non dimenticherà che io ho fatto tutto quello che ho
potuto per prevenire una rottura.
-- Sì, duca, sì, io so che siete molto indulgente; e noi avremo, ve ne
prevengo, a parlar di ciò più tardi.
-- Quando piacerà a Vostra Maestà, ma io sarò sempre felice e superbo,
sire, di sagrificarmi alla buona armonia che io desidero veder regnare
fra il re e la regina di Francia.
-- Bene, ministro, bene; ma, frattanto, inviate a cercare il signor
guarda-sigilli; io entro dalla regina.
E Luigi XIII, aprendo la porta di comunicazione, s'introdusse nel
corridoio che conduceva dal suo appartamento a quello della regina.
Anna era in mezzo alle sue damigelle, la signora de Guitaut, la sig.
de Sablé, la sig. de Montebazon e la signora de Guémené. In un angolo
era quella camerista spagnuola, donna Stefania, che l'aveva seguita
da Madrid. La sig. de Guémené faceva la lettura, e tutte le altre
ascoltavano colla più grande attenzione la leggitrice, ad eccezione
della regina che, al contrario, aveva proposta questa lettura affine di
potere fingendo di ascoltare, seguire il filo dei suoi propri pensieri.
Questi pensieri per quanto fossero abbelliti da un ultimo riflesso
dell'amore non erano però men tristi. Anna, privata della confidenza
di suo marito, perseguitata dall'odio del ministro, che non poteva
perdonarle di avere respinto un sentimento più dolce, avendo sotto
gli occhi l'esempio della regina madre che era stata tormentata da
quest'odio per tutta la sua vita; Anna aveva veduto cadere intorno a
se i suoi servitori più affezionati, i suoi confidenti più intimi, i
suoi favoriti più cari. Come quei disgraziati dotati di un dono funesto
ella portava disgrazia a tutto ciò che toccava, la sua amicizia, era un
segno fatale che chiamava persecuzione. La sig. de Chevreuse e la sig.
de Vernel erano esiliate; e in fine Laporte, non nascondeva alla sua
padrona che si aspettava di essere arrestato da un momento all'altro.
Fu nel momento che ella era immersa nel più profondo e nel più tetro
di queste riflessioni che la porta della camera si aprì, e che il re
entrò.
La leggitrice si tacque all'istante, tutte le dame si alzarono, e
successe un profondo silenzio.
In quanto al re non fece alcuna dimostrazione di gentilezza, fermandosi
soltanto davanti alla regina:
-- Signora, diss'egli con voce alterata, voi siete per ricevere la
visita del signor cancelliere che vi comunicherà di un certo affare di
cui io l'ho incaricato.
La disgraziata regina, che veniva incessantemente minacciata di
divorzio, di esilio ed anche di processo, impallidì sotto il rosso, e
non potè trattenersi.
-- Ma perchè questa visita, sire? che cosa potrà dirmi il signor
cancelliere che non possa dirmi la Vostra stessa Maestà?
Il re girò sui talloni senza rispondere, e quasi nel medesimo istante
il capitano delle guardie, signor de Guitaud, annunciò la visita del
signor cancelliere.
Quando il cancelliere comparve, il re era già sortito da un'altra porta.
Il cancelliere entrò per metà sorridendo e per metà arrossendo. Siccome
noi lo ritroveremo probabilmente nel corso di questa storia, non sarà
male che i nostri lettori facciano fin d'ora conoscenza con lui.
Il sig. cancelliere era un uomo scherzoso. Fu il sig. de Roches le
Masle, che in altri tempi era cameriere del ministro, che lo propose a
sua Eccellenza come un uomo affezionato. Il ministro si fidò di lui, e
se ne trovò contento.
Dopo una gioventù tempestosa, si era ritirato in una piccola comunità
di persone pie, che aveva per principal regola quella di suonare
una campana ogni qualvolta uno cadeva in tentazione affinchè tutti
pregassero il cielo a superarlo e per espiare almeno per qualche tempo
le follie della sua gioventù.
La vita pacifica però dei suoi compagni, le continue meditazioni e le
incessanti preghiere non si confacevano punto al suo carattere. Non
si sa se fosse egli che ne sortisse, o se fosse il superiore della
comunità che lo rimandasse; fatto sta che dopo tre mesi, il penitente
ricomparve nel gran mondo dopo aver suonato infinite volte la campana
colla reputazione del più terribile ossesso che fosse mai esistito.
