-- Ebbene! signore, portiamoci da lui, scongiuriamolo nel nome di quel
Dio davanti al quale egli andrà forse a comparire, di dire la verità,
io lo prendo per giudice nella sua propria causa, signore, e ciò che
dirà io lo crederò.
Il signor della Trémouille riflettè un istante, quindi, siccome era
difficile il poter fare una proposizione più ragionevole, egli accettò.
Entrambi discesero nella camera ove era il ferito. Questi vedendo
entrare i due nobili signori che venivano a fargli visita, tentò di
sollevarsi sul suo letto, ma egli era troppo debole e spossato dallo
sforzo che aveva fatto, ricadde quasi senza conoscenza.
Il signor della Trémouille si avvicinò a lui, e gli fece aspirare dei
sali che lo richiamarono alla vita. Allora il signor de Tréville, non
volendo che si potesse accusare di avere influito sul malato, invitò il
signor della Trémouille a interrogarlo egli stesso.
Ciò che aveva preveduto il de Tréville, accadde. Posto fra la vita e
la morte, come lo era Bernajoux, non ebbe neppure l'idea di tacere un
momento la verità, e raccontò ai due signori esattamente le cose tali
quali erano accadute.
Era tutto ciò che voleva il sig. de Tréville; egli augurò a Bernajoux
una pronta convalescenza: prese congedo dal signore della Trémouille,
rientrò al suo palazzo; e fece tosto avvertire i quattro amici ch'egli
gli aspettava a pranzo.
Il signor de Tréville riceveva sempre una buonissima compagnia,
s'intende tutta anti-ministeriale. Si capirà dunque che la
conversazione si aggirò tutta, durante il pranzo, sulle due sconfitte
che avevano provate le guardie del ministro. Ora, siccome d'Artagnan
era stato l'eroe di queste due giornate, fu sopra di lui che
caddero tutte le congratulazioni, che Athos, Porthos e Aramis gli
abbandonarono, non solo da buoni camerati, ma da uomini che avevano
avuto abbastanza elogi alla loro volta per lasciargli libera la sua.
Verso le sei ore, il signor de Tréville annunciò che egli era obbligato
di andare al Louvre; ma siccome l'ora dell'udienza accordata da Sua
Maestà era passata, in luogo di reclamare l'entrata dalla piccola
scala, egli si pose coi quattro giovani nell'anticamera. Il re non
era ancora ritornato dalla caccia. I nostri giovani aspettavano da una
mezz'ora appena, immischiati alla folla dei cortigiani, allorchè tutte
le porte si aprirono, e fu annunziato il re.
A questo annunzio d'Artagnan si sentì fremere fino alla midolla delle
ossa. L'istante che doveva seguire, secondo tutte le probabilità,
doveva decidere del resto della sua vita. Così i suoi occhi si
fissarono con angoscia sulla porta per la quale doveva entrare Sua
Maestà.
Luigi XIII comparve, camminando pel primo; era in abito da caccia
ancora tutto polveroso, portava due grandi stivali, ed aveva il
frustino in mano. Al primo colpo d'occhio d'Artagnan giudicò che lo
spirito del re era in tempesta.
Per quanto fosse visibile questa disposizione in cui trovavasi Sua
Maestà, essa però non impedì ai cortigiani di porsi in linea sul suo
passaggio, nelle anticamere reali. Meglio vale ancora essere veduto
con occhio sdegnato di quello che non essere veduto dei tutto. I tre
moschettieri non esitarono dunque un momento, e fecero un passo in
avanti, nel mentre che d'Artagnan al contrario restò nascosto dietro
di loro; ma quantunque il re conoscesse personalmente Athos, Porthos,
e Aramis, egli passò davanti a loro senza parlargli, e come se non gli
avesse mai veduti. In quanto al sig. de Tréville, allorchè gli occhi
del re si fermarono un istante su di lui, egli sostenne questo sguardo
con tanta fermezza, che fu il re che dovè pel primo divergere la vista;
dopo ciò, Sua Maestà, brontolando, rientrò nel suo appartamento.
-- Gli affari vanno male, disse Athos sorridendo, e noi questa volta non
saremo fatti cavalieri.
-- Aspettate dieci minuti, disse il signor de Tréville, e se in capo
a dieci minuti voi non mi vedrete sortire, ritornate al mio palazzo,
perchè sarà inutile che voi aspettiate più lungamente.
I quattro giovani attesero dieci minuti, un quarto d'ora, venti minuti,
e vedendo che il signor de Tréville non ricompariva, essi sortirono
molto inquieti per quello che poteva accadere.
Il signor de Tréville entrato coraggiosamente nel gabinetto del re
aveva ritrovato Sua Maestà di cattivissimo umore, seduto sopra un
sofà, battendosi gli stivali col manico del frustino, cosa che non gli
aveva impedito di domandargli con tutta la più gran flemma del mondo le
notizie della sua salute.
-- Cattive, signore, cattive, rispose il re; io mi annoio.
Era infatti la peggiore malattia di Luigi XIII, e sovente prendeva
uno dei suoi cortigiani, lo attirava ad una finestra, e gli diceva: il
signor tale, annojamoci insieme.
-- Come! Vostra Maestà si annoja! disse il signor de Tréville. Non si è
preso oggi il divertimento della caccia?
-- Bel divertimento, signore! tutto degenera, sull'anima mia, e io non
so se sia il selvaggiume che non ha più aria, o i cani che non hanno
più naso. Noi lanciammo un cervo di dieci anni, noi lo inseguimmo per
sei ore, e quando fu vicino a tenere, quando San Simone metteva già
il corno alla bocca per suonare la presa, crac! tutta la muta volta
di banda, e si trasporta sopra un cerviatto di due anni. Voi vedrete
che io sarò obbligato di renunciare alla caccia di corsa, come ho
già renunciato alla caccia di volo. Ah! sono un re ben disgraziato,
signor de Tréville: io non aveva più che un girifalco, ed è morto jeri
l'altro.
-- In fatti, sire, io comprendo la vostra disperazione, e la disgrazia è
grande; ma mi sembra che vi resti ancora un buon numero di falconi, di
sparvieri, e di moscardi.
-- E non un uomo per istruirli; i falconieri se ne vanno, non vi son più
che io che conosca l'arte della caccia. Dopo di me tutto sarà finito, e
si anderà a caccia colle trappole, col vischio, coi lacci. Se io avessi
ancora il tempo di fare degli allievi! ma sì, il ministro è là che non
mi lascia un istante di riposo, che mi parla della Spagna, che mi parla
della Germania, che mi parla dell'Inghilterra! ah! a proposito del
ministro, signor de Tréville, io sono malcontento di voi.
