e per il più elegante cavaliere di Francia e d'Inghilterra. Favorito da due re, ricco di milioni, che tutto poteva in un regno che egli sconvolgeva a suo capriccio o calmava a sua fantasia, Giorgio Williers, duca di Buckingham aveva intrapresa una di quelle esistenze favolose che rimangono nei corso dei secoli come una meraviglia per la posterità. Così, sicuro di se stesso, convinto della sua possanza, certo che non potevano colpirlo le leggi che reggono gli altri uomini, andava dritto alla meta che si era prefisso, fosse pure stata questa meta così elevata e così risplendente che sarebbe stato follia per un altro il sognarlo soltanto. Fu così che egli giunse ad avvicinarsi diverse volte alla bella ed orgogliosa regina di Francia, a forza d'abbagliare. Giorgio Williers si pose adunque avanti di uno specchio, come lo abbiamo detto, rese alla sua bella capigliatura bionda le ondulazioni che il peso del suo cappello le avevano fatto perdere, arricciò i suoi baffi, e col cuore gonfio di gioia, felice, e sapendo di toccare un momento che egli aveva desiderato sì lungamente sorrise a se stesso d'orgoglio e di speranza. In questo momento una porta nascosta dalla tappezzeria si aprì, e comparve una donna. Buckingham vide questa apparizione nello specchio, gettò un grido; era la regina! La regina aveva allora ventisei o ventisette anni, vale a dire che ella si ritrovava in tutto lo splendore della bellezza. Il suo andamento era veramente quello di una regina, o meglio ancora di una dea; i suoi occhi, che gettavano dei riflessi di smeraldo, erano perfettamente belli e pieni ad un tempo di dolcezza e di maestà; la sua bocca era piccola e vermiglia, e quantunque il suo labbro inferiore avanzasse leggermente sull'altro, ella era eminentemente graziosa nel sorriso ma altrettanto profondamente sdegnosa nel disprezzo. La sua pelle era citata per la sua bianchezza e pel suo vellutato, la sua mano e le sue braccia erano di una bellezza sorprendente, e tutti i poeti dell'epoca le decantavano come incomparabili. Finalmente i suoi capelli, che, di biondi che erano nella sua gioventù, erano diventati castagni, e che ella portava arricciati e aspersi di molta polvere, contornavano ammirabilmente il suo viso, al quale la censura più rigida non avrebbe potuto augurare che un poco meno di rosso, e i più esigenti desiderare un poco più di affilatezza nel naso. Buckingham rimase per un istante abbagliato; giammai la regina gli era sembrata più bella in mezzo ai balli, alle feste ed ai tornei, di quello che gli apparve in quel momento, vestita con una semplice stoffa bianca; e accompagnata da donna Stefania, la sola delle cameriere spagnuole che non fosse stata scacciata dalla gelosia del re, o dalle persecuzioni di Richelieu. Anna fece due passi in avanti: Buckingham si precipitò ai suoi ginocchi, e primachè la regina avesse potuto impedirlo, le baciò l'estremità della sua veste. -- Duca, voi sapete di già che non sono stata io che vi ho fatto qui venire. -- Oh! sì, signora, sì, Vostra Maestà, gridò il duca; io so che sono stato un pazzo, un insensato a credere che la neve potesse riscaldarsi, che il marmo potesse animarsi; ma che volete! quando si ama, si crede facilmente all'amore, d'altronde io non ho perduto tutto in questo viaggio poichè vi vedo. -- Sì, rispose Anna, ma voi sapete perchè e come io vi vedo, milord. Io vi vedo per pietà di voi stesso, io vi vedo perchè, insensibile voi a tutte le mie pene, vi siete ostinato a rimanere in una città ove, rimanendo, correte rischio della vita, e a me fate correr rischio del mio onore; io vi vedo per dirvi che tutto ci separa, la profondità del mare, l'inimicizia dei regni, la santità dei giuramenti. Il lottare contro tante cose è un sacrilegio, milord. Io vi vedo infine per dirvi che è indispensabile che noi non ci vediamo più. -- Parlate, signora, parlate regina, disse Buckingham, la dolcezza della vostra voce cuopre la durezza delle vostre parole. -- Milord, disse la regina, voi non potete rimproverare il mio modo di parlarvi; voi dimenticate che io non vi ho mai detto che vi amava. -- Ma voi non mi avete neppur detto mai che non mi amavate, e veramente il dirmi simili parole, sarebbe stato per parte di Vostra Maestà, una troppo grande ingratitudine. Poichè, ditemi, ove troverete un amore eguale al mio, un amore che nè il tempo nè la lontananza nè la disperazione possono estinguere, un amore che si contenta di un nastro perduto, di uno sguardo smarrito, di una parola sfuggita? Sono tre anni, signora, che vi ho veduta per la prima volta, e dopo tre anni io vi amo egualmente. Volete voi che io vi dica come eravate vestita la prima volta che vi vidi? volete voi che io vi dettagli tutti gli ornamenti della vostra toeletta? Ascoltate; io vi vedo ancora: voi eravate seduta sopra un dado, alla moda di Spagna, avevate una stoffa di seta verde broccata d'oro e d'argento, colle maniche pendenti e riannodate sulle belle vostre braccia, su quelle braccia ammirabili, con grossi diamanti; voi avevate un collare increspato e chiuso, un piccolo -bonetto- sulla vostra testa, del colore della vostra veste, e sopra questo bonetto una piuma d'airone. Oh sentite, sentite, io chiudo gli occhi e