Sortendo dal suo ritiro, entrò nella magistratura, divenne presidente,
nel posto di suo zio, abbracciò il partito del ministro, cosa che
non provava poco la sua sagacità, fu fatto cancelliere, servì con
zelo Sua Eccellenza nel suo odio contro la regina madre e nella sua
vendetta contro la regina Anna. Stimolò i giudici nell'affare di
Chalais, incoraggiò i tentativi del sig. de Laffemas, gran-cacciatore
di Francia, quindi finalmente, investito di tutta la confidenza del
ministro, confidenza che egli aveva saputo guadagnarsi tanto bene,
arrivò a ricevere la singolare commissione per la esecuzione della
quale si presentava alla regina.
La regina era ancora in piedi quando egli entrò, ma non appena lo ebbe
scôrto, che ella si riassise sul suo seggio, e fece segno alle sue dame
di riassidersi sui loro cuscini e sui loro scanni, e con un tuono di
suprema alterezza:
-- Che cosa desiderate voi, signore? domandò Anna, e con quale scopo vi
presentate voi qui.
-- Per farvi, in nome del re, signora e salvo tutto il rispetto ch'io ho
l'onore di dovere a Vostra Maestà, una perquisizione esatta in tutte le
vostre carte.
-- Come! signore, una perquisizione nelle mie carte... a me! ma questa è
una cosa indegna!
-- Vogliate perdonarmi, signora, ma in questa circostanza io non sono
che un istrumento di cui si serve il re. Sua Maestà non sorte essa
di qui, e non vi ha essa invitata colla sua viva voce a sottoporvi a
questa visita?
-- Frugate, dunque, signore; io sono una colpevole a quando sembra.
Stefania, consegnategli le chiavi dei miei portafogli e dei miei
segreter.
Il cancelliere fece per pura formalità una visita nei mobili, ma egli
sapeva bene che la regina non poteva aver nascosto in un mobile la
lettera importante che ella aveva scritta in quel giorno.
Quando il cancelliere ebbe aperto e richiuso venti volte i segreti del
segreter, bisognava bene, per quanta fosse l'esitazione che provava,
bisognava bene, dico io, venire alla conclusione dell'affare, vale a
dire a frugare la regina stessa. Il cancelliere si avanzò adunque verso
Anna, e con un tuono molto perplesso, e con un'aria molto imbarazzata:
-- Ed ora diss'egli, mi resta a fare la perquisizione principale.
-- Quale? domandò la regina; che non comprendeva, o che piuttosto non
voleva comprendere.
-- Sua Maestà è certa che nella giornata, voi avete scritto una lettera;
sa che questa lettera non è stata ancora inviata al suo indirizzo.
Questa lettera non si ritrova nè dentro ai vostri portafogli, nè dentro
al vostro segreter, eppure questa lettera deve essere in qualche luogo.
-- Osereste voi portare la vostra mano sulla regina? disse Anna
raddrizzandosi su tutta l'altezza della sua persona, e fissando sul
cancelliere i suoi occhi, la di cui espressione era quasi divenuta
minacciosa.
-- Io sono un suddito fedele del re, e tutto ciò che mi ordinerà Sua
Maestà io lo farò.
-- Ebbene! è vero, disse Anna, e le spie del ministro lo hanno servito
bene. Io oggi ho scritto una lettera; questa lettera non è partita. La
lettera è qui.
E la regina portò la sua bella mano sul suo busto.
-- Allora, datemi questa lettera, signora, disse il cancelliere.
-- Io non la darò che al re, signore, disse Anna.
-- Se il re avesse voluto che questa lettera gli fosse rimessa, signora,
ve l'avrebbe domandata egli stesso. Ma ve lo ripeto, sono io che egli
ha incaricato di reclamarvela, e se voi non me la rendete...
-- Ebbene?
-- Sono io stesso incaricato di prendermela.
-- Come! che intendete di dire?
-- Che i miei ordini vanno molto avanti, signora, e che io sono
autorizzato a cercare il foglio sospetto, anche sulla persona stessa di
Vostra Maestà.
-- Quale orrore! gridò la regina.
-- Vogliate dunque, signora, agire con maggior facilità.
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