Il signor de Tréville aspettava il re a questa caduta. Egli conosceva
il re da lungo tempo: egli aveva compreso che tutti i suoi lamenti non
erano che una prelazione, una specie di eccitazione per incoraggiare se
stesso, e che egli era finalmente giunto al punto dove voleva arrivare.
-- E in che sono io tanto disgraziato per dispiacere a Vostra Maestà?
domandò il signor de Tréville fingendo la più alta meraviglia.
-- È così che voi disimpegnate la vostra carica, signore? continuò il
re senza rispondere direttamente alla domanda del signor de Tréville: è
forse per questo che io vi ho nominato capitano dei miei moschettieri,
perchè essi assassinassero un uomo, commovessero un quartiere, e
volessero bruciar Parigi senza che voi me ne diceste una parola? ma del
resto, continuò il re, senza dubbio mi affretto troppo ad accusarvi,
senza dubbio, i perturbatori sono in prigione, e voi ora venite ad
annunziarmi che è stata fatta giustizia.
-- Sire, rispose tranquillamente il signor de Tréville, io vengo a
domandarvela.
-- E contro chi? gridò il re.
-- Contro i calunniatori! disse il signor de Tréville.
-- Ah! eccone una nuova, riprese il re. Mi direte voi ora che quei tre
dannati di moschettieri, Athos, Porthos, Aramis, e il vostro cadetto
di Bearn, non si sono gettati come tanti furiosi sul povero Bernajoux,
e non l'hanno maltrattato in modo tale che a quest'ora è più che
probabile che sia per rendere l'anima a Dio? mi direte voi ora ch'essi
non hanno fatto l'assedio al palazzo del duca della Trémouille, e
ch'essi non volevano bruciarlo? cosa che non sarebbe stata una gran
disgrazia in tempo di guerra, atteso che quello è un nido di ugonotti,
ma che in tempo di pace è un tristissimo esempio. Dite, vorrete voi
negarmi tutto ciò?
-- E chi ha fatto a Vostra Maestà un così bel racconto? domandò
tranquillamente il signor de Tréville.
-- Chi mi ha fatto un così bel racconto, signore e chi volete voi che
sia, se non è quello che veglia quando io dormo, che lavora quando io
mi diverto, che guida tutto al di dentro e al di fuori del regno, in
Francia, come in Europa?
-- Sua Maestà vorrà parlare di Dio, senza dubbio, disse il signor de
Tréville, perchè io non conosco che Dio, che sia così possente al
disopra di Vostra Maestà.
-- No, signore, io voglio parlare del sostegno dello Stato, del mio
servitore, del mio solo amico, del ministro.
-- Non vi è che un solo uomo infallibile, a quanto c'impone di credere
la nostra fede, su questa terra, e la sua infallibilità non si può
estendere a nessun altro.
-- Dunque voi volete dire ch'egli m'inganna? volete voi dire ch'egli
mi tradisce? allora voi lo accusate. Vediamo, dite confessatelo
francamente, voi lo accusate?
-- No, sire, ma io dico che egli inganna se stesso; io dico che è
male informato, io dico che egli ha troppa fretta nell'accusare i
moschettieri di Vostra Maestà, pei quali egli è ingiusto, e che non è
stato ad attignere le sue informazioni da buone sorgenti.
-- L'accusa viene dal duca della Trémouille, dal duca stesso: che
risponderete voi a questo?
-- Io potrei rispondere, sire, ch'egli è troppo interessato nella
questione per potere essere un testimone imparziale; ma lungi di là,
sire, io conosco il duca per un leale gentiluomo, io me ne riporterò a
lui, ma a una sola condizione, sire.
-- Quale?
-- Che vostra Maestà lo faccia venire qui, lo interroghi, ma ella stessa
a quattr'occhi, senza testimoni, e che io riveda Vostra Maestà subito
che avrà veduto il duca.
-- Sì! fece il re, e voi vi riportate a ciò che dirà il signore della
Trémouille?
-- Sì, sire.
-- Voi accetterete il suo giudizio?
-- Senza dubbio.
-- E voi vi sottometterete alle riparazioni che egli esigerà?
-- Interamente.
-- La Chesnaye! fece il re, la Chesnaye!
Il cameriere di confidenza di Luigi XIII che stava sempre alla sua
porta, entrò.
-- La Chesnaye, disse il re, che si mandi sul momento stesso a cercare
il signore della Trémouille; io voglio parlargli questa sera.
-- Vostra Maestà mi dà la sua parola ch'ella non vedrà alcuno oltre il
signore della Trémouille e me?
-- Non vedrò alcuno, fede da gentiluomo.
-- A dimani, sire, adunque.
-- A dimani, signore.
-- A qual ora, se piace a Vostra Maestà?
-- All'ora che voi vorrete.
-- Ma venendo troppo presto io temo di svegliare Vostra Maestà.
-- Di svegliarmi! forse che dormo io? io non dormo più, signore; qualche
volta sogno, ecco tutto. Venite dunque di buon mattino quando volete, a
sette ore; ma guai a voi, se i vostri moschettieri sono colpevoli?
-- Se i miei moschettieri sono colpevoli saranno rimessi nelle mani di
Vostra Maestà che ordinerà di loro, secondo che più le aggrada. Vostra
Maestà esige ella qualche altra cosa di più? comandi, io sono pronto ad
obbedire.
-- No, signore, no: non è senza una ragione che mi chiamano Luigi il
Giusto. A dimani dunque, signore, a dimani.
-- Che Dio guardi Vostra Maestà!
Per poco che dormisse il re, il signor de Tréville dormì ancor
meno; egli aveva fatto prevenire fin dalla stessa sera i suoi tre
moschettieri ed il loro compagno, di ritrovarsi da lui a sei ore e
mezzo del mattino. Egli li condusse con sè senza affermar loro niente,
senza prometter niente, e non nascondendo che il loro favore, ed anche
il suo dipendeva da un colpo di dadi.
Giunto ai piedi della scala, egli li fece aspettare. Se il re era
sempre irritato contro di loro, essi si allontanerebbero, senza essere
veduti; se il re acconsentiva a riceverli, non vi avrebbe voluto che
farli chiamare.
Giungendo nell'anticamera particolare del re, il signor de Tréville
trovò la Chesnaye, che gli disse che la sera non avevano ritrovato il
duca della Trémouille nel suo palazzo, ch'egli era rientrato troppo
tardi per potersi presentare al Louvre, ch'egli era giunto da pochi
momenti e che allora parlava col re.
Questa circostanza piacque moltissimo al sig. de Tréville, che in
questo modo fu fatto certo che un'intervenzione straniera non si
sarebbe intromessa fra la deposizione del duca della Trémouille e lui.