vi vedo tale quale eravate allora; io li riapro e vi vedo tale quale siete adesso, vale a dire cento volte più bella ancora! -- Quali follie! mormorò Anna, che non aveva il coraggio di irritarsi col duca per avere così bene conservato il suo ritratto nel di lui cuore; quale follia di nutrire una passione inutile con simili rimembranze. -- E con che volete voi dunque che io viva? Io non ho che delle rimembranze. Queste sono la mia felicità, il mio tesoro, la mia speranza. Ciascheduna volta che vi vedo, è un diamante di più che io racchiudo nello scrigno del mio cuore. Questo è il quarto che voi lasciate cadere e che io raccolgo. Poichè in tre anni, signora, non vi ho veduta che quattro volte; questa prima che vi diceva, la seconda in casa della sig. Chevreuse, la terza nei giardini d'Amiens... -- Duca, disse la regina arrossendo, non parlate di quella serata. -- Oh! parliamone, al contrario, signora, parliamone: è la serata felice e raggiante della mia vita. Vi ricordate voi la bella notte che faceva? come l'aria era dolce e profumata? come il cielo era azzurro e smaltato di stelle? ah! quella volta, signora, potei rimanere un istante con voi; quella volta eravate disposta a dirmi tutto, l'isolamento della vostra vita, le afflizioni del vostro cuore. Voi eravate appoggiata al mio braccio; guardate, a questo qui. Abbassando la mia testa dalla vostra parte, io sentiva i vostri bei capelli sfiorare il mio viso, ed ogni volta che essi lo sfioravano, io rabbrividiva dalla testa ai piedi. Oh! regina! oh! voi non sapete tutto ciò che vi ha di felicità e di gioia racchiuso in un simile supremo momento! I miei beni, la mia fortuna, la mia gloria, tutti i giorni che mi restano a vivere io li darei per un simile istante, per una simile notte; poichè quella notte, signora, quella notte voi mi amavate, io ve lo giuro. -- Milord, è possibile, sì, che l'influenza del luogo, che le attrattive di quella bella sera, che l'affascinazione del vostro sguardo, che quelle mille circostanze, in fine, che qualche volta si riuniscono per perdere una donna, si sieno raggruppate intorno a me in quella sera fatale; ma voi lo avete veduto, milord, la regina è venuta in soccorso della donna indebolita; alla prima parola che voi avete osato di dire, alla prima arditezza alla quale io ho dovuto rispondere, io ho chiamato. -- Oh! sì, sì, è vero, e un altro amore fuori del mio si sarebbe infranto e questa pruova; ma il mio amore ne è sortito più ardente e più eterno. Voi avete creduto di fuggirmi ritornando a Parigi, voi avete creduto che io non oserei lasciare il tesoro che dal mio sire sono stato incaricato di custodire. Ah! che importano a me tutti i tesori del mondo, e tutti i re della terra! otto giorni dopo io era di ritorno, o signora. Quella volta voi non avevate niente a dirmi: io aveva arrischiato il mio favore, la mia vita per vedervi un secondo, io non ho neppure toccata la vostra mano, e voi mi avete perdonato vedendomi così sottomesso e così pentito. -- Sì, ma la calunnia si è impadronita di tutte queste follie, nelle quali io non aveva parte, voi lo sapete bene, milord. Il re, eccitato dal ministro, ha fatto un rumore terribile; la signora di Vernet fu scacciata; Putange fu esiliato; la signora Chevreuse cadde in disfavore; e allorchè voi avete voluto ritornare come ambasciadore in Francia, il re stesso, sovvenitevene milord, il re stesso si è opposto. -- Sì, e la Francia pagherà con una guerra il rifiuto del suo re. Io non posso più vedervi, signora? ebbene! io voglio che ciascun giorno voi sentiate a parlare di me. Che scopo credete voi che abbia avuta questa spedizione e questa lega coi protestanti della Rochelle che io progetto? il piacere di vedervi. Io non ho la speranza di penetrare a mano armata fino a Parigi, lo so bene, ma questa guerra potrà fruttare una pace; a questa pace necessiterà un negoziatore; questo negoziatore sarò io. Non si oserà più di rifiutarmi allora, e io ritornerò a Parigi, e vi rivedrò, e sarò felice un istante. Migliaia d'uomini, è vero, avranno pagato la mia felicità colla loro vita, ma che importa a me purchè vi riveda? tutto questo è forse da insensato; ma, ditemi qual donna ha avuto un amante più innamorato? qual regina ha avuto un servitore più ardente? -- Milord, milord! voi invocate a vostra difesa cose che ancor più vi accusano; milord tutte queste prove d'amore, che volete darmi, sono altrettanti delitti. -- Perchè voi non mi amate, signora; se voi mi amaste, vedreste tutto ciò bene altrimenti; sarebbe per me troppo grande felicità, e io ne diventerei pazzo. Ah! la signora de Chevreuse è stata meno crudele di voi. Halland l'amò, ed ella corrispose al suo amore. -- La signora de Chevreuse non era regina, mormorò Anna, vinta a suo malgrado dall'espressione di un amore così profondo. -- Voi mi amereste dunque se non la foste, signora? dite, voi mi amereste dunque? posso dunque credere che è la dignità sola del vostro rango che vi fa crudele verso di me? posso adunque credere che se voi foste stata la sig. de Chevreuse, il povero Buckingham avrebbe potuto sperare? grazie di queste dolci parole, oh! mia bella Maestà, cento volte grazie! -- Ah! milord, voi avete inteso male, male interpretato, io non ho voluto dire... -- Silenzio! silenzio! disse il duca; se io sono felice di un errore, non abbiate la crudeltà di togliermelo. Voi lo avete detto, voi stessa, io sono attirato in un laccio, io vi lascerò forse la vita, poichè, osservate, è strano, da qualche tempo io ho dei presentimenti di dover morire. E il duca sorrise con un sorriso tristo ad un tempo e grazioso. -- Oh! mio Dio, gridò Anna con un accento di spavento che provava quale interesse, maggiore di quello che voleva dire, ella portava al duca. -- Io non vi dico ciò per spaventarvi, signora, no; ciò che vi dico è anzi ridicolo, e credete che io non mi preoccupo niente di questi sogni; ma questa parola che voi mi avete detta, questa speranza che voi quasi mi avete data, avrà pagato tutto, fosse ancora la mia vita. -- Ebbene! disse Anna, io pure duca, io ho dei presentimenti; io pure ho dei sogni. Io ho sognato che vi vedeva steso, insanguinato, atterrato da una ferita. -- Alla parte sinistra, non è vero e con un coltello? interruppe Buckingham. -- Sì, è così, milord, è così; alla parte sinistra con un coltello. Chi ha potuto dirvi che io aveva fatto questo sogno? io non l'ho che confidato a Dio, e anche nelle mie preghiere. -- Io non voglio saperne di più, voi mi amate, signora, sta bene; -- Io vi amo? -- Sì, voi! il cielo vi manderebbe forse gli stessi sogni che a me, se voi non mi amaste? avremmo noi gli stessi presentimenti, se le nostre due esistenze non si toccassero col cuore? voi mi amate, o regina, e voi mi piangerete! -- Oh! mio Dio, mio Dio! gridò Anna, questo è più di quanto io possa sopportare. Sentite, duca, in nome del cielo, partite, ritiratevi; io non so se vi ami o se non vi ami, ma quello che io so si è, che io non sarò mai spergiura. Abbiate dunque pietà di me; e partite. Obi se voi foste colpito in Francia, se voi moriste in Francia, se io potessi supporre che il vostro amore per me fosse causa della vostra morte, io non mi consolerei mai più; io ne diverrei pazza. Partite dunque, partite, io ve ne supplico. -- Oh! quanto siete bella così! oh! quanto io v'amo! disse Buckingham. -- Partite! partite! io ve ne supplico, e ritornate più tardi; ritornate come ambasciatore, ritornate come ministro, ritornate circondato da guardie che vi difendano, da servitori che veglino su voi, e allora, allora io non temerò più pei vostri giorni, e sarò contenta nel rivedervi. -- Oh! ed è vero quanto mi dite? -- Sì... -- Ebbene! un pegno della vostra indulgenza, un oggetto che venga da voi, e che mi ricordi che io non ho fatto un sogno: qualche cosa che voi abbiate portata, e che possa portare anch'io; un anello, una collana, una catena! -- E partirete, partirete, se vi do quanto domandate? -- Sì. -- Sull'istante medesimo? -- Sì. -- Lascerete voi la Francia? ritornerete voi in Inghilterra? -- Sì, io ve lo giuro! -- Aspettate, allora, aspettate. E Anna rientrò nel suo appartamento, e ne sortì quasi subito, tenendo in mano un bauletto di legno di rosa colla sua cifra incrostata d'oro. -- Prendete, milord duca, prendete, diss'ella, conservatelo per mia memoria. Buckingham prese il bauletto, e cadde una seconda volta il ginocchio. -- Voi mi avete promesso di partire sull'istante, disse la regina. -- Ed io vi mantengo la mia parola; la vostra mano, la vostra mano, signora, e io parto. Anna stese la sua mano chiudenda gli occhi, e appoggiandosi con l'altra sopra Stefania, poichè sentiva che le sue forze venivano meno. Buckingham appoggiò con passione le sue labbra su quella bella mano, quindi rialzandosi: -- Prima di sei mesi, diss'egli, se io non sono morto, io vi avrò riveduto, signora, dovessi per questo mettere sottosopra il mondo. E, fedele alla promessa che aveva fatta, si slanciò fuori dell'appartamento. Nel corridoio egli incontrò la signora Bonacieux che l'aspettava, e che, colle medesime precauzioni e la medesima fortuna, lo ricondusse fuori del Louvre. CAPITOLO XIII. IL SIGNOR BONACIEUX Vi era in tutto questo come si è potuto rimarcare, un personaggio di cui ad onta della sua posizione precaria, non era sembrato che alcuno se ne inquietasse, se non che molto mediocremente. Questo personaggio era il signor Bonacieux, rispettabile martire degli intrighi politici ed amorosi che si allacciavano così bene gli uni con gli altri in quell'epoca, tanto cavalleresca ad un tempo e tanto galante. Fortunatamente, il lettore se lo ricorda, o non se lo ricorda, fortunatamente noi abbiamo promesso di non perderlo di vista. Gli stallieri che lo avevano arrestato lo condussero direttamente alla Bastiglia, ove lo si fece passare tutto tremante davanti un plotone di soldati che caricavano i loro moschetti. Di là, fu introdotto in una galleria semi-sotterranea: egli fu, per parte di quelli che lo aveano condotto, l'oggetto delle più grossolane ingiurie, e dei più feroci maltrattamenti. Gli sbirri vedevano che non avevano a che fare con un gentiluomo, e lo trattavano come un vero birbone. In capo a mezz'ora circa, uno scrivano venne a metter fine a queste torture, ma non alle sue inquietudini, dando l'ordine di condurre il sig. Bonacieux nella camera degli interrogatorii. Ordinariamente i prigionieri s'interrogavano nel loro carcere, ma con