Infatti dieci minuti erano appena scorsi, che si aprì la porta del
gabinetto del re, e che il sig. de Tréville ne vide sortire il duca
della Trémouille, il quale venendo direttamente a lui gli disse:
-- Signor de Tréville, Sua Maestà mi ha mandato a chiamare per sapere
come sono accadute le cose di ieri mattina, al mio palazzo. Io gli ho
detto la verità, cioè che la colpa è stata delle mie genti, e che era
pronto a farvene le mie scuse. Poichè vi trovo, accettatele, e vogliate
tenermi sempre per uno dei vostri amici.
-- Signor duca, disse de Tréville, io era così pieno di confidenza sulla
vostra lealtà, che non ho voluto presso Sua Maestà altro difensore che
voi stesso. Io non mi sono ingannato, e vi ringrazio di avermi provato
che esiste ancora un uomo di cui possa dire senza sbagliarmi ciò che ho
detto di voi.
-- Sta bene, sta bene! disse il re che aveva ascoltato tutti questi
complimenti stando fra le due porte; soltanto ditegli, de Tréville,
poichè pretende di essere uno dei vostri amici, che io pure vorrei
essere fra i suoi, ma che egli mi trascura, e che sono oramai tre anni
che non l'ho veduto, e che non lo vedo che quando lo mando a chiamare.
Ditegli ciò per parte mia, poichè queste sono cose che un re non può
dire da se stesso.
-- Grazie, sire, grazie, disse il duca, ma che Vostra Maestà creda bene
che non sono quelli, io non dico ciò per il sig. de Tréville, che non
sono quelli che ella vede a tutte le ore del giorno, quelli che le sono
i più affezionati.
-- Ah! voi avete inteso ciò che ho detto, tanto meglio, duca, meglio!
disse il re avanzandosi sulla porta. Ah! siete voi, de Tréville, dove
sono i vostri moschettieri? io vi ho detto ieri l'altro di condurmeli,
perchè non lo avete fatto?
-- Essi sono da basso, sire, e col vostro permesso la Chesnaye anderà a
dir loro di salire.
-- Sì, sì, ch'essi vengano subito; sono in breve le otto, ed io a nove
ore aspetto una visita. Andate, signor duca, e ricordatevi sopra tutto
di ritornare. Entrate de Tréville.
Il duca salutò, e sortì. Al momento in cui apriva la porta i tre
moschettieri e d'Artagnan condotti da la Chesnaye, comparvero sull'alto
della scala.
-- Venite, miei bravi, disse il re, venite; io ho da sgridarvi.
I moschettieri si avanzarono inchinandosi, d'Artagnan gli seguiva.
-- Come diavolo! continuò il re, voi quattro in due giorni avete messo
fuori di combattimento sette guardie del ministro! questo è troppo,
signori, questo è troppo. Con questi conti, il ministro sarà obbligato
di rinnovare la sua compagnia in tre settimane, ed io sarò costretto di
fare applicare gli editti in tutto il loro rigore. Uno per accidente,
pazienza; ma sette in due giorni, io lo ripeto è troppo, grandemente
troppo.
-- Perciò, sire, vostra Maestà vede ch'essi vengono, pentiti e contriti
per fare le loro scuse.
-- Benchè pentiti e contriti, hum! fece il re, io non mi fido delle loro
facce ipocrite, vi è particolarmente laggiù una figura da Guascone...
venite qui, signore.
D'Artagnan che comprese essere il complimento indirizzato a lui, si
avvicinò prendendo l'aspetto il più disperato.
-- Ebbene, che dite voi dunque che questi è un giovane? un ragazzo,
signor de Tréville, un vero ragazzo. Ed è stato lui che ha dato un così
rozzo colpo di spada a Jussac?
-- E gli altri due colpi di spada a Bernajoux.
-- Davvero?
-- Senza contare, disse Athos, che se non mi avesse liberato dalle mani
di Cabusac, io certamente non avrei l'onore di fare in questo momento
le mie umilissime riverenze a Vostra Maestà.
-- Ma questo Bearnese è dunque un vero demonio, -ventegris-! sig. de
Tréville, come avrebbe detto mio padre. In questo mestiere si devono
per forza consumare molti sai, e per forza spezzare molte spade. Ora i
Guasconi sono sempre poveri, non è vero?
-- Sire, io debbo dire che non sono ancora state ritrovate delle miniere
d'oro nelle loro montagne, quantunque il Signore dovrebbe far questo
miracolo in ricompensa del modo con cui hanno sostenuto le pretese del
re vostro padre.
-- Che è quanto dire che sono stati i Guasconi che hanno fatto re me
pure, non è vero de Tréville, perchè io sono figlio di mio padre.
Ebbene alla buon'ora, io non dico di no. La Chesnaye andate a vedere
se, frugando in tutte le mie saccocce, voi trovate quaranta doppie,
e se le trovate portatemele. E ora vediamo, giovane, una mano sulla
coscienza e raccontatemi lo accaduto.
D'Artagnan raccontò l'avventura del giorno innanzi con tutti i suoi
particolari; in che modo non avendo potuto dormire per la gioia che
avrebbe provato nel vedere Sua Maestà, egli era arrivato presso i
suoi amici tre ore prima dell'udienza; in che modo essi erano andati
assieme al giuoco della palla, e come nel timore che aveva manifestato
di ricevere una palla sul viso, egli era stato messo in ridicolo da
Bernajoux, il quale per poco non aveva pagato colla perdita della vita
le sue villanie, e che il sig. della Trémouille non aveva alcuna colpa
per la sortita che fu fatta dal suo palazzo.
-- È così mormorò il re; è precisamente così che mi è stata raccontata
la faccenda dallo stesso duca. Povero ministro! sette uomini in due
giorni e dei più cari; ma basta così, signori; voi vi siete presa la
vostra rivincita della strada Ferou, ed anche al di là; voi dovete
esser soddisfatti.
-- Se Vostra Maestà lo è, disse de Tréville, noi lo siamo.
-- Sì io lo sono, aggiunse il re, prendendo un pugno d'oro dalla mano
di Chesnaye e mettendolo in quella di d'Artagnan; eccovi diss'egli, una
pruova della mia soddisfazione.
A quell'epoca le idee d'orgoglio che sono in uso ai nostri giorni, non
erano ancora alla moda. Un gentiluomo riceveva del denaro dalla mano
del re, e non ne rimaneva menomamente umiliato. D'Artagnan adunque si
mise le quaranta doppie in saccoccia senza fare alcuna osservazione, ed
anzi ringraziò grandemente Sua Maestà.