Bonacieux non si facevano tanti complimenti. Due guardie, s'impadronirono del merciaio, gli fecero traversare un cortile, lo fecero entrare in un corridoio, in cui v'erano tre sentinelle, aprirono una porta, e lo spinsero in una camera bassa, ove non v'erano altri mobili che una tavola, una sedia e un commessario. Il commessario era assiso sulla sedia, ed occupato a scrivere sulla tavola. Le due guardie condussero il prigioniero davanti alla tavola, e, ad un segno del commessario, si allontanarono fuori della portata della voce. Il commessario, che fino allora aveva tenuto la sua testa abbassata sulle carte, la rialzò per vedere con chi aveva a che fare. Questo commissario era un uomo di fisonomia dispettosa, col naso puntuto, cogli zigomi gialli e sporgenti, cogli occhi piccoli, ma investigatori e vivi, colla fisonomia che partecipava ad un tempo della faina e della volpe. La sua testa, sopportata da un collo lungo e mobile, sortiva dalla sua larga toga nera, librandosi con un movimento presso a poco simile a quello della tartaruga, quando cava fuori la testa dal suo guscio crostaceo. Egli cominciò dal domandare al signor Bonacieux i suoi nomi, il cognome, l'età, lo stato, il domicilio. L'accusato rispose ch'egli si chiamava Giacomo Michele Bonacieux, che aveva l'età di cinquant'anni, che era merciaio, e che dimorava nella strada Fossoyeur: al n. 11. Il commissario allora, invece di continuare ad interrogarlo, gli fece un lungo discorso sul pericolo che vi è, per un oscuro borghese, nell'immischiarsi di cose politiche. Egli complicò quest'esordio con una esposizione nella quale raccontò la potenza e gli atti del signor ministro, di questo ministro incomparabile, di questo vincitore dei ministri passati, di questo modello dei ministri futuri: atti e potenze ai quali nessuno poteva opporsi impunemente. Dopo questa seconda parte del suo discorso, fissando il suo sguardo da sparviero sul povero Bonacieux, lo invitò a riflettere sulla gravità della sua situazione. Le riflessioni del merciaio erano già tutte fatte; egli mandava al diavolo l'istante in cui il signor de Laporte aveva avuto l'idea di maritarlo con la sua figlioccia, e l'istante soprattutto in cui questa figlioccia era stata ricevuta custode della biancheria presso la regina. Il fondo del carattere di mastro Bonacieux era un profondo egoismo mischiato ad una sordida avarizia, il tutto condito con una estrema poltroneria. L'amore che gli aveva inspirato la sua giovane sposa, era un sentimento del tutto secondario, nè poteva lottare coi sentimenti primitivi che noi abbiamo enumerati. Bonacieux riflettè infatti su ciò che gli era stato detto. -- Ma, il signor commessario, diss'egli timidamente, credete bene che io conosco, e che apprezzo più che alcun altro, il merito dell'incomparabile ministro dal quale noi abbiamo l'onore di esser governati. -- Davvero? domandò il commessario con un'aria di dubbio, ma se fosse veramente così come sareste voi alla Bastiglia? -- Come io vi sono o piuttosto perchè vi sono, replicò Bonacieux, ecco ciò che mi è assolutamente impossibile di dirvi, visto che io stesso l'ignoro; ma, a colpo sicuro, non è per avere disgustato, almeno scientemente, il signor ministro. -- Pure bisogna che abbiate commesso un qualche delitto, poichè voi siete accusato di alto tradimento. -- Di alto tradimento! gridò Bonacieux spaventato, di alto tradimento! e come volete voi che un povero merciaio, che detesta gli ugonotti e che abborre gli Spagnuoli, sia accusato di alto tradimento? rifletteteci, signore, la cosa è materialmente impossibile. -- Signor Bonacieux, disse il commessario guardando l'accusato come se i suoi piccoli occhi avessero avuta la facoltà di leggere nel più profondo dei cuori, signor Bonacieux, voi avete moglie? -- Sì, signore, rispose il merciaio tremando, e sentendo che là i suoi affari si andavano a imbrogliare, vale a dire, io ne aveva una. -- Come, voi ne avevate una? e che ne avete voi fatto, se non l'avete più? -- Mi è stata portata via, signore. -- Vi è stata portata via! disse il commessario. Ah! Bonacieux sentì a quell'ah che l'affare si andava sempre più imbrogliando. -- Vi è stata portata via! riprese il commessario; e sapete voi chi è l'uomo che ha commesso questo ratto? -- Io credo di conoscerlo. -- Chi è egli? -- Pensate che io non affermo niente, signor commessario, e che io sospetto solamente. -- Chi sospettate voi! sentiamo, rispondete francamente. Il signor Bonacieux era nella grande perplessità; doveva egli negar tutto o tutto dire? negando tutto, si poteva credere che egli la sapeva troppo lunga per confessare; dicendo tutto, faceva prova di buona volontà. Egli si decise dunque a dire tutto. -- Io sospetto, diss'egli, che sia un uomo grande e bruno, di alta statura, il quale ha tutti i tratti di un gran signore; egli ci ha seguiti molte volte, a quanto mi è sembrato, quando io aspettava mia moglie d'avanti alla porta segreta del Louvre per ricondurla a casa. Il commessario parve provare qualche inquietezza. -- E il suo nome? diss'egli. -- Oh? in quanto al suo nome io non ne so niente; se io mai lo incontrassi, lo riconoscerei sul momento stesso, ve io garantisco, fosse egli ancora tra mille persone. La fronte del commessario si intorbidì. -- Voi lo riconoscereste fra mille, dite voi continuò egli. -- Cioè, riprese Bonacieux che si accorse di essere entrato in una falsa strada, cioè... -- Voi avete risposto che lo riconoscereste, disse il commessario. Sta bene, per oggi basta. Prima che andiamo più innanzi, bisogna che un tale sappia che voi conoscete il rapitore di vostra moglie. -- Ma io non ho detto che lo conosco! gridò Bonacieux alla disperazione. Io vi ho detto al contrario... -- Conducete il prigioniere, disse il commessario alle due guardie. -- Ove si deve condurre? domandò lo scrivano. -- In una prigione. -- In quale? -- Oh! mio Dio, nella prima che vi capita, purchè sia ben chiusa, rispose il commessario con una indifferenza, che penetrò d'orrore il povero Bonacieux. -- Ahimè! Ahimè! disse a sè stesso, la disgrazia è sulla mia testa. Mia moglie avrà commesso qualche orribile delitto; mi si crederà suo complice, e mi si punirà con lei: ella avrà confessato che m'aveva detto tutto; una donna è così debole! Una prigione! la prima che vi capita! ecco qua! una notte presto si passa; e domani, alla ruota, alla tortura! oh! mio Dio! mio Dio! abbiate pietà di me! Senza ascoltare menomamente le lamentazioni di mastro Bonacieux, lamentazioni alle quali d'altronde essi dovevano essere abituati, le due guardie presero il prigioniere per un braccio, e lo condussero via, nel mentre che il commessario scriveva in tutta fretta una lettera che lo scrivano aspettava. Bonacieux non chiuse occhio, non già che la sua prigione fosse troppo cattiva, ma perchè le sue inquietudini erano troppo grandi. Egli rimase tutta la notte sopra il suo sgabello rabbrividendo al più piccolo rumore, e quanto i primi raggi del giorno vennero a penetrare nella sua camera, l'aurora gli parve aver preso tinte funebri. Ad un tratto egli sentì tirare il catenaccio, e provò un terribile sussulto. Egli credeva che lo venissero a prendere per condurlo al patibolo; cosichè allora quando vide comparire puramente e semplicemente il suo commessario ed il suo scrivano della sera innanzi, invece del carnefice, come egli si aspettava, fu sul punto di saltar loro al collo. -- Il vostro affare si è molto complicato da ieri sera a questa parte; mio brav'uomo, gli disse il commessario, ed io vi consiglio dire tutta la verità, poichè il solo vostro pentimento può calmare la collera del ministro. -- Ma io sono pronto a dir tutto, gridò Bonacieux, almeno tutto quello che io so. Interrogatemi, io ve ne prego. -- Primieramente, dov'è vostra moglie? -- Ma dappoichè vi ho detto che mi è stata rapita... -- Sì ma da ieri alle cinque ore pomeridiane, mercè vostra, è fuggita. -- Mia moglie è fuggita? gridò Bonacieux, oh! disgraziata! signore, se ella è fuggita non è per colpa mia, io ve lo giuro. -- Che cosa siete dunque andato a fare dal signor d'Artagnan, vostro vicino, col quale aveste una lunga conferenza nella giornata? -- Ah! sì, sig. commessario, sì ciò è vero e lo confesso che ho avuto torto. Sì, io sono stato dal sig. d'Artagnan. -- Quale era la scopo di questa visita? -- Di pregarlo ad aiutarmi per ritrovare mia moglie; io credeva di avere il diritto di reclamarla. Io mi sbagliava, a quanto sembra, e ve ne domando perdono. -- E che cosa ha risposto il signor d'Artagnan! -- Il signor d'Artagnan mi ha promesso il suo aiuto; ma io mi sono ben presto accorto che egli mi tradiva. -- Voi volete eludere la giustizia! il signor d'Artagnan ha fatto un patto con voi, e in virtù di questo patto egli ha messo in fuga gli uomini di polizia, che avevano arrestata vostra moglie, e l'ha sottratta a tutte le ricerche. -- Il signor d'Artagnan ha rapita mia moglie? ah! che cosa mi dite mai? -- Fortunatamente, il sig. d'Artagnan è nelle nostre mani, e voi sarete confrontato con lui. -- Ah! in fede mia, io non domando di meglio, gridò Bonacieux; non sarò malcontento di vedere una figura di mia conoscenza. -- Fate entrare il sig. d'Artagnan, disse il commessario alle guardie. Le due guardie fecero entrare Athos. -- Signor d'Artagnan, disse il commessario indirizzandosi ad Athos, dichiarate voi a questo signore ciò che è passato fra voi e lui. Gridò Bonacieux, non è il signor d'Artagnan quello che qui mi mostrate! -- Come non è il sig. d'Artagnan! gridò il commessario. -- Niente affatto, rispose Bonacieux. -- E come si chiama il signore? domandò il commessario. -- Io non posso dirvelo, perchè non lo conosco. -- Come, voi non lo conoscete? -- No. -- Voi non l'avete mai veduto? -- Può darsi; ma io non so come si chiami. -- Il vostro nome? domandò il commessario. -- Athos, rispose il moschettiere. -- Ma questo non è un nome di uomo, questo è un nome di montagna! gridò il povero interrogatore, che cominciava a perdere la testa. -- Questo è il mio nome, disse tranquillamente Athos. -- Ma voi avete detto che vi chiamavate d'Artagnan. -- Io? -- Sì, voi. -- Cioè, a me che fu detto: «voi siete il sig. d'Artagnan?» io ho risposto «lo credete voi?» le mie guardie hanno gridato che ne erano sicure. Io non ho voluto contrariarle, d'altronde io poteva sbagliarmi. -- Signore, voi fate insulto alla maestà della giustizia. -- In nessun modo, disse tranquillamente Athos. -- Voi