-- Basta! disse il re guardando l'orologio a pendolo basta! perchè sono
le otto e mezza, ritiratevi; io ve l'ho già detto, aspetto qualcuno a
nove ore. Grazie del vostro attaccamento, signori. Io posso contarvi
non è vero?
-- Oh! sire, gridarono ad una sola voce i quattro compagni, noi ci
faremo tagliare a pezzi per Vostra Maestà.
-- Bene, bene; ma restate intieri, ciò val meglio, e così mi potrete
essere più utili. De Tréville aggiunse il re a mezza voce nel mentre
che gli altri si ritiravano, siccome voi non avete posti vacanti nei
vostri moschettieri, e che d'altronde per entrare in questo corpo noi
abbiamo deciso che sia necessario un noviziato, situate questo giovane
nella compagnia delle guardie del sig. des Essarts, vostro cognato.
Ah per bacco de Tréville, io mi rallegro delle boccacce che farà il
ministro, egli sarà furioso, ma per me è lo stesso; io faccio uso dei
miei diritti.
E il re salutò con la mano de Tréville che sortì, e andò a raggiungere
i suoi moschettieri, che stavano dividendosi con d'Artagnan le sue
quaranta doppie.
E il ministro, come lo aveva detto Sua Maestà, fu effettivamente
furioso che per otto giorni non intervenne al giuoco, cosa che non
impediva al re di fargli la più buona cera del mondo e di chiedergli
con la voce la più accarezzante tutte le volte che lo incontrava:
-- Ebbene sig. ministro come va quel povero Bernajoux, e quel povero
Jussac, che sono delle vostre guardie?
CAPITOLO VII.
L'INTERNO DEI MOSCHETTIERI
Allorquando d'Artagnan fu fuori del Louvre e che consultò i suoi
amici sull'uso che dovea fare della sua parte delle quaranta doppie,
Athos gli consigliò di ordinare un buon pranzo alla Pigna, Porthos di
prendere un lacchè, e Aramis di farsi un'amica conveniente.
Il pranzo fu eseguito lo stesso giorno, e il lacchè era stato fornito
da Porthos. Era uno di Piccardia che il glorioso moschettiere aveva
accaparrato il giorno stesso nel mentre che sul ponte della Tournelle
faceva dei cerchi sputando nell'acqua. Porthos aveva preteso che
questa occupazione era la pruova di una organizzazione riflessiva
e contemplativa, e lo aveva condotto senz'altra raccomandazione.
L'imponente aspetto di questo gentiluomo, per conto del quale egli
si credeva impegnato, aveva sedotto Planchet, che tale era il nome
del giovane di Piccardia, e fu in sua casa una leggera contesa quando
vide che il posto era già preso da un altro confratello chiamato
Mousqueton, e allorchè Porthos gli significò il suo stato di famiglia,
quantunque grande, non gli permetteva di tenere due domestici, e che
gli abbisognava di entrare al servizio di d'Artagnan. Però allorchè
assistè al pranzo dato dal suo padrone, e che quando pagava lo vide
cavare un pugno d'oro di saccoccia credè assicurata la sua fortuna, e
ringraziò il cielo di esser caduto nelle mani di un simil Creso, egli
perseverò in questa opinione fin dopo il festino, cogli avanzi del
quale egli riparò a molte e lunghe astinenze. Ma le chimere di Planchet
svanirono nella sera facendo il letto al suo padrone. Il letto era solo
nell'appartamento, che si componeva di un'anticamera e di una camera
da dormire. Planchet dormì nell'anticamera sopra una coperta tolta dal
letto di d'Artagnan, e di cui d'Artagnan fece senza per l'avvenire.
Athos dal canto suo aveva un cameriere che era stato allevato al suo
servizio in un modo tutto particolare, e che si chiamava Grimaud. Egli
era molto silenzioso questo degno signore. Ben inteso, noi parliamo di
Athos.
Da cinque o sei anni che egli viveva nella più profonda intimità con i
suoi compagni, Porthos e Aramis, questi si ricordavano di averlo veduto
sorridere spesso, ma giammai lo avevano inteso ridere. Le sue parole
erano corte ed espressive, dicendo sempre ciò che voleva dire e niente
più; nessuna galanteria, nessun ricamo arabesco. La sua conversazione
era un fatto senza alcun episodio. Quantunque Athos avesse appena
trent'anni e avesse una gran bellezza di corpo e di spirito, nessuno
sapeva se avesse un'amica. Giammai egli parlava di donne. Soltanto non
impediva che se ne parlasse avanti a lui, quantunque fosse facile il
vedere che questo genere di conversazione, al quale egli non prendeva
parte che per dire parole amare e osservazioni misantropiche molto
disaggradevoli. La sua riserva, la sua selvatichezza, il suo mutismo
ne formavano quasi un vecchio: egli dunque aveva abituato Grimaud,
per non derogare alle sue abitudini, ad obbedirlo sopra un semplice
gesto, o sopra un semplice muover di labbra. Non gli parlava che
nelle circostanze le più interessanti: qualche volta Grimaud, che
temeva il suo padrone come il fuoco, nel mentre che mostrava un grande
attaccamento alla sua persona ed una gran venerazione al suo genio,
credeva di aver capito perfettamente ciò che egli desiderava, si
slanciava per eseguire gli ordini ricevuti e faceva precisamente il
contrario. Allora Athos si stringeva nelle spalle, e senza andare in
collera bastonava Grimaud. In quei giorni parlava alcun poco.
Porthos, come si è potuto vedere, aveva un carattere tutto opposto a
quello di Athos: non solo egli parlava molto, ma ad alta voce; poco
gl'importava del resto: bisognava rendergli questa giustizia, che
fosse o no ascoltato, egli parlava per il piacere di parlare, e per
il piacere di sentirsi; parlava sopra tutte le materie eccetto che di
scienze, protestando su questo argomento il suo odio inveterato che
portava fin dall'infanzia agli scienziati. Egli aveva minore aria di
gran signore di Athos, e il sentimento della sua inferiorità su questo
soggetto lo aveva, nel principio della loro amicizia, reso spesse
volte ingiusto contro questo gentiluomo, che allora si era sforzato
di superare col lusso del suo abbigliamento. Ma con la sua semplice
casacca da moschettiere, e nient'altro che pel modo col quale portava
la testa in addietro ed il piede in avanti, Athos prendeva nel medesimo
istante il posto che gli era dovuto e relegava il fastoso Porthos nel
secondo rango. Porthos se ne consolava riempiendo l'anticamera del
sig. de Tréville e i corpi di guardia del Louvre col rumore delle sue
buone fortune, fortune di cui Athos non parlava mai, e nel momento,
dopo esser passato dalla nobiltà di toga alla nobiltà di spada, dalla
cittadina alla baronesca, non si trattava niente meno per Porthos, che
di una principessa straniera che gli voleva un bene enorme.
Un antico proverbio dice: «tale è il padrone tale è il servitore».
Passiamo adunque dal cameriere d'Athos al cameriere di Porthos, da
Grimaud a Mousqueton.
Mousqueton era un Normanno al quale il suo padrone aveva cambiato
il nome pacifico di Bonifazio in quello infinitamente più sonoro e
più bellicoso di Mousqueton. Egli era entrato al servizio di Porthos
colla condizione di essere vestito ed alloggiato soltanto, ma in un
modo magnifico; egli non reclamava che due ore il giorno per andare
ad un'industria che doveva bastare a provvederlo degli altri suoi
bisogni. Porthos aveva accettato il contratto; e la cosa andava a
meraviglia. Egli faceva tagliare a Mousqueton dei saj dai suoi abiti
vecchi, e dai suoi mantelli di rimonta, e consacrarli, mercè un sartore
molto intelligente che rimetteva a nuovo questi vestiti voltandoli, e
la di cui moglie era in sospetto di far discendere Porthos dalle sue
abitudini aristocratiche. Mousqueton faceva un ottima figura andando
dietro al suo padrone.
In quanto ad Aramis, di cui noi crediamo avere sufficientemente esposto
il carattere, carattere del resto che, come quello dei suoi compagni,
noi potremo seguire nel suo sviluppo, il suo lacchè, che si chiamava
Bazin, mercè la speranza che aveva il suo padrone di entrare un giorno
negli ordini, era sempre vestito di nero, come lo esigeva il suo futuro
carattere. Costui era di Berry, di trentacinque ai quaranta anni;
docile, pacifico, che si occupava a leggere opere pietose, distrazione
che gli accordava il suo padrone, facendo un pranzo strettamente per
due, di pochi piatti ma eccellenti. Del rimanente egli era muto, cieco
sordo e di una fedeltà a tutta pruova. Ora che noi conosciamo, almeno
superficialmente i padroni e i servitori, passiamo agli alloggi che
ciascheduno di essi occupava.
Athos abitava Strada Ferou a due passi dal Luxembourg; il suo
appartamento si componeva di due piccole camere ammobiliate con
molta proprietà in una casa guernita, la di cui albergatrice, ancor
giovane e veramente bella, gli faceva inutilmente gli occhi dolci.
Qualche rimasuglio di un grande splendore passato, spiccava qua e
là sui muri di questo modesto alloggio; era per esempio, una spada
riccamente damascata, che rimontava all'epoca di Francesco I, e la
di cui sola impugnatura incrostata di pietre preziose, poteva valere
dugento doppie, e che ciò non ostante nei momenti della più grande
ristrettezza, Athos non aveva mai acconsentito nè ad impegnare, nè a
vendere. Questa spada aveva attirato da lungo tempo la ambizione di
Porthos. Porthos avrebbe dato dieci anni della sua vita per possedere
quella spada.
Un giorno che egli aveva un appuntamento con una duchessa, tentò
eziandio di chiederla in imprestito ad Athos. Athos senza dir niente,
vuotò le sue saccocce, riunì tutti i suoi gioielli, borse, spinette,
catene d'oro, e offrì il tutto a Porthos: ma in quanto alla spada gli
disse, ella era sigillata al suo posto, e non doveva lasciarlo che
allora quando il suo padrone lascerebbe egli stesso il suo alloggio.
Oltre questa spada, vi era ancora un ritratto rappresentante un signore
del tempo di Enrico III, vestito con la più grande eleganza, e che
portava l'ordine dello Spirito Santo, e questo ritratto aveva con
Athos certe rassomiglianze di linee, certe similitudini di famiglia
che indicavano che questo gran signore, cavaliere degli ordini del
re, era un suo antenato. Finalmente un magnifico bauletto colle stesse
armi in oro che portava la spada ed il ritratto formava il centro del
camminetto che faceva orribilmente scomparire tutto il resto della
mobilia. Athos portava sempre la chiave di questo bauletto con se. Ma
un giorno egli l'aveva aperto davanti a Porthos, il quale aveva potuto
assicurarsi che questo bauletto non conteneva che lettere e carte;
lettere senza dubbio amorose, e carte di famiglia.
Porthos abitava un appartamento molto vasto e di una apparenza
sontuosissima. Strada del Vecchio Colombajo. Ciascheduna volta che egli
passava con qualche amico davanti alle sue finestre, a una delle quali
Mousqueton stava sempre in gran-livrea, Porthos alzava la testa e la
mano, e diceva -ecco la mia dimora-. Ma mai si faceva trovare in casa,
mai invitava nessuno a salire, e nessuno poteva farsi un'idea delle
ricchezze reali che racchiudeva quella sontuosa apparenza.
In quanto ad Aramis, egli abitava un piccolo alloggio, composto di
un gabinetto, di un salotto da mangiare e di una camera da dormire,
la qual camera, situata come il resto dell'appartamento al pian
terreno, guardava sopra un piccolo giardino fresco, verde, ombroso e
impenetrabile agli occhi de' vicini.
In quanto a d'Artagnan, noi sappiamo come era alloggiato, ed abbiamo
già fatta conoscenza col suo lacchè, mastro Planchet.
D'Artagnan che era molto curioso di sua natura, come del resto sono
tutte le persone che hanno il genio dell'intrigo, fece tutti gli sforzi
per sapere chi erano al vero, Athos, Porthos e Aramis, perchè sotto
questi nomi di guerra, ciascuno dei giovani nascondeva il suo nome di
gentiluomo; Athos particolarmente, che riconosceva per un gran signore
alla distanza di una lega. Si indirizzò adunque a Porthos per essere
informato sopra Athos e Aramis, e s'indirizzò ad Aramis, per conoscere
Porthos.
Disgraziatamente Porthos stesso nulla sapeva della vita del suo
silenzioso camerata che ciò che ne aveva traspirato. Si diceva che egli
aveva avute gran disgrazie nei suoi affari amorosi, e che un orribile
tradimento aveva avvelenata per sempre la vita di questo galantuomo. In
che consisteva questo tradimento? tutti lo ignoravano.
In quanto a Porthos, eccettuato il suo vero nome che il sig. de
Tréville soltanto sapeva, come pure quello dei due camerati, la sua
vita era facile a conoscersi. Pieno di vanità e di indiscrezione, si
vedeva attraverso a lui come attraverso ed un cristallo, la sola cosa
che avrebbe potuto far sbagliare l'investigatore sarebbe stata che si
fosse creduto tutto quel bene che egli diceva di se stesso.