siete il sig. d'Artagnan. -- Vedete bene, che siete voi che me lo dite. -- Ma, gridò a sua volta Bonacieux, io vi dico, sig. commessario, che non vi può essere nessun dubbio. Il sig. d'Artagnan è mio ospite, e quantunque non paghi la sua pigione, è anzi precisamente per questa causa che io debbo conoscerlo. Il signor d'Artagnan è un giovane di diciannove ai vent'anni appena, e questo signore ne ha almeno trenta; il sig. d'Artagnan è nelle guardie del sig. des Essarts, ed il sig. è nella compagnia dei moschettieri dei sig. de Tréville; guardate l'uniforme. -- È vero, mormorò il commessario, per bacco! è vero. In questo momento si aprì la porta, e un messaggiere, introdotto dal carceriere della Bastiglia, rimise una lettera al commessario. -- Oh! disgraziata! gridò il commessario. -- Come! che cosa dite? di chi parlate? non è già di mia moglie io spero? -- Al contrario, è precisamente di lei. Il vostro affare va bene, andate avanti! -- E che! gridò il merciaio esasperato fatemi il piacere di dirmi, signore, in qual modo il mio affare può peggiorare per ciò che fa mia moglie, mentre io sono in prigione. -- Perchè quello che ella fa è la conseguenza di un piano stabilito fra di voi, un piano infernale! -- Io vi giuro, sig. commessario, che voi siete nel più grande errore, che io non so niente affatto di ciò che doveva fare mia moglie, che io sono intieramente estraneo a tutto quanto ella ha fatto, e che se ella fa delle pazzie, io la rinego, io la smentisco, io la maledico. -- E che! disse Athos al commessario, se voi non avete più bisogno di me, rimandatemi in qualche luogo. Il vostro sig. Bonacieux è noiosissimo. -- Riconducete i prigionieri nelle loro secrete, disse il commessario, indicando con un gesto Athos e Bonacieux, e che essi sieno custoditi più severamente che mai. -- Però, disse Athos con la solita sua calma, se voi cercate il signor d'Artagnan, non vedo troppo il perchè io debba qui rimpiazzarlo. -- Fate ciò che ho detto! gridò il commessario, nella secreta la più ristretta. Intendete voi? Athos seguì le sue guardie stringendosi nelle spalle, e il sig. Bonacieux mandava gemiti da fendere il cuore di una tigre. Il merciaio fu ricondotto nel carcere ove aveva passata la notte, e vi fu lasciato tutto il giorno. Tutto il giorno Bonacieux pianse come un vero merciaio, non essendo un uomo di spada per niente affatto, come ci ha detto egli stesso. La sera verso le nove ore, al momento in cui stava per decidersi di andare in letto, egli intese de' passi nel corridoio. Questi passi si avvicinarono al carcere, la porta si aprì, e comparvero due guardie. -- Seguitemi, disse un caporale che veniva dietro le guardie. -- Seguirvi! gridò Bonacieux, seguirvi a quest'ora! mio Dio ove mi conducete? -- Dove abbiamo l'ordine di condurvi. -- Ma questa non è una risposta. -- Eppure è la sola che noi possiamo darvi. -- Ah! mio Dio! mio Dio! gridò il povero merciaio, questa volta son perduto! E seguì macchinalmente e senza resistenza le guardie che erano venute a prenderlo. Egli ripassò nello stesso corridoio che aveva già percorso, traversò un primo cortile, quindi un secondo corpo di fabbrica; finalmente, alla porta del cortile di entrata, egli trovò una carrozza circondata da quattro guardie a cavallo. Fu fatto salire in questa carrozza, il caporale si pose vicino a lui, fu chiuso lo sportello a chiave, e tutti e due si ritrovarono in una prigione ambulante. La carrozza si mise in movimento, lenta come un carro funebre. Attraverso la persiana chiusa a catenaccio il prigioniere scorgeva le case e il pavimento, e nient'altro; da vero Parigino che egli era, Bonacieux riconosceva tutte le strade dalle insegne, dai riverberi, dai marciapiedi. Al momento di giungere a S. Paolo, luogo ove si fanno le esecuzioni dei condannati della Bastiglia, per poco non si svenne e si segnò due volte. Avea creduto che la carrozza si fosse fermata lì. La carrozza però passò oltre. Più lontano fu preso da gran terrore, e fu costeggiando il cimiterio di S. Giovanni, ove si sepellivano i rei di stato. Una cosa sola lo tranquillizzava un poco, ed era che prima di seppellirli generalmente tagliavano loro la testa, e la sua testa era ancora sulle sue spalle. Ma allorchè vide che la carrozza voltava per la strada Gréve, e che scoperse i tetti acuti del Palazzo di Città, e che la carrozza passava sotto l'arcata, egli credè che tutto fosse finito per lui, volle fare la sua confessione al caporale, e dietro il suo rifiuto mandò grida così commoventi, che il caporale gli annunziò che, se continuava ad assordirlo in tal modo, gli avrebbe messo la mordacchia. Questa minaccia tranquillizzò alcun poco Bonacieux: se avessero dovuto giustiziarlo sulla piazza di Gréve, non meritava la pena di metterglisi la mordacchia, poichè erano quasi arrivati al luogo della esecuzione. Infatti la carrozza traversò la piazza fatale senza fermarsi. Non restava più a temersi che la Croce-del-Trahoir: la carrozza infatti prese quella strada. Questa volta non v'era più alcun dubbio; era alla Croce-dei Trahoir che si giustiziavano i rei subalterni; Bonacieux si era lusingato, credendosi degno della piazza S. Paolo o della piazza di Gréve. Era alla Croce-del-Trahoir che andava a finire il suo viaggio ed il suo destino! egli non poteva ancora vedere questa malaugurata Croce, ma egli la sentiva in qualche modo venirgli incontro. Allorquando egli non fu più che a una ventina di passi, sentì un rumore e la carrozza fermarsi; ciò era più di quanto poteva sopportare il povero Bonacieux, di già annientato dalle emozioni successive che aveva provate, mandò un debole gemito, che si sarebbe potuto prendere per l'ultimo sospiro di un moribondo, e si svenne. CAPITOLO XIV. L'UOMO DI MÉUNG Questo rumore era prodotto da un attruppamento di popolo il quale non era già riunito nell'aspettativa di un uomo che si dovesse impiccare, ma nella contemplazione di uno già impiccato. La carrozza, fermata per un momento, riprese dunque il suo cammino, traversò la folla, continuò la sua strada, e infilò la contrada S. Onorato, voltò per la strada dei Buoni-Fanciulli, e si fermò davanti ad una porta bassa. La porta si aprì, due guardie ricevettero nelle loro braccia Bonacieux, sostenuto dal caporale: fu spinto in un corridoio, gli fu fatta salire una scala e fu deposto in un'anticamera. Tutti questi movimenti furono da lui operati macchinalmente; egli aveva camminato come si cammina in sogno; egli aveva traveduto gli oggetti attraverso una nebbia; le sue orecchie avevano concepito dei suoni senza intenderli; si sarebbe potuto giustiziarlo in quel momento che egli non avrebbe fatto un gesto per intraprendere la sua difesa, che non avrebbe mandato un grido per implorare pietà. Egli rimase dunque così sulla panchetta, col dorso appoggiato al muro e le braccia pendenti, nello stesso luogo ove era stato deposto dalle sue guardie. Però, siccome guardando intorno a se stesso non vedeva alcun oggetto minaccioso, siccome nessuna cosa indicava che egli corresse un reale pericolo, siccome la panchetta era convenientemente imbottita, siccome il muro era ricoperto da un bel cuoio di Cordova, siccome un gran tendinaggio di damasco rosso fluttuava davanti la finestra, sostenuto da belle borchie d'oro, egli comprese a poco a poco che il suo spavento era esagerato, e cominciò a muovere la testa da diritta a sinistra e dal basso in alto. Da questo movimento, che nessun gl'impediva, egli riprese un poco di coraggio, e si arrischiò a smuovere una gamba, poi l'altra; finalmente aiutandosi con le mani, si sollevò sulla panchetta e si trovò in piedi. In questo momento, un ufficiale di buon aspetto alzò una portiera, continuò a scambiate alcune parole con una persona che si trovava nella camera vicina, e rivoltandosi verso il prigioniero: -- Siete voi, gli disse, che vi chiamate Bonacieux? -- Sì, signor ufficiale, balbettò il merciaio più morto che vivo, per servirvi. -- Entrate, disse l'ufficiale. Egli si scansò perchè il merciaio potesse passare, questi obbedì senza replica, entrò nella camera ove sembrava che fosse aspettato. Era un gran gabinetto coi muri guerniti di armi offensive e difensive, con camminetto e stufa, nei quali vi era già fuoco quantunque non si fosse appena che verso la fine del mese di settembre. Una tavola quadrata, coperta di libri e di carte, sui quali era svolta un immensa pianta della città della Rochelle occupava il mezzo dell'ambiente. In piedi davanti al camminetto stava un uomo di mezzana statura, colla fisonomia altera e fiera, cogli occhi scrutatori, con fronte larga, una faccia magrita, allungata da un pizzo alla reale sormontato da un paio di baffi. Quantunque quest'uomo non avesse che trentasei anni appena, capelli, baffi e pizzo andavano imbiancandosi. Quest'uomo, menocchè la spada, avea tutto l'aspetto di un uomo di guerra, e i suoi stivali di bufalo ancora leggermente ricoperti di polvere, indicavano che egli era stato a cavallo durante la giornata. Quest'uomo era Armando-Giovanni Duplessis duca de Richelieu non già come ce lo rappresentano, indebolito, vecchio sofferente come un martire, col corpo ammalato, la voce estinta, sepolto in un gran seggiolone come una tomba anticipata, non vivendo più che per la forza del genio, e non sostenendo più la lotta coll'Europa che per l'eterna applicazione del suo pensiero; ma tale quale egli era realmente in quell'epoca, vale a dire destro e galante cavaliere, già debole di corpo, ma sostenuto da quella potenza morale che ha formato di lui uno degli uomini i più estraordinarii che sieno esistiti, preparandosi infine, dopo aver sostenuto il duca di Nevers nel suo ducato di Mantova, dopo aver preso Nimes, Castres e Uzes, a scacciare gl'inglesi dall'isola del Re e a fare l'assedio della Rochelle. Il povero merciaio dimorò in piedi davanti la porta, nel mentre che gli occhi del personaggio che noi abbiamo descritto, si fissavano su lui, e sembravano voler penetrare fino al profondo del suo pensiero. -- È questo qua il signor Bonacieux? domandò egli dopo un momento di silenzio. -- Sì, mio signore, riprese l'ufficiale. -- Sta bene; datemi quelle carte, lasciateci. L'ufficiale prese sul tavolo le carte indicate, le rimise a quello che le domandava, s'inchinò fino a terra e sortì. Bonacieux riconobbe in quelle carte i suoi interrogatorii della Bastiglia. Di tratto in tratto l'uomo del camminetto alzava gli occhi dal di sopra delle scritture e li