In quanto ad Aramis, mentre aveva l'aspetto di non avere alcun
secreto, era un giovane tutto ripieno di misteri, poco rispondendo
alle interrogazioni che a lui si facevano su gli altri, e deludendo
quelle che gli si facevano su lui stesso. Un giorno d'Artagnan dopo
averlo lungamente interrogato su Porthos, ed avere saputo il rumore che
correva sulla buona fortuna del suo moschettiere con una principessa,
volle saper pure che cosa doveva credere sulle avventure amorose del
suo interlocutore.
-- E voi mio caro compagno, gli disse egli, voi che parlate delle
baronesse, delle contesse e delle principesse degli altri?
-- Perdono, interruppe Aramis, io ho parlato perchè Porthos ne parla
egli stesso, perchè egli ha vociferate avanti a me tutte queste belle
cose. Ma credetemi bene, mio caro d'Artagnan, che se io le avessi
da una altra sorgente o me le avesse confidate egli stesso, egli non
avrebbe potuto avere un amico più secreto di me.
-- Io non ne dubito, riprese d'Artagnan, ma infine mi sembra che voi
pure siate molto familiare con gli stemmi, testimonio ne sia un certo
fazzoletto orlato, al quale io debbo l'onore della vostra conoscenza.
Aramis questa volta non s'inquietò, ma prese l'aspetto suo più umile, e
rispose affettuosamente.
-- Mio caro, non dimenticate lo stato che un giorno voglio abbracciare,
e che io fuggo tutte le occasioni mondane. Questo fazzoletto che voi
avete veduto non mi era stato confidato, ma era stato dimenticato da
uno dei miei amici. Io ho dovuto raccoglierlo per non compromettere lui
e la dama che egli ama. In quanto a me io non ho, e non voglio avere
amiche, seguendo in ciò l'esempio giudiziosissimo di Athos, che non ne
ha più che me.
-- Ma che diavolo! voi non siete ancora frate, siete un moschettiere.
-- Moschettiere provvisoriamente, come dice il ministro, moschettiere, e
contro mia voglia, ma uomo devoto nel fondo del mio cuore: credetemi.
Athos e Porthos mi hanno incastrato qua dentro per tenermi occupato;
ebbi alcune difficoltà al momento di compiere i miei desiderii, una
piccola difficoltà con... ma ciò non vi può interessare, ed io vi
faccio perdere un tempo prezioso.
-- Niente affatto, ciò anzi m'interessa moltissimo, gridò d'Artagnan, e
pel momento non ho cosa alcuna da fare.
-- Sì, ma io ho le mie preci da dire, rispose Aramis, quindi alcuni
versi da comporre, che mi ha domandato la signora d'Aiguillon; in
seguito devo passare nella strada S. Onorato, per comprare del rossetto
per la sig. de Chevreuse: voi vedete, mio caro amico, che se voi non
avete fretta, io ne ho moltissima.
E Aramis, stese affettuosamente la mano al suo giovane compagno, e
prese da lui congedo.
D'Artagnan non potè, per quanta pena si desse, saperne di più su i suoi
amici. Egli prese adunque il partito di credere nel presente tutto ciò
che si diceva del passato, sperando rivelazioni più sicure e più estese
dall'avvenire. Frattanto egli considerò Athos come un Achille, Porthos
come un Aiace, e Aramis come un Giuseppe.
Del resto la vita dei quattro giovani era gioconda. Athos giuocava
e sempre disgraziatamente. Però egli non domandava mai in prestito
un soldo ai suoi amici, quantunque la sua borsa fosse sempre a loro
disposizione; e quanto egli aveva giuocato sulla parola, faceva sempre
risvegliare il suo creditore a sei ore del mattino per pagargli il
suo credito della sera innanzi. Porthos aveva delle sfuriate, quei
giorni, se egli guadagnava. Lo si vedeva insolente e splendido; se
egli perdeva, scompariva completamente per alcuni giorni, dopo i quali
ricompariva col viso smunto e la fisonomia allungata, ma con dei denari
in saccoccia. In quanto ad Aramis, egli non giocava mai. Era il più
cattivo moschettiere ed il più insulso convitato che si potesse vedere.
Egli aveva sempre bisogno di travagliare; qualche volta in mezzo ad
un pranzo, quando ciascuno nel trasporto del vino e nel calore della
conversazione, credeva che vi fosse ancora qualche ora da restare a
tavola, Aramis guardava il suo orologio, si alzava con un grazioso
sorriso, e prendeva congedo dalla società, adducendo per scusa di
dovere andare da un professore di filosofia per discutere sul valore
di alcune sentenze. Altre volte egli ritornava al suo alloggio per
scrivere una tesi, e pregava i suoi amici di non distrarlo. Frattanto
Athos sorrideva con quel grazioso sorriso melanconico, che tanto
siedeva bene sulla sua nobile figura, e Porthos beveva e giurava che
Aramis non si sarebbe mai fatto frate.
Planchet, il cameriere di d'Artagnan, sopportò nobilmente la
buona fortuna. Egli riceveva trenta soldi il giorno, e per un mese
egli ritornava all'alloggio gaio come un piccione e affabile col
suo padrone. Quando il vento dell'avversità cominciò a soffiare
nell'economia domestica della strada dei Fossoyeurs, vale a dire
quando le quaranta doppie del re Luigi XIII furono terminate o poco
meno, cominciarono i lamenti che Athos trovava nauseabondi, Porthos
indecenti, e Aramis ridicoli. Athos consigliò dunque a d'Artagnan di
licenziare il mariuolo. Porthos voleva che prima fosse bastonato,
e Aramis pretendeva che un padrone non dovesse ascoltare che i
complimenti a lui diretti.
-- Ciò vi è ben facile a dire, riprese d'Artagnan, a voi, Athos, che gli
proibite di parlare, e che per conseguenza non avete mai degli alterchi
con lui: a voi, Porthos, che menate un treno magnifico e che siete un
idolo per il vostro cameriere, Mousqueton: a voi finalmente, Aramis,
che sempre distratto dai vostri studi filosofici, inspirate un profondo
rispetto al vostro servitore Bazin, uomo dolce e affettuoso; ma io
che sono senza consistenza e senza risorse, io che non sono ancora nè
moschettiere, nè guardia, che dovrò fare per inspirare l'affezione, il
terrore o il rispetto a Planchet?
-- La cosa è grave, risposero i tre amici; è un affare dell'interno;
accade dei servitori ciò che accade delle donne, bisogna metterli
fin dal primo momento sul piede in cui si desidera che restino.
Rifletteteci dunque.
D'Artagnan riflettè, e risolse di percuotere Planchet in via di
provvisione, cosa che fu eseguita colla coscienza che d'Artagnan
metteva in tutti gli affari, poi dopo averlo ben bastonato, gli proibì
di lasciare il suo servizio senza il suo permesso!
-- Perchè, soggiunse, l'avvenire non può mancarmi, io aspetto
inevitabilmente tempi migliori. La tua fortuna adunque è fatta se tu
resti con me, e io son troppo buon padrone per non lasciarti sfuggire
la fortuna accordandoti il congedo che tu mi domandi.
Questa maniera d'agire incusse molto rispetto ai moschettieri per la
politica di d'Artagnan. Planchet fu egualmente preso dall'ammirazione
e non parlò più di andarsene. La vita dei quattro giovani era divenuta
comune; d'Artagnan che non aveva alcuna abitudine, che giungeva dalla
sua provincia e cadeva in mezzo ad un mondo tutto nuovo per lui,
prese tosto le abitudini dei suoi amici. Si alzavano verso le sei
ore nell'estate, andavano a prendere la parola d'ordine e l'andamento
degli affari dal signore de Tréville. Quantunque d'Artagnan non fosse
moschettiere, ne faceva il servizio con una puntualità ammirabile; egli
era sempre di guardia, perchè teneva sempre compagnia a quello dei suoi
tre amici che la montava. Era conosciuto alla caserma dei moschettieri;
e tutti lo ritenevano per un buon camerata. Il sig. de Tréville, che
lo aveva apprezzato col primo colpo d'occhio e che gli portava una vera
affezione, non cessava di raccomandarlo al re.
Dal canto loro i tre moschettieri amavano moltissimo il giovine
camerata. L'amicizia che univa questi quattro uomini, e il bisogno
di vedersi tre o quattro volte il giorno, sia per affari, sia per un
duello, sia per un divertimento li faceva incessantemente correre l'uno
dietro l'altro come ombre, e s'incontravano sempre gli inseparabili che
si cercavano dal Luxembourg alla piazza S. Sulpicio, o dalla strada
del Vecchio-Colombaio al Luxembourg. Frattanto le promesse del sig.
de Tréville tenevano la loro strada. Un bel giorno, il re comandò al
sig. Capitano des Essarts di prendere d'Artagnan come cadetto nella sua
compagnia delle guardie. D'Artagnan indossò sospirando quell'uniforme,
che egli avrebbe voluto, a prezzo di dieci anni della sua esistenza,
cambiare colla saccoccia di moschettiere. Ma il sig. de Tréville
promise questo favore dopo un noviziato di due anni, noviziato che
del resto, poteva essere accorciato se l'occasione si presentava per
d'Artagnan di rendere qualche importante servigio al re, o di fare
qualche azione rumorosa. D'Artagnan si ritirò su questa promessa, e il
giorno dopo cominciò il suo servizio.
Allora toccò il turno ad Athos, a Porthos ed ad Aramis di montare
la guardia con d'Artagnan ogni qual volta egli era di guardia. La
compagnia del sig. Cav. des Essarts prese così quattro uomini invece di
uno, il giorno che prese d'Artagnan.
CAPITOLO VIII.
UN INTRIGO DI CORTE
Frattanto le quaranta doppie di Luigi XIII, come tutte le cose di
questo mondo, dopo avere avuto un principio, avevano avuto un fine, e
dopo questo fine i quattro compagni erano caduti in angustie. Sulle
prime Athos aveva sostenuto per qualche tempo l'associazione coi
suoi proprii denari, Porthos gli tenne dietro, e mercè una di quelle
disperazioni alle quali si erano abituati, egli aveva per quasi
quindici giorni ancora sovvenuto ai bisogni di tutti, in fine era
arrivata la volta d'Aramis che si era disimpegnato di buona grazia, e
che era pervenuto, diceva egli, vendendo qualche libro di filosofia a
procurarsi alcune doppie.
Allora si ebbe ricorso, come d'ordinario, al sig. de Tréville, che fece
qualche anticipazione sul soldo, ma queste anticipazioni non potevano
condurre molto avanti tre moschettieri, che avevano già dei conti
arretrati, e una guardia che non ne aveva ancora.
Finalmente, quando si vide che si andava a restar senza del tutto,
si riunì con un ultimo sforzo otto o dieci doppie che Porthos giocò.
Disgraziatamente egli era in cattiva vena, egli perdè tutto, e più
venticinque doppie sulla parola.
Allora l'angustia divenne miseria; si videro gli affamati seguiti dai
loro lacchè correre le strade ed i corpi di guardia, annasando presso i
loro amici del di fuori tutti i pranzi, che potevano ritrovare, poichè,
seguendo il consiglio di Aramis, si doveva nella prosperità seminare
dei pranzi a dritta e a sinistra, per andarne raccogliendo qualcuno
nella disgrazia.
Athos fu invitato quattro volte, e ciascheduna volta condusse seco i
suoi amici coi lacchè. Porthos ebbe sei occasioni e ne fece egualmente
godere ai suoi camerati: Aramis ne ebbe otto. Era un uomo, come si è
già potuto scorgere, che faceva poco rumore e molte faccende. In quanto
a d'Artagnan, che non conosceva alcuno nella capitale, non trovò che
una colazione di cioccolatte in casa di un prete del suo paese e un
pranzo da un trombetta delle guardie. Egli condusse la sua armata in
casa del prete, al quale venne divorata la sua provvisione di due mesi;
e presso il trombetta, e che fece delle meraviglie; ma come diceva
Planchet, non si mangia sempre che una volta, anche quando si mangia
molto.
D'Artagnan dunque si ritrovò umiliato di non aver potuto provvedere che
un pasto e mezzo, perchè la colazione del prete non poteva calcolarsi
che un mezzo pasto, da offrirsi ai suoi compagni in cambio dei festini
che si erano procurati Athos, Porthos ed Aramis. Egli si credeva a
carico della società, dimenticando, nella sua buona fede giovanile
che egli aveva nudrito questa società per un mese, e il suo spirito
preoccupato si mise a travagliare attivamente. Egli riflettè che questa
coalizione di quattro uomini, giovani, coraggiosi, intraprendenti e
attivi doveva avere un altro scopo che quello delle passeggiate oziose,
delle lezioni di scherma e dei lazzi più e meno spiritosi.