immergeva come due pugnali fino al fondo del cuore del povero merciaio. Dopo dieci minuti di lettura e dieci secondi di esame, il ministro avea fissato. -- Quella testa là non ha mai cospirato, mormorò egli; ma non importa, vediamo pure. -- Voi siete accusato di alto tradimento, disse lentamente il ministro. -- È ciò che mi hanno già detto, mio signore, gridò Bonacieux, dando al suo interrogatore il titolo che aveva inteso dargli dall'ufficiale; ma io vi giuro che non ne sapeva niente. Il ministro represse un sorriso. -- Voi avete cospirato con vostra moglie, colla signora de Chevreuse, e con milord duca di Buckingham... -- Infatti, mio signore, rispose il merciaio, io ho inteso pronunciare tutti questi nomi. -- E in quale occasione? -- Ella diceva che il ministro duca de Richelieu aveva attirato il duca di Buckingham a Parigi per perderlo, e perdere insieme con lui la regina. -- Ella diceva così! gridò il ministro con violenza. -- Sì, mio signore, ma io le ho risposto che ella aveva torto a tenere simili propositi, e che il ministro era incapace... -- Tacete, voi siete un imbecille, riprese il ministro. -- Questo è quanto mi rispondeva precisamente mia moglie. -- Sapete voi chi vi ha rapito vostra moglie? -- No, mio signore. -- Voi però avete de' sospetti? -- Sì, mio signore, ma questi sospetti hanno sembrato portar dispiacere al signor commessario, ed io non li ho più. -- Vostra moglie è fuggita, lo sapevate voi? -- No mio signore, io l'ho saputo mentre ero prigione col mezzo del sig. commessario, che è un uomo molto amabile. Il ministro represse un secondo sorriso. -- Allora voi non sapete ciò che è avvenuto di vostra moglie in seguito alla fuga? -- No assolutamente, mio signore, ma ella sarà rientrata al Louvre. -- A un'ora dopo la mezzanotte non era ancora rientrata al Louvre. -- A un'ora dopo mezzanotte non era ancora rientrata! ah! mio Dio! e che cosa è dunque avvenuto di lei? -- Si saprà, siate tranquillo, non si tiene nulla nascosto al ministro, il ministro sa tutto -- In questo caso, mio signore, credete voi che il ministro acconsentirà a farmi sapere che cosa è avvenuto di mia moglie? -- Forse, ma prima di tutto bisogna che confessiate tutto ciò che ne sapete relativamente alle relazioni di vostra moglie colla signora di Chevreuse. -- Ma io non ne so niente, non l'ho mai veduta. -- Quando andavate a prendere vostra moglie al Louvre, ritornava ella direttamente a casa con voi? -- Quasi mai, ella aveva molte faccende da sbrigare con dei mercanti di tela presso i quali io l'accompagnava. -- E quanti ne aveva di questi mercanti di tela? -- Due, mio signore. -- Dove abitavano? -- Uno nella strada Vaugirard, l'altro nella strada dell'Arpa. -- Voi entravate con lei? -- Mai, mio signore, io l'aspettava alla porta. -- E di qual pretesto usava per poter entrar sola? -- Ella non aveva bisogno di addurmi dei pretesti, ella mi diceva di aspettarla, ed io l'aspettava. -- Voi siete un marito molto compiacente, mio caro signor Bonacieux, disse il ministro. -- Egli mi ha chiamato, suo caro signore, disse fra se stesso il merciaio; peste! gli affari vanno bene! -- Riconoscereste voi queste porte? -- Sì. -- Nè sapete i numeri? -- Sì. -- Quali sono? -- Il numero 25 della strada Vaugirard, e il n. 75 della strada Arpa. -- Sta bene, disse il ministro. A queste parole prese un campanello d'argento, lo suonò e l'ufficiale entrò -- Andate, gli disse sottovoce, andate a cercarmi Rochefort, e che egli venga sull'istante introdotto. -- Il conte è di là, disse l'ufficiale, e chiede istantemente di parlare con Vostra Eccellenza. -- Vostra Eccellenza! mormorò Bonacieux risovvenendosi che questo era il titolo che d'ordinario si dava al ministro; Vostra Eccellenza! -- Allora che venga, che venga! disse prestamente Richelieu. L'ufficiale sì slanciò fuori dell'appartamento con quella rapidità che d'ordinario impiegavano tutti i servitori del ministro nell'obbedire ai suoi ordini. -- Ah! Vostra Eccellenza! continuava a mormorare Bonacieux, spalancando due occhi stravolti, e rimproverandosi di non averci pensato prima. Cinque minuti dopo la scomparizione dell'ufficiale, si aprì la porta, ed entrò un nuovo personaggio. -- È lui! gridò Bonacieux -- Chi lui? domandò il ministro. -- Quegli che mi ha rapito mia moglie. Il ministro suonò una seconda volta. L'ufficiale ricomparve. -- Riconducete quest'uomo nelle mani delle sue due guardie, e che egli aspetti che lo richiami davanti a me. -- No, Eccellenza, no, non è lui! gridò Bonacieux; no io mi sono sbagliato, è un altro che non gli rassomigliava niente affatto; questo signore è un galantuomo. -- Conducete via questo imbecille, disse il ministro. L'ufficiale prese Bonacieux sotto il braccio; e lo ricondusse nell'anticamera, ove egli ritrovò le sue due guardie. Il nuovo personaggio che era stato introdotto, seguì con occhi impazienti Bonacieux, fino a tanto che fu sortito, e quando la porta si richiuse dietro a lui: -- Essi si sono veduti, diss'egli avvicinandosi vivamente al ministro. -- Chi? domandò Sua Eccellenza. -- Ella ed egli. -- La regina e il duca! gridò Richelieu. -- Sì. -- E dove? -- Al Louvre. -- Ne siete voi sicuro? 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