Infatti, quattro uomini come loro, quattro uomini affezionati gli
uni agli altri dalla borsa fino alla vita, quattro uomini che si
sostenevano sempre, non rinculando mai, eseguendo isolatamente o
collettivamente le risoluzioni prese in comune; quattro bravi che
minacciavano i quattro punti cardinali, o che, se si voltavano verso
un sol punto, dovevano inevitabilmente, sia sotterraneamente, sia in
pieno giorno, sia colla mina, sia colla breccia, sia colla furberia,
sia colla forza aprirsi un cammino verso lo scopo che si erano prefissi
per quanto ben difeso o per quanto lontano egli si fosse. La sola cosa
che meravigliava d'Artagnan era che i suoi compagni non avessero ancora
pensato a questo.
Egli vi pensava seriamente, crivellandosi il cervello per trovare una
direzione a questa forza unica moltiplicata quattro volte, colla quale
egli non dubitava che, come la leva che cercava Archimede, non si fosse
giunto a sollevare il mondo, allorchè fu dolcemente battuto alla sua
porta. D'Artagnan risvegliò Planchet, e gli ordinò di andare ad aprire.
Che da questa frase: d'Artagnan risvegliò Planchet, il lettore non vada
a pensare che fosse notte, o che il giorno non fosse ancora spuntato:
quattro ore dopo il mezzogiorno suonavano in quel momento. Due ore
prima, Planchet era venuto a domandare da pranzo al suo padrone, il
quale gli aveva risposto col proverbio: «chi dorme pranza». E Planchet
pranzava dormendo.
Fu introdotto un uomo di aspetto molto semplice e che aveva l'aria d'un
borghese.
Planchet per frutti, avrebbe voluto sentire la conversazione; ma
il borghese dichiarò a d'Artagnan che ciò che aveva a dirgli era
importante e confidenziale, e che desiderava rimanere a quattr'occhi
con lui.
D'Artagnan congedò Planchet, e fece sedere il suo visitatore.
Vi fu un momento di silenzio; durante il quale i due uomini si
guardarono come per fare una esordiente conoscenza; dopo di che,
d'Artagnan s'inchinò in segno che egli ascoltava.
-- Io ho inteso parlare del sig. d'Artagnan, giovane molto bravo, disse
il borghese, e questa riputazione di cui gode a giusto titolo mi ha
deciso di confidargli un secreto.
-- Parlate, signore, parlate, disse d'Artagnan che per istinto annasò
qualche cosa di avvantaggioso.
Il borghese fece una novella pausa quindi continuò:
-- Io ho mia moglie che tiene la biancheria della regina, signore, e che
non è priva nè di bellezza, nè di saggezza. Mi si fece sposarla, sono
ormai dieci anni, quantunque ella non avesse che un piccolo capitale,
poichè il sig. de Laporte, il porta-mantello della regina, è suo
padrino e la protegge.
-- Ebbene, signore? domandò d'Artagnan.
-- Ebbene! riprese il borghese, ebbene! signore, mia moglie mi è stata
rapita ieri mattina quanto sortiva dalla camera di lavoro.
-- E da chi è stata rapita vostra moglie?
-- Io non ne so niente sicuramente, ma ho sospetto su qualcuno.
-- E chi è questa persona di cui sospettate?
-- Un uomo che la perseguitava da lungo tempo.
-- Diavolo!
-- Ma volete voi che io ve la dica, signore? continuò il borghese: io
sono convinto che vi è meno amore che politica in tutto ciò.
-- Meno amore che politica! riprese d'Artagnan con un'aria molto
riflessiva, e che cosa sospettate voi?
-- Io non so se debba dirvi ciò che sospetto...
-- Signore, vi farò osservare che io non vi ho domandato assolutamente
niente. Siete voi che siete venuto, siete voi che avete detto che avete
un secreto da confidarmi. Fate dunque quello che più vi accomoda, siete
ancora in tempo di ritirarvi.
-- No, signore, no, voi avete la ciera di un onesto giovane, e io avrò
confidenza in voi. Io credo adunque che non sia per cagione dei suoi
amori che mia moglie è stata arrestata, ma a cagione di quelli di una
dama più grande di lei.
-- Ah! ah! sarebbe forse a cagione degli amori della signora di
Bois-Tracy? fece d'Artagnan, che volle aver l'aria, rimpetto al suo
borghese, di essere al corrente degli affari della corte.
-- Più alta, signore, più alta.
-- Della signora d'Aiguillon?
-- Più alta ancora.
-- Della signora de Chevreuse?
-- Più alta, molto più alta!...
-- Della?
D'Artagnan si fermò.
-- Sì, signore, rispose tanto sottovoce, che appena si potè intendere,
il borghese spaventato.
-- E con chi?
-- Con chi può essere, se non è col Duca de?...
-- Il duca de...?
-- Sì, signore, rispose il borghese dando alla sua voce un'intonazione
ancor più sorda.
-- Ma voi come sapete tutto ciò?
-- Ah! come lo so io?
-- Sì, come lo sapete voi? non fate mezze confidenze, o... voi capite.
-- Io lo so da mia moglie, signore, da mia moglie stessa.
-- Che lo sa... da chi?
-- Dal sig. de Laporte. Non vi ho detto che ella era la figlioccia del
sig. de Laporte, l'uomo di confidenza della regina? Ebbene, il sig.
de Laporte l'aveva messa vicino a Sua Maestà, perchè la nostra povera
regina avesse almeno qualcuno con cui confidarsi, abbandonata come
ella è dal re, spiata come ella è dal ministro, tradita come ella è da
tutti.
-- Ah! ah! ecco che si spiega, disse d'Artagnan.
-- Ora, mia moglie è venuta che sono quattro giorni, signore; una
delle condizioni era che ella dovesse venirmi a vedere due volte la
settimana; perchè ho avuto l'onore di dirvi, mia moglie mi ama molto;
mia moglie è dunque venuta, e mi ha confidato che la regina in questo
momento aveva grandi timori.
-- Veramente?
-- Sì; il ministro a quanto pare, la incalza e la perseguita più che
mai, egli non può perdonarle la storia della -sarabanda-. Voi sapete la
storia della sarabanda?
-- Per bacco se la so! rispose d'Artagnan che non ne sapeva niente
affatto, ma che voleva aver l'aria di essere al corrente.
-- Di modo che ora non è più l'odio, è la vendetta.
-- Davvero?
-- E la regina crede?
-- Ebbene! che cosa crede la regina?
-- Ella crede che sia stato scritto al sig. duca de Buckingham in nome
suo.
-- In nome della regina?
-- Sì, per farlo venire a Parigi, e una volta venuto a Parigi, per
attirarlo in qualche laccio.
-- Diavolo! ma vostra moglie, mio caro signore, che cosa ha che fare con
tutto questo.
-- Si conosce la sua affezione per la regina, e si vuole allontanarla
dalla sua padrona, o intimorirla per avere i secreti di Sua Maestà, o
sedurla per servirsi di lei come di